PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ANTONIO D'ALESSIO, legge il processo verbale della seduta di ieri.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 98, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2655: “Disposizioni per la semplificazione e la digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese”, da concludersi in Assemblea, ai sensi dell'articolo 123-, comma 3, secondo periodo, del Regolamento, entro il 28 novembre 2025.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Paolo Emilio Russo.
PAOLO EMILIO RUSSO, . Grazie, Presidente. Buongiorno ai colleghi. Il disegno di legge, recante “Disposizioni per la semplificazione e la digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese”, è molto complesso, e ha come da un lato, quello della semplificazione, e dall'altro, quello della razionalizzazione, ed attraversa diversi settori. La relazione è piuttosto complessa e, pertanto, chiedo alla Presidenza l'autorizzazione a depositarla.
PRESIDENTE. Va bene. Ha facoltà di intervenire, se lo ritiene, la rappresentante del Governo, la Sottosegretaria Siracusano, che rinuncia. È iscritto a parlare il deputato Andrea Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. Avremo modo di leggere nella relazione, che ha depositato il relatore, il modo in cui riuscirà sicuramente a descrivere i passaggi che hanno portato a queste semplificazioni. Non era facile, vista la vastità dei temi trattati, farlo nei pochi minuti a disposizione. Per questo farò alcune condivisioni sul metodo e sul merito del provvedimento, condividerò in quest'Aula alcune riflessioni su questo, riservandoci, nel dibattito d'Aula, nella ripresentazione degli emendamenti di poter fare un lavoro puntuale, punto per punto, articolo per articolo.
La prima riflessione è sicuramente sul fatto che non siamo di fronte a un testo di semplificazioni. Questo è il punto iniziale. Perché lo diciamo? Perché, quando alcuni anni fa lessi il libro di Cass Robert Sunstein, esperto di economia comportamentale, padre della teoria dei, insieme a Richard Thaler, premio Nobel per l'economia, rimasi molto affascinato dal fatto che lui definisse la semplificazione come l'arte del governo del terzo millennio e come fosse fondamentale fondare ogni processo di semplificazione sui dati, non solo sulle idee, tantomeno sulle idee politiche, e che ogni semplificazione deve nascere da un'analisi dei costi e dei benefici, degli effetti concreti nella vita delle persone.
Il primo passo per costruire una semplificazione è di immaginare come eliminare tutte quelle complessità superflue, guardando al testo normativo non con gli occhi di chi scrive la legge, ma di chi deve essere chiamato ad applicarla. Il fatto stesso che noi oggi abbiamo un testo di 75 pagine, un , di cui ringrazio gli uffici della Camera per il prezioso lavoro, di 320 pagine, e dobbiamo fare un grande sforzo razionale per comprendere - lo dice anche il sollevando degli interrogativi che pongono seri dubbi su quelle che possono essere le applicazioni di alcune semplificazioni - la portata di questi cambiamenti, da qui immagino le difficoltà che possono incontrare i cittadini che poi si troveranno a vivere queste semplificazioni, che sono tutt'altro che semplificazioni.
Se non vi convince, ed è chiaro che non vi convince perché sono altri i vostri riferimenti, quello che è il lavoro di semplificazione che si è fatto durante la Presidenza Obama, perché il vostro orizzonte è quello della Presidenza Trump, del cappellino sfoggiato in tante occasioni, adesso vi state ponendo il tema di come riposizionare l'azione del Governo, avendo visto le foto alla cena in onore di Bin Salman e il ritorno di Elon Musk. Quindi, per alcune settimane non ne avete parlato, perché eravate un po' in dubbio sul capire se potevate riprendere la vostra battaglia per dare soldi pubblici al magnate statunitense, che avevate momentaneamente interrotto per i dissidi con il Presidente, adesso, invece, siete nelle condizioni di riprendere un po' quel tipo di attività su cui ci siamo tanto confrontati.
Però, come sottolineato nell'intervento al Senato dal vicepresidente del gruppo Nicita, ci sono le linee guida mondiali della Commissione europea condivise dall'OCSE sul concetto di . C'è la necessità di agire per filiere di settore, partire da un'analisi dei costi, delle decisioni, dei problemi. Si fanno consultazioni e si ascoltano i soggetti interessati. Si elaborano opzioni alternative e si fanno scelte. Poi, se uno volesse seguire gli insegnamenti e la teoria dei di Sunstein e di Thaler, queste scelte dovrebbero anche essere sperimentate, perché le norme effettivamente hanno l'impatto nella nostra vita che hanno i farmaci. Nessuno di noi proverebbe un farmaco che non è stato sperimentato prima con un metodo scientifico. Noi saremmo soddisfatti se vi fermaste almeno a fare quello che viene indicato dalle linee guida della Commissione europea, cioè arrivare a costruire semplificazioni che siano il frutto di un'analisi dei costi, dei benefici e degli effetti, anche con riferimento a una consultazione aperta nel Paese. Purtroppo, in questo caso, non siete riusciti a fare nemmeno una consultazione con un percorso di audizioni nelle Commissioni parlamentari, anche perché questo testo - adesso lo vedremo - nasceva con 33 articoli ed era un testo già impegnativo che avrebbe richiesto un esame accurato per la varietà delle materie coinvolte.
Oggi arriva in Aula, però, un altro testo rispetto a quello che era partito al Senato, perché è fatto da 74 articoli. Quindi, sono stati più che raddoppiati in seguito all'attività che è avvenuta nel Senato della Repubblica. Questa crescita ipertrofica non ha trovato alcuna corrispondente espansione nell'istruttoria e nell'approfondimento legislativo.
Oltre la metà degli articoli oggi in discussione non è stata mai oggetto di audizione né al Senato, perché si trattava di emendamenti inseriti di corsa durante l'esame, né alla Camera, dove pure la Commissione non ha svolto audizioni sul testo, essendo stato concesso ai gruppi di indicare un solo audito - un solo audito! - per gruppo parlamentare, a fronte di 74 articoli e decine e decine di materie differenti che lambiscono e investono direttamente le competenze di quasi tutte - 14 - le nostre Commissioni permanenti. Siamo di fronte all'ennesimo provvedimento . Il Ministro ha anche rivendicato al Senato che la semplificazione deve essere . Forse ha sbagliato, perché questa, invece, è proprio la di quella che non dovrebbe essere un'attività di semplificazione. Infatti, come forze di opposizione abbiamo ritenuto doveroso inviare una lettera formale al Presidente della Commissione e, per conoscenza, al Presidente della Camera per denunciare e stigmatizzare un metodo che mortifica la funzione legislativa e riduce il ruolo del Parlamento a una ratifica di decisioni assunte altrove.
Non si tratta di procedure astratte ma si tratta della possibilità per ogni parlamentare, sia di maggioranza che di opposizione, di svolgere il proprio compito, di conoscere, di valutare, di proporre e di migliorare. Qui alla Camera, invece, ci siamo trovati di fronte a un testo sconfinato, senza che vi fosse tempo né spazio per poterne analizzare fino in fondo la portata, senza poter ascoltare tutte le parti interessate, non solo le parti che vi hanno proposto di fare la semplificazione, diciamo, come semplificazione per la loro azione, ma anche le parti coinvolte dalle conseguenze di queste semplificazioni e senza un reale confronto sui contenuti.
Non solo, per l'ennesima volta gli emendamenti di merito presentati dall'opposizione - emendamenti concreti, tecnici e migliorativi - sono stati tutti respinti; tutti respinti con parere contrario indipendentemente dal contenuto. Un approccio questo che, per l'ennesima volta, svuota il lavoro parlamentare e indebolisce la stessa qualità normativa che entrambi i rami del Parlamento sarebbero chiamati a garantire.
Noi continuiamo a pensare che la costruzione delle leggi richieda studio, ascolto e trasparenza, che la democrazia parlamentare sia una ricchezza e non un intralcio e che il pluralismo, quando è messo nelle condizioni di lavorare, produca norme più solide, più giuste e più efficaci.
Oggi, purtroppo, assistiamo a un'impostazione opposta: testi riscritti in corsa, istruttorie sacrificate, confronto limitato, opposizioni non ascoltate. Un modo di procedere che non giova alla maggioranza, non giova all'opposizione e soprattutto non giova al Paese.
Quanto al merito, il tempo è troppo poco per poter affrontare tutto quello che è contenuto in queste 75 pagine, però alcune questioni le voglio portare all'attenzione, perché penso sia indispensabile che in Aula ci siano interventi, anche perché il grido di allarme che abbiamo portato nei nostri emendamenti è un grido d'allarme che abbiamo raccolto. È il grido d'allarme lanciato dall'Associazione nazionale dei comuni italiani, dai nostri sindaci e dalle amministrazioni di ogni colore politico che sono ogni giorno, in prima linea, chiamate ad applicare anche le norme che scriviamo e che dovremmo perlomeno ascoltare nel momento in cui andiamo a modificare la loro azione. Parto, innanzitutto, quindi, dalle criticità dell'articolo 11 che interviene in modo improprio sul codice della strada, introducendo una concessione temporanea di sedime stradale a favore delle strutture alberghiere, misura che è stata formulata in modo tecnicamente errato e potenzialmente lesivo dell'autonomia degli enti locali, con rischi analoghi a quelli già emersi in passato per concessioni temporanee, poi divenute diritti consolidati.
Da questo punto di vista, veramente vi chiedo di ascoltare e rileggere la nota, le osservazioni e le proposte emendative che sono state inviate a tutti i gruppi parlamentari dall'Associazione nazionale dei comuni italiani e di leggere gli emendamenti che noi abbiamo presentato. Troverete in questi emendamenti la chiara evidenza che, ancora una volta, la Ministra Santanche' ha sbagliato a cercare di travestire da semplificazione una norma che serve solo a scippare i comuni di scelte fondamentali e che con i nostri emendamenti vogliamo rispondere positivamente alle legittime esigenze delle strutture alberghiere senza però dare, al tempo stesso, un “calcio nel sedere” ai sindaci e alle autonomie dei territori, anche perché l'autonomia non può essere solo una parola vuota, svuotata di ogni significato, che serve solo ad alimentare una contrapposizione ideologica, ma poi non essere dimostrata nei fatti concreti.
Noi chiediamo semplicemente tutto ciò che è giusto, perché è giusto che le strutture alberghiere possano e debbano avere procedure semplificate per ottenere la possibilità di avere un carico e scarico di fronte alla struttura alberghiera e permettere alle persone di raggiungere nel modo più comodo le strutture alberghiere. Ma chi può e deve decidere come questo può avvenire senza generare un impatto più complessivo nella mobilità di una città? Solo l'amministrazione di quella città, quale che ne sia il colore politico. Noi non possiamo togliere completamente ogni prerogativa ai sindaci e alle amministrazioni locali e pensare che, in virtù di una norma nazionale, si possa definire la mobilità di una strada sulla base delle esigenze di un soggetto che ha un'attività commerciale su quella strada.
Stiamo parlando del suolo pubblico; non possiamo privatizzarlo con una falsa semplificazione. Dobbiamo piuttosto intervenire per semplificare quei processi e fare sì che i tempi delle domande, che la possibilità di ottenere risposte avvenga nel modo più rapido e più giusto che tenga conto delle esigenze, ma non calpestando le competenze delle amministrazioni. Non è una battaglia della sinistra o della destra: è una battaglia della tenuta complessiva di un sistema, in cui le norme non possono essere scritte contro chi le deve applicare, contro chi deve poi garantire la tenuta del sistema. Devono essere scritte insieme. Se l'ANCI ci chiede di modificare delle norme, andiamo nella direzione di modificarle. Facciamolo insieme. Troviamo insieme la formula. Io capisco che ci sia ormai, in questo monocameralismo alternato, una quasi impossibilità della seconda Camera di poter intervenire per dire la propria, perché ormai una cosa fatta al Senato è chiusa. Ma se i provvedimenti cambiano in corsa, se da 33 articoli si passa a 75 articoli, tra il Senato e la Camera, se non si poteva fare prima perché l'articolo non c'era e se non si può fare dopo perché è già passato al Senato, ma quando è il momento in cui si può fare un confronto parlamentare di merito sul fatto che, evidentemente, nell'inserire tutte queste riforme travestite da semplificazione, qualche Ministero ha fatto un errore, perlomeno, di inquadramento?
Se si vuole decidere di fare una norma che stabilisce che le strutture alberghiere hanno diritto di imporsi sul suolo pubblico a prescindere da quelle che sono le ordinanze sindacali e i ruoli delle amministrazioni, si faccia un decreto che attribuisce pieni poteri per l'occupazione del suolo pubblico e in quella sede ci confronteremo sulle differenti visioni. Ma non è una semplificazione se togli di mezzo quel soggetto che poi deve garantire l'equilibrio complessivo giustamente delle attività commerciali e giustamente delle strutture alberghiere che devono avere diritto a esercitare la propria funzione, anche con riferimento a tutte quelle che insistono in certe vie… pensiamo ai centri storici delle nostre città.
Ci sono realtà dove, di fatto, destinare piccole porzioni di suolo pubblico esistenti a una singola attività significa privare tutti gli altri anche della possibilità, magari, di poter passare in quel luogo o potervi transitare. Quindi, da questo punto di vista sull'articolo 11 mi sono voluto soffermare. Vedo anche la presenza in Aula del presidente della Commissione trasporti, Deidda, e penso che su questo ci possa essere un confronto utile, perché è una questione di competenza della Commissione trasporti. Io credo che su questo tema sia necessario andare in una direzione di correzione, che tenga conto di questa esigenza ma tenga conto anche dell'esistenza dei sindaci e dei comuni italiani. Quindi, da questo punto di vista, veramente è un appello a capire insieme le formule per poter intervenire nella sede emendativa, che potremo portare avanti nel passaggio in Aula.
Passando dall'articolo 11 all'articolo 13, vediamo un altro tema che riguarda i trasporti su cui un'altra volta vi è, però, un interrogativo che impone una riflessione: la formulazione che rischia di sovrapporsi ai servizi di trasporto pubblico sottoposti a obbligo di servizio pubblico, alterando gli equilibri economici e finanziari dei sistemi regionali e locali e incidendo pesantemente sulla pianificazione degli enti territoriali. Ci sono forti dubbi anche su questo, non solo nelle note dell'ANCI, ma anche nel che è stato predisposto dagli uffici della Camera, che ringrazio. Quindi, vi chiedo, almeno questo: rileggiamolo, rileggetelo, capiamo insieme come far sì che vada in una direzione migliorativa e non peggiorativa della crisi del trasporto pubblico locale, che già questa manovra non affronta e a cui non offre risposte.
Stiamo cercando di correggere l'articolo 30, perlomeno di salvaguardare la destinazione delle risorse destinate al rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri, che è stato sottoscritto lo scorso 20 marzo ed è stata disattesa quella che era la qualificazione delle risorse contenute nella manovra: mancano i fondi per il potenziamento del Fondo nazionale rispetto all'aumento dell'inflazione e agli altri costi, manca tutta una serie di altre voci e ci sono tagli pesanti nei confronti di tutto questo, ma se c'è poi un tema di dei trasporti che affrontate in un modo che non solo non è comprensibile, ma rischia anche di essere pericoloso e di peggiorare la situazione, almeno i provvedimenti a costo zero, visto che abbiamo capito che non volete mettere più risorse nei trasporti, cercate di scriverli con maggiore attenzione.
Allo stesso modo non si può non accennare in questa sede - non abbiamo tempo di farlo diffusamente e lo faremo con gli emendamenti - all'articolo 44, con cui è stato riscritto, senza alcun confronto e senza alcuna istruttoria, uno degli istituti fondamentali del diritto di famiglia, delle successioni, che da più di ottant'anni aveva stabilito nella tutela delle quote dei legittimari un limite invalicabile nel caso delle donazioni. Ebbene, su questa previsione la nostra riflessione è semplice: non si può fare in una semplificazione. Se si vuole modificare il diritto di famiglia, se si vogliono modificare istituti che vivono da ottant'anni, si può fare con un confronto di merito, con un percorso di audizioni e di azioni che ci consenta, anche qui alla Camera, di poterci esprimere. Non potete modificare il diritto di famiglia senza nemmeno dirlo alle famiglie italiane.
Poi, lo stesso ragionamento è quello che noi poniamo sulle disposizioni di cui all'articolo 35. Noi vi abbiamo chiesto, con i nostri emendamenti, di tutelare nella riforma dell'ACI, che avete travestito da semplificazione, almeno le lavoratrici e i lavoratori dell'ACI e di tutte quelle strutture e quelle realtà che lavorano insieme all'ACI, e penso ad ACI Informatica. Qui abbiamo avuto modo di presentare un ordine del giorno, che è stato approvato dalla maggioranza, per far sì che i tagli, i prelievi e tutte le azioni che state facendo, parallelamente ai processi democratici che rivendicate altamente all'interno di ACI, avvenissero senza danneggiare le lavoratrici e i lavoratori e su questo continueremo a incalzarvi.
Però, da questo punto di vista voi state facendo una riforma che lede quella che è l'autonomia di ACI, con l'obiettivo di rendere ancora più calzante, così come avete provato a fare nelle università e così come state provando a fare in ogni settore dell'agire pubblico di questo Paese, la presenza del Governo. Noi non siamo d'accordo nell'andare a colpire l'autonomia di determinati soggetti in favore della presenza del Governo, però si può ragionare e discutere di tutto, ci si può confrontare e si può votare. Voi avete la forza della maggioranza, vi potete imporre, ma non possiamo non avere nemmeno il luogo della discussione sulla riforma di ACI perché voi travestite anche la riforma di ACI da semplificazione.
E così arriviamo alla norma sui , all'articolo 50, giunto nel corso dell'esame al Senato - anch'esso aggiunto in corsa -, con la quale per l'ennesima volta avete prorogato misure eccezionali che sono state adottate durante il periodo del COVID. Anche su questo noi vi diciamo di cercare su questo tema del suolo pubblico di coinvolgere in primo luogo i nostri sindaci, le nostre città, le nostre amministrazioni. Ma è possibile che una maggioranza politica, che a parole dice di difendere l'autonomia differenziata, poi calpesta l'autonomia ogni qualvolta fa una norma? Allora, cosa difendete semplicemente: la differenziazione che fate con la vostra azione di Governo? Il fatto che state esasperando le differenze nel Paese, che state allontanando sempre di più i centri dalle periferie, le aree interne dai grandi nuclei urbani, i cittadini di serie A dai cittadini di serie B?
Se veramente credete almeno un briciolo nell'autonomia, tutti questi articoli che servono a calpestare l'autonomia dei sindaci rimangiateveli o modificateli o correggeteli, perché altrimenti veramente dimostrate - ed è un peccato per il Paese, è un problema per il Paese - che l'unica cosa che avete a cuore è una differenziazione e, ancora di più, che a decidere la differenziazione è chi siede alla Presidenza del Consiglio, cioè che è il Governo a poter decidere e nessun altro; non le regioni, anche quelle guidate da voi, e non i comuni, anche quelli guidati da voi. Il Governo deve decidere chi ha e chi non ha, chi può e chi non può, che si tratti di un carico e scarico, che si tratti di un , che si tratti di come può procedere l'ACI nella sua autonomia, che si tratti di tutto. Questo è per noi politicamente inaccettabile.
Quindi, per queste ragioni di metodo e di merito non possiamo che ribadire la nostra contrarietà a questo provvedimento e il nostro impegno perché il Parlamento torni ad essere la sede piena ed effettiva del processo legislativo, nell'interesse della nostra democrazia…
ANDREA CASU(PD-IDP). …e della qualità delle leggi che consegniamo ai cittadini .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Massimo Milani. Ne ha facoltà.
MASSIMO MILANI(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il provvedimento che è oggi all'esame dell'Aula potrebbe apparire, a una lettura superficiale, generico e di carattere multidisciplinare e sicuramente lo è. In realtà, si tratta di un testo di grande concretezza, la cui portata incide in maniera significativa sul tessuto sociale ed economico del nostro Paese. Pur non suscitando particolare clamore mediatico, esso rappresenta un intervento di rilevante impatto operativo.
Il Senato gli ha dedicato un'attenzione approfondita. In quella sede, la Commissione affari costituzionali, pur nell'intensa agenda tipica di quel tipo di Commissione, ha discusso il provvedimento per diversi mesi, apportando modifiche sostanziali. In fase istruttoria sono stati approvati ben 73 emendamenti, molti dei quali riformulati nel corso del confronto in Commissione. Questo a dimostrazione che un ampio dibattito c'è stato e per mesi, addirittura. Tale apertura ha consentito di accogliere le proposte condivise, nell'ottica di offrire risposte concrete e migliorare complessivamente il testo.
Colpisce che gran parte dell'opposizione - lo abbiamo sentito anche nell'intervento precedente - frequentemente è impegnata a denunciare una presunta marginalizzazione del Parlamento e l'abuso della decretazione d'urgenza. In questo caso, invece, stiamo per approvare definitivamente, in questo ramo del Parlamento, un provvedimento che, appunto, ha avuto un lavoro di confronto molto importante.
Sebbene il testo tratti di materie eterogenee, esso mantiene comunque un filo conduttore molto chiaro, che è, appunto, la semplificazione. Si tratta di un tema prioritario per il Governo guidato da Giorgia Meloni e per la maggioranza che lo sostiene. La lotta alla burocrazia e lo snellimento dei procedimenti rappresentano, infatti, un fattore strategico per la competitività del nostro sistema Paese e per la rivitalizzazione del tessuto economico. I risultati positivi, confermati da indicatori occupazionali e macroeconomici, ne sono la testimonianza concreta. L'obiettivo di queste norme è rendere l'azione amministrativa più rapida, comprensibile ed efficiente, a beneficio dei cittadini e delle imprese, mantenendo inalterati i principi di controllo e di sicurezza. La burocrazia non può e non deve essere un ostacolo allo sviluppo e dovrebbe, anzi, costituire un avversario per ogni forza politica.
Tra gli interventi significativi, desidero richiamare l'ambito dei trasporti e della logistica, con varie misure previste. Tra esse, cito solo quella che sembra una banalità ma che ci è stata sottoposta da più parti, che riguarda l'interscambio di unificati e vuole ridurre così aggravi burocratici per questa attività. Poi, la disciplina delle farmacie, sempre più riconosciute quali presidi sociosanitari territoriali.
Gli interventi approvati agevolano l'attività di prevenzione e supporto sanitario, come lo per l'epatite C o la semplificazione della somministrazione di farmaci a pazienti cronici, riducendo, per questi ultimi, l'impatto di adempimenti amministrativi, nonché il carico sulle strutture sanitarie, ovviamente, gli ospedali. E ancora, il riordino dell'ACI, Automobile Club d'Italia, un ente molto utile per i servizi ai cittadini, in particolare per gli automobilisti.
Il provvedimento interviene, poi, su una molteplicità di materie, tra cui - ne cito alcune - i sistemi di responsabilità estesa del produttore (EPR), consentendo la raccolta, oltre che nei punti vendita, anche in altri luoghi allo scopo dedicati, aumentando quindi la capacità di raccolta e di differenziazione dei rifiuti. In ambito agricolo, autorizza l'irrorazione con droni attraverso una comunicazione semplificata e stabilisce modalità semplificate per il reperimento di manodopera da impiegare in particolare nelle attività stagionali, con il chiaro obiettivo di contrastare l'impiego di manodopera irregolare.
Nell'ambito del turismo, sono introdotte diverse misure di semplificazione: dall'abilitazione all'esercizio della professione di guida alpina o di media montagna, alla realizzazione di aree di carico e scarico bagagli al servizio di strutture alberghiere, dalla realizzazione di alloggi destinati al personale operante nelle strutture alberghiere - perché, fortunatamente, c'è molta richiesta di personale e uno dei che viene richiesto è anche la possibilità di alloggiare il personale dipendente -, fino alla somministrazione di alimenti e bevande e al trasporto pubblico di linea cosiddetto non regolamentato.
Nel settore della navigazione, interviene con l'introduzione dell'autorizzazione unica per l'imbarco e sbarco e l'arruolamento del personale imbarcato.
Nell'ambito dello spettacolo, interviene con la facilitazione per la realizzazione di spettacoli dal vivo.
Si riscrive, poi, interamente la disciplina della cremazione e della dispersione delle ceneri, temi sempre più cari e sentiti, perché si tratta di una pratica che, negli anni passati, non era così diffusa, mentre oggi lo è sempre di più.
In ambito scolastico e universitario, interviene con varie misure, sia a vantaggio degli studenti, che degli insegnanti.
In tema di immigrazione, viene ulteriormente rafforzato il modello basato sull'integrazione dei lavoratori qualificati, già avviato con il decreto Cutro. E in quest'ambito segnalo che, fra gli emendamenti approvati, c'è quello volto a semplificare, mediante autocertificazione, gli adempimenti relativi all'idoneità alloggiativa per i lavoratori immigrati impiegati nei cantieri e nelle strutture ricettive, nonché la riduzione da 60 a 30 giorni del termine per il rilascio del nulla osta ai partecipanti ai programmi di formazione professionale nei Paesi di origine.
Desidero, infine, evidenziare un ulteriore intervento, introdotto in fase emendativa al Senato, relativo ai , gli spazi esterni di esercizi commerciali di bar e ristorazione, che consente al Governo di esercitare pienamente la delega parlamentare che gli è stata conferita, al fine di superare la logica emergenziale adottata nel periodo pandemico, definendo un modello strutturale basato su criteri di decoro, qualità e valorizzazione del patrimonio enogastronomico e della fruizione degli spazi pubblici.
In conclusione, il provvedimento rappresenta un esempio concreto di buona legislazione, orientata a semplificare e modernizzare i processi, facilitando l'attività dei cittadini e delle imprese.
Con questo intervento, proseguiamo il percorso di semplificazione già intrapreso in diverse altre norme di questo nostro Governo, contribuendo alla crescita e al rafforzamento della competitività della nostra economia, nell'interesse della comunità nazionale e con la responsabilità del mandato parlamentare che questa ci ha conferito .
PRESIDENTE. Salutiamo studenti e insegnanti dell'Istituto comprensivo “Giovanni XXIII” di Pineto, in provincia di Teramo (Abruzzo), che assistono ai nostri lavori dalle tribune . Li informo che questa mattina sono presenti in Aula i deputati impegnati nella discussione generale dei provvedimenti in esame. Non sono previste votazioni e il Governo è presente, ovviamente, per ascoltare. Le votazioni sono, invece, previste per la settimana prossima.
È iscritto a parlare il deputato Antonio Ferrara. Ne ha facoltà.
ANTONIO FERRARA(M5S). Signor Presidente, colleghi, rappresentanti del Governo, lo dico subito e con energia, come si fa quando si entra in una stanza e si vuole dire la verità: questa non è una legge della semplificazione, è una legge della complicazione semplificata, scritta con la matita dei potenti e la gomma dei cittadini. Voi dite “snelliamo burocrazia”, ma, in realtà, state dimagrendo la democrazia, e lo fate con lo stesso sorriso di chi dice “ti semplifico la vita” e intanto ti ruba la sedia.
La parola magica che tutto giustifica: semplificazione. Una parola magica per il Governo Meloni. Una parola che usano ovunque, come il prezzemolo, nei decreti. Un termine buono per ogni salsa. Serve per giustificare privatizzazioni, tagli, condoni, perfino le scorciatoie morali. Quando non sanno spiegare una norma, dicono: “serve a semplificare”. È diventato un tappabuchi politico universale, copre qualsiasi buco, quello della coerenza. Ma se c'è qualcosa che la storia di questo Paese ci insegna, è che ogni volta che la destra dice “semplifichiamo” qualcuno ci guadagna troppo e qualcun altro ci perde sempre. E di solito a perderci sono i cittadini comuni, le piccole imprese, i lavoratori. La semplificazione come alibi del favore. Questo disegno di legge, infatti, non nasce per aiutare il cittadino, nasce per liberare il potere dai controlli, per creare varchi giuridici dentro i quali passano silenziosi i favori. La semplificazione come alibi non è un favore, è una deroga tecnica, è una burocrazia di Palazzo Chigi, che cambia nome e si traveste da efficienza. E quando qualcuno osa dire “ma questo è un privilegio”, la risposta pronta è: “no, è una semplificazione amministrativa”. Come se bastasse cambiare l'etichetta, per cambiare la sostanza. È come chiamare riduzione fiscale, l'evasione, o riqualificazione urbana, l'abusivismo. Un gioco di parole che fa comodo ai forti e toglie voce ai deboli.
La semplificazione dei forti e la burocrazia dei deboli. Guardiamoci intorno: per aprire un'attività, un piccolo artigiano deve passare mesi di carte e portali, ma per ottenere una concessione su suolo pubblico o un edilizio mirato, a qualcuno basta una telefonata giusta. Per il cittadino la burocrazia è una giungla da cui non si riesce a uscire, per gli amici del Governo è un'autostrada a corsia preferenziale. E la chiamano semplificazione!
Avete creato un Paese a due velocità: la semplificazione dei forti e la burocrazia dei deboli. Un'Italia dove l'efficienza non è un diritto, ma un privilegio politico. La semplificazione è il controllo pubblico. L'articolo 1, quello che riduce i tempi di autotutela della pubblica amministrazione, è un capolavoro, una vera perla di ingegneria del potere: riducete da 12 mesi a 6 mesi il tempo in cui l'Amministrazione può annullare d'ufficio un atto illegittimo. Così, se qualcuno ottiene un vantaggio con un errore, una spintarella o una firma distratta, dopo 6 mesi diventa intoccabile.
Non è semplificazione, è legalizzazione dell'abuso. È come dire al controllore del treno: guarda, se il passeggero passa entro la prima fermata, multa, dopo 6 mesi, il biglietto, se non l'ha pagato, è gratis! Una riforma geniale per chi viaggia senza biglietto. La filosofia del favore: i come metafora del sistema. C'è la saga dei : un intero articolo dedicato all'interscambio dei bancali. Un'apparente e innocuo - in realtà illuminante - articolo, perché rappresenta perfettamente la logica di questa maggioranza: affidate la definizione dei valori di mercato e dei criteri tecnici a consorzi privati e lo chiamate snellimento. In pratica, lo Stato dice: “decidano loro, perché sono bravi”. Come se i controllati potessero controllare se stessi.
È la semplificazione del privilegio: togliamo le regole pubbliche e lasciamo che le regole se le scrivano da soli. Un'autocertificazione del potere. Un'autonomia selettiva che somiglia tanto all'anarchia per ricchi.
La digitalizzazione del nulla. E veniamo al cuore del titolo della digitalizzazione: un titolo altisonante, futuristico. Ma sapete cosa c'è dentro? Nessuna infrastruttura comune, nessun piano di interoperabilità, nessun modello di accesso unico ai servizi, nulla! La vostra digitalizzazione è come un' che non si apre, è la versione 2.0 di un timbro cartaceo. Avete preso la vecchia burocrazia analogica e l'avete caricata su un : non è innovazione, è trasloco digitale dell'inefficienza. E vi vantate pure!
È come fare la foto a una montagna di scartoffie e dire: abbiamo dematerializzato la pubblica amministrazione. E del turismo del favore? Ma non poteva mancare la parte turistica, naturalmente: concessioni di suolo pubblico per gli alberghi, volumetrie maggiorate, cubature agevolate per chi costruisce alloggi per i lavoratori del turismo. Apparentemente una misura per la competitività, in realtà un nuovo condono mascherato. E quando si tratta di turismo la destra si trasforma, diventa generosa, espansiva, pronta a regalare metri cubi di cemento come se fossero . È la solita politica del favore con vista mare. E anche qui “semplificazioni” serve solo a fare presto, prima che qualcuno… chi ci guadagna? Punto di domanda.
Le deleghe in bianco sono l'arte dell'opacità. Il vero marchio di fabbrica però - come detto - sono le deleghe in bianco: ovunque sarà un decreto a definire, sarà un regolamento a stabilire. Voi dite “velocità”, io dico “opacità”. Avete confuso l'efficienza con la discrezionalità e il decisionismo con l'arbitrio. È la burocrazia di palazzo che si traveste da e, nel frattempo, i cittadini restano in coda davanti ai portali, a caricare i documenti che nessuno leggerà. Ma in compenso, chi è dietro i corridoi giusti, può risolvere tutto in una riunione, in dieci minuti. La semplificazione esiste ma non è per tutti, è un servizio riservato agli abbonati alla maggioranza.
Ogni volta che l'opposizione denuncia queste storture, voi continuate ad usare la retorica del “voi avete fatto il superbonus”. La risposta è, infatti, sempre la stessa, recitata come un mantra: “eh, ma voi avete fatto il superbonus”. Sì, lo abbiamo fatto, abbiamo messo in moto l'economia reale non quella delle , abbiamo ridotto le emissioni, aumentato l'occupazione, rilanciato le imprese; e l'abbiamo fatto in un momento in cui voi eravate troppo impegnati a parlare di migranti per accorgervi che il Paese stava ripartendo. Voi avete trasformato una misura espansiva in un capro espiatorio solo perché non potevate sopportare che un provvedimento del MoVimento 5 Stelle funzionasse davvero. Ma cari colleghi, il superbonus è un debito buono, non deficit. Voi, invece, fate deficit cattivo, quello dei favori, dei a scadenza elettorale, delle marchette di bilancio. Il superbonus ha costruito tetti, voi state costruendo cartelli e castelli di carta.
La semplificazione del linguaggio è la complicazione del reale. Il Governo Meloni ha inventato una neolingua politica dove semplificazione significa togliere diritti. Avete riscritto il dizionario: tagliare diventa razionalizzare; accentrare diventa coordinare; favorire diventa sburocratizzare. Siete esperti del sinonimo “furbo” e il risultato è che la gente sente parole rassicuranti, non capisce che dietro c'è una lama, e la semplificazione semantica non cambia le parole per non cambiare la realtà, quando la semplificazione diventa uno slogan virale. E allora lasciatemelo dire con ironia: se la semplificazione avesse un volto sarebbe quello dei vostri manifesti elettorali, sorridenti, patinati, pieni di parole vuote. Avete fatto della semplificazione un marchio pubblicitario, un “semplifichiamo”. Solo che nel mondo reale, dietro questo ci sono le file alle ASL, le imprese senza credito, le scuole senza personale, i cittadini senza risposta. Avete semplificato talmente tanto che ormai la politica è diventata un su e la burocrazia è rimasta identica, solo con più filtri. La destra del fare, ma per gli amici.
La verità è che non siete il Governo del fare. Siete il Governo del fare per gli amici. Ogni decreto è un biglietto da visita; ogni emendamento un favore mascherato; ogni conferenza stampa una promessa fatta a chi già sapeva di ricevere. Avete creato una Repubblica del rapporto personale dove la velocità si misura in conoscenze, trasparenze, indiscrezioni. E quando vi si accusa di clientelismo, voi rispondete “noi siamo efficienti”. Sì, efficienti nel distribuire benefici a senso unico. Un'efficienza selettiva come un che funziona solo per pochi utenti, con la giusta.
Il colmo dell'ironia: la semplificazione ambientale. Non poteva mancare il tocco ecologico! Dentro c'è persino la semplificazione dell'irrorazione area dei fitofarmaci con droni. Si chiama “agricoltura di precisione”. Tradotto: pesticidi più veloci, senza fastidio di controlli ambientali. La semplificazione che farà felici multinazionali della chimica e meno agricoltori veri, e c'è chi abita lì vicino a questi campi, che verrà irrorato da questi veleni. Anche qui l'ironia è tutta politica. Invece di incentivare l'agricoltura sostenibile, viene semplificata quella tossica. È la sburocratizzazione dell'inquinamento.
Il modello Meloni accorcia le strade del potere. Signor Presidente, colleghi, il modello Meloni si riassume in tre parole: accorciare la strada al potere (meno mediazione, meno trasparenza, meno tempo per discutere). La velocità come alibi, così ogni decisione passa più in fretta ma anche più in silenzio; una semplificazione che non taglia i tempi, ma taglia i testimoni.
La nostra idea di semplificazione, del MoVimento 5 Stelle, invece, è un'idea diversa. Semplificare significa rendere lo Stato più leggibile, non invisibile; significa mettere la tecnologia al servizio della giustizia, non del favore; significa eliminare le zone grigie dove nascono corruzioni, opacità e clientelismo. La vera digitalizzazione è quella che permette a un cittadino di aprire un'impresa in cinque giorni, non quella che consente a un amico del Ministro di avere una deroga in cinque minuti. La vera semplificazione è quella che restituisce il tempo, non il potere.
E mi approccio verso la chiusura. Un paradosso finale, Presidente, con questa riflessione che vale più di mille articoli. Ogni volta che sentiremo dire “stiamo semplificando” ricordiamoci di chiedere “per chi?”, perché la semplificazione non è neutra, può liberare, può incatenare, può rendere giusto o rendere impunito, può essere la chiave di un futuro più snello o un grimaldello per rubare regole o diritti. E in questo disegno di legge, purtroppo, la risposta è chiara. State semplificando per voi stessi.
Signor Presidente, il MoVimento 5 Stelle non si oppone al cambiamento, lo pretende. Ma non accetteremo mai che in questa parola, “semplificazione”, si nasconda la più antica e corrosiva complicazione: l'amicizia di potere. E allora sì, lo diciamo con forza, con ironia e convinzione: questa legge non è una semplificazione, è un test di fedeltà. Chi la vota sceglie un modello di Paese dove tutto è più facile, ma solo per chi è vicino al Governo. E se questa è la vostra idea di futuro, noi saremo all'opposizione che vi ricorderà, giorno dopo giorno, che semplificare non vuol dire servire ma restituire; non vuol dire obbedire ma capire; e soprattutto non vuol dire fare presto ma fare il giusto .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore Paolo Emilio Russo, che rinuncia.
Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo, il Sottosegretario Siracusano, che rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 956-A: “Modifiche all'articolo 1, comma 741, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, in materia di equiparazione del regime fiscale nell'applicazione dell'imposta municipale propria relativamente a immobili posseduti nel territorio nazionale da cittadini iscritti nell'Anagrafe degli italiani residenti all'estero” e delle abbinate proposte di legge nn. 1099-1323-1400-1701-1743-1748.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La VI Commissione (Finanze) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Toni Ricciardi.
TONI RICCIARDI, . Grazie, Presidente. Sottosegretaria, colleghi e colleghe, con questo provvedimento interveniamo a sanare o quantomeno a ridefinire un percorso che si avvia a sanare un'incongruenza normativa e, se volete, colleghe e colleghi, anche un'ingiustizia fiscale. Stiamo parlando degli immobili, delle case o, se volete, della prima casa di coloro che vivono all'estero, che si sono trasferiti all'estero; generalmente, se analizzassimo la fattispecie, stiamo parlando di persone - tutti nelle nostre famiglie abbiamo avuto qualcuno che è partito per l'estero - che, dopo dieci, vent'anni di duro lavoro, sacrificio, utilizzavano le cosiddette famose rimesse per costruirsi la casa nel proprio Paese di partenza.
La casa nella cultura italiana - lo sappiamo ancora oggi - è quel patrimonio indiscusso, se volete forse anche identitario, nella quale tutte e tutti si riconoscono. Era il segno tangibile di un sacrificio fatto al di fuori dei confini nazionali affinché si potesse, un giorno, immaginare un rientro, un ritorno e soprattutto la costruzione di un benessere per i propri cari. Presidente, lei mi consentirà di utilizzare… io assolvo alla funzione del relatore, e per questo sono grato; mi consenta di ringraziare gli uffici, la Commissione finanze, i colleghi, le colleghe e soprattutto il presidente della Commissione finanze, Marco Osnato, il quale ha avuto, dal primo momento, una spiccata e particolare sensibilità verso il tema; sarà probabilmente dovuto alle sue origini bellunesi, ma intanto ha subito colto di che cosa stavamo parlando e, debbo dire, questo è stato un lavoro di condivisione.
Lei ha letto poc'anzi, Presidente, il numero, il codice - lo dico per chi ci ascolta - delle proposte di legge abbinate. Ecco, questa non è una battaglia che ha, come dire, mosso solo il Partito Democratico perché l'ha proposta, perché il testo base è quello, ma è stato un lavoro condiviso, opposizione e maggioranza soprattutto. Perché è bene ricordarlo, colleghe e colleghi: quando rispetto a un provvedimento - e sono convinto, auspico e credo che avremo l'opportunità di giungere a un'approvazione all'unanimità di questo provvedimento - le opposizioni, insieme alla maggioranza, discutono, dialogano con i colleghi - e ringrazio tutte le elette e gli eletti all'estero che hanno contribuito, anche con le loro proposte che sono abbinate - si dà testimonianza, un messaggio al Governo rispetto al fatto che tutta la politica, su un tema centrale, ha avvertito la stessa sensibilità.
E quindi diciamo che noi oggi qui ci ritroviamo a condividere un patrimonio di idee, nella speranza di poter risolvere un problema atavico. Guardi, Presidente, lei che ha una certa sensibilità letteraria già in altre occasioni ci siamo trovati a confrontarci sul tema. Quando Francesco Saverio Nitti, nel 1888, dà alle stampe il suo , che cosa sottolinea in quel testo? Oltre a sottolineare l'assenza, la mancanza di una legge organica che disciplini l'emigrazione italiana, che sia in grado di quantificarla e qualificarla, sottolinea un aspetto centrale ed è l'aspetto che noi ritroviamo perché, è bene dirlo, noi stiamo ancora limando gli ultimi dettagli per addivenire ad una platea la più ampia possibile, che inizi soprattutto ad avere una soddisfazione possibile: sottolinea come l'emigrazione da questo Paese, così è stata almeno per oltre un secolo, partiva soprattutto dai piccoli comuni, soprattutto dalla provincia italiana. E noi sappiamo benissimo quale sia il patrimonio edilizio che si concentra soprattutto nei comuni al di sotto dei 5.000 abitanti - è la definizione dei piccoli comuni; oltre il 70 per cento dei comuni italiani - e in molte realtà, che ancora oggi sono colpite amaramente da un profondo e atavico spopolamento, da Nord a Sud (non c'è distinzione geografica o territoriale che tenga), ritroviamo sempre più spesso case vuote, case abbandonate; si moltiplicano i cartelli “vendesi” o “affittasi”, ma che restano così.
E molte volte esattamente proprio quegli immobili appartengono agli italiani che vivono all'estero o a dei figli che li hanno ereditati e che, purtroppo, come dire, non riescono a coprire il pagamento dell'IMU. Perché poi c'è una straordinarietà nella straordinarietà in questo Paese - e questo, ripeto, non è responsabilità solo di questo Governo, ma è responsabilità di tutti i Governi che ci sono stati - perché, in questo Paese, l'IMU prima casa non la paga praticamente nessuno.
Addirittura, negli ultimi anni, c'è stata una sentenza della Corte costituzionale che ha autorizzato marito e moglie, in comunione di beni, proprietari di due immobili… se il marito dichiara di essere proprietario di un'abitazione prima casa, a Roma, e la moglie di essere proprietaria di un'altra, prima casa, nel comune a fianco, lo Stato riconosce ad uno la prima casa e all'altro la prima casa e, quindi, l'esenzione e non il pagamento dell'IMU, dell'imposta municipale propria.
Ora questa cosa, per chi è residente all'estero, non c'è; eppure i residenti all'estero sono coloro che - spiace doverlo ricordare ogni volta - è come se avessero un doppio indirizzo; sono coloro che hanno un indirizzo di residenza all'estero e sono coloro che hanno un indirizzo di residenza in Italia, ovvero che fa fede, fa capo all'ultimo comune di residenza italiano.
Io voglio anche in questa sede ringraziare tutte le colleghe e i colleghi che dal 2006 ci hanno preceduti, che hanno con insistenza lavorato affinché l'idea dell'IMU potesse passare, però lei mi consentirà, Presidente, di ringraziare i miei colleghi di maggioranza e di opposizione di questa legislatura perché per la prima volta nella storia di questo Paese la vicenda dell'IMU per i cittadini all'estero segue un iter ordinario, perché i cittadini italiani all'estero non sono cittadini di serie B. Meritano e hanno la dignità di essere trattati alla pari di tutti gli altri. E allora l'anno scorso abbiamo inaugurato, spero, una lunga stagione di provvedimenti ordinari per le comunità italiane all'estero, come la legge sui servizi consolari, che ha visto la distribuzione delle risorse esattamente in queste settimane e con l'IMU è la prima volta che si fa, è la prima volta che si riesce, perché?
Non perché chi la sta proponendo è più bravo degli altri o siamo più bravi degli altri, ma perché abbiamo avuto la capacità di trovare sintesi e di far comunità. Nonostante le distinzioni di appartenenza, abbiamo capito tutte e tutti che c'era un sentire comune che bisognava attuare e definire.
E allora il provvedimento che cosa prevede? Prevede esattamente che per la fattispecie dei piccoli comuni, che stiamo definendo nei dettagli delle virgole - la Sottosegretaria sa come funzionano queste cose, in queste fasi frenetiche -, si possa riconoscere un diritto. E questo loro diritto è riconosciuto nella misura in cui questi sono soggetti… è bene ricordarlo a noi stessi intanto e all'opinione pubblica diffusa: gli italiani all'estero le tasse in Italia le pagano. E quando gli italiani all'estero hanno un orizzonte di aggancio territoriale, significa che in quel territorio pagano le tasse, addizionali comunali, regionali e quant'altro.
E la casa, essendo un bene primario, credo che vada tutelata e, per questa ragione, invito tutte e tutti a esprimere, nel prosieguo del dibattito, un parere favorevole a questa proposta di legge .
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano, che si riserva di farlo.
È iscritto a parlare il deputato Christian Diego Di Sanzo. Ne ha facoltà.
CHRISTIAN DIEGO DI SANZO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, oggi siamo qui per esaminare una proposta di legge che non è soltanto un pezzo di norma fiscale, ma rappresenta un segno di riscatto, di memoria, di responsabilità. La proposta a prima firma del collega Ricciardi, di cui sono anche uno dei firmatari, presentata dal gruppo del Partito Democratico, è una proposta che riconosce come parte integrante del nostro Paese gli italiani che vivono all'estero, i loro figli, i loro nipoti, che oggi mantengono un legame concreto con il nostro Paese.
È una proposta che è stata recepita favorevolmente da tutti i gruppi politici, con grande spirito di condivisione. Infatti, insieme ad essa, vi sono abbinate le proposte di quasi tutti i gruppi politici, inclusi tutti i partiti della maggioranza, come con il collega Di Giuseppe, che ne hanno condiviso la logica e lo spirito. È una proposta che nasce da un'esigenza semplice ma fondamentale: riconoscere pienamente i diritti dei nostri connazionali residenti all'estero e farlo non solo sul piano simbolico, culturale, storico, ma anche su quello pratico e su quello fiscale. È un'iniziativa che interviene sul trattamento fiscale degli immobili posseduti dagli italiani iscritti all'anagrafe degli italiani residenti all'estero, l'AIRE, correggendo una stortura che, per troppo tempo, ha gravato su cittadini che, pur vivendo all'estero, continuano a mantenere nel nostro Paese beni, affetti e radici.
La prima casa in Italia viene considerata un bene fondamentale - lo Stato ha riconosciuto di non gravare queste proprietà di ulteriori imposte - e lo sgravio sulla prima casa è a beneficio di tutti i residenti in Italia. Con questa proposta vogliamo semplicemente equiparare lo stesso trattamento ai nostri cittadini residenti all'estero. Non parliamo, quindi, di privilegi, ma di equità: di un'equiparazione del trattamento per gli iscritti all'AIRE, perché parliamo di persone che non hanno mai smesso di sentirsi parte della comunità nazionale e che, nonostante le difficoltà logistiche e spesso le difficoltà amministrative, continuano a custodire un legame fortissimo con il territorio da cui provengono.
Dalla fine dell'Ottocento a oggi 30 milioni di italiani hanno lasciato il nostro Paese in cerca di opportunità, lavoro, dignità. Hanno costruito ponti tra l'Italia e il mondo, hanno creato associazioni e imprese e hanno reso il nostro Paese più grande dei suoi confini geografici, hanno sofferto, hanno lavorato e hanno sperato. Hanno amato l'Italia anche quando l'Italia sembrava averli dimenticati. L'emigrazione italiana non è un capitolo accessorio della nostra storia, è la nostra storia.
È la storia di milioni di italiani che, tra Ottocento e Novecento, hanno attraversato oceani e continenti, portando con sé lingua, tradizioni, cultura e lavoro; sono stati i nostri ambasciatori all'estero, coloro che hanno fatto conoscere i prodotti italiani nel mondo, che hanno diffuso l'amore per la nostra lingua, la nostra cultura, le nostre arti. Spesso non è solo la storia di tante famiglie italiane, ma è la storia di tanti piccoli comuni italiani, di tanti piccoli borghi, spesso spopolati dalle partenze, ma che, ancora oggi, vivono grazie al legame con i propri emigrati e i loro discendenti. Oggi gli italiani all'estero iscritti all'AIRE sono oltre 6,5 milioni: parliamo di una comunità che non è un fatto marginale o simbolico; è, di fatto, la ventunesima regione d'Italia, distribuita in oltre 190 Paesi nel mondo.
Ma l'emigrazione italiana non è storia di passato remoto, non sono le valigie di cartone dei nostri nonni. Il Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes di quest'anno ci consegna un quadro desolante, con 155.000 partenze solo nel 2024, con una mobilità che si è fatta più circolare e complessa. È una realtà, quindi, viva, che riguarda giovani ricercatori, lavoratori altamente qualificati, studenti, famiglie intere, che spesso per necessità cercano all'estero ciò che avrebbero voluto trovare qui in Italia. Alla nostra emigrazione, con questa proposta di legge, stiamo dicendo che l'Italia non vi ha dimenticato: l'Italia sta facendo la sua parte; l'Italia vi vuole parte del suo futuro.
È in questo contesto che la proposta del collega Ricciardi e tutte le proposte abbinate acquistano un valore strategico e simbolico. Sono proposte che riconoscono l'importanza delle radici, della casa di famiglia, dei piccoli borghi, che, per decenni, hanno visto partire i loro figli; case spesso lasciate in eredità e mai vendute per il legame affettivo e simbolico che rappresentano con le proprie radici per queste famiglie, che hanno continuato a investire in queste case per mantenerle, mantenendo così la bellezza di tanti piccoli borghi italiani.
Oggi, in quest'Aula, abbiamo quindi l'occasione di compiere un gesto concreto di vicinanza: non una misura simbolica o una dichiarazione d'intenti, ma una norma che incide sulla vita quotidiana di famiglie italiane nel mondo. Questa proposta di legge vuole, quindi, essere un atto di giustizia verso le nostre comunità nel mondo, un segnale che dice loro che le considera parte viva e insostituibile della nostra identità collettiva, un abbraccio verso chi è partito ma non ha dimenticato la sua casa. È un segnale di speranza e di futuro per tutti quei piccoli comuni, per tutti i comuni italiani dove la casa non è solo un mattone o un punto di riferimento, è veramente una memoria, è un potenziale, un potenziale punto di ritorno per loro e per i loro figli, per gli italiani all'estero e i loro discendenti, un potenziale di rigenerazione, un potenziale di un'Italia che non si disgrega ma si connette. Quindi, un investimento sul futuro per mantenere legami forti con le nostre comunità all'estero, che, dunque, significa anche costruire ponti economici, culturali e sociali che arricchiscono il nostro Paese.
E, soprattutto, alla fine, questo provvedimento riconosce un gesto di verità: riconosce il debito morale che abbiamo nei confronti delle generazioni che hanno lasciato l'Italia in momenti difficili, contribuendo con il loro lavoro, i loro sacrifici e la loro intelligenza alla reputazione internazionale del nostro Paese. Una legge che significa riconoscere che essere italiani non è un fatto amministrativo ma culturale, identitario e familiare, che quella che continuano a chiamare casa in Italia, quella casa fisica e simbolica, merita tutela e rispetto.
È proprio con questo spirito di collaborazione che questa proposta nasce, con una collaborazione, come ho menzionato, di tutti i gruppi parlamentari, che hanno contribuito, anche con spirito costruttivo, nelle discussioni in Commissione, non solo presentando le proposte abbinate, ma contribuendo a una discussione che si è svolta con un approccio pragmatico, per cercare di arrivare, poi, a una soluzione seria e concreta per le nostre comunità all'estero.
Quindi, oggi, non stiamo parlando di una legge di qualcuno o di una legge per qualcuno, ma di una legge per l'Italia, per gli italiani, un esempio di unità che merita di essere evidenziato e che sottolinea come il tema delle nostre comunità all'estero debba e possa essere affrontato con logiche trasversali a tutti i partiti. In un tempo in cui la politica a volte viene descritta come conflitto permanente, questo provvedimento ci dimostra che il Parlamento sa essere luogo di ascolto, di visione e di decisione condivisa per le nostre comunità all'estero.
Come menzionava il relatore, in questi giorni stiamo cercando una soluzione tecnica che riesca a trovare la condivisione di tutti, del Governo e di tutti i gruppi politici, portando, alla fine, un risultato concreto per le nostre comunità all'estero. In queste limature e in questi sforzi cercheremo, prima di tutto, come ho menzionato, per l'importanza storica che hanno i nostri piccoli comuni per l'emigrazione italiana, di dare proprio una particolare importanza ai piccoli comuni, comuni che spesso hanno meno di 5.000 abitanti e rappresentano il 70 per cento dei comuni in Italia. Una misura che, quindi, parta da quelli che sono stati i luoghi storici dell'emigrazione, il cui patrimonio edilizio è spesso a rischio di decadimento, offrendo, quindi, un incentivo al mantenimento del patrimonio per sostenere la bellezza di tanti nostri piccoli borghi. Un risultato che siamo convinti di poter raggiungere nei prossimi giorni e di arrivare poi, in questa Camera, a votare il provvedimento all'unanimità, a conclusione di un processo condiviso di ascolto tra tutti i gruppi politici.
Un risultato che speriamo e pensiamo sia, ovviamente, l'inizio di un percorso che poi porterà anche a una misura ancora più inclusiva; un percorso che ci dimostra come, su questi temi, si riesca a trovare una trasversalità a beneficio di quella parte d'Italia fuori dall'Italia che però continua a sentirsi parte integrante del nostro Paese. Coinvolgere gli italiani nel mondo significa onorare la storia dell'Italia stessa, e noi oggi abbiamo la possibilità di farlo in modo concreto con un provvedimento giusto, condiviso e, devo dire, soprattutto atteso da ormai troppo tempo dalle nostre comunità .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Andrea Di Giuseppe. Ne ha facoltà.
ANDREA DI GIUSEPPE(FDI). Grazie, Presidente. Grazie cari colleghi, Sottosegretaria, le parole del relatore e del collega Di Sanzo non mi possono trovare che d'accordo, al di là del provvedimento in esame sul quale adesso entrerò nel merito.
Ma devo dire che la differenza che c'è in questa legislatura, dalla parte degli eletti all'estero, di tutti i gruppi politici, è proprio il senso di responsabilità che gli elettori, i nostri elettori, i cittadini ci hanno dato, ci hanno demandato, ossia la responsabilità di raggiungere dei risultati. Il lo dice: i provvedimenti già approvati, quelli in approvazione e quelli che approveremo. Questo lo ritengo un esempio virtuoso di come si lavora insieme, al di là dei gruppi parlamentari.
Intervengo in merito al provvedimento oggi in esame, che prevede l'equiparazione del regime fiscale dell'imposta municipale propria (IMU) per gli immobili posseduti in Italia dai cittadini AIRE. Alla proposta di legge presentata dall'onorevole Toni Ricciardi è stata abbinata, considerato lo stesso tema, anche la mia proposta di legge (A.C. 1099).
Oggi non stiamo discutendo soltanto di un'imposta, oggi in quest'Aula stiamo decidendo che tipo di rapporto vogliamo avere con milioni di italiani che vivono fuori dai confini nazionali, ma che continuano ostinatamente a sentirsi parte di questa comunità nazionale. Stiamo dicendo loro, in modo semplice ma molto chiaro: lo Stato vi vede, vi riconosce e smette di trattare la vostra casa d'origine come un lusso da tassare, ma come un ponte tra l'Italia e il mondo perché dietro ogni riga di questo provvedimento, colleghi, non ci sono solo numeri, ci sono dei volti, ci sono delle storie, ci sono delle famiglie, ci sono dei sacrifici. Ci sono persone che, mentre noi parliamo, dall'altra parte dell'oceano o del mondo stanno seguendo questi lavori con la speranza che, per la prima volta, lo Stato non li consideri cittadini di serie B. Nel corso dell'esame in Commissione il tema ha assunto un rilievo significativo soprattutto perché la presente proposta modifica il comma 741, dell'articolo 1, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, estendendo l'esenzione del pagamento dell'IMU ai cittadini residenti all'estero, affrontando così una questione molto sentita dagli italiani iscritti all'AIRE.
Questa misura mette in evidenza il rapporto profondo e talvolta complesso tra lo Stato e i suoi cittadini all'estero. La proprietà immobiliare ha un valore affettivo, spesso legato alla casa d'origine, alla casa dei genitori o dei nonni, alla quale conseguentemente si riflette anche un legame con la specifica comunità territoriale. Ho avuto modo di osservare quanto la casa rappresenti ancora una speranza e un simbolo di continuità con la propria Nazione. Quando parliamo di casa dei genitori o dei nonni non usiamo una formula retorica: parliamo di questa porta che si apre d'estate dopo viaggi lunghissimi, di quella chiave che viene custodita all'estero come una reliquia di famiglia, di quel balcone che si affaccia sulla piazza del Paese, dove magari oggi restano più serrande abbassate che luci accese.
Per tanti connazionali la casa in Italia non è un investimento speculativo, è un luogo da dove sono partiti i loro nonni, con la valigia di cartone molte volte; è il luogo dove tornando ritrovano una lingua, un dialetto, un odore, una chiesa, un cimitero dove sono sepolti i loro affetti: è la prova che la loro storia personale e la storia dell'Italia sono intrecciate. E noi oggi dobbiamo decidere se quello è un bene da colpire fiscalmente o un legame da proteggere politicamente.
Le ondate migratorie del passato hanno contribuito a creare comunità vive, radicate nella loro terra d'origine. Negli eventi organizzati all'estero spesso il ricordo delle generazioni passate racconta un amore viscerale per la patria, che va oltre il semplice sentimento. Allo stesso tempo, le nuove generazioni, spesso professionisti qualificati, considerano la casa d'origine un porto sicuro, un'Itaca alla quale sperano di fare ritorno. Io lo voglio dire con forza in quest'Aula: l'Italia è un grande Paese grazie ai suoi italiani, a quelli che vivono qui e a quelli che vivono fuori, perché sono i nostri naturali ambasciatori nel mondo. Senza questa estensione globale fatta di famiglie, imprese, professionisti, studenti e ricercatori, l'Italia rischierebbe di essere un Paese più chiuso, più provinciale e meno influente. Quegli italiani che vivono a New York, a Toronto, a San Paolo, a Sydney o a Londra non sono un problema amministrativo, sono una parte della nostra Nazione che si è spostata fisicamente ma non si è mai staccata davvero e la casa in Italia spesso è il loro ultimo filo diretto con il territorio d'origine.
Se noi continuiamo a trattare quel filo come una rendita da spremere non stupiamoci poi se un anno dopo quel legame si indebolisce. Il tema dell'IMU rappresenta un aspetto cruciale sia per le comunità storiche che per i giovani italiani all'estero. Il pagamento di questa imposta ha spesso scoraggiato il mantenimento e la valorizzazione degli immobili di famiglia provocando, specialmente nei piccoli comuni, un impoverimento territoriale e immobiliare progressivo. Iniziative come il turismo delle radici cercano di invertire questa tendenza, riportando luce ai borghi e preservando storie che oggi costituiscono orgoglio e identità per le comunità italiane nel mondo.
Quando un nostro connazionale decide di mantenere una casa in Italia non sta sottraendo qualcosa al Paese, sta investendo nel Paese; sta pagando ristrutturazioni, artigiani, imprese edilizie, tasse sui trasferimenti, spese nei negozi, viaggi, ristoranti, servizi turistici. Ogni volta che torna in Italia non porta solo nostalgia, porta economia reale, porta relazioni, porta opportunità per i territori. Viceversa, quando il peso fiscale diventa insostenibile il risultato è sempre lo stesso. Quella casa viene venduta, spesso sottocosto, oppure viene lasciata andare in rovina; il comune perde residenti potenziali, perde presenze, perde futuro. E quei borghi che oggi diciamo di voler salvare, nel frattempo si svuotano in silenzio. Con queste proposte di legge, colleghi, si intende tener conto dell'evoluzione storica e sociale della nostra comunità all'estero, che oggi supera i 7 milioni di persone. Questo Governo sta finalmente riconoscendo il ruolo dei cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali. Dopo la riapertura dei termini per il riacquisto della cittadinanza e la discussione della mia proposta in tema di assistenza sanitaria, oggi si affronta il tema del pagamento dell'IMU per i cittadini AIRE, rappresentando un ulteriore passo verso una visione globale della nostra identità e del ruolo dell'Italia nel mondo.
Questa misura risponde alle esigenze dei nostri connazionali incentivando non solo l'acquisto e il restauro delle abitazioni, ma anche il turismo di ritorno ridando vita ed anima ai borghi e ai paesi che incarnano tradizioni e culture italiane. Voglio dirlo con chiarezza: non stiamo facendo un favore a qualcuno, stiamo correggendo una stortura. Chiunque, dentro e fuori quest'Aula, volesse descrivere questa misura come un privilegio dovrebbe avere il coraggio di andare a dirlo in faccia a chi lavora all'estero da quarant'anni, manda soldi in Italia, mantiene la casa dei genitori in un piccolo paese e si vede colpito due volte: nel Paese dove vive e nel Paese che ama.
La vera domanda politica è: vogliamo continuare a considerare questi italiani come un bancomat a distanza o vogliamo cominciare a considerarli per quello che sono davvero, cioè una risorsa strategica per l'Italia? La di quest'Aula non si misura negli slogan o nella paura del consenso, ma nel coraggio con cui si ristabilisce la giustizia.
Entrando nel cuore della questione, un ulteriore aspetto, spesso trascurato, è la doppia tassazione e imposizione fiscale. Numerosi italiani residenti all'estero pagano l'IMU in Italia e la tassazione nel paese di residenza degli stessi immobili. Questo peso grava sulle famiglie e porta un progressivo abbandono e deprezzamento degli immobili. Dobbiamo considerare gli italiani nel mondo come una risorsa preziosa, custodi della lingua, della cultura e dei legami economici del nostro Paese. È giusto chiedere loro un rapporto corretto con il fisco, ma è altrettanto doveroso valorizzare le opportunità che i nostri connazionali residenti all'estero possono rappresentare.
Questo tema della doppia imposizione non è un dettaglio tecnico, è un messaggio politico. Dire a una famiglia: “ti tassiamo qui, ti tassiamo lì per lo stesso bene” significa scoraggiare chi, nonostante tutto, vuole tenere in piedi l'Italia.
Signori, pensiamo a un ragazzo nato all'estero, figlio, nipote di emigrati, che arriva per la prima volta nel Paese del nonno, apre la porta, guarda quella casa e si sente dire: questa è casa tua, questa è la tua Italia. Ecco, con questo provvedimento noi decidiamo se, accanto a quella frase, c'è anche una cartella esattoriale o c'è uno Stato che finalmente gli tende una mano. Io scelgo la seconda opzione e invito quest'Aula a fare la stessa scelta .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, il deputato Toni Ricciardi, che rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano, che rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 1367-A: Disposizioni per il sostegno del diritto allo studio e per la prevenzione della dispersione scolastica.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La VII Commissione (Cultura) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Beatriz Colombo.
BEATRIZ COLOMBO, . Grazie, Presidente. Membro del Governo, l'Assemblea di oggi avvia l'esame della proposta di legge recante disposizioni per il sostegno del diritto allo studio e per la prevenzione della dispersione scolastica.
La proposta è stata esaminata, in sede referente, dalla Commissione cultura. Dopo la seduta di incardinamento, svoltasi il 18 settembre 2024, è stato fissato il termine per la presentazione delle proposte emendative: ne sono state presentate circa 40. La Commissione ha preso atto dei pareri espressi dalle Commissioni coinvolte in sede consultiva ed ha approvato emendamenti soppressivi dell'intero testo della proposta in oggetto, intendendosi così implicitamente conferito a me - quindi, come relatore - il mandato in senso contrario in Assemblea. Per questo motivo, Presidente, le chiedo il permesso di depositare la relazione, dandola per letta.
PRESIDENTE. Deputata Colombo, la autorizzo al deposito della sua relazione.
Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano, che rinuncia.
È iscritta a parlare la deputata Orrico. Ne ha facoltà.
ANNA LAURA ORRICO(M5S). Grazie, Presidente. Buongiorno Sottosegretaria, onorevoli colleghe e colleghi, la proposta di legge di cui inizia la discussione generale oggi in quest'Aula si pone come strumento per migliorare e rafforzare, agendo su tre pilastri, l'accesso all'istruzione nel nostro Paese, attraverso un maggiore sostegno ad un diritto fondamentale lungo tutto il percorso del primo e del secondo ciclo scolastico, in modo equo e concreto.
Mi sono domandata, nella fase di redazione di questa proposta di legge e anche nell'esame che abbiamo affrontato, seppur brevemente, in VII Commissione, come si possa valutare se lo Stato stia davvero garantendo il diritto allo studio e come lo renda effettivamente accessibile a tutti. E una prima risposta può venire dall'analisi di alcuni dati che l'Istat ci conferisce in un che analizza il livello, il numero di diplomati e di laureati nel nostro Paese a confronto con la media europea. Allora, scopriamo che, nel 2024, in Italia, il 66,7 per cento delle persone tra 25 e 64 anni hanno almeno una qualifica o un diploma secondario superiore: una quota di oltre 13 punti inferiore alla media europea, che invece raggiunge l'80,5 per cento e i livelli più bassi, purtroppo, si registrano nelle regioni del Mezzogiorno.
Se andiamo all'istruzione terziaria, anche in questo caso, l'Italia è indietro rispetto alla media europea, perché in Italia la percentuale di persone che hanno un titolo terziario sono il 31,6 per cento, contro una media europea del 44,1; anche in questo caso si legge una differenza tra una quota maggiore al Nord e più bassa nel Mezzogiorno.
Oltre ai divari territoriali, ci sono anche quelli di genere, con le donne laureate che sono più degli uomini: 38,5 contro 25 per cento.
Tra i fattori che influiscono su questi dati, non può certamente essere sottovalutato quello della condizione socioeconomica della famiglia e del contesto sociale, economico e culturale nel quale crescono i ragazzi e le ragazze.
L'analisi dei dati ci dice che, laddove i genitori hanno conseguito il diploma o la laurea, la probabilità che i figli seguano lo stesso percorso è nettamente superiore rispetto ad un contesto familiare dove non si è raggiunto neppure il titolo secondario. Ovviamente, tutto questo influisce anche sulla capacità dei ragazzi di raggiungere una posizione sociale ed economica migliore rispetto ai propri genitori. I figli di genitori poco istruiti hanno tre volte meno probabilità di laurearsi.
A questi dati, poi, si aggiungono quelli sulla dispersione scolastica. È vero che in Italia la dispersione scolastica è diminuita negli ultimi anni, scendendo al 9,8 per cento, ma, se andiamo a guardare i diversi territori e a fare un confronto sempre tra le regioni del Mezzogiorno e le regioni del Nord, scopriamo che esiste un enorme divario, perché al Sud la dispersione scolastica esplicita, quindi l'abbandono della scuola prima di conseguire il titolo secondario, arriva al 12,4 per cento contro l'8,4 per cento del Nord.
A tutto questo si aggiunge una dispersione implicita, cioè quei ragazzi che, al termine del ciclo di 13 anni di scuola, non hanno raggiunto il livello minimo delle competenze rispetto alla comprensione della lingua scritta, della matematica e dell'inglese. È ovvio che la dispersione implicita influisce moltissimo sul percorso formativo e anche di crescita personale e genera ulteriore marginalità. Anche su questi dati si conferma, ancora una volta, il divario tra Nord e Sud e il divario di genere.
C'è, dunque, un tema che ricorre nell'analisi di questi dati ed è il tema dell'equità, che, di fatto, non è affrontato nelle politiche del Governo e, di conseguenza, non ci sono investimenti strutturali e a lungo raggio sulla riduzione di questi divari territoriali, che sono anche divari sociali ed economici, divari di genere, divari generazionali, e le famiglie vengono lasciate sostanzialmente sole. L'OCSE ci dice che l'Italia investe sull' istruzione circa il 3,9 per cento del proprio PIL. Nel 2020, eravamo al 4,3 per cento, contro una media europea del 4,7 per cento. La Francia, ad esempio, arriva al 5 per cento, la Germania al 4,5 per cento e l'Italia è anche il Paese che spende di meno in istruzione in rapporto alla spesa pubblica totale.
Fatto questo quadro, basato su numeri che apparentemente potrebbero sembrare freddi, si inserisce un ragionamento che dovrebbe condurre la politica tutta ad aggredire in modo sistemico i problemi, organizzando le risorse e le azioni attraverso una visione d'insieme.
Con questo approccio nasce la proposta di legge di cui discutiamo oggi, che intende istituire una dote educativa, rafforzare ed estendere progressivamente il tempo prolungato a scuola e consolidare la comunità educante per prevenire la dispersione scolastica e ridurre le disuguaglianze. Sono tre punti o, se vogliamo, tre pilastri intorno ai quali costruire un modello di scuola che renda il diritto allo studio non una spesa o un costo, ma un investimento per migliorare la qualità della vita nel nostro Paese, garantendo a tutte e a tutti le stesse opportunità e gli stessi strumenti di accompagnamento alla propria formazione.
Che cos'è e che cosa fa la dote educativa? La dote educativa supporta le famiglie nelle spese che ogni anno devono affrontare per l'acquisto dei libri, per l'acquisto del corredo scolastico, per far accedere i propri figli e le proprie figlie a tutta una serie di attività culturali, sportive, musicali, scolastiche ed extra scolastiche, considerato che, ogni anno, puntualmente a settembre, ci ritroviamo con una serie di dati che suggellano il caro scuola. Quest'anno, per iscrivere un figlio al primo anno di scuola media, le famiglie sono arrivate a spendere fino a 1.200 euro; per iscrivere un figlio al primo anno di scuola superiore, si è arrivati addirittura a 1.400 euro. Sono sempre di più le famiglie che ricorrono a prestiti per poter sostenere il percorso educativo e formativo lungo tutto l'arco del ciclo scolastico.
La dote educativa vuole essere uno strumento di equità perché, di fatto, intende raggiungere tutte le famiglie fino ad un ISEE di 45.000 euro, abbracciando, quindi, anche quel ceto medio che, spesso e volentieri, si sobbarca tutta una serie di costi, tutta una serie di obblighi, tutta una serie di doveri e di sacrifici, quasi come se ne avesse le possibilità economiche in maniera illimitata. Invece il ceto medio soffre, soffre sempre di più e sta diventando ceto povero.
La dote educativa prevede un importo erogabile fino a 500 euro e non ha nulla a che vedere con la Carta del merito o la recente Carta valore, che il Governo propone in legge di bilancio e che viene finanziata solo con 180 milioni di euro. Uno strumento, quello della Carta valore, che si basa sull'esclusione, piuttosto che sull'inclusione, come denunciato dalle stesse organizzazioni studentesche, per cui, se non ti diplomi entro il diciannovesimo anno di età, non hai diritto a nulla e, se perdi un anno di scuola per una qualunque ragione, non puoi accedervi.
Ma, soprattutto, questi sono strumenti che non tengono conto del fatto che non tutti sono nelle condizioni di poter studiare al meglio, di poter apprendere al meglio e che è necessario, in partenza, fornire a tutte e a tutti lo stesso punto di partenza, ovvero le stesse opportunità e gli stessi strumenti e, poi, applicare il principio del merito e, quindi, valutare, aggiungere, laddove l'impegno personale dimostri effettivamente di meritare un certo tipo di riconoscimento, così come stabilito dalla nostra Costituzione.
Accanto, quindi, al pilastro della dote educativa come strumento di supporto principalmente economico, ma anche di equità per il di soggetti a cui verrebbe applicato, abbiamo inserito un altro pilastro, che è quello del tempo prolungato, che serve, sostanzialmente, a raggiungere due obiettivi. Il primo è quello di garantire a tutte le ragazze e a tutti i ragazzi di potersi fermare a scuola anche durante il pomeriggio, attraverso la garanzia della presenza di una mensa scolastica. Voglio ricordare che nel nostro Paese, ad esempio nelle scuole primarie, soltanto una su due ha la mensa e che il divario si allarga a mano a mano che scendiamo nelle regioni del Mezzogiorno: mentre nelle regioni del Nord la mensa scolastica è garantita più che nel 50 per cento degli istituti scolastici, al Sud le percentuali scendono addirittura sotto il 15 per cento.
La mensa poi, in alcuni casi, diventa l'unico pasto, effettivamente, che alcuni ragazzi e ragazze riescono ad avere in maniera completa, perché dobbiamo ricordare che 1,3 milioni di ragazzi e ragazze sotto i 18 anni vivono in condizioni di povertà, cioè in famiglie che non riescono a garantire una qualità della vita dignitosa al 100 per cento.
Il tempo prolungato raggiunge anche un altro obiettivo, che è quello della conciliazione tra la vita lavorativa e la vita privata, aiutando i genitori, quelli che lavorano, a stare più tranquilli sapendo che i propri figli si trovano a scuola durante le ore pomeridiane. E qui si aggancia il secondo pilastro di questa proposta di legge, che è il rafforzamento della comunità educante; comunità educante che è stata istituita nel 2020, durante il secondo Governo Conte, con la creazione dei patti educativi.
La comunità educante è diventata uno strumento che rappresenta, per molti territori dove lo Stato non riesce a garantire il tempo pieno o prolungato, le palestre e le biblioteche non sono aperte, i teatri e i musei non ci sono, dove il tessuto economico è debole, dove il dimensionamento ha disgregato la collettività, una risorsa che mette al centro la scuola nel co-progettare insieme a tutti coloro che vivono, operano e lavorano all'interno di una comunità. Quindi, le organizzazioni del Terzo settore che fanno volontariato, chi si occupa di cultura, di teatro, di musica, chi si occupa di sport, le stesse attività produttive imprenditoriali, insieme alla scuola, che è il fulcro centrale, progettano tutta una serie di attività didattiche ed extradidattiche, che arrivano fino all'orientamento, che completano il percorso formativo dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze, mettendoli in condizioni di avanzare rispetto anche allo sociale di partenza. L'obiettivo di questa proposta di legge è rendere strutturale il modello della comunità educante, prevedendo un finanziamento, che parte con 10 milioni e, poi, diventa di 20 milioni per ogni anno, in maniera tale da garantire continuità al lavoro che fanno le comunità educanti.
All'interno di questa proposta di legge, nella fase emendativa hanno partecipato per lo più le forze politiche di opposizione, che ringrazio, perché il loro spirito è stato quello di migliorare, di aggiungere a questi tre pilastri tutta una serie di elementi, di strumenti, che avrebbero consolidato e reso ancora più efficace la visione che sottende a questa proposta di legge rispetto al mondo dell'istruzione.
Ad esempio, proponevo tra gli emendamenti di istituire l'Osservatorio sulla povertà educativa, così come richiesto da diversi soggetti auditi durante il percorso in Commissione, per fare che cosa? Per monitorare l'efficacia di uno strumento come la dote educativa e armonizzare questo strumento con gli altri previsti già nel nostro ordinamento giuridico a sostegno del diritto allo studio e, quindi, razionalizzare e rendere ancora più efficiente la macchina pubblica nel garantire l'accessibilità, in modo universale, al diritto allo studio.
Mi lasci concludere, Presidente, con una riflessione su quello che è stato il metodo, ahimè, adottato in Commissione per affrontare questo provvedimento; un provvedimento richiesto dall'opposizione, dal MoVimento 5 Stelle, perché, come diceva la relatrice, il provvedimento è stato incardinato un anno fa: era settembre del 2024, venne avviato il ciclo di audizioni e, poi, presentammo gli emendamenti.
Dopodiché questa proposta di legge è rimasta ferma, senza alcuna proposta da parte della maggioranza o del Governo di discutere quantomeno in ordine all'inserimento del principio della dote educativa e di tutto ciò che ho rappresentato all'interno del nostro ordinamento come strumenti, appunto, per garantire l'equità e l'accesso universale al diritto allo studio. Non c'è stato dibattito e non c'è stato confronto. Nei prossimi dieci anni l'Unione europea si indebiterà per acquistare armi; forse sarebbe stato meglio indebitarsi per investire in istruzione, visto che il Governo in questa legge di bilancio taglia altri 600 milioni di euro per la nostra scuola.
È proprio sulla scuola che si costruisce il progresso di una società e il futuro del Paese. Invece, questo Governo che cosa ha fatto in questi tre anni nel campo dell'istruzione? Ha fatto tutta una serie di interventi che si sono concentrati sulla limitazione del diritto al dissenso di studenti e studentesse, sulla valutazione della condotta, sull'affermazione di una serie di divieti, come quello sulla partecipazione all'educazione sessuale e affettiva, sulla riduzione del personale docente, sul commissariamento di agenzie e istituti, che sono stati resi delle appendici della volontà e dei della politica di questa maggioranza.
Noi crediamo che, se proprio dobbiamo tagliare da qualche parte in questo Paese, ciò che dobbiamo tagliare è innanzitutto un approccio all'istruzione come spesa e come costo. Investire sull'istruzione significa creare una futura classe dirigente in questo Paese, capace di far progredire il contesto sociale, economico e culturale. Allora, nel ringraziare quest'Aula per l'attenzione, voglio con amarezza constatare che questo Governo nei fatti dimostra, invece, di non avere a cuore il futuro dei nostri ragazzi, delle nostre ragazze e neppure il futuro del nostro Paese .
PRESIDENTE. Ne approfitto, prima di dare la parola al deputato Fabio Roscani, per salutare gli studenti e gli insegnanti del liceo scientifico “Farnesina” di Roma, che sono presenti in tribuna ad assistere ai nostri lavori . Li ringraziamo per questo e gli auguriamo ogni fortuna. Preciso che oggi sono presenti in Aula - poiché sono previste solo discussioni generali e non ci sono votazioni - i deputati che stanno svolgendo i loro interventi in discussione generale, la relatrice e il Governo in posizione di ascolto.
È iscritto a parlare il deputato Roscani. Ne ha facoltà.
FABIO ROSCANI(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario, onorevoli colleghi, vale la pena ricordare che il clima di collaborazione istituzionale nella VII Commissione della Camera è sempre stato un clima di collaborazione, un clima sereno, tanto che le proposte di legge approvate in via legislativa sono più di dieci e un importante decreto-legge, discusso all'interno della Commissione e approvato, prevedeva l'approvazione di oltre il 25 per cento delle proposte emendative frutto del lavoro dei gruppi e dei partiti dell'opposizione.
Noi continuiamo a ritenere, ovviamente, che sia importante difendere un metodo democratico. L'opposizione ha tutto il diritto di presentare le sue proposte di legge, anche di farne l'uso che ritiene, e da parte della maggioranza, ovviamente, non è mai mancato il dialogo. Sicuramente avviare questa discussione dopo la sessione di bilancio avrebbe in ogni modo favorito un ragionamento condiviso. Ma sulla dispersione scolastica mi preme, comunque, il dovere di elogiare e ricordare l'azione del Governo Meloni, del Ministro Valditara e del Sottosegretario Frassinetti.
Il primo dato che emerge con forza, che è stato anche già ricordato, riguarda la riduzione drastica dell'abbandono scolastico precoce. Nel 2024 l'Italia ha registrato un tasso di dispersione del 9,8 per cento, superando l'obiettivo del PNRR fissato al 10,2 per cento. Ancora più significativo è il dato prospettico: secondo le rilevazioni Invalsi per il 2025, si stima un ulteriore calo dell'8,3 per cento, raggiungendo, con ben 5 anni di anticipo, il europeo del 9 per cento previsto per il 2030. Questo significa che l'insieme dei provvedimenti e del lavoro fatto dal Governo sta centrando l'obiettivo.
Parallelamente alla lotta contro la dispersione, il Ministero ha avviato, come sappiamo, una riforma strutturale dell'istruzione tecnico-professionale attraverso il percorso “4 più 2”: 4 anni di scuola secondaria superiore seguiti da 2 anni presso le ITS . L'innovazione crea una filiera educativa che coinvolge direttamente le aziende, introducendo docenti provenienti dal mondo professionale e implementando percorsi di apprendistato di primo e terzo livello. Nelle scorse settimane il Ministro dell'Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, ha firmato due decreti che stanziano 500 milioni di euro aggiuntivi per rafforzare Agenda Sud e Agenda Nord, programmi strategici contro le disuguaglianze educative territoriali.
L'investimento complessivo supera un miliardo di euro, cifra record destinata agli istituti con maggiori criticità formative. Beneficiari saranno 4.264 scuole distribuite su tutto il territorio nazionale: 2.164 istituti per il programma meridionale e 2.100 per quello settentrionale. Le risorse aggiuntive ammontano a 252,4 milioni per il Sud Italia e 248,8 milioni per il Nord, assegnate secondo criteri proporzionali basati sui più recenti dati Invalsi. Particolare attenzione viene poi riservata agli istituti più fragili: da 245 salgono a 600 le scuole, per ciascun programma, che riceveranno un finanziamento speciale di 150.000 euro, con un incremento rispetto ai 140.000 euro dell'anno precedente.
I primi dati relativi al periodo 2023-2025 confermano l'efficacia dell'iniziativa ministeriale. Nelle classi coinvolte dal piano governativo, infatti, si registra un incremento delle competenze degli alunni di quasi 60 punti percentuali, mentre quelle non coinvolte mostrano miglioramenti sotto il 20 per cento. Emerge un caso virtuoso, quello, ad esempio, della Puglia, nelle cui scuole, coinvolte da Agenda Sud, gli apprendimenti mostrano un incremento tre volte superiore rispetto alle altre. Infine, c'è l'importante investimento, ovviamente, su “Carta Valore” fatto in legge di bilancio con 180 milioni.
Questo per dire, ovviamente, che da parte del Governo e della maggioranza continua ad esserci - c'è stato, c'è e ci sarà - il massimo impegno contro la dispersione scolastica e per il contrasto alle marginalità sociali. Non c'è nessuna questione di merito sulla proposta riguardante la lotta alla dispersione scolastica, ma c'è un impegno preciso del Governo che è iniziato 3 anni fa, che sta continuando e che sta portando importanti frutti.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Irene Manzi. Ne ha facoltà.
IRENE MANZI(PD-IDP). La ringrazio, signor Presidente. Saluto la Sottosegretaria. Non so se lo avete notato, colleghi, ma quella di oggi - lo ha ricordato poco fa il Presidente Mattarella - è una giornata importante. Questa proposta di legge arriva in Aula proprio in occasione della Giornata mondiale dell'infanzia e dell'adolescenza e sarebbe stato molto positivo e importante festeggiare - ricordare più che festeggiare, viste anche le parole allarmanti pronunciate dal Presidente della Repubblica - questa ricorrenza con un'attenzione diversa rispetto a questa proposta di legge presentata dalla collega Orrico. Infatti, al di là dei dati citati dal collega Roscani, quegli emendamenti in quei decreti-legge erano emendamenti ordinamentali e minimali e una parte significativa delle proposte di legge che sono state approvate in via legislativa in Commissione sono proposte della maggioranza, ma non voglio entrare in polemica su questo.
Oggi, in occasione di questa ricorrenza, noi avevamo davvero una grande occasione: quella di poter creare un ponte, un tema di dialogo e confronto su dei temi centrali che riguardano l'istruzione, temi centrali che attengono, appunto, ai temi della povertà educativa e della dispersione scolastica.
E rispetto a quel passaggio in Commissione la collega Orrico ricordava come è da ottobre del 2024 che abbiamo presentato emendamenti; ci sono passate due leggi di bilancio in mezzo. Ci sarebbero stati gli spazi, volendo - se si fossero voluti trovare, ovviamente -, per intervenire, per trovare dei punti di contatto su quella proposta di legge a cui, appunto, come gruppi di opposizione, come gruppo del Partito Democratico, anche in linea con le proposte di legge che in questi anni abbiamo depositato alla Camera e al Senato, abbiamo cercato di dare il nostro contributo.
Abbiamo provato, appunto, ad affrontare temi come quello della comunità educante o come quello del Fondo per il contrasto della povertà alimentare a scuola, su cui già nella scorsa legge di bilancio, con un emendamento unitario, avevamo trovato un piccolo fondo che andrebbe in realtà implementato, a sostegno delle amministrazioni locali. Eppure, si poteva trovare uno spazio di confronto e di dialogo nel merito tanto sulla proposta di legge della collega Orrico, quanto sugli emendamenti presentati da tutte le opposizioni; e quello spazio di confronto e dialogo non è stato trovato perché la proposta di legge è stata sostanzialmente soppressa, non esiste e non esisterà più, e gli emendamenti dell'opposizione sono stati in Commissione tutti puntualmente bocciati. Del resto, non è nuova questa maggioranza a questo tipo di atteggiamento perché lo abbiamo visto in quasi tutti i provvedimenti che hanno riguardato proprio il tema dell'istruzione, che si parlasse del 4+2, del processo di valutazione alla scuola primaria, del decreto Esami di maturità o del liceo del . C'è stato il tentativo di contribuire - non di limitarci a fare l'opposizione e ad opporci - ma di contribuire in un'ottica propositiva come è accaduto anche con l'ultimo ampiamente discusso e non ancora concluso provvedimento relativo all'educazione all'affettività; abbiamo cercato, facendo tesoro, tra l'altro, del lavoro fatto in Commissione nelle audizioni, rispetto alle tante proposte, ai documenti che ci sono arrivati, di dare e di offrire un contributo di merito che, purtroppo, è stato - ogni volta - puntualmente respinto proprio nell'attesa che si aprisse un confronto con il Governo.
Eppure, il tema - che fa riferimento nel titolo alla dispersione scolastica e al diritto allo studio - non dovrebbe essere, per sua natura, divisivo, ma incoraggiare a trovare azioni comuni. E su questo, colleghi, cito proprio un dato che riporta il redatto dal Servizio studi della Camera, il quale ci ricorda che la dispersione scolastica sta, sì, scendendo nel nostro Paese, ma anche che i dati relativi all'Italia restano tra i più alti rispetto a quelli degli altri Paesi dell'Unione europea, tra l'altro, con differenze territoriali davvero preoccupanti.
I numeri spesso sono freddi e tra l'altro non dicono tutto, e io non voglio limitarmi a quelli, però c'è un dato che dovrebbe in realtà farci saltare su queste sedie per la profonda ingiustizia che porta con sé: è il dato relativo - lo ricordava anche la collega Orrico - alla povertà assoluta dei minori.
Secondo i dati più recenti, 1.300.000 bambini vivono in povertà assoluta, è una forma di povertà che incide in maniera radicale sulle opportunità, sulle aspirazioni, sulle aspettative di vita delle generazioni più giovani, che le priva della possibilità stessa di acquistare materiale scolastico, di fare delle scelte rispetto alle prospettive di prosecuzione della loro carriera scolastica, o di frequentare teatri, cinema, attività sportive.
Sono privazioni profondamente ingiuste, perché si legano alle generazioni più giovani e si associano a quello che viene definito il paradosso della povertà educativa, quel paradosso che lega il futuro delle generazioni più giovani alle condizioni lavorative, economiche e sociali delle famiglie di appartenenza. Quei bambini, magari figli di genitori che hanno un titolo di studio non di istruzione superiore, rischiano nel loro futuro di avere lo stesso titolo di studio, le stesse ridotte opportunità di crescita e di educazione, e questa è un'ingiustizia che penso, in quest'Aula, non ci potremmo permettere di accettare e che investe, tra l'altro, la possibilità di accesso ai nidi e ai servizi per la prima infanzia, di fruire del tempo pieno a scuola e dei servizi mensa, di ridurre quei divari sociali e territoriali nell'apprendimento delle conoscenze fondamentali.
Ecco, meno opportunità hai di poterti allontanare dalla condizione di appartenenza della tua famiglia e meno possibilità avrai nel tuo futuro. E questa è un'emergenza nazionale che prescinde anche dai dati, dai numeri e dalle rilevazioni che spesso ci troviamo a riportare nei nostri interventi proprio perché ipoteca gravemente le opportunità e le possibilità di costruzione del futuro delle generazioni più giovani, tra l'altro, in un tempo in cui il continuo approfondimento, la formazione e l'essere in possesso di conoscenze possono davvero fare la differenza.
Che cosa servirebbe? Certamente non ci possiamo limitare ad interventi, che, lo riconosco, anche dal lato delle opposizioni, sono significativi, come Agenda Sud e Agenda Nord, perché sono interventi temporanei e non strutturali. E invece servono proprio interventi qualificanti, serve strategia, servono investimenti strutturali di lungo periodo. Se avete modo, colleghi, di parlare con gli amministratori locali, con le associazioni, con le realtà che operano nel settore dell'istruzione e dell'educazione, tutto quello che ci chiedono è avere a propria disposizione fondi ed interventi strutturali, non limitati a singole progettualità e non limitati a singoli bandi.
Quelle realtà, a cui ho fatto riferimento poco fa, ci chiedono investimenti, ed è questo che abbiamo cercato di fare nei nostri emendamenti, nelle proposte di legge e nelle tante discussioni che ci siamo trovati a fare in quest'Aula, come in Commissione.
Che cosa chiedono? Chiedono investimenti sul tempo pieno e sulle mense. Chiedono l'universalità dei servizi legati alla prima infanzia e ai nidi, in particolar modo. Chiedono le risorse per creare comunità educanti e mettere, finalmente, strutturalmente a terra e a regime questo progetto. Non un libro dei sogni, colleghi, nonostante quello che il Ministro Valditara ci ha ricordato pochi mesi fa, intervenendo in quest'Aula e rispondendo a una nostra interrogazione relativa proprio al scolastico. No, non è un libro dei sogni, basterebbe solo avere convinzione e mettere a terra azioni su questo.
Quella convinzione che, tra l'altro, molti anni fa, un Ministro dell'Economia mai dimenticato, che voglio ricordare, Tommaso Padoa Schioppa, ci aveva ricordato, citando il costo della dispersione scolastica per il Paese. Diciannove anni fa, il Ministro Padoa Schioppa ci ricordava che la dispersione scolastica costa allo Stato, ogni anno, 2 miliardi e mezzo in termini di studenti persi e di risorse che finiscono per svanire di fatto, man mano che gli studenti abbandonano il loro percorso scolastico; 10 miliardi, se calcolate, in 4 anni di corso di studio.
Con interventi mirati potremmo risparmiare risorse economiche che, magari, potrebbero essere profondamente utili per essere reinvestite proprio all'interno di questo settore e di questo ambito. Ed è quello che andiamo ripetendo ormai da tre anni, in quest'Aula, con le nostre proposte di legge, presentate al Senato e alla Camera come gruppi del Partito Democratico: quelle che riguardano l'accesso gratuito alle mense e ai trasporti scolastici, che chiedono che le mense siano riconosciute come servizio essenziale ed universale, quelle che affrontano il tema della gratuità dei libri di testo.
Quegli interventi, lo dicevo poco fa, non sono libri dei sogni, sono azioni - se andassero a rileggere i membri del Governo - scolpite in un programma, anche con riferimento ad un'azione fondamentale: quel piano di azione di Garanzia Giovani che, con fondi, misure, risorse e, soprattutto, azioni, era stato individuato, solo pochi anni fa, dal Governo Draghi e che questa maggioranza ha tristemente dimenticato e messo nel cassetto. Basterebbe andare a riprenderlo: in quel documento c'erano impegni economici precisi tanto per le istituzioni europee, quanto per i Paesi aderenti, a cominciare dall'Italia.
Proprio in occasione della Giornata mondiale dell'infanzia e dell'adolescenza, il Presidente Mattarella ci ricordava, questa mattina, una responsabilità collettiva per stare al fianco delle famiglie, per prevenire il disagio delle generazioni più giovani e sostenere soprattutto i percorsi di crescita.
Servirebbe davvero un'azione di responsabilità che purtroppo non troviamo nei provvedimenti in materia di istruzione, molto propagandistici, spesso buoni per ottenere un titolo a mezzo stampa che questo Governo e il Ministro Valditara hanno messo in atto in questi anni. Infatti, se andiamo a vederle, le cifre stanno proprio a zero, partendo dalla manovra di bilancio, che ha adottato, nel 2022, il dimensionamento scolastico, continuando con quella che ha tagliato 5.660 posti di organico docente, di potenziamento.
Per finire con la manovra di bilancio, che è in discussione ora al Senato, che prevede 600 milioni di tagli al comparto dell'istruzione per il prossimo triennio. Del resto, non siete nuovi a questo tipo di misure. Basterebbe ricordare la manovra messa in atto dal Governo Berlusconi-Gelmini con il taglio di 10 miliardi di euro a livello pluriennale e 100.000 cattedre in meno. Basterebbe questo da ricordare, ma non solo.
Andando a concludere, voglio anche ricordare un'altra cosa, che il Ministro Giorgetti potrebbe considerare, magari prendendo spunto dal suo omologo Padoa Schioppa. Intervenendo pochi mesi fa nella Commissione che si occupa della demografia e del calo demografico, presieduta dalla collega Bonetti, il Ministro Giorgetti ci ha detto che, in fondo, di fronte alla denatalità, il settore dell'istruzione deve quasi rassegnarsi, visto che perderà alunni, a perdere anche le risorse conseguenti.
Io penso che questa è una responsabilità che il nostro Paese non può in alcun modo permettersi. Quelle risorse non vanno tolte al settore dell'istruzione, vanno investite, investite meglio, vanno investite, intervenendo sul numero degli alunni per classe, cambiando le modalità della didattica e gli spazi educativi, incoraggiando, tra l'altro, il potenziamento e l'autonomia.
Ecco, vorrebbe proprio dire provare non a cercare titoli sul giornale, ma provare a mettere in atto, a livello strutturale e pluriennale, politiche scolastiche ed educative, quelle a cui, purtroppo, da tempo ormai avete rinunciato. E questa, in questa occasione, in questa data, oggi, rappresenta davvero tristemente un'occasione persa a cui però noi colleghi non ci rassegneremo e continueremo a non rassegnarci, insieme anche agli altri gruppi di opposizione.
Ecco, a questa rassegnazione, contrapporremo, ancora, la volontà, l'entusiasmo e la speranza di continuare a fare politica e provare a progettare e programmare, soprattutto, un Paese diverso e realmente unito .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, deputata Colombo, che rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Siracusano, che rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
S. 1433 - Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime (Approvato dal Senato). (C. 2528)
Relatrici: BISA e VARCHI.
3.
S. 1433 - Introduzione del delitto di femminicidio e altri interventi normativi per il contrasto alla violenza nei confronti delle donne e per la tutela delle vittime (Approvato dal Senato). (C. 2528)
Relatrici: BISA e VARCHI.
4.
S. 1184 - Disposizioni per la semplificazione e la digitalizzazione dei procedimenti in materia di attività economiche e di servizi a favore dei cittadini e delle imprese (Approvato dal Senato). (C. 2655)
: PAOLO EMILIO RUSSO.
5.
Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico. (C. 2423-A)
e delle abbinate proposte di legge: AMORESE ed altri; SASSO ed altri. (C. 2271-2278)
: SASSO.
6.
DI GIUSEPPE ed altri: Modifica all'articolo 19 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, e altre disposizioni in materia di assistenza sanitaria in favore dei cittadini iscritti nell'Anagrafe degli italiani residenti all'estero, residenti in Paesi che non appartengono all'Unione europea e non aderiscono all'Associazione europea di libero scambio. (C. 1042-A)
e delle abbinate proposte di legge: DI SANZO ed altri; ONORI ed altri. (C. 1415-1998)
: CIOCCHETTI.
7.
S. 316 - D'INIZIATIVA DEL SENATORE BERGESIO: Modifiche all'articolo 40 della legge 28 luglio 2016, n. 154, in materia di contrasto del bracconaggio ittico nelle acque interne (Approvata dal Senato).
(C. 1806)
e dell'abbinata proposta di legge: COMAROLI ed altri. (C. 830)
: BRUZZONE.
8.
9.
S. 1503 - Ratifica ed esecuzione dell'Accordo concernente misure di solidarietà volte a garantire la sicurezza dell'approvvigionamento di gas tra il Governo della Repubblica Federale di Germania, il Governo della Confederazione Svizzera e il Governo della Repubblica Italiana, fatto a Berlino il 19 marzo 2024 (Approvato dal Senato). (C. 2592)
Relatrice: GRUPPIONI.
S. 1520 - Ratifica ed esecuzione del Protocollo di modifica dell'Accordo tra la Repubblica Italiana e la Confederazione Svizzera relativo all'imposizione dei lavoratori frontalieri, con Protocollo aggiuntivo, del 23 dicembre 2020, fatto a Roma il 30 maggio 2024 e a Berna il 6 giugno 2024 (Approvato dal Senato). (C. 2593)
: FORMENTINI.
10.
TONI RICCIARDI ed altri: Modifiche all'articolo 1, comma 741, della legge 27 dicembre 2019, n. 160, in materia di equiparazione del regime fiscale nell'applicazione dell'imposta municipale propria relativamente a immobili posseduti nel territorio nazionale da cittadini iscritti nell'Anagrafe degli italiani residenti all'estero. (C. 956-A)
e delle abbinate proposte di legge: DI GIUSEPPE ed altri; ONORI; BILLI; LOVECCHIO ed altri; MANES; BORRELLI ed altri. (C. 1099-1323-1400-1701-1743-1748)
: TONI RICCIARDI.
11.
ORRICO ed altri: Disposizioni per il sostegno del diritto allo studio e per la prevenzione della dispersione scolastica. (C. 1367-A)
Relatrice: COLOMBO.