PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ROBERTO GIACHETTI, legge il processo verbale della seduta del 30 dicembre 2025.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 79, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Il Presidente del Senato, con lettera in data 8 gennaio 2026, ha trasmesso alla Presidenza il seguente disegno di legge, che è stato assegnato, ai sensi dell'articolo 96-, comma 1, del Regolamento, in sede referente, alle Commissioni riunite VIII (Ambiente) e X (Attività produttive):
S. 1718. - «Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, recante misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili» (2758) - bisbis
Il suddetto disegno di legge, ai fini dell'espressione del parere previsto dal comma 1 del predetto articolo 96-, è stato altresì assegnato al Comitato per la legislazione.
Poiché il suddetto disegno di legge è iscritto nel calendario dei lavori dell'Assemblea a partire dalla seduta odierna, ai sensi del comma 5 dell'articolo 96- del Regolamento, i termini di cui ai commi 3 e 4 del medesimo articolo sono stati conseguentemente adeguati.
PRESIDENTE. Comunico che, con lettera pervenuta in data 30 dicembre 2025, il deputato Attilio Pierro, già iscritto al gruppo parlamentare Lega-Salvini Premier, ha dichiarato di aderire al gruppo parlamentare Misto.
Comunico altresì che, con lettera pervenuta in data 7 gennaio 2026, il deputato Davide Bergamini, già iscritto al gruppo parlamentare Lega-Salvini Premier, ha dichiarato di aderire al gruppo parlamentare Misto.
PRESIDENTE. Comunico che, a seguito di quanto convenuto nella Conferenza dei presidenti di gruppo del 10 dicembre 2025, la Delegazione della Camera dei deputati presso l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa sarà formata, nella sessione annuale del 2026, dai componenti attualmente in carica.
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire, sull'ordine dei lavori, il deputato Marco Grimaldi. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Basterebbe questa citazione per comprendere cosa sto per chiedere: “È difesa da due slitte trainate da cani. In un modo o nell'altro dovremo averla”. Non è la battuta di fine anno in una partita a risiko, sono le parole del Presidente del Paese più potente e armato di questo pianeta, nonché alleato di questo Paese.
Presidente, attendiamo di aggiungere anche questa vicenda nelle informative che darà Tajani e che forse dovrebbero anche riguardare il Ministro Crosetto. Come avrà letto, il deputato repubblicano Randy Fine ha presentato un disegno di legge per annettere la Groenlandia come cinquantunesimo Stato degli Stati Uniti d'America. Si chiama . È un ? No, è il primo atto ufficiale nei confronti di quel territorio semiautonomo, parte della Danimarca e, quindi, parte anche, di fatto, di quella che è l'estensione dell'Unione europea.
Trump dice, con la sua sicumera da predatore, che la Groenlandia è una risorsa vitale per la sicurezza nazionale. Più esplicitamente dice: ci serve, perché il predominio geopolitico degli Stati Uniti non può essere intaccato dalla minaccia cinese o russa. Ci sentiamo spesso dire che il riarmo serve a una logica di deterrenza per fronteggiare le minacce. Lo dico così: come stiamo fronteggiando questa minaccia statunitense rivolta direttamente, appunto, a uno Stato membro dell'Unione europea?
Come sapete, noi non vogliamo un' bellica, anzi vogliamo anche in questo caso un' diplomatica. Siamo pacifisti ed è ciò che invochiamo di fronte a ogni scenario potenziale. Ne avremmo, a proposito di parole di guerra, un arsenale di battute da farvi. Che cosa facciamo? Cosa chiedono i volenterosi di oggi? Di portare lì le truppe, in Groenlandia? Di dire al proprio alleato statunitense che questa corsa alle armi serve esattamente a difendersi da lui?
Ecco, stiamo assistendo a un' gravissima. Un' che riguarda direttamente l'Europa, la NATO e anche la sicurezza nel nostro continente. L'ipotesi di un intervento militare - così è stato detto - per ottenere la Groenlandia è un fatto senza precedenti. E il Governo italiano cosa dice? Dice: beh, sono parole. Tajani ha detto: vedremo poi cosa succederà davvero. Noi lo vogliamo sapere da questo Governo che cosa pensano. Intendono sostenere la Danimarca e l'Unione europea sì o no? Perché la NATO non è un condominio dove il più forte decide e gli altri tacciono.
È un'alleanza fondata sulla difesa collettiva, non ovviamente sull'aggressione interna o un equilibrio costruito così, precariamente, dai rapporti di forza. La sovranità della Groenlandia non è negoziabile e l'Europa non è un mercato di territori o di terre e terre rare. E la vicina Groenlandia non è un episodio isolato, mi faccia dire. Le stesse ore in cui Trump minacciava la Groenlandia erano quelle in cui veniva prelevato Maduro dal Venezuela, si minacciavano Cuba, la Colombia e perfino il Messico. Ho finito. È come se si stesse tracciando una linea del globo dicendo: “quell'emisfero è nostro”.
Credo che non sia diplomazia, non sia sicurezza collettiva. È predazione geopolitica ed è anche un problema per l'ordine internazionale. I Ministri si presentino, ci dicano cosa pensano, perché l' di guerra passa anche da un alleato che crede non solo nel , ma nel dire che quello che non avrà è sotto la sua minaccia. Altro che premio Nobel della pace, siamo ad un premio Nobel di guerra .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, l'onorevole Quartini. Ne ha facoltà.
ANDREA QUARTINI(M5S). Grazie, Presidente. Ovviamente non possiamo non associarci alla richiesta del collega Grimaldi. Io credo che siamo di fronte a fatti di estrema gravità, dal Venezuela alla Groenlandia, passando per Panama, per l'Iran, per lo Yemen, per il Messico, per Cuba. E i dazi. Ecco, questa è la vera guerra ibrida che Trump sta conducendo un po' in tutto il mondo.
Credo che davvero si debba assolutamente fare una riflessione approfondita su questi temi, in contrasto ad ipotesi di interventi militari, perché, dal nostro punto di vista, la pace rappresenta, anche per la nostra Costituzione, un elemento importante. C'è bisogno di confronto, c'è bisogno di forte capacità del sistema di trovare dei momenti di sintesi e c'è bisogno di contrastare la prepotenza di chi si arroga il diritto di comandare il mondo.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 1579-A: Istituzione del Giorno del ricordo dei piccoli martiri della strage di Gorla e delle piccole vittime di tutte le guerre.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Riccardo De Corato.
RICCARDO DE CORATO, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea oggi avvia l'esame della proposta di legge n. 1579-A, presentata il 29 novembre del 2023 dall'onorevole Montaruli ed altri, recante l'istituzione del Giorno del ricordo dei piccoli martiri della strage di Gorla e delle piccole vittime di tutte le guerre.
Faccio presente che la proposta di legge, che è composta da un solo articolo costituito da cinque commi, è stata oggetto di modifiche approvate anche con il contributo dei gruppi di opposizione nel corso dell'esame in sede referente presso la Commissione affari costituzionali, avviatosi in data 8 aprile 2025 e conclusosi in data 18 dicembre 2025.
In particolare, faccio presente innanzitutto che il titolo della proposta di legge, originariamente riferito al Giorno del ricordo della strage dei piccoli martiri di Gorla, è stato integrato con una modifica approvata dalla Commissione al fine di inserire un riferimento anche alla commemorazione delle piccole vittime di tutte le guerre. Conseguentemente, il comma 1, sostituito nel corso dell'esame in sede referente, riconosce il 20 ottobre quale Giorno del ricordo dei piccoli martiri della strage di Gorla e delle piccole vittime di tutte le guerre, al fine di conservare, rinnovare e diffondere la memoria delle bambine e dei bambini martiri delle guerre e per rafforzare l'impegno per la pace in occasione della ricorrenza dei fatti accaduti presso la scuola elementare “Francesco Crispi” di Gorla, che è un quartiere di Milano, la mattina del 20 ottobre 1944, quando, durante un bombardamento aereo alleato, la caduta di un ordigno nel vano scale della scuola, sotto cui era sito il rifugio antiaereo, provocò la morte di 184 bambini e di 19 membri del personale scolastico.
Il comma 2, modificato nel corso dell'esame in Commissione, prevede che, in occasione del Giorno del ricordo istituito dalla proposta di legge, nelle scuole di ogni ordine e grado, quindi dalla scuola dell'infanzia alla scuola secondaria di secondo grado, nell'ambito della loro autonomia, possono essere organizzate manifestazioni pubbliche, cerimonie, studi, convegni e momenti comuni di ricordo e di riflessione sui fatti oggetto del Giorno del ricordo, con particolare riferimento alla promozione di una cultura della pace.
Il comma 3 dispone che in tale occasione possono essere organizzate, più in generale, iniziative volte a commemorare studenti e operatori scolastici vittime di stragi. Rispetto al comma 2, il comma 3 stabilisce quindi un ampliamento delle attività che possono essere organizzate in occasione della Giornata con riguardo sia l'oggetto, studenti e operatori scolastici vittime di strage, che alle sedi e alle modalità, facendosi riferimento a generiche “iniziative”, della commemorazione.
Il comma 4, sostituito nel corso dell'esame in sede referente, stabilisce che il Giorno del ricordo istituito ai sensi del comma 1 non determina gli effetti civili di cui alla legge 27 maggio 1949, n. 260. Il comma 5, anch'esso oggetto di modifica nel corso dell'esame in Commissione, reca infine la clausola di invarianza finanziaria, stabilendo che dall'attuazione della presente proposta di legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e che le amministrazioni competenti provvedono ai relativi adempimenti nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire, se lo ritiene, la rappresentante del Governo. Si riserva di farlo eventualmente in sede di replica.
È iscritta a parlare la deputata Roggiani. Ne ha facoltà.
SILVIA ROGGIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente e grazie al relatore De Corato. Era il 20 ottobre 1944, era una mattina di sole, con il cielo azzurro, come ci ricorda Giuditta Trentarossi che quel venerdì andava a scuola con la mamma e il cuginetto Edoardo. Incontrarono la maestra proprio sul ponte e la mamma disse alla maestra: che bella giornata che è oggi. E la maestra rispose: sapessi quanto sono preoccupata, con una giornata così bella potrebbero venire a bombardare.
Quel cielo azzurro se lo ricordano tutti, tutti i sopravvissuti, i pochi sopravvissuti; se lo ricorda anche Ugo Zamboni, sopravvissuto, oggi presidente dei familiari delle vittime, che quel giorno si salvò ma perse il fratello Andrea: “Il sole di quel giorno ce l'ho ancora negli occhi. Vidi gli aerei in cielo e lo dissi alla nonna, felice. Lei mi disse: nasconditi dietro al ciliegio. Io disobbedii e mi misi con lei dietro a una colonna. Il ciliegio fu strappato da terra”.
Quando alle 11,14 l'allarme suona, le lezioni alla scuola elementare Crispi di Milano, nel quartiere Gorla, si interrompono e si avviano ai rifugi le tante e i tanti bambini, insieme alle maestre. Gorla era un quartiere residenziale, come è anche oggi: case affacciate sul Naviglio, dove allora si faceva il bagno; tante famiglie, piccole attività commerciali che dovevano fare i conti con la guerra. Un luogo di pace in mezzo a tanti punti di interesse bellico: l'Isotta Fraschini, la Breda, l'Alfa Romeo, la Magneti Marelli, la Falck, i quartieri di Niguarda e Greco, dove c'era e c'è ancora la stazione.
E mentre una maestra risaliva le scale perché qualcuno diceva “ma no, è un falso allarme”, mentre le tante bambine e i bambini camminavano piano, in fuga, in fila indiana, verso i rifugi, alle 11,27 ottanta tonnellate di bombe alleate americane si infilano nella tromba delle scale e la scuola di via Crispi viene giù.
Errore di calcolo, si dirà; oggi qualcuno li chiamerebbe “gli effetti collaterali delle guerre”. E invece erano persone: bambine e bambini affamati di un futuro che non avrebbero più né visto, né conosciuto, né potuto scrivere; 200 vite spezzate, 184 bambine e bambini, la direttrice della scuola, 14 insegnanti e 4 bidelli. Quel giorno, solo quel giorno, solo a Milano morirono 614 persone.
Oggi, dove sorgeva la scuola c'è un monumento, nato per volontà, forte volontà, da parte dei familiari, e anche questa è una storia che vale la pena di raccontare anche qui, in quest'Aula. Dopo quella tragedia, il comune mise in vendita l'edificio per 6 milioni di lire allora e lì doveva sorgere un cinema. I genitori si indignarono, fecero un esposto al comune, istituirono un comitato, che è un po' alle radici del comitato che c'è ancora oggi, e andarono a Palazzo Marino. A Palazzo Marino si levò la voce di un padre che aveva perso il figlio quel giorno e disse: ma davvero la vita dei nostri figli vale dunque così poco? E Antonio Greppi, il primo sindaco di Milano, allora sindaco, antifascista, partigiano, un sindaco che ancora oggi ricordiamo, si commosse: sono padre anche io, fate del terreno quello che volete. E fu così che lì nacque quello che ancora oggi è il monumento per i piccoli martiri di Gorla.
C'è chi dice - lo abbiamo sentito anche di recente - che per anni la tragedia dei piccoli martiri fu rimossa; invece - io lo dico da milanese d'adozione - a Milano le iniziative si sono sempre moltiplicate, non solo da parte del comitato, che è stato sempre presente, e da parte del Municipio 2, ma sono fioriti e si sono moltiplicati quelli che oggi la pedagogia della memoria chiamerebbe i racconti con i linguaggi più diversi. Penso, ad esempio, a quello che ha fatto Renato Sarti, lo spettacolo , interpretato magistralmente da Giulia Lazzarini; penso al murale ideato da OrMe-Ortica Memoria, realizzato da Orticanoodles insieme al Municipio 2; penso al documentario, che abbiamo visto in tanti, voluto e realizzato da Mario Calabresi. Penso alla presenza del Presidente Mattarella nell'80° anniversario, che, con le sue parole “una tragedia insensata, inimmaginabile, immane” e con l'incontro dei sopravvissuti, ha dato valore nazionale, come è giusto che sia, a quel momento e alla sua memoria. Un dolore - come ci ha detto il Presidente Mattarella - che non si cancella e che non si dimentica.
E, allora, penso che oggi la domanda che noi ci dobbiamo fare è: che cosa vuol dire fare memoria oggi dei piccoli martiri di Gorla?
Allora successe che, con l'episodio della scuola di Gorla, il regime fascista attaccò pesantemente gli americani, dal momento che erano stati vari i bombardamenti che, in tutta la nostra penisola, avevano coinvolto i civili e avevano portato alla morte moltissimi civili. Usarono i manifesti, che allora era il mezzo di comunicazione di massa più in voga. Incaricarono il disegnatore Boccasile di realizzare dei manifesti per diffamare le truppe alleate, a scopo ovviamente propagandistico. Ancora oggi potete trovare e vedere quei manifesti di allora, che il comitato dei familiari delle piccole vittime di Gorla ha voluto mettere sul proprio sito.
Io credo che la storia, ovviamente, abbia dato il suo giudizio su quegli anni terribili e bui, gli anni del nazismo e gli anni del fascismo, e oggi ricordare le vittime di Gorla non vuol dire certo, per quel che ci riguarda, riscrivere la storia, ma vuol dire ricordare le piccole vittime, vuol dire ricordare l'universalità del dolore di infanzie negate e distrutte.
Oggi le armi esplosive mietono vittime tra bambine e bambini senza precedenti nella storia. Proprio per questo, come Partito Democratico, abbiamo voluto presentare degli emendamenti - e siamo davvero contenti che siano stati approvati all'unanimità in I Commissione - che associassero al ricordo di quel momento tragico e drammatico per Milano, per Gorla, per le tante bambine, i bambini e i loro familiari che quel giorno hanno visto vite spezzate, una memoria dell'oggi, cioè le tantissime piccole vittime dei conflitti.
Ringraziamo il relatore innanzitutto, ma anche tutta la maggioranza, per aver voluto accogliere questa modifica che abbiamo voluto presentare, anche perché - lo dicevo prima - se andiamo a vedere i che ci raccontano la situazione dell'oggi, purtroppo, vediamo dei dati drammatici. L'ultimo rapporto di ci dice che, nel 2024, le vittime bambine e bambini nel mondo sono state più 42 per cento rispetto al 2020. Dagli anni Novanta il numero delle bambine e dei bambini che vivono sotto le guerre è più che raddoppiato: oggi sono 520 milioni le bambine e i bambini che vivono sotto il peso della guerra; a Gaza sono stati più di 20.000 le bambine e i bambini uccisi, più di un bambino ucciso in ogni ora di quel conflitto.
Oggi fare memoria dei piccoli martiri credo che sia questo: l'impegno di tutte e tutti noi a far sì che non ci sia più chi può definire “danni collaterali” le vite spezzate di bambine e bambini. Oggi fare memoria è impegnarsi per la pace, impegnarsi perché non ci siano più dei futuri interrotti, storie di bambine e bambini che non potranno essere scritte e nemmeno essere lette.
Questo ci deve ricordare questa proposta di legge, che diventerà a breve legge: l'impegno di tutte e tutti noi di offrire alle bambine e ai bambini un futuro, scuole migliori, parchi, giorni felici da vivere, piccole delusioni da affrontare e superare insieme, futuro, pace. Quella pace che Papa Francesco definiva “artigianale”, perché dipende da tutte e tutti noi
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Urzì. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO URZI'(FDI). Grazie, Presidente. Ci sono vicende che rimangono impresse nella coscienza collettiva delle comunità, e anche della Nazione, anche molte generazioni dopo che si sono svolte. E l'episodio legato alla strage di guerra dei piccoli martiri di Gorla, quindi 184 bambini innocenti decimati, è ancora stampato nella memoria di una città, come quella di Milano, brutalizzata dagli attacchi aerei indiscriminati, in quelle tragiche giornate dell'ottobre del 1944, e più grigia del solito.
Quell'urlo soffocato dei 184 bambini e dei 19 membri del personale scolastico, rimasti sepolti sotto la loro scuola, è rimasto impresso nel reticolo delle memorie più dolorose della storia recente per il grave tributo di vittime innocenti.
La strage avvenne principalmente nel vano scale della scuola elementare Francesco Crispi, proprio nel quartiere di Gorla, come è stato già richiamato, nel capoluogo lombardo. Fu una mattanza che si poteva evitare; anzi, Presidente, si doveva evitare. Non fu un tragico errore, fu una tragica, scellerata decisione. Achille Rastelli racconta l'episodio in , Mursia, anno 2000.
Quel giorno, il 20 ottobre 1944, era prevista una grande operazione aerea statunitense. Tre Bomb Group delle Forze aeree dell'esercito avevano assegnati tre distinti obiettivi: il 461° Bomb Group, composto da quarantuno B24, lo stabilimento Isotta Fraschini; il 484° Bomb Group, composto da trentaquattro B24, lo stabilimento Alfa Romeo; il 451° Bomb Group, composto da trentasei B24, lo stabilimento Breda di Sesto San Giovanni.
La gran parte degli ordigni sganciati dal 451° Bomb Group non centrò l'obiettivo. La seconda ondata dei velivoli del 451° Bomb Group, dopo aver assunto una rotta d'attacco errata - e in quei casi non è possibile rientrare sull'obiettivo -, sganciò le bombe immediatamente a sud-est del bersaglio per liberarsi del carico, ma senza attendere di trovarsi in un'area non carica di obiettivi civili, scuole, case, abitazioni, negozi. Il colonnello Stefanowicz del 49° Wing, da cui dipendeva il 451°, criticò, nella sua relazione, l'operato del gruppo, dichiarando che il fallimento della missione fu dovuto alla scarsa capacità di giudizio e allo scadente lavoro di squadra.
I tempi della tragedia, Presidente, furono scanditi, alle 11,14, dal piccolo allarme antiaereo e dopo dieci minuti, alle 11,24, dal grande allarme. Appena cinque minuti più tardi, alle 11,29, caddero i micidiali ordigni. La scuola elementare “Francesco Crispi” ospitava circa 200 bambini e, quando suonò il grande allarme, l'attività di preparazione per il raggiungimento del rifugio, situato sotto le scale della scuola, già iniziata al suono del piccolo allarme, era ancora in corso. E quando la bomba entrò nella tromba delle scale della scuola, solo alcuni bambini avevano già raggiunto il rifugio, che comunque crollò per via dello scoppio dell'ordigno. La storia ci racconta, Presidente, del pietoso recupero delle piccole vittime e del personale scolastico che li accompagnava nei giorni seguenti: una mesta conta di morte. Dal 1947, come è stato già ricordato, il Monumento Ossario in piazza dei Piccoli Martiri, nel quartiere Gorla di Milano, ricorda quelle innocenti vittime di una negligenza non infelice, ma criminale.
Anche la guerra, Presidente, orribile esercizio di confronto fra gli uomini, conosce le proprie regole. Ecco, allora queste regole non furono rispettate. E oggi vogliamo, con questo atto, permettere di ricordare quei bambini e chi li sorvegliava; utilizzare la forza della legge per stimolare riflessioni pubbliche di memoria, estendendo questo atto di umana pietà a tutte le piccole vittime di tutte le guerre.
Mi piace, anzi, Presidente, mi spiace, devo dire, in questo contesto, da bolzanino, citare un altro episodio molto simile, meno noto, simile per la sua cruda violenza e che ci è stato raccontato, peraltro, dal maresciallo Marco Rizza sul quotidiano del 1° dicembre 2013. Bolzano fu sopraffatta, il 2 dicembre 1943, dalla quinta incursione aerea in pochissimi giorni: 37 quadrimotori americani, sempre B24, scaricarono 94 tonnellate di bombe dirompenti, colpendo tutto, e, in piazza Madonna, sventrarono la scuola “Adelaide Cairoli”, scuola oggi chiamata “Goethe”, che era stata trasformata, in quel caso, in un dormitorio. Le scuole italiane erano state chiuse durante il periodo di occupazione nazista dell' e, quindi, venivano usate per tutti quelli che avevano avuto la casa già distrutta nei precedenti bombardamenti.
La dinamica è orribile: l'ordigno entrò, centrandolo perfettamente, attraverso lo sfiatatoio d'aria che alimentava il rifugio nei sotterranei, e l'effetto fu devastante. Tutte le persone furono gettate contro il muro perimetrale est e, poi, sollevate come piume: 35 le vittime, fra cui, ancora una volta, tantissimi bambini, anche lì, in quel caso, figli di sfollati.
L'Italia oggi, nel tempo delle crude immagini di innocenti vittime delle guerre che ci arrivano dalla Nigeria, dalla Palestina, dalla Siria, dall'Ucraina, da Israele e da qualunque altra parte del pianeta dove gli uomini non hanno trovato una soluzione pacifica alle proprie controversie, con questa legge, fa la sua parte per ricordare le piccole vittime di tutte le guerre, certamente, nel giorno della strage dei piccoli martiri di Gorla, per i quali, con un sentimento particolare, viene istituito un Giorno dedicato del ricordo: il 20 di ottobre. Tutto ciò, Presidente, con l'auspicio che si tratti di un monito costante, a stimolo di una cultura della pace in cui far crescere le future generazioni e a cui convertire l'attuale.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA(M5S). Grazie, Presidente. Centottantaquattro bambini e 19 insegnanti massacrati dal fuoco alleato, cosiddetto “fuoco amico”: questi sono i numeri della tragedia di Gorla, che in questo provvedimento vogliamo ricordare. Una tragedia che si consumò il 20 ottobre 1944, nel quartiere della città di Milano denominato Gorla, quando, durante un bombardamento ad opera di americani, degli alleati americani, un ordigno centrò completamente la scuola elementare intitolata a Francesco Crispi, facendo oltre 200 vittime tra scolari e insegnanti: sicuramente la tragedia più grande che si è avuta nel mondo scolastico.
Ricordiamo i fatti. La mattina di quel 20 ottobre, decollavano dall'aeroporto pugliese di Castelluccio, nei pressi di Foggia, i bombardieri americani B24, con l'obiettivo di bombardare alcune installazioni nell'area nord di Milano. A causa di un errore di calcolo, l'obiettivo venne mancato, ma si decise lo stesso, ugualmente, di sganciare l'intero carico di bombe - 342 ordigni -, facendoli cadere proprio nel centro abitato sottostante, dove c'erano, appunto, i quartieri milanesi di Gorla e Precotto. Furono sganciate 80 tonnellate di bombe, che provocarono la morte di 614 civili. Uno degli ordigni centrò il vano scale della scuola elementare “Francesco Crispi”, raggiungendo addirittura il rifugio antiaereo sotterraneo, e uccise l'intero corpo docente e 184 bambini.
Davanti a ciò, il dolore fu talmente grande e immane che l'intera collettività si strinse e la condanna dell'opinione pubblica fu unanime, nonostante possiamo dire che quasi erano abituati, narcotizzati, dalle atrocità della guerra. Le Forze alleate cercarono di giustificarsi per quella scelta. Chiesero scusa, ma la verità è che questa tragedia è stata occultata per tanto tempo ed è stata catalogata come un errore militare.
La scelta di indicare il giorno dell'anniversario della strage di Gorla quale momento celebrativo per poter ricordare e riflettere su questa tragedia incredibilmente dimenticata può essere condivisa dal MoVimento 5 Stelle. Riteniamo che la memoria storica sia uno strumento che vada tutelato e preservato, perché ci aiuta a orientare le scelte del presente e a non commettere gli errori del passato. Riteniamo che accadimenti così tragici che hanno coinvolto il nostro Paese vadano ricordati, perché è nella celebrazione del ricordo che si può trovare un momento autentico di riflessione, un'occasione affinché le atrocità del passato possano farci riflettere e guidare le scelte di oggi, del presente.
Cos'è la strage di Gorla? La strage di Gorla, se volessimo usare una locuzione utilizzata in questi anni, in questi mesi, è un effetto collaterale. Sì, Presidente, la strage di bambini italiani del quartiere Gorla, secondo una fredda e lucida logica che anche questa maggioranza ha portato avanti e ha sostenuto per non guardare in faccia, negli occhi, la strage che si è realizzata e che si sta continuando a realizzare nella Striscia di Gaza, è un effetto collaterale. Se bombardare ospedali e uccidere poveri sfollati in fila per un tozzo di pane è un effetto collaterale, allora anche sganciare una bomba per errore, colpire una scuola e uccidere 184 bambini da parte di un alleato è un effetto collaterale. Eppure, oggi questa maggioranza, con questo provvedimento, invece, giustamente - e ripeto, giustamente - vuole celebrare e ricordare quella che è stata una strage che ha colpito profondamente il nostro Paese.
Se è così, però, se il sentimento di dolore e di cordoglio per quello che è successo a quei bambini che erano nel luogo più sicuro in cui un bambino dovrebbe stare - la scuola - è autentico, perché quei 184 bambini sono vittime innocenti di una atrocità che noi chiamiamo guerra, allora ci dovete spiegare che differenza c'è tra Hind, la bambina palestinese di soli cinque anni uccisa dall'esercito israeliano, e i bambini della scuola “Francesco Crispi”, che sono morti in quel tragico 20 ottobre del 1944. Per noi, Presidente, non c'è nessuna differenza.
Lasciatemelo oggi, in questo momento, denunciare, perché purtroppo non si parla più di Gaza, eppure pochi giorni fa Israele ha continuato a uccidere, nonostante ci sia un cessate il fuoco. Ha continuato a bombardare, pochi giorni fa, gli sfollati di Gaza; tre giorni fa ha colpito il Sud di Gaza e ha ucciso quattro persone; a Gaza, l'8 gennaio, un cecchino dell'esercito israeliano ha ucciso una bambina di 11 anni, che si chiamava Hamsa Nidal. Presidente, cosa sono le uccisioni, come possiamo definire le uccisioni di bambini durante il cessate il fuoco? Come le vogliamo definire? Effetti collaterali?
Nella relazione di accompagnamento di questa proposta di legge si legge testualmente: “Le rievocazioni del Giorno del ricordo del 20 ottobre contribuiranno a rafforzare una più sentita consapevolezza degli orrori della guerra oltre a diffondere una maggiore conoscenza storica di avvenimenti che ancora oggi sono poco conosciuti e divulgati”. Ebbene, noi del MoVimento 5 Stelle speriamo tanto che il 20 ottobre sia un momento in cui nelle scuole italiane si possa riflettere su tutti gli orrori della guerra, a partire da quelle contemporanee, a partire da Gaza, dove non ora, cioè dopo oltre due anni e mezzo di guerra, ma pochi mesi dopo il 7 ottobre Gaza è stata definita dall'UNICEF “cimitero dei bambini”, dove si sono persi oltre 20.000 bambini e chissà quanti altri bambini sono sotto le macerie.
Le parole di Maria Luisa Rumi, una bambina che riuscì a salvarsi col 20 ottobre e che ha scelto di fare l'insegnante proprio per esorcizzare quel tragico avvenimento, ci devono essere da monito. Lei ci continua a ricordare che quella strage è stata una sofferenza che ha portato avanti per tutta la vita, che non ha mai potuto dimenticare quella giornata e che le guerre sono atroci, sottolineando soprattutto le guerre che in questo momento stanno coinvolgendo tutti i bambini del mondo. Queste parole siano da monito per tutti noi, perché è evidente che la storia si ripete, è plastica. È importante, però, scegliere in ogni fase da che parte stare. Noi stiamo dalla parte dei bambini italiani, ma anche di quelli palestinesi, libanesi o iraniani. Non importa la loro etnia o nazionalità, per noi sono bambini punto e basta .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo intende fare, il relatore, deputato Riccardo De Corato, che rinuncia. La rappresentante del Governo rinuncia alla replica. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2758: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, recante misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
I presidenti dei gruppi parlamentari MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico-Italia Progressista ne hanno chiesto l'ampliamento.
Le Commissioni VIII (Ambiente) e X (Attività produttive) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice per la X Commissione, deputata Giorgia Andreuzza.
GIORGIA ANDREUZZA, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia l'esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge n. 175 del 2025, che reca misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili, che è stato modificato nel corso dell'esame al Senato.
Si tratta di un provvedimento molto importante, adottato al fine di prevedere misure urgenti in materia di investimenti e per l'individuazione di aree idonee a ospitare impianti da fonti rinnovabili per il raggiungimento degli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. In particolare, l'articolo 1, che introduce disposizioni in materia di crediti d'imposta Transizione 5.0, fissa al 27 novembre 2025 il termine entro il quale le imprese devono presentare al GSE le comunicazioni di prenotazione per l'accesso al credito d'imposta. Conseguentemente, si consente la possibilità di integrare, entro il termine perentorio del 6 dicembre 2025 o altra data anteriore indicata dal GSE, le comunicazioni effettuate dal 7 novembre fino alle ore 18 del 27 novembre 2025.
L'articolo 1 reca, inoltre, una norma di interpretazione autentica, secondo cui il divieto di cumulo si interpreta nel senso che, per i medesimi beni oggetto di agevolazione, l'impresa non può presentare domanda per l'accesso a entrambi i benefici fiscali, il credito d'imposta Transizione 5.0 e il credito d'imposta per investimenti in beni nuovi strumentali. Pertanto, le imprese che, alla data di entrata in vigore del decreto, abbiano presentato domanda per l'accesso ad entrambi i crediti d'imposta, devono optare, con modalità telematiche, per uno dei due crediti d'imposta entro il termine del 27 novembre 2025. La norma precisa inoltre che la vigilanza sulle attività svolte dai soggetti abilitati al rilascio delle certificazioni è esercitata dal GSE e autorizza la spesa di 250 milioni di euro per l'anno 2025.
L'articolo 2-, inserito al Senato, apporta una serie di modifiche alla normativa in materia di poteri speciali inerenti agli attivi strategici - cosiddetto - nei settori dell'energia, dei trasporti e delle comunicazioni, nonché degli ulteriori settori di cui all'articolo 4, paragrafo 1, del regolamento (UE) 2019/452 del Parlamento europeo e del Consiglio, che istituisce un quadro per il controllo degli investimenti esteri diretti nell'Unione. In particolare, si prevede, per la normativa da considerare al fine dell'individuazione delle situazioni eccezionali che diano luogo all'espressione di un veto da parte del Governo, anche quella in materia di valutazione prudenziale delle acquisizioni di partecipazioni qualificate nel settore finanziario, nonché in materia di controllo delle concentrazioni tra imprese.
Si dispone, inoltre, che i poteri speciali nel settore finanziario, ivi compreso quello creditizio e assicurativo, non sono esercitabili in pendenza di procedimenti autorizzatori dinanzi alle autorità europee competenti a valutare gli aspetti di carattere prudenziale e concorrenziale, ovvero rispettivamente la BCE e la Commissione europea.
Si prevede, infine, che per le operazioni di acquisto, da parte di un soggetto estero dell'Unione europea, di partecipazioni in società che detengono gli attivi individuati come strategici, si consideri anche la sussistenza di pericoli per l'ordine pubblico o la sicurezza pubblica, ivi inclusi la sicurezza economica e finanziaria nazionale, nella misura in cui la protezione degli interessi essenziali dello Stato non sia adeguatamente garantita dalla sussistenza di una specifica regolamentazione del settore.
In conclusione, segnalo che le Commissioni I (Affari costituzionali) e XIV (Politiche dell'Unione europea) hanno espresso parere favorevole. Cedo la parola al collega relatore, Dario Iaia, per il proseguo degli articoli.
PRESIDENTE. Non mi tolga questo piacere, onorevole Andreuzza, almeno una cosa fatemela fare.
Ha facoltà di intervenire il relatore per la VIII Commissione (Ambiente), deputato Dario Iaia.
DARIO IAIA, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'articolo 2 modifica la disciplina delle aree idonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili. Le norme, secondo quanto specificato nella relazione illustrativa che accompagna il provvedimento, sono volte a recepire le osservazioni formulate dalla Commissione europea rispetto al raggiungimento della relativa alla Riforma 1 della Missione 7 del capitolo REPowerEU e si collocano nel contesto delle recenti pronunce del giudice amministrativo sulla disciplina delle aree idonee all'installazione di impianti FER. L'urgenza delle norme è motivata dall'esigenza di evitare ostacoli al perfezionamento degli obiettivi del Piano di ripresa e resilienza e al superamento della fase di stallo che ha interessato il processo di individuazione, sui territori, delle aree idonee, con conseguenze sulle costruzioni e sull'esercizio degli impianti.
In particolare, il comma 1 reca una serie di modifiche volte, per un verso, a inserire e aggiornare la disciplina delle aree idonee all'interno del cosiddetto testo unico delle energie rinnovabili, di cui al decreto legislativo n. 190 del 2024, e per l'altro a coordinare e armonizzare tale disciplina, riconducendo all'interno del testo unico i rinvii prima contenuti in altra normativa.
Conseguentemente, il testo unico si configura quale unico riferimento normativo per le procedure amministrative che riguardano la produzione di energia da fonti rinnovabili. Tra le principali modifiche segnalo la nuova disciplina delle aree idonee su terraferma, nuovo articolo 11- del testo unico, nel quale sono elencate le aree idonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili.
Per quanto concerne le aree idonee a mare, la cui disciplina è ora contenuta nel nuovo articolo 11- del testo unico, si prevede che siano considerate aree idonee per la realizzazione degli interventi relativi agli impianti di produzione di energia rinnovabile le aree individuate nei piani di gestione dello spazio marittimo approvati dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e che siano, in ogni caso, considerate idonee le piattaforme petrolifere in disuso e le aree distanti due miglia nautiche da ciascuna piattaforma nonché i porti per impianti eolici fino a 100 megawatt di potenza installata.
La disciplina dei regimi amministrativi semplificati per impianti in aree idonee è ora contenuta nel nuovo articolo 11- del testo unico mentre nel nuovo articolo 12- del testo unico confluisce la disciplina della piattaforma digitale per aree idonee e zone di accelerazione. Il nuovo articolo 11- del testo unico prevede che, all'interno delle zone di protezione del sito UNESCO, l'installazione di impianti da fonti rinnovabili sia consentita limitatamente agli interventi in regime di attività libera di cui all'allegato A.
All'interno del testo unico è, altresì, inserita la ripartizione regionale della potenza minima aggiuntiva per anno per il raggiungimento degli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima e la nuova disciplina volta ad assicurare che le leggi regionali, nell'identificare le aree idonee, garantiscano il raggiungimento degli obiettivi di potenza installata previsti dal PNIEC.
Fra le novità introdotte nell'articolo 2, ricordo quelle relative alla tutela delle zone agricole interessate dalla costruzione di impianti a FER. In particolare, è stata introdotta nel testo unico FER la definizione di impianto agrivoltaico che viene qualificato come un impianto fotovoltaico che preserva la continuità delle attività colturali e pastorali sul sito di installazione. Per garantire tale continuità l'impianto può prevedere la rotazione dei moduli collocati in posizione elevata da terra e l'applicazione di strumenti di agricoltura digitale e di precisione.
Il decreto-legge provvede, inoltre, ad aggiornare la disciplina riguardante l'installazione degli impianti fotovoltaici con moduli collocati a terra nelle zone agricole, che è ora consentita, tra l'altro, nelle aree dove sono già installati impianti fotovoltaici solo per interventi di modifica e rifacimento, potenziamento o integrale ricostruzione degli impianti già installati, a condizione che non comporti un incremento dell'area occupata.
Le regioni e le province autonome, nell'individuazione di ulteriori aree idonee, devono attenersi a una serie di principi tra i quali la valorizzazione, nella qualificazione delle aree agricole, della presenza di attività produttive e aziende agricole, favorendo l'autoconsumo e la costituzione di comunità energetiche e la garanzia che le aree agricole, qualificate come idonee, siano comprese in una forbice tra lo 0,8 per cento e il 3 per cento della superficie agricola utilizzata regionale, al fine di preservare la destinazione agricola dei suoli.
Le sanzioni amministrative in materia di costruzione ed esercizio di impianti a FER si applicano anche agli interventi di installazione di impianti agrivoltaici che non consentano la preservazione della continuità delle attività colturali e pastorali sul sito di installazione. E a tal fine si dispone che, nei cinque anni successivi alla realizzazione di un impianto agrivoltaico, il comune territorialmente competente verifica la persistente idoneità del sito di installazione all'uso agropastorale.
Infine, segnalo che il comma 1- dell'articolo 1 introduce una disciplina transitoria, stabilendo che le nuove regole sulla definizione di aree idonee e sui regimi semplificati nelle aree idonee non si applicano alle procedure in corso alla data di entrata in vigore del decreto-legge, che continuano a svolgersi ai sensi della disciplina previgente. È, inoltre, previsto che, nei casi di progetti che coinvolgano aree di elevato valore agricolo, le regioni e province autonome possano ricorrere all'opposizione in conferenza di servizi.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire, se lo ritiene, il rappresentante del Governo. Il Sottosegretario Barbaro si riserva di farlo eventualmente in sede di replica.
È iscritto a parlare il deputato Graziano Pizzimenti. Ne ha facoltà.
GRAZIANO PIZZIMENTI(LEGA). Grazie, Presidente. Sottosegretario, onorevoli colleghi, il decreto-legge n. 175 del 2025 si compone di solo tre articoli. A seguito dell'esame in Senato è stato aggiunto l'articolo 2- in materia di Durante i lavori della 8a Commissione del Senato, sono stati presentati oltre 400 emendamenti, un ordine del giorno parlamentare, un ordine del giorno del relatore, una proposta di coordinamento del relatore e un emendamento del Governo.
Nel corso dei lavori della Commissione sono state presentate e approvate alcune riformulazioni. La necessità dell'intervento governativo è diretta a introdurre misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili, aree idonee. In particolare, interviene sia per accelerare la transizione ecologica e digitale dell'Italia, con particolare attenzione allo sviluppo di tecnologie innovative e sostenibili, sia per promuovere la produzione di energia da fonti rinnovabili, individuando le aree idonee all'installazione degli impianti; quindi, per supportare uno sviluppo del settore delle rinnovabili in equilibrio con l'ambiente e il territorio.
Andiamo a vedere il contenuto del decreto-legge. L'articolo 1 reca disposizioni in materia di crediti d'imposta, di cui al Piano Transizione 5.0, ovvero il Piano istituito dal decreto-legge n. 19 del 2024, con l'obiettivo di favorire la transizione dei processi produttivi delle imprese e introduce un credito di imposta per le imprese che effettuano nuovi investimenti a decorrere dal 1° gennaio 2024 fino al 31 dicembre 2025 per progetti di innovazione che comportano una riduzione dei consumi energetici. L'articolo dispone che le comunicazioni relative agli investimenti devono essere presentate entro il 27 novembre 2025; in caso di dati non completi o non correttamente leggibili, si richiede su richiesta del GSE che le comunicazioni possano essere integrate secondo nuovi termini perentori o comunque entro il 6 dicembre 2025. Non può, in ogni caso, essere sanata la carenza di elementi afferenti alla certificazione della riduzione dei consumi energetici. Il mancato adempimento alle richieste di integrazione o di sanatoria nei termini previsti comporta il mancato perfezionamento della procedura.
L'interpretazione autentica, di cui al comma 2, interviene per chiarire che l'impresa non può presentare per soli medesimi beni, oggetto di agevolazione, domande per l'accesso al credito d'imposta Transizione 5.0 e domande per l'accesso al credito d'imposta per investimenti in beni nuovi strumentali; quindi un divieto di cumulo. In caso di doppia domanda, le imprese devono optare per una delle due opzioni di agevolazione entro il 27 novembre 2025. Qualora l'impresa opti per Transizione 5.0, in caso di mancato riconoscimento del beneficio di superamento dei limiti di spesa e previa verifica della sussistenza dei requisiti, resta salva la facoltà di accesso all'altro credito d'impresa, nel limite delle risorse previste. Nei casi di prenotazioni su entrambi i crediti di imposta, l'impresa comunica, entro cinque giorni dalla ricezione delle relative richieste del GSE, la rinuncia alle risorse prenotate sul credito di imposta non fruito.
Il GSE, nell'ambito delle risorse già assegnate, svolge la vigilanza sulle attività di soggetti abilitati al rilascio delle certificazioni. Sulla base della documentazione tecnica il GSE effettua i controlli finalizzati alla verifica dei requisiti tecnici e dei presupposti previsti per la fruizione del beneficio, adottando gli eventuali provvedimenti di annullamento in caso di carenza dei presupposti, dandone, in caso, comunicazione all'Agenzia delle Entrate. Per le finalità dell'articolo è autorizzata la spesa di 250 milioni di euro per l'anno 2025.
L'articolo 2 riscrive la disciplina delle aree idonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili trasferendole dal decreto legislativo n. 199 del 2021 al cosiddetto testo unico delle rinnovabili di cui al decreto legislativo n. 190 del 2024.
Come evidenziato anche nella relazione illustrativa del decreto, lo scopo è anche quello di recepire le osservazioni formulate dalla Commissione europea nel merito del raggiungimento dellacorrelata nella riforma numero 1 della Missione 7 del capitolo REPowerEU del PNRR. Pertanto, il Governo ha dovuto, da una parte, evitare ostacoli al perfezionamento degli obiettivi del PNRR e, dall'altra, superare la fase di stallo.
L'obiettivo è stato quello di promuovere uno sviluppo della produzione italiana di energia da fonti rinnovabili, unitamente alla tutela e alla protezione della produzione esistente, garantendo contestualmente i principi di contenimento del consumo di suolo e dell'impatto paesaggistico e ambientale, e contemperando i medesimi principi con la necessità di raggiungere gli sfidanti obiettivi fissati dall'Europa al 2030.
L'articolo 2 risponde, quindi, ai vincoli di natura comunitaria, tra i quali, naturalmente, il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima, che determina obiettivi inderogabili per il 2030, ammettendo che, attualmente, le rinnovabili, e soprattutto il fotovoltaico e l'eolico, in aggiunta all'idroelettrico e al geotermico, che sono fonti sicuramente maggiormente programmabili, sono le uniche fonti di energia pulita per il nostro Paese, nell'attesa dello sviluppo del nucleare, come dai programmi del Governo e della maggioranza, visto che l'Italia ha tutti i presupposti per essere protagonista delle nuove tecnologie nucleari.
La norma inserisce nel testo unico rinnovabili le disposizioni che modificano e sostituiscono il contenuto del decreto del 21 giugno 2024 per l'individuazione di superfici e aree idonee per l'installazione di impianti e fonti rinnovabili. Un'ulteriore definizione inserita dal Senato accelera la produzione per la realizzazione di impianti installati da parte del Ministero della Difesa per il perseguimento della sicurezza energetica nazionale. A tal fine, il testo aggiunge, tra le amministrazioni procedenti, cioè comuni, regioni, province, delegati e MASE, secondo i procedimenti amministrativi relativi previsti per la realizzazione degli impianti, il commissario speciale per la gestione dei procedimenti autorizzativi relativi agli interventi finalizzati all'installazione di impianti FER sui beni del demanio militare o a qualunque titolo in uso al Ministero della Difesa.
Per la gestione dei procedimenti autorizzativi, il commissario si avvale della piattaforma SUER, gestita dal GSE, in qualità di amministrazione procedente. I modelli unici per la presentazione delle istanze sono adottati con decreto ministeriale MASE, d'intesa con la Conferenza unificata, sentito il Ministero della Difesa. Il testo del decreto-legge inserisce anche l'articolo 11- sulle aree idonee su terraferma. Il comma 1, riprendendo quanto già previsto dall'articolo 20 del decreto legislativo n. 199, riporta l'elenco delle aree considerate idonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili. Differentemente da quanto previsto precedentemente, il decreto-legge rende obbligatorie le scelte dei siti considerati idonei da parte del MASE.
In sintesi, le aree idonee stabilite dallo Stato sono i siti dove sono già installati impianti della stessa fonte, in cui sono previste modifiche, ristrutturazioni, potenziamento, eventualmente abbinati a sistemi di accumulo, che non comportino una variazione dell'area occupata superiore al 20 per cento. Non è ammessa variazione dell'area per gli impianti fotovoltaici a terra installati in aree agricole. Altro caso, in sintesi, è l'area soggetta a bonifica: cave, discariche chiuse o ripristinate e miniere cessate o abbandonate. Terzo caso sono i siti e gli impianti delle Ferrovie dello Stato, di gestori di infrastrutture ferroviarie, delle società concessionarie autostradali, delle società di gestione aeroportuale, i beni del demanio militari e, in generale, i beni del demanio. Specificamente per gli impianti fotovoltaici, le aree interne agli stabilimenti e agli impianti industriali non destinati alla produzione agricola e zootecnica, né alla produzione di energia da fonti rinnovabili e le aree agricole che rientrano in un perimetro che dista almeno 350 metri dall'impianto.
Inoltre, sono idonee: le aree adiacenti alla rete autostradale entro i 300 metri; edifici e strutture edificate; le aree a destinazione industriale, direzionale, artigianale e commerciale, o all'insediamento di centri di elaborazione dei dati; aree adibite a parcheggi; invasi idrici, laghi di cave e miniere dismesse o in degrado o in aree di competenza del servizio idrico integrato.
Si nota che l'esclusione delle aree idonee all'interno degli stabilimenti industriali e delle aree destinate a produzione zootecnica e alla produzione di energie rinnovabili è stata inserita dal Senato, a seguito dell'approvazione di una riformulazione del Governo. Specificatamente per gli impianti di produzione di biometano, sono idonee anche le aree agricole che distano meno di 500 metri da zone a destinazione industriale, artigianale e commerciale, compresi i siti di interesse nazionale, le aree interne agli stabilimenti e agli impianti industriali; le aree agricole che distano 500 metri dall'impianto o stabilimento; le aree adiacenti alle aree autostradali entro i 300 metri.
Il comma 2 interviene nelle zone agricole, riproducendo la disposizione introdotta dal decreto-legge Agricoltura del 2024, fortemente voluta dalla Lega, finalizzata a limitare l'uso del suolo agricolo per nuovi impianti fotovoltaici installati a terra, ammettendo solo il potenziamento o la ricostruzione di quelli esistenti. Precisamente, è consentita l'installazione di impianti agrivoltaici, con l'impiego di moduli sollevati da terra.
Il Senato ha inserito, inoltre, l'obbligo di una asseverazione di un professionista abilitato che attesti che l'impianto è idoneo a conservare almeno l'80 per cento della produzione lorda vendibile. Sono comunque ammesse le installazioni di impianti fotovoltaici nuovi con moduli collocati a terra, finalizzati alla costituzione di una comunità energetica rinnovabile.
Il comma 3 prevede che entro 120 giorni le regioni e le province autonome individuino con propria legge ulteriori aree idonee, nel rispetto di una serie di principi e criteri di potenza e installazione da fonti rinnovabili, secondo le ripartizioni regionali che vengono riportate nel nuovo allegato C-bis della Tabella 1 del Testo unico. Le regioni a statuto speciale e le province autonome provvedono al processo programmatorio di individuazione delle aree idonee ai sensi dello statuto speciale stesso e delle norme relative di attuazione.
Tra i principi per l'identificazione di ulteriori aree da parte delle regioni sono stati individuati al comma 4: la tutela del patrimonio culturale del paesaggio, della qualità dell'aria, dei corpi idrici e delle aree agricole, con particolare riguardo a quelle di pregio; la salvaguardia delle aree incluse nella Rete Natura 2000 e delle aree naturali protette, delle zone umide per i siti UNESCO. È prevista l'impossibilità per le regioni di prevedere divieti generali e astratti all'installazione.
Al fine di preservare la destinazione agricola dei suoli, le aree agricole qualificabili come aree idonee a livello regionale non devono essere inferiori allo 0,8 per cento delle superfici agricole utilizzate, né superiori al 3 per cento delle medesime, comprensive delle superfici su cui insistono impianti agrivoltaici.
Il Senato ha inserito una importante correzione del testo, prevedendo che regioni e province autonome possono prevedere che le aree idonee, stabilite ai sensi delle norme statali obbligatorie sopra esposte, ricadenti in aree agricole, contribuiscano al calcolo della precedente percentuale.
Inoltre, è stata prevista la possibilità per le regioni di prevedere un differente limite massimo per ciascun comune.
Il testo del decreto-legge prevede un importante bilanciamento tra norme di carattere ambientale in tema energetico e norme di tutela patrimoniale, culturale e paesaggistica, prevedendo che le regioni non possono qualificare come idonee le aree ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela, in base al codice dei beni culturali e del paesaggio, né quelle in una fascia di rispetto di 3 chilometri, nel caso di impianti eolici, e di 500 metri, nel caso di impianti fotovoltaici, dal perimetro dei beni medesimi, né identificare aree idonee dove le caratteristiche degli impianti da realizzare siano in contrasto con le norme di attuazione previste dai piani paesaggistici.
Al fine del raggiungimento delle quote di potenza stabilite per il 2030 di ciascuna regione, le regioni e le province possono stipulare tra loro accordi per il trasferimento statistico di determinate quantità di potenza da fonti rinnovabili.
Infine, si prevede il monitoraggio periodico sul raggiungimento degli obiettivi regionali da parte del MASE. Un'ulteriore norma del decreto prevede, per consentire la celere realizzazione degli impianti e garantire la sicurezza del traffico, limitando le possibili interferenze, che le società concessionarie autostradali affidino la concessione delle aree idonee nei 300 metri a ridosso della rete autostradale, previa determinazione dei relativi canoni, sulla base di procedure a evidenza pubblica.
Viene introdotto, infine, l'articolo 11- sulle aree idonee a mare, che riprende quanto previsto dal decreto legislativo del 2021 e prevede che siano considerate aree idonee per gli impianti , le aree individuate dai piani di gestione dello spazio marittimo, approvate dal Ministero delle Infrastrutture, le piattaforme petrolifere in disuso, le aree distanti 2 miglia nautiche da ciascuna piattaforma e i porti, per impianti eolici di 100 megawatt di potenza installata.
È introdotto anche l'articolo 11-, concernente la disciplina dei regimi amministrativi semplificati per impianti in aree idonee, che prevede che la realizzazione degli interventi che insistano in aree idonee non è subordinata all'acquisizione dell'autorizzazione dell'autorità competente in materia paesaggistica, che si esprime con parere obbligatorio e non vincolante. Si consente, limitatamente agli interventi di regime, l'attività libera.
L'articolo 12-costituisce, infine, la disciplina della piattaforma digitale per aree idonee, prevista dal decreto del MASE del 17 settembre 2024, al fine di garantire supporto alle regioni e alle province autonome nel percorso di individuazione delle aree idonee.
A seguito di una serie di richieste emendative, incluse quelle della Lega, in Commissione è stata introdotta una clausola di salvaguardia…
PRESIDENTE. Concluda, per favore.
GRAZIANO PIZZIMENTI(LEGA). … intesa ad introdurre - e vado a concludere - una disciplina transitoria per tutelare i procedimenti autorizzativi già avviati in fase avanzata. Chiudo con l'articolo 3 che, ovviamente, disciplina l'entrata in vigore del decreto-legge.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Ferrari. Ne ha facoltà.
SARA FERRARI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, la posizione del Partito Democratico su questa legge è chiara: noi diciamo “sì” agli obiettivi della transizione e alle rinnovabili, ma un “no” altrettanto chiaro a scelte di Governo confuse e che arrivano in ritardo. Diciamo “sì” a una vera Transizione 5.0, ma chiediamo una politica industriale concreta, non una sommatoria di incentivi; “sì” alle energie rinnovabili e chiediamo che i comuni, i territori e le aree interne siano coinvolti veramente; “sì” all'autonomia energetica, valorizzando la democrazia, il paesaggio e la coesione sociale.
Per queste ragioni, il nostro voto al provvedimento non potrà che essere contrario, perché questo è un Paese che ha bisogno di altro rispetto a quello che porta questo provvedimento: ha bisogno di una transizione più giusta, più partecipata e più coraggiosa.
Va ricordato, poi, che siamo di fronte a un provvedimento frettoloso, arrivato, come succede spesso, con una ennesima forzatura dei tempi di esame che compromette il ruolo del Parlamento. È arrivato, quindi, qui, alla Camera, blindatissimo, a ridosso della scadenza. Oggi, nelle Commissioni congiunte ambiente e attività produttive sono stati bocciati, ovviamente, tutti gli emendamenti proposti dalle opposizioni.
Ebbene, Transizione 5.0: si tratta di un'occasione strategica fallita, una misura nata nel PNRR - quello che voi non avete voluto, non avete votato -, con risorse e tempi che erano adeguati, ma svuotata da ritardi attuativi, regole complesse e continuamente modificate, drastici tagli ai fondi e una chiusura anticipata che ha penalizzato le imprese, che avevano programmato investimenti confidando in un quadro stabile. Questo decreto-legge non nasce per affrontare problemi strutturali, ma per rimediare, in via d'urgenza, a criticità create dal Governo stesso, sovrapponendo in modo disordinato Transizione 5.0 e 4.0, cambiando date, scadenze e incentivi, in parallelo alla legge di bilancio e aumentando ulteriormente la complessità normativa, invece di semplificarla.
Anche riguardo alla disciplina delle aree idonee, le aree destinate, cioè, alle fonti rinnovabili, esse sono state ridefinite in modo inefficace, con il rischio di generare ulteriori conflitti, ricorsi e blocchi territoriali, perpetuando un quadro di incertezza normativa che ha caratterizzato la gestione delle fonti rinnovabili da parte di questo Governo.
Il PD propone, invece, al Paese un modello che preveda forte sostegno alle rinnovabili, programmazione energetica dal basso, coordinata a livello nazionale, ma costruita sui territori, con degli obiettivi chiari da raggiungere e responsabilità condivisa nel raggiungimento di quegli obiettivi, anche introducendo premialità per i territori che contribuiscono di più in termini di risorse, investimenti, servizi e ricadute economiche locali. Contemporaneamente, riteniamo che occorrano meccanismi correttivi per quei territori che, senza motivazioni oggettive, si sottraggono invece al contributo necessario, fino ad arrivare anche al potere sostitutivo. In tal senso è stato proposto anche un emendamento che introducesse un criterio di equilibrio territoriale, finalizzato ad evitare saturazioni o eccessive concentrazioni di impianti da fonti rinnovabili in specifici ambiti comunali o provinciali. Bocciato anche questo.
Anche la ridefinizione delle aree idonee in ambito industriale e agricolo non incide in modo risolutivo sulla semplificazione dei procedimenti autorizzativi, mentre risultano limitate le garanzie per i procedimenti già in corso, con possibili effetti di rallentamento sull'attuazione degli interventi di transizione energetica e di moltiplicazione del contenzioso.
In questi tre anni di Governo Meloni è aumentato il costo dell'energia, è aumentata l'incertezza normativa ed è aumentata la complessità nella realizzazione degli impianti. E questo provvedimento di tutto ciò non risolve nulla. Avevamo una grande opportunità: quella delle comunità energetiche rinnovabili. Il Governo aveva annunciato che le avrebbe incentivate e sostenute e, invece, ha definanziato il bando stesso - vi ricordo - da 2,2 miliardi a 800 milioni. E questi fondi ancora non arrivano. Dovreste raccontare a tutti i comuni, a tutte le comunità sul territorio, anche dove governate voi, che questi fondi non arriveranno, perché il Governo li ha tolti e non ha mantenuto la promessa di rimetterli in questo decreto.
Poi esiste il problema del rapporto con gli enti locali. Noi crediamo che ci voglia più rispetto di chi governa il territorio. Vi abbiamo proposto un criterio molto semplice nel nostro emendamento: quello di una premialità. Invece di dover obbligare i comuni e le regioni a raggiungere obiettivi a volte non perseguibili per la conformazione geografica, per la storia di quel territorio, vi abbiamo proposto di introdurre norme incentivanti e premialità. Anche questo è stato rigettato.
Alla fine, con questo provvedimento, non avremo regole chiare sulle aree idonee, avremo un minore investimento di tutti coloro che vogliono produrre impianti fotovoltaici ed eolici e non avremo regole chiare per l'agrivoltaico. Quindi, invece di incentivare la produzione dei nostri territori e sostenere i nostri enti locali, creerete loro maggiori problemi e non ci saranno regole chiare per gli incentivi alle imprese.
Grazie al PNRR e alle risorse europee che voi non volevate, sono arrivati i soldi per i crediti di imposta che però, nel 2025, in questa Transizione 5.0 nata come pilastro del PNRR, voi avete ridotto, dai 6,3 miliardi iniziali di un provvedimento arrivato soltanto nel 2024, a 2,5 miliardi. Poi, soltanto quando le associazioni imprenditoriali vi hanno chiesto a gran voce il ripristino di quelle risorse, che erano inizialmente stanziate, o almeno un rifinanziamento della misura, è arrivato un rifinanziamento con un recupero di 1,3 miliardi. In questo modo non si può trattare un sistema imprenditoriale che non può avere costantemente questa situazione di incertezza.
Allora, siamo qui con questo decreto, con cui provate a porre rimedio ai pasticci che avete combinato, immaginando quello che purtroppo non è: non è una svolta strategica per il futuro produttivo, energetico e industriale di questo Paese.
Transizione 5.0 doveva essere un volano della politica industriale italiana con incentivi per innovazione e digitalizzazione, efficientamento energetico, uso delle nuove tecnologie e sostenibilità ambientale dei processi produttivi. Tuttavia, le imprese - soprattutto le piccole e medie - hanno denunciato un sistema di accesso farraginoso e incerto, che ha scoraggiato proprio chi avrebbe avuto più bisogno di accompagnamento nella transizione.
Ebbene, noi crediamo che l'Italia debba raggiungere gli obiettivi di produzione energetica necessaria all'autonomia del Paese per ridurre la dipendenza energetica, abbassare i costi per famiglie e imprese e contrastare la crisi climatica. Serve un grande piano e non lo vediamo né qui né all'orizzonte.
Noi abbiamo un modello chiaro da proporre al Paese ed alternativo a queste vostre modeste proposte: un forte sostegno alle rinnovabili e una programmazione energetica dal basso costruita con i territori, con obiettivi chiari e con la premialità - come dicevo - per i territori che contribuiscono di più e con meccanismi correttivi per quelli che si sottraggono alle loro responsabilità.
Allora, Presidente, chiudo come ho aperto. Noi siamo per un grande impegno sull'autonomia energetica, valorizzando la democrazia, il paesaggio e la coesione sociale, ma ribadisco che il nostro sarà un voto contrario, perché questa norma non è giusta, non è partecipata e non è coraggiosa .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI(FI-PPE). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi e onorevoli colleghe, signor Sottosegretario, intervengo in questa discussione generale con la consapevolezza che il provvedimento, oggi all'esame dell'Aula, riguarda uno dei nodi strutturali del nostro Paese: il rapporto tra sviluppo, sicurezza del territorio e transizione energetica.
Lo faccio come deputato di Forza Italia, ma anche con la responsabilità di chi, per ruolo istituzionale, ha il dovere di osservare con attenzione le condizioni reali del nostro territorio e tutte le sue fragilità.
Questo decreto-legge non è un adempimento tecnico né una mera semplificazione normativa, ma è una scelta di indirizzo che prova a tenere insieme crescita economica, tutela ambientale e sicurezza, in coerenza con gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza e con una visione non ideologica della transizione ecologica. Esprimo, pertanto, immediatamente il pieno sostegno a questo testo.
Esso non è solo legge, ma è un patto con le generazioni future e un impegno solenne per coniugare la crescita economica con la tutela del nostro prezioso territorio, in armonia con gli ambiziosi obiettivi del PNRR.
Ecco, l'Italia comprende terre di bellezza ineguagliabile, ma anche di fragilità dolorosa. Il nostro territorio è infatti esposto a rischi idrogeologici che, come ben sappiamo, colpiscono comunità intere, devastano paesaggi e mettono in pericolo vite umane. In qualità anche di presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul dissesto idrogeologico, ho visto con i miei occhi, insieme ai colleghi della Commissione, le ferite inferte dalla natura offesa: alluvioni che inghiottono case, frane che divorano strade, erosioni che rubano pezzi di Paese e di vita.
I disastri non sono mai fatalità: sono grida di allarme di un suolo maltrattato e aggredito dai cambiamenti climatici, dall'abbandono, dall'incuria e dal consumo sconsiderato. Ed è qui che questo decreto interviene, ponendo al centro una transizione verso un'energia pulita e rinnovabile, capace non di depredare, ma di rigenerare il nostro ambiente. Si punta a una transizione verso un modello energetico più pulito e resiliente, promuovendo la produzione di energia da fonti rinnovabili in modo equilibrato e rispettoso del suolo.
Penso, in particolare, alle disposizioni che regolano l'installazione di impianti agrivoltaici: sistemi innovativi che integrano pannelli solari con le attività agricole e pastorali. Non si tratta quindi solo di produrre energia pulita, ma di farlo preservando la fertilità del terreno, la biodiversità e la continuità delle coltivazioni.
In un Paese come il nostro, dove l'agricoltura è un pilastro dell'economia e dell'identità nazionale, questi impianti rappresentano sicuramente una soluzione generano elettricità rinnovabile, riducono le emissioni di CO2 e al tempo stesso aiutano a mitigare tutti i rischi idrogeologici. L'acqua piovana, ad esempio, viene meglio trattenuta dal suolo grazie a una copertura parziale, evitando ruscellamenti che portano a frane e alluvioni. L'obiettivo è, quindi, che la produzione energetica non rubi spazio alla vita rurale, ma la potenzi. I benefici? Come dicevamo, sono la riduzione delle emissioni di CO2, il contrasto al riscaldamento globale che alimenta le piogge torrenziali e la stabilizzazione dei suoli a rischio frana. Ed è questa l'Italia che vogliamo: un'Italia dove l'energia del sole nutre sia i campi che le nostre case, dove il vento non è un nemico, ma un alleato e dove il dissesto idrogeologico non è destino inevitabile, ma una sfida vinta con intelligenza e coraggio.
Ma non fermiamoci qui. Il decreto accelera l'individuazione di aree idonee per impianti rinnovabili sia a terra che in mare: cave dismesse, discariche bonificate, zone industriali abbandonate, fasce autostradali e luoghi feriti dal passato che in realtà ora rinascono.
Ecco, installare eolico e solare in questi spazi significa bonificare terreni inquinati, rinforzare pendii instabili e prevenire alluvioni. Le regioni e le province autonome, entro termini precisi e con il coinvolgimento degli enti locali, mapperanno questi territori, rispettando criteri sacri: tutela del paesaggio, della biodiversità e dell'agricoltura di pregio.
Poi, con riferimento ai nostri tesori UNESCO - penso a Pompei, a Venezia, alle Dolomiti -, regole ferree limitano gli interventi, preservando quella bellezza che il mondo ci invidia.
Ecco, signor Presidente, questo non è ambientalismo astratto, ma è un realismo visionario. Riducendo la dipendenza dalle fossili, combattiamo i cambiamenti climatici alla radice. Immaginate un'Italia resiliente dove ogni kilowatt rinnovabile è un mattone contro le catastrofi e dove la sostenibilità non è uno , ma uno scudo per i nostri figli.
Questo decreto non si limita alla tutela ambientale: esso è anche potente motore di innovazione e crescita economica sostenibile. Il Piano Transizione 5.0, cuore dell'articolo 1, offre crediti d'imposta alle imprese che investono in tecnologie digitali e , riducendo i consumi energetici e le emissioni. Uno strumento di politica industriale essenziale in questo frangente, mosso dalla doppia transizione. Qui apro una piccola parentesi per rafforzare un concetto di base che in parte ho già toccato: ambiente, sviluppo e innovazione non possono essere temi distinti e non sono consentiti ideologie e fondamentalismi. Se vogliamo cogliere l'occasione della doppia rivoluzione per aumentare il benessere dei cittadini, dobbiamo mettere in atto politiche che consentono di tenere tutto assieme e di non porre in contraddizione l'uno con l'altro: l'ambiente con lo sviluppo e l'innovazione con la sostenibilità.
Questo decreto si muove proprio in questa direzione ed è forse per questo che raccoglie le critiche di chi non riesce a contemperare tutti gli obiettivi strategici di un Paese volto al futuro e alla cura del proprio territorio e dei suoi abitanti.
L'applicazione, poi, delle nuove tecnologie, anche con il contributo dell'intelligenza artificiale, consente l'elaborazione di dati, l'analisi e la programmazione degli interventi nella produzione, riducendo i consumi in tutti i settori, dall'agricoltura alle tradizionali produzioni del .
Coniugare e innovazione è la chiave per scrivere un nuovo futuro per il marchio Italia nel mondo e, in un contesto in cui l'Italia deve raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza, questi incentivi sono cruciali, stimolano l'innovazione nel , creano posti di lavoro qualificati e rafforzano la nostra sovranità energetica.
Non dimentichiamo che, con le modifiche all'articolo 2- sul , il decreto protegge anche i nostri interessi strategici nei settori dell'energia e delle infrastrutture, estendendo i poteri di controllo per prevenire rischi di acquisizioni estere. E questo significa salvaguardare la nostra indipendenza in ambiti vitali, come le reti elettriche o le comunicazioni, senza frenare gli investimenti sani.
Signor Presidente, questo provvedimento è la prova tangibile che il Governo Meloni sta lavorando con responsabilità e visione per un'Italia più forte e sostenibile. Forza Italia è orgogliosa di sostenere queste misure e convinta che l'equilibrio tra ambiente, innovazione e crescita sia la chiave per un futuro prospero e per il benessere sociale. Investire nelle rinnovabili, puntare sull'innovazione digitale e sull'applicazione delle nuove tecnologie non è solo una scelta ecologica ma un impegno per contrastare il dissesto idrogeologico, per rilanciare l'economia e per lasciare ai nostri figli un Paese più verde e resiliente. Continuiamo su questa strada con determinazione e unità.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Ghirra. Ne ha facoltà.
FRANCESCA GHIRRA(AVS). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, signor Sottosegretario, evidentemente il mio intervento avrà un tenore diverso da quello del collega Bicchielli. Sarebbe molto bello se quello che ha detto corrispondesse a verità ma, purtroppo, non è così e lo dico davvero con rammarico, anche rispetto al metodo che continuate a utilizzare in quest'Aula. Nonostante le nostre tante proteste e le pregiudiziali che sono state presentate, continuate ad abusare della decretazione d'urgenza, cosa che noi continueremo a stigmatizzare. E quindi intervengo ancora una volta in quest'Aula per contestare il metodo e il merito che avete utilizzato per approvare un provvedimento che avrebbe dovuto dare una risposta all'urgenza reale di un settore che da troppi anni attende un riordino che superi le incertezze normative che hanno causato un'enorme mole di contenziosi tra Stato, regioni e imprese, che, come è stato ricordato, sono stati generati soprattutto da questo Governo. Ma purtroppo anche in questa circostanza avete deciso di fare da soli, in maniera frettolosa e quindi inadeguata rispetto alla complessità che il tema della produzione e della gestione dell'energia comportano.
Sul metodo - lo ricordo per l'ennesima volta - siamo contrariati perché avete deciso di ricorrere ancora una volta alla decretazione d'urgenza su una materia per cui è certamente necessario intervenire rapidamente ma avreste dovuto ricorrere agli strumenti legislativi definiti dalla nostra Costituzione, ovvero con quelle procedure ordinarie che avrebbero consentito un corretto dibattito parlamentare e il necessario confronto con le regioni in sede di Conferenza unificata, come prevede l'articolo 8 del decreto legislativo n. 281 del 1997. Invece, non solo in Senato l'esame del decreto, pubblicato il 21 novembre ed entrato in vigore il 22 novembre, è stato compresso tra la legge di bilancio e la scadenza della conversione, con tempi di esame che hanno reso di fatto impossibile un confronto, ma l'apposizione della fiducia in quella e in questa sede, con la conseguente decadenza di tutte le nostre proposte emendative, svilisce ancora una volta il nostro ruolo, il ruolo del Parlamento, certificando un monocameralismo di fatto, oltre alla forzatura dei principi della nostra Carta costituzionale secondo cui il Governo dovrebbe esercitare il potere legislativo esclusivamente in casi di comprovata necessità e urgenza che neanche in questo caso noi ravvediamo.
La mancata previa acquisizione dell'intesa in sede di Conferenza unificata è per me inaccettabile oltre che incomprensibile non solo perché numerose regioni italiane avevano già provveduto all'emanazione dei propri decreti sulle aree idonee, trovandosi ora costrette a rivedere e a modificare il lavoro fatto, ma soprattutto perché le modifiche normative contraggono enormemente le loro competenze, specificando che non potranno restringere il campo delle aree idonee e varare moratorie contro le diverse tecnologie. Una scelta che personalmente non condivido, anche perché risulta poco rispettosa del ruolo delle regioni e delle province autonome in una materia quale quella della produzione e distribuzione di energia, che coinvolge sia la competenza concorrente, di cui all'articolo 117 della Costituzione, sia, per le regioni a statuto speciale, competenze primarie tra cui, come nel caso della Sardegna, quelle in materia di governo del territorio e urbanistica. Solo e grazie a un emendamento delle opposizioni in Senato è stato introdotto un riferimento alle prerogative delle regioni a statuto speciale, comunque insufficiente. Il vostro modo di procedere, quindi, non solo offende il Parlamento - cosa che non sarebbe in ogni caso di poco conto - ma determina persino una grave lesione del principio di leale collaborazione più volte valorizzato dalla Corte costituzionale come canone imprescindibile nei rapporti tra Stato e autonomie territoriali.
In particolare, l'articolo 2 riscrive la disciplina delle aree idonee all'installazione di impianti da fonti rinnovabili, trasferendola dal decreto legislativo n. 199 del 2021, attuativo della direttiva RED II, al cosiddetto Testo unico delle energie rinnovabili, di cui al decreto legislativo n. 190 del 2024.
Alla luce della recente seduta plenaria della Conferenza unificata del 29 ottobre 2025, dedicata all'esame dello schema di decreto legislativo correttivo del decreto legislativo n. 190 del 2024, nulla avrebbe impedito di procedere in tale sede anche all'esame delle disposizioni oggi contenute in questo decreto-legge che - ribadisco - all'articolo 2 intervengono in modo radicale sulla disciplina introdotta proprio dal decreto del 2024, non solo definendo le aree idonee a ospitare impianti da fonti rinnovabili, ma anche aggiornando e definendo tre ambiti specifici (come si legge nel ): la nuova disciplina per l'installazione di impianti fotovoltaici con moduli a terra nelle aree classificate agricole, la nuova disciplina generale concernente le aree idonee su terraferma, la nuova disciplina volta ad assicurare che le leggi regionali, nell'identificare le aree idonee, garantiscano il raggiungimento degli obiettivi di potenza installata previsti dal PNIEC, anche questi determinati in maniera centralistica, senza confrontarsi con i territori e chi li governa.
Completano il quadro normativo ulteriori misure di raccordo in materia di valutazioni ambientali e l'abrogazione di alcune norme del decreto legislativo del 2021 che, appunto, oggi, sono trasposte nel testo unico. Vengono poi aggiornate le definizioni e le discipline relative agli impianti agrivoltaici, alle aree idonee all'installazione di impianti a FER su terraferma, alle aree idonee a mare, ai regimi amministrativi semplificati per gli impianti in aree idonee, a interventi realizzabili all'interno addirittura dei siti UNESCO, alla predisposizione di una piattaforma digitale per aree idonee e zone di accelerazione e, poi, agli obiettivi di potenza aggiuntiva regionale per il raggiungimento dell'obiettivo di potenza complessiva, appunto aggiornando i dati del PNIEC.
A mio avviso, non è pertanto vero quindi, come dicevano i colleghi Pizzimenti e Bicchielli in questa sede, che le disposizioni sono in equilibrio con l'ambiente e il territorio e che prevedete un uso armonioso di sole, acqua e vento. Magari fosse. Il decreto-legge al nostro esame interviene sottraendo alle regioni la competenza nella pianificazione del proprio territorio, individuando direttamente per via legislativa statale le aree idonee all'installazione degli impianti rinnovabili. Tale impostazione contrasta non solo con il riparto delle competenze legislative di cui all'articolo 117 della Costituzione e gli statuti delle regioni ad autonomia speciale, ma anche con una logica di adeguatezza e proporzionalità. Stabilire i criteri uniformi per tutte le regioni e le province autonome non tiene infatti conto della profonda eterogeneità dei territori italiani e delle loro specificità geografiche, morfologiche, orografiche, paesaggistiche, culturali, storiche ed economiche. Quelli che voi definite coordinamento e armonizzazione, per noi rappresentano un modo scorretto di rapportarsi agli altri enti territoriali, non rispettando né la storia dei luoghi né le prerogative di chi quei luoghi li conosce e li amministra.
Presidente, io provengo da una regione, la Sardegna, in cui negli ultimi anni si è sviluppato un dibattito molto aspro sull'installazione di impianti di energie rinnovabili. Sono una forte sostenitrice delle rinnovabili e della transizione energetica e penso sia fondamentale arrestare quanto prima le iperinquinanti centrali a carbone, però penso sia indispensabile tener conto delle specificità e delle fragilità dei nostri territori, specie di regioni, come la mia, che, dopo anni di stallo e inefficienza, stanno dimostrando di voler rispettare le regole e collaborare lealmente con lo Stato e che oggi vedono il lavoro fatto azzerato da questo provvedimento, pur avendo dimostrato nei fatti di voler far propria la questione energetica, ritenendola strategica per il proprio presente e futuro, in leale collaborazione con il legislatore statale.
La Sardegna è tra le cinque regioni italiane a cui è stato chiesto lo sforzo più oneroso, ovvero la produzione entro il 2030 di 6,264 gigawatt.
Non solo ora non potrà più pretendere compensazioni, ma non potrà neanche più avere voce in capitolo sulla produzione e gestione dell'energia né sul governo del proprio territorio.
Peraltro, il correttivo al decreto legislativo n. 190, il decreto oggi all'esame dell'Aula, ha reso la materia relativa all'installazione di impianti da energia rinnovabile ulteriormente problematica dal punto di vista applicativo e, nonostante le tante scelte discutibili che sono contenute nel provvedimento, le criticità continuano a persistere insieme al rischio concreto di non raggiungere gli obiettivi per il 2030. Non bisogna dimenticare, infatti, che, ad oggi, il nostro Paese ha raggiunto solo il 28 per cento degli obiettivi e che, a partire dal 2026, ogni anno l'Italia dovrà realizzare almeno 11,5 gigawatt di nuova potenza da fonti rinnovabili per poter raggiungere gli 80 previsti. Una sfida che richiede normative adeguate in grado non solo di rispondere ai numeri ma anche a quanto accade nei territori che, in mancanza di regole chiare e di norme sulla partecipazione, sempre più si oppongono alla realizzazione degli impianti.
Su Transizione 5.0 registriamo, insomma, la totale inadeguatezza della visione del Governo. Un Piano che doveva dare certezza al sistema produttivo e guidare la transizione ecologica è stato gestito in modo confuso e contraddittorio, con regole cambiate in corsa, risorse sottratte, scadenze improvvise e procedure complesse. Non è certo così che si favorisce la transizione, scaricandola sulle spalle di chi dovrebbe realizzarla. Ma sappiamo che questo non è un campo di vostro interesse, visto che siete ossessionati dall'obbedire agli ordini di Trump di acquistare gas e armi dagli Stati Uniti, infischiandovene di ciò che questo comporta a livello di costi, sia economici che ambientali.
La transizione deve essere accompagnata, sostenuta e resa accessibile. La transizione deve prevedere una grande trasformazione industriale, tecnologica e un grande investimento in formazione. Perdere questo treno significa condannare il nostro Paese alla marginalità e all'arretratezza, cioè quello che state facendo, in pratica.
Oltre alle criticità metodologiche e contenutistiche di cui ho detto, uno dei motivi per cui siamo contrariati è l'introduzione, durante l'esame in Senato, dall'articolo 2- relativo al , ovvero una materia che nulla ha a che fare con i temi della transizione energetica. Per evitare sanzioni e la procedura di infrazione europea siete stati costretti ad inserire, in tutta fretta, una norma estranea che si inserisce in modo del tutto disomogeneo in un decreto che dovrebbe occuparsi di transizione energetica. Tutto questo perché, coerentemente con la vostra modalità disinvolta di gestione del potere, avete utilizzato il , quello che dovrebbe essere uno strumento di ultima istanza, in modo vergognoso e l'Europa non ve l'ha consentito, costringendovi ad un rapido dietrofront. Ma l'avete fatto in un modo inappropriato perché, come sappiamo bene, l'articolo 77 della Costituzione non consente interventi così sgrammaticati, che presentano, a nostro avviso, forti criticità anche sotto il profilo della legittimità costituzionale.
Per le ragioni che ho esposto e per tante altre che riguardano la vostra totale incapacità di dare risposte su temi rilevanti come la transizione energetica, la produzione di energia da fonti rinnovabili e il costo insostenibile delle bollette, il nostro voto sarà ovviamente contrario. Non certo perché siamo contrari alla transizione energetica, che per noi è una priorità assoluta e non negoziabile, ma perché contestiamo un provvedimento pasticciato, insufficiente, che non è all'altezza della sfida che il Paese ha davanti. Servono regole chiare, stabili e coerenti con gli obiettivi climatici, serve una vera politica industriale delle rinnovabili, serve accompagnare imprese, territori e lavoratori nella transizione e voi non state facendo nulla per andare nella giusta direzione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Milani. Ne ha facoltà.
MASSIMO MILANI(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Sottosegretario, Ministro, il provvedimento oggi all'esame dell'Aula rappresenta un passaggio di rilievo nel percorso della modernizzazione del nostro sistema produttivo ed energetico. Con la conversione in legge del decreto sul Piano Transizione 5.0, sulla produzione di energia da fonti rinnovabili e sulla disciplina delle cosiddette aree idonee il Parlamento è chiamato a dare una risposta concreta a sfide che non appartengono al futuro ma al presente del nostro Paese. Il decreto interviene su tre assi strategici: il sostegno agli investimenti nelle imprese attraverso il Piano Transizione 5.0; la semplificazione e la certezza normativa in materia di fonti rinnovabili; la definizione di un quadro chiaro e organico sulle aree idonee. Sono tre ambiti diversi ma legati da un filo comune: la costruzione di una politica industriale ed energetica fondata su sostenibilità, efficienza e responsabilità.
Per quanto riguarda il Piano Transizione 5.0, il provvedimento introduce chiarimenti essenziali che rafforzano l'operatività dello strumento e ne garantiscono l'effettiva fruibilità da parte delle imprese. Vengono definiti con precisione i termini per la presentazione delle comunicazioni, le modalità di integrazione della documentazione e i limiti entro i quali è possibile sanare errori formali, senza tuttavia snaturare l'impianto del Piano, che resta fondato sulla reale riduzione dei consumi energetici.
Si tratta di un punto centrale. Il sostegno pubblico non è fine a sé stesso, ma è condizionato a risultati concreti in termini di efficientamento e sostenibilità. Proprio per questo viene rafforzato il ruolo del GSE, cui sono attribuite funzioni di vigilanza e controllo sui certificatori indipendenti e sull'effettiva realizzazione degli investimenti. È una scelta di responsabilità che tutela le risorse pubbliche e garantisce trasparenza nei confronti del sistema produttivo.
Viene, inoltre, chiarito il rapporto fra il Piano Transizione 5.0 e il precedente Piano Transizione 4.0, evitando sovrapposizioni e incertezze interpretative. Alle imprese è richiesto di operare una scelta chiara, nel rispetto del divieto di cumulo ma, al tempo stesso, viene preservata la possibilità di accedere a strumenti alternativi qualora uno dei due canali non risulti fruibile per ragioni di capienza finanziaria. È un equilibrio non semplice ma necessario fra rigore e flessibilità.
Su questo tema è opportuno anche qui sgomberare il campo da rappresentazioni fuorvianti. Il Piano Transizione 5.0 ha avuto delle difficoltà di attuazione nella fase iniziale dovute ad una probabile sottostima delle richieste che, invece, sono state fortunatamente molte e alle quali il Governo ha inteso dare corso per continuare a sostenere convintamente la transizione energetica delle nostre imprese. Infatti, si è giunti ad attivare volumi di investimento superiori a quelli registrati nell'avvio del precedente Piano Transizione 4.0 e questa misura rappresenta un successo per il Ministero delle Imprese e del in coerenza con le strategie del Ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica.
Il secondo grande pilastro del provvedimento riguarda la disciplina delle aree idonee per l'installazione di impianti da fonti rinnovabili. Con questo intervento si compie un'operazione di riordino normativo significativa, trasferendo le materie nel testo unico delle rinnovabili e superando una frammentazione che aveva generato incertezza e contenzioso. La nuova disciplina è più chiara, più completa e immediatamente applicabile. Non rinvia a successivi atti attuativi ma definisce direttamente le tipologie di aree considerate idonee, integrando e aggiornando quanto previsto nella normativa precedente e tenendo conto delle indicazioni giurisprudenziali emerse negli ultimi mesi.
Un'attenzione particolare è stata riservata alle aree industriali e produttive, ampliando l'ambito delle superfici considerate idonee e superando vincoli che non trovavano più giustificazione. Al tempo stesso il provvedimento affronta in modo equilibrato il tema delle aree agricole, riaffermando un principio per noi fondamentale: la transizione energetica non può avvenire a discapito della vocazione agricola del territorio e della bellezza del paesaggio, prima grande ricchezza dell'Italia.
In questo quadro si inserisce la disciplina degli impianti agrivoltaici che rappresentano una soluzione innovativa, capace di coniugare produzione energetica e continuità delle attività agricole. Non si tratta di una concessione indiscriminata ma di un modello rigoroso fondato su criteri tecnici precisi e su verifiche puntuali. La previsione di una dichiarazione asseverata da parte dei professionisti abilitati e il requisito del mantenimento di una quota significativa della produzione agricola sono garanzie concrete contro usi distorti di questo strumento. Il ruolo delle regioni e delle province autonome è valorizzato - al contrario di quanto ho sentito negli interventi precedenti - nel rispetto delle competenze costituzionali e degli statuti speciali. Entro termini certi gli enti territoriali sono chiamati a individuare ulteriori aree idonee sulla base di criteri omogenei e in coerenza con gli obiettivi nazionali di potenza installata o da installarsi. Al tempo stesso viene rafforzato il coinvolgimento degli enti locali, perché le scelte che incidono sul territorio non possono prescindere dal dialogo con le comunità interessate.
Particolarmente rilevante è la disciplina delle aree e delle infrastrutture esistenti come le piattaforme petrolifere dismesse, che possono essere riconvertite in un'ottica di sostenibilità e riuso intelligente. È un esempio concreto di come la transizione energetica possa essere anche un'occasione di rigenerazione industriale e territoriale.
Il provvedimento interviene inoltre sui regimi autorizzativi, introducendo semplificazioni mirate per gli impianti localizzati in aree idonee e garantendo, al contempo, la tutela dei beni paesaggistici e culturali, come nel caso delle aree UNESCO, dove l'installazione di impianti è considerata solo in forma compatibile con la massima protezione del patrimonio.
Un elemento di grande importanza è la salvaguardia delle procedure in corso. Le norme transitorie, approvate in Commissione al Senato, assicurano la certezza del diritto e la continuità amministrativa, evitando che cambiamenti normativi improvvisi compromettano investimenti già avviati, ma senza aprire varchi a operazioni speculative o prive di reale consistenza progettuale.
Accanto a questi interventi, il decreto prevede anche disposizioni - introdotte sempre nel passaggio al Senato - in materia di nel settore finanziario, rafforzando gli strumenti di tutela degli interessi strategici nazionali. È una scelta coerente con una visione che considera l'energia, la finanza e l'industria come ambiti interconnessi, nei quali la sovranità economica e la sicurezza nazionale non possono essere trascurate.
Nel complesso, questo provvedimento dimostra che è possibile affrontare la transizione energetica con pragmatismo, evitando approcci ideologici e semplificazioni pericolose. Dire “sì” alle rinnovabili non significa accettare qualunque intervento, ovunque e comunque; significa, piuttosto, governare il cambiamento, orientarlo e renderlo compatibile con la tutela del paesaggio, dell'agricoltura e dell'identità dei nostri territori.
La sfida energetica continua a essere una delle principali sfide strategiche per l'Italia, per la sua economia, per la sua industria e, certo, per la tutela anche dell'ambiente, sicuramente, ma, nella nostra visione, senza compromettere la competitività delle imprese e la sicurezza degli approvvigionamenti.
Il costo dell'energia per famiglie e aziende, la transizione energetica e digitale - aggiungo - debbono procedere insieme, nella consapevolezza che l'innovazione tecnologica comporta anche nuovi fabbisogni energetici, che vanno pianificati e gestiti. Per questo è necessario un modello integrato che affianchi alle rinnovabili anche altre fonti programmabili e sicure, che valorizzi le risorse esistenti, come l'idroelettrico, e guardi con realismo alle prospettive offerte dalle nuove tecnologie nucleari. Non esistono soluzioni semplici a problemi complessi, ma esiste la responsabilità di costruire politiche fondate su dati, competenze e visione di lungo periodo.
Un ulteriore elemento che merita attenzione riguarda il metodo con cui questo provvedimento è stato costruito e migliorato nel corso dell'esame parlamentare. In un momento storico nel quale spesso si tende a descrivere il confronto istituzionale come sterile o puramente conflittuale, il lavoro svolto al Senato dimostra che, quando vi è la volontà politica, è possibile discutere nel merito e modificare e rafforzare i testi normativi nell'interesse generale. Sono stati accolti i contributi provenienti da più parti, con sensibilità diverse ma accomunate dalla consapevolezza che il tema dell'energia e delle rinnovabili non può essere affrontato con slogan o contrapposizioni ideologiche. La definizione delle norme transitorie, il chiarimento sulle procedure autorizzative, l'attenzione posta alle dimensioni aziendali e alle specificità territoriali sono il frutto di un dialogo che ha prodotto risultati concreti.
Questo approccio è particolarmente rilevante se si considera il contesto europeo e internazionale nel quale l'Italia si muove. Il nostro Paese è chiamato non solo a rispettare impegni assunti a livello comunitario, ma anche a dimostrare capacità di attuazione, rapidità decisionale e affidabilità istituzionale. In questo senso, il riordino della disciplina delle aree idonee e la semplificazione dei procedimenti autorizzativi rappresentano un segnale positivo non solo per gli operatori del settore, ma anche per gli investitori e per i europei.
Non va sottovalutato, inoltre, l'impatto che una normativa più chiara e stabile può avere sulla riduzione del contenzioso amministrativo. Negli ultimi anni l'incertezza interpretativa e la stratificazione delle fonti hanno spesso rallentato la realizzazione degli impianti, generando conflitti fra amministrazioni, ricorsi e blocchi procedurali.
Con questo intervento si compie un passo deciso verso una maggiore certezza delle regole, che è una condizione essenziale per qualunque politica industriale seria.
Un altro aspetto centrale riguarda il rapporto fra lo Stato e le autonomie territoriali. Ritorno su questo punto. Il provvedimento riafferma un principio di leale collaborazione, attribuendo alle regioni e alle province autonome un ruolo attivo nella pianificazione delle aree idonee ma all'interno di un quadro nazionale definito e coerente con gli obiettivi complessivi di sviluppo delle fonti rinnovabili, definiti molto chiaramente nel PNIEC.
Non si tratta di centralizzare né di scaricare responsabilità, ma di costruire un equilibrio che consenta di tenere insieme interessi nazionali e specificità locali. Questo equilibrio è particolarmente delicato in un Paese come l'Italia, caratterizzato da una straordinaria varietà di paesaggi, ecosistemi e vocazioni produttive. Governare la transizione energetica significa anche riconoscere questa complessità e tradurla in regole che evitano soluzioni standardizzate e calate dall'alto. Il provvedimento va in questa direzione, ponendo limiti chiari ma anche offrendo margini di adattamento responsabile.
È importante sottolineare come la tutela del paesaggio e dell'agricoltura non venga concepita come un ostacolo allo sviluppo, bensì come un valore da integrare nella strategia energetica. Il paesaggio italiano non è solo un bene culturale o ambientale, ma anche un fattore economico e identitario: difenderlo significa difendere una parte fondamentale della nostra competitività e della nostra attrattività a livello globale.
Allo stesso modo, l'agricoltura non può essere considerata un settore residuale o sacrificabile. La scelta di promuovere modelli come l'agrivoltaico, se correttamente regolati, dimostra che è possibile innovare senza cancellare le attività tradizionali, ma, anzi, rafforzandole attraverso nuove opportunità di integrazione al reddito.
In questo senso, il provvedimento contribuisce a delineare una visione di sviluppo che non separa ambiente, economia e società, ma li considera elementi interdipendenti; una visione che rifiuta scorciatoie e che richiede, al contrario, programmazione, controllo e capacità di valutazione nel tempo degli effetti delle politiche pubbliche nel tempo.
In conclusione, il provvedimento in esame rappresenta un tassello importante di questa strategia. Non risolve tutto, ma indica una direzione chiara: sostenibilità ambientale, crescita economica, tutela del territorio e sicurezza nazionale non sono obiettivi alternativi fra loro, ma parte di un unico disegno.
È questa la responsabilità che abbiamo verso la Nazione, verso le generazioni future ed è con questo spirito che sosteniamo convintamente l'approvazione di questo decreto-legge
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Pavanelli. Ne ha facoltà.
EMMA PAVANELLI(M5S). Grazie, Presidente. Colleghi e colleghe, Sottosegretario, che dire? Ho sentito gli interventi dei colleghi di maggioranza e devo dire che il mio sarà sicuramente diverso, perché non ho ritrovato questo testo, questo decreto nei fatti, nel senso che sulla carta non c'è nulla di quello che è stato dichiarato dai colleghi.
Questo è un provvedimento, secondo noi, inadeguato, contraddittorio e controproducente; inadeguato anche nel metodo, perché è stato fermo per ben due mesi in Senato, poi è stato ripreso di notte, all'ultimo momento; forse la maggioranza e il Governo si sono resi conto che scadeva e doveva arrivare qui alla Camera. Noi lo abbiamo, di fatto, licenziato in meno di tre ore questa mattina, senza emendamenti della maggioranza, perché ovviamente il Governo oggi metterà la fiducia su questo provvedimento, proprio per dire: non fate niente, continuate a non fare niente, va bene così, non c'è bisogno di migliorare il testo. Invece, secondo noi, c'è una grande necessità di migliorare questo testo.
Allora dicevo, Presidente, che è inadeguato: i soliti slogan nei titoli e nelle rubriche dell'articolato, ma sostanzialmente vuoto, privo di qualsiasi contenuto reale e utile per il nostro Paese.
Il collega prima di me parlava di un tema strategico per l'Italia: esatto, il tema dell'energia è strategico e centrale e, su questo, siamo d'accordo, ma questo testo non dà nessuna risposta per il nostro Paese, per le imprese, per chi vuole fare impianti di rinnovabili.
Non ci sono risposte per le istituzioni locali, non c'è nulla, anzi, ci sono solo impedimenti. E, ovviamente, abbiamo un modo contraddittorio di questa maggioranza e di questo Governo. Infatti, avete votato l'autonomia differenziata e vorrei ricordare a quest'Aula che l'energia è una delle 13 materie che rientra nell'autonoma differenziata. Pertanto, all'inizio della legislatura, non solo avete votato per l'autonomia differenziata, ma il Governo e il Ministero dell'Ambiente hanno deciso di non decidere per le aree idonee, dicendo: decidete voi, regioni, visto che conoscete meglio di noi il vostro territorio, decidete.
Ma poi cosa è successo? È successo che le regioni hanno fatto le leggi per le aree idonee, che, di fatto, sono state bocciate da questo Governo. E, oggi, con questo testo, rinnegate tutto e dite: no, per le aree idonee non decidete più voi regioni, che conoscete il territorio, ma decidiamo noi per voi.
E allora vediamo che c'è una totale contraddizione in questa maggioranza. Avete tolto il potere alle regioni. Lo dico perché la mia regione, l'Umbria, ha fatto la legge nei tempi e voi l'avete bocciata, togliendo, di fatto, la possibilità di decidere dove fare gli impianti delle rinnovabili. Con questo testo riducete le possibilità per tante regioni, perché le aree idonee diventano una piccola, piccolissima parte del territorio. In questo modo, non si raggiungeranno gli obiettivi, che dobbiamo raggiungere per diversi motivi, perché, come Paese, ci siamo impegnati a raggiungere alcuni obiettivi per le rinnovabili. Ma ci sarebbe anche un altro motivo: se avessimo più rinnovabili in maniera capillare, magari le nostre bollette sarebbero più basse. Basterebbe attivare il prezzo zonale, cosa che questo Governo non vuole fare. Eppure, sarebbe più che necessario, perché aiuterebbe le nostre imprese ad affrontare il caro bollette, che è uno dei motivi per i quali il nostro Paese non cresce, è uno dei motivi per i quali il nostro Paese non è allettante per fare impresa, è uno dei motivi per i quali molti stanno andando via; lo abbiamo detto anche in Commissione questa mattina. Eppure, il Governo e la stessa maggioranza sono rimasti silenti. Evidentemente, quando parlate di settore strategico per il nostro Paese è uno , è propaganda, ma poi, nei fatti, quando andiamo a leggere gli atti, non c'è nulla di tutto questo.
E parliamo della centralità dell'energia. È un tema che dovrebbe essere visto a 360 gradi, dovrebbe essere un tema per la sicurezza nazionale, per la solidità economica, per la competitività delle nostre imprese, per l'efficacia degli investimenti e per l'indipendenza.
Oggi, quando si parla di energia, dobbiamo anche guardare a cosa succede intorno a noi: c'è una situazione geopolitica in enorme crisi. E cosa fa questo Governo? Nulla, ripeto, nulla. Però poi dice, a noi dell'opposizione, che facciamo ideologia . No, non c'è nulla di tutto questo. Questo testo doveva essere la panacea per le rinnovabili, per la Transizione 5.0. Vogliamo parlare del grande di Transizione 5.0? Avete cambiato il nome e il metodo pur di non assomigliare minimamente a Transizione 4.0 perché era scomodo, perché aveva la firma del presidente Conte.
Lo capisco, può essere difficoltoso. Eppure funzionava! Ha funzionato . Ha fatto crescere il nostro Paese. Voi avete voluto fare Transizione 5.0 e cosa è successo? Nulla. Sono 34 mesi di fila che il nostro Paese, che le nostre imprese sono in crisi: non c'è crescita industriale. Però è sempre colpa del MoVimento 5 Stelle, questo lo sappiamo, lo abbiamo appurato, lo dite continuamente. Ma la realtà è che Transizione 5.0, l'avete fatta voi, non noi ! Non funziona e continua a non funzionare. Pertanto, essendo il titolo di questo provvedimento, Transizione 5.0, ci dovete spiegare che cosa c'è di concreto per le aziende all'interno di questo provvedimento. Ma nella realtà, non a , non con la propaganda! E vedremo se davvero sblocca, perché io già lo so che i colleghi mi risponderanno.
Eppure, parlando sempre di energia, abbiamo una maggioranza che parla sempre di patriottismo, dell'Italia, che l'Italia è centrale. E allora torno al tema dell'energia, e anche qui non c'è niente di patriottico in questo decreto, perché dal momento in cui questo Governo e questa maggioranza continuano a puntare sull'energia acquistata fuori dal nostro Paese, non potete dirvi di essere patrioti. I veri patrioti punterebbero a maggiore autonomia. E come facciamo a essere maggiormente autonomi oggi, se non con le rinnovabili? Come facciamo a far abbassare le bollette ai cittadini, alle imprese e alle istituzioni, se non con le rinnovabili? Come facciamo a migliorare la qualità della vita dei cittadini, se non con le rinnovabili? Perché, ripeto, con il prezzo zonale, con maggiori impianti di accumulo - cosa che non volete finanziare - aiutereste i cittadini ad essere maggiormente autonomi. Se non aiutate le istituzioni locali - penso ai comuni, alle regioni - a fare maggiori investimenti, significa che voi non volete questa autonomia.
Avete contrastato in tutti i modi anche le comunità energetiche. Lo sappiamo tutti: è un provvedimento del MoVimento 5 Stelle, è stato inserito in una direttiva grazie al MoVimento 5 Stelle nel 2017. Eppure darebbe una risposta, darebbe una risposta per le aree interne, per far sì che non ci sia questo spopolamento, questa emorragia. Eppure, ricordo bene le parole della Presidente del Consiglio quando è venuta in quest'Aula nel momento in cui c'è stato il suo insediamento: per lei le aree interne erano una priorità. Ma quale priorità? Possiamo soltanto aiutare i cittadini e le imprese a rimanere nelle aree interne, quando gli diamo delle possibilità, e una di queste è sicuramente di essere maggiormente autonomi con le rinnovabili.
Ebbene, oggi vorrei introdurre un tema, Presidente. Forse, in quest'Aula, dobbiamo iniziare a parlare di diritto universale all'energia. Immaginiamo di vivere senza energia. Io credo che i cittadini, fuori da quest'Aula, avrebbero veramente tante difficoltà. Eppure, sappiamo che tante persone in difficoltà spengono il loro frigorifero; sappiamo che tante persone in difficoltà spengono i termosifoni; sappiamo che, fuori da quest'Aula, ci sono cittadini che in estate non riescono ad avere un po' di fresco nella propria casa perché non possono sostenere le bollette. Forse, dobbiamo parlare del diritto all'energia. E se parliamo di diritto all'energia, con questo provvedimento d'urgenza, che non ha nulla di urgente fatto in questa maniera, state mettendo a repentaglio questo possibile diritto.
Voi non permettete ai cittadini e alle piccole e medie imprese di fare la transizione energetica, non date un aiuto per impianti di accumulo, non fate un piacere a nessuno con questo provvedimento.
Chiudo così, Presidente. Io credo, noi del MoVimento 5 Stelle crediamo, che l'energia sia un strategico e che sia una sfida per il Paese, come hanno detto anche alcuni colleghi di maggioranza, ma possiamo dire che questo provvedimento non è assolutamente all'altezza e che questo Governo e questa maggioranza non raggiungono assolutamente nessun risultato positivo per il bene dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni, che aspettano risposte concrete .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pandolfo. Ne ha facoltà.
ALBERTO PANDOLFO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, questo Paese e il vostro Governo si tengono in piedi da tre anni, nei fondamenti dell'economia, grazie al PNRR e a quelle risorse europee che voi non volevate, che non avete sostenuto e votato e che, solo grazie all'impegno del Partito Democratico e dei suoi alleati in Europa, si sono ottenute per l'Italia.
Nonostante questo, l'economia ancora non riesce a rispondere ai problemi del Paese: gli italiani non arrivano alla fine del mese, i costi sono aumentati, gli stipendi reali sono diminuiti e voi vi occupate di tutto, tranne che di questo. Il credito d'imposta, nello specifico di Transizione 5.0, è noto come pilastro del PNRR, noto perché aveva, ha una portata di 6,3 miliardi di risorse e un orizzonte temporale di oltre 2 miliardi. È una misura strategica, presentata come occasione storica per accelerare la trasformazione digitale ed energetica delle imprese.
La realtà, però, è ben diversa. Il decreto attuativo è arrivato solo nell'agosto del 2024, con una disciplina della misura complessa e frammentata, che ha poi alimentato nelle imprese incertezza, anziché fiducia. Quando finalmente, nel 2025, la misura ha potuto giovarsi delle semplificazioni previste dalla legge di bilancio, è arrivato il decreto ministeriale del MIMIT, il 7 novembre, che ha ridotto le risorse e così quell'importante pilastro da 6,3 miliardi è scivolato a 2,5 miliardi ed è stato chiuso anticipatamente, quindi, senza considerare anche il ritmo delle prenotazioni che stava finalmente accelerando. Questo stop improvviso ha penalizzato pesantemente le imprese che avevano programmato e stavano realizzando gli investimenti sulla base delle regole stabilite originariamente.
Dopo la pubblicazione di quel decreto ministeriale, le associazioni imprenditoriali hanno chiesto a gran voce il ripristino delle risorse inizialmente stanziate o almeno il rifinanziamento della misura e la riapertura ordinaria dei termini. Con il decreto n. 175 del 2025, però, queste richieste sono state del tutto ignorate e si è consumato un vero e proprio disastro definitivo, che ha sancito la chiusura dell'agevolazione, fissando al 27 novembre il termine ultimo delle presentazioni e, quindi, di fatto, sei giorni per adempiere ad obblighi complessi senza alcuna garanzia di ottenere il credito.
Nel frattempo, per il nostro Paese, i problemi più urgenti sono rimasti sul piatto: il costo dell'energia, la difficoltà normativa, la difficoltà di avanzare nella realizzazione degli impianti da energia rinnovabile. Tutte queste difficoltà, che talvolta vengono, al massimo, elencate, non sono risolte dal decreto-legge in esame. Oggi, dunque, ci occupiamo di un provvedimento che, almeno nelle intenzioni che erano state manifestate dal Governo, avrebbe dovuto segnare una svolta strategica per il futuro produttivo, energetico, industriale del nostro Paese; un provvedimento che, però, è incapace di incidere davvero sulle trasformazioni profonde di cui l'Italia ha bisogno, in un contesto industriale che, da 32 mesi su 37, ha fatto segnare un calo della produzione. Ci saremmo aspettati, invece, un provvedimento che, incrociando la legge di bilancio, andasse ad interessare e a risolvere alcune delle grandi questioni che ho elencato.
Iniziamo da Transizione 5.0, che doveva essere un volano per la politica industriale italiana, con incentivi per l'innovazione, la digitalizzazione, l'efficientamento energetico, l'uso delle nuove tecnologie e, dunque, anche la sostenibilità ambientale dei processi produttivi. Tuttavia, le imprese, soprattutto quelle piccole e medie, hanno denunciato un sistema che davvero era farraginoso - come ho già detto - e incerto, e ha scoraggiato proprio chi avrebbe potuto e avrebbe avuto più bisogno di essere accompagnato nella transizione. Anche su questo specifico settore si denota così l'assenza di una visione e di una politica industriale di lungo periodo, che manca a questo Governo.
Gli incentivi vengono distribuiti, ma non hanno una strategia chiara e settoriale. Avevamo una grande opportunità, Presidente, quella delle comunità energetiche rinnovabili: il Governo aveva annunciato che le avrebbe incentivate e sostenute, invece parlano chiari i tagli ai fondi PNRR per le comunità stesse, con una drastica riduzione del 64 per cento, passati da 2,2 miliardi a 795 milioni. Allo stesso modo, appare eloquente il fatto che, per rispettare gli obiettivi delle rinnovabili al 2030, dobbiamo raggiungere 11 gigawatt e, a settembre del 2025, ne sono stati installati solo 4,5. Non esiste, dunque, una transizione giusta se non si accompagna a chi lavora, se non si investe sulle competenze, se non si garantisce che l'innovazione non produca nuove diseguaglianze.
Purtroppo si sta consumando un'occasione mancata anche sulle aree idonee. Come è noto, siamo convintamente a favore dello sviluppo delle energie rinnovabili. Noi, sì, crediamo che l'Italia debba raggiungere gli obiettivi di produzione energetica necessari all'autonomia del Paese per ridurre la dipendenza energetica, abbassare i costi delle famiglie e delle imprese, contrastare la crisi climatica. Abbiamo provato a dirlo nel Paese, in Parlamento, ancora stamattina nella seduta della Commissione, a farlo capire al Governo che, invece, ha dimostrato e dimostra ogni giorno di avere un'altra idea, ignorando quelle che sono anche le nostre proposte.
Dalla maggioranza abbiamo sentito dire che era un grande problema riuscire a mettere insieme quell'equilibrio tra la richiesta di realizzazione dei nuovi impianti e la necessità di salvaguardare il nostro territorio. Questo equilibrio andava trovato o, perlomeno, bisognava iniziare a trovarlo con questa azione di decreto e, invece, voi avete fatto esattamente il contrario: avete aumentato la complessità e non avete sciolto quei nodi che il mondo che sta fuori di qua ha denunciato. Servirebbe un grande piano, e naturalmente il relativo investimento, sulle rinnovabili, per portare il Paese al passo con i europei, agendo sui costi dell'energia - come ha fatto la Spagna - e ritrovando indipendenza e forza in uno scenario internazionale che, purtroppo, è sempre più compromesso anche in termini di sovranità energetica.
Proprio perché prendiamo sul serio questi obiettivi, diciamo che il tema delle aree idonee non è una questione tecnica, ma è una questione democratica e territoriale. L'Italia è un Paese unico per complessità paesaggistica, storica, ambientale, soprattutto nelle aree interne, che non possono diventare la terra di conquista di grandi impianti, con decisioni prese lontano dai territori. Anzitutto, serve rispettare chi governa il territorio e il PD ha proposto un criterio molto semplice, quello della premialità: invece di dover obbligare i comuni e le regioni a raggiungere degli obiettivi a volte non perseguibili per la conformazione geografica, per la storia, per l'insediamento storico di quei territori, vi abbiamo detto di provare ad introdurre delle norme incentivanti e delle premialità.
Noi abbiamo un modello chiaro da questo punto di vista, che abbiamo proposto: forte sostegno alle rinnovabili, programmazione energetica dal basso, coordinata a livello nazionale e costruita sui territori, con degli obiettivi chiari da raggiungere e una responsabilità condivisa nel raggiungimento di quegli obiettivi. Se l'Italia deve crescere nella produzione da rinnovabili, allora ogni territorio deve fare la propria parte, nella parte che gli è dovuta, anche introducendo premialità per i territori che contribuiscono di più in termini di risorse, investimenti, servizi e ricadute economiche locali. Allo stesso modo, servono dei meccanismi correttivi per quei territori che, senza motivazioni oggettive, si sottraggono al contributo necessario.
Non può esistere una transizione energetica in cui alcuni territori producono energia per tutti, subendo impatti ambientali e sociali, mentre altri ne beneficiano senza assumersi oneri e responsabilità. La transizione energetica è sostenibile se condivisa oppure genera conflitti, opposizioni, ritardi, e tutto questo non ce lo possiamo assolutamente permettere.
L'opportunità era quella di rafforzare la competitività del nostro Paese, ma con questo provvedimento non avremo regole chiare sulle aree idonee, avremo un minore investimento di tutti coloro che vogliono produrre impianti fotovoltaici o eolici, non avremo regole chiare sull'agrivoltaico e, infine, non avremo incentivi alle imprese. Noi siamo per una transizione vera…
ALBERTO PANDOLFO(PD-IDP). …per una transizione che porti e che guardi alle energie rinnovabili. Diciamo “sì” all'autonomia energetica, ma ci domandiamo: qual è la vostra politica energetica? Qual è la vostra politica industriale? Purtroppo, non lo sappiamo
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Vaccari. Ne ha facoltà.
STEFANO VACCARI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, non è un caso che arrivi in Parlamento un provvedimento come questo. La transizione ecologica è considerata da sempre un fastidio per il Governo e al Governo mancano strategia e visione per pensare e realizzare seriamente un nuovo modello di sviluppo che lasci alle spalle, in maniera definitiva, l'era dei combustibili fossili e che punti, senza indugi, alla produzione di energia da fonti rinnovabili, fonti pulite e sostenibili che ci consentiranno non solo di contrastare i mutamenti climatici e di rispettare gli obiettivi per la riduzione dei gas serra in atmosfera, ma anche di puntare ad una crescita di qualità giusta che garantisca un futuro sano e di giustizia sociale.
Invece, come si procede? Con un'operazione centralizzata per imporre sul territorio soluzioni e misure in tema energetico. Un atto d'imperio che produrrà contenziosi, ricorsi e proteste. Come si può pensare di consentire l'installazione di impianti senza che tale necessità sia il frutto anche di una decisione territoriale? Senza che l'impatto sia pagato da chi subisce la decisione? Sia ben chiaro che, per quanto ci riguarda, siamo dalla parte delle energie rinnovabili - lo siamo sempre stati - e sia ben chiaro che noi, a differenza di voi, vorremmo che dalle energie rinnovabili arrivasse piena autosufficienza per le esigenze del Paese e non solo nei picchi d'estate, senza dover continuare a dipendere dal petrolio o dalle importazioni di gas, peraltro in un quadro di instabilità dovuto ai conflitti in corso che hanno determinato forti rincari e hanno messo in difficoltà famiglie ed imprese, a cui si aggiungono i vostri aumenti delle accise sui carburanti.
Così non si va da nessuna parte, se non a rispondere agli interessi dei grandi energetici del settore, quasi tutti non italiani, che presenteranno progetti fatti a tavolino su per produrre nuove occupazioni di territorio, la cui salvaguardia è stata volutamente alleggerita, visto che il parere paesaggistico per le aree idonee resta obbligatorio ma non è più vincolante. Sembra che non si conoscano la storia del nostro Paese e la complessità dei suoi territori, con le diversità dal punto di vista storico, paesaggistico, naturalistico, orografico, a cominciare dalle aree interne. Non possono diventare questi territori terra di conquista dei grandi interessi e tanto meno pregiudicare quell'attività agricola che garantisce presidio, insediamento, economia sostenibile, produzioni di eccellenza, quel tanto invocato da questo Governo che poi diventa solo una spilla da appendere al petto, visto che ci vogliono imporre impianti con percentuali certe di occupazione di territorio.
Ai sindaci e agli amministratori locali vengono riservati solo compiti di controllo su decisioni prese altrove. Noi pensiamo, di contro, che la transizione energetica si costruisca partendo dalle volontà espresse da quegli amministratori, che conoscono la peculiarità dei loro territori, le esigenze e le aspettative, che non possono essere piegati alle scelte fatte in sedi nazionali o internazionali, sopra la loro testa e dei loro cittadini. Il decreto, che avrebbe dovuto fornire criteri chiari ed omogenei per l'installazione di impianti fotovoltaici ed agrivoltaici, in realtà presenta maglie così larghe, in alcuni passaggi, che lascia le porte aperte ad interpretazioni estensive che mal si conciliano con l'esigenza di tutelare i nostri territori, in particolare il suolo agricolo, la produttività, la qualità delle coltivazioni, salvaguardando la produzione agroalimentare e il lavoro delle imprese agricole.
La transizione ecologica non significa solo incremento delle rinnovabili dove risulta possibile - le aree urbane, i tetti dei capannoni, le aree non produttive o marginali - ma anche la tutela dei nostri paesaggi e della biodiversità e la salvaguardia del lavoro agricolo. Noi abbiamo tutto l'interesse che le nostre imprese agricole continuino a garantire il presidio del territorio, anche e soprattutto delle aree interne. Abbiamo bisogno di favorire quelle produzioni di qualità che sono considerate eccellenze in tutto il mondo e - diciamolo chiaramente, però - non è vero che l'agrivoltaico sia ad impatto zero. Ci sono delle sperimentazioni in corso che daranno risultati solo più avanti e si prevede, però, che l'installazione degli impianti sia sempre consentita anche nelle zone classificate agricole dai piani urbanistici vigenti. Normalmente, l'installazione di impianti fotovoltaici con moduli collegati a terra nelle zone agricole è consentita solo in aree specifiche già identificate - e sembrerebbe tutto bene -, ma poi si prevede che l'installazione dell'impianto avvenga attraverso l'impiego di moduli collocati in posizione adeguatamente elevata da terra. Ma cosa significa adeguatamente elevata da terra? Chi lo stabilisce qual è la misura? Fino ad ora, le linee guida prevedevano 1,3 metri nel caso di attività zootecniche e 2,1 metri nel caso di attività colturale; ora con il decreto cosa succederà? Il bestiame considerato da chi è interessato al sarà solo quello avicolo, così da prevedere una manciata di centimetri da terra? E, per le coltivazioni, si ricorrerà all'utilizzo soltanto della coltivazione di erba medica? E, ancora, quanto incideranno quei pannelli posti in zone di pregio naturalistico sul tema della biodiversità? L'impatto non è zero, come si vorrebbe far credere; intorno e sotto a quei pannelli il risultato sarà la perdita e la frammentazione di e degli spazi di movimento per la fauna selvatica, così come al di sotto dei pannelli si produrranno alterazioni al suolo, all'acqua, al microclima e alla vegetazione. Ci sono condizioni per raggiungere gli obiettivi legati anche all'attuazione del PNRR senza ricorrere a scorciatoie e furbizie, che non garantiscono, di certo, gli agricoltori e le nostre comunità. Ripeto: noi siamo per raggiungere gli obiettivi - e anche superarli - delle rinnovabili, nella logica della totale autoproduzione di energia del nostro Paese, ma la via maestra avrebbe dovuto essere quella di non consumare suolo o non penalizzare la produzione agricola e la qualità dei paesaggi.
Altro esempio. Il decreto prevede i cosiddetti limiti sulla superficie agricola utilizzata. Le aree agricole qualificabili come idonee a livello regionale non possono essere inferiori allo 0,8 né superiori al 3 per cento della SAU. Ma ci si rende conto quanto territorio corrisponde al 3 per cento? Una enormità in alcune realtà, che può cambiare radicalmente le caratteristiche agricole e ambientali di quelle aree. Se poi combiniamo il 3 per cento con l'indefinito e discrezionale criterio del pannello sollevato da terra, il gioco è fatto. Il decreto prevede che siano considerate aree idonee per l'installazione di impianti le aree classificate agricole racchiuse in un perimetro i cui punti distino non più di 350 metri da uno stabilimento industriale e 500 metri per il biometano, nonché le aree adiacenti alla rete autostradale entro una distanza non superiore a 300 metri. Oggi quelle fasce sono, in alcune regioni, interessate dalla coltivazione di colture necessarie alla produzione di prodotti di eccellenza. Penso, per esempio, al parmigiano reggiano nella mia regione.
Si dice che viene introdotta una definizione più stringente, si parla di continuità colturale, si stabilisce la soglia dell'80 per cento. Noi vi avevamo posto, come ha detto il mio collega, una logica premiale, perché l'80 per cento della produzione lorda vendibile non è una garanzia strutturale di tutela agricola ma è un indicatore fragile, variabile, che non misura la qualità del lavoro agricolo, la durata della produzione, la tenuta delle aziende nel medio periodo, il modello agricolo che stiamo incentivando. Il rischio è evidente, ossia che l'agricoltura diventi una condizione accessoria per produrre energia e non il contrario e questo non è un dettaglio tecnico, è una scelta di modello di sviluppo che noi non condividiamo. Per questa ragione con il voto esprimeremo la nostra contrarietà non alle rinnovabili ma al maldestro e inadeguato modo con cui il Governo intende procedere
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. I relatori per la VIII Commissione e per la X Commissione hanno comunicato alla Presidenza di rinunciare alle repliche, così come rinuncia alla replica il rappresentante del Governo.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione e delle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge .
Avverto che il Comitato per la legislazione e la V Commissione (Bilancio) hanno espresso i prescritti pareri , che sono in distribuzione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, senatore Luca Ciriani. Ne ha facoltà.
LUCA CIRIANI,. Grazie, Presidente. Onorevoli deputati, a nome del Governo e autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull'approvazione senza emendamenti, subemendamenti e articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge n. 2758: Conversione del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, recante misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili, nel testo delle Commissioni, identico a quello approvato dal Senato.
PRESIDENTE. Grazie, signor Ministro. Secondo quanto convenuto nella riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo dello scorso 29 dicembre, l'esame del provvedimento riprenderà nella seduta di domani. La votazione per appello nominale sulla questione di fiducia avrà luogo a partire dalle ore 16,15, dopo lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata, previe dichiarazioni di voto a partire dalle ore 13. Si passerà poi, a partire dalle ore 19, dopo l'informativa urgente del Governo sulla vicenda concernente Mohammad Hannoun, alla fase dell'esame degli ordini del giorno, che proseguirà anche nella parte notturna della seduta.
Nella giornata di giovedì 15 gennaio, dalle ore 8,30 alle ore 10, avranno luogo le dichiarazioni di voto finale e la votazione finale.
Ricordo, altresì, che il termine per la presentazione degli ordini del giorno riferiti al disegno di legge in esame è fissato alle ore 16 di oggi.
A questo punto, estraggo a sorte il nominativo del deputato dal quale avrà inizio la chiama.
.
La chiama avrà inizio dal deputato Fede.
Sospendo la seduta, che riprenderà tra pochissimi minuti con lo svolgimento di informative urgenti del Governo. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta sono complessivamente 80, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'al resoconto stenografico della seduta in corso.
PRESIDENTE. . Care colleghe e cari colleghi, l'incendio scoppiato nella notte di Capodanno all'interno di un locale a Crans-Montana, in Svizzera, ha provocato la morte di 40 persone di diverse nazionalità e 116 feriti.
Tra le vittime ci sono anche sei giovani italiani: Achille, Chiara, Emanuele, Giovanni, Riccardo e Sofia. E altri 14 connazionali sono rimasti gravemente feriti. Stavano festeggiando l'arrivo del nuovo anno con la gioia di vivere tipica della loro età. Avevano un'intera vita davanti.
Quanto avvenuto ha suscitato un profondo dolore e una diffusa indignazione nel nostro Paese.
Auspico che si accerti la verità con il massimo rigore e che la giustizia faccia il proprio corso in tempi rapidi. Ma nulla potrà mai restituire alle mamme e ai papà l'affetto dei loro figli. Nulla potrà attenuare le sofferenze di quanti, ancora oggi, stanno combattendo tra la vita e la morte per le conseguenze delle ustioni riportate.
In questa triste circostanza desidero quindi rinnovare, a nome dell'Assemblea e mio personale, le espressioni del più sentito cordoglio ai familiari delle vittime e la più sincera vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie.
Rivolgiamo un sincero ringraziamento a quanti si sono prodigati nelle operazioni di soccorso e di assistenza in quelle ore drammatiche.
La nostra gratitudine va al personale medico-infermieristico, della Protezione civile, dei Ministeri degli Affari esteri e dell'Interno, della regione Lombardia e di tutte le altre autorità impegnate nel sostegno alle famiglie.
Invito ora l'Assemblea ad osservare un minuto di silenzio .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una informativa urgente del Governo sui tragici fatti occorsi a Crans-Montana, in Svizzera.
Dopo l'intervento del rappresentante del Governo, interverranno i rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto per tre minuti ciascuno in ordine decrescente, secondo la rispettiva consistenza numerica.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani.
ANTONIO TAJANI,. Signor Presidente, onorevoli deputati, sarebbe, di fronte a una tragedia come quella della notte di Capodanno, veramente burocratico e non sufficientemente rispettoso di quest'Aula e, soprattutto, rispettoso nei confronti delle vittime e dei feriti rileggere un intervento che ho già pronunciato nell'Aula del Senato.
Cercherò di esprimere, innanzitutto, quello che ho provato quella mattina del giorno 2 di gennaio mentre, dopo aver depositato un mazzo di fiori per ricordare le vittime della tragedia, entravo nella sala d'ingresso del “Le Constellation”.
L'immagine che mi sono trovato davanti era l'immagine di una tragedia che aveva in centinaia di scarpe, lasciate da una parte e dall'altra della sala, con qualche giacca a vento con qualche cappuccio, qualcuno mezzo bruciato e qualcuno no. La dimostrazione plastica di quello che era avvenuto, mentre questi giovani cercavano di sfuggire alle fiamme che devastavano il locale. Più che da Ministro, direi da padre, da nonno, ho pensato a quello che sarebbe potuto succedere a mio figlio o a mio nipote e a quello che provavano le famiglie italiane e non, che avevano avuto notizie della tragedia. In quel momento ho avuto di fronte a me il film della tragedia. Mi veniva da versare lacrime silenziose pensando al dolore profondo che toccava centinaia e centinaia di persone e centinaia di famiglie.
Uscito da lì, dopo aver informato tutti i politici italiani, di maggioranza e di opposizione, su quello che stavo vedendo e quello che accadeva e dopo averli anche informati sui risultati dell'incontro che avevo avuto con la procuratrice generale, con il Presidente del Cantone e con il capo della Polizia, sono andato nella sede del centro congressi di Crans-Montana che era stato trasformato in un luogo di dolore per le famiglie delle persone di cui non si sapeva cosa fosse successo.
Mi sono trovato a parlare con le madri, con i padri, con i fratelli, con le sorelle e con gli amici dei nostri concittadini di cui non si avevano notizie: non si sapeva se fossero morti o fossero feriti. È stato in quel momento veramente drammatico… riuscire a spendere parole e dare risposte a donne e uomini che ti guardavano con occhi che speravano tu dicessi loro: tuo figlio è vivo. Purtroppo, non potevo dirgli né che erano vivi né che erano feriti. Dicevo loro che però avremmo fatto tutto ciò che era possibile per sostenerli e per aiutarli. Devo dire che in quel momento mi sono sentito rappresentante non del Governo, ma di tutta l'Italia, visto il sostegno che ho avuto da tutti i politici italiani, a partire dal Presidente del Consiglio, passando ai dell'opposizione: l'onorevole Schlein lo ricorda bene, l'onorevole Conte, ci siamo parlati, l'onorevole Fratoianni, tutti i , l'onorevole Steger, con tutti ho parlato e tutti avevano lo stesso sentimento di dolore, perché era una tragedia che aveva colpito tutta l'Italia.
Non posso dimenticare con quanto impegno il nostro ambasciatore a Berna, la nostra console a Ginevra, tutto il personale diplomatico e non dell'ambasciata e del consolato d'Italia, le persone dell'Unità di crisi del Ministero degli Esteri e la Protezione civile si siano spesi per essere vicini a queste persone, con la bandiera a fianco e - l'unico Paese che lo ha fatto - il dove si raccoglievano notizie e si davano notizie. Era diventato una sorta di confessionale della disperazione di queste famiglie.
Devo dire che giorno e notte i rappresentanti delle istituzioni non si sono risparmiati. Ricordo il colonnello della Guardia di finanza, che si occupa di lotta alla criminalità finanziaria, presso la nostra ambasciata di Berna, spiegare alle mamme come funziona il DNA, quanto tempo ci vuole e spiegare tutto ciò che riguardava le pratiche burocratiche e le attività di Polizia. Tutto per cercare di dare conforto a queste persone. È stato un momento dove mi sono veramente sentito fiero di essere italiano, perché avevo già saputo che era arrivato di prima mattina un elicottero della Protezione civile della Valle d'Aosta con medici e infermieri. Ci avevano chiesto il giorno prima durante un colloquio telefonico, una che avevo fatto con i familiari, degli psicologi. Erano arrivati almeno una decina di psicologi italiani da diverse regioni, come a dire: il dolore vostro è il dolore di tutta l'Italia.
Questo è un sentimento di dolore, ma anche di orgoglio e di fierezza che però ha fatto sentire queste persone - me lo hanno ricordato in occasione della cerimonia che si è svolta l'altro giorno alla Basilica dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, alla quale hanno partecipato i rappresentanti di tutte le forze politiche italiane - … che hanno ringraziato perché “l'Italia ci è stata vicina”. Qualcuno ha detto, la mamma: “non dividetevi, mi raccomando”, Elly Schlein era accanto a me, “non vi dividete, c'è l'Italia, c'è l'Italia”.
Ecco, signor Presidente, credo che in questi giorni noi abbiamo dato dimostrazione di una grande umanità italiana. Non abbiamo lasciato soli i nostri connazionali che soffrivano . Sono fiero come italiano, ma sono fiero anche come membro di questo Parlamento, visto che tanti parlamentari, anche di forze politiche assolutamente diverse dalle mie, però la pensavano e avevano le stesse sensazioni che avevo io. Abbiamo cercato di aiutare e di agevolare tutti. Voglio ringraziare l'Ospedale Niguarda di Milano e l'assessore Bertolaso della regione Lombardia che già dalla mattina del giorno 1 mi ha chiamato per dire: noi siamo a disposizione. Così ha fatto la regione Piemonte, così come tanti che si sono messi a disposizione attraverso la Protezione civile. Siamo riusciti a fatica poi a identificare in un clima dove ti davano nomi di persone che dicevano fossero decedute, poi però invece erano vive. Quindi, abbiamo fatto bene a essere più prudenti e magari a lasciare un po' di incertezza, perché tante vittime erano irriconoscibili. Ora, per fortuna, queste persone sono in cura e speriamo che possano tutti farcela. Li accompagneremo in questa fase difficilissima della vita, anche perché dopo aver subito delle ferite così devastanti non sarà facile. Siamo e saremo sempre comunque vicini alle loro famiglie, così come lo siamo stati fin dal primo minuto.
Abbiamo fatto in modo comunque che tutti avessero dei punti di riferimento. Siamo stati ad accogliere, purtroppo, sia all'aeroporto di Milano che all'aeroporto di Ciampino a Roma, le salme delle vittime con i loro familiari, cercando anche lì di dire loro che lo Stato c'era, che l'Italia c'era, c'erano le istituzioni, ma c'era anche il popolo italiano che si era immedesimato in questa tremenda tragedia familiare. Io ho già ringraziato tutti quanti coloro che si sono mobilitati dall'Aeronautica Militare, che ha accompagnato le salme, alla Protezione civile.
Dovrei fare un elenco lunghissimo perché non c'è stata persona o autorità che non si sia fatta viva per dire “io ci sono, sono a disposizione, cosa posso fare?”. E c'erano anche quelli che ti chiedevano “sono amico di questo, non ha notizie?”. E tu non sempre potevi dargliene, perché non lo sapevi o perché era difficile.
Ho cercato fin dal primo minuto di avere uno stretto rapporto con il Ministro degli Esteri svizzero, Cassis, che certamente, essendo di madrelingua italiana, essendo della Svizzera italiana, aveva una sensibilità anche particolare per la nostra comunità. Ho parlato con il Presidente della Repubblica, dicendo che noi eravamo a disposizione per aiutare, sia attraverso la Polizia scientifica per l'identificazione delle vittime, sia attraverso la nostra Protezione civile. Abbiamo mobilitato il meccanismo di Protezione civile perché c'è stata anche la richiesta attraverso l'Unione europea, e questo poi ha permesso di organizzare, attraverso lo Stato, l'accompagnamento e anche l'organizzazione più triste, che è quella dei funerali; però era, anche questo, un modo per stare vicino a queste persone. Ora dobbiamo continuare a stare vicino a chi sta vivendo settimane, mesi, forse anni, di difficoltà, perché - come dicevo - sono ferite che difficilmente si curano in tempi rapidi, servono magari decine di operazioni.
C'è, però, un'altra richiesta forte che sale da tutto il popolo italiano: giustizia. Non spetta a me fare processi sommari. Sono sempre stato garantista, lo sono anche in questa fase, ma essere garantisti non significa non fare di tutto perché si accerti la verità e perché chi è responsabile - se ci sono delle responsabilità - abbia le sanzioni corrispondenti alla gravità di ciò che è successo. Vogliamo sapere di chi sono le responsabilità: alcune sembrano evidenti, ci sono stati degli arresti, ma vogliamo che si vada avanti e ritengo assolutamente giusto che l'Italia si costituisca parte civile nel procedimento penale . La Presidenza del Consiglio è già al lavoro: ci saranno, nei prossimi giorni, riunioni con i familiari e con l'Avvocatura dello Stato; avete visto anche, all'uscita, al termine della cerimonia religiosa, che i familiari si sono incontrati con l'Avvocato generale dello Stato. Credo che si debba procedere in questa direzione. Così come seguiremo con grande attenzione le indagini italiane, che sono affidate alla procura di Roma. Assicureremo piena collaborazione e sostegno istituzionale, laddove richiesto, anche all'autorità giudiziaria italiana. Dicevo, l'Avvocato generale dello Stato è già in contatto anche con la procura generale elvetica, come con la procura generale di Roma.
La ricerca della verità è un dovere, soprattutto perché la morte di questi ragazzi non può essere vana. Anche a casa nostra dobbiamo cercare di essere severi nei controlli per far sì che non accada più quello che è successo a Corinaldo - ricorderete - o a Crans-Montana. Quindi ci sono delle cose che io ritengo che debbano essere fatte: non sono il solo a decidere, ma l'utilizzo di bottiglie con i fuochi d'artificio in un locale sia una cosa… che non dovrebbe essere utilizzata; faccio un esempio, ma sono anche tutte le uscite di sicurezza. Dovremo, credo, - ne ho parlato poco fa anche con il Ministro dell'Interno -, faremo in modo che anche le verifiche e i controlli da parte di tutti, delle amministrazioni, siano sempre più accurati, perché per guadagnare 1.000, 2.000, 5.000, 10.000 euro in più non si può mettere a repentaglio la vita di ragazzi.
Questo è quello che io penso da Vice Presidente del Consiglio, da Ministro, ma, soprattutto, da padre, da nonno, da cittadino italiano. Ecco, vorrei che tragedie come quelle di Crans-Montana non accadessero mai più, mai più. E noi, come parlamentari della Repubblica e come cittadini italiani, abbiamo il dovere di batterci, dove possiamo farlo, perché non ci siano più immagini come quelle di Crans-Montana che entrino nelle nostre case .
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi dei rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Morgante. Ne ha facoltà.
MADDALENA MORGANTE(FDI). Grazie, Presidente. Grazie, Ministro, per le parole che ha scelto di pronunciare in quest'Aula. Grazie al Presidente Meloni e all'intero Governo per l'immediato supporto ai nostri connazionali.
Onorevoli colleghi, oggi quest'Aula si raccoglie nel dolore e nel rispetto per ricordare i tanti, i troppi giovani che hanno perso la vita nella tragedia di Crans-Montana, in particolare i ragazzi italiani: Achille, Chiara, Emanuele, Giovanni, Riccardo, Sofia. Un pensiero commosso va anche a tutti i ragazzi sopravvissuti e a tutti coloro che stanno lottando per la vita, a ragazzi nel pieno della loro giovinezza, dei loro sogni, delle loro speranze, strappati troppo presto all'affetto delle loro famiglie e dell'intera comunità. In quest'Aula, che rappresenta il popolo italiano, il ricordo di questi ragazzi diventa patrimonio comune. Oggi siamo qui per loro, per dire ai loro genitori che non sono soli, nemmeno nella ricerca della verità, per abbracciare con il pensiero i fratelli, gli amici, le comunità che piangono.
Come madre, questo spaventoso evento mi ha colpito profondamente fin dal primo momento, perché ognuno dei ragazzi lì presenti sono stati per me, e credo per ciascuno di voi, i nostri figli . Ascoltare i commoventi pensieri dei genitori dei ragazzi che abbiamo perso è stata una grande lezione di fede, di speranza e di forza. Di fronte a una simile perdita, ogni parola rischia di essere fragile. Eppure sentiamo il dovere, come rappresentanti delle istituzioni, di far giungere un messaggio unanime e chiaro di cordoglio e di vicinanza alle famiglie colpite da questo lutto così ingiusto e così profondo. A loro va il pensiero commosso di tutto il Parlamento e dell'intera Nazione.
La fede ci insegna che nessuna vita è perduta e che il Signore è vicino a chi oggi vive uno strazio che sembra insopportabile. La fede non elimina il dolore, ma lo illumina, con la speranza di una vita che non finisce e di un amore che non viene meno. A questi giovani, ai loro cari, è stato tolto tanto, ma non tutto, perché i loro figli sono lassù e vegliano, proteggono e guidano chi li ha amati e chi li amerà sempre. In questo momento di grande tristezza, desidero rivolgere, a nome del gruppo di Fratelli d'Italia, un ringraziamento a tutti coloro che sono intervenuti, con dedizione e spirito di servizio, nei soccorsi, facendo tutto ciò che era possibile, operando spesso in condizioni difficili e rischiose. Ringrazio i professionisti della salute, che ancora oggi stanno lavorando con grandissima umanità e competenza per aiutare i ragazzi gravemente feriti. Sono motivo di orgoglio nazionale: il loro impegno rappresenta una delle espressioni più alte del senso dello Stato e della solidarietà umana. In ore segnate dal dolore, essi testimoniano che esiste una comunità che non si volta dall'altra parte, ma che si prende cura della vita sino all'ultimo istante.
Onorevoli colleghi, il cordoglio che oggi esprimiamo non deve esaurirsi in un atto formale, ma deve diventare memoria viva e responsabilità condivisa, impegno costante per la sicurezza, per la tutela dei giovani, per una cultura che metta sempre al centro il valore e la dignità della persona umana. Con questo spirito affidiamo al raccoglimento e alla preghiera il ricordo di questi ragazzi, certi che il loro sorriso e la loro vita continueranno a vivere nel cuore delle loro famiglie e della comunità intera.
Come ricordava Sant'Agostino: “Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano ma sono ovunque noi siamo” .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Toni Ricciardi. Ne ha facoltà.
TONI RICCIARDI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Ministro Tajani, colleghe e colleghi, Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Riccardo, Sofia non ci sono più. Erano a festeggiare la fine dell'anno come milioni di ragazzi e ragazze della loro età, inconsapevoli del destino che li aspettava.
Rispetto a questa vicenda, noi siamo frastornati, increduli, addolorati, inorriditi per tutte le immagini che abbiamo visto e ogni giorno che passa, purtroppo, ci rivela verità inaccettabili: 40 le vittime, la metà minorenni; i più giovani avevano 14, 15 anni; 21 erano di nazionalità svizzera, 9 francesi, 6 italiani, un belga, un rumeno, un portoghese, un turco. Ci stringiamo con il massimo rispetto e deferenza al dolore delle famiglie
È evidente che qualcosa non ha funzionato. Qualcosa non è stata gestita come andava gestita. Siamo dinanzi a colpe o al dolo, e come giustamente ha sottolineato lei, Ministro, non spetta a noi stabilirlo, ma certamente non faremo mancare l'attenzione massima su questa vicenda, perché le famiglie e il Paese chiedono di conoscere la verità, chiedono sia fatta giustizia.
Più di ogni altra cosa, però - mi sia consentito sottolinearlo -, non hanno funzionato i controlli. Ci saremmo aspettati le scuse dal sindaco al terzo mandato e, probabilmente, ci aspetteremo che tragga le conseguenze di questo suo comportamento. E sia chiaro: le responsabilità in questa vicenda sono personali. Non esiste Stato, Nazione migliore dell'altra, ma vanno perseguite le responsabilità personali e noi pretendiamo chiarezza.
Tuttavia, ci sono stati anche comportamenti che ci fanno dire grazie: grazie al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per averci rappresentato durante i funerali di Martigny, al Presidente del Consiglio dei ministri Giorgia Meloni per aver voluto un momento di raccoglimento di tutta la politica, di tutto il Paese, a lei Ministro Tajani per quanto fatto e, soprattutto, per come lo ha fatto. Ci ha colpito molto vedere le immagini nella sua prima dichiarazione, quando ci ha detto: “io sono qui come padre, come nonno”. Abbiamo apprezzato molto e la ringraziamo per questo . E un grazie - e chiudo Presidente - al nostro ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, alla console generale di Ginevra Nicoletta Piccirillo, a tutto il consolato, a tutti i membri dell'Ambasciata e, soprattutto, un grazie agli operatori sanitari e ai medici del Niguarda.
E voglio chiudere Presidente con le parole di Aline Morisoli, sopravvissuta, pronunciate a Martigny, durante la cerimonia di omaggio alle vittime: “Non possiamo aggiungere giorni alla vita, ma possiamo aggiungere vita ai giorni”.
E, per questa ragione - come lei giustamente ricordava, Ministro Tajani -, affinché queste tragedie non abbiano più a ripetersi, noi abbiamo l'obbligo di intervenire, anche dal punto di vista normativo, di sollecitare anche la parte svizzera affinché si intervenga con le leggi, con il diritto, con la norma, affinché non accada mai più una tragedia come questa .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Billi. Ne ha facoltà.
SIMONE BILLI(LEGA). Grazie, Presidente Fontana, Ministro Tajani, membri di Governo, colleghe e colleghi. A nome della Lega-Salvini Premier esprimo il più profondo cordoglio per le vittime di Crans-Montana e la nostra vicinanza alle famiglie e ai feriti.
Nella notte di Capodanno una festa si è trasformata in una vera e propria tragedia e tra le vittime, come anche lei, Ministro Tajani, ha ricordato, ci sono sei giovani: Giovanni, Achille, Chiara, Emanuele, Riccardo, Sofia. A loro e ai loro cari va il nostro pensiero più sincero.
Ringrazio lei, Ministro Tajani, ringrazio l'unità di crisi della Farnesina, la rete diplomatica e consolare, ringrazio il presidente della regione Lombardia Fontana, ringrazio le autorità svizzere, i soccorritori e - come accennava anche lei, Ministro Tajani - i medici e gli psicologi italiani che hanno lavorato e stanno lavorando senza sosta.
Oggi, accanto al cordoglio, chiediamo giustizia e verità, per dare risposta alle famiglie, per capire cos'è accaduto, cosa non ha funzionato, cosa si poteva evitare, e quali sono le responsabilità, soprattutto per fare in modo che queste tragedie non accadano mai più.
E voglio dire grazie, in modo chiaro, all'ambasciatore d'Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. Grazie per la presenza, per l'umanità, per la vicinanza concreta ai familiari e grazie anche per aver chiesto con chiarezza che vengano accertate le responsabilità.
Di nuovo un grandissimo abbraccio e un grande cordoglio alle famiglie, sia delle vittime, sia dei feriti, e grazie a tutte le istituzioni che hanno cercato e che stanno cercando di dare una mano
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dalla Chiesa. Ne ha facoltà.
RITA DALLA CHIESA(FI-PPE). Grazie, Presidente. Grazie Ministro e onorevoli colleghi. Non mi è facile parlare di quello che è successo a Crans-Montana a Capodanno, perché immediatamente, quando ho visto quelle immagini, io ho visto fra quelle fiamme mio nipote. Poteva esserci anche lui. Quindici, sedici, diciassette anni.
Io credo che si possano perdere figli, purtroppo (anche se è innaturale per un genitore perdere il proprio figlio), in tanti modi, lo sappiamo. Poi ci sono le tragedie e le tragedie sono quelle di uno , di un terremoto, ma questo è stato qualche cosa di inaccettabile. Da subito abbiamo capito che era inaccettabile. Perché abbiamo capito che quei genitori, vedendo i loro figli dibattersi in mezzo alle fiamme, quel ragazzo che usava la maglietta per spegnere il fuoco, ragazzi che si accalcavano su scale che purtroppo non li avrebbero mai portati all'ossigeno, alla libertà, alla vita, se li sono ritrovati accatastati l'uno sull'altro. Dei genitori hanno dovuto riconoscere i loro figli attraverso il DNA. Ma vi rendete conto che significa per un genitore, per un nonno, non poter avere il corpo del loro figlio da piangere?
Li abbiamo visti tutti, quei genitori, come erano in quei giorni, in cui cercavano disperatamente notizie; quella mamma che chiedeva in quale ospedale fosse finito suo figlio, con i medici che continuavano a dire, in tutti gli ospedali svizzeri, che erano irriconoscibili, e quella mamma piangeva; e le famiglie abbracciavano i Vigili del fuoco, la Protezione civile, mute, lo sguardo perso.
Io devo dire grazie veramente al nostro Ministro Antonio Tajani , perché Antonio Tajani, quando si è presentato con i fiori, senza parlare, e ha abbracciato uno dei familiari, in quel momento loro avevano bisogno di sentire vicino anche lo Stato italiano. Però Tajani non è andato come rappresentante delle istituzioni, come Ministro degli Affari esteri, lui è andato lì come nonno, come papà, come ci sentivamo tutti davanti alle immagini che ci passavano davanti in televisione.
Noi dobbiamo tanto a chi ha tentato di aiutare questi ragazzi. Nessuno ne parla, ma c'era un signore, di 31 anni, al bar, che ha visto le fiamme, si è precipitato di sotto e ha tentato di aiutare tanti ragazzi. Lui è morto e rimangono due bambini . E poi un altro signore, un signore calabrese, che ha cercato di spaccare i vetri con le mani, perché tutti hanno tentato di ridare vita a quei ragazzi . Dobbiamo ricordare queste persone quando parliamo di quello che è successo quella notte a Capodanno.
E poi, è vero, l'ho sentito dire anche da voi: noi vogliamo giustizia, vogliamo la verità perché quello che è successo è una strage annunciata. Non mi pronuncio altrimenti, c'è la magistratura, anche la magistratura italiana, e questo mi rende molto più sicura da un certo punto di vista, perché di quella svizzera abbiamo avuto un pochino timore in questi giorni. E questo lo dobbiamo a Giovanni, ad Achille, a Emanuele, a Riccardo, a Chiara e a Sofia e a quei ragazzi che stanno lottando per tornare a vivere, ma noi sappiamo benissimo che la vita, dopo quello che è successo e dopo le ferite che hanno riportato, sarà molto diversa da quella che era prima.
Credo anche che il nostro Governo non li lascerà soli. Staremo sempre vicini a loro e faremo di tutto perché possano, in qualche modo, tornare a sorridere, quel sorriso che gli è stato spento in quella notte terribile dalle fiamme che nessuno riesce a dimenticare. Guardate, lo dico sinceramente: non riesco più a vedere neanche un caminetto acceso; non ce la faccio, perché dietro quelle fiamme vedo i volti di quei ragazzi.
E allora, a nome del gruppo di Forza Italia, rinnovo il nostro abbraccio ai familiari tutti, perché loro devono sapere che sono diventati anche la nostra famiglia. Grazie, Presidente. Grazie, Ministro .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole L'Abbate. Ne ha facoltà.
PATTY L'ABBATE(M5S). Grazie, Presidente. Ministro Tajani, Governo, colleghi e colleghe, oggi quest'Aula si raccoglie in un silenzio che pesa, pesa più di qualunque parola, un silenzio carico di dolore, di sgomento, di incredulità di fronte alla tragedia che ha colpito i nostri ragazzi, le nostre famiglie, la nostra comunità. I nostri ragazzi pieni di vita, di sogni, di attese non rientreranno più a casa. Restano le stanze vuote, occhi che guardano il banco dell'amico che non c'è più e ci si chiede perché sia potuto accadere, perché è crudele ed è inaccettabile.
A nome del nostro gruppo politico, il MoVimento 5 Stelle, esprimo il più profondo cordoglio e la sincera vicinanza ai genitori, ai familiari, agli amici, alle comunità scolastiche colpiti da questa perdita immensa. Nessuna parola potrà mai essere sufficiente, nessun discorso che qui possiamo fare potrà colmare il vuoto che si è aperto nelle loro vite e questo lo sappiamo. Ed è proprio per questo che oggi non vogliamo spiegare, non commentare, non giudicare. Vogliamo semplicemente essere accanto: stare accanto a madri e padri a cui è stato strappato ciò che avevano di più caro; stare accanto a chi si sveglia ogni mattina con un silenzio assordante nella propria casa; stare accanto a chi dovrà, purtroppo, giorno dopo giorno convivere con un'assenza che non avrà mai risposte chiare.
Oggi qui, in Aula, esiste una comunità coesa che si stringe nel dolore e nel rispetto. Il nostro pensiero è rivolto anche ai ragazzi feriti che sono ancora in cura e dobbiamo stare loro veramente accanto perché il domani per loro sarà difficile.
Il nostro pensiero va anche a chi ha prestato soccorso, a chi ha tentato fino all'ultimo di salvare delle vite, a chi continuerà a portare nel cuore le immagini di questa tragedia. A loro vanno la nostra gratitudine e il nostro sostegno.
Signor Presidente, colleghi e tutti noi, dobbiamo onorare la memoria di questi ragazzi non solo con il ricordo, ma con l'impegno: con l'impegno di fare giustizia e accertare le responsabilità; qualcuno dovrà risponderne; con l'impegno a fare tutto ciò che è nelle nostre responsabilità affinché la sicurezza, la tutela della vita e la prevenzione non siano mai parole vuote, ma priorità concrete perché queste tragedie non devono più accadere.
E oggi, però, prima di ogni altra cosa, ci fermiamo nel silenzio, nel lutto, nella solidarietà più autentica, e ai genitori e ai familiari diciamo, con sincerità e con umiltà, che non siete soli. Il vostro dolore è anche il nostro e la memoria dei vostri figli continuerà a vivere nei cuori di tutti noi e non sarà mai cancellata
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pastorella. Ne ha facoltà.
GIULIA PASTORELLA(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. È chiaro che nessuno potrà mai ridare la vita ai ragazzi tragicamente scomparsi e nessuno potrà neanche ridare la stessa vita di prima a quelli che ancora lottano, feriti sia nel corpo che anche nell'anima, nei nostri ospedali, in particolare nel centro di eccellenza a Niguarda. È quindi giustissimo, sacrosanto, che la politica, in maniera trasversale, si unisca rispettosa al cordoglio delle famiglie e si congratuli e riconosca il lavoro eccezionale di coloro che hanno prestato soccorso e continuano a farlo. Ma la politica non è solo mostrare compassione umana: la politica è soprattutto agire.
Quindi la domanda che ci dobbiamo porre in quest'Aula è: quali sono le azioni che possiamo compiere per intraprendere un miglioramento, per ovviare e fare qualcosa? La prima azione che possiamo fare è lavorare affinché sia fatta chiarezza sulle dinamiche e si ottenga giustizia. E non parlo solo delle vie giudiziarie, della procura di Roma, che procede per disastro colposo, dell'Italia che si costituisce parte civile nel processo - tutto giustissimo -, ma parlo di mantenere la pressione politica sui nostri connazionali, sulle autorità svizzere soprattutto: che si muovano celermente per fare giustizia perché chi è colpevole, chi è responsabile, che sia nel settore pubblico o nel settore privato, deve pagare perché lo dobbiamo, quantomeno, alle famiglie dei ragazzi.
La seconda azione da fare è evitare a tutti i costi che tragedie, colpevoli tragedie simili possano avvenire qui, nel nostro Paese. Noi di Azione tante volte abbiamo detto: no, non governiamo sugli atti di cronaca, non legiferiamo sull'onda delle prime pagine. Però talvolta questi atti, invece, ci spingono a rivedere la normativa e a riflettere. È successo, per esempio, con il terribile evento del cinema Statuto di Torino: la normativa è evoluta in seguito a quella tragedia. E già vediamo i nostri enti locali, sempre in prima linea, che si attivano. C'è chi propone ordinanze contro queste fontane o bengala; Sala, a Milano, ha proposto ulteriori controlli nei locali; la Presidente Meloni stessa, in conferenza stampa, ha confermato di voler guardare con attenzione la normativa ed eventualmente migliorarla o comunque fare delle riflessioni.
Facciamo insieme queste riflessioni, senza penalizzare i nostri imprenditori onesti - ci mancherebbe -, ma assicurando la sicurezza di chi, nel fiore degli anni, ha giustamente voglia di divertirsi. Concentriamoci, quindi, colleghi, oltre ad avere una giusta compassione umana e un giusto cordoglio, su queste due azioni: ottenere giustizia e prevenire ulteriori tragedie
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Borrelli. Ne ha facoltà.
FRANCESCO EMILIO BORRELLI(AVS). Grazie, Presidente. Grazie a lei, grazie al Ministro, grazie ai colleghi. Ovviamente il gruppo di AVS si unisce al cordoglio per le famiglie, per i tanti ragazzi e tante persone, italiane e non, che stanno ancora lottando. Non si può neanche immaginare lo strazio di queste famiglie: è stato descritto poc'anzi quello che abbiamo visto tutti in televisione.
Noi siamo qui per tributare loro un nostro doveroso omaggio. Siamo vicini ai feriti e ringraziamo tutti coloro che sono intervenuti. Ringraziamo il nostro Governo per quello che ha fatto a nome di tutti e la sua vicinanza, innanzitutto umana.
Però, proprio per rendere omaggio e correttezza nei confronti delle vittime, non possiamo, come gruppo AVS, non sottolineare alcune cose che crediamo che il Vice Premier Tajani e il Governo debbano tenere in debita considerazione. Il primo: si è mossa, l'Autorità svizzera, a 9 giorni da quello che è successo. L'intervento giudiziario nei confronti dei coniugi Moretti arriva dopo 9 giorni. Eppure, eppure, eppure, il sindaco e tanti altri esponenti territoriali di quel comune svizzero hanno più volte sottolineato che non avevano fatto i controlli. Da quello che è emerso pubblicamente, il locale aveva un punteggio di 6,5 su 10 - 6,5 su 10! - e solo tre controlli in 10 anni.
Noi dobbiamo a queste vittime, a coloro che stanno ancora lottando, alle famiglie e al nostro Paese di essere molto determinati. Ho sentito prima un intervento che diceva giustamente: meno male che c'è anche la magistratura italiana che sta indagando e sta intervenendo. Noi siamo d'accordo su questo e forse non dobbiamo pensare soltanto a immaginare di arrestare le candeline, ma immaginare che ci sono delle persone che le hanno accese volontariamente, per divertimento, per fare più soldi, per creare più situazioni di festa e che non hanno fatto i controlli o hanno fatto delle azioni che, al di là dell'aspetto giuridico - possiamo cambiare anche le norme -, in un locale chiuso non si accendono fuochi: non dovrebbe essere normata una cosa di buonsenso, eppure dobbiamo arrivare anche a questo.
Sabato scorso, durante la notte, la gran parte dei locali notturni italiani ha osservato un minuto di silenzio all'una di notte. È stato un segnale molto importante, anche perché molti operatori italiani hanno sottolineato una cosa: attenzione a distinguere quelle che sono le discoteche da quelli che sono altri locali che, molto spesso, si trasformano in discoteca pur non essendolo. Quindi, nel sottolineare la nostra vicinanza alle vittime, chiediamo di essere determinati, di aumentare i controlli e, soprattutto, di dare vera giustizia alle vittime .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cavo. Ne ha facoltà.
ILARIA CAVO(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, signor Ministro, grazie per la sua informativa precisa e molto sentita. Grazie per avere, come bene ci ha spiegato, di fronte a tante scarpe, tante giacche e tanto dolore, provato ad aiutare tutti. La difficoltà con cui lei ha cercato le parole di fronte a quelle famiglie è la difficoltà di prendere la parola in quest'Aula, perché. anche se magari si ha abitudine, come ho avuto io negli anni, a raccontare il dolore e le tragedie, questa volta si va oltre ed è difficile davvero trovare le parole. Io le prendo in prestito dal cardinale Reina, da quell'omelia durante la cerimonia che ha organizzato la Presidente del Consiglio, questo Governo, che ci ha visto tutti insieme, tutte queste forze politiche unite in quella chiesa, qualche giorno fa. Ha detto il cardinale: la tragedia di Crans-Montana ha liberato un vortice, un vortice che ci avvinghia, e siamo tutti noi, ora, a cercare l'uscita che quei ragazzi non hanno trovato per mettersi in salvo. Il vortice di morte sconvolge i sentimenti, inghiotte storie, volti, sguardi, sorrisi e sogni, sfigurando la bella giovinezza e torce le domande che tornano a noi mute. Come è stato possibile? Si può morire così? Questa domanda è l'interrogativo di tutti noi e non può rimanere senza risposta.
Lei ha dichiarato più volte che cerchiamo giustizia ed essere garantisti non vuol dire non fare di tutto per arrivare alla verità. È quello che vogliamo, condividiamo assolutamente questa impostazione. Lo dobbiamo a Giovanni, Achille, Chiara, Sofia, Riccardo ed Emanuele - non smettiamo di ripetere i loro nomi - e lo dobbiamo ai ragazzi che ancora stanno combattendo, ricoverati negli ospedali, con un percorso difficilissimo davanti.
Dobbiamo avere consapevolezza che l'omicidio colposo, reato per il quale i titolari di quel locale sono ora raggiunti da misure cautelari e indagati, prevede in Svizzera una pena massima di tre anni, di soli tre anni. E allora non possiamo non condividere la posizione di quegli avvocati che vogliono puntare al dolo eventuale: penso all'avvocato Vaccaro della famiglia di Emanuele Galeppini, una delle vittime genovesi. Io, da ligure, ho vissuto da vicino soprattutto questo dramma. I proprietari di quel locale conoscevano i rischi dovuti alla mancanza di estintori, all'uscita di sicurezza bloccata, ai materiali che avevano utilizzato e che erano infiammabili.
Li hanno messo in conto, sapevano quello a cui andavano incontro, hanno giocato alla con la vita di decine di ragazzi e chi accetta il rischio di uccidere non può cavarsela con una pena minima: il dolo eventuale la aumenterebbe notevolmente. Occorre che sia ricostruita tutta la filiera, la catena delle responsabilità e degli omessi controlli. Perché quel locale, per cinque anni, non è stato controllato? Anche a questa domanda il nostro Paese, appunto, deve pretendere una risposta. Sosteniamo l'Avvocatura dello Stato, la vicinanza alle famiglie, il pieno sostegno alla costituzione di parte civile.
Mi ritornano alla mente le parole del fratellino di Emanuele durante i funerali: eri la mia guida, ha detto. Ora avrai un campo da golf dove la palla vola dritta e va sempre in buca. Ha rischiato di finire anche lui in quel rogo. Emanuele, a 17 anni, è la vittima più grande di tutte quelle che stiamo piangendo. Sono tutti figli nostri, ci ha ricordato ancora il cardinale Reina. Avevano diritto alla giovinezza, un diritto che non ammette negligenze. Nulla li potrà restituire alle loro famiglie, ma noi dobbiamo ricordarci che sono tutti figli nostri e che il nostro Paese metta in atto, come lei ci ha spiegato, tutto quello che può, per non dimenticarlo e per non dimenticarli .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Boschi. Ne ha facoltà.
MARIA ELENA BOSCHI(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Come ha evidenziato Veronesi in un suo bellissimo libro, la lingua italiana non ha una parola in grado di descrivere lo stato d'animo, la condizione di chi perde un figlio - vale anche per chi perde una sorella o un fratello -, e di fronte alla tragedia di Crans-Montana a me non sono bastate tutte le parole della lingua italiana. Non c'è niente che possa dire per rendere il senso di partecipazione che anche noi viviamo di fronte al dolore di quelle famiglie.
Allora, le uniche parole che restano sono quelle che abbiamo ascoltato in questi giorni: di quei padri, di quelle madri, di quei nonni e delle sorelle che, con molta sofferenza, hanno voluto condividere il loro dolore ma anche raccontarci chi erano quei ragazzi e quelle ragazze che noi non conoscevamo, i loro sogni, le loro aspettative e le loro passioni. Io posso immaginare con quanta gioia si fossero preparati quella sera a festeggiare con gli amici il nuovo anno, con quanta trepidazione si affacciassero a questo 2026, con quante speranze affrontassero tutta la vita che avevano davanti.
Allora oggi noi possiamo solo stringerci in un grande abbraccio attorno a quelle famiglie, come ha fatto, per tutti noi italiani e italiane, il Presidente Mattarella, e andare con il pensiero ai ragazzi feriti a Crans-Montana e alle loro famiglie, che ancora oggi stanno affrontando un percorso molto complicato e doloroso di guarigione, ma anche ai ragazzi che, fortunatamente, sono usciti illesi da Crans-Montana: non hanno ferite visibili, ma non sottovalutiamo le ferite che si portano dentro. Accompagniamo anche loro e le loro famiglie in questo percorso.
Vorrei ringraziare chi si è speso perché questo bilancio drammatico non fosse ancora più grave: i soccorritori in Svizzera, dai Vigili del fuoco a chi si è improvvisato sulla scena soccorritore per salvare quante più persone possibile, i dipendenti del “Le Constellation”, anche a rischio della loro vita. Oggi quelle famiglie, le famiglie dei ragazzi di Crans-Montana, possono solo chiedere giustizia, perché niente restituirà loro i propri figli. La loro richiesta di giustizia è la nostra richiesta di giustizia e su questo lo Stato tutto e tutte le istituzioni saranno a fianco di quelle famiglie, perché quello che è successo a Crans-Montana è inaccettabile e i responsabili vanno accertati e vanno perseguiti senza sconti di nessun tipo. Ma un modo per rendere giustizia a quelle vittime è anche garantire i controlli nel nostro Paese, garantire che ci siano misure idonee anche qui da noi.
Nel ringraziare tutti coloro che si sono spesi anche nel nostro Paese - a cominciare dal Governo e a tutto il personale diplomatico e sanitario - per stare accanto e continuare a stare accanto a quelle famiglie, io voglio pensare ai tanti ragazzi che hanno ricominciato la scuola. Ecco, io penso che sia importante che, oltre che nelle famiglie, se ne possa parlare anche a scuola, non solo per quelle che sono le misure da prendere in situazioni di pericolo, ma per elaborare insieme un dolore che, per tanti adolescenti, è un dolore molto profondo, un senso di angoscia che sentono perché si rendono conto che potevano esserci loro.
Si sono immedesimati perché quei ragazzi di Crans-Montana potevano essere i nostri figli, sono i nostri figli. Allora, alle famiglie di quei ragazzi e di quelle ragazze, noi possiamo solo garantire una cosa, che non passerà un 1° gennaio in cui noi non ricorderemo quei volti, quelle vite preziose e i loro nomi: Giovanni, Riccardo, Emanuele, Achille, Chiara e Sofia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Manes. Ne ha facoltà.
FRANCO MANES(MISTO-MIN.LING.). Grazie, Presidente. Quanto accaduto a Crans-Montana ha profondamente colpito le comunità alpine e di minoranza linguistica, di cui ci facciamo portavoce oggi, in quest'Aula, non solo per la giovane età di chi è stato coinvolto nell'incendio, non solo per la presenza di connazionali, non solo per le tante vittime e feriti, non solo per il dramma di genitori e familiari e non solo perché potevano esserci i nostri figli, ma anche per l'amicizia che ci lega alla Svizzera e alla vicina comunità del Canton du Valais che, nella notte di Capodanno, ha visto la festa trasformarsi in una tragedia devastante. Però non si può che rimanere sgomenti di fronte all'esposizione al pericolo, alla sregolatezza e alle lacune tecniche e amministrative che gli accertamenti e le immagini di questi giorni stanno facendo emergere. È una tragedia che non nasce il 1° gennaio 2026, ma nasce molto tempo prima, nel non rispetto delle disposizioni normative: non dimentichiamolo. Su questo esprimiamo, sin d'ora, fiducia nella giustizia, che dovrà fare luce sui fatti e, soprattutto, sulle responsabilità.
In questo momento di dolore e in quest'Aula, vogliamo, quindi, esprimere il nostro sentito cordoglio alle famiglie delle vittime e, così, stringerci a chi sta ancora lottando negli ospedali, ai numerosi feriti, ai ragazzi e alle ragazze che hanno vissuto l'inferno de “Le Constellation”, oltre che alla comunità vallesana di Crans-Montana e a tutti coloro che, nelle prime ore del nuovo anno, si sono trovati sul posto a dover prestare soccorso in una notte che non potrà essere dimenticata. In quest'Aula vogliamo ricordare anche l'impegno dei soccorritori, dei medici, degli psicologi e di tutti gli operatori che sono intervenuti dall'Italia per sostenere l'impegno delle autorità elvetiche. Un sistema, quello della Protezione civile e del Ministero degli Affari esteri, che ha dimostrato, ancora una volta, la sua efficacia.
Come ha già detto il Ministro Tajani, sin dalle prime ore di quel 1° gennaio, la Valle d'Aosta ha sostenuto il Canton du Valais con il proprio servizio di elisoccorso, pronto ad operare anche in orario notturno, per il trasporto urgente verso i centri grandi ustionati elvetici, ed ha fornito i propri elicotteri, anche nei giorni successivi, per il trasferimento di pazienti dalla Svizzera verso l'Italia. Ai soccorritori si è, quindi, unita la sezione valdostana dell'associazione “Psicologi per i Popoli”, offrendo un supporto importante alle persone coinvolte e alle loro famiglie.
In questa tragedia, che chiede esclusivamente verità e giustizia, i paesi limitrofi e le regioni di confine hanno saputo dimostrare, sin da subito, quell'alto spirito di solidarietà che ha animato e continuerà ad animare sempre le nostre comunità di montagna e i nostri paesi. Siamo grati di questo e, per questo, vogliamo dire grazie. Alle ragazze e ai ragazzi in terapia, vogliamo dire: tenete duro che ce la farete .
PRESIDENTE. È così esaurita l'informativa urgente.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una informativa urgente del Governo sui più recenti sviluppi della situazione in Venezuela.
Dopo l'intervento del rappresentante del Governo interverranno i rappresentanti dei gruppi - per 10 minuti ciascuno - e delle componenti politiche del gruppo Misto - per un tempo aggiuntivo - in ordine decrescente, secondo la rispettiva consistenza numerica.
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare il Ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani.
ANTONIO TAJANI,. Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, stamani sono atterrati, all'aeroporto di Ciampino, Andrea Trentini e Mario Burlo' . Li abbiamo accolti il Presidente del Consiglio ed io. Erano certamente in buone condizioni, anche psicologiche; ci hanno detto di non aver subito torture; certamente erano provati da mesi e mesi di carcere, ma, parlando con loro, anche lì, abbiamo visto - come mi ha detto Burlo' - che la vicinanza dell'Italia e dello Stato gli aveva permesso di resistere meglio alle difficoltà che stavano affrontando.
La scarcerazione di Trentini e Burlò segue di pochi giorni quella di Biagio Pilieri e Antonio Gerardo Buzzetta, mentre per Luigi Gasperin abbiamo ottenuto l'ordine di scarcerazione. Questo è frutto di un lavoro durato mesi, lavoro silenzioso, costante, da parte del Governo, che ha consentito, dopo la rimozione di Maduro, di cogliere un obiettivo molto importante, sentito fortemente dalla popolazione italiana.
Io voglio ringraziare tutti coloro che sono stati determinanti per la liberazione dei nostri concittadini e, in modo particolare, l'ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, il console generale Jacopo Martino, il personale diplomatico e non, l'Unità di crisi del Ministero degli Affari esteri e tutti gli apparati dello Stato che hanno contribuito, con un efficace gioco di squadra, a questo importante risultato . Dobbiamo essere orgogliosi di come operano all'estero per tutelare, in ogni circostanza, l'interesse dei nostri cittadini. Lo hanno dimostrato con la liberazione di tanti altri connazionali che erano stati arrestati o erano stati sequestrati all'estero. Ma voglio ringraziare anche quest'Aula per il sostegno unitario con cui ha sempre accompagnato la nostra azione e per avere anche raccolto il nostro invito alla discrezione, che, come sempre, è fondamentale in questo tipo di trattativa.
La svolta nella trattativa c'è stata domenica pomeriggio. Io ho trascorso quasi tutta la giornata al Ministero. Alle ore 20,10-20,15, mi ha chiamato il Ministro degli Esteri del Venezuela e mi ha detto che la signora Rodriguez aveva ordinato la scarcerazione di Trentini. Ho immediatamente informato il Presidente del Consiglio, che ha sempre seguito la vicenda in prima persona e con la quale abbiamo mantenuto un costante contatto. La liberazione è avvenuta alcune ore dopo: erano le ore 3,40-3,50 italiane quando Trentini e Burlo' sono stati accompagnati presso la nostra sede diplomatica.
Noi però non possiamo accontentarci di quello che abbiamo ottenuto, anche se siamo molto soddisfatti, perché vedere tornare il sorriso sui volti delle famiglie che attendevano, stamattina a Ciampino, i due nostri connazionali che arrivavano da Caracas, ci ha certamente riempito di gioia, è stata la miglior soddisfazione che potessimo chiedere. Nelle carceri venezuelane abbiamo ancora 42 detenuti italiano-venezuelani; quelli con passaporto solo italiano sono stati rilasciati; i detenuti politici, invece, sono 24, 24 su 42, e il nostro obiettivo è cercare di liberarli tutti. Abbiamo sempre detto che avremmo lavorato senza sosta per riportare i nostri connazionali a casa. Lo abbiamo fatto, continueremo a farlo, mantenendo un dialogo costante con le autorità venezuelane e con i nostri .
In tutto questo difficile percorso, però, non siamo stati mai soli. Quando nessuno ne parlava, ho messo il tema del Venezuela e, più in generale, dell'America Latina in cima all'agenda europea del G7 durante la Presidenza italiana. Anche pochi giorni fa, nel corso dell'ultima riunione del G7 Esteri - era il giorno dell'Epifania -, ho ribadito nuovamente la priorità della stabilizzazione del Venezuela, cruciale anche per la presenza di una comunità di 170.000 connazionali e di oltre un milione di persone di origine italiana.
Il Segretario di Stato americano, Marco Rubio, con cui in questi mesi ho mantenuto uno stretto e costante raccordo, ha sempre manifestato il pieno sostegno dell'amministrazione americana per il rilascio dei nostri detenuti. Signor Presidente, onorevoli deputati, fin dalle prime ore del 3 gennaio abbiamo seguito l'evoluzione della situazione nel Paese. La nostra priorità è sempre stata la tutela della nostra comunità, una delle più grandi nel mondo, un ponte tra i due Paesi che vogliamo valorizzare sempre di più per costruire un partenariato di stabilità e crescita.
Ora che la stagione di Maduro, segnata da oppressione e violenza, rappresenta il passato, il nostro obiettivo, come indicato dal Presidente del Consiglio, è avviare una fase nuova, attivando un partenariato positivo con le autorità guidate da Delcy Rodriguez.
Il rilascio dei prigionieri politici è un segnale forte, che la nuova amministrazione ha voluto lanciare. Noi siamo pronti a raccoglierlo con speranza e a costruire una collaborazione diversa con la nuova di Caracas, nell'interesse superiore dei venezuelani e della sicurezza internazionale. In questo quadro, il Governo ha deciso di elevare lo della nostra rappresentanza diplomatica a Caracas da incaricato d'affari ad ambasciatore a pieno titolo e, come affermato da Papa Leone XIV, il benessere del popolo venezuelano deve prevalere su qualsiasi altra considerazione.
In questo contesto, desidero sottolineare i rapporti di collaborazione costruttivi che abbiamo instaurato e mantenuto con una personalità rispettata da tutti come l'arcivescovo di Caracas, Raùl Biord Castillo. Cosa pensiamo che potrà e dovrà accadere? Ne abbiamo parlato anche al G7. Il primo obiettivo è quello di garantire la stabilità nel Paese, sapendo bene che senza stabilità non c'è crescita e, quindi, raggiunta la stabilità, bisogna lavorare per la crescita e cominciare ad avviare la fase di una transizione pacifica e inclusiva, che dovrà portare, ovviamente, alla piena libertà e alla scelta, da parte del popolo venezuelano, sul proprio destino e sulle forze alle quali affideranno il loro consenso. Le nostre imprese, che conoscono bene il Paese, che in alcuni casi vi sono rimaste anche in questi anni difficili, potranno avere un ruolo di primo piano. Penso al settore dell'energia con l'ENI, che ha partecipato al recente incontro che si è tenuto a Washington con il Presidente Trump. Penso anche ad ambiti chiave per la ripresa, come la gestione delle risorse idriche e le infrastrutture. Ecco perché ho dato mandato alla nostra cooperazione allo sviluppo di avviare una serie di iniziative urgenti, di collaborazioni tecniche ed economiche, a partire dal settore sanitario a favore della popolazione. Vogliamo collaborare su questo anche con le organizzazioni della società civile attive nel Paese e con la chiesa locale. Ecco perché ne ho già parlato con l'arcivescovo Biord.
Signor Presidente, onorevoli deputati, la caduta di Maduro rappresenta un'occasione storica per il Venezuela e per tutta l'America Latina, una regione che, sin dall'inizio del mio mandato, ho posto al centro della politica estera italiana. Il cambiamento in atto, se continuerà, come indicano i primi segnali, è un grande passo avanti per la libertà di un popolo, di un Paese tanto legato all'Italia, già a partire dal suo stesso nome. Il valore della libertà, però, è il presupposto della nostra azione di Governo; quella libertà per la quale - non posso non ricordarlo - in questi giorni, le donne e gli uomini dell'Iran si stanno battendo nelle strade, nelle piazze , pagando un altissimo prezzo di sangue, di sofferenze, di carcerazioni e probabilmente di torture. Tutto questo è assolutamente inaccettabile. Noi abbiamo sempre mantenuto in Iran una presenza discreta, attenta a tutelare gli interessi nazionali e a non far venire meno le ragioni del dialogo, sempre importante, anche con regimi lontanissimi da noi. Ma dialogo non significa accettazione passiva dello spettacolo di un regime che reprime, con la violenza, i suoi stessi cittadini. Ecco perché oggi ho fatto convocare al Ministero degli Esteri l'ambasciatore dell'Iran in Italia, che sarà alla Farnesina alle ore 17,30
Noi speriamo e faremo tutto il possibile, anche proprio in virtù della capacità di dialogo che abbiamo sempre mantenuto, perché in Iran cessi l'uso della pena di morte contro gli oppositori politici e si avvii una transizione pacifica verso la libertà e il diritto dei popoli a scegliere il proprio Governo, le proprie istituzioni ed il proprio futuro . Signor Presidente, abbiamo davanti a noi settimane e mesi di intenso lavoro politico e diplomatico. Ci stiamo occupando dei tanti fronti di crisi e di instabilità in un mondo sempre più complesso.
Oltre, ovviamente, al dramma di questi giorni a Crans-Montana, del quale abbiamo parlato poco fa, il Governo è impegnato a sostenere il diritto dell'Ucraina a decidere il proprio futuro e a una pace giusta e duratura, mantenendo alta la pressione su Mosca per portare finalmente la Russia al tavolo di un negoziato serio e costruttivo.
Penso, poi, al grande tema dell'Artico, sempre più strategico alla luce dei cambiamenti climatici e, in questo ambito, alla questione della Groenlandia, per la quale siamo impegnati a sostenere una posizione unitaria dell'Unione europea e della NATO, nel rispetto della sovranità della stessa Groenlandia e del Regno di Danimarca. Posso anticipare che venerdì presenterò la nuova strategia per l'Artico, elaborata dal Ministero degli Esteri in nome e per conto del Governo, proprio per rispondere a queste sfide e sono anche particolarmente lieto per l'esito positivo del negoziato tra Europa e Mercosur. Il Governo, ed io personalmente, ci siamo spesi molto per ottenere una soluzione che favorisse la libertà dei commerci e quindi gli interessi delle nostre imprese, tutelando allo stesso tempo i consumatori italiani e gli agricoltori dai rischi di concorrenza sleale.
Purtroppo, non sono certo conclusi i motivi di preoccupazione sul Medio Oriente: se la fragile tregua a Gaza sembra reggere, non per questo possiamo smettere di impegnarci per l'emergenza umanitaria nella Striscia che ci vede in prima fila nel sostegno alla popolazione palestinese e, in prospettiva, per contribuire all'obiettivo, che è l'obiettivo del Governo italiano, di due Stati per due popoli nella sicurezza reciproca. Penso, infine, alle tante guerre dimenticate del nostro tempo, come il Sudan, dove è in atto una catastrofe umanitaria con pochi precedenti, dove ho voluto mandare a Natale, con l'iniziativa “Italia per il Sudan” un primo carico di aiuti essenziali per soccorrere in primo luogo i bambini.
Signor Presidente, onorevoli deputati, oggi si è aperta una nuova stagione per il Venezuela che porta con sé la speranza di stabilità e sviluppo; una stagione, al termine della quale, un Venezuela prospero e libero avrà di nuovo il posto che merita nella comunità delle Nazioni. Noi saremo al loro fianco a sostegno del cammino verso la democrazia piena e la libertà. Vi ringrazio
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi dei rappresentanti dei gruppi e delle componenti politiche del gruppo Misto. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giangiacomo Calovini. Ne ha facoltà.
GIANGIACOMO CALOVINI(FDI). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, desidero innanzitutto ringraziare lei, Ministro Tajani, per l'informativa puntuale, un'informativa tempestiva che oggi viene resa nelle Aule del Parlamento. Un'informativa che giunge a distanza di poco più di 24 ore dalla notizia di particolare rilievo, dal forte valore umano, cioè la liberazione dei due concittadini italiani, Trentini e Burlò, ingiustamente detenuti in Venezuela, e a cui va il nostro forte abbraccio. È una notizia che restituisce serenità alle famiglie coinvolte e che testimonia l'efficacia dell'azione italiana condotta con discrezione, con fermezza, senso di responsabilità e che merita di certo un plauso al Presidente del Consiglio Meloni e a lei Ministro Tajani, ma, mi permetta, anche a tutto il nostro corpo diplomatico e ai nostri servizi che operano incessantemente nel silenzio solo per l'interesse del nostro Paese e di noi cittadini.
GIANGIACOMO CALOVINI(FDI). Ma questo innegabile successo è anche un segnale politico, particolarmente rilevante. È un segnale che si inserisce in una fase di profonda trasformazione del quadro venezuelano e che impone a tutti noi una riflessione più ampia, non rivolta al passato, ma proiettata verso ciò che si apre ora davanti al Paese e alla comunità internazionale. Per comprendere appieno la portata del momento attuale, tuttavia è necessario richiamare senza ambiguità la realtà da cui il Venezuela proviene. Per oltre un decennio, il Paese è stato sottoposto a un sistema di potere autoritario che ha progressivamente eroso le libertà fondamentali, che ha compromesso il pluralismo politico e ha svuotato le istituzioni democratiche in ogni sostanza. A ciò si è accompagnato un collasso economico e sociale di proporzioni eccezionali e i dati parlano con chiarezza. Una quota larghissima della popolazione vive oggi in condizioni di povertà, l'iperinflazione ha distrutto il potere d'acquisto, ha dissolto i risparmi, ha reso instabile ogni forma di programmazione economica.
L'apparato produttivo è stato decimato e i servizi essenziali indeboliti; il sistema sanitario e quello educativo gravemente compromessi; milioni di cittadini hanno lasciato il Paese, dando origine a uno dei più vasti esodi della storia recente dell'America Latina, con conseguenze regionali di lungo periodo.
Ma questo collasso materiale è inseparabile da un collasso istituzionale: la repressione del dissenso, la criminalizzazione delle opposizioni e la detenzione arbitraria di attivisti, di giornalisti e cittadini comuni hanno definito un assetto di potere fondato non sul consenso, ma sulla coercizione. È un quadro che la comunità internazionale ha riconosciuto e denunciato con continuità e che non può essere rimosso o sminuito. È proprio per questo che il momento attuale segna una discontinuità. Non siamo di fronte a una semplice transizione di , ma a una cesura rispetto a uno che si era cristallizzato in una stagnazione autoritaria.
Oggi però è anche il tempo di interrogarsi su come governare le conseguenze e come agire verso il futuro. Il rischio non è astratto: una transizione disordinata potrebbe produrre instabilità, conflittualità interna e nuove forme di autoritarismo e di frammentazione del potere. In questo quadro assume quindi particolare rilievo la disponibilità al dialogo manifestata dalle autorità che stanno assumendo la gestione del Paese nella fase transitoria. Qualora tale dialogo si fondi su presupposti chiari - rispetto dei diritti umani, liberazione dei detenuti politici, ripristino delle garanzie costituzionali, impegno credibile verso elezioni libere, competitive e verificabili - nulla allora è da escludere. Il dialogo non è mai una concessione, ma è uno strumento politico che acquista senso solo se orientato a risultati concreti e irreversibili.
Guardare al futuro del Venezuela significa anche riconoscere il ruolo delle forze democratiche che hanno mantenuto viva in anni difficilissimi la domanda di libertà e rappresentanza. Il riferimento al Presidente Edmundo González e alla María Corina Machado non è di certo un atto simbolico, ma l'individuazione di un orizzonte politico fondato sulla legittimità popolare e sulla ricostruzione dello Stato di diritto.
L'Italia ha titolo e anche responsabilità per contribuire a questo percorso non solo in quanto membro dell'Unione europea e della comunità internazionale, ma anche per i profondi legami umani e i legami storici e culturali che ci uniscono al Venezuela. La comunità italiana presente nel Paese e la comunità venezuelana che vive e lavora in Italia rappresentano un ponte naturale tra le nostre città. Proteggerne i diritti, garantirne la sicurezza e valorizzare il ruolo sarà una parte essenziale di qualsiasi strategia di lungo periodo.
È una comunità che va ascoltata e che va ringraziata e considerata, non di certo aggredita o insultata, come penosamente qualcuno ha fatto nei giorni scorsi, nascondendosi dietro bandiere dei sindacati che hanno perso il contatto con la realtà e con la storia .
Accanto alle dinamiche che stiamo seguendo in America latina, non possiamo però tuttavia sottrarci all'attenzione di fronte a quanto sta accadendo in altre aree del mondo, dove sono in gioco libertà fondamentali e i diritti umani universali. Mi riferisco, in particolare, alla situazione in Iran da lei citata, Ministro.
Nelle ultime settimane Teheran e molte altre città del Paese sono state attraversate da proteste diffuse, originate da profonde frustrazioni sociali ed economiche, progressivamente trasformatesi in una più ampia richiesta di dignità, diritti e libertà civili. A queste manifestazioni le autorità hanno risposto con un uso della forza che suscita grave preoccupazione. La notizia di vittime, arresti di massa, repressione e indiscriminate limitazioni alle comunicazioni pongono interrogativi seri sul rispetto degli standard minimi di tutela dei diritti umani.
Il Governo italiano ha giustamente condannato con fermezza l'uso della violenza contro i manifestanti - fonti ONU in queste ore parlano di 12.000 persone - e ha richiamato le autorità iraniane al rispetto delle libertà fondamentali, a partire dal diritto di espressione, di riunione pacifica e di dissenso politico.
Questa posizione si inserisce in una linea coerente che l'Italia porta avanti in sede europea e multilaterale: la difesa dei diritti umani non è di certo un valore negoziabile, ma un principio fondante dell'azione internazionale di una democrazia responsabile. Condannare la violenza non significa di certo interferire nella sovranità di uno Stato, ma riaffermare valori universali che costituiscono il fondamento delle relazioni civili tra i popoli. Le comunità internazionali hanno il dovere di continuare a seguire con attenzione gli sviluppi in Iran, di sostenere la società civile e di promuovere ogni iniziativa volta a fermare la spirale repressiva, favorendo soluzioni pacifiche e rispettose della dignità umana.
Questa linea, seguita dal Governo italiano, appare coerente con la nostra storica tradizione democratica e lungimirante in un mondo certo ricco di sfide, ma caratterizzato da disequilibri geopolitici. Ma è una linea che rifiuta scorciatoie, che privilegia la soluzione politica rispetto all' e che tiene insieme la difesa dei diritti umani, la tutela dei cittadini italiani e la stabilità regionale. È una linea che guarda i internazionali non in chiave emergenziale, ma strategica; e al futuro del Venezuela e dell'Iran non come un problema da gestire, bensì come una responsabilità condivisa.
La fase che si apre richiederà impegno e richiederà coordinamento internazionale, capacità di accompagnamento istituzionale e sostegno economico mirato, ma soprattutto richiederà coerenza nel sostenere i principi democratici quando è difficile e non solo quando è conveniente.
Questa Nazione lo ha sempre fatto, questo Governo lo ha sempre fatto e lei, Ministro, con il Presidente del Consiglio, siamo certi che - con serietà - lo continuerà a fare in nome dell'Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Provenzano. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE PROVENZANO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Sono ore di gioia per la liberazione di Alberto Trentini. Vorremmo dire una cosa semplice: grazie Italia! Grazie a tutti coloro che, dentro e fuori le istituzioni, hanno lavorato a questo risultato: la nostra e la diplomazia che lei, Ministro, rappresenta. Grazie anche a tutti i mediatori internazionali che hanno spinto il regime a liberare un numero rilevante di prigionieri politici e stranieri.
Quando diciamo “grazie Italia” pensiamo anche a coloro che lo hanno ricordato ciascuno dei 423 giorni di ingiusta detenzione e lo hanno fatto con discrezione, anche in quest'Aula, ma continuando sempre a tenere acceso il faro su Alberto Trentini. Non era un detenuto, era un ostaggio, che abbiamo atteso a lungo, troppo a lungo. Lo aspettavamo durante le liberazioni dei prigionieri a Capodanno e poi con quelle successive all'attacco americano.
Non è questa la giornata per scandire la sequenza di eventi, tappe, anche di errori, perché finalmente Alberto è in Italia, insieme a Mario Burlò, dopo altri connazionali liberati e con il pensiero a quelli che ancora devono tornare. E noi vogliamo dirgli oggi: bentornato ! “Bentornato (…), figlio di un'Italia che crede nella pace, nella libertà, nella dignità di tutti gli esseri umani”: ha scritto ieri don Luigi Ciotti, che in questi mesi è stato vicino alla famiglia, con la loro avvocata, anche nei lunghi e dolorosi mesi senza risposta.
Chi era Trentini? Era un cooperante, lavorava per una ONG che si chiama “Humanity & Inclusion”. Cooperazione, umanità e inclusione: parole sulle quali la destra poteva riflettere almeno un giorno invece che continuare a denigrarle come ha fatto il capogruppo di Fratelli d'Italia.
C'è una generazione che porta in giro il volto dell'Italia migliore. Alberto era un costruttore di pace che ha pagato un prezzo alto per un mondo che fosse diverso da quello che stiamo consegnando alle generazioni future, in cui dilaga il disprezzo per la vita e la dignità umana e sembra prevalere la legge del più forte.
Lei si è dimenticato, Ministro, cosa è accaduto la notte del 3 gennaio di quest'anno. Glielo ricordo io: un attacco militare unilaterale degli Stati Uniti al Venezuela. Illegale e pericoloso: ha scritto a caldo il . Illegale sul piano interno, costituzionale e su quello del diritto internazionale, ma anche pericoloso come precedente e come passo verso il definitivo smantellamento dell'ordine multilaterale .
Non è in discussione, onorevole Calovini, il nostro giudizio sul regime di Maduro. Se questo Parlamento si è espresso con condanne unanimi per la violazione sistematica dei diritti umani e con grande solidarietà al popolo venezuelano lo si deve all'iniziativa del Partito Democratico . Noi abbiamo sempre sostenuto l'opposizione, dialogando con la parte democratica e progressista. Non l'abbiamo liquidata il giorno dopo, come ha fatto Trump. Per noi, invece, è in discussione il vostro giudizio su quello che è avvenuto. Vi siete affrettati - unici in Europa - a considerare l'intervento militare legittimo e di natura difensiva. È grave, Ministro! Anche voi avete giurato su una Costituzione che, all'articolo 11, ricorda che l'Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e che l'unica limitazione alla sovranità la consente per aderire a ordinamenti come le Nazioni Unite, non alla dottrina Trump .
Non è che gli altri Governi europei, con l'eccezione di Sánchez, o la Commissione abbiano brillato per coraggio, chiarezza e dignità di posizioni.
Ma poi il destino si fa sempre beffe degli ignavi, perché, poche ore dopo, sono arrivate le minacce alla Groenlandia, che continuano in queste ore in cui Trump dice di non considerare nemmeno l'impatto che avrebbe sulla NATO. La nostra Premier rassicura su Trump. Mentre il Vicepresidente americano Vance dice agli europei di prenderlo sul serio, Giorgia Meloni sta dicendo al mondo di non prendere sul serio il suo amico Trump? Le cancellerie europee si sono affrettate a invocare il diritto internazionale. Bene, ma il diritto internazionale vale se, quando viene violato, si condanna sempre, ovunque e comunque Se, invece, conta “fino a un certo punto” - per citarla, Ministro -, si rischia di restare disarmati sul piano politico, prima ancora che su quello della sicurezza, e perde credibilità la costruzione non solo giuridica, ma persino morale del nostro sacrosanto sostegno all'Ucraina, confermando quel doppio standard che si è già vergognosamente manifestato su Gaza.
In un mondo in cui il Presidente degli Stati Uniti afferma che non ha bisogno del diritto internazionale, che non riconosce i limiti al suo potere, se non sé stesso, che garantisce impunità e invoca, anche qui, la legittima difesa per un agente della sua milizia antimmigrazione che uccide deliberatamente a Minneapolis una donna inerme, poetessa, madre, nessuno può dirsi al sicuro. Lo capiamo o no Si vuole riportare indietro la storia alla politica di potenza, alle sfere di influenza, con gli Stati Uniti che considerano l'America Latina il cortile di casa, con Cuba minacciata, il Messico, la Colombia e il Brasile che vanno a elezioni? E non sono illazioni, è la strategia di sicurezza nazionale che va bene a Putin - e, infatti, l'ha lodata - e può andar bene anche ad altri, non va bene a noi, perché l'Europa in questo scenario è tagliata fuori se non è capace di esprimere, con coraggio e dignità, un'altra idea di mondo e di difendere, con coerenza, il multilateralismo.
Anche per questo - me lo lasci dire - non è stata seria la pantomima sul Mercosur: un accordo che ora dovremmo trasformare da mero accordo commerciale in uno spazio di vera cooperazione politica, ma per questo serve la serietà che è mancata quando parlavate di narcotraffico, mentre Trump spiegava al mondo che gli interessava solo il petrolio, il controllo delle risorse e che su questa base impostava una nuova relazione con la Vice del precedente regime, perché questo è il presente del Venezuela.
Lei ha annunciato una svolta nelle relazioni con la nuova Presidente. Che ci sia un'evoluzione, Ministro, tutti lo auspichiamo, ci sono i nostri connazionali, ma che sia messo a verbale: le inversioni a U, specialmente quando arrivano nell'arco di due giorni, sono sempre manovre ardite. Non c'era alcun interesse per la democrazia in quello che è avvenuto in Venezuela. Del resto, esportare la democrazia con le armi, con le bombe, nella storia ha già prodotto drammatici fallimenti. Penso all'Iraq, all'Afghanistan. Ogni nostro pensiero ora va all'Iran: le immagini che hanno superato il blocco di internet raccontano le straordinarie proteste, senza precedenti per dimensione e diffusione, contro i crimini e i fallimenti di un regime marcio, che sta uccidendo in massa, che spara alla nuca alle ragazze, che avvolge in sacchi neri cadaveri a migliaia e migliaia, secondo quello che ha detto la Fondazione Mohammadi della premio Nobel, di cui, ancora una volta, chiediamo la liberazione. Gli artisti, gli attivisti, anche gli analisti, ci stanno dicendo con chiarezza che sarà la volontà del popolo a portare al cambiamento, dall'interno, non gli interventi unilaterali esterni, non i bombardamenti israelo-americani; un popolo che sta dando la lezione di coraggio al mondo, che conserva della sua millenaria storia l'orgoglio di non essere mai stato colonia di nessuno e che vuole il cambiamento, non la restaurazione, perché il mondo è pieno di regimi sanguinari, ma la soluzione non può essere la guerra di aggressione e la fine dell'ordine globale basato sulle regole. Dovreste dirlo anche voi, Ministro, con chiarezza. Noi vi diciamo che non può essere nemmeno assistere inermi ai massacri.
Per questo crediamo che serva la politica, anzitutto, farsi portavoce di quel popolo, farsi voce di quel popolo anche in quest'Aula parlamentare, come tutte le volte negli atti che abbiamo presentato in questi anni, e farlo anche nelle piazze. È dal 2002 che ci siamo, accanto allo straordinario movimento “Donna, vita, libertà” La destra dov'era? Ci saremo ancora questo venerdì e vi aspettiamo. Saremo accanto a coloro che perseguono la via democratica, la libertà e il pieno rispetto dei diritti umani. Serve la politica per stare nei negoziati, anche con l'obiettivo di porre le condizioni che portano alla fine di quel regime. E pure il diritto, quel diritto internazionale che per noi conta ancora, Ministro, ha strumenti per fare pressione e salvare vite; sanzioni per tutti coloro che ordinano di sparare al popolo e che l'Unione europea deve far rispettare seriamente, così come il perseguimento dei crimini presso le Corti internazionali di giustizia, che andrebbero difese, non sanzionate, come ha fatto Trump o delegittimate come avete fatto voi.
GIUSEPPE PROVENZANO(PD-IDP). Serve la politica - concludo, Presidente - per portare l'orrore dell'Iran alle Nazioni Unite. È difficile? Sì, ma è necessario, perché altrimenti rassegnarsi all'idea del poliziotto del mondo, che agisce fuori da ogni legge, proprio come nei regimi, non solo tradisce i principi di fondo che tengono insieme le nostre istituzioni e il sentimento del popolo, ma rende il mondo un posto insicuro e pericoloso per tutti
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Formentini. Ne ha facoltà.
PAOLO FORMENTINI(LEGA). Grazie, Presidente. Ho appena ascoltato con attenzione la lezione che ci ha impartito il Partito Democratico che, forse, dovrebbe ricordarsi di parlare qualche volta con i propri alleati che, non tanto tempo fa, esaltavano il regime di Maduro. Questo, però, non ci può esimere dall'esprimere con chiarezza che il diritto internazionale va rispettato, che un partito come la Lega, che è nato per l'autodeterminazione dei popoli, non può non volere che un popolo possa esprimersi liberamente, possa essere libero e possa avere un futuro, che un popolo come quello venezuelano, torturato, oppresso, incarcerato, potrà - lo speriamo con tutto il cuore - in futuro esprimere. Un popolo che ha enormi ricchezze, ma che è stato affamato da un terribile tiranno; un tiranno che era amico sodale di altri tiranni, quei terribili che, purtroppo, fanno ai giovani iraniani, alle donne, agli uomini che protestano nelle strade, le stesse cose che faceva Maduro.
Solo che qui le proporzioni sono molto più grandi: parliamo già di migliaia e migliaia di morti. Quindi, bene ha fatto, Ministro, a convocare l'ambasciatore iraniano in Italia. Questo è quello che dobbiamo fare, è quello che ci chiedono i cittadini iraniani che vivono in Italia. In queste ore, sono decine le che stanno raggiungendo tutti i deputati della Repubblica e chiedono proprio questo: di ripensare alla nostra posizione, di lavorare sull'Unione europea.
Dov'è l'Unione europea sull'Iran? Dov'è? Come sempre, è una grande assente; come sempre, grandi lezioni, grande moralità, ma poi i popoli vengono lasciati soffrire .
E allora noi, che, invece, abbiamo nel cuore quei prigionieri politici, che ancora sono nelle carceri venezuelane, speriamo che questo dialogo inaugurato con la Vicepresidente Rodriguez in Venezuela, sia una fase di transizione, ma non dimentichiamo che è stata la Vice di Maduro.
Quindi, il domani dovrà necessariamente essere migliore per chi tanto ha sofferto. Dovrà essere migliore anche se noi abbiamo portato a casa Alberto Trentini, Mario Burlo', ma tanti sono ancora coloro che in quelle carceri stanno marcendo, tanti sono coloro che hanno coltivato a lungo un sogno di libertà. La Lega c'è, non è indifferente a quell'urlo di dolore, c'è nelle strade di Teheran, in tutte quelle città - lo ha dichiarato il nostro segretario federale, Matteo Salvini -, noi a quell'urlo di dolore, noi della Lega non siamo insensibili, anzi siamo al vostro fianco, e la vostra lotta è la nostra lotta, perché noi della Lega siamo nati per la libertà
E allora, con grande sincerità, con grande schiettezza, noi che non abbiamo nulla da rimproverarci perché siamo sempre stati dubbiosi su ciò che l'Unione europea ha fatto nei dialoghi con l'Iran, nelle trattative con l'Iran, noi che abbiamo sempre criticato Maduro, noi che abbiamo sempre lavorato con l'opposizione venezuelana, ancora una volta, in quest'Aula, con forza, lo ribadiamo: autodeterminazione per i popoli
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Deborah Bergamini. Ne ha facoltà.
DEBORAH BERGAMINI(FI-PPE). Grazie, Presidente. Signor Ministro, questa informativa ci offre l'opportunità di ringraziare lei, le strutture diplomatiche della Farnesina, la Presidenza del Consiglio, l' e tutti gli altri importanti attori intervenuti per garantire la liberazione, ieri, dei nostri Alberto Trentini e Mario Burlò, e prima ancora di Luigi Gasperin e Biagio Pilieri . Lei ha guidato un lavoro paziente, instancabile, nel silenzio, un lavoro che - siamo convinti - continuerà per restituire alla libertà gli altri 42 connazionali ancora detenuti nelle carceri venezuelane.
Lei, Ministro, nella sua informativa ha descritto un'Italia attrice centrale di politica estera, orientata nella sua azione da due ideali: la libertà e la solidarietà. Questo ci consente di essere protagonisti e decisivi in molti scenari. Lo saremo - ne siamo certi - nel percorso di stabilizzazione e di transizione verso la democrazia in Venezuela, che ci auguriamo possa andare a compimento in tempi relativamente brevi.
Sappiamo bene qual è il nostro obiettivo politico: consentire al popolo venezuelano - un popolo tradizionalmente amico, vicino al nostro Paese - di tornare a decidere per loro stessi, come chiedono fortemente e come rivendica quell'opposizione guidata da María Corina Machado, che in questi anni ha trovato proprio in Forza Italia un costante supporto. È con questo spirito che accogliamo la nuova grammatica di interlocuzione avviata dal nostro Governo con Delcy Rodriguez, ora alla guida del Venezuela, nella speranza che sia il primo passo per un cammino di cambiamento, in cui, però, sono molte le tappe ancora da compiere, un cammino lungo il quale ci attendiamo altri segnali concreti, dopo la liberazione dei detenuti, in direzione del rispetto dei diritti.
Il Venezuela di Maduro è un'istantanea dello scontro in atto tra autocrazie e democrazie, un tassello di un mosaico preciso in cui i regimi illiberali lavorano assieme per costruire un'alternativa all'Occidente e alla libertà. Ci sono stati sostegni finanziari importanti della Cina al Venezuela di Maduro; le aziende russe più importanti hanno investito in campo energetico in Venezuela; l'Iran ha acquistato oro venezuelano a prezzo di favore in cambio di derrate alimentari; poi ci sono indicazioni di attività di riciclaggio in Venezuela a favore di Hezbollah. Questo è il Venezuela di Maduro e per questo guardiamo con preoccupazione alla presenza, nel contesto di una democrazia matura come la nostra, di soggetti e realtà che sono stati addirittura capaci di scendere in piazza per solidarizzare con Nicolas Maduro, un dittatore che ha affamato il suo popolo, consegnandolo alla repressione e alla violenza, incarcerando i dissidenti. Una figura oggettivamente del tutto incompatibile con qualsiasi senso - anche più elementare - di democrazia. Eppure, dobbiamo notare con rammarico che la sinistra italiana non riesce a prendere le distanze da quelle realtà, da quei movimenti, tra cui la CGIL, che considerano Maduro una vittima, in un vero e proprio paradossale ribaltamento di ruoli e dinamiche.
Voglio dirlo chiaramente: è impossibile per noi subire la fascinazione di qualsivoglia regime, anche quando questo dovesse servirci in modo strumentale ad attaccare governi a cui noi ci opponiamo. Perché? Perché un regime porta con sé irrimediabilmente la repressione di ogni libertà e noi abbiamo le idee chiare: tra un autocrate che si accanisce contro il proprio popolo e chi pone fine al suo dominio criminale, noi sappiamo da che parte stare . Altro che doppio standard!
Questo Governo, accusato di doppio standard in politica estera, è un Governo che difende la libertà dei popoli oppressi. In realtà, se c'è qualche esperienza di doppi standard applicati con gradiente variabile di mobilitazione a seconda di quali erano e sono i popoli oppressi, questo è arrivato dalle opposizioni in questo Paese, altro che doppio standard di questo Governo. E proprio con questa convinzione, che la libertà sia la nostra stella polare, noi oggi siamo idealmente in piazza e domani mattina Forza Italia lo sarà veramente, in un sotto l'ambasciata iraniana, al fianco di quegli iraniani, molti dei quali giovanissimi, che si mobilitano per protestare contro le condizioni economiche drammatiche e per chiedere finalmente libertà.
Lo fanno andando incontro alla morte e alla carcerazione, in condizioni terribili, verso repressioni cruente. Le situazioni nelle città iraniane sono drammatiche, è vero: ci sono corpi che sono chiusi in sacchi e portati in luoghi nascosti per non essere contabilizzati, le strade sono piene di sangue e gli ospedali sono in condizioni estreme. Quindi, noi condividiamo, Ministro, il suo appello al regime di Teheran affinché non si faccia ricorso alla pena di morte, condividiamo la sua decisione di convocare l'ambasciatore iraniano alla Farnesina e riteniamo un nostro dovere assoluto affiancarci al popolo iraniano che chiede un radicale cambiamento. La sua è una presa di posizione da Ministro degli Esteri di un Paese fieramente occidentale, che in quanto tale deve farsi carico delle complessità - e non sono poche - che il mondo attuale presenta. Noi abbiamo il compito di guardare la realtà, non quella che vorremmo essere la realtà magari morale o etica. Il pragmatismo non è un crimine se si tratta di difendere la libertà degli esseri umani e dei popoli oppressi.
È nel solco di questo obiettivo, quindi, che condividiamo la linea espressa anche sul quadrante artico e sulla Groenlandia, affinché l'Italia esprima, in continuità con la sua tradizione, una strategia propria nel contesto di unità tra Unione europea e NATO. Non possiamo trascurare lo scenario nuovo che quell'area presenta davanti a noi sul piano sia dei presìdi di sicurezza che delle riconfigurazioni delle rotte commerciali alla luce del cambiamento climatico.
Abbiamo strumenti e per poter esprimere molto in tutti gli scenari e con questa logica l'accordo sul Mercosur - che lei ha ricordato - potrà rappresentare un ambito di applicazione, considerando il valore aggiunto rappresentato dalle nostre imprese nei mercati internazionali. Anche in questo caso l'intesa è stata raggiunta dopo un lavoro coraggioso e serio, a tutela, in primo luogo, delle istanze provenienti proprio dai nostri comparti produttivi. Promuovere il bene per il proprio Paese e per gli altri, specie in favore dei popoli afflitti da guerre e tragedie, è il senso più alto del ruolo che una democrazia si assume all'interno della storia. Avendo ben chiaro dinanzi a noi questo principio, accogliamo il protagonismo che l'Italia continua ad avere come attore umanitario, da Gaza fino al Sudan e ora anche in Venezuela.
Il primo atomo della libertà risiede nel riconoscimento della dignità per ogni persona e nel riconoscimento che ogni persona porta con sé la necessità e il bisogno di migliorare le proprie condizioni. È un valore da difendere quando è presente, da rafforzare quando è debole e da costruire quando, purtroppo, non c'è. Questo è il senso che attribuiamo alla politica estera italiana. Questo è ciò che vediamo compiersi, signor Ministro, nel delinearsi del suo lavoro e di quello del Governo. Questo è ciò che ci rende orgogliosi di essere l'Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Conte. Ne ha facoltà.
GIUSEPPE CONTE(M5S). Signor Presidente, signor Ministro, onorevoli colleghi, innanzitutto partecipo a nome del mio gruppo, il MoVimento 5 Stelle, alla gioia per la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò. Ringraziamo politici, diplomatici, funzionari e agenti che hanno contribuito a questo risultato e ci stringiamo con questa gioia anche ai familiari .
Siamo molto preoccupati, signor Ministro, per la piega che stanno prendendo le vicende internazionali, perché gli Stati Uniti hanno tirato fuori dal cassetto la dottrina Monroe. È una dottrina dei primi dell'Ottocento e in tutt'altro contesto rivendicava la piena autonomia e indipendenza degli Stati che erano sul continente americano rispetto alla prevaricazione delle potenze coloniali europee. Oggi quella dottrina, rivista dal protocollo Trump, diventa la dottrina “Donroe” ed è ben diversa.
È gravemente preoccupante e fortemente insidiosa perché significa che gli Stati Uniti non riconoscono più il diritto internazionale, non ci giriamo intorno. In modo plateale, quasi arrogante.
Uno potrà obiettare: che cosa c'è di nuovo? Beh, c'è qualcosa di nuovo perché, attenzione, nel frattempo, abbiamo edificato il diritto internazionale, dall'Ottocento ad oggi. E attenzione, c'è qualcosa di nuovo e di diverso perché non riconoscere il diritto internazionale significa predisporre il nuovo ordine mondiale verso il caos, il completo disordine.
Qualcuno ha scritto che quando il diritto è riconosciuto, anche se poi non è osservato, ha forza in sé, rimane lì . Adesso, invece, si rivendica addirittura in modo plateale il primato degli interessi economici, la necessità di garantirsi riserve strategiche: petrolio, terre rare, giacimenti minerari. E guardate, ci preoccupa fortemente, signor Ministro, la posizione dell'Italia, perché la dottrina Meloni-Tajani è in piena consonanza con quella degli Stati Uniti. Anzi, se mi permettete, c'è una differenza che è condita da maggiore ipocrisia perché, per il Governo italiano, il diritto internazionale vale fino a un certo punto.
E che cosa significa questo, concretamente? L'avete dimostrato. Non vale per il caso Almasri dove abbiamo sottratto all'arresto della Corte penale internazionale un criminale accusato di stupri, di torture e l'abbiamo rimpatriato con gli onori di un volo di Stato.
Non vale per il genocidio della popolazione palestinese a Gaza dove, addirittura, siete rimasti impassibili e indifferenti di fronte alla tragedia che ha colpito addirittura 20.000 bambini, in un silenzio complice, e avete continuato a mantenere in piedi una cooperazione militare con il Governo di Netanyahu.
E adesso non vale per il militare degli Stati Uniti in Venezuela dove è stato prelevato un capo di Stato di un Paese sovrano e adesso Trump - lo ha ormai dichiarato - ha assunto la Presidenza - pensate un po', la Presidenza ! - del Venezuela.
Abbiamo scoperto che, per quanto riguarda la Groenlandia, vale ma a certe condizioni. Ci stiamo aggrappando alla NATO. Dobbiamo capire bene fino a che punto varrà. E aspettiamo adesso di capire se vale, e come, in Iran.
Quanto al Venezuela, persino la Le Pen - stiamo parlando di un esponente politico che non ha nulla a che vedere con noi, un'ideologia completamente diversa e nessuno può accusarla di essere una tifosa di Maduro - ha dichiarato e ha criticato questa modalità di azione. Ha detto che rinunciare a questo principio della sovranità nazionale, oggi, per il Venezuela, equivarrebbe ad accettare la nostra stessa servitù domani.
Giorgia Meloni, sempre da destra, ma purtroppo sedendo a Chigi e rappresentando l'Italia, questa servitù l'ha già accettata e, infatti, ha scritto sui che considera pienamente legittimo questo intervento.
Io ho sentito uno stridore di unghie che si aggrappano, che si arrampicano sugli specchi, quando ho letto questa frase.
E che imbarazzo, poi, ascoltare Trump che, addirittura, ha smentito la nostra Presidente del Consiglio perché ha spiegato: no, non ci giriamo intorno, qui ci interessa, vogliamo gestire il petrolio venezuelano. E sì, perché nei giorni successivi non è che Trump ha riunito un simposio di sinceri democratici per discutere sulle condizioni e sul disagio economico-sociale della popolazione, per gestire la transizione democratica, per valutare come ristabilire, rispetto a un regime illiberale, il futuro pacifico di quella Nazione. No, ha riunito le compagnie del petrolio, i fondi di investimento che ne sono azionisti, per spartire la torta. E sembra quasi sentirle le voci di quelle riunioni: .
E voi al Governo che fate? Arrancate dietro, sperando che dalla tavola cada qualche briciola, che ci scappi qualche affaruccio anche per l'Italia.
Oggi in Venezuela e domani, chissà, a Gaza, grazie al dove, ovviamente, ad ore attendiamo che sia nominata a farne parte da Trump anche la nostra Presidente del Consiglio, per riconoscenza ovviamente, per il silenzio complice che c'è stato a Gaza .
Almeno, se volete seguire la nuova dottrina “Donroe”, fatelo senza ipocrisia, gettate la maschera! Smettiamola di parlare di libertà dei venezuelani, di autodeterminazione. Come smettiamola di parlare di libertà e autodeterminazione del popolo palestinese. Risparmiateci questa presa in giro e smettiamola anche con quel giochino vergognoso (non se ne può più, lo dico anche ai colleghi) di etichettare chi esprime delle critiche serie, con coerenza, rispetto a queste nuove dottrine, come un di Maduro.
Qui non c'è nessun di Maduro Chi vi parla non l'ha riconosciuto, ma quando era Presidente del Consiglio, non a chiacchiere, adesso, dall'opposizione. Nessuna legittimità democratica a Maduro da parte dei miei Governi .
E attenzione, non siamo neppure di Hamas. Smettiamola con queste diffamazioni becere. Becere! Perché noi, un attimo dopo il 7 ottobre, siamo stati i primi a intervenire e a condannare con fermezza la follia omicida scatenata da Hamas su civili inermi.
Ma se continuiamo a mettere al primo posto, come nostra politica estera, la subalternità agli Stati Uniti, a Trump che attacca Paesi sovrani in barba al diritto internazionale, allora rendiamoci conto che crolla tutto. Crolla l'ordine mondiale. Crolla il primato del diritto, il primato della politica.
Quando eravamo al Governo, per difendere i nostri principi costituzionali del diritto internazionale, noi lo abbiamo dimostrato con i fatti, con la schiena dritta e la testa alta. Abbiamo scontentato gli Stati Uniti. Si possono scontentare - sì, ridete -, si possono scontentare. Perché volevano che compissimo, con loro, la forzatura di riconoscere Guaidó come Capo dello Stato. E noi abbiamo scritto - ed io ho scritto - una lettera alla stampa, nel maggio del 2019, e abbiamo detto: noi vogliamo una soluzione affidata alla politica, alla diplomazia, non forzature che ci portano alla guerra civile. E, soprattutto, abbiamo scritto che non accettiamo opzioni militari o colpi di mano come quelli che sono stati fatti.
Vi leggo una dichiarazione. Suona particolarmente attuale: “Penso che l'Italia, oggi, debba scegliere se difendere il diritto internazionale e, quindi, dire “no” alle azioni militari unilaterali, oppure stabilire che vige la legge del più forte, dove il diritto internazionale lo stabilisce chi ha la maggiore capacità militare (…). Non mi è chiaro perché dovrebbe essere utile a una Nazione militarmente (…) meno attrezzata come l'Italia”. Ministro, sono le parole della Premier Meloni, in quest'Aula, nel 2018, quando diceva di voler lottare per la sovranità nazionale.
GIUSEPPE CONTE(M5S). Adesso, invece, si è rimangiata tutto.
Per quanto riguarda quello che sta accadendo in Iran, noi siamo ovviamente con i manifestanti perché non accettiamo nessun regime, involuzione illiberale, nessuna dittatura. Siamo a sostegno delle giovani, dei giovani, delle donne che chiedono di vivere in un Paese libero. Ma noi siamo al fianco di chi manifesta, non certo al fianco di chi progetta interventi militari unilaterali e condanniamo qualunque iniziativa che sia al di fuori del quadro del diritto internazionale e non accettiamo l'esportazione della democrazia con le armi . E, soprattutto, “il diritto si applica ai nemici e si interpreta per gli amici” …
PRESIDENTE. Deve concludere, presidente Conte.
GIUSEPPE CONTE(M5S). …è una formula che ci porta al disordine e che respingiamo al mittente .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Onori. Ne ha facoltà.
FEDERICA ONORI(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Ministro, colleghi e colleghe, innanzitutto ci uniamo alla gioia e alla felicità per la liberazione dei connazionali Alberto Trentini, Mario Burlò e, ancora prima, Biagio Pilieri e Luigi Gasperin, detenuti ingiustamente nelle carceri venezuelane; non come detenuti ma come ostaggi, come persone sequestrate per ricatto politico, perché è questo che fanno le dittature ed è questo che faceva Maduro. Anche se oggi, in alcune strade, in alcune piazze italiane, c'è chi rimpiange il capo di questo regime. Il capo di questo regime!
Perché è stato tolto Nicolás Maduro, ma non è stato tolto tutto l'apparato che, in tutti questi anni, ha avallato ogni scelta del dittatore di cui stiamo parlando. Ecco perché, Ministro, e vado subito a rispondere e a reagire a quello che diceva, questa è una fase nuova parzialmente: abbiamo una persona diversa, che qualcuno chiama “Presidente” - non è più Maduro, è Delcy Rodriguez -, ma abbiamo lo stesso, identico, medesimo apparato militare e amministrativo, che era una dittatura prima e che, con ogni probabilità, sarà una dittatura ora.
Capiamo bene che c'è bisogno di affrontare le nuove fasi con spirito anche rinnovato per provare a dare un contributo perché il popolo venezuelano possa avere finalmente il futuro che merita, che è un futuro di dignità: è il futuro di un popolo che merita di poter scegliere i propri governanti, esattamente come tutti gli altri popoli, non c'è motivo di pensare che sia un popolo di serie B. Però deve essere chiaro fin da subito che quello che noi abbiamo davanti come orizzonte è un momento in cui si celebreranno elezioni libere e democratiche, e questa è soltanto una fase di transizione, in cui chi vuole può menzionare, chiamare e appellare la signora Rodriguez “Presidente”, ma un Presidente ci sarebbe, perché elezioni si sono già tenute: elezioni che non sono state riconosciute, nonostante fosse questa la premessa e la promessa che aveva fatto Maduro in ambito internazionale; elezioni che, infatti, l'Italia giustamente non ha riconosciuto, perché non ha riconosciuto Maduro Presidente, anche se non è vero che questo è avvenuto all'unanimità. Io non lo so quale unanimità i colleghi abbiano visto.
Quello che io so è che il 23 gennaio 2025 si celebrava, nella sala conferenze stampa, una conferenza stampa organizzata dal MoVimento 5 Stelle per l'insediamento di Maduro, in cui venivano invitate a prendere la parola persone che erano state all'insediamento di Maduro pochi giorni prima e in cui ascoltavamo come il Venezuela fosse, in realtà, un Paese libero e che Maduro veniva soltanto descritto come un dittatore , ma, in realtà, tutto questo era propaganda occidentalista contro un Paese libero che, semplicemente, aveva scelto un altro tipo di struttura della vita civile, politica, economica.
No, non c'è stata unanimità neanche quando, in Commissione affari esteri, abbiamo votato una risoluzione che, in previsione delle elezioni del 28 luglio 2024, chiedeva e impegnava il Governo perché si tenesse massima l'allerta e l'attenzione su quello che sarebbe successo, perché conosciamo come fanno i dittatori, fanno sempre la stessa cosa e Maduro non era nuovo. Non c'è stato un voto all'unanimità neanche in quell'occasione, perché il MoVimento 5 Stelle, pur presente in Commissione, si è astenuto dal votare. Quindi no, non c'è l'unanimità su questo importantissimo tema, che è quello delle dittature nel mondo: dittatura che non è un problema teorico, è un problema pratico, perché vuol dire che un intero popolo è soggiogato, è privato della libertà e, quando uno straniero decide di imbarcarsi in quel tipo di contesto, a volte, viene sequestrato come ricatto politico, così come è successo ai nostri connazionali. Alcuni sono stati liberati, non tutti.
Giustamente abbiamo ricordato che ci sono ancora 42 detenuti italo-venezuelani nelle carceri venezuelane, di cui 24 detenuti per motivi politici. Sarà importante mantenere alta l'attenzione per tutti costoro, perché sono connazionali, sono cittadini italo-venezuelani. Di tutti questi, ci tengo ad utilizzare questo tempo per ricordare la storia di Hugo Enrique Marino Salas. Diverse interrogazioni da parte di Azione sono state presentate su questo caso. Hugo Marino Salas è scomparso il 20 aprile 2019. I familiari ancora aspettano di sapere che tipo di sorte sia capitata al loro congiunto. È scomparso e non sappiamo ancora se sia detenuto; probabilmente è detenuto a El Rodeo o in altre carceri di detenzione dura, non è dato sapere. Il Governo non deve abbassare l'attenzione e, soprattutto, come dicevo, nel Venezuela dovrà tenere dritta la barra delle libere elezioni - nonostante ci siano già state elezioni, ma va bene, rifacciamole -, libere elezioni per il popolo venezuelano.
Il popolo iraniano non vive condizioni migliori, però. Oggi abbiamo deciso di accorpare tutte queste tematiche, per cui, per ogni gruppo, sono 10 minuti di politica estera, dal Venezuela e Alberto Trentini all'Iran, al Sudan; dovremmo parlare anche del Myanmar ad un certo punto, io spero ne avremo l'occasione. Sicuramente l'intento dei colleghi che avevano chiesto di aggiungere il tema dell'Iran oggi non era quello di avere i tempi ridotti per parlare di questa materia così importante, ma quello di anticipare un confronto con lei, Ministro. Lei ci ha detto che ha convocato per le ore 17,30 di oggi l'ambasciatore di Teheran. Bene, dopo i Paesi Bassi, la Spagna, il Portogallo e la Francia, siamo contenti che anche l'Italia abbia valutato di voler convocare l'ambasciatore di Teheran per capire cosa sta succedendo. Speriamo che lei vorrà anche dimostrare e rappresentare all'ambasciatore di Teheran tutto il disappunto del nostro Paese, che vorrà respingere l'invito che è stato rivolto a tutte le ambasciate occidentali presenti ancora a Teheran, di ritirare le dichiarazioni che parlavano delle uccisioni per strada che stanno succedendo. Vorremmo però reiterare l'invito a lei, Ministro, di poter utilizzare la sede della nostra ambasciata come rifugio sicuro per i manifestanti non violenti, per dare un segno tangibile che non ci limitiamo a guardare e ad ascoltare con attenzione, perché comincia ad essere poco.
Voglio aggiungere una riflessione generale su tutto quanto stiamo osservando. Azione non ha applaudito all'azione unilaterale di Trump, anzi l'abbiamo denunciata: sicuramente non è quello il tipo di movimento a supporto dei popoli oppressi che noi possiamo immaginare e che possiamo auspicare. Allo stesso tempo, però, dobbiamo, senza infingimenti e possibilmente senza ipocrisie, chiederci se il sistema multilaterale sta funzionando, chiederci cosa il sistema multilaterale abbia fatto per il popolo venezuelano in tutti questi anni, chiederci cosa il sistema multilaterale abbia fatto per il popolo iraniano in tutti questi anni.
Probabilmente le risposte non sono state sufficienti e, se adesso i popoli oppressi pronunciano il nome di Trump come il nome di un possibile liberatore, questo è un insuccesso di tutti quanti noi che dobbiamo condividere, di cui dobbiamo prenderci la responsabilità e provare a trovare soluzioni diverse, ad esempio quella di non accettare che un dittatore possa appropriarsi di territori di un altro Paese attraverso un'invasione militare armata, con i carri armati, e dire che, per la , in quel caso, il diritto internazionale non vale. Perché tutti i discorsi che abbiamo ascoltato, specialmente dagli altri colleghi di opposizione, sull'importanza del diritto internazionale, li sottoscriviamo, perché è chiaramente quella la strada per una situazione globale di pace e di giustizia, specialmente per Paesi come il nostro, che sicuramente non è tra i primissimi posti in ambito di possibilità militari.
Diciamo che provare a fare un discorso sul diritto internazionale soltanto quando si tratta di difendere un regime come quello di Maduro o di accettare le sorti di oppressione totale del popolo iraniano, e questo stesso coraggio non lo si trova per ribellarsi all'azione, all'aggressione di Putin, questo non aiuta certamente il diritto internazionale, questo aiuta a continuare ad avere in quest'Aula dibattiti che prevedono il doppio standard. Non è l'intenzione di Azione, non è quello che proviamo a fare.
Quindi siamo a favore di una prospettiva di libertà per il popolo venezuelano e per il popolo iraniano. Speriamo di avere la possibilità di parlare ancora con lei, Ministro, magari con un tempo maggiore e di provare a fare un discorso che sia concreto e non di ideologia
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bonelli. Ne ha facoltà.
ANGELO BONELLI(AVS). Grazie, signor Presidente. Signor Ministro, onorevoli colleghi e colleghe, anche noi ci associamo alla gioia per la liberazione di Alberto Trentini e Mario Burlò. Riconosciamo quindi anche il lavoro che il Governo ha fatto, perché è un fatto importante che degli italiani possano riabbracciare, dopo una detenzione ingiusta, i propri familiari e, quindi, parto da qua. È doveroso perché è un giorno importante per quelle famiglie e per chi oggi è stato liberato, sperando, ovviamente, che il lavoro possa proseguire per liberare gli altri italiani.
Però, signor Ministro, lei è il Ministro degli Affari esteri della Repubblica italiana e in un contesto in cui il mondo è sempre più insicuro - penso che il sentimento di inquietudine possa attraversare anche lei, io sono sicuro che attraversi anche lei e la coinvolga -, in un mondo che si sta dividendo sempre di più in blocchi attraverso la forza militare, mi sarei aspettato che il Ministro degli Affari esteri venisse in Aula e ci dicesse quale possa essere la strada per ricostruire una politica o, quantomeno, un sentiero che dia senso a queste parole che, ormai, non hanno più senso - diritto internazionale -, che dia senso a quegli organismi internazionali che sono stati sepolti .
Vede, il Presidente Trump ha detto che il diritto internazionale non conta più, a lui non interessa il diritto internazionale, perché lui segue la sua morale. Francamente, sono allibito che dobbiamo seguire la morale di chi è stato condannato per abuso sessuale, di chi ha dovuto patteggiare con una , di chi è stato condannato per frode . E vede, allora oggi più che mai è necessario che ci sia una iniziativa forte dell'Europa, quell'Europa che, purtroppo, è assente, e che costruisca un profilo del diritto internazionale.
Vede, Trump ha sanzionato sei giudici della Corte penale internazionale senza che l'Europa dicesse nulla, senza che l'Europa attivasse quel meccanismo sul regolamento di blocco che consentisse di salvaguardare le organizzazioni che operano in Europa, e anche i cittadini e le cittadine che sono state sanzionate, tra cui anche Francesca Albanese . Possiamo non condividere quello che dice o non dice Francesca Albanese, potete non condividerlo, ma avevate il dovere di tutelare gli interessi - perché in democrazia questo accade - di una cittadina che è stata ingiustamente sanzionata.
Vede, c'è un problema che noi non vogliamo affrontare, e io lo affronto con molta nettezza in quest'Aula, che attiene alla qualità della democrazia negli Stati Uniti d'America, se vogliamo ancora parlare di democrazia . Vede, mentre noi oggi parliamo, in queste settimane, in questi giorni, ci sono alcune milizie, l'ICE, che intervengono su tutto il territorio americano e sono state arruolate dall'amministrazione Trump con l'obiettivo di individuare 3.000 immigrati irregolari nel territorio americano: ammanettano bambini, entrano nelle scuole, entrano nelle chiese, entrano nei ristoranti per prendere persone, li separano dai minori. Sono di una violenza inaudita.
Quelle brigate, che secondo me hanno una natura fascista, almeno in quell'epoca che ci siamo lasciati alle spalle lo facevano a volto scoperto, questi lo fanno a volto coperto ! C'è un problema della qualità della democrazia che coinvolge tutti noi rispetto a quello che sta accadendo. Lo ha detto Trump. Vede, voi vi siete precipitati a dire che l'intervento di Trump in Venezuela era legittimo.
Devo dire, avete fatto una pessima figura, perché poi vi ha smentito lui stesso: non lo ha fatto per la democrazia, lo ha fatto per il petrolio . Non potete essere a corrente alternata sul tema dei diritti umani, perché, se è vero che i diritti umani valgono da tutte le parti, signor Ministro - e noi siamo per la liberazione di tutti i detenuti politici -, ci spiegate la ragione per cui andate a fare accordi economici e stringete la mano a dittatori sanguinari dall'Egitto, passando per l'Arabia Saudita?
Sapete che in Egitto ci sono migliaia di detenuti politici solo perché hanno fatto un su ? Sapete che in Arabia Saudita ci sono persone che sono condannate per apostasia? E su questo non dite nulla, perché avete fatto accordi economici. Fateci il favore, però, signor Ministro: non venite a dare lezioni a noi sul tema dei diritti umani ! Non ce le potete dare, anche perché c'è una storia di qualcuno - e per rispetto non nomino il nome, ma è chiaro a chi mi riferisco - che andava in vacanza nella dacia di Putin e Putin andava in vacanza nella sua villa in Italia, quando Vera Politkovskaja veniva uccisa barbaramente da quel regime russo! E noi stavamo sotto le ambasciate russe a protestare! Voi non ci potete dare alcuna lezione sul tema dei diritti umani, sia chiaro!
E, signor Ministro, noi siamo molto preoccupati e siamo al fianco della mobilitazione dei giovani e delle giovani e delle donne e degli uomini in Iran. Le notizie che arrivano da Teheran e dall'Iran sono drammatiche: si parla di migliaia di morti. Io penso, noi pensiamo, che debba esserci una risposta forte da parte dell'Unione europea, non le frasi di circostanza a cui abbiamo assistito, in cui si invita al rispetto dei diritti umani. Si deve passare alle sanzioni, si deve richiamare anche il nostro ambasciatore dall'Iran e si deve dare un segnale molto forte, ma pensare a un intervento militare unilaterale che può aprire a un' di una guerra globale, scatenare un conflitto più ampio e non portare la democrazia, questo, sì, che ci preoccupa fortemente.
Signor Ministro, lei, poco fa, nel suo intervento, ha detto che a Gaza la tregua regge. Dal 10 ottobre - lei lo saprà -, a Gaza sono stati uccisi 450 palestinesi; dal 10 ottobre, 2.500 edifici integri sono stati abbattuti. Continua l'opera di distruzione di Gaza, di tutte le infrastrutture civili da parte di Israele e questo avviene nel silenzio della comunità internazionale, anche del suo Governo, anche da parte sua. Andate fieri di che cosa? Della costruzione di un di pace che somiglia sempre di più a un protettorato in cui i palestinesi non hanno alcun ruolo, se non essere emarginati, perché questo è, di fatto, quello che sta accadendo in questo momento, in queste settimane.
Signor Ministro - mi avvio alla conclusione -, il livello di ipocrisia a cui abbiamo assistito nel dibattito generale parte dal Venezuela, passa in questo contesto e arriva alla Groenlandia. Abbiamo poi sentito parlare dello scioglimento dei ghiacciai: vivaddio, vi siete accorti che c'è la crisi climatica, ma forse dovreste capire che, invece di utilizzare l'ENI per fare intese e cercare di capire quanti vantaggi economici possiamo raggiungere in Venezuela, come in Egitto e quant'altro, forse dovremmo lavorare molto di più per costruire quell'autonomia energetica che ci liberi dalla dipendenza del petrolio , che è foriero di guerre e conflitti, ripeto, foriero di guerre e conflitti! Infatti, siamo passati dalla dipendenza del gas russo alla dipendenza del gas di Trump, che ci ha imposto l'acquisto di gas, l'acquisto di armi e tanto altro.
Una vera politica estera e quindi economica di un Paese che guarda al futuro, a un futuro di pace, non può che pensare a un'autonomia energetica che dipenda non dal gas, ma ovviamente dalla transizione ecologica, che voi state sapientemente sabotando.
Mi faccia dire quest'ultima cosa, signor Presidente, tanto per evidenziare l'ipocrisia forte da parte del Presidente degli Stati Uniti d'America, che ha parlato di narcotraffico. Lei lo sa che il 5 dicembre del 2025, Hernández, ex Presidente honduregno, condannato a 45 anni di carcere per traffico di cocaina - ben 400 chili di cocaina -, è stato graziato da Trump? È molto amico del partito di Trump e dei repubblicani molto vicini. E, quindi, è stato graziato. Ma noi possiamo pensare di consegnare il futuro del pianeta alla morale di Trump - mi dica lei, signor Ministro - o non pensiamo invece di ricostruire una grande capacità europea per costruire una unica politica estera e di difesa, cosa su cui voi siete contrari? È questo che determinerà una sudditanza del nostro Paese nei confronti degli Stati Uniti: sì, signor Ministro, lei dice di no, ma il suo Ministro, collega Crosetto, ha detto che è contrario a una politica di difesa ed estera comune.
Vede, quindi, lei dice che è favorevole e Crosetto è contrario: poi non ci venite a dire che noi abbiamo le divisioni. Il problema è che, però, voi governate l'Italia - noi siamo all'opposizione - e avete una responsabilità enorme da questo punto di vista .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lupi. Ne ha facoltà.
MAURIZIO LUPI(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, signor Ministro. Signor Presidente, signor Ministro, diciamo subito che la relazione che lei ha fatto, a nome del Governo, sull'azione svolta in questo periodo da parte del suo Ministero e sua personale, non solo ci soddisfa, ma va nella direzione giusta. È un paradosso ascoltare adesso, per chi come lei e come me da sempre crede e milita nel Partito Popolare Europeo, che l'Europa non possa essere… per chi ha fatto di questa storia, di questa battaglia e di questi valori il suo agire e il suo essere in politica. Non sta a me difenderla, ma è evidente che quanto detto dal collega Bonelli non solo è un paradosso, ma, se non avessimo ascoltato queste parole, ci potrebbe fare quasi sorridere.
È nel DNA dell'azione politica del centrodestra, e in particolare di Forza Italia e di Noi Moderati, rendere sempre più forte, sempre più un cardine fondamentale della politica internazionale e della politica estera, il ruolo dell'Europa, anzi è su questo che noi stiamo lavorando proprio in un momento drammatico di cambiamenti radicali nello scenario internazionale. Detto questo, approviamo ovviamente il lavoro fatto, la ringraziamo personalmente per il suo lavoro, ma non solo lei, il Ministero e tutta la nostra diplomazia. Ci permetta, a nome di Noi Moderati, di dire che ha fatto bene a convocare immediatamente l'ambasciatore iraniano e che bisogna, dal nostro punto di vista, abbandonare ogni ambiguità da parte di chiunque e di chicchessia. Noi stiamo sempre dalla parte di chi lotta e manifesta per la libertà, per i diritti e per la democrazia. Chiediamo - come abbiamo fatto più volte e l'ha chiesto con forza il Governo italiano - il rispetto dei diritti del popolo iraniano, quello di espressione e di pacifica assemblea e l'incolumità di chi manifesta nelle piazze. La lotta del popolo iraniano - lo diciamo con forza e con chiarezza - riguarda tutti, non alcuni, ed è per questo che su questi temi continuiamo ad auspicare - sui temi di politica estera, ma in particolare su questi temi - un'azione unitaria da parte della maggioranza e dell'opposizione a difesa, nel mondo, di chi lotta per la difesa dei diritti, della democrazia e della dignità della persona.
Per quanto riguarda il Venezuela, ha fatto bene a ricordare alcuni numeri nella sua relazione: 170.000 connazionali, un milione di cittadini venezuelani di origine italiana. È una Nazione importante, una Nazione strategica. Ma, anche qui, cogliamo l'occasione di questa informativa per forse togliere qualche velo di ambiguità nella discussione legittima sul tema della legalità, del diritto internazionale e della legittimità delle azioni. Dunque, legalità e legittimità.
Partiamo, allora, dalla realtà. Io chiederei - e noi, come Noi Moderati, chiediamo - che tutti cercassero di immedesimarsi nella situazione di un cittadino venezuelano - tra l'altro, molti di questi sono di origine italiana - dimenticandosi per un attimo le nostre pur giustificabili convinzioni, non solo ideologiche ma anche riguardo alla politica internazionale, e tentare di capire che cosa significhi per un attimo avere paura sia dei criminali sia della polizia e dell'esercito, perché sia i criminali sia la polizia sia l'esercito di quel Paese fanno parte di un'organizzazione criminale. Oppure cosa significa essere incarcerati senza aver commesso alcun crimine, come è successo anche a cittadini italiani oggi finalmente liberi; vedere un Governo che tortura e uccide le persone con esecuzioni extragiudiziali; cercare di capire la frustrazione di votare per un cambiamento, vincere e poi vedere ribaltare il risultato, come è accaduto in Venezuela; mangiare forse una sola volta al giorno; non avere medicine; non avere ospedali; amare il proprio Paese ed essere costretti a fuggire.
Ipocritamente chiamiamo emigrazione questa autodeportazione forzata, come hanno fatto, negli ultimi anni, 7 milioni di venezuelani. Quegli stessi venezuelani a cui, nelle piazze italiane, nei giorni scorsi, qualche sindacalista - menomale pochi - voleva spiegare quale paradiso fosse il Paese, il Venezuela, da cui 7 milioni di venezuelani erano scappati. Allora, vediamolo nei dati questo paradiso, nei a proposito di legalità e di diritto internazionale, che gli organismi internazionali hanno fatto in tutti questi anni, partendo dal della missione ONU del settembre del 2020 o da un altro presentato nel luglio del 2023 dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani sulle violazioni compiute dal regime di Nicolas Maduro.
Alcuni numeri: 493 tra imputazioni e denunce di tortura; 47 condanne; la morte di 101 ragazzi durante le proteste del 2014, del 2017 e del 2019. Solo 8 erano arrivati nei tribunali. E l'ultimo quello del 17 settembre del 2024, non di una Nazione, ma sempre di quegli organismi internazionali a cui noi ci richiamiamo legittimamente perché crediamo fortemente nel diritto internazionale. Leggo la relazione della presidentessa della missione internazionale indipendente per il Venezuela: crisi dei diritti umani più grave della storia recente, le nostre conclusioni sono schiaccianti. Non solo non ci sono stati miglioramenti, ma le violazioni si sono intensificate, raggiungendo livelli di violenza senza precedenti. Nel documento si dettagliano decine di morti nel contesto delle proteste che hanno seguito l'annuncio del consiglio nazionale elettorale dopo la vittoria di Nicolas Maduro. Quelle elezioni non sono state riconosciute dagli organismi internazionali e nemmeno da molti Paesi dell'America Latina, oltre che da Stati Uniti e Unione europea. A questi casi si aggiungono altre centinaia di detenzioni arbitrarie.
Il diritto internazionale dice tutto questo riguardo al Venezuela e stabilisce anche - e questo è corretto - che ciò che ha fatto Trump non è legale. Non si può intervenire in un Paese sovrano se non in circostanze molto speciali e con l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La mancanza di legalità pone, comunque, una domanda sulla legittimità di questa azione dopo che le Nazioni Unite hanno ampiamente documentato come Maduro abbia commesso crimini contro l'umanità, ma tutto questo viene dimenticato ed è un diritto internazionale che non trova applicazione e rischia di diventare una farsa quando quello stesso diritto internazionale viene invocato da autocrati tiranni per condannare l'illegalità dell'arresto di Maduro.
La Cina la definisce una chiara violazione e l'impudica Russia un atto di aggressione armata. La Russia! Persino Hamas ha condannato l'arresto di Maduro come una grave violazione del diritto internazionale - Hamas! - e un attacco alla sovranità di uno Stato indipendente. Dimenticavamo l'Iran, che ha usato le stesse parole di Hamas, condannando con fermezza questa grave violazione del diritto internazionale. Si tratta dell'Iran che in questo momento sta uccidendo centinaia e centinaia di giovani, uomini e donne, che manifestano per il diritto internazionale, per la libertà e per i diritti che il diritto internazionale dovrebbe tutelare.
Legalità, legittimità. L'ONU, che afferma la legalità, dice che in quel continente in tutti questi anni ci sono state elezioni assolutamente legittime, ma questo ha portato alla violazione di qualsiasi diritto di dignità della persona. Oggi i regimi canaglia avanzano e il diritto internazionale, insieme alle istituzioni che dovrebbero tutelarlo, finisce per proteggere proprio coloro che lo violano. Come ha scritto un giornale non certo trumpiano, , l'intervento degli Stati Uniti costituisce davvero una violazione della sovranità venezuelana se l'autorità legittima del Paese vi acconsente? Gonzalez, eletto dal popolo venezuelano nel 2024 - l'eletto dal popolo venezuelano democraticamente nel 2024 - dice: sostegno all'operazione. E ancora: Maduro ha accolto Hezbollah e ha usato truppe cubane per imporre il proprio dominio sul Venezuela. Il regime dell'Avana afferma che 32 cubani sono morti difendendo Maduro. Sarebbe stato strano interpretare l'articolo come una norma che consente a potenze straniere di usare truppe per sostenere un dittatore illegittimo e non eletto ma non per rimuoverlo.
Ecco, legalità o legittimità? Questo dice il realismo con cui poi, con serietà, chi crede nel diritto internazionale, come noi che lo stiamo affermando, deve muoversi, avendo sempre a cuore il punto di partenza che è la dignità, l'autodeterminazione e il diritto alla legittimità di ogni popolo di autogovernarsi, ma in tutto questo rispettare ciò che è alla base del diritto internazionale e delle organizzazioni internazionali.
Approviamo l'azione di Trump? Era legale? No. Poteva e doveva essere legittima? Credo che su questo il realismo dice che vogliamo interpretare e difendere questa direzione, ma la legittimità di un intervento sta portando esattamente alla possibilità che in quel Paese, che per noi è strategico e fondamentale - e ha fatto bene lei, Ministro Tajani, a ribadirlo -, oggi più che mai forse si possano vedere quegli albori di una democrazia nuova e di un rispetto della dignità dei diritti delle persone e di un popolo che altrimenti erano ogni giorno calpestati, così come ogni giorno erano calpestati i diritti dei nostri 171.000 connazionali che lavorano e vivono in Venezuela e dell'oltre un milione di cittadini che hanno origini italiane. Questa è l'azione su cui tutto il Parlamento dovrebbe essere concorde .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Faraone. Ne ha facoltà.
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Io invidio l'onorevole Lupi e le sue certezze, perché sinceramente tutte le certezze che lui ha espresso io non riesco ad averle.
Intanto perché credo che, di fronte al che c'è stato in Venezuela da parte degli Stati Uniti d'America, abbiamo, da un lato, un sentimento che sicuramente è di gioia perché esserci liberati di un dittatore è un elemento importantissimo che naturalmente ci fa essere felici proprio così come lo sono stati gli 8 milioni di venezuelani che sono scappati da quel Paese, così come lo sono state le persone costrette a vivere in quel regime, con stipendi da 10 dollari al mese.
Stiamo parlando di una situazione in cui non c'è “Il sol dell'avvenire”, come cerca di farci vedere chi immagina che si possa contrastare un processo di neocolonialismo, un processo anche romantico del Venezuela. Quindi, sicuramente felici perché Maduro non è più lì a guidare quel Paese; dall'altro lato, però, lei ha omesso, Ministro, così come ha fatto Lupi, come hanno fatto gli esponenti di maggioranza, un altro aspetto che, invece, ha modificato, ha modellato la posizione dell'Italia nelle ore in cui è avvenuto il prelievo di quel dittatore da quel Paese, e cioè il fatto che immediatamente la Premier dichiara che è stata legittima difesa. E' un po' comico immaginare che Trump sia intervenuto per legittima difesa ma, in nome del suo europeismo, così come dice lei, Ministro Tajani, si discosta dalle dichiarazioni di tutti gli altri Capi di Stato europei e parla di legittimo intervento per legittima difesa.
Un minuto dopo - perché la Premier è stata anche abbastanza, diciamo, imprudente ad intervenire prima di ascoltare in conferenza stampa quello che ha detto Donald Trump - Donald Trump non parla più soltanto del caso Venezuela e non parla più soltanto di Maduro. Nella conferenza stampa di qualche ora dopo dichiara: prima cosa, che Machado non è la legittima vincitrice delle elezioni e che non è detto che sarà lei a guidare quel Paese, anzi, quella figura è destabilizzante per quel Paese. La seconda cosa che fa … io ricordo che Trump è colui che ha cambiato il nome al Golfo del Messico, è colui che ha posto il tema del Messico, del Canada come Paesi in cui si può intervenire in virtù della teoria per cui la sfera di influenza su quel continente lì spetta a lui … In quella conferenza stampa Trump parla di Groenlandia, cioè un Paese NATO, Unione europea, e mette sullo stesso livello il Venezuela e la Groenlandia.
Quindi, da un lato, ripeto, sono contento per l'intervento fatto su Maduro; dall'altro lato, Ministro Tajani, il tema è il diritto internazionale che non ci tutela più, perché chi ci dice: intervento dell'ONU... Intervento che deve essere deliberato da organismi che non hanno deliberato mai un tubo perché dove sta il diritto internazionale quando dal Venezuela sono dovuti scappare tutti quelli che sono scappati? Dove sta il diritto internazionale quando il Venezuela mette in carcere Trentini senza che abbia fatto nulla, se non il suo dovere di cooperante? Dove sta il diritto internazionale in Iran di fronte all'uccisione di manifestanti che liberamente esprimono il loro pensiero? Dove sta il diritto internazionale in tutto questo quadro internazionale? Però, dall'altro lato, dobbiamo anche capire cosa costruiamo in alternativa, Ministro Tajani, perché altrimenti qui siamo al film “Per un pugno di dollari”.
Quando un uomo col fucile incontra un uomo con la pistola, l'uomo con la pistola è un uomo morto perché non ci sono più confini, non ci sono più regole. Quindi, se da un lato posso dire: bene l'intervento in Venezuela, bene un intervento in Iran, di fronte ad un contesto come quello che stiamo vedendo, dove si parla addirittura di 12.000 morti, tra 2.000 e 12.000 morti per manifestazioni che volevano essere semplicemente espressione di un pensiero democratico; 2.000, lo dicono quelli del regime, quindi comunque non siamo sotto i 2.000… Di fronte a tutto questo, il quadro su cui dobbiamo interrogarci è cosa poniamo in alternativa rispetto a un mondo che si sta dividendo per sfere e influenze.
E lei, Ministro Tajani, sembra che questo non lo veda, così come non lo vede la Meloni, perché di fronte al mondo che si divide in sfere di influenza, con la Russia, da un lato, che pensa che la sua sfera di influenza sia l'Europa, gli Stati Uniti d'America con la teoria “Donroe” ribattezzata da Trump e la Cina dall'altro lato, gli unici che continuano a manifestare elementi liberali, di democrazia siamo noi europei.
Però per poter farla contare, la voce dell'Europa, dovremmo modificare le nostre istituzioni; dovremmo immaginare come farla pesare di più. Invece, lei si dice europeista ma il suo Premier è colei - e su questo lei non ci dice mai una parola, evita costantemente - che impedisce il rafforzamento dell'Unione europea; perché tutte le volte che le si pone…ad una che dice sempre di essere per l'elezione diretta pure dei capi-condominio … quando si parla di elezione diretta del Presidente della Commissione europea, la Meloni è contraria; quando si parla di rimozione del diritto di veto, la Meloni è contraria; quando si parla di esercito unico europeo, la Meloni è contraria.
Ma questa Europa come può pesare di più se non rafforza le sue istituzioni, se non rafforza la sua difesa e se non comincia a gridare che questo processo, che è messo in campo da Trump, dalla Cina e dalla Russia, è un processo che ci vede contrari? Questa voce, che dovrebbe essere unica, dovrebbe essere la voce anche dell'Italia. Invece dall'Italia abbiamo sentito - ripeto, unica in Europa - parlare di intervento legittimo, per legittima difesa.
Quindi il ragionamento che vorrei lei facesse in più, Ministro Tajani, oltre al racconto della cronaca sul Venezuela, che leggiamo sui giornali, è anche che ruolo vogliamo avere in Italia e che ruolo vuole avere l'Europa in questo contesto internazionale profondamente mutato.
Su tutto questo, purtroppo, non riuscite a dire una parola perché ogni volta che si parla di politica internazionale siete tre e tre posizioni politiche avete. “Non so, non rispondo”: Meloni; lei è sempre a favore della von der Leyen e Salvini è sempre contro la von der Leyen.
Quindi, credo che da questo punto di vista ci vorrebbe un minimo di credibilità da parte della guida di questo Paese, per cui lo sforzo che chiedo si faccia è che si immagini come costruire un percorso che sia effettivamente alternativo a ciò che rischia di essere l'apatia dell'Occidente rispetto ai cambiamenti in atto. E ciò, prendendo atto di una cosa, Ministro Tajani: non potete fare finta che l'amministrazione americana non abbia un'altra posizione politica rispetto a quella che ha avuto in tutta la sua storia da quando sono nati gli Stati Uniti d'America: che abbiano governato i democratici o i repubblicani è sempre stato così; sono sempre stati dalla parte dell'Occidente e il tema della difesa dei valori liberali e democratici è stato appannaggio dell'Europa e degli Stati Uniti d'America. Ministro, non è più così.
Ne prendete atto, vi svegliate e dite qualcosa oppure continuate a dire che va bene che Trump possa dichiarare che domani si prende la Groenlandia e dopodomani si prende un altro Paese? Sempre perché gli serve e sempre se decide naturalmente di mettere in campo, anche laddove avvia processi teoricamente positivi come la rimozione di Maduro… Chi è poi l'interprete di quando si accende la spia della democrazia e quando no? Cioè quando si decide che si tiene in campo un regime, quando si decide che quel regime è utile, se garantisce agli Stati Uniti d'America di avere il libero utilizzo del petrolio venezuelano e quando invece la democrazia non è in atto perché, di fatto, continua a esserci un regime… Su tutto questo continuo a vedere da parte del Governo italiano tanti atteggiamenti…
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). …ambigui, così come - chiudo, Presidente - credo che non ci debbano essere atteggiamenti ambigui rispetto a quello che sta succedendo in Iran e non sia possibile che le piazze, che si sono riempite giustamente quando erano in atto azioni militari violente a Gaza, non si riempiano oggi che contestualmente si sta verificando un elemento terribile…
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). …di azioni violente nei confronti di chi manifesta per la democrazia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Della Vedova. Ne ha facoltà.
BENEDETTO DELLA VEDOVA(MISTO-+EUROPA). Grazie, Presidente.
Io voglio esprimere una incondizionata soddisfazione per il rilascio di Alberto Trentini e di Mario Burlò e ringraziare, non retoricamente come è stato fatto, tutti coloro che hanno operato perché, con ritardo e dopo troppe sofferenze, sono stati liberati. E voglio anche esprimere l'incondizionata soddisfazione, insieme a milioni di venezuelani, per la rimozione del dittatore Maduro che ha guidato in modo illegittimo, per quel che riguarda certamente gli ultimi anni, il Venezuela, con una dittatura spietata, impoverendo un Paese altrimenti ricco, finendo la distruzione economica del Venezuela iniziata da Chávez, ospitando terroristi di Hamas, ospitando terroristi di Hezbollah, collaborando, per quel che era possibile, con la Russia, ed offrendo una sponda e petrolio ai cinesi.
Questa soddisfazione però ci mette dentro un dilemma che, forse, andrebbe affrontato con più precisione anche da parte sua, signor Ministro. Perché questa soddisfazione non può impedirci la piena valutazione del contesto in cui questo è maturato. È stato detto da tantissimi colleghi: Trump ha agito al di fuori di qualsiasi schema di diritto internazionale, di multilateralismo, in modo potente ma estemporaneo e al di fuori - lo ripeto - di qualsiasi cornice di legalità. Io sono trasecolato, non ho capito chi gliel'ha consigliato a Meloni quella sera di dire che era un intervento pienamente legittimo.
Mentre Trump faceva una conferenza stampa, il suo collega Rubio cercava di arginare dicendo no, ma è un mandato del Dipartimento della giustizia, che il Dipartimento della difesa ha eseguito. È solo legato al narcotraffico. E Trump, invece, a valanga, dava indicazioni di natura diversa.
Così come, signor Ministro, io sarei più prudente a dire che è in corso una transizione. Non c'è ancora la transizione. Trump non ha parlato di libertà e democrazia, ha parlato di petrolio e del fatto che forse la Rodríguez, e non la Machado - legittimata, la Machado, da un voto popolare che non riguardava direttamente lei ma che legittimava quella che aveva vinto nelle urne -, se fa quello che vogliamo noi sul petrolio, non sulla transizione democratica, potrebbe andare avanti.
Vede, signor Ministro, sulla questione iraniana - io leggo le cose, lei ne saprà più di me - in queste ore Trump ha detto ai rivoltosi, a chi protesta per la libertà contro la dittatura e la teocrazia più sanguinaria e vergognosa che c'è nel mondo, andate avanti a protestare: “”. Netanyahu ha riunito il consiglio di guerra proprio alle sei, ora italiana.
Quindi, non so voi cosa pensate, avrei voluto ascoltarlo. Siamo probabilmente nell'imminenza di un intervento armato militare americano e israeliano, non lo so. Queste informazioni sembrano andare in quella direzione.
BENEDETTO DELLA VEDOVA(MISTO-+EUROPA). Concludo, rispetto a tutto questo, l'Italia, l'Europa, cosa vogliamo fare? Io non l'ho capito. Il mondo è cambiato, Trump ha stravolto tutto. Vogliamo reagire o stiamo a fare gli spettatori e applaudire o no, a lamentarci o no, senza alcuna capacità di incisione?
Io riprendo e chiudo, signor Presidente, tre temi: l'Ucraina. La difesa dell'Ucraina è oggi la difesa del diritto internazionale e dobbiamo farlo noi europei, come non siamo riusciti a farlo in precedenza. La difesa europea e la politica estera europea vanno fatte, ma spieghi a Meloni che non si possono fare difendendo il diritto di veto. Perfino sul Mercosur siete riusciti a fare la cosa giusta mentre Macron, su questo, faceva la cosa sbagliata, grazie al fatto che avete potuto decidere con una maggioranza escludendo i diritti di veto. Abbiamo bisogno degli Stati Uniti d'Europa sempre di più, per difendere quel che può essere ripreso e rilanciato di un mondo che non si basi solo sul diritto del più forte ma sul diritto internazionale e sui diritti umani .
PRESIDENTE. È così esaurita l'informativa urgente.
PRESIDENTE. Colleghi, passiamo agli interventi di fine seduta. Ha chiesto di parlare l'onorevole Chiara Gribaudo. Ne ha facoltà.
CHIARA GRIBAUDO(PD-IDP). Grazie, grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, vorrei ricordare anche in quest'Aula il senatore, ma era stato deputato, Natale Carlotto venuto a mancare qualche giorno fa, a 94 anni. Una figura che ha saputo testimoniare con la propria vita, col proprio valore, l'impegno civile della coerenza, della responsabilità verso la propria comunità.
Grande dirigente della Democrazia Cristiana, della Coldiretti a cui si è dedicato fino agli ultimi giorni della sua vita con grande passione e con grande devozione, davvero. Nella sua biografia, che volle donare a tutte le biblioteche civiche della provincia, Carlotto scriveva: sono nato a Ceva, in frazione San Bernardino, nella cascina Coca, il 18 aprile 1931. I miei genitori erano contadini. E contadino è rimasto per tutta la vita, orgoglioso di questa identità, anche quando sedeva in quest'Aula.
Ricordare Natale Carlotto non significa soltanto rendere omaggio a una persona, ma riaffermare un'idea di Paese fondata sulla dignità del lavoro, sulla giustizia sociale e sulla partecipazione democratica. Valori che non sono mai astratti ma che vivono nelle scelte quotidiane di donne e uomini che decidono di non voltarsi dall'altra parte e lui era proprio così. Natale Carlotto è stato uno di questi. Con discrezione e senza mai cercare riconoscimenti, ha voluto mettere il proprio tempo, le proprie energie e le proprie convinzioni al servizio degli altri, lasciando un segno profondo nelle relazioni umane e nei percorsi collettivi che ha attraversato e che ha generato.
Il suo esempio ci ricorda che l'impegno non è fatto di parole altisonanti ma di perseveranza, di ascolto, di senso del dovere. In un tempo come il nostro, segnato da incertezze, da fratture sociali sempre più profonde, la sua testimonianza ci interroga e ci chiama alla responsabilità, ci ricorda che la politica, nel suo significato più alto, è cura, è attenzione verso chi resta indietro, è costruzione paziente di legami e diritti. A sua moglie Isa, ai suoi figli, alla sua famiglia grande e bella vanno naturalmente non solo le nostre condoglianze ma tutto il nostro vicino e rispettoso cordoglio. Custodire la memoria di Natale Carlotto significa scusate. Dicevo, significa continuare a credere che l'impegno quando è autentico non si esaurisce con la vita, ma continua a generare futuro.
Ne è stato un esempio la legge che porta il suo nome, un modello ancora oggi in parte inattuato ma visionario sul tema dell'agricoltura e della montagna. Conteneva quello di cui parliamo ora, il Fondo per la Montagna, norme contro lo spopolamento, le pluriattività agricole, l'attenzione alla scuola, ai trasporti e alle aree interne. Scrisse la riforma anche dei patti agrari, presentò proposte concrete sulla gestione delle risorse idriche e sui temi della siccità, temi che oggi sono prepotenti o dovrebbero esserlo nella nostra agenda, invece, insomma, così e così.
Aveva capito, decenni prima di noi, che la montagna non doveva essere uno spazio marginale ma un territorio vivo, abitato, produttivo, da preservare con lungimiranza. La montagna piemontese italiana gli dice grazie senza retorica, perché, grazie a uomini come lui, la nostra terra, le nostre valli, i nostri agricoltori hanno avuto voce anche in quest'Aula e continueranno ad averla, guidati dal suo esempio. Grazie, caro senatore Carlotto, la Granda e il nostro Paese non ti dimenticherà .
PRESIDENTE. Grazie a lei per questo suo appassionato e sincero ricordo. Ha chiesto di parlare l'onorevole Fornaro. Ne ha facoltà.
FEDERICO FORNARO(PD-IDP). Grazie, signor Presidente. È scomparso ieri, all'età di 85 anni, Giovanni Manzolini, deputato nella X legislatura. Laureatosi in giurisprudenza, dal 1970 divenne giornalista presso la Rai, dove diverrà uno dei volti più noti del TG2 riforma. Iscritto al Partito Socialdemocratico dal 1965, fu eletto segretario della Federazione giovanile socialdemocratica, prima e durante l'unificazione socialista del 1966, componente dell'ufficio politico della IUSY, dell'Internazionale giovanile socialista, di cui fu anche vicepresidente. Eletto per la prima volta nella direzione nazionale socialdemocratica nel 1980, ricoprì numerosi incarichi fino a diventare vicesegretario nazionale.
Fu eletto deputato il 15 giugno del 1987 nella circoscrizione dell'Abruzzo con oltre 6.600 preferenze. Non fu più rieletto nel 1992, dove arrivò quinto nella lista del Partito Socialista. Persona colta, attenta, intellettualmente curiosa.
Fu uno dei collaboratori più vicini e fidati di Pier Luigi Romita, sia nel periodo in cui ricoprì l'incarico di segretario nazionale del Partito socialdemocratico, sia nella corrente della sinistra socialdemocratica. Nel 1988 partecipò, insieme ad alcuni deputati, alla scissione che diede vita all'UDS (Unità e Democrazia Socialista), che nel 1989 confluì nel PSI, in cui si candidò, poi, nelle elezioni del 1992.
Dalla diaspora socialista seguita alle vicende del 1992 alla scomparsa di fatto di quel partito, non trovò più una casa che sentisse veramente coincidente con i suoi valori e i suoi ideali, ma continuò ad avere una straordinaria passione per la politica e per la cultura politica. Alla famiglia giungano, quindi, le condoglianze di questo Parlamento. Personalmente, credo che sia giusto dedicargli queste parole: ciao Gianni, che la terra ti sia lieve, amico mio .
PRESIDENTE. Grazie anche a lei, onorevole Fornaro, per questo suo ricordo.
Ha chiesto di parlare, per il ricordo di un altro parlamentare, l'onorevole Urzi'. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO URZI'(FDI). La ringrazio, Presidente. Solo ieri ci ha lasciato il senatore Roland Riz. Io ritengo di avere un dovere morale, Presidente, in quanto capogruppo in Commissione affari costituzionali del primo partito della Nazione, di onorare chi ha avuto anche l'onore di poter presiedere quella Commissione tanto importante nell'assetto parlamentare. Non è un personaggio, Presidente, il senatore Riz, che appartiene alla mia parte politica, non appartiene neanche al mio gruppo linguistico. La provincia di Bolzano è una provincia particolare, dove le appartenenze linguistiche sono un segno di appartenenza e di differenza fra le persone, che pure convivono le stesse sorti del territorio. Avverto, però, proprio e soprattutto per questo, l'esigenza di esprimere queste parole.
Riz fu anche il Presidente - l', si dice - del principale partito di rappresentanza della minoranza linguistica tedesca in provincia di Bolzano, la Südtiroler Volkspartei, ma è stato un po' tutto: vice sindaco del comune di Bolzano, poi dal 1958 deputato fino al 1987, e poi al Senato fino al 1996. È stato anche presidente della Commissione giustizia al Senato.
Il senatore Riz, Presidente, affrontò la sfida della rappresentanza di un territorio tanto complesso, come quello dell'Alto Adige, con rigore e anche molto senso di responsabilità verso la sua comunità, la sua comunità linguistica, ma anche con enorme rispetto verso tutte le componenti culturali e linguistiche del territorio, meritandosi autorevolezza e riconoscimenti trasversali anche da parte italiana.
La sua competenza fu messa al servizio di soluzioni che avevano sempre l'ambizione - perlomeno l'ambizione - di essere condivise. Fu espressione certamente del suo tempo e della sua parte politica, con le rigidità dell'epoca, ma ebbe la capacità di cogliere con garbo e signorilità, negli anni del suo servizio parlamentare, lo spirito positivo della comunità nazionale italiana, con cui ebbe sempre un rapporto di reciproca stima e collaborazione. Non era scontato, Presidente, mi creda, allora questo tipo di rapporto. Oggi è tutta un'altra epoca. Anzi, oggi possiamo riconoscere tutto questo come un merito prezioso su cui poggiano le basi del dialogo attuale .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Appendino. Ne ha facoltà.
CHIARA APPENDINO(M5S). Grazie, Presidente. Ieri ero ai cancelli di Konecta, e voglio portare la loro voce qui: parliamo di 1.100 lavoratori e lavoratrici che, questa mattina, hanno scioperato davanti alla regione Piemonte perché quello che stanno vivendo e gli stanno raccontando come una riorganizzazione, in realtà, è una dismissione mascherata, e intervengo, Presidente, perché ci riguarda tutti. Vede, non è dignitoso e non è accettabile che si proponga, come stanno facendo, a un settore in cui ci sono lavoratrici sottopagate, con contratti con poche ore, il trasferimento in un'altra sede, in un'altra città: questo è un licenziamento mascherato, non è una proposta di lavoro. Ci riguarda, Presidente, perché non è accettabile permettere la desertificazione di province, di territori. Non rimarrà niente lì. Asti ha già perso tantissimo.
Ci riguarda, perché il Governo, Presidente, ha un obbligo morale, ha un dovere. L'intelligenza artificiale sta cambiando, trasformando, massacrando - diciamo come vogliamo - interi settori. Serve formazione, serve politica industriale seria, serve occuparsi di questa vicenda, perché, se non te ne occupi, sei responsabile moralmente di disoccupazione e di sussidi.
Allora, Presidente, intervengo e chiudo: sa perché voglio farlo qui, in quest'Aula? Perché noi abbiamo anche un altro dovere morale e, cioè, il richiamo alla responsabilità sociale, perché, in questo caso, i committenti non sono aziende qualunque, sono aziende che hanno commissioni dallo Stato, sono aziende in cui, in parte, c'è anche una partecipazione indiretta o diretta dello Stato. Allora, diciamoli questi nomi: ENI, Edison, Trenitalia, Mediolanum, solo per citarne alcuni; Mediolanum, ovviamente, non riguarda la partecipazione dello Stato. Ma possibile che non ci sia un coinvolgimento morale, etico di queste aziende che hanno e sono committenti ? Sono responsabili anche loro dei posti di lavoro di queste persone.
Presidente, credo che ci sia tanto bisogno di noi, tutti: non è una questione politica di una bandiera. Credo che ci sia tanto bisogno di responsabilità sociale, ci sia tanto bisogno di avere il coraggio di scegliere da che parte stare. Noi stiamo con loro e continueremo a farlo. Presidente, tramite lei, lo dico all'Aula: facciamolo tutti, perché non possono essere abbandonati .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Piero Fassino. Ne ha facoltà.
PIERO FASSINO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Nella mattinata ci ha lasciato Rolando Nannicini, un parlamentare che ha vissuto in quest'Aula per tre legislature, prima sindaco di Montevarchi, uomo di grandissima esperienza istituzionale, politica e parlamentare.
Per chi, come me, lo ha conosciuto e per la generazione più giovane che lo ha conosciuto, Nannicini era davvero un maestro: membro della Commissione bilancio, per tre legislature è stato relatore per la maggioranza sulla legge di bilancio, con un'esperienza, una competenza, una capacità di penetrazione degli argomenti e dei temi di rara perizia, tanto che gli veniva riconosciuta un'autorevolezza da parte dei parlamentari e dei colleghi di tutti i gruppi parlamentari.
Era un uomo che veniva dalla Toscana e aveva maturato la sua esperienza politica in una terra nella quale la cultura di Governo permea la vita di ogni comunità. Ed era portatore qui di una cultura di Governo, espressione di un vero pensiero riformista, alieno da ogni forma di demagogia, capace di misurarsi con ogni problema e di sfidare sempre sé stesso e ogni interlocutore a misurarsi con i problemi e a cercare le soluzioni possibili e praticabili.
È stato davvero un uomo importante per la vita politica di questa assise negli anni, nelle tre legislature in cui ha seduto su questi banchi, ed è stato un punto di riferimento in Toscana e in Italia per molti, per la sua cultura, per la sua passione, per la sua competenza e per la sua generosità.
A lui e al figlio Tommaso, che continua un impegno politico sulla stessa scia, e a tutti i familiari e ai compagni che lo hanno conosciuto, la nostra amicizia e la nostra vicinanza .
PRESIDENTE. In questo fine seduta abbiamo ricordato diversi parlamentari che non ci sono più e l'esempio che hanno dato e ciò che hanno lasciato, e la passione che ognuno di voi ha messo negli interventi lo dimostra.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
S. 1718 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 21 novembre 2025, n. 175, recante misure urgenti in materia di Piano Transizione 5.0 e di produzione di energia da fonti rinnovabili (Approvato dal Senato).
(C. 2758)
: IAIA, per l'VIII Commissione; ANDREUZZA, per la X Commissione.
2.
3.