PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
FRANCESCO BATTISTONI, legge il processo verbale della seduta del 18 settembre 2025.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
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PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 76, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Comunico che, in data 19 settembre 2025, il Presidente della Camera ha chiamato a far parte della Commissione parlamentare per il contrasto degli svantaggi derivanti dall'insularità la deputata Susanna Cherchi, in sostituzione del deputato Emiliano Fenu, cessato dal mandato parlamentare.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, il deputato Paolo Ciani. Ne ha facoltà.
PAOLO CIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Intervengo per ribadire con fermezza e con chiarezza la nostra richiesta di comunicazioni urgenti del Governo sulle vicende di Gaza. Da troppi mesi, ormai da anni, assistiamo quotidianamente in diretta al dramma di una popolazione stremata, uccisa e isolata sempre più.
Oggi, nel nostro Paese, è stato indetto uno sciopero generale: centinaia di migliaia di nostri concittadini stanno manifestando per il dramma di Gaza. In questi giorni ci sono importanti vertici internazionali e votazioni cruciali in sede europea e il Governo italiano non ha ancora dato una disponibilità a venire in Parlamento per spiegare la posizione italiana rispetto a questo dramma. È un fatto che noi riteniamo molto grave e, lo dico, utilizzeremo tutti gli strumenti democratici messi a disposizione dal Regolamento della Camera, perché non siamo disponibili a riprendere i lavori e le votazioni finché il Governo non avrà assunto un impegno esplicito di venire in Parlamento per le comunicazioni.
Presidente, di fronte al fatto che tutte le opposizioni abbiano chiesto queste comunicazioni e di fronte al dramma che stiamo vivendo, non si capisce perché il Governo ignori il Parlamento e lasci all'oscuro gli italiani delle scelte di politica estera che sta compiendo o non compiendo. Noi riteniamo questo un tradimento del Parlamento e della democrazia. Il Governo deve spiegare con chiarezza da che parte sta l'Italia e il Parlamento deve votare: i nostri colleghi… ogni deputato deve votare sulle comunicazioni del Governo, perché in frangenti così drammatici della storia i nostri concittadini devono sapere i propri rappresentanti da che parte stanno.
È per questo che oggi siamo qui con grande senso di responsabilità e interverremo sui provvedimenti all'ordine del giorno. Ma è con altrettanta chiarezza, senso delle istituzioni, senso di gravità del momento che stiamo vivendo, che vogliamo che il Governo venga in Aula a riferire .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, la deputata Carmen Di Lauro. Ne ha facoltà.
CARMEN DI LAURO(M5S). Ecco, io e tutto il MoVimento 5 Stelle, noi oggi ci uniamo allo sciopero che sta letteralmente paralizzando l'Italia, giustamente. Abbiamo in atto una crisi umanitaria, un dramma senza precedenti, siamo di fronte a un genocidio. È un genocidio vero e proprio, non abbiamo paura di dirlo e noi lo diciamo da mesi; però, ecco, vogliamo che il Governo venga in Aula al più presto, vogliamo una data certa, vogliamo ascoltare parole chiare, ma soprattutto vogliamo che questo Governo si pronunci in un determinato modo, che si pronunci per fermare questo genocidio, che lavori davvero per la pace, che prenda le distanze da Israele.
Ieri abbiamo assistito in Rai a un vero e proprio teatrino: mentre il Portogallo - l'ennesimo Paese che si è unito a tutti gli altri per il riconoscimento dello Stato di Palestina - faceva questa importante proposta, riconosceva lo Stato di Palestina, la Meloni invece andava in Rai a parlare di pastarelle.
Ecco, questo è francamente inaccettabile. Quindi, chiediamo anche noi con forza che, al più presto, il Governo venga in Aula e ci venga a dire cosa intende fare e cosa pensa di questo genocidio .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2586: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° agosto 2025, n. 110, recante misure urgenti per il commissariamento dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e per il finanziamento dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La XII Commissione (Affari sociali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Luciano Ciocchetti.
LUCIANO CIOCCHETTI, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 1° agosto 2025, n. 110, recante misure urgenti per il commissariamento dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) e per il finanziamento dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù.
Come si evince dal titolo, si tratta di un provvedimento che consta di due sole disposizioni. Nel corso dell'esame al Senato, sono state apportate poche, limitate modifiche al testo presentato dal Governo. All'esito dell'esame, svoltosi in sede referente presso la XII Commissione (Affari sociali), il provvedimento risulta invariato rispetto al testo approvato dal Senato.
Entrando nel merito del contenuto, rilevo che l'articolo 1 reca disposizioni per disciplinare il commissariamento dell'Agenas.
Al riguardo, il preambolo del decreto-legge in esame e la relazione illustrativa del disegno di legge di conversione indicano la presenza di criticità organizzative e gestionali dell'Agenzia in relazione alle dimissioni del direttore generale e alla scadenza del presidente e del consiglio d'amministrazione, nonché - e questo credo sia un dato particolarmente significativo - alla complessità della procedura prevista dalla legge per la ricostituzione degli organi, che prevede un accordo, un'intesa con la Conferenza Stato-regioni per la nomina di tutti gli organi di Agenas. E, nonostante il sollecito che il Ministero della Salute, il Ministro Schillaci in prima persona, ha fatto nei confronti della Conferenza, purtroppo non si è giunti alla designazione e all'intesa sulla nomina del consiglio d'amministrazione, del presidente e del direttore generale.
In base al comma 1 dell'articolo 1, il commissario straordinario è nominato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro della Salute, sentita la Conferenza Stato-regioni. Si prevede che, fino al 31 dicembre 2025, il commissario eserciti tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione spettanti al presidente, al direttore generale e al consiglio di amministrazione dell'Agenas (comma 2).
Il commissario è nominato tra esperti, anche non appartenenti alla pubblica amministrazione, di riconosciuta competenza in diritto sanitario e in organizzazione, programmazione, gestione e finanziamento del Servizio sanitario.
Si prevede che gli eventuali incarichi che il commissario abbia in corso al momento della nomina siano cumulabili con la stessa, sempre che non si rientri nella fattispecie delle incompatibilità previste per determinati incarichi presso pubbliche amministrazioni dal decreto legislativo n. 39 del 2013 (comma 3). Il comma 4 demanda a un decreto ministeriale la fissazione del compenso del commissario, stabilito nella misura pari a quello spettante al direttore generale dell'Agenas, mentre il comma 5 reca la clausola di invarianza finanziaria.
L'articolo 2, come già accennato, reca misure per il finanziamento dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù, organizzazione della Santa Sede riconosciuta nell'ordinamento italiano come Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico di diritto privato (IRCCS), titolare di accordi contrattuali, secondo le norme generali relative alla remunerazione delle strutture sanitarie.
L'articolo 2 specifica che tali accordi restano fermi e non sono oggetto di revisione in relazione al finanziamento previsto dal medesimo articolo.
Il Senato, in prima lettura, ha soppresso il riferimento alla natura extraterritoriale dell'Ospedale in oggetto, sulla base della considerazione che le sedi di quest'ultimo rientrano nel territorio dello Stato italiano.
Il predetto finanziamento è previsto dal comma 1 in misura non superiore a 20 milioni di euro annui, nell'ambito delle risorse finanziarie vincolate alla realizzazione degli obiettivi di carattere prioritario e di rilievo nazionale.
Il comma 2 demanda a un decreto del Ministro della Salute, da emanarsi di concerto con il Ministro dell'Economia e delle finanze, previa intesa da sancire in sede di Conferenza Stato-regioni, la definizione delle funzioni a cui è connesso il finanziamento e conseguentemente del relativo importo annuale, nel rispetto del suddetto limite massimo, nonché le modalità di rendicontazione delle attività assistenziali svolte dall'Ospedale in relazione alle funzioni assegnategli.
L'articolo 3, infine, reca la norma relativa all'entrata in vigore del decreto-legge.
In conclusione, si tratta di un decreto adottato per due finalità specifiche e, a mio avviso, certamente condivisibili. La prima è quella di prevedere un breve commissariamento per consentire al Governo di attivare una procedura complessa, che prevede tra l'altro l'intesa - come detto precedentemente - con la Conferenza Stato-regioni, volta a ricostituire tempestivamente gli organi dell'Agenas.
Ricordo a tutti che l'Agenas è un ente di rilevanza strategica nell'ambito del Servizio sanitario nazionale, che svolge un ruolo chiave nel coordinamento tra Stato e regioni e nel fornire assistenza tecnico-operativa alle regioni e alle singole aziende sanitarie. Appare pertanto evidente l'urgenza e la necessità - nelle more dell'individuazione, da condividere con le regioni, dei titolari degli incarichi apicali - di procedere con la nomina di un commissario straordinario al quale attribuire le relative funzioni, al fine di assicurare la piena operatività e continuità dell'attività svolta dall'Agenzia.
Faccio presente che, in base alla procedura di cui all'articolo 1, poc'anzi richiamata, è stato adottato il decreto di nomina del professor Americo Cicchetti, già direttore generale della programmazione del Ministero della Salute, il cui profilo professionale corrisponde sicuramente ai requisiti stabiliti dal medesimo articolo 1.
Con riguardo all'altra finalità di destinare risorse finanziarie all'Ospedale pediatrico Bambino Gesù per lo svolgimento delle funzioni e delle attività assistenziali proprie, non vi è dubbio sul fatto che si tratti di una struttura di eccellenza, che assicura elevati standard di qualità e appropriatezza assistenziale e prestazionale per pazienti pediatrici provenienti da tutto il territorio nazionale e dall'estero.
Per le ragioni illustrate auspico che si possa procedere celermente alla conversione del decreto-legge in discussione.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il Sottosegretario Gemmato, se lo ritiene. A lei la parola, Sottosegretario.
MARCELLO GEMMATO,. Grazie, Presidente. Nulla da aggiungere a quanto già espresso dal relatore, onorevole Ciocchetti. Non lo vorrei confondere con Cicchetti, che invece è il commissario di Agenas. Parliamo di Agenas, e quindi sovrappongono il nome del commissario con quello del relatore di maggioranza. Intervengo semplicemente per andare a supporto di quanto affermato poc'anzi, cioè l'importanza e l'urgenza di avere l'Agenas performante in questo momento, dopo mesi in cui, purtroppo, la mancata intesa con le regioni ha determinato una situazione di stallo.
La legge prevede proprio questo, un'intesa fra il Ministero della Salute e la Conferenza delle regioni, che non si è verificata, non si è validata. Oggi stiamo ponendo termine a questa che si è creata, ovviamente per la mancata intesa, e quindi ci si augura un tempo breve - all'interno del decreto si dà come orizzonte quello di dicembre, quindi il commissariamento fino a dicembre - proprio per far rientrare nelle funzionalità l'Agenas, e poi, evidentemente, procedere, così come la legge assicura, alla nomina del nuovo presidente e della nuova della stessa.
Mi piace ricordarlo perché in Agenas, fra le mille e tante funzioni che sono incardinate, ce n'è una particolarmente importante, che è quella del monitoraggio delle liste d'attesa, che è fondamentale in questo momento nella misura in cui si intende attenzionare un problema e puntare a risolverlo. L'Agenas è l'ente strumentale che serve a fare proprio questo, d'accordo e di raccordo con le regioni. Immagino e riporto il sentimento espresso già al Senato - il provvedimento viene in prima lettura dal Senato -, un sentimento che va in questa direzione, ovvero quella di licenziare nel più breve tempo possibile e dare una all'Agenas.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Paolo Ciani. Ne ha facoltà.
PAOLO CIANI(PD-IDP). Presidente, colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, ancora una volta ci troviamo di fronte a un decreto-legge in materia di sanità e ancora una volta il Governo sceglie questa scorciatoia della decretazione d'urgenza, rinunciando a un confronto approfondito su temi che riguardano un diritto fondamentale, come quello della salute. È una prassi, purtroppo, che sta diventando ordinaria, ma che ordinaria non dovrebbe essere, perché, se tutto diventa emergenza, si smarrisce la capacità di programmare e di governare con lungimiranza e serietà.
L'articolo 1 del decreto si apre con una scelta che non condividiamo e consideriamo sbagliata: il commissariamento dell'Agenas, l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Dopo le dimissioni del presidente Mantoan, avvenute a dicembre del 2024, sono passati mesi senza che il Governo fosse in grado di proporre una soluzione ordinaria, trasparente e condivisa con le regioni, come la legge avrebbe richiesto. E così, dopo quasi un anno, si è preferita la scorciatoia del commissariamento. Ma commissariare non significa rendere più efficiente, significa ammettere una resa: è la certificazione dell'incapacità di governare la sanità pubblica con strumenti ordinari.
Agenas non è un ente marginale: è il fulcro che valuta l'efficienza dei sistemi sanitari regionali, certifica i del PNRR Salute, accompagna la riforma territoriale prevista dal DM 77, monitora le liste di attesa e garantisce la tenuta dei livelli essenziali di assistenza. È, per sua natura, un luogo di cooperazione tra Stato e regioni. Commissariarlo, escludendo ogni confronto, significa accentrare potere e indebolire quel rapporto di leale collaborazione che la Costituzione impone.
In Senato erano stati presentati emendamenti per tentare di rafforzare il ruolo delle regioni, per introdurre criteri trasparenti nella nomina del commissario, per prevenire conflitti di interessi e incompatibilità. Ecco, nessuna di queste proposte è stata accolta. Ancora una volta si è scelta la via dell'accentramento, del “decidiamo noi da soli”, ignorando le richieste di apertura e confronto. È un metodo che preoccupa e che rischia di produrre conseguenze gravi sulla tenuta del nostro sistema sanitario. Intanto i problemi reali della sanità rimangono tutti sul piatto e tanti irrisolti.
I dati del PNRR parlano da soli: a dicembre 2024, delle 1.717 case della comunità previste solo il 2,7 per cento era pienamente operativa; degli ospedali di comunità, su 568 programmati, appena il 21,8 per cento era attivo; le liste d'attesa si allungano; i pronto soccorso sono al collasso; i concorsi vanno deserti; medici e infermieri lasciano il servizio pubblico e, sempre più spesso, lasciano anche il nostro Paese, l'Italia, per andare altrove. Non è retorica, purtroppo, sono fatti, e dietro quei numeri ci sono cittadini che aspettano mesi per una visita, famiglie che rinunciano alle cure, territori che non vedono riconosciuto il diritto all'assistenza.
La questione delle risorse è centrale. La spesa sanitaria in rapporto al PIL è in calo: dal 6,6 del 2022 scenderà al 6,2 entro il 2026, secondo la Ragioneria generale dello Stato. Questo significa che, mentre cresce la domanda di cure, diminuiscono i fondi per garantirle. Nel 2023 oltre 800.000 famiglie hanno rinunciato a curarsi per motivi economici; non avevano i soldi per una visita, per un esame, per un intervento, e chi non riesce neppure a indebitarsi semplicemente rinuncia alle cure.
È una fotografia drammatica in un Paese che si vanta - e ce ne dovremmo vantare tutti, perché è quello che è previsto dalla Costituzione - di avere un servizio sanitario universale, che vede, però, oggi la condizione economica che torna a determinare chi si cura e chi no. E mentre la sanità si piega, le famiglie si indebitano e i cittadini si spostano dal Sud al Nord per cercare cure adeguate. Le scelte di bilancio purtroppo guardano altrove.
Il Ministro dell'Economia ha ammesso che con l'aumento delle spese militari fino al 5 per cento del PIL sarà difficile trovare risorse aggiuntive per e salute. Allora la domanda è inevitabile: quali priorità si danno come Paese? Se destiniamo miliardi a nuovi armamenti, dove troveremo i fondi per garantire i livelli essenziali di assistenza, per assumere personale, per ridurre le liste d'attesa?
Dentro questo scenario si inserisce un secondo articolo del decreto. Tutt'altro argomento, quello che riguarda il Bambino Gesù. Parliamo del più grande ospedale pediatrico d'Europa, una struttura che cura bambini da tutta Italia e da tutto il mondo, senza reparti solventi, senza differenze, con la sola logica del bisogno di cura. Un'eccellenza che incarna i valori più profondi del nostro Servizio sanitario nazionale. Sostenere il Bambino Gesù è giusto e doveroso perché, non essendo legato a una regione, non può contare sui canali ordinari di finanziamento, ma anche qui non mancano le criticità.
Si parla di un fondo fino a 20 milioni di euro, cioè una cifra non certa, ma solo potenziale. È un segnale evidente della scarsità di risorse disponibili per il Fondo sanitario nazionale. Se le cifre non vengono definite e allocate con chiarezza, il rischio che quelle risorse vengano assorbite da altre voci di spesa è concreto. E intanto, dentro l'ospedale, il contratto del personale è scaduto da quasi 8 anni: due tornate contrattuali perdute, centinaia di professionisti che ogni giorno lavorano in condizioni di grande impegno senza un adeguato riconoscimento. E quanti giovani, formati in Italia, con competenze straordinarie, scelgono poi di andare all'estero proprio perché qui non vedono garantito il loro futuro?
Il nodo non è solo quello di sostenere un singolo ospedale, per quanto fondamentale, ma di chiedere più risorse e più visione per l'intero sistema sanitario nazionale. Non possiamo permettere che il Bambino Gesù diventi un'unica isola felice in un mare di difficoltà, mentre attorno famiglie intere rinunciano a curarsi e territori rimangono scoperti.
Difendere la sanità pubblica significa garantire risorse certe, investire sul personale, ridurre le disuguaglianze territoriali e tutelare ogni cittadino senza che il codice postale o la condizione economica decidano chi riceve cure e chi no, chi le riceve migliori e chi no, perché la salute non è un favore che il Governo di turno concede ai cittadini, non è un lusso per chi se lo può permettere: la salute è un diritto costituzionale, un diritto che oggi rischia, purtroppo, di essere tradito ed è questo il punto politico che non possiamo ignorare. Senza una svolta vera, senza la capacità di affrontare i nodi strutturali della sanità continueremo ad assistere a rinunce alle cure, a viaggi della speranza, a un sistema che si piega sotto il peso delle disuguaglianze.
Noi non ci rassegniamo a questa deriva. Continueremo a chiedere più risorse, più coraggio e più visione, perché il Servizio sanitario nazionale non è un capitolo di spesa tra gli altri o come gli altri, ma la condizione per rendere reale l'uguaglianza tra tutti i cittadini.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Carmen Di Lauro. Ne ha facoltà.
CARMEN DI LAURO(M5S). Il decreto-legge che oggi discutiamo si colloca in una dinamica che conosciamo bene, quella di un Governo che non riesce ad affrontare i nodi strutturali del nostro Servizio sanitario nazionale e scarica su un commissariamento ciò che si sarebbe dovuto risolvere con una normale capacità di dialogo e concertazione.
Questo decreto riguarda l'Agenas, ossia l'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che non è un ente qualunque. L'Agenas è il perno tecnico-scientifico che accompagna le regioni e il Ministero della Salute nelle politiche sanitarie e detiene numerose e cruciali competenze: supporto a Stato e regioni nella programmazione sanitaria e nel coordinamento del Servizio sanitario nazionale; fornisce strumenti e analisi per l'attuazione dei LEA; contribuisce al monitoraggio della spesa sanitaria; svolge attività di ricerca sui modelli sanitari organizzativi; coordina e promuove processi di valutazione delle tecnologie sanitarie; promuove programmi di formazione e aggiornamento per professionisti sanitari e dirigenti; sviluppa metodologie e strumenti per la sanitaria; ha competenze in materia di accreditamento delle strutture sanitarie; supporta il Ministero nei piani di rientro rispetto alle regioni in disavanzo e, dal 2021, è stata anche rafforzata nel monitoraggio dei fondi PNRR in ambito sanitario.
Eppure, arriviamo oggi con organi decaduti o dimessi, senza un presidente, senza un consiglio di amministrazione e senza un direttore generale, non perché sia mancata la cornice normativa, ma perché non si è stati capaci di trovare un accordo, di esercitare quella concertazione con le regioni che la legge prevede come condizione essenziale di legittimità.
Il Governo sceglie la scorciatoia: commissariare, ma commissariare significa accentrare i poteri, cancellare la collegialità e la trasparenza. Non è un segnale di forza, è la certificazione di una debolezza politica. Il decreto affida al commissario straordinario i poteri del presidente, del direttore generale e del consiglio di amministrazione: tutto concentrato in una sola figura fino a dicembre del 2025. Ma cosa accadrà dopo quella data? Assisteremo ad infinite proroghe? È davvero questo il modello di che vogliamo per un'agenzia cruciale del nostro Servizio sanitario nazionale?
Infine un dettaglio, un dettaglio non così dettaglio. Il decreto prevede la possibilità di cumulare incarichi già in corso. In pratica, il conflitto di interessi è dietro l'angolo, visto che si tratta di un ruolo che dovrebbe esigere, invece, una dedizione esclusiva.
Ora passiamo a un altro punto molto importante di questo decreto, che è quello che stanzia fino a 20 milioni di euro per l'Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il Bambino Gesù di Roma è un polo d'eccellenza ed è classificato anche come IRCCS, quindi è un luogo in cui si fanno anche cura e ricerca. Quindi, sicuramente è un presidio fondamentale del nostro Paese. Però, se trovo sicuramente giusto che vi sia stato questo stanziamento per il Bambino Gesù, mi si deve spiegare perché invece al Senato è stato bocciato un emendamento del MoVimento 5 Stelle che chiedeva 5 milioni di euro per il Santobono di Napoli, che è un'altra eccellenza del nostro Paese (parliamo sempre di un ospedale pediatrico).
Questo emendamento l'ho ripresentato alla Camera e nei prossimi giorni verrà discusso e votato e quasi sicuramente - ne sono sicura - verrà nuovamente bocciato. Però, chi boccerà questo emendamento? Lo bocceranno i colleghi di maggioranza meridionali, quegli stessi colleghi che, in campagna elettorale, dicono di amare la propria terra, di difendere il Sud e che però, poi, vengono meno, evidentemente, alla prova dei voti.
La verità, in realtà, a mio avviso, è un'altra. La verità è da ricercare nella storica discriminazione politico- istituzionale nei confronti del Sud. Perché dico questo? Perché è emerso anche questa volta, perché mentre al Senato si bocciava questo emendamento, in Conferenza Stato-regioni venivano stanziati 673 milioni di euro per ospedali del Nord. Parliamo di Milano, Brescia e Gallarate. Parliamo di nuovi posti letto, parliamo di nuovi apparecchi con nuove tecnologie e parliamo del potenziamento del pronto soccorso. Tutto questo mentre al Sud assistiamo a delle carenze strutturali, assistiamo a carenze delle strutture - molti ospedali cadono a pezzi -, assistiamo a carenze dell'organico, con medici e infermieri che non si trovano, liste d'attesa infinite, e i pronto soccorso che sono delle vere e proprie trincee. Poi assistiamo a quel dramma che vivono centinaia, migliaia di famiglie meridionali, che è quello della mobilità sanitaria, ossia quando ci si trova in una condizione di fragilità e vulnerabilità e si è costretti anche ad andare fuori regione, perché nella propria regione non si riescono a trovare delle cure adeguate.
Io qualche mese fa ho partecipato ad una serata di beneficenza proprio in favore del Santobono di Napoli e io oggi mi chiedo perché una struttura del genere, così importante per il territorio, debba fare affidamento, magari, sulla generosità del popolo napoletano e non su quei 5 milioni di euro che potevano arrivare dallo Stato grazie a questo emendamento.
Ancora io mi chiedo, allora, cosa ne pensano i colleghi meridionali di maggioranza: cosa ne pensano? Dove sono? Forse erano ieri a Pontida a saltellare con i leghisti del Nord mentre, ancora una volta, inneggiavano al Vesuvio, inneggiavano alla distruzione di Napoli. Ho letto qualche giustificazione secondo cui, in realtà, si trattava di cori da stadio, di tifosi del Napoli: un'emerita stupidaggine; non venite a prenderci in giro e abbiate almeno la decenza di tacere. Proprio a proposito di odio, di cui anche ieri la Presidente del Consiglio ha straparlato, l'odio, in realtà, è questo e noi meridionali lo conosciamo bene, perché lo subiamo sulla nostra pelle da centinaia di anni. Questo è l'odio !
In conclusione, queste discriminazioni istituzionali non sono solo ingiuste, ma sono anche disumane e sono incostituzionali, perché la Costituzione, in realtà, all'articolo 32 sancisce che il diritto alla salute è uguale per tutti ovunque, cosa che così non è. Non si può celebrare l'unità nazionale se poi nei bilanci e nei decreti ci si dimentica sistematicamente del Sud. Questo decreto non è una misura di urgenza per la sanità, è una misura di convenienza per la maggioranza e, ancora una volta, si ribadisce il concetto che se nasci al Sud il tuo diritto alla salute vale meno .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Devis Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Questo decreto-legge, ancora una volta, propone un percorso di urgenza laddove non sussiste l'urgenza. Siamo di fronte a una plateale operazione politica di asservimento dell'Agenas al potere esecutivo. Siamo già a oltre 100 decreti-legge, in questa legislatura, emanati da questo Governo, e una quarantina hanno introdotto un commissariamento.
Il Governo in questo modo continua, con interventi diluiti in tempi diversi, ad operare scelte sulla sanità che portano dritti verso la sua completa privatizzazione. Lo fa con interventi che apparentemente sembrano slegati tra loro ma che hanno, come filo conduttore, la fine dell'universalismo del diritto alla salute sancito dalla nostra Costituzione.
Con questo decreto-legge, in particolare con l'articolo 1 sul commissariamento dell'Agenas, si manifesta l'incapacità del Governo a dare ruolo, autonomia e prospettiva ad Agenas in via ordinaria, garantendole una autorevole e strategica, per affrontare le sfide che il Servizio sanitario pubblico si trova ovviamente ad affrontare quotidianamente. Siamo quindi di fronte a un Governo che si assume la responsabilità di prendere una scorciatoia con la nomina di un commissario che, azzerando i vertici dell'azienda, dal presidente al direttore generale, e sciogliendo il consiglio di amministrazione, pone le sue mani su Agenas per esercitare un controllo diretto.
Un commissario nominato subito dopo l'emanazione del decreto-legge, senza nemmeno attendere il Parlamento, che il Parlamento approvasse, almeno in un ramo, il decreto-legge in esame. Un decreto che, si badi bene, dota il commissario di poteri ordinari e straordinari; un decreto che consente al commissario di continuare a svolgere altri incarichi in corso, come se Agenas fosse un incarico qualunque, mentre è rilevante, con un impegno quotidiano e pieno. Una funzione che non può essere svolta mentre se ne sta svolgendo un'altra.
Un decreto-legge che non segnala e non prevede, tra i requisiti, l'assenza di conflitti di interessi diretti o indiretti, o che questi non abbia avuto rapporti diretti o indiretti con aziende operanti nel settore sanitario o farmaceutico, almeno negli anni precedenti. Come non segnalare che la nomina del commissario Agenas non vede alcun coinvolgimento serio e concreto delle regioni, lasciando loro solo il “sentire” la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano. Regioni, quindi, completamente escluse dalla nomina di un'Agenzia che per ha e deve avere un rapporto diretto con le regioni.
Si comprende che le regioni siano state solo sentite, perché, se il decreto-legge avesse previsto l'intesa, probabilmente questa non ci sarebbe stata in quanto è evidente il contrasto in corso con le regioni sul punto. Non solo, non è stato previsto alcun coinvolgimento delle Commissioni parlamentari competenti, neanche per un semplice parere. Abbiamo presentato a tal fine, come Alleanza Verdi e Sinistra, assieme a tutte le opposizioni, emendamenti di merito, che sono stati tutti respinti con motivazioni risibili, si può affermare anche senza nessuna motivazione.
Va segnalato anche che Agenas ha, tra i suoi compiti, il monitoraggio sull'attuazione del PNRR, che sarebbe potuto e dovuto essere lo strumento per far avere al Servizio sanitario nazionale pubblico quel ruolo che è strategico, strutturale e necessario. Ebbene, se andiamo a vedere lo stato di attuazione della Missione 6 del PNRR, a che punto siamo? A pochi mesi dalla scadenza del PNRR, circa due terzi dei fondi stanziati per la sanità pubblica non sono stati spesi: dei 15,6 miliardi di euro destinati alla Missione Salute, il sesto capitolo del Piano nazionale di ripresa e resilienza, al 30 giugno 2025, ne sono stati utilizzati solo il 34 per cento, quindi circa 6,5 miliardi. Sulla base di questa tempistica, serviranno almeno altri 5 anni per completare tutti i progetti. I ritardi, in particolare, si registrano alle voci del PNRR che hanno a che fare con l'implementazione della medicina territoriale, un ambito centrale per riuscire a ridurre la pressione sul pronto soccorso, ormai allo stremo, individuata da tempo come elemento chiave per garantire il diritto alla salute a una popolazione anziana e affetta da cronicità.
Questa è l'ennesima denuncia dei ritardi, dopo quella derivante da una elaborazione di IFEL-ANCI su dati diffusi da Italia Domani, che è stata resa pubblica dalla CGIL, con il suo monitoraggio indipendente effettuato elaborando i dati del sistema ReGiS del MEF, aggiornati al 30 giugno 2025. Ebbene, il si concentra sull'attuazione degli investimenti della Missione 6 del Piano ed emerge che solo un terzo dei progetti è stato completato: una situazione gravissima. La lentezza nell'attuare i progetti ha un chiaro obiettivo, favorire la sanità privata; un interesse, da parte del Governo, che appare chiarissimo dalla volontà reale di incentivare il mercato privato della salute.
Continua ad essere preoccupante, incerta, la situazione della realizzazione delle case di comunità e degli ospedali di comunità, strutture strategiche per l'attuazione della riforma dell'assistenza territoriale. Per le case di comunità è stato speso il 17 per cento dei 2,3 miliardi di euro di finanziamenti previsti. A marzo la percentuale era del 12,4 per cento, solo il 3,5 per cento dei progetti finanziati è stato completato. Quanto agli ospedali di comunità, a giugno 2025 solo il 3,3 per cento dei progetti finanziati era stato completato: 14 strutture su 428. Ribadisco, 14 strutture su 428 previste, con la spesa di appena il 15,1 per cento dei fondi disponibili. In questo caso, sarebbero necessari ben 6 anni per completare i programmi.
Anche qualora si assistesse a un'accelerazione e si riuscissero a completare per tempo i progetti di edilizia sanitaria, resterebbe poi da risolvere la questione della mancanza di personale, e, con la carenza attuale, il rischio concreto è che le nuove strutture comunque restino vuote e inutilizzabili. Giova ricordare che per il corretto funzionamento occorrerebbe assumere a oggi almeno 35.000 unità tra infermieri, operatori sociosanitari, assistenti sociali e altre figure professionali, medici esclusi. Questo avviene mentre la propaganda del Governo, di alcune regioni, afferma che l'attuazione del PNRR andrebbe a gonfie vele, ma i numeri lo smentiscono clamorosamente.
È quindi forte il rischio che gli investimenti previsti nella Missione 6 vengano restituiti al mittente o riorientati verso altri obiettivi, chissà, magari, nell'intendimento del Governo, verso l'industria bellica. Il risultato di questo è che i cittadini chiaramente non possono curarsi proprio per l'insostenibilità economica. Avete anche inserito, impropriamente, il finanziamento all'Ospedale pediatrico Bambino Gesù, che, ovviamente, necessita di queste risorse per la sua capacità, per l'impegno che svolge, per tutto quello che conosciamo di questa struttura, anche se ciò certamente non risolve il problema della pediatria in generale.
Se fate questo, chiaramente è semplicemente un'operazione di finzione politica. Andando avanti così state minando davvero il sistema dell'assistenza sanitaria universale. Sottolineo l'aggettivo “universale”, perché serve soprattutto a quelli che hanno meno possibilità, a beneficio invece - purtroppo questo è il continuo intendimento del Governo, ma lo vediamo già da tanto tempo, penso alla mia regione, la regione Lombardia - della sanità privata, dove, chiaramente, vedete il . Queste sono impostazioni ovviamente, Presidente, che noi non accettiamo, perché sul punto abbiamo un'idea esattamente alternativa e opposta alla vostra.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, deputato Luciano Ciocchetti: rinuncia. Ha facoltà di replicare il Sottosegretario Gemmato: rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per un richiamo al Regolamento, il deputato Andrea Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. È un intervento per richiamo al Regolamento, articolo 8 e seguenti, per richiamarla al suo ruolo di Presidente, chiamato a rappresentare la Camera e assicurare il buon andamento dei nostri lavori. Purtroppo, dobbiamo registrare con preoccupazione il fatto che, dopo l'intervento del collega Ciani e della collega Di Lauro, non abbia fornito alcuna risposta, neppure di forma, alla richiesta unitaria di tutte le opposizioni sulle comunicazioni del Governo. Riteniamo imprescindibile che l'Esecutivo comunichi con chiarezza la posizione dell'Italia su quello che sta avvenendo a Gaza.
Questa Camera deve essere pienamente, non solo informata con delle informative, ma chiamata a votare su delle comunicazioni in modo consapevole. Lo stesso Presidente Fontana si era impegnato in tal senso, quando, la scorsa settimana, aveva convocato le opposizioni prima di sconvocare i lavori. È fondamentale che il Parlamento eserciti il proprio ruolo di controllo, che gli italiani sappiano da che parte della storia si collocano i loro rappresentanti democratici.
Ribadiamo, quindi, che utilizzeremo tutti gli strumenti previsti dal Regolamento; non siamo disponibili a riprendere le votazioni finché il Governo non assumerà un chiaro impegno a venire in Aula per fornire le proprie comunicazioni. Solo oggi milioni di lavoratori stanno scioperando, italiani stanno manifestando, per chiedere al Governo azioni concrete per fermare il massacro di Gaza. La Presidente Meloni non può continuare a fare finta di non vedere .
PRESIDENTE. Collega Casu, tanto ormai lei è comunque diventato persona esperta e naturalmente sa che, di ogni intervento sull'ordine dei lavori concernente richieste di informative urgenti e comunicazioni da parte del Governo, vengono prontamente informati sia il Presidente della Camera sia il Ministro per i Rapporti con il Parlamento. Sono quindi richieste che, automaticamente, quando vengono fatte, finiscono sul tavolo del Presidente della Camera e su quello del Ministro per i Rapporti con il Parlamento.
Vedono, quindi, investite le più alte cariche del Parlamento italiano, ma anche automaticamente informato il Governo attraverso questa procedura. È quello che è accaduto anche nel caso di specie.
La rassicuro, quindi, che, anche relativamente alla richiesta dei deputati Ciani e Di Lauro, è stata eseguita la procedura abituale. Se non ho risposto immediatamente, era semplicemente perché aspettavo che finissero gli interventi di merito sul provvedimento richiamato.
Comunque, spero che lei sia soddisfatto da questa risposta. Va da sé che noi non siamo nelle condizioni di obbligare il Governo a venire in Aula. Quindi, il Governo ha i suoi tempi e le sue decisioni: ovviamente, le argomenterà in caso positivo e in caso negativo, e affronterà gli eventuali richiami dei parlamentari e dei gruppi.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2570-A: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 agosto 2025, n. 117, recante misure urgenti in materia di giustizia.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La II Commissione (Giustizia) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Ingrid Bisa.
INGRID BISA, Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge 8 agosto 2025, n. 117, recante misure urgenti in materia di giustizia (A.C. 2570-A). Io chiedo l'autorizzazione a depositare la relazione integrale. Farò quindi un sunto, in maniera appunto sintetica, il più possibile, del contenuto.
Il decreto-legge, inizialmente composto da 10 articoli, oltre a quello relativo all'entrata in vigore, nel corso dell'esame in sede referente da parte della Commissione giustizia è stato integrato con due ulteriori articoli e modificato in diversi punti, dopo l'istruttoria fatta. Sono pervenuti tutti i pareri delle Commissioni competenti e, in sede di esame in Commissione, la Commissione ha approvato due emendamenti delle relatrici, che accoglievano altrettante condizioni formulate dalla Commissione bilancio.
La prima finalità di questo intervento nel decreto è quella di agevolare il raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza entro il termine del 30 giugno 2026.
La seconda finalità, esplicitata anche nella relazione introduttiva, è quella di adeguare l'organico della magistratura ordinaria alle più gravose attività connesse al controllo dell'esecuzione delle pene e alla tutela dei diritti delle persone detenute o soggette a misure restrittive della libertà personale, in connessione con l'emergenza carceraria e con la necessità di rafforzare il numero dei magistrati di sorveglianza nel più breve tempo possibile.
L'articolo 1 reca disposizioni in materia di applicazione dei magistrati e dei giudici onorari di pace, volte sempre a consentire deroghe a carattere temporaneo in funzione del raggiungimento dei citati obiettivi del PNRR e, quindi, non oltre il 30 giugno 2026.
Il comma 1 interviene e consente al primo presidente della Corte di cassazione di applicare i magistrati addetti all'ufficio del massimario e del ruolo per lo svolgimento delle funzioni giurisdizionali di legittimità in materia civile, con alcune estensioni.
Il comma 2 interviene sulla disciplina che consente di effettuare applicazioni da un ufficio ad un altro indipendentemente dall'integrale copertura del relativo organico, e il CSM può disporre le applicazioni nei termini previsti dal comma 3- del medesimo articolo 110. A seguito di una modifica apportata in sede referente in Commissione, si è chiarito che tale rinvio fa riferimento al termine breve di 15 giorni dalla richiesta. È stato precisato che non può far parte di un collegio giudicante più di un magistrato applicato.
Il comma 3 deroga al divieto di destinare in supplenza i giudici onorari di pace per ragioni relative alla vacanza dell'organico dei giudici professionali, oggi previsto dall'articolo 13 del decreto-legge n. 116 del 2017.
Nel corso dell'esame in sede referente è stato inserito il comma 3- al fine di chiarire che i magistrati onorari confermati, che non hanno optato per il regime di esclusività delle funzioni, possono esercitare tale opzione entro il 31 luglio di ogni anno, compreso quello dell'anno in cui sono stati immessi in ruolo.
L'articolo 2 introduce degli incentivi per il trasferimento presso le corti d'appello che non hanno ancora raggiunto gli obiettivi del PNRR, e qui rimando sostanzialmente alla relazione per tutte le specifiche dell'articolo.
L'articolo 3 consente le applicazioni a distanza dei magistrati e, anche qui, nello specifico per tutti i commi rimando alla relazione illustrativa che deposito.
L'articolo 4, ai commi 1 e 2, prescrive ai capi degli uffici, che il CSM ha individuato tra quelli in ritardo nel conseguimento degli obiettivi del PNRR, di predisporre dei piani straordinari per superare i ritardi, anche derogando a quelli che sono i limiti attualmente previsti.
L'articolo 5 riguarda il tirocinio dei magistrati e detta una disciplina sempre derogatoria sia con riguardo alla durata, sia con riguardo alle modalità di svolgimento, al fine di prevedere anche un periodo di tirocinio presso le corti d'appello nella materia civile, allo scopo di supportare questi uffici giudiziari nei settori maggiormente in sofferenza nel raggiungimento degli obiettivi sempre del PNRR. Si prevede, dunque, che il tirocinio dei magistrati ordinari dichiarati idonei all'esito del concorso bandito con il decreto ministeriale 9 ottobre 2023 abbia la durata di 18 mesi, comprensiva di un periodo di quattro mesi, anche non consecutivi, presso la Scuola superiore della magistratura.
L'articolo 6, novellato in sede referente in Commissione, prevede il differimento di termini in materia di giustizia e di professioni pedagogiche e, quindi, anche qui rimando alla relazione, precisando solamente che è stato prorogato il termine per la costituzione del tribunale per le persone, per i minorenni e le famiglie.
I commi 5, 6, 7 e 8 del medesimo articolo differiscono per un ulteriore anno, fino al 2026, gli effetti della riforma delle circoscrizioni giudiziarie relativamente al funzionamento dei tribunali di Avezzano, Lanciano, Sulmona e Vasto, nonché delle sezioni distaccate insulari di Ischia, Portoferraio e Lipari, prevedendo anche le relative autorizzazioni di spesa.
Il comma 9 prevede il termine di presentazione delle domande di iscrizione al costituendo albo dei pedagogisti.
L'articolo 7 è relativo al procedimento di ATP (accertamento tecnico preventivo obbligatorio): la relazione illustrativa motiva tale intervento con l'esigenza di snellire le fasi procedimentali, anche nell'ottica di una riduzione del , e qui rimando alla relazione.
L'articolo 7-, concernente modifiche al codice del processo amministrativo, è stato introdotto nel corso dell'esame in Commissione e, al comma 1, devolve il contenzioso relativo alle controversie riguardanti i provvedimenti di competenza dell'Agenzia per la cybersicurezza nazionale alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo e prevede, in relazione alle suddette controversie, l'applicazione del rito abbreviato.
Al comma 2, inoltre, si prevede che l'Agenzia per la cybersicurezza, nell'esercizio delle proprie funzioni sanzionatorie, possa assegnare a un soggetto inadempiente, nei casi di motivata impossibilità, un congruo termine per la realizzazione degli adempimenti da essa prescritti.
L'articolo 8 incrementa la dotazione organica della magistratura ordinaria di 58 unità.
L'articolo 8-, introdotto nel corso dell'esame in sede referente, autorizza la spesa di 30 milioni di euro per l'anno 2025, al fine di agevolare il ricorso all'utilizzo dei braccialetti elettronici.
L'articolo 9 interviene sulla disciplina del pagamento degli indennizzi per la violazione del termine di ragionevole durata del processo (la cosiddetta legge Pinto), dove è possibile procedere con tale richiesta, adottando la procedura della cosiddetta legge Pinto, anche in pendenza del processo, quando è superato il termine ragionevole di durata dello stesso. L'intervento è stato dovuto alla necessità di adeguare la disposizione alla sentenza n. 88 del 2018 della Corte costituzionale. E, poi, rimando alla relazione: la relazione illustrativa, in riferimento all'estensione dell'applicazione della legge Pinto, esplicita come la finalità sia quella di evitare che la domanda non venga presentata al fine di far decorrere gli interessi sulle somme dovute.
L'articolo 10 contiene disposizioni finanziarie. L'articolo 11 reca la disciplina dell'entrata in vigore.
PRESIDENTE. È ovviamente autorizzata a consegnare la parte restante dell'intervento. Ha facoltà di intervenire il Sottosegretario Gemmato, se lo ritiene: rinuncia.
È iscritto a parlare il deputato Paolo Ciani. Ne ha facoltà.
PAOLO CIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, il provvedimento che oggi siamo chiamati a discutere nasce con l'intento dichiarato di accelerare il percorso del nostro Paese verso il raggiungimento degli obiettivi del PNRR in materia di giustizia. È un decreto, dunque, presentato come salva-obiettivi, che testimonia le mancanze e gli errori commessi fino ad ora in materia di giustizia e che dovrebbe rimettere in carreggiata il sistema per non perdere i fondi europei e la credibilità internazionale.
Ma, a ben vedere, i contenuti raccontano una storia diversa: più che di riforme strutturali, parliamo di soluzioni emergenziali, temporanee e prive di una visione complessiva.
Il decreto si compone di 11 articoli. Con gli articoli 1, 2 e 3 si ampliano gli strumenti di impiego straordinario dei magistrati, dai giudici onorari, chiamati a supplire al trasferimento incentivato di togati verso le corti in difficoltà, fino all'applicazione da remoto per lo smaltimento dei procedimenti civili.
Con l'articolo 4 si conferiscono ai capi degli uffici poteri straordinari di riorganizzazione interna, anche riassegnando fascicoli per compensare ritardi e squilibri.
Con l'articolo 5 si modifica il tirocinio dei magistrati neoassunti, facendoli entrare subito nelle corti d'appello per accelerare la loro operatività. L'articolo 6 è un contenitore di proroghe, dal tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie alle sezioni distaccate, ai giudici ausiliari fino agli albi professionali. Gli articoli successivi riguardano la consulenza tecnica d'ufficio (l'articolo 7), l'aumento dell'organico per gli uffici di sorveglianza (l'articolo 8), alcune modifiche della legge Pinto (l'articolo 9), la copertura finanziaria e l'entrata in vigore (gli articoli 10 e 11).
Una sequenza di interventi eterogenei, nati, quindi, più per tamponare falle che per risolvere nodi. Colleghi, non possiamo fare finta di nulla: i numeri che fotografano lo stato della giustizia italiana sono allarmanti. Mancano 1.800 magistrati togati, pari al 17 per cento della pianta organica, e, se aggiungiamo il personale amministrativo e tecnico, la carenza sfiora il 40 per cento. I processi civili durano in media 1.900 giorni, quasi cinque anni e un mese. L'obiettivo europeo è scendere a 1.500 giorni entro il 2026. La riduzione fin qui raggiunta, rispetto al 2019, è appena del 20 per cento, mentre il fissato è meno 40 per cento.
Le sopravvenienze crescono, i procedimenti civili iscritti sono aumentati del 12 per cento, in particolare, nelle materie più delicate, come cittadinanza e protezione internazionale.
Il Ministero stesso nei monitoraggi ufficiali ha certificato che, al ritmo attuale, non raggiungeremo gli obiettivi; per arrivarci, servirebbe un aumento delle definizioni annuali dell'8-11 per cento. Ma la realtà è che le definizioni calano, le sopravvenienze aumentano e la scadenza si avvicina. A settembre 2025, la montagna da scalare è ancora ripidissima.
In questo quadro, c'è un altro nodo irrisolto che non possiamo ignorare: i 12.000 lavoratori e lavoratrici precari assunti con fondi PNRR; addetti all'ufficio per il processo, e funzionari tecnici: sono stati loro a garantire, in questi mesi, lo smaltimento dell'arretrato e a portare avanti la digitalizzazione. Il loro contributo è stato definito fondamentale da tutti, magistratura inclusa. Eppure, il Governo non dà risposte. Solo 3.000 hanno una prospettiva di stabilizzazione, per gli altri la scadenza del 30 giugno 2026 significa disoccupazione e dispersione di competenze preziose. Lo scorso 16 settembre, questi lavoratori sono scesi in piazza per chiedere certezze. Il loro slogan era semplice ed eloquente: “Abbattiamo l'arretrato, come premio il precariato”.
Abbiamo portato in Commissione emendamenti per stabilizzarli. Abbiamo proposto meccanismi selettivi, basati sull'esperienza e sul merito per dare continuità a queste professionalità. Sono stati tutti respinti. Eppure, è chiaro che, senza stabilizzazione, il sistema collasserà. Non lo dice l'opposizione, lo dice l'ANM, che ha parlato di giustizia a rischio paralisi.
Nel corso dell'esame in Commissione giustizia abbiamo ribadito che questo decreto non prevede risorse aggiuntive, non garantisce assunzioni né stabilizzazioni e non affronta le vere criticità strutturali, limitandosi a deroghe e soluzioni temporanee. Abbiamo denunciato che il Governo si muove sempre con urgenza e proroghe, mai con una visione organica o con una proposta di legge di sistema.
Abbiamo evidenziato come la qualità della giurisdizione rischi di essere compromessa. Si punta a produrre numeri per Bruxelles, ma senza garantire il diritto dei cittadini a processi giusti e in tempi ragionevoli. Abbiamo sottolineato il paradosso: invece di bandire concorsi adeguati si spostano magistrati come pedine sulla scacchiera e invece di dare stabilità al personale si preferisce un precario e inefficiente.
Colleghe, colleghi, non possiamo nasconderci dietro l'alibi dell'urgenza. Gli obiettivi del PNRR erano noti da 4 anni. Se oggi siamo costretti a misure straordinarie, la responsabilità è di un Governo che ha scelto di non programmare, di non investire, di non ascoltare e di non collaborare. Questo decreto è la fotografia di un approccio sbagliato: ci si affida a deroghe e a proroghe, invece di pianificare; si scaricano sui magistrati onorari e sui giovani tirocinanti funzioni improprie, invece di rafforzare l'organico, si lasciano i lavoratori precari nel limbo, invece di valorizzare il contributo.
La giustizia non è una fabbrica di sentenze, non può ridursi a un esercizio statistico. È un diritto dei cittadini, è un pilastro della democrazia. Per tutte queste ragioni, il nostro giudizio su questo decreto è critico e negativo.
Chiediamo al Governo di cambiare passo, assumendo magistrati e personale amministrativo in numero adeguato, stabilizzando i 12.000 precari della giustizia, investendo davvero in digitalizzazione e formazione, costruendo una riforma organica che non rincorra i numeri, ma garantisca diritti e qualità. Senza questo cambio di rotta, non solo non raggiungeremo i del PNRR, ma continueremo a consegnare ai cittadini un sistema lento, fragile e iniquo. E noi non vogliamo accettarlo
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Paolo Pulciani. Ne ha facoltà.
PAOLO PULCIANI(FDI). Colleghi, inizia oggi, in Aula, la discussione generale sul decreto-legge n. 117 del 2025, il decreto-legge sulla giustizia. Questo decreto si inserisce nel più ampio processo di riforma e riorganizzazione del sistema giudiziario italiano, che è stato reso urgente dagli impegni assunti nell'ambito del PNRR e dalla necessità, non più rinviabile, di intervenire sulla riduzione dei tempi dei processi, sull'efficienza della macchina giudiziaria e sull'utilizzo razionale delle risorse umane e degli strumenti disponibili.
Con questo provvedimento il Governo Meloni evidenzia, ancora una volta, la volontà politica di affrontare, con strumenti concreti, coerenti e pragmatici, le criticità strutturali del comparto giustizia, trascurate a lungo dai precedenti esecutivi.
Il decreto, infatti, contiene misure puntuali, finalizzate a garantire l'effettivo raggiungimento degli obiettivi europei, senza, tuttavia, rinunciare alla sovranità organizzativa del nostro ordinamento e ai principi fondamentali della giustizia italiana.
Per il Governo Meloni la giustizia è - e, infatti, deve rimanere - un pilastro fondamentale dello Stato e un servizio funzionante e credibile per i cittadini, che ne sono i diretti destinatari.
In particolar modo, questo provvedimento è composto da una serie di articoli che sono stati elencati, seppur succintamente, dalla relatrice e che vorrei in qualche modo ricordare.
L'articolo 1 ha lo scopo di consentire l'utilizzo più ampio e celere possibile delle risorse disponibili, necessarie al perseguimento della riduzione della durata dei processi, così come ci viene imposto dal PNRR.
Da un lato, amplia temporaneamente la possibilità di impiego dei magistrati addetti all'ufficio del massimario e del ruolo presso la Corte di cassazione e, dall'altro, consente di destinare in supplenza i giudici onorari di pace per ragioni relative alle vacanze nell'organico dei magistrati togati. In questo modo consente una più ampia e flessibile utilizzazione del personale togato onorario per coprire carenze d'organico e accelerare la definizione dei procedimenti. D'altronde, la riforma dei magistrati onorari, con la stabilizzazione e la regolarizzazione che sono state fatte dal precedente provvedimento che abbiamo licenziato in quest'Aula, ci consente anche l'ottimizzazione dell'utilizzazione di tali fondamentali figure. Quindi, questo può essere un elemento aggiuntivo.
L'articolo 2 mira, invece, ad incrementare la dotazione organica delle corti d'appello che entro il 30 giugno 2025 non abbiano raggiunto i PNRR, favorendo il trasferimento dei magistrati onorari. Il CSM deve individuare gli uffici giudiziari con un'apposita delibera, avviando procedure di trasferimento per i magistrati disponibili a spostarsi e prevedendo indennità economiche e deroghe ai tempi minimi di permanenza. Anche questo articolo fa fronte a un'esigenza, che è quella di rendere più facile la compensazione di corti lì dove il carico di lavoro è maggiormente presente rispetto, magari, a distretti di corte d'appello dove il carico di lavoro è inferiore o comunque differenziato non solo per quantità, ma anche per qualità. Quindi, questa possibilità e facilitazione di trasferimento, sulla base delle effettive esigenze d'organico, viene incontro alla stessa finalità che ci eravamo proposti.
L'articolo 3 prevede un piano straordinario di applicazione a distanza su base volontaria di magistrati ordinari per la definizione da remoto di procedimenti civili allo scopo di favorire il raggiungimento dell'obiettivo di riduzione dell'arretrato e della durata dei processi civili. Su questo articolo c'è stata ampia discussione, anche con le opposizioni, in Commissione, in quanto si riteneva particolarmente complesso o, comunque, inopportuno che un magistrato che non avesse seguito interamente l'istruttoria potesse poi invece assumere la decisione in una causa civile o penale che sia. Purtroppo, però, questo è quello che avviene già normalmente per chi frequenta le aule dei tribunali, sia civili sia penali, dove si trova spessissimo che, sia nel corso dell'istruttoria che al termine dell'istruttoria, i magistrati che decidono poi sostanzialmente vengono cambiati per esigenze d'ufficio, per trasferimenti personali o per cambi di ruoli all'interno dello stesso distretto di tribunale o di corte d'appello. Oggi questo può essere fatto - non è che debba essere fatto - lì dove c'è oggettivamente un ritardo, una difficoltà nel produrre una sentenza al termine di un'istruttoria che è conclusa e non si ha la capacità perché, appunto, il tribunale è sovraffollato e il giudice ha un carico di lavoro - di ruolo - eccessivo. Quindi, abbiamo la possibilità di fare quello che - ripeto - normalmente per altre mille altre esigenze di tribunale o personali dei giudici stessi viene comunque fatto. Sarebbe preferibile che magari questo non accadesse e che ci fosse l'unicità del giudice dall'inizio del processo fino alla decisione, ma - ahimè - non è assolutamente così oggi.
L'articolo 4 prevede in via straordinaria la facoltà dei capi degli uffici individuati dal CSM di realizzare interventi di riorganizzazione del lavoro all'interno dell'ufficio attraverso una revisione dei criteri di assegnazione e anche interventi di riassegnazione per i casi di ritardi dei singoli o di disequilibrio tra carichi di lavoro. Questo, sostanzialmente, in linea con quanto detto, facilita e dà poteri per quanto riguarda l'organizzazione dell'ufficio.
L'articolo 5 introduce una disciplina eccezionale con riguardo alla durata del tirocinio previsto per i magistrati ordinari dichiarati idonei all'esito del concorso, riducendola in via eccezionale e di conseguenza accelerando l'immissione in ruolo di nuova forza lavoro qualificata. Comunque, anche questo è in linea - cioè, si limita il tirocinio sostanzialmente per facilitare l'ingresso - e fa il paio anche con molte altre riduzioni di tirocinio: penso alla pratica legale - quando io ho iniziato erano più di 2 anni, poi è diventata di 18 mesi - e così anche in altre professioni come quella medica e quella ingegneristica. Quindi, alcuni tipi di tirocinio forse sono ultronei e non necessari rispetto all'effettivo accertamento della capacità, della qualità o della qualifica del ruolo e, quindi, si dà la possibilità di occuparli direttamente.
L'articolo 6 rinvia l'entrata in vigore di numerose disposizioni in materia di giustizia e di professioni pedagogiche, realizzando una proroga necessaria a garantire un'adeguata attuazione delle stesse. Anche su questo in Commissione si è voluto leggere in questa proroga, necessaria ai fini dell'organizzazione e per consentire la formazione dell'albo, così come è intenzione di questo Governo, una volontà, sostanzialmente, di seppellire e di non fare quello che ci eravamo ripromessi di fare. Semplicemente, si tratta di volerlo fare in modo completo e adeguato e, quindi, viene chiesto del tempo.
L'articolo 7 modifica, invece, la procedura relativa all'intervento del consulente tecnico d'ufficio nelle controversie in materia di invalidità e inabilità, prevedendo la sospensione del procedimento per l'espletamento della consulenza medesima. Questo articolo e il successivo articolo 7-, che è stato - diciamo così - sviscerato nel suo contenuto dalla relatrice e che riguarda la cybersicurezza, sono sostanzialmente interventi di carattere tecnico che servono in ogni caso a facilitare e a velocizzare il processo stesso.
L'articolo 8 incrementa la dotazione organica del personale della magistratura ordinaria, al fine di destinare l'organico in aumento agli uffici di sorveglianza e dunque rafforzare un settore spesso dimenticato, ma che è centrale nel sistema penitenziario. Non c'è molto da aggiungere su questo, così come non c'è da aggiungere sull'articolo 8, che incrementa le risorse per i braccialetti elettronici che, se funzionanti e se adoperati nel migliore dei modi, non solo magari hanno la loro efficacia, ma limitano il dover ricorrere a misure coercitive cautelari più onerose per lo Stato, oltre che spesso non necessarie.
L'articolo 9 reca modifiche alla legge n. 89 del 2001, la cosiddetta legge Pinto, consentendo, qualora sia stato superato il ragionevole termine della durata del processo, la proposizione della domanda di riparazione anche in pendenza del giudizio. Su questo non aggiungo molto altro. Anche qui si tratta sostanzialmente, avendo una volta acquisito il diritto, perché si è superato il limite previsto, di agire per il risarcimento del danno, per il suo ristoro, di poterlo fare, quindi, non alla fine del procedimento, con la maturazione enorme degli interessi su quegli anni - lo abbiamo visto spessissimo: azioni che diventano il doppio, il triplo, il quadruplo; ci sono “interessi 231” (quindi, interessi moratori su questo) - ma di poterlo fare da subito.
Ci sono, infine, gli articoli 10 e 11 dedicati alla copertura finanziaria e all'entrata in vigore del decreto stesso, che prevedono che gli oneri siano coperti senza impatti strutturali della finanza pubblica.
Vi è poi, ovviamente, una riflessione anche in ordine al personale e all'addetto del processo, lì dove si è chiesta la stabilizzazione per i circa 12.000 funzionari, e non solo, che lavorano per la giustizia italiana. Ne sono stati già stabilizzati 3.000. L'intenzione del Governo, manifestata anche in Commissione dal Sottosegretario Sisto, è chiara. La nostra intenzione è arrivare a una stabilizzazione totale degli attuali ausiliari del processo sempre per i medesimi motivi di cui già si è parlato: aumentare la velocità, aumentare l'efficienza e anche in qualche modo facilitare la digitalizzazione del processo, avendo la maggior parte di questi ausiliari un'età molto giovane e avendo delle capacità informatiche particolarmente spiccate. È un problema sostanzialmente di copertura finanziaria. Parliamo di migliaia di persone e parliamo, quindi, di una copertura finanziaria particolarmente importante e che quindi va individuata con certezza, perché poi diventa un impegno strutturale, perché, nel momento in cui verranno stabilizzati, questa somma, questa cifra, a disposizione del Ministero della Giustizia per queste persone, dovrà essere certamente presente e reperibile ogni anno.
Quindi, le molteplici misure contenute nel provvedimento - ne ho solo accennato alcune, non sono entrato sui singoli commi - rispondono a diverse finalità. Innanzitutto, fanno fronte alle esigenze dei cittadini che esigono giustizia in tempi certi, danno soluzioni concrete ai magistrati e agli operatori della giustizia, che troppo spesso si trovano a dover fronteggiare carichi eccessivi, bilanciano l'esigenza di un settore efficiente e ben funzionante con la necessità di avere un'elevata qualità delle funzioni giurisdizionali e garantiscono il rispetto dei europei. Ho concluso, Presidente.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Valentina D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. In tre anni di Governo si tratta del primo provvedimento che si occupa di giustizia civile. Siamo arrivati a questo disastro proprio perché il Governo, le forze di maggioranza hanno investito tempo ed energie a fare tutt'altro. A fare cosa? Smantellare i presidi di legalità, introdurre ostacoli su ostacoli procedurali per chi svolge le indagini, Vi siete dedicati anima e corpo a fare la crociata contro la magistratura invece di pensare alle vere priorità e necessità del comparto giustizia; invece di pensare ai cittadini, a tutti i cittadini che entrano in contatto con la giustizia civile, più che altro. Avete pensato, invece, solo ai vostri feticci e alla vostra propaganda, come la riforma sulla separazione delle carriere. E, vedete, questo è certificato anche dall'assenza di un rappresentante del Ministero della Giustizia qui in Aula.
L'altro giorno, durante l'esame della riforma sulla separazione delle carriere, avevamo tutti schierati: era presente il Ministro Nordio, era presente il Vice Ministro Sisto. Oggi ringrazio assolutamente per la presenza il Sottosegretario Gemmato, però mi consta che il Sottosegretario Gemmato si occupi di salute, di sanità; non si occupa di giustizia, ma magari avrà qualche risposta lui; confido, anzi, che ce l'abbia, perché sicuramente i colleghi del settore di competenza non hanno risposte o non hanno voglia neanche di metterci la testa per trovarle.
Dicevo, siamo arrivati a questo disastro esattamente per questo: per la disattenzione, per il disinteresse del Governo sulla giustizia civile. Ora quelli che vediamo sono i risultati di questa inerzia e anche di alcune scelte assurde - scelte legislative - su alcuni settori perché non vi sfuggirà che, per esempio, c'è un problema di sopravvenienze proprio nel settore dell'immigrazione e della protezione internazionale, ma tutte dovute a scelte legislative sbagliate su questa materia. E vi dico: è inutile che scarichiate, tra l'altro, sempre la responsabilità sui giudici perché io sono un'avvocata e ricordo sempre a me stessa, prima che agli altri, che, quando arriva un fascicolo sul tavolo di un giudice, è perché un avvocato, che difende i diritti di ogni persona, di tutte le persone, senza fare alcuna differenza, ha sottoposto quel problema al giudice; quindi, è pure inutile che facciate, diciamo, la crociata per scaricare queste responsabilità e quindi avete un problema pure con le sopravvenienze. E cosa succede? Succede che ci troviamo, a settembre del 2025, con 200.000 fascicoli da smaltire nei tribunali (fascicoli civili) e con 35.000 da smaltire nelle corti di appello per rispettare gli impegni presi con l'Unione europea e stare al passo con il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
È necessario, inoltre, un ulteriore abbattimento del nel processo civile di circa il 20 per cento, che non è poca roba. Avete, quindi, l'acqua alla gola e che facciamo? L'ennesimo decreto-legge in fretta e furia, spinti da un'emergenza che non è neanche tale - perché è un disastro più che annunciato, ve lo abbiamo detto in tutte le salse e in tutte le occasioni - con misure improvvisate, del tutto inadeguate a fare fronte ad una situazione ormai drammatica.
È l'ennesimo “decreto truffa”: in Commissione l'ho chiamato “il gioco delle tre carte” perché, vedete, non mettete una risorsa umana nuova, una in più, ma vi divertite a spostare le risorse che ci sono, a spostare i giudici da un posto all'altro in maniera fisica o virtuale quando non vi riesce lo spostamento fisico. E, allora, nel gioco delle tre carte - che poi è il gioco tipico dei bari, purtroppo - cosa succede? C'è chi vince e c'è chi perde - chi vince e chi perde - e io vi dico che non so chi vincerà, ma sono sicura di una cosa: a perdere sarà la qualità della giurisdizione e a perdere saranno tutti i cittadini che - ripeto - si confrontano quotidianamente con la giustizia civile e non penale. Tutti i cittadini, infatti, prima o poi, fanno esperienza di questa serie di cause: per esempio, affrontare una separazione o un divorzio, recuperare un credito da un debitore; oppure essere coinvolti in una controversia condominiale, magari anche loro malgrado, oppure ottenere uno sfratto per morosità o il risarcimento di un danno che hanno subito. Ecco, secondo me, il fatto di aver sottovalutato la giustizia civile sarà un grande errore che questo Governo prima o poi pagherà - vi aspetto al varco - e prima o poi lo pagherete perché la maggior parte delle esperienze i cittadini qui fuori ce l'hanno con la giustizia civile.
Ma andiamo a vedere nel dettaglio perché siamo fortemente critici e contrari a questo decreto e partiamo dall'articolo 1. Al terzo comma prevedete una misura che sembra di poco conto, invece è una cosa esplosiva, cioè la possibilità di utilizzare i giudici di pace onorari presso i tribunali per sopperire alle carenze di organico dei giudici professionali. Tutto bello, se non fosse che le prime carenze di organico si hanno proprio negli uffici del giudice di pace. E quindi cosa succederà? Che si andrà a paralizzare definitivamente la giustizia di pace, quella che chiamavamo giustizia di prossimità, quella che un tempo, ormai remoto, era il fiore all'occhiello del nostro Paese perché per la giustizia davanti ai giudici di pace si aveva un decreto ingiuntivo, ad esempio, in un mese; si avevano rinvii di udienza molto ravvicinati; la media di definizione delle cause era di un anno e mezzo. Ecco, scordatevelo, perché io parlo con i colleghi avvocati, anzi sono loro stessi che mi inviano per qualche decreto di fissazione d'udienza e mi raccontano la realtà: mi raccontano, ad esempio, che il giudice di pace di Prato nel 2023 ha congelato l'emissione di decreti ingiuntivi per un anno; per un anno a Prato non si emettevano decreti ingiuntivi, quindi non si recuperavano crediti e le aziende fallivano anche per non avere la possibilità di recuperare dei crediti; andiamo a capire poi cosa comporta questa paralisi nella vita reale delle persone.
Andiamo avanti: oggi a Busto Arsizio, ad esempio, si fanno rinvii al 2031; a Brescia, mi dice una collega, dopo due anni non è stata ancora fissata la prima udienza di comparizione; a Venezia, un'altra collega sta aspettando, dopo sette mesi, un decreto ingiuntivo; a Roma, l'altro giorno, c'è stata una prima udienza fissata dopo due anni; a Catania, una prima udienza fissata dopo un anno e mezzo dal deposito del ricorso; a Venezia, un rinvio al 2030. Per quanto riguarda Palermo, che è la mia città - vi racconto - alcuni colleghi avvocati (che hanno fatto in tal senso un appello ai vertici degli uffici giudiziari) mi dicono che, in virtù di una riassegnazione, di un rimescolamento di assegnazioni di fascicoli (tra l'altro, voi prevedete pure questa operazione in questo decreto), quindi, ripeto, in virtù di questa fase di assegnazioni, riassegnazioni e movimentazioni di fascicoli, siamo arrivati al punto che, per mesi, non ci sono fissazioni di udienze davanti ad alcuni giudici, perché non si sa ancora il ruolo a chi deve essere affidato.
Quindi, questa è la fotografia impietosa, ma aggiungo: l'organismo congressuale forense l'anno scorso vi aveva dato - più o meno di questi tempi, credo - anche un supporto nella fotografia delle carenze di organico presso i giudici di pace, scoprendo che quasi il 70 per cento degli uffici del giudice di pace ha una scopertura di organico. E facciamo qualche esempio: a Roma, 58 giudici in servizio su 210 posti in pianta organica; a Napoli, 37 su 250 in pianta organica; a Milano, 39 in servizio su 180 posti; a Torino, 7 in servizio - 7 in servizio - su 139 (che dovrebbe essere il completamento della pianta organica); a Palermo - ritorno sull'esempio di casa mia - 18 giudici di pace in servizio su 99 previsti in pianta organica.
Cosa ci dice questa fotografia impietosa? Ci dice una cosa: tutti i giudici di pace onorari devono essere necessariamente impiegati negli uffici di loro naturale destinazione, quindi gli uffici del giudice di pace. No: voi li prendete e li andate ad applicare presso i tribunali. Ma sapete perché? Lo diciamo ai cittadini, così facciamo un'operazione di verità e di trasparenza. Cari cittadini, lo sapete perché fanno questo gioco delle tre carte? Perché tanto l'Unione europea non va a valutare il per le cause davanti al giudice di pace, quindi quelle non fanno statistica e quindi buona notte alle materie di competenza del giudice di pace. Quindi, se avete una causa di competenza del giudice di pace per valore o per materia, fatevi il segno della croce perché potrebbe finire alle calende greche.
Giustizia di serie A e giustizia di serie B e non è l'unica norma che prevede in questo decreto cause di serie A e cause di serie B, perché, all'articolo 4, è espressamente prevista una cosa, che è questa: ogni ufficio farà un piano straordinario di smaltimento che però riguarderà soltanto alcune materie che rientrano nelle cosiddette macroaree rilevanti per gli obiettivi del PNRR, macroaree che non sappiamo quali siano. In Commissione l'ho chiesto, ho detto: “per trasparenza, mi dite quali sono queste macroaree, così diciamo ai cittadini cosa verrà messo in un cassetto e cosa invece avrà questa corsia preferenziale”? Perché dico “corsia preferenziale”?
Perché voi dite ai giudici assegnatari di queste macroaree, di queste materie così impellenti: mettete da parte gli altri fascicoli, date la priorità a quelli, tanto non ci sarà nessun provvedimento, nessuna conseguenza per il ritardo accumulato in quegli altri fascicoli, perché mi occorre invece andare veloce per quelli che devono centrare gli obiettivi del PNRR. Praticamente avete scritto nero su bianco una cosa: che, per smaltire un certo arretrato, si creerà un altro arretrato su altre materie. Anche qui, spostamento, gioco delle tre carte.
C'è scritto, quindi, che il cittadino che ha la disgrazia di avere una causa senza corsia preferenziale si vedrà rimbalzato a data da destinarsi. E, ripeto, manco trasparenti siete, perché non ci venite neanche a raccontare quali sono queste materie. Passiamo ad esaminare l'articolo 2, che si occupa delle corti di appello in affanno. Che soluzione trovate? Sempre la stessa, il gioco delle tre carte, per truffare cittadini e sistema. Trasferite da una sede a un'altra dei magistrati, dei giudici, da una sede a un'altra; da una corte d'appello che è “sana”, tra virgolette, andranno nella corte d'appello in difficoltà.
Però c'è una chicca, perché ci andranno anche i magistrati in prima valutazione. Cosa vuol dire? Per i magistrati in prima valutazione, quindi quelli che hanno la prima valutazione di professionalità, sono praticamente quelli appena nominati, sarà la prima assegnazione, praticamente. Ora, io dico: l'istituto dell'appello perché ha un senso? Perché ci sono delle garanzie ulteriori rispetto al primo grado. Quali sono le garanzie ulteriori per il cittadino? La collegialità, quindi che a giudicare sia un collegio di giudici, e poi la maggiore esperienza e professionalità di coloro che siedono nel collegio.
Se eliminiamo una di queste due caratteristiche, secondo me viene anche meno un po' il senso del giudizio di appello, ma voi lo fate. Attenzione, non è una misura emergenziale, perché si tratta di trasferimenti veri e propri, non a tempo; non è che indicate l'arco temporale, il 30 giugno 2026, per questi trasferimenti. No, sono degli innesti strutturali, che non hanno scadenza. E ancora, qual è la disposizione più indigeribile in assoluto? L'articolo 3 per noi è indigeribile ed è dannoso, perché è l'applicazione dei magistrati a distanza.
Cosa prevede questa norma? Che improvvisamente, al momento della decisione e solo in quel momento, una causa che si è svolta serenamente davanti a un giudice, per esempio, a Palermo, viene assegnata ad un giudice, che ne so, di Trieste - facciamo un esempio -, ed è al solo fine di scrivere la sentenza. Quindi la sentenza verrà scritta da un giudice che non ha seguito il processo, che non lo ha indirizzato man mano con le decisioni procedurali che è chiamato a prendere durante il processo.
Vi faccio un esempio su tutti: l'ammissibilità delle prove. Magari un giudice, il giudice titolare della causa, si è convinto di non dover ammettere alcune prove e invece poi la sentenza verrà scritta, magari, da chi non aveva neanche la stessa idea su quello, o comunque non poteva incidere su quel momento. Quindi tutto va in mano ad un giudice che si trova il lavoro impostato da un altro magistrato. E vi dico di più, i vari uffici giudiziari, i vari tribunali di merito, certe volte hanno anche degli orientamenti di merito che non sono totalmente sovrapponibili.
Quindi, se ho incardinato una causa perché ho fatto anche un ragionamento, da avvocata, di prognosi dell'esito della causa davanti a un tribunale, perché ne conosco l'orientamento di merito, certamente spiazza il fatto che poi a scrivere la sentenza sia un altro tribunale di merito. Ve lo hanno detto tutti: è non solo una violazione del criterio della competenza territoriale, ma è proprio una violazione del principio costituzionale di cui all'articolo 25 della nostra Costituzione, che viene totalmente scardinato, il principio del giudice naturale precostituito per legge.
Ve lo hanno detto tutti, tutti gli auditi, gli esponenti dell'avvocatura istituzionale, associativa, chi con maggiore vigore, chi con meno vigore, ma ve lo hanno detto: è una previsione incostituzionale, che non può essere giustificata dal carattere emergenziale del momento. Anche perché la storia recente ci ha insegnato cosa? Che in questo Paese tutto quello che viene introdotto come emergenziale poi diventa strutturale. Quindi non possiamo scardinare, una volta e per sempre, l'articolo 25 e il giudice naturale precostituito per legge.
E ancora, c'è il principio dell'immutabilità del giudice, quello per cui il giudice che decide dovrebbe essere il giudice, lo stesso giudice, che ha raccolto le prove, che ha assunto le dichiarazioni testimoniali. È un principio sacrosanto, che voi chiaramente difendete e anch'io difendo nel processo penale, ma guardate che lo stesso valore ce lo ha nel processo civile. Non è che il processo civile è qualcosa di meno, è la Cenerentola in questo Paese. Ma voi lo trattate così il processo civile, ve lo mettete sotto i piedi. Garantisti, ma solo a convenienza; nel processo penale sì, nel processo civile ce lo scordiamo.
Ora, è un meccanismo, quello dell'applicazione a distanza, molto pericoloso. Perché? Perché c'è un problema di prevedibilità delle pronunce che viene meno, di certezza del diritto, anche come deterrente rispetto al contenzioso. È un meccanismo, ripeto, esplosivo, oltre che incostituzionale. E ancora, abbiamo spazzato via il cottimo dalla magistratura onoraria; ebbene, voi introducete, per questi magistrati che dovranno scrivere sentenze a distanza, il cottimo anche per la magistratura togata.
Penso che questo sia assolutamente poco dignitoso, francamente, e forse questo è anche uno dei motivi per cui all'interpello che prevedeva 500 posti per magistrati da applicare in realtà hanno presentato domanda soltanto 170 giudici. O forse è anche un altro il problema. Il problema è che non è una misura appetibile, perché non è possibile chiedere di più proprio a quei giudici che, con fatica, adempiono con sollecitudine il proprio carico di lavoro, ed è per quello che non c'è l'arretrato nel loro ufficio giudiziario. Non è possibile.
Noi avevamo delle soluzioni alternative, tra l'altro anche supportati dall'avvocatura, che ha messo anche lei in campo delle soluzioni alternative. Vi abbiamo detto: pensate ai magistrati in pensione da non più di 3 anni; prendiamo i magistrati ausiliari, che presso le corti di appello sono incostituzionali - ve lo ha detto la Corte costituzionale -, e spostiamoli presso i tribunali; parliamo anche di nuovi metodi di lavoro a costo zero, con un maggiore coinvolgimento e valorizzazione delle professionalità degli addetti all'ufficio per il processo, a cui devolvere delle mansioni ben precise.
Avevamo e abbiamo tanti emendamenti in questo senso, che spero di poter illustrare con dettaglio nelle prossime giornate di lavori, perché davvero volevamo essere costruttivi e collaborativi. Il problema c'è e noi vogliamo affrontarlo con soluzioni che siano sane, siano adeguate e strutturali. E ancora, avete fatto veramente anche un gioco delle tre carte con la legge Pinto, perché non fate altro che differire i pagamenti e anzi, sperare, introducendo una nuova decadenza, che qualcuno decada dal diritto ad avere il pagamento ex legge Pinto.
Ricordiamoci che la legge Pinto è proprio per coloro che hanno subito un'irragionevole durata del processo, quei cittadini che hanno già avuto un rapporto non buono, un confronto non buono con la giustizia. Voi, in realtà, sapete fare solo una cosa, sapete differire i problemi. Lo state facendo anche con gli ordini professionali delle professioni educative e pedagogiche, per cui state soltanto mandando in avanti il termine per la presentazione delle domande per mandare in avanti anche la nascita di questi ordini professionali e il loro funzionamento.
Voi sapete fare solo questo: differire i problemi a data da destinarsi, non affrontarli, non risolverli, ma posticiparli. Dovevate fare soltanto una cosa, e concludo, in questi 3 anni: dovevate fare una mappatura attuale del fabbisogno, sia per la magistratura togata che per quella onoraria, che per il personale amministrativo; rivedere le piante organiche, perché evidentemente sono inadeguate se in alcuni uffici ce la fanno, tanto da poter prestare addirittura giudici, e in altri uffici invece arrancano.
Questo dovevate fare, e dovevate assumere con un piano straordinario di nuove assunzioni, non soltanto per colmare il , quindi i pensionamenti, ma iniettare nuove risorse umane, e lo potevate fare. Lo sapete con che soldi lo potevate fare? Con quei soldi che voi state mettendo - perché, a meno che non stiate facendo una buffonata, state anche pensando a dove trovare i soldi - per andare poi a campare il funzionamento di 3 organi di autogoverno della magistratura, con il secondo CSM e l'Alta Corte disciplinare. Sapete quanti soldi metterete all'anno? Lo Stato trasferirà, per il funzionamento di questi nuovi 2 organi, 72 milioni all'anno.
Sapete, secondo il calcolo che ho fatto, quanti nuovi magistrati potevate assumere con 72 milioni all'anno? Seicento, proprio quelli che servono, proprio quelli che servono; seicento magistrati di nuova assunzione. Invece voi, ripeto, state sbagliando tutto con la giustizia: state sbagliando le priorità; state sbagliando gli obiettivi; state sbagliando le soluzioni; state sbagliando dove mettere i soldi. State sbagliando tutto, è una vergogna!
Ripeto, i cittadini sentono la frustrazione di una giustizia che arriva tardi, ed è una denegata giustizia quella che arriva troppo tardi. Credo che in qualche modo ve ne chiederanno conto. Ripeto: 72 milioni potevano essere messi per 600 nuovi…
PRESIDENTE. La ringrazio deputata D'Orso. È iscritto a parlare il deputato Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Sì, grazie, Presidente. Innanzitutto devo rilevare nuovamente la mancanza di rispetto da parte del Ministro Nordio, dei Sottosegretari e del Vice Ministro, che non ci mettono nemmeno la faccia nel venire qui almeno ad ascoltare le opposizioni, costringendo, tra l'altro, il Sottosegretario Gemmato agli straordinari. Ma, di fatto, quello che dobbiamo rilevare è che il Vice Ministro Sisto, che pochi giorni fa aveva tutta l'energia per esultare, come allo stadio, dai banchi del Governo, per la riforma della separazione delle carriere, oggi, evidentemente, è a casa a riposare, proprio per la fatica di quell'esultanza; energia che, pure il Governo, là dove vuole, ne mette. Ma è un paradosso oggi avere un decreto-legge. È un paradosso perché sarebbe giustificabile, tutto sommato, il contenuto - almeno una parte del contenuto - di questo decreto, se il Governo si fosse appena insediato. Ma ormai il Governo è tre anni che opera e, queste cose, avrebbe dovuto farle già nelle leggi di bilancio, in precedenza, mettendo fondi, investimenti, trovando le risorse per fare quello che, invece, anche in questo decreto non si è in grado di fare.
Ho sentito la collega D'Orso, poco fa, parlare giustamente, del “gioco delle tre carte”. Anche a me veniva quell'espressione. Allora la cambio, per lasciare il su questa espressione, e parlerei, invece, di un “decreto cerotto”, perché ci sono tante ferite nella giustizia e il Governo non pensa di disinfettare quella ferita e di farla guarire. No, pensa semplicemente di metterci un cerotto. Quindi non si vede, almeno temporaneamente. Si mette il cerotto del colore, più o meno, per camuffarsi meglio e poi, di fatto, sotto il problema rimane.
Che cosa fa questo decreto? Sarò davvero molto rapido nel mio intervento, anche per l'atteggiamento del Ministro, dei Sottosegretari e del Vice Ministro, ai quali non interessa interloquire, almeno qui in Aula, con noi. Almeno ascoltarci. Che cosa fa questo “decreto cerotto”? Sposta, mescola, amplia qualcosa, proroga, posticipa, trasferisce. Ecco, fa un po' tutto questo, un vero e proprio gioco di illusionismo. Però, di fatto, i problemi ci sono, rimangono. Certo, non si possono risolvere con un decreto-legge. È vero che, ormai, il Governo, quando deve far qualcosa, utilizza questo strumento in maniera assolutamente impropria, però è davvero la dimostrazione del fatto che, per questo Governo, la giustizia, purtroppo, è davvero l'ultima ruota del carro. Serve soltanto per alcuni , aumentando i reati e ampliando sempre di più le fattispecie di reato nel nostro codice penale, ma, di fatto, i problemi rimangono lì. Quindi, una giustizia sempre troppo lenta, con rinvii di udienze che davvero sono da : qualche tempo fa, parlavamo di mesi, ma ormai sono anche di anni i rinvii delle udienze.
Soprattutto, se non si mette carburante in quella autovettura, che è davvero la macchina della giustizia, certamente, non si riesce a farla funzionare, a partire dal personale: personale amministrativo sempre carente e, tra l'altro, sempre umiliato, perché, molto spesso, chiede scatti rispetto alle proprie mansioni e in base all'esperienza. Eppure, di fatto, la situazione rimane quella che era in precedenza, quindi tre anni buttati via.
Lasciamo stare tutto il discorso sulla magistratura, perché, davvero, qui, semplicemente si sposta, non si fa nulla rispetto all'ampliamento e alla possibilità di avere davvero una giustizia più efficace e più rapida. Quello che manca, come sempre, è metterci i fondi, gli investimenti. Chi continuerà a pagare, invece, questa carenza nella giustizia? In particolare, possiamo riscontrare - visto che si parla quasi sempre, anche per motivi politici, della giustizia penale -, invece, l'importanza della giustizia civile e, quindi, di fatto, chi la paga e la continuerà a pagare saranno i cittadini, ma non solo, anche le imprese che davvero si ritrovano una giustizia inefficace e inefficiente; quindi anche gli investimenti e gli investitori stranieri certamente in Italia non trovano un terreno fertile dove poter venire.
Ecco, da questo punto di vista, questo decreto - come dicevo poco fa - serve semplicemente a tamponare problemi, spostando le carte, ampliando, trasferendo, prorogando e posticipando, ma, di fatto, qui, non abbiamo veramente nulla. Questa, però, è la certificazione e la dimostrazione del fatto che, in tre anni, non è stato fatto nulla, perché, se serve un decreto-legge per arrivare con urgenza in questa situazione devastante per la giustizia italiana, vuol dire che, davvero, il Governo e il Ministro Nordio non hanno fatto nulla in questa direzione per tre anni e chi la pagherà, ribadisco, saranno i cittadini e le imprese italiane.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, la relatrice, deputata Ingrid Bisa, che rinuncia. Ha facoltà di replicare il rappresentate del Governo, Sottosegretario Gemmato, che rinuncia. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Roggiani ed altri n. 1-00472 concernente iniziative in materia di trasferimento delle risorse statali agli enti locali .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori
Avverto che in data odierna è stata presentata una nuova formulazione della mozione Roggiani ed altri n. 1-00472, che è stata sottoscritta, tra gli altri, anche dai deputati Torto, Grimaldi, Bonetti e Faraone, che, con il consenso degli altri sottoscrittori, diventano, rispettivamente, il secondo, il terzo, il quarto e il quinto firmatario. Il relativo testo è in distribuzione.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali. È iscritto a parlare il deputato Vaccari. Ne ha facoltà.
STEFANO VACCARI(PD-IDP). Signor Presidente, onorevoli colleghi e colleghe, anche a nome della collega Roggiani, intervengo per sottolineare l'importanza di questa mozione che tutte le opposizioni hanno voluto presentare. Sono gli atti parlamentari che ci raccontano inequivocabilmente, e aggiungerei purtroppo, l'approssimazione e l'inadeguatezza delle scelte del Governo e della destra nei confronti degli enti locali: sono scritte negli atti.
I dati a disposizione ci parlano di tagli, rimodulazioni continue, spostamenti di risorse verso altri settori. Nel mentre, la stagnazione economica del Paese e il caro vita richiederebbero maggiore attenzione verso quegli enti locali che rappresentano il presidio istituzionale più prossimo alle nostre comunità, ai quali il cittadino prioritariamente si rivolge.
L'Istat ci ha comunicato che la crescita del PIL sta rallentando in modo significativo. Il carrello della spesa è aumentato del 3,4 per cento rispetto all'anno scorso, quindi sta riprendendo il fattore inflattivo ed è un dato pesante, perché colpisce i beni essenziali. Qualcuno potrebbe obiettare: ma l'Irpef aumenta. Ma questo sta a significare che c'è un carico fiscale sui redditi da lavoro, che cresce e, al tempo stesso, cala l'IVA, e questo perché i consumi si contraggono, cioè chi lavora e paga di più e chi consuma riduce la spesa.
Eppure, il nostro Paese deve molto agli enti locali. Penso, in particolare, al ruolo fondamentale che le istituzioni locali, in un rapporto virtuoso e collaborativo con lo Stato, hanno avuto durante la crisi pandemica. Nel biennio 2020-2021, hanno garantito la tenuta sociale e, al tempo stesso, finanziaria del nostro Paese, anche a fronte di difficoltà dovute a nodi strutturali tuttora aperti, a cui aggiungere la successiva crisi energetica, conseguenza di guerre assurde ed ingiustificate di un Paese non autosufficiente e male organizzato su questo campo per affrontare l'altra grande crisi, quella climatica, ancora oggi negata da ampi settori della destra che guardano ancora ai combustibili fossili quale perno di un sistema di sviluppo che ha prodotto guasti e l'accrescersi della diseguaglianza sociale.
Per meglio comprendere, forse, è bene ricordare qualche dato, perché non si può parlare di enti locali senza considerare la loro distribuzione, anche in termini di popolazione residente e di collocazione geografica, partendo però da un assunto che è comune per tutti.
I comuni, infatti, tutti i comuni, quelli più piccoli e quelli più grandi, da soli o in forma associata tra loro, sono fondamentali per l'erogazione dei servizi pubblici essenziali - dalla gestione del territorio all'urbanistica, alla viabilità locale, alla manutenzione, dalla raccolta dei rifiuti ai servizi sociali ed educativi, alla cultura, alla sicurezza locale e via dicendo – e, nello svolgere queste funzioni, promuovono la partecipazione civica in assoluta trasparenza e coinvolgendo i cittadini.
Allora il primo quesito discende proprio da questo: può una norma ed ancora più una previsione di risorse statali o, peggio ancora, un taglio riguardare in egual misura tutti i comuni del nostro Paese? Basterebbe solo un po' di buon senso, ancora prima delle competenze - qualità di certo che non appartengono a questo Governo -, per ragionare, differenziando e comprendendo, invece, le complessità dei 7.900 comuni con un'ampia frammentazione territoriale, con realtà molto piccole.
Servirebbe dunque una strategia che tenga a riferimento questi dati che non sono solo statistici, ma assumono sostanza, se si ha a cuore lo sviluppo ordinato del Paese, senza creare zone d'ombra e disparità, anche tenendo conto delle macroaree Nord, Centro, Sud e isole, all'interno delle quali esistono già differenziazioni che andrebbero affrontate.
Di fronte a tutto questo, ti aspetteresti dal Governo innanzitutto una linea di congiunzione tra i diversi provvedimenti presentati, per garantire unitarietà di intervento. Si assiste, invece, al perpetuarsi di decretazione d'urgenza che, poi, di urgenza non hanno nulla, scollegati tra loro e dalle stesse manovre finanziarie.
Per questo abbiamo voluto pensare una mozione parlamentare che, al tempo stesso, è un estremo grido di allarme sul tema degli enti locali oggi in grande difficoltà, ma è anche una grande agenda di lavoro su tante specificità che rappresentano la missione principale dei comuni, per rendere qualitativamente migliore la vita dei cittadini e delle imprese, da quello che vive nel centro storico di Roma a quello che, da eroe, per il coraggio e senza appartenenza, continua a vivere in Val Taleggio, nel comune di Morterone, con i suoi 31 abitanti. Non si può disperdere un patrimonio di comunità così diffuse e articolate, assicurando a ciascun cittadino opportunità, servizi, dignità, prospettive.
Con questo spirito, prima della mozione, abbiamo presentato un disegno di legge a prima firma della nostra segretaria, Elly Schlein, che vorremmo incardinato e discusso il prima possibile, sulle aree interne perché, per quanto ci riguarda, sosteniamo il diritto a restare, combattendo abbandono e spopolamento.
Quelle aree non sono periferie dimenticate o da dimenticare, ma sono il cuore vivo del nostro Paese per storia, cultura, bellezza, saperi e produzioni .
È grave che, nel Piano strategico nazionale per le aree interne, di fatto il Governo certifichi l'abbandono di alcuni territori e comuni dove sembrerebbero compressi i dati economici e demografici. In quel Piano si parla di declino ormai irreversibile e di accompagnamento per le aree con struttura demografica compromessa: più che un piano, sembra una sentenza di morte.
Lo sottolineiamo: il problema - che problema non è - non è solo di restanza, ma è la ritornanza. Ed ecco allora, perché questo avvenga, come diciamo con la nostra proposta di legge, occorrono misure strutturali per rivitalizzare questi territori: benefici fiscali per le imprese, agevolazioni per l'acquisto della prima casa, incentivi per il personale scolastico e sanitario per garantire servizi di qualità, un piano straordinario di investimenti pubblici per infrastrutture e trasporti, mobilità e servizi essenziali.
Ci verrà obiettato: e i soldi per fare questo? Sono ricavabili da un diverso utilizzo del Fondo per il ponte sullo Stretto di Messina, un'opera inutile che sottrae sviluppo, diritti e futuro.
La realtà, di contro, si presenta in maniera diversa, basta guardare le ultime due manovre finanziarie: quella del 2024, rispetto al trasporto pubblico locale, non ha previsto alcuna risorsa aggiuntiva, così come per le politiche per la casa, per il Fondo sociale affitti, per il Fondo morosità incolpevole, che rimangono a zero; e per l'agibilità gli stanziamenti si riducono rispetto al 2023. Gli enti territoriali hanno subito tagli per 600 milioni annui che hanno portato per questo a ridurre servizi pubblici fondamentali.
Quella del 2025 ha previsto anche interventi di riduzione di risorse di fondi per gli investimenti degli enti locali e una riduzione dei contributi per investimenti per la messa in sicurezza degli edifici pubblici del patrimonio comunale. Previste altre riduzioni di spesa, rispetto ai contributi destinati ai comuni, per gli investimenti in progetti di rigenerazione urbana: 800 milioni di euro complessivi nel periodo 2025-2031 ed è stato previsto altresì il definanziamento del Fondo per la manutenzione delle opere pubbliche per gli enti locali sciolti per infiltrazioni mafiose.
Viene ridotto lo stanziamento previsto dalla legge n. 208 del 2015 per favorire la mobilità ciclistica e, poi, il Fondo nazionale dei trasporti che, se non viene finanziato e potenziato almeno del costo dell'inflazione, produrrà una riduzione seria dei servizi.
E poi i tagli dei diversi decreti: ne segnalo uno sulla viabilità, citando la mia provincia di appartenenza, Modena. Previsto, nel decreto Milleproroghe, per le province, un taglio di 9,39 milioni di euro per la viabilità provinciale: un disastro per il territorio che mette in crisi intere comunità.
Complessivamente, con il decreto Milleproroghe hanno tagliato, a livello nazionale, 1,7 miliardi di risorse assegnate a province e città metropolitane, destinate agli investimenti per la messa in sicurezza del territorio e del reticolo viario.
Vogliamo parlare della scuola? I dati diffusi da Tuttoscuola sullo stato di sicurezza degli edifici scolastici sono allarmanti: su circa 40.000 scuole statali, 36.000 risultano prive di certificazione obbligatoria e oltre 3.500 istituti ne sono totalmente sprovvisti.
Una delle ultime perle è avvenuta in piena estate, con una circolare del Ministero dell'Interno che ha deliberatamente, retroattivamente, modificato i criteri di rimborso delle spese sostenute dai comuni per l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati, riducendo il rimborso al 35 per cento delle somme anticipate e ponendo a carico degli enti locali il restante 65. Una decisione unilaterale che comporta un rilevante aggravio per i bilanci comunali: per la sola nostra provincia di Modena, 4,8 milioni di euro.
Ecco perché c'è bisogno di un cambio di passo e anche di rotta. Il Governo si impegni a salvaguardare la capacità dei comuni di sostenere i bisogni sociali delle comunità, con la tempestiva erogazione integrale delle somme destinate agli enti locali per il 2025, sia a valere sul Fondo solidarietà che sul Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche, assicurando al contempo un sistema di erogazione delle risorse fondato su tempistiche certe, vincolanti e preventivamente comunicate a comuni, province e città metropolitane.
Accanto a questo, serve prevedere un rifinanziamento del Fondo strutturale per l'accoglienza dei minori per stanziare ulteriori risorse in favore degli enti locali. Serve cioè un cambio di passo, per salvare il sistema degli enti locali italiano .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Andrea Mascaretti. Ne ha facoltà.
ANDREA MASCARETTI(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, voglio richiamare la vostra attenzione su un tema fondamentale per il nostro Paese: i conti pubblici e le ricadute concrete sugli enti locali. Se guardiamo agli ultimi dieci anni prima del Governo Meloni, cosa troviamo? Troviamo una lunga stagione di tagli lineari e indiscriminati dei trasferimenti verso i comuni, le province e le regioni.
Dal Governo Monti, passando per Letta, Renzi, Gentiloni, i Governi guidati dalla sinistra hanno ridotto in modo significativo le risorse per i territori. Le cifre parlano chiaro: solo tra il 2011 e il 2015, gli enti locali hanno perso oltre 25 miliardi di euro, con comuni e province costretti a ridurre i servizi essenziali, aumentare i tributi locali e rinviare gli investimenti. È stata la stagione di impoverimento crescente per gli enti locali, con i cittadini e le imprese chiamati a pagarne le conseguenze.
Poi è arrivato il Governo Conte che, con il superbonus 110 per cento, ha scritto una delle pagine più pesanti e disastrose dei nostri conti pubblici: una misura che, invece di essere calibrata e sostenibile, è stata concepita senza criterio e senza coperture. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i edilizi hanno inciso per oltre 120 miliardi di euro sul deficit dello Stato.
Questa voragine ha sottratto margini a tutta la spesa pubblica, riducendo ulteriormente la capacità dello Stato di garantire risorse stabili agli enti locali e, di conseguenza, i servizi di prossimità di cui i cittadini hanno più bisogno.
Ebbene, di fronte a questa eredità pesantissima, il Governo Meloni ha intrapreso una strada chiara e responsabile: riportare i conti in ordine, senza fermare la crescita. Per compensare gli effetti negativi dei Governi precedenti, quello attuale ha introdotto meccanismi di riequilibrio come il decreto attuativo del comma 508, della legge di bilancio 2024, che ha permesso di ridistribuire agli enti locali i fondi stanziati, ma non utilizzati per l'emergenza COVID-19, pari a 70 milioni di euro annui per il quadriennio 2024-2027, risorse che altrimenti sarebbero tornate allo Stato centrale, mentre invece sono state rese disponibili per gli enti locali.
E - voglio citare il Ministro Giorgetti - riguardo agli attacchi demagogici sui tagli agli enti locali, voglio ricordare che, in sede di audizione in Commissione bilancio alla Camera dei deputati, sulla manovra 2025, il 7 novembre 2024 ha detto che gli enti territoriali contribuiranno alla realizzazione di obiettivi complessivi di finanza pubblica attraverso un accantonamento di bilancio. Quindi, non un taglio di risorse, che resta nelle disponibilità degli enti e che potrà essere utilizzato, a seconda delle esigenze, per accelerare il disavanzo accumulato o realizzare investimenti per gli enti locali. Quindi, non si parla di tagli.
Con la legge di bilancio 2025 il Governo Meloni ha dato un segnale forte e inequivocabile: invertire la rotta rispetto a chi per anni ha abbandonato i territori. Oltre un miliardo di euro in più nel Fondo di solidarietà comunale nei prossimi cinque anni; un Fondo di 300 milioni per il prossimo triennio per tutelare i minori allontanati dalle famiglie su disposizione dell'autorità giudiziaria; 300 milioni aggiuntivi per province e città metropolitane e 120 milioni in più per il trasporto pubblico locale; un Fondo straordinario da 45 milioni per il 2025 per rafforzare i servizi sociali dei piccoli comuni in difficoltà finanziaria. Questi non sono numeri astratti, sono scelte politiche e priorità che dimostrano che il Governo Meloni si occupa del territorio e non abbandona gli enti locali; dimostra che ha scelto di stare al fianco dei sindaci e degli amministratori, che tutti noi consideriamo il volto più prossimo dello Stato e i primi difensori dei cittadini.
E, ancora, con il decreto-legge n. 95 del 2025 il Governo ha ribadito questa vicinanza con strumenti concreti: un Fondo nazionale per la rigenerazione urbana da 80 milioni di euro in due anni, oltre 350 milioni di euro di incremento nel biennio 2025-2026 per interventi straordinari di manutenzione della rete viaria delle province e delle città metropolitane, 20 milioni nel 2025 per la Protezione civile regionale e locale e a garanzia che i progetti già aggiudicati, ma rimasti scoperti dal PNRR, non verranno persi, questi confluiranno nel Fondo opere indifferibili. Abbiamo inoltre incrementato, con l'assestamento 2025, di 44,5 milioni di euro il Fondo per l'accoglienza dei minori stranieri non accompagnati.
Ovviamente, c'è ancora molto da fare, non c'è dubbio. Non possiamo, ad esempio, ignorare la questione del personale. Il rapporto IFEL 2025 fotografa una realtà inaccettabile: i dipendenti comunali guadagnano decisamente meno dei loro colleghi regionali e statali. Una disparità che ci spinge a difendere le competenze e le professionalità che si allontanano dai comuni. Ecco perché, nel decreto-legge n. 25 del 2025, abbiamo introdotto una norma di giustizia: oltre il 90 per cento degli enti locali e più del 60 per cento delle regioni potranno incrementare gli stipendi, con un effetto stimato in 1,9 miliardi di euro complessivi e un aumento medio di 300 euro mensili per i dipendenti. Questo è un investimento nelle persone che ogni giorno tengono in piedi i servizi essenziali.
Grazie al PNRR abbiamo dato ossigeno agli organici locali con 4.000 tecnici a tempo determinato e, dal 2023, si registra finalmente un saldo positivo tra assunzioni e uscite. Un segnale incoraggiante e i risultati già si vedono: nei primi sei mesi del 2025 i comuni hanno investito 9,09 miliardi in opere pubbliche, il 9,15 per cento in più rispetto all'anno precedente. In tutto il 2018 gli investimenti si erano fermati a 8,4 miliardi; oggi, quella cifra viene superata in soli sei mesi. Nel 2024 la spesa per investimenti dei comuni ha toccato il record di 19,1 miliardi, pari a un aumento del 17,2 per cento rispetto al 2023. Numeri che dimostrano come la macchina delle opere pubbliche locali sia finalmente ripartita grazie al lavoro del Governo Meloni.
Abbiamo rafforzato anche le politiche per l'inclusione e la disabilità con il Fondo unico per l'inclusione. Le risorse per i servizi scolastici sono passate da 200 milioni a oltre 260 nel 2025 ed è stata introdotta una nuova linea da 70 milioni per il trasporto degli studenti disabili delle scuole superiori. Ora, in totale, i fondi per il trasporto scolastico dei ragazzi con disabilità sono passati da 30 milioni dei Governi passati a 170 di oggi. Questa è una rivoluzione silenziosa che passa attraverso gli enti locali e cambia la vita delle famiglie, perché - dobbiamo dirlo chiaramente e con orgoglio - il Governo Meloni non ha solo restituito all'Italia prestigio, credibilità e centralità nello scenario internazionale, rendendola nuovamente protagonista in Europa e nel mondo con voce autorevole e rispettata; non ha solo portato il tasso di occupazione complessivo al 62,8 per cento, con 24,3 milioni di occupati a maggio 2025, stabilendo il record positivo da quando esistono le serie storiche e raggiungendo contemporaneamente il livello più basso di disoccupazione dal giugno 2007; non ha soltanto stanziato 136 miliardi per il Fondo sanitario nazionale, effettuando il più alto investimento nella sanità mai previsto prima d'ora da un Governo italiano, ma soprattutto, grazie a un lavoro serio e rigoroso, il bilancio del Paese sta tornando in assetto ed è possibile che già entro il 2025 l'Italia scenda sotto il 3 per cento del rapporto deficit-PIL, un risultato che nei rapporti europei non è semplicemente un numero ma una svolta concreta. Significherebbe uscire dalla procedura di disavanzo eccessivo, recuperare credibilità internazionale, ridurre il costo del debito e liberare risorse da investire nei nostri territori. Questa è la prova che quando si governa con serietà, visione e responsabilità i risultati arrivano. È la conferma che il percorso del nostro Governo è quello giusto.
Onorevoli colleghi, questo è il quadro: un Governo che, nonostante le eredità pesanti, nonostante le difficoltà, ha scelto di stare dalla parte degli enti locali, rafforzandoli, sostenendoli, liberando risorse, accelerando gli investimenti e dando risposte a famiglie, giovani e disabili. Ecco la differenza tra chi ha tagliato e chi investe, tra chi ha creato voragini nei conti pubblici e chi oggi li sta riportando in equilibrio. È la differenza tra la politica della propaganda e la politica della responsabilità. Il Governo Meloni ha dimostrato di saper scegliere e la scelta è una sola: stare dalla parte dell'Italia che lavora, che cresce, che non si arrende.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Susanna Cherchi. Ne ha facoltà.
SUSANNA CHERCHI(M5S). Oggi portiamo all'attenzione del Parlamento una questione che riguarda il cuore pulsante della nostra democrazia: i comuni, le province e gli enti locali. Parliamo delle istituzioni più vicine ai cittadini, quelle che non possono permettersi chiacchiere o slogan, perché ogni giorno devono garantire servizi concreti: la scuola per i nostri figli, la manutenzione delle strade, l'assistenza sociale, il trasporto pubblico, la sicurezza urbana. Allora, diciamolo con chiarezza: il corretto e tempestivo trasferimento delle risorse statali agli enti locali non è una questione tecnica, è la condizione minima di rispetto verso le comunità e i cittadini.
Oggi, invece, che cosa vediamo col Governo Meloni? Tagli, ritardi, incertezze. Lo Stato chiede sempre di più ai comuni, ma dà sempre di meno: funzioni crescenti, costi in aumento, trasferimenti che non arrivano o arrivano in ritardo.
Pensiamo al Fondo per la prosecuzione delle opere pubbliche: i primi fondi sono arrivati, ma i ritardi sul saldo annuale stanno bloccando la programmazione. I sindaci non sanno quando pagare le imprese, non sanno come rispettare i cronoprogrammi. Questo significa interessi di mora, disavanzi, anticipazioni di tesoreria. È un effetto domino che colpisce imprese, lavoratori, famiglie.
Pensiamo al taglio del Fondo per le cosiddette piccole opere: una misura che dal 2020 permetteva manutenzioni essenziali. Oggi quel Fondo dov'è? Trasferito altrove per non essere più finanziato? E i piccoli comuni, che non hanno risorse proprie, saranno costretti a fare debiti perfino per garantire interventi minimi? È così che si abbandonano i territori fragili, quelli che invece meriterebbero maggiore attenzione.
Guardiamo alla questione dei minori stranieri non accompagnati: qui la situazione è drammatica. I comuni hanno spese obbligatorie e non discrezionali, ma lo Stato non copre i costi. Trieste ha oltre 10 milioni di euro non rimborsati, Bergamo più di 8 milioni non rimborsati, Genova 6 milioni di euro non rimborsati, Napoli e L'Aquila 2 milioni ciascuna non rimborsati. Come può un sindaco far quadrare i conti se lo Stato lo lascia solo davanti a un'emergenza così complessa? E, ancora: i servizi sociali, la presa in carico dei minori con disabilità, il diritto allo studio, il trasporto pubblico locale.
Ogni voce racconta la stessa storia: regole complicate, risorse insufficienti e tempi dilatati. E a pagare non sono le burocrazie centrali, ma le comunità locali e i cittadini. Arriviamo al tema della sicurezza urbana. Qui voglio essere molto chiara. La sicurezza non è propaganda, non è uno slogan da urlare in campagna elettorale. La sicurezza è un diritto fondamentale di cittadinanza e non si realizza solo con la repressione, ma con la prevenzione, l'inclusione, la prossimità e la rigenerazione urbana. E, allora, come possiamo pensare che i comuni garantiscano sicurezza, se mancano le risorse per la Polizia municipale?
Oggi abbiamo organici sottodimensionati, spesso fermi da anni, e sindaci costretti a gestire territori complessi, con poche unità di personale: questo è inaccettabile.
La Polizia municipale non è un orpello, è la presenza quotidiana sul territorio, il controllo del traffico, la vigilanza davanti alle scuole, è l'aiuto agli anziani, la prevenzione del degrado urbano, è il presidio nei quartieri più difficili. È la Polizia che conosce per nome i cittadini e che i cittadini riconoscono. E, invece, mentre le sfide aumentano, questo Governo riduce il Fondo per la sicurezza urbana, taglia le risorse per la videosorveglianza e non prevede un piano strutturale di rafforzamento degli organici. Noi diciamo: serve un impegno serio, serve uno standard minimo di servizi, un rapporto tra popolazione e personale che sia garantito per legge, con finanziamenti stabili dello Stato.
Non possiamo continuare a lasciare i sindaci soli, a fronteggiare con strumenti inadeguati emergenze complesse. E, allora, mi rivolgo direttamente ai sindaci di centrodestra: ma non vi rendete conto che questo Governo non vi considera? Non vi accorgete che vi toglie perfino la possibilità di amministrare degnamente la vostra comunità? Perché qui non parliamo di penalizzare un colore politico: i tagli colpiscono tutti. E a pagare sono i cittadini. Cari sindaci, vi chiediamo, piuttosto che inchinarvi ai vostri di partito, abbiate il coraggio di alzare la testa, difendete i vostri territori. La vostra fedeltà deve andare alla comunità che vi ha eletto, non ai vertici romani.
Il MoVimento 5 Stelle ha un'idea chiara: la politica deve servire i cittadini e non il contrario. Per questo, chiediamo impegni concreti: uno, trasferimenti certi, rapidi e integrali delle risorse spettanti; due, un tavolo tecnico con le autonomie territoriali per semplificare le regole; tre, il rifinanziamento strutturale dei fondi essenziali, dal sociale al trasporto, dalla sicurezza all'accoglienza dei minori; quattro, un piano straordinario per rafforzare gli organici della Polizia municipale con standard minimi, garantiti a livello nazionale. Quando si fermano i comuni, si ferma lo Stato, e quando si impoveriscono i comuni, si impoverisce la democrazia. Presidente, noi del MoVimento 5 Stelle non ci piegheremo a chi vuole ridurre i comuni al silenzio e le comunità all'impotenza. Allora, lo dico chiaro: o questo Governo restituisce dignità e risorse ai nostri comuni o troverà sempre in noi un argine invalicabile. Perché, se cade la voce dei territori, cade la democrazia. Noi del MoVimento 5 Stelle - non dimenticatevelo - combattiamo con passione per tutti i cittadini, perché pensiamo che i diritti fondamentali non abbiano colori politici.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il Governo intende intervenire o si riserva di farlo? Si riserva di farlo successivamente.
Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
LUPI ed altri: Istituzione della festa nazionale di San Francesco d'Assisi.
(C. 2097-A)
e dell'abbinata proposta di legge: MALAGOLA ed altri. (C. 2231)
Relatrice: GARDINI.
3.
S. 1611 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° agosto 2025, n. 110, recante misure urgenti per il commissariamento dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali e per il finanziamento dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù (Approvato dal Senato). (C. 2586)
: CIOCCHETTI.
4.
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 8 agosto 2025, n. 117, recante misure urgenti in materia di giustizia. (C. 2570-A)
Relatrici: BISA E DONDI.
5.
S. 1566 - Rendiconto generale dell'Amministrazione dello Stato per l'esercizio finanziario 2024 (Approvato dal Senato). (C. 2536)
S. 1567 - Disposizioni per l'assestamento del bilancio dello Stato per l'anno finanziario 2025 (Approvato dal Senato). (C. 2537)
Relatrice: FRASSINI.
6.
7.