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Lunedì 19 Gennaio 2026 ore 10:00
AULA, Seduta 596 - Decreto ex Ilva e legge annuale piccole e medie imprese
Resoconto stenografico
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Nella seduta oedierna si sono svolte le seguenti discussioni generali: disegno di legge di conversione, con modificazioni, del decreto 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex ILVA disposizioni urgenti in materia di termini normativi (Approvato dal Senato) (C. 2761) e disegno di legge: Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato) (C. 2673-A).
XIX LEGISLATURA
596^ SEDUTA PUBBLICA
Lunedì 19 gennaio 2026 - Ore 10
1. Discussione sulle linee generali del disegno di legge:
S. 1731 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex ILVA (Approvato dal Senato). (C. 2761)
Relatore: DI MATTINA.
2. Discussione sulle linee generali del disegno di legge:
S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato).
(C. 2673-A)
Relatore: PIETRELLA.
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- Lettura Verbale
- Missioni
- Disegno di legge: S. 1731 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva (Approvato dal Senato) (A.C. 2761) (Discussione)
- S. 1731 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex ILVA (Approvato dal Senato).(C. 2761)
- Discussione sulle linee generali - A.C. 2761
- Vice Presidente ASCANI Anna
- Deputato DI MATTINA Salvatore Marcello (LEGA - SALVINI PREMIER)
- Sottosegretaria di Stato per le Imprese e il made in Italy BERGAMOTTO Fausta
- Deputato STEFANAZZI Claudio Michele (PARTITO DEMOCRATICO - ITALIA DEMOCRATICA E PROGRESSISTA)
- Deputato BICCHIELLI Pino (FORZA ITALIA - BERLUSCONI PRESIDENTE - PPE)
- Deputato FERRARA Antonio (MOVIMENTO 5 STELLE)
- Deputato CARAMANNA Gianluca (FRATELLI D'ITALIA)
- Repliche - A.C. 2761
- Annunzio di questioni pregiudiziali - A.C. 2761
- Discussione sulle linee generali - A.C. 2761
- S. 1731 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex ILVA (Approvato dal Senato).(C. 2761)
- Disegno di legge: S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato) (A.C. 2673-A) (Discussione)
- S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato) (C. 2673-A)
- Discussione sulle linee generali - A.C. 2673-A
- Repliche - A.C. 2673-A
- S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato) (C. 2673-A)
- Ordine del giorno della seduta di domani
PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
FILIBERTO ZARATTI, legge il processo verbale della seduta del 16 gennaio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 71, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2761: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La X Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Salvatore Marcello Di Mattina.
SALVATORE MARCELLO DI MATTINA, Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge di conversione in legge del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva. Ricordo che il provvedimento è stato pubblicato in il 1° dicembre 2025 ed è stato assegnato in prima lettura al Senato, che ne ha concluso l'esame, dopo l'approvazione di alcuni emendamenti, il 14 gennaio 2026.
Il disegno di legge, poi, è stato trasmesso alla Camera dei deputati e assegnato, in sede referente, alla X Commissione, che ne ha concluso l'esame, senza approvare emendamenti, il 15 gennaio 2026, conferendo il mandato al relatore a riferire favorevolmente in Assemblea. Segnalo, inoltre, che le Commissioni I, VIII e XI, competenti in sede consultiva, hanno espresso parere favorevole sul provvedimento e che il Comitato per la legislazione ha reso il proprio parere articolo 96-, comma 1, del Regolamento. Il provvedimento, originariamente composto da 5 articoli, risulta ora composto da 6 articoli. Ne propongo qui, di seguito, una sintetica illustrazione.
L'articolo 1 autorizza Acciaierie d'Italia Spa a utilizzare le somme residue, trasferitele precedentemente da Ilva Spa, attualmente pari a 108 milioni di euro, per una finalità ulteriore rispetto a quelle indicate nella norma che ne disponeva l'erogazione, ossia per garantire la continuità operativa degli impianti da essa gestiti. Il comma 1-, aggiunto nel corso dell'esame parlamentare al Senato, rimodula nel triennio 2026-2028 la validità del Fondo, dalla dotazione di un milione di euro annui, istituito a sostegno delle imprese dell'indotto di Ilva.
L'articolo 2 integra la disciplina del Fondo per gli indennizzi dei danni agli immobili derivanti dall'esposizione prolungata all'inquinamento provocato dagli stabilimenti siderurgici di Taranto del gruppo Ilva, al fine di consentire, a decorrere dall'esercizio 2025, di incrementare gli indennizzi già pagati, nei casi in cui l'importo liquidato sia inferiore a quello riconosciuto, con priorità per i soggetti che hanno subito la decurtazione percentuale più elevata.
L'articolo 3 specifica che le imprese di interesse strategico nazionale in amministrazione straordinaria non liquidatoria, ammesse al programma di cessione dei complessi aziendali, non sono da ritenersi in stato di difficoltà. Con una modifica apportata durante l'esame parlamentare al Senato, è stato espunto il riferimento alla possibilità, per tali imprese, di accedere alle agevolazioni previste per far fronte al forte consumo di energia elettrica. L'articolo 3 ribadisce, infine, che l'amministrazione straordinaria di un'impresa di interesse strategico nazionale può accedere agli incentivi del Fondo per la transizione energetica nel settore industriale.
L'articolo 3-, aggiunto nel corso dell'esame parlamentare al Senato, prevede la facoltà di erogare un finanziamento a titolo oneroso fino a 149 milioni di euro per l'anno 2026 in favore di Ilva Spa, con lo specifico fine di garantire la continuità produttiva degli stabilimenti di interesse strategico nazionale, qualora la procedura di cessione a terzi non si concluda entro il 30 gennaio 2026. L'erogazione di tale finanziamento è disposta con decreto interministeriale, previa richiesta dell'organo commissariale, che, a tal fine, deve presentare un piano di gestione transitoria. Il finanziamento è erogato applicando un tasso di interesse pari al tasso di riferimento maggiorato di 400 punti base, e la restituzione deve avvenire entro 6 mesi dall'erogazione. La norma stabilisce che il rimborso avvenga a valere sul ricavato della cessione del compendio aziendale, in prededuzione e con priorità assoluta rispetto a ogni altro credito della procedura diverso dai crediti per retribuzioni e indennità dovute ai lavoratori subordinati.
L'articolo 4 reca uno stanziamento in favore della società Acciaierie d'Italia Spa pari a 8,6 milioni di euro per l'anno 2025 e 11,4 milioni per l'anno 2026, al fine di integrare la misura del trattamento di integrazione salariale straordinaria percepito, negli anni 2025 e 2026, dai lavoratori dipendenti dei relativi stabilimenti produttivi. Tale integrazione è disposta anche in relazione alla formazione professionale per la gestione delle bonifiche. Il medesimo articolo definisce le modalità di accredito e di rendicontazione delle risorse in oggetto. Gli oneri inerenti a queste ultime sono reperiti a valere sul Fondo sociale per occupazione e formazione.
L'articolo 5 dispone che il decreto-legge entri in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione in .
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo.
FAUSTA BERGAMOTTO,. Nulla da aggiungere, Presidente. Grazie.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Stefanazzi. Ne ha facoltà.
CLAUDIO MICHELE STEFANAZZI(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Sottosegretaria, prima di ogni altra considerazione è necessario ricordare l'ennesima vittima di questa fabbrica. Come sapete, è un ragazzo di 47 anni, Claudio Salamida, che lascia un figlio di 3 anni e una moglie. La tragedia di Claudio è la stessa, purtroppo, di decine di altri operai che hanno perso la vita in questi anni, che sono drammi familiari, evidentemente, ma che hanno anche un riverbero sulla comunità, soprattutto su quella tarantina; una comunità - questo dobbiamo dirlo in maniera chiara - a cui la politica, in questi anni, non è riuscita a dare né risposte, né rassicurazioni. Quella che si respira oggi a Taranto è l'aria di un ennesimo, disperato, lutto, e a Taranto, come in tutte le altre città, le altre comunità su cui insiste Ilva, si vive uno stato di perenne sospensione.
Come ho detto prima, la responsabilità politica di questo stato è evidentemente risalente nel tempo, ma è indubbio che il Governo Meloni sia riuscito, in questi 3 anni e poco più, in una impresa al limite dell'impossibile: di fatto, cancellare qualsiasi futuro per l'ex Ilva. La fabbrica è un presidio fondamentale per il nostro Paese, e su questo credo che siamo tutti d'accordo, eppure cade a pezzi. Nel corso di questa legislatura sono stati adottati una decina di provvedimenti emergenziali, 4 solo nel 2025, che non hanno risolto nulla, se non garantire una continuità produttiva a fronte del fatto che quella aziendale, come è noto, ce la siamo giocata ormai da tempo, senza incidere sulle questioni relative alla sicurezza ambientale, sanitaria, occupazionale e umana.
E nonostante Ilva sia, nell'accezione di qualunque gruppo politico, considerata fondamentale per la storia e il futuro del nostro Paese, la Presidente del Consiglio è riuscita in questi anni a tenere un atteggiamento di assoluta assenza dal dibattito relativo a Ilva; un silenzio che potremmo definire tombale, che, invece, avremmo a volte voluto ascoltare dal Ministro Urso, il quale, in questi anni, ci ha deliziato con tutta una serie di considerazioni e dichiarazioni spesso incredibilmente contraddittorie fra loro.
Oggi le comunità coinvolte nel dramma Ilva ricevono l'ennesima promessa. La gara per la cessione, la sbandieratissima gara per la cessione, su cui il Ministro Fitto prima e il Ministro Urso poi hanno lavorato, è stata talmente fallimentare che, come è noto, il gruppo che la intende rilevare se l'è cavata con un'offerta simbolica di un euro. E questo andrebbe persino bene, salvo che, come sempre succede con il Governo Meloni e con la vicenda Ilva, tutto appare circondato da un alone di assoluto mistero.
C'è un'incertezza assoluta sugli investimenti e sulla prospettiva che servirebbe a rendere Ilva quello che dovrebbe essere, e cioè una fabbrica, un'industria strategica, capace di produrre senza ammazzare le persone. Eppure il Partito Democratico, nell'interesse delle comunità coinvolte, nell'interesse del Paese, nell'interesse degli operai e nell'interesse dei vari indotti produttivi, continua ancora a credere e ad avere speranza che Ilva possa diventare, finalmente, un capitolo positivo di questo Paese.
Vogliamo immaginare che questo maledetto incubo possa finalmente chiudersi per aprire un capitolo nuovo nella storia della maledetta fabbrica, e continuiamo ad avere un atteggiamento propositivo. E questo atteggiamento si è tradotto, durante l'esame del provvedimento, in decine di proposte, emendamenti che abbiamo elaborato sempre nel merito, entrando in ogni singola questione, che però, come accade nella prassi del Governo Meloni, sono stati completamente respinti o forse, peggio ancora, nemmeno presi in considerazione.
Abbiamo chiesto, in spirito di assoluta collaborazione, che lo Stato ponesse alcune condizioni alla vendita del complesso, in modo da avere delle garanzie indispensabili perché il passato non si ripeta, ed è proprio sul passato che vorrei soffermarmi brevemente. Quando abbiamo appreso della notizia dell'azione nei confronti di Mittal, non nascondo che almeno io ho dovuto frenare la tentazione di uscire per dire: ve lo avevamo detto. Perché sono anni che i pugliesi provano a spiegare al Paese e ai vari Governi che si sono succeduti una cosa, direi, ovvia, banale.
Primo, Mittal ha gestito Ilva solo con l'intento di chiuderla, di sbarazzarsi del suo principale e di accaparrarsi la maggior parte delle quote acciaio che, con la chiusura di Ilva, sarebbero state rimesse in circolo in Europa. E questa ovvietà è stata ripetuta da tanti, compreso il sottoscritto, in questi anni, varie volte. Se quest'Aula contasse ancora qualcosa, signora Sottosegretario, se i parlamentari avessero ancora un ruolo in questo Paese e non fossero costretti a farle perdere il tempo, come questa mattina, il Governo non avrebbe potuto voltarsi dall'altra parte davanti a un'affermazione circostanziata e, mi permetta di dire, ovvia.
Quindi, va benissimo l'azione nei confronti di Mittal, ma quest'azione non cancella le gravissime responsabilità che il Governo Meloni ha maturato in questi anni. Mai più, quindi, una ArcelorMittal Taranto, mai più soggetti indifferenti ai destini della fabbrica e al futuro della siderurgia italiana, perché poi, guardi, alla fine è questo il tema: noi non stiamo difendendo soltanto una comunità o una storia, stiamo difendendo un strategico di questo Paese, e questo problema credo che debba essere condiviso da maggioranza e opposizione. Mai più indifferenza rispetto alla salute di chi lavora e di chi ci vive intorno.
Per questa ragione, tra i tanti emendamenti che abbiamo presentato, cercavamo di stringere le maglie del rapporto con il potenziale acquirente, avendo garanzie vere sul rilancio industriale, che non ci sono; garanzie vere sulla bonifica ambientale, che non ci sono; garanzie vere sul mantenimento dei livelli occupazionali e della sicurezza degli impianti, che non ci sono. Soprattutto, garanzie sul processo di decarbonizzazione, perché l'unico modo per non prenderci in giro e per sperare che Ilva torni ad essere un produttivo è che, finalmente, si vari e si completi il processo di decarbonizzazione.
Direi il minimo sindacale come richieste, per evitare che questo percorso, che stiamo per intraprendere, si concluda con l'ennesimo fallimento. Però nessuna di queste richieste è stata, come ho detto, minimamente accolta o esaminata dalla maggioranza e dal Governo. E ancora una volta, quindi, ci consentirete che il dubbio che il Governo stia navigando a vista, come ha fatto in questi anni, intorno al caso Ilva, viene a galla. E dall'altra parte - mi consenta questa parentesi - la cosa non ci sorprende nemmeno più di tanto, considerando che veramente non vi riesce di azzeccarne una sul fronte delle attività produttive e dello sviluppo industriale.
Io non vorrei ripetere una cosa che è stata detta tante volte, però davvero, in un Paese normale, un Governo che, per 30 mesi su 36, assiste al calo della produzione sarebbe andato a casa, perché non è possibile, è incredibile che non si riesca, in una congiuntura internazionale che non è nemmeno così drammatica, guerre a parte, perché il resto delle economie, comunque, riesce a crescere, l'attività produttiva nel resto d'Europa e del mondo comunque cresce, mentre noi non riusciamo a uscire da questo , ed è una cosa che lascia senza parole.
Questo decreto, tornando al decreto, come ho detto, quindi, non ha alcun contenuto di novità rispetto ai precedenti provvedimenti: l'ennesimo prestito ponte, che serve solo a mantenere a galla la fabbrica nell'ipotesi in cui non dovesse arrivare la cessione; proroga di breve periodo delle misure di sostegno al reddito per migliaia di dipendenti; una somma veramente irrisoria stanziata per l'indotto. Qui apro un'ulteriore parentesi: quello dell'indotto è un dramma nel dramma, di cui il Governo continua a non occuparsi.
L'attenzione si rivolge a Ilva, quel poco di attenzione raffazzonata che si è rivolta a Ilva, e si continua a ignorare il fatto che, in questi anni, grazie a questo atteggiamento assolutamente inefficiente da parte del Governo, il sistema imprenditoriale che gravava intorno a Ilva, lentamente, ma inesorabilmente, si è spento, si sta spegnendo. Pochi sono stati gli imprenditori che hanno avuto la capacità di diversificare, di individuare nuovi committenti o, in alcuni casi, di modificare gli produttivi e andare in altri settori. Pochi, la maggior parte è ancora ancorata in un'area geografica, signora Sottosegretaria, in cui - non so se lo sa - ricorrere all'impiego bancario è sostanzialmente impossibile.
Quindi, in un'area già svantaggiata sotto il profilo finanziario in maniera generalizzata, queste imprese sono state letteralmente abbandonate a loro stesse in questi anni; sono state costrette a umiliarsi per chiedere di essere ascoltate dal Governo e, come ho detto, la conseguenza è stata che molte di queste sono letteralmente scomparse. Manca ancora una volta un quadro non dico di lungo periodo - ci mancherebbe - ma anche di medio periodo; qualcosa in più di una cassa integrazione prorogata di anno in anno per i dipendenti dell'acciaieria, qualcosa in più dell'avanzamento lento, in maniera esasperante, delle bonifiche. Anche con riferimento al tema delle bonifiche posso anche ammettere che il Governo possa avere avuto difficoltà oggettive nel risolvere la questione industriale, ma vivaddio: le bonifiche sono un segnale della presenza dello Stato, sono un modo attraverso il quale lo Stato dà il segno che a Taranto qualcosa lo vuole fare. E, invece, voi che avete fatto? Avete sottratto risorse a chi ha la possibilità, avrebbe la possibilità di partire con un'attività di bonifica vera.
Allora, quantomeno, cominciate a rimettere i soldi che avete tolto. Immaginate per Taranto un futuro che, nel frattempo in cui capiamo che cosa succederà all'industria, serva quantomeno a dire ai tarantini: stiamo intervenendo sul dramma ambientale. Perché, guardi, anche ammesso che riuscissimo a invertire il grazie al nuovo acquirente, le garantisco che i danni fatti, che sono tutti nel processo in corso, stanno lì e in qualche modo bisogna iniziare a intervenire in maniera sostanziale; peraltro, se si intervenisse con una idea programmatica, a Taranto si potrebbe sviluppare, potrebbe nascere un'industria delle bonifiche che potrebbe essere utile a questo Paese per sviluppare un ulteriore da esportare.
E, poi, c'è una cosa inquietante - veramente da pugliese lo dico con grande preoccupazione - ossia il silenzio assoluto sul tema sanitario. Sono anni che chiediamo nuove valutazioni sul rischio che corrono i cittadini di Taranto. Vi sono studi ormai, direi in maniera univoca al riguardo; e non sono solo studi nazionali, vi sono anche studi internazionali, uno condotto dalla Harvard Medical School sui bambini, sulle placente dei bambini: gli studi dicono chiaramente che il nesso causale fra la presenza della fabbrica e l'incidenza, più che proporzionale, di alcune malattie sulla vita di bambini e adulti a Taranto è dimostrato. E, di fronte, a questi timori, a queste malattie accertate, alle morti premature, il Governo non ha fatto nulla. Anzi, peggio, ha voltato la testa dall'altra parte e ha preferito operare forzature sugli organi di presidio a tutela della salute pubblica affinché certi limiti potessero essere superati e affinché alcune violazioni potessero essere taciute; perché solo in questo modo era possibile affrontare una gara. Solo forzando il dato sanitario era possibile convincere qualcuno a venire a Taranto ad investire.
La cosa ancora più grave è che il Governo sta sabotando, e lo dico con cognizione di causa, gli sforzi che la regione Puglia sta facendo nel campo della ricerca e della cura.
Chiedo una cosa, suo tramite, Sottosegretaria, e spero possa inoltrarla al Ministro della Salute e al Ministro dell'Economia: perché state bloccando la qualificazione degli ospedali di Lecce e di Taranto, cioè quelli che presidiano l'area ionico-salentina che è stata massacrata dai fumi di Ilva? Perché state bloccando la nascita dei due policlinici universitari? Perché in questo modo state mettendo in discussione la possibilità con riferimento alle facoltà di Medicina di Taranto e di Lecce… ancora una volta nell'arco ionico-salentino, funestato dai fumi dei Ilva grazie ai venti prevalenti, in cui potrebbero cessare le attività per mancanza di policlinici universitari? Ora è necessario vigilare perché questa fase così delicata, questo passaggio non si chiuda con l'ennesima .
Vedo il Governo, il Ministro Urso, fiducioso e questa cosa mi preoccupa; mi preoccupa soprattutto perché, da economista di serie C, ricordo a me stesso che il fondo, che stiamo trattando, è un fondo di investimento, quindi si muove con intenti speculativi. Mi chiedo che cosa ci sia, quale sia la prospettiva finanziaria di un'azienda che, in questo momento, non è assolutamente interessante per un soggetto che non abbia un industriale. Quindi, mi chiedo, se dietro la proposta di Flacks, non ci sia una fregatura o, ancora una volta, non sia un modo per gettare fumo negli occhi agli italiani, con una proposta che però rischia di non avere, per oggettivi limiti, la possibilità di andare avanti. Per questo vi chiedo, per una volta, su questo passaggio delicato: siate trasparenti, venite in Parlamento, informateci. Non ripetiamo i balletti degli anni tra Fitto e Mittal, in cui si facevano accordi segreti su che cosa non si è mai capito. È un momento che va condiviso. Venite in Parlamento, informateci su come evolve la situazione delle trattative e come il possibile acquirente intenda affrontare il tema industriale. Perché questo oggi è assolutamente ignoto.
Non è possibile, non è più il tempo di ipotecare il futuro della siderurgia italiana e i destini delle comunità vicine a Ilva per incapacità o, non so, menefreghismo. La storia, fino ad oggi, ci dice che tutti i vostri annunci sono rimasti assolutamente lettera morta. Tutte le promesse che, non molto tempo fa - io ero presente a quell'incontro - appena pochi mesi fa, a luglio, il Ministro Urso ha fatto al Ministero, alle comunità locali, si sono dissolte come neve al sole.
In questi anni, in questi tre anni, voi non avete gestito la crisi Ilva, l'avete semplicemente rincorsa. Adesso non è più possibile, siamo oltre il tempo limite che ci è consentito da questa vicenda.
Per Taranto, per i tarantini e per tutte le comunità italiane interessate dalla vicenda Ilva ci auguriamo non solo che la cessione degli stabilimenti avvenga - e, nelle more che questo succeda, Sottosegretario, vi prego di continuare a valutare la possibilità che lo Stato rimanga nell'orbita dell'operazione Ilva -, ma che, attraverso la permanenza, si consenta di seguire più da vicino, con un interesse diretto, i passi futuri che verranno compiuti da chi comprerà. Perché questo è il momento di imprimere una svolta a una storia che, fino ad adesso, avete gestito in maniera tremenda .
PRESIDENTE. Grazie, onorevole. Saluto studenti, studentesse e docenti della Direzione didattica “Secondo circolo Ammeto Marsciano” di Perugia, che assistono ai nostri lavori dalle tribune .
È iscritto a parlare il deputato Pino Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI(FI-PPE). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, signora Sottosegretario, l'Ilva, sicuramente, rappresenta per il nostro Paese, in particolare per il Mezzogiorno, una ferita ancora aperta nel cuore della nostra società. È una promessa non mantenuta, uno strappo profondo nell'equilibrio fragile tra il diritto al lavoro, la tutela della salute e il benessere della comunità.
Per decenni, Taranto e i suoi abitanti hanno vissuto questa contraddizione: da un lato, un'industria che ha portato occupazione e sviluppo economico e, dall'altro, un prezzo insopportabile in termini di inquinamento, malattie e degrado ambientale. È una storia di sogni infranti, di famiglie divise tra la necessità di un reddito e la paura per la propria vita; un simbolo di come il progresso industriale possa trasformarsi in un incubo, se non governato con saggezza. Oggi la politica è chiamata a sanare questa ferita, a ripristinare quell'equilibrio perduto, dopo anni di incuria e di errori. Non possiamo delegare tutto ai privati; il loro ruolo è sicuramente essenziale, non solo per offrire opportunità di crescita e innovazione, ma anche per curare l'ambiente che circonda le loro attività.
I privati portano energia, risorse, , ma spetta alla politica definire paletti chiari, confini invalicabili e creare un contesto normativo che favorisca uno sviluppo responsabile. Solo così noi possiamo trasformare le sfide in opportunità, garantendo che l'industria serva alla comunità e non la sacrifichi. Ed è proprio ciò che fa il percorso, attivato dal Governo, di accompagnamento dei siti produttivi dell'ex Ilva ad un nuovo rilancio e di cui questo provvedimento è un passaggio essenziale.
I fondi stanziati, infatti, sono necessari per garantire la continuità produttiva e, soprattutto, la manutenzione degli impianti, affinché sia possibile raggiungere quel livello che oggi è necessario per completare il processo di assegnazione all'attore che ha intenzione di rilevare gli impianti. Il provvedimento consente anche di utilizzare somme già trasferite, oggi residuate, per garantire la continuità operativa degli impianti. Una scelta - mi faccia dire - di realismo, per evitare stop produttivi e danni a catena su lavoratori e fornitori.
Un tessuto di imprese di eccellenza, che sono nate attorno e in funzione del polo siderurgico e che hanno pagato il prezzo di una malagestione negli anni. Non è una soluzione, ma è un passaggio essenziale per agevolare la chiusura di una questione, come dicevo, annosa e soprattutto dolorosa. Questo decreto è un ponte operativo, ma non è un assegno in bianco. Le risorse sono tracciate, finalizzate alla continuità e inserite in un percorso di cessione e rilancio.
Quello attivato dal Governo è un programma fitto di manutenzione e riconversione di tutti gli impianti, oltre che di mantenimento dell'operatività, con occhio attento ai livelli occupazionali e all'indotto, ma soprattutto con l'obiettivo di individuare il soggetto più corretto per il rilancio, dopo le delusioni del passato. È il segno dell'impegno del Governo nell'affrontare una sfida industriale fra le più grandi che si presentano al nostro Paese.
Qui, signora Presidente, vorrei aprire una riflessione, perché non posso che guardare a questo percorso con una prospettiva che unisce la salvaguardia del territorio, la tutela della salute dei cittadini e l'impulso all'economia meridionale. Di conseguenza, esprimo il mio convinto sostegno all'operato del Governo, perché rappresenta un passo concreto verso una trasformazione industriale che interpreta la sostenibilità non solo in chiave ambientale, ma anche economica e sociale.
Partiamo dal cuore del problema: gli stabilimenti ex Ilva, in particolare quello di Taranto, rappresentano una realtà complessa, come ben sappiamo, radicata nel tessuto economico del Mezzogiorno, ma l'Ilva non è solo una crisi da gestire, è un punto di partenza per riflettere sul rilancio industriale di tutto il Sud; un rilancio che non può prescindere dal considerare il tema dell'impatto sul territorio di Ilva. Il punto di osservazione della Commissione sul dissesto idrogeologico, che mi onoro di presiedere, mi consente di valutare l'importanza della cura dell'ambiente e del territorio anche ai fini del benessere e dello sviluppo economico.
Taranto ha pagato un prezzo altissimo in termini di inquinamento, l'esposizione prolungata alle emissioni ha danneggiato il patrimonio edilizio, il suolo e la salute dei cittadini. Dobbiamo considerare come l'inquinamento industriale possa aggravare i rischi idrogeologici, suoli contaminati, falde acquifere compromesse, erosione costiera amplificata dai cambiamenti climatici. Qui la transizione non è sicuramente un lusso, ma una necessità per prevenire dissesti e tutelare la salute pubblica, perché la sostenibilità ambientale si intreccia con quella sociale.
Come parlamentare del Sud, ciò che mi aspetto da questo percorso è un'occasione di rilancio dell'economia dell'intero Meridione, con un approccio nuovo e una visione più lungimirante. Taranto e le aree circostanti non possono permettersi ulteriori crisi. Qui si concentra una parte significativa della produzione siderurgica italiana, che alimenta settori chiave come l', le infrastrutture e l'energia. La siderurgia, infatti, rappresenta un settore trasversale a tutta l'industria nazionale, essenziale per la manifattura, le costruzioni e le tecnologie avanzate.
Bene fa, quindi, il Governo a profondere impegno e sforzi con una guida attenta e responsabile nel difficile e lungo percorso di rilancio dei siti produttivi, perché investire qui significa rafforzare l'intera catena produttiva del Paese, garantendo resilienza economica e sovranità industriale. Ma non si tratta solo di mantenere lo dobbiamo puntare a una nuova trasformazione industriale, cogliendo le transizioni e digitale. Se la siderurgia è strategica e funzionale, non è comunque la sola via di sviluppo.
Sul fronte sociale il decreto, poi, rafforza gli strumenti di tutela dei lavoratori anche per il 2026 e valorizza la formazione legata ai processi di risanamento e bonifica. Transizione non significa abbandono, ma accompagnamento e competenze. Pensiamo a un ecosistema fatto di incubatori di idee, poli tecnologici, che attraggono investimenti esteri e nazionali. Puntiamo a nel settore delle energie rinnovabili, dell', della , che sfruttino le risorse locali, dal sole al mare, dalla biodiversità alle tradizioni artigianali, per agganciare la rivoluzione tecnologica in atto.
L'intelligenza artificiale, l'economia circolare e la digitalizzazione non sono astratti concetti globali, possono diventare motori di inclusione sociale, offrendo ai giovani del Sud l'opportunità di rimanere nelle loro terre, alle donne ruoli di in settori innovativi e al Paese intero una crescita equilibrata, che riduca le diseguaglianze territoriali. Il Sud è un potenziale inespresso: terre ricche di talenti, terre ricche di storia, di bellezze naturali, ma anche di opportunità per l'innovazione.
Laddove gli investimenti pubblici e privati si concentrano, l'effetto leva è sicuramente maggiore rispetto ad altre aree del Paese, perché partiamo da basi più basse, ma con un margine di crescita esponenziale. Quindi, dobbiamo affiancare al turismo e alla valorizzazione del patrimonio naturale e culturale, che già rappresentano i pilastri fondamentali della nostra economia meridionale, una nuova industria sostenibile e innovativa. È questa la sostenibilità economica che difendiamo, un'industria che genera ricchezza, posti di lavoro stabili e competitività sul mercato globale.
Questo provvedimento, con i suoi stanziamenti, inclusi i 149 milioni di euro per il 2026 previsti per garantire la continuità produttiva, può essere il catalizzatore per attrarre capitali privati, valorizzare le idee dei giovani, creare occupazione qualificata e inclusiva, in particolare, per le donne, chiudendo finalmente quel di genere che affligge il nostro Mezzogiorno, perché, se siamo i primi a crederci, possiamo convincere anche gli altri. Non dimentichiamo, però, l'aspetto umano più drammatico, quello della sicurezza sul lavoro.
Proprio pochi giorni fa abbiamo assistito a un ennesimo, tragico incidente negli stabilimenti ex Ilva. Claudio Salamida di 46 anni, operaio dell'acciaieria 2, è precipitato dal quinto al quarto piano durante un controllo alle valvole, perdendo la vita. Un padre di famiglia, un lavoratore del Sud, strappato ai suoi cari in un attimo. Questo evento ha scatenato, giustamente, uno sciopero di 24 ore. È l'ennesima morte bianca in un settore ad alto rischio. Le morti sul lavoro sono una piaga nazionale, con oltre mille vittime all'anno nel nostro Paese, e il Mezzogiorno ne paga un contributo sproporzionato.
Anche in questo campo il Governo ha avviato un percorso importante per garantire sicurezza sul lavoro. Investire in sicurezza significa protocolli più stringenti, tecnologie digitali per il monitoraggio in tempo reale e una cultura della prevenzione che metta al centro la vita umana. Come maggioranza stiamo lavorando a riforme che rafforzino i controlli e le sanzioni, ma eventi come questo ci ricordano che non c'è sostenibilità sociale senza zero incidenti mortali. La continuità produttiva, però, è credibile solo se coincide con un salto di qualità su manutenzione, procedure e controlli. La sicurezza non è un capitolo accessorio, è la prima condizione di legittimità industriale. Quindi, questo provvedimento non è solo un ponte finanziario ma è un investimento nel futuro del Sud. È una clausola di salvaguardia, non un regalo, è un approccio equilibrato che bilancia urgenza e responsabilità.
Signora Presidente, sostenendo questo decreto affermiamo che il Mezzogiorno può e deve essere motore di una transizione industriale inclusiva, per l'ambiente, digitale per l'innovazione, sostenibile per le comunità, con un Sud che non sia più periferia ma avanguardia, capace di esprimere il suo potenziale inespresso attraverso investimenti che generano un effetto leva moltiplicatore, creando un circolo virtuoso di crescita, di inclusione e di benessere.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Ferrara. Ne ha facoltà.
ANTONIO FERRARA(M5S). Signor Presidente, colleghi e colleghe, oggi siamo qui a discutere il disegno di legge n. 2761, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva.
Fin dal titolo il testo dichiara un obiettivo: mantenere attiva l'attività produttiva. Tuttavia, alla prova dei fatti, ciò che emerge è una gestione frammentaria e reiterata dell'emergenza, anziché un serio progetto di modernizzazione e sicurezza. L'articolo 1 autorizza Acciaierie d'Italia Spa ad utilizzare 108 milioni di euro di risorse residue per coprire la continuità operativa degli impianti. Queste risorse non erano destinate all'ordinaria gestione ma dovevano servire alla manutenzione, all'adeguamento e alla messa in sicurezza degli impianti. Qui si avverte subito una contraddizione di fondo: questi fondi, originariamente pensati per colmare tecnologici e di sicurezza, vengono impiegati per tenere acceso un impianto che continua ad essere insicuro ed obsoleto. Ma andiamo oltre l'ovvietà: non si tratta semplicemente di una scelta tecnica sbagliata, perché questa è una scelta politica deliberata. Mentre la maggioranza continua a declamare retoricamente l'importanza della continuità produttiva, nei fatti si taglia sui piani di manutenzione e sicurezza, che erano stati indicati come prioritari. Così facendo, quei fondi non raggiungono realmente chi lavora sui macchinari ogni giorno, non finanziano la prevenzione degli incidenti, non cancellano il rischio di altri infortuni mortali, ma servono solo a sostenere un ciclo produttivo indifendibile che perde pezzi non solo dal punto di vista industriale ma soprattutto dal punto di vista umano e sociale.
Eppure, anche alla luce degli eventi tragici riportati dalla cronaca dove i lavoratori sono stati vittime di condizioni di lavoro che rispecchiano perfettamente una mancata manutenzione strutturale degli impianti, questa maggioranza non trova un euro per mettere mano a una programmazione seria della sicurezza. È come se fossimo in presenza di una politica che sostiene la forma della produzione ma ignora la sostanza della sicurezza. Non è sufficiente ripetere slogan come “continuità operativa garantita”, se poi gli impianti continuano a essere obsoleti, se le condizioni di rischio permangono e se chi entra in quei luoghi rischia ogni giorno la vita. Questa è la polveriera normativa che si cela dietro l'articolo 1, una norma che apre la porta alla gestione corrente delle attività ma non impone alcun vincolo serio sulla modernizzazione tecnologica, sulla sicurezza certificata né sulla tutela dei lavoratori.
Qui emerge, con chiarezza, un'altra contraddizione politica: mentre il Governo parla di gestione responsabile e attenta, i fatti raccontano esattamente l'opposto. Si danno soldi per mantenere in piedi un ciclo produttivo senza prospettiva, ma non si vincolano quei soldi a risultati concreti. Non si dice che quei fondi devono essere spesi, non si indicano criteri di trasparenza, verifiche o obiettivi di progresso nella sicurezza o nelle tecnologie pulite. In altre parole, si finanzia l'apparenza della gestione industriale mentre si negozia la sostanza della trasformazione produttiva. Se questo è l'esercizio della continuità operativa, allora la continuità non è altro che un sinonimo di rinvio permanente, una linea d'azione che sposta i problemi nel tempo senza mai affrontarli. Di fronte a questa situazione, l'articolo 1 non può essere letto come un atto di responsabilità industriale o sociale. No, signor Presidente, l'articolo 1 racconta una politica di breve respiro, priva di visione, incapace di imporre criteri vincolanti di sicurezza, incapace di restituire dignità al lavoro, incapace di guardare al futuro invece che al semplice domani. Mentre il decreto prova a dare l'idea dell'intervento efficace, le contraddizioni di rischio rimangono e la comunità paga ancora il prezzo della fragilità normativa e politica di questa maggioranza.
Il comma 1- dell'articolo 1, che istituisce un Fondo per il sostegno dell'indotto, stanzia 1 milione di euro per tre anni - 1 milione di euro -, cioè un valore che, nel contesto di una crisi occupazionale profonda, suona quasi come uno scherzo di cattivo gusto, perché mentre la maggioranza in Parlamento si compiace di cifre così esigue le cronache della settimana raccontano che due imprese dell'indotto ex Ilva hanno già avviato procedure di licenziamento per 274 lavoratori, con la cassa integrazione che scadrà a marzo e nessuna prospettiva di futuro perché si trovano in una situazione di incertezza totale. La risposta istituzionale prevista dall'articolo, 1 milione di euro l'anno, non è un piano, non è una prospettiva, non è una strategia, è una simulazione politica-industriale. È come mettere una toppa di carta su uno strappo profondo. Pensateci un momento: mentre il Governo continua a raccontare di continuità operativa e di grandi piani industriali, i lavoratori dell'indotto stanno vivendo una realtà fatta di licenziamenti in corso e rischio di desertificazione occupazionale a Taranto. Ciò avviene non per cause strane o per cicli economici imprevedibili, ma perché la politica industriale, quella vera e non quella delle ministeriali, non è stata messa in campo: non c'è un piano di investimenti serio per l'indotto, non ci sono progetti di riconversione, non c'è la tecnologia da condividere con le parti sociali e non c'è una visione che colleghi il futuro dello stabilimento con un tessuto produttivo stabile e moderno.
Adesso andiamo all'articolo 2, che prevede la possibilità di integrare gli indennizzi ai danni patrimoniali da inquinamento. È chiaro che riconoscere il danno è giusto, ma non eliminare le cause che producono quel danno è un esercizio di retorica normativa-amministrativa: si cura l'effetto, non la causa. È una lettura insufficiente per chi vive quotidianamente l'esposizione all'inquinamento e la fragilità delle condizioni di lavoro.
L'articolo 3 - come il 3-: le definizioni creative - dispone che le imprese in amministrazione straordinaria non siano da considerarsi in uno stato di difficoltà. Questo è l'esempio di ingegneria normativa che cerca di rendere compatibili con regimi di aiuto uno stato, di fatto, non sostenibile economicamente. I soci, i committenti, la struttura produttiva e gli stessi lavoratori vivono una realtà di difficoltà strutturale, non di normalità economica. L'articolo 3- propone un nuovo finanziamento fino a 149 milioni di euro per il 2026, qualora l'attuale procedura di cessione non si concluda entro il 30 gennaio. La logica è semplice: se non c'è un compratore serio, lo Stato continua a coprire la gestione corrente, ma non è così che si costruisce una prospettiva industriale credibile.
L'articolo 4, per quanto riguarda la cassa integrazione, è necessario, ma non è risolutivo. Prevede risorse per l'integrazione salariale e per la formazione per attività di bonifica, risorse necessarie, certamente e sicuramente. Eppure, la cassa integrazione non può costituire di per sé una politica industriale: è un sostegno temporaneo, non un piano di trasformazione economica. Senza modernizzazione tecnologica, senza decarbonizzazione, senza prospettiva di mercato, la cassa integrazione diventa una riga di bilancio per prolungare un modello obsoleto.
Signor Presidente, la legge che oggi esaminiamo si concentra sui finanziamenti di breve periodo, coperture emergenziali e terminologie giuridiche creative. Quello che manca è una logica di , cioè obiettivi vincolati. Non ci sono standard per la sicurezza certificati, non ci sono obiettivi di decarbonizzazione, non ci sono traguardi per la competenza tecnologica, non ci sono piani seri per l'indotto e il tessuto produttivo territoriale. È come riempire un secchio bucato con la speranza che l'acqua resti dentro.
Le criticità della sicurezza e la realtà dei fatti: su questo punto non possiamo parlare di continuità se si verificano incidenti tenuti all'oscuro dei rappresentanti per la sicurezza e se i sindacati denunciano le gravi lacune nei protocolli di prevenzione. Le risposte alle interrogazioni parlamentari sono generiche e non affrontano le domande specifiche sulla tutela dei lavoratori. Questa è la realtà, non una narrazione. È una realtà che non si corregge con un decreto tampone, ma con uno sforzo normativo e gestionale serio e di lungo periodo.
C'è di più: la situazione è talmente grave che un gruppo di eurodeputati ha presentato un'interrogazione alla Commissione europea per sollecitare il rispetto pieno delle norme comunitarie sul tema della salute e sicurezza dei lavoratori. La questione non può essere confinata nel perimetro interno, quando uno Stato membro non garantisce le condizioni di lavoro compatibili con la normativa europea. La responsabilità diventa anche comunitaria. Questo sollecito testimonia che gli obblighi giuridici non sono opinioni, ma sono vincoli che non possono essere elusi con formule retoriche.
Negli scorsi anni è stata avanzata una proposta di politica industriale più ambiziosa, una transizione verso tecnologie pulite, idrogeno verde e modernizzazione produttiva. Questa proposta era improntata non all'ideologia, ma alla realistica necessità di ridurre l'impatto ambientale, tutelare la salute dei cittadini e dei lavoratori, favorire la competitività internazionale e creare occupazione qualificata. Eppure, mentre gli altri Paesi fanno del futuro industriale il loro faro strategico, qui da noi parlare di idrogeno verde è diventato un tabù politico.
Il decreto in discussione non lega stanziamenti a obiettivi di transizione industriale, non impone date, non fissa criteri, non disciplina risultati. Mentre la maggioranza continua a parlare di continuità, la realtà dei fatti parla una lingua diversa: aumentano i licenziamenti dell'indotto, persistono incidenti, mancano le decisioni strutturali e non c'è un chiaro progetto di sviluppo. Questo decreto non risolve, questo decreto rinvia. Questo decreto gestisce l'emergenza come se fosse una normalità. In conclusione, Presidente, discutere questo provvedimento è importante, ma dobbiamo avere chiara una verità semplice e fin troppo evidente: non basta tamponare.
Una serie di interventi temporanei, di decreti emergenziali e di risorse spostate da una voce all'altra non costituiscono una politica industriale, serve molto di più. Occorre una strategia industriale reale, una strategia che non si limiti a girare intorno ai problemi, ma li affronti in modo strutturale. Serve vincolare gli stanziamenti a risultati misurabili, con indicatori chiari di , tempi certi di attuazione e sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi.
Non possiamo continuare ad assistere a stanziamenti che non producono cambiamento, ma solo rituali contabili. Serve mettere la sicurezza dei lavoratori al centro con piani di adeguamento verificabili, manutenzione continua, formazione permanente e protocolli reali di tutela. Non possiamo continuare ad ascoltare dichiarazioni generiche e ad accettare risposte istituzionali che fanno finta di leggere la realtà attraverso gli occhi sfocati.
Serve modernizzazione degli impianti, utilizzando tecnologie avanzate, introducendo processi produttivi compatibili con le migliori pratiche europee e non continuando a cercare di prolungare la vita di infrastrutture che avrebbero dovuto essere aggiornate anni fa. Serve innovare il modello produttivo con un piano di transizione energetica, con incentivi reali alla decarbonizzazione e con una visione che metta Taranto e l'Italia nella mappa dei principali sistemi industriali del futuro, non nella cronaca degli incidenti o nelle battute di un dibattito annuale fatto di proclami e ministeriali.
Finché ci limiteremo a gestire l'agonia con decreti emergenziali, continueremo a ripetere gli stessi errori, continueremo a vedere lavoratori rischiare la vita su impianti che dovrebbero essere messi in sicurezza, continueremo a vedere intere filiere produttive indebolirsi e continueremo a spendere risorse pubbliche non per costruire un futuro, ma per tamponare il passato. La gente di Taranto, il lavoro, le famiglie e le comunità meritano di meglio: meritano una politica industriale che non si limiti alle parole, meritano una politica che faccia i conti con la realtà e non con le foto di una conferenza stampa e meritano un Paese che costruisca, non uno che si limiti a condividere annunci.
Qui dico, con fermezza istituzionale e spirito di responsabilità che, se continueremo su questa via, non faremo che rinviare il problema al prossimo decreto e alla prossima emergenza, senza mai affrontare davvero le cause profonde delle crisi industriali, sociali e ambientali. Per questo, signor Presidente e colleghi, non possiamo accontentarci di una politica che gestisce l'ordinario con l'emergenziale. Dobbiamo alzare lo sguardo e scegliere oggi, qui e ora di dare a Taranto, ai suoi lavoratori e alle sue comunità una prospettiva di futuro concreta, sostenibile e duratura.
Lo dobbiamo fare con coraggio politico, con responsabilità e con la consapevolezza che il tempo delle promesse è finito, mentre il tempo delle scelte vere deve iniziare adesso, perché Taranto, il suo lavoro e la sua gente meritano di meglio.
PRESIDENTE. Saluto gli studenti, le studentesse e i docenti dell'Istituto onnicomprensivo “Borgorose” di Borgorose e dell'Istituto comprensivo statale “La Giustiniana” di Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune .
È iscritto a parlare il deputato Caramanna. Ne ha facoltà.
GIANLUCA CARAMANNA(FDI). Grazie, Presidente. Mi permetta, prima di cominciare l'intervento, di esprimere il nostro più profondo cordoglio per il tragico incidente avvenuto ieri sera in Spagna, e quindi da parte del gruppo di Fratelli d'Italia, ma penso da parte dell'Aula tutta. Avviamo oggi alla Camera l'esame del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 180 del 1° dicembre 2025, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex Ilva.
La vicenda degli stabilimenti siderurgici dell'Ilva di Taranto è nota, ne sintetizzerò alcuni passaggi salienti. Si tratta di un caso complesso di crisi industriale, interventi statali e riconversione, i cui obiettivi principali sono, ovviamente, mantenere gli impianti operativi, garantire il sostegno economico ai lavoratori e l'occupazione, gestire la transizione verso una nuova proprietà, con l'obiettivo di definire nuovi assetti entro febbraio 2026, e adeguare l'AIA alle normative europee, valutando l'impatto sanitario. L'ex Ilva è stata ammessa all'amministrazione straordinaria già nel 2015 a causa dell'insolvenza ed è stato oggetto di numerosi interventi legislativi e finanziari per garantire la continuità produttiva e il risanamento ambientale.
Acciaierie d'Italia Spa, anch'essa in amministrazione straordinaria, è la società che attualmente gestisce gli impianti produttivi. Dopo l'insolvenza dell'azienda del 2015 e l'ingresso di ArcelorMittal nel 2017, infatti lo Stato italiano è intervenuto con finanziamenti e partecipazioni, tra cui l'ingresso di Invitalia nel capitale di Am InvestCo, poi rinominata Acciaierie d'Italia Holding (ADI). Nel 2024 ADI è stata ammessa all'amministrazione straordinaria su richiesta di Invitalia e la procedura è stata estesa anche alle sue controllate.
Sono state avviate così procedure di vendita congiunte degli Ilva e ADI, che hanno portato a diverse offerte nel corso del 2025. Parallelamente, sono stati stanziati significativi finanziamenti e misure di sostegno specifiche per le PMI fornitrici del gruppo Ilva. Ilva non deve morire e questo decreto-legge ha l'obiettivo di garantirne una continuità produttiva, nonostante il suo attuale livello di produzione non superi 1 milione e mezzo di tonnellate, quando occorrerebbe produrne 4 per arrivare a far sì che i guadagni superino i costi.
L'ex Ilva oggi genera perdite e siamo costretti ad importare acciaio da Nazioni che non rispettano i nostri standard ambientali. Dobbiamo, tuttavia, scongiurare la chiusura degli impianti perché sarebbe una vera e propria catastrofe. Non si tratta di puntare il dito contro chi ci ha preceduto al Governo, dopo anni di mala gestione, ma di dare una prospettiva ad un sito produttivo che, ad oggi, garantisce la produzione dell'85 per cento dell'acciaio in Italia.
Con questo decreto il Governo ha scelto di guardare al problema a tutto tondo: tutela dei lavoratori, sostegno ai territori danneggiati e interventi sui costi energetici. Vede, è un cambio di passo netto e per questo dobbiamo ringraziare anche il Ministro Urso soprattutto per la determinazione, dimostrata sin dal primo giorno del suo mandato, a voler affidare lo stabilimento dell'ex Ilva a un'azienda seria e credibile che possa garantirne il futuro. La politica ha il dovere di scegliere da che parte stare: dalla parte della Nazione, dell'occupazione e dell'ambiente oppure dalla parte dei soliti professionisti del “no” che non hanno mai prodotto una soluzione concreta.
Governo Meloni e Fratelli d'Italia non fuggono dalle loro responsabilità e questo provvedimento nasce per evitare la chiusura degli impianti e salvaguardare migliaia di posti di lavoro. Siamo a favore di una transizione ecologica ma contro una transizione ideologica che la sinistra e il MoVimento 5 Stelle hanno portato avanti con ambiguità. Scegliamo una transizione possibile contro un'utopia impossibile perché per noi difendere Taranto significa difendere l'Italia e l'interesse nazionale.
Tornando al tema degli aiuti, l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 92 del 2025, decreto Sostegno comparti produttivi, ha previsto l'erogazione ad Ilva Spa di finanziamenti pari a 200 milioni di euro per il 2025 al fine di supportare gli interventi urgenti di manutenzione, ripristino ambientale e adeguamento degli impianti siderurgici, nonché di assicurarne adeguati standard di sicurezza.
È un provvedimento che vale 149 milioni di euro, necessari per garantire la continuità produttiva e soprattutto la manutenzione degli impianti affinché sia possibile raggiungere quel livello che oggi è necessario per completare il processo di assegnazione all'attore che ha intenzione di rilevare gli impianti. L'impegno di questo Governo è per assicurare una soluzione a quella che ormai - credo ne siano consapevoli tutti - è una grande sfida per tutto il Paese, come conseguenza anche del lascito del passato che oggi è evidente anche nella causa risarcitoria che i commissari straordinari hanno attivato. Come ipotizzato dal Ministro Urso, siamo molto ottimisti e fiduciosi e stiamo lavorando perché questo risultato sia ottenuto nell'arco dei primi mesi di quest'anno; l'auspicio è entro il mese di marzo o di aprile, quando dovrebbe essersi completato anche il programma di manutenzione dei due altoforni che sono nella disponibilità dell'azienda.
Il provvedimento, originariamente composto di cinque articoli, risulta ora composto da sei articoli. Ne propongo qui di seguito una sintetica illustrazione.
L'articolo 1 autorizza Acciaierie d'Italia Spa ad utilizzare le somme residue, trasferitele precedentemente da Ilva Spa, attualmente pari a 108 milioni di euro, per una finalità ulteriore rispetto a quelle indicate nella norma che ne disponeva l'erogazione, ossia per garantire la continuità operativa degli impianti da essi gestiti. Il comma 1-, aggiunto nel corso dell'esame parlamentare al Senato, rimodula nel triennio 2026-2028 la validità del fondo, dalla dotazione di 1 milione di euro annui, istituito a sostegno delle imprese dell'indotto di Ilva.
L'articolo 2 integra la disciplina del Fondo per gli indennizzi dei danni agli immobili derivanti dall'esposizione prolungata all'inquinamento provocato dagli stabilimenti siderurgici di Taranto del gruppo Ilva al fine di consentire, a decorrere dall'esercizio 2025, di incrementare gli indennizzi già pagati nei casi in cui l'importo liquidato sia inferiore a quello riconosciuto, con priorità per i soggetti che hanno subito la decurtazione percentuale più elevata.
L'articolo 3 specifica che le imprese di interesse strategico nazionale in amministrazione straordinaria non liquidatoria, ammesse al programma di cessione dei complessi aziendali, non sono da ritenersi in stato di difficoltà. Con una modifica apportata durante l'esame parlamentare al Senato è stato espunto il riferimento alla possibilità per tali imprese di accedere alle agevolazioni previste per far fronte al forte consumo di energia elettrica. L'articolo 3 inoltre ribadisce che l'amministrazione straordinaria di un'impresa di interesse strategico nazionale può accedere agli incentivi del Fondo per la transizione energetica nel settore industriale.
L'articolo 3-, aggiunto nel corso dell'esame parlamentare al Senato, prevede la facoltà di erogare un finanziamento a titolo oneroso fino a 149 milioni di euro per l'anno 2026 in favore di Ilva Spa, con lo specifico fine di garantire la continuità produttiva degli stabilimenti di interesse strategico nazionale qualora la procedura di cessione a terzi non si concluda entro il 30 gennaio 2026. L'erogazione di tale finanziamento è disposta con decreto interministeriale, previa richiesta dell'organo commissariale che, a tal fine, deve presentare un piano di gestione transitoria. Il finanziamento è erogato applicando un tasso di interesse pari al tasso di riferimento maggiorato di 400 punti e la sua restituzione deve avvenire entro sei mesi dall'erogazione. La norma stabilisce che il rimborso avvenga a valere sul ricavato della cessione del compendio aziendale, in prededuzione e con priorità assoluta rispetto a ogni altro credito della procedura diverso dai crediti per retribuzioni e indennità dovute ai lavoratori subordinati.
L'articolo 4 reca uno stanziamento a favore della società Acciaierie d'Italia Spa pari a 8,6 milioni di euro per l'anno 2025 e 11,4 milioni per l'anno 2026 al fine di integrare la misura del trattamento di integrazione salariale straordinaria percepito, negli anni 2025 e 2026, in base a interventi di proroga, da lavoratori dipendenti dei relativi stabilimenti produttivi. Tale integrazione è disposta anche in relazione alla formazione professionale per la gestione delle bonifiche. Il medesimo articolo definisce le modalità di accredito e di rendicontazione delle risorse in oggetto. Gli oneri inerenti a queste ultime sono reperiti a valere sul Fondo sociale per l'occupazione e la formazione.
L'articolo 5, infine, dispone che il decreto-legge entri in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione in .
Presidente, si tratta dell'ottavo intervento in questa legislatura sul siderurgico di Taranto, a conferma di quanto il tema in generale e questo stabilimento in particolare stiano a cuore al nostro Governo. In Senato - lo ricordo -, grazie ad un emendamento del relatore, senatore Salvo Pogliese, Fratelli d'Italia, e al relativo subemendamento di Bartolomeo Amidei, sempre di Fratelli d'Italia, il finanziamento massimo è stato incrementato da 50 a 149 milioni nel 2026 al fine di consentire la prosecuzione dell'attività produttiva, se la cessione non si chiuderà entro il 30 gennaio. Per questa maggioranza è un decreto-ponte, essenziale per tenere in vita un strategico mentre si definisce il nuovo assetto proprietario. La scelta di chiedere conto a chi ha gestito l'azienda è coerente con la linea annunciata dal Governo Meloni: nessuna disponibilità ad avallare proposte speculative e difesa dell'interesse nazionale sul piano industriale, occupazionale e ambientale.
Per i commissari straordinari di Acciaierie d'Italia, i sei anni di gestione ArcelorMittal sull'ex Ilva configurano una vera e propria stagione di saccheggio industriale. Definiscono l'operazione del 2018, avvenuta sotto il Governo Gentiloni e poi perfezionata dall'Esecutivo Conte, come una , costruita per drenare valore dall'acciaieria italiana verso il gruppo multinazionale. Da qui la richiesta di oltre sette miliardi di danni al tribunale di Milano, che quantifica in termini economici un disegno ritenuto predatorio e sistematicamente contrario all'interesse sociale di AdI.
Il quadro delineato dai commissari non riguarda solo il comportamento di ArcelorMittal ma rimanda direttamente alle scelte politiche che hanno reso possibile quella linea. L'affidamento dell'ex Ilva a un straniero, deciso dal Governo Gentiloni e avallato e perfezionato dal Governo Conte, ha lasciato per anni mani libere al gruppo franco-indiano su Taranto.
Il risultato - è nelle parole degli stessi commissari - è la progressiva distruzione del valore industriale e patrimoniale dell'azienda fino a determinare l'insolvenza, con un danno che investe l'intera filiera siderurgica nazionale.
L'ex Ilva diventa così il simbolo di una strategia politica, sostenuta prima dalla sinistra e poi da Conte Premier, che ha trattato un strategico come merce da collocare sul mercato globale, senza strumenti di controllo adeguati e senza una regia pubblica effettiva. La conseguenza è duplice: da un lato il dissesto di Taranto, dall'altro il depotenziamento della produzione di acciaio italiano in una fase storica in cui l'Europa e l'Italia avrebbero bisogno di rafforzare la propria autonomia industriale.
Nel frattempo, il Governo in carica si trova a gestire un doppio fronte: da una parte, la gigantesca causa di risarcimento contro ArcelorMittal e i suoi , dall'altra, la continuità produttiva e la sicurezza in stabilimento, drammaticamente richiamata dalla recente morte dell'operaio Claudio Salamida e dai suoi episodi di criticità sugli impianti. Il percorso in atto - negoziazione con il fondo americano Flacks e possibile ingresso dello Stato, in minoranza con e nuovo decreto-legge per garantire manutenzione e tenuta produttiva - va letto nella chiave di una riconquista di sovranità su un presidio industriale essenziale.
Ebbene, dopo anni in cui i Governi di centrosinistra - l'Esecutivo Conte - hanno spalancato le porte a una gestione straniera, poi definita dagli stessi commissari predatoria e killer, l'attuale maggioranza è chiamata a trasformare il conto dei danni in un progetto di rilancio che unisca sicurezza, decarbonizzazione, tutela del lavoro e difesa dell'interesse nazionale. In sintesi, il decreto ex Ilva, rafforzato dagli emendamenti di Fratelli d'Italia, garantisce un ponte finanziario fino a 257 milioni per evitare lo stop produttivo, mentre lo Stato negozia con Flacks un rilancio con forti investimenti e quota pubblica e allo stesso tempo sostiene un'azione risarcitoria da 7 miliardi contro ArcelorMittal, per un presunto disegno predatorio che avrebbe danneggiato impianti, lavoratori e sistema Paese .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Di Mattina. Prego, ha quattro minuti e mezzo.
SALVATORE MARCELLO DI MATTINA, . Grazie, Presidente. Il provvedimento definisce in qualche modo un problema che il Governo sta cercando di affrontare. Così come i colleghi hanno anticipato, è un decreto che mira a garantire quella che è la continuità produttiva e, chiaramente, il prosieguo dell'attività proprio per cedere l'azienda e per garantire il connubio essenziale tra tutti gli aspetti che Ilva ormai da anni cerca di portare avanti, che sono quelli di incrementare sicuramente la produzione, garantire i lavoratori di Taranto, città che vive concretamente di quello che è il sistema produttivo di Ilva, e contestualmente garantire quello che è l'interesse alla salute dei cittadini di Taranto.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo. Prego, Sottosegretaria.
FAUSTA BERGAMOTTO,. Grazie, Presidente. Io voglio semplicemente sottolineare il fatto che, al di là del numero di provvedimenti che si sono succeduti in questo periodo, che sono stati fortemente criticati ma al tempo stesso sono stati anche assolutamente necessari, non si è trattato di provvedimenti ponte perché, se oggi ci troviamo ancora qui, è anche grazie alla possibilità che ci hanno dato i provvedimenti precedenti di fare in modo che Invitalia potesse chiedere l'amministrazione straordinaria di Acciaierie d'Italia. È quindi importante ricordare quello che è lo stato degli impianti della produzione molto velocemente, perché dei quattro altiforni di Taranto ne è attivo uno solo. L'AFO 1 è sottoposto a sequestro probatorio da maggio 2025 ed è stata recentemente respinta la richiesta di dissequestro. L'AFO 4 è oggetto di manutenzione, a causa del pessimo stato in cui fu consegnato dalla precedente gestione, e un terzo altoforno, invece, è inattivo da tempo.
Questo stato di fatto comporta che la produzione non raggiunge il cosiddetto , cioè il punto in cui i ricavi e i costi si equivalgono e superato il quale l'impresa effettua dei guadagni. Questo significa che l'impresa attualmente genera perdite e non guadagni e parte delle risorse di cassa sono impegnate per la manutenzione ordinaria e straordinaria, al fine di produrre in sicurezza e consegnare al futuro acquirente un impianto in buone condizioni produttive. Lo stabilimento, non appena verrà ultimato il dell'AFO 4, sarà in grado di produrre 4 milioni di tonnellate annue e questo in base all'AIA rilasciata a luglio dell'anno scorso che, come è noto, tiene conto anche delle valutazioni di incidenza sanitaria, come prescritto dalla Corte di giustizia europea. A valle del bando è stata, quindi, valutata come preferibile l'offerta pervenuta da Flacks. Essa, seppur a fronte di un prezzo simbolico, prevede un investimento iniziale di 500 milioni e la decarbonizzazione del processo produttivo è richiesta già dal bando di gara, compresa la salvaguardia di circa 6.000 posti di lavoro. La proposta che è pervenuta è una proposta aperta a future partecipazioni, anche pubbliche e di minoranza. I comitati di sorveglianza di Acciaierie d'Italia e di Ilva hanno espresso negli scorsi giorni parere favorevole e, quindi, i commissari negozieranno in via esclusiva con Flacks per stipulare l'atto finale di cessione. Seguirà, chiaramente, l'avvio del processo di consultazione sindacale ai fini dell'accordo.
Questo provvedimento, all'articolo 3-, prevede un finanziamento a titolo oneroso di 149 milioni di euro, che ovviamente è stato aggiunto nel corso dell'esame parlamentare. Questa misura mira chiaramente a garantire la continuità produttiva degli stabilimenti di interesse strategico nazionale qualora la procedura di cessione non si concluda entro il 30 gennaio. Come vedete chiaramente, l'esigenza di questo provvedimento nasce, appunto, dalla necessità di arrivare al con gli impianti in produzione, dato che questa è l'unica condizione che è stata posta da Flacks. Ovviamente, è un prestito - per cui il tutto è stato condiviso con la Commissione europea - e la restituzione di capitali e interessi avverrà entro sei mesi dall'erogazione. Questa norma stabilisce che questo rimborso avvenga a valere sul ricavato della cessione del compendio aziendale in prededuzione e con priorità assoluta rispetto ad ogni altro credito della procedura, che sia ovviamente diverso dai crediti dei lavoratori subordinati e dalle varie indennità. La cosa importante da sottolineare è che, qualora le risorse ricavate dalla cessione siano insufficienti a ripagare il prestito, dell'obbligazione di restituzione risponde solidalmente la società cessionaria del compendio aziendale e questo credo che sia molto importante da sottolineare.
Per il resto i colleghi - il collega Caramanna e anche il relatore, che mi ha preceduto - hanno ampiamente illustrato tutto quanto e, quindi, non ho altro da aggiungere.
PRESIDENTE. Avverto che sono state presentate, a norma dell'articolo 96-, comma 3, del Regolamento, le questioni pregiudiziali Bonelli ed altri n. 1 e Pavanelli ed altri n. 2, che saranno esaminate e poste in votazione prima del seguito dell'esame del provvedimento.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2673-A: Legge annuale sulle piccole e medie imprese.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La X Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Pietrella.
FABIO PIETRELLA, Grazie, Presidente. Saluto il Vice Ministro Valentino Valentini e il Sottosegretario Bergamotto. Si avvia oggi l'esame in seconda lettura del disegno di legge annuale sulle piccole e medie imprese. Ricordo che il provvedimento era stato presentato in prima lettura al Senato che, dopo l'approvazione di emendamenti, ha concluso l'esame il 22 ottobre 2025. Il disegno di legge è stato poi trasmesso il 23 ottobre 2025 alla Camera dei deputati e assegnato in sede referente alla X Commissione che, dopo l'approvazione di un emendamento, ne ha concluso l'esame il 15 gennaio 2026, conferendo il mandato al relatore e a riferire favorevolmente in Assemblea. Segnalo, inoltre, che le Commissioni I, II, VI, VII, VIII, IX, XI, XII, XIII e XIV, competenti in sede consultiva, hanno espresso parere favorevole sul provvedimento e che il Comitato per la legislazione ha reso il proprio parere ex articolo 16-, comma 6-, del Regolamento.
Prima di passare, Presidente, all'illustrazione dei contenuti del provvedimento, mi sia consentito notare che il disegno di legge costituisce la prima attuazione dell'articolo 18 della legge n. 180 del 2011, recante il cosiddetto “statuto delle imprese”, volto a dare esecuzione alle comunicazioni della Commissione europea sul cosiddetto europeo. Ricordo che, secondo la raccomandazione della Commissione europea, sono definite piccole e medie imprese le aziende il cui personale e peso economico sono al di sotto di determinati limiti.
In particolare, un'impresa di medie dimensioni ha fino a 250 dipendenti, un fatturato fino a 50 milioni di euro e un totale di bilancio fino a 43 milioni di euro; un'impresa di piccole dimensioni ha fino a 50 dipendenti e un fatturato, o un totale di bilancio, fino a 10 milioni di euro; una microimpresa ha fino a 10 dipendenti e un fatturato, o un totale di bilancio, fino a 2 milioni di euro.
Nell'Unione europea, secondo le stime della Commissione, si contano oltre 23 milioni di piccole e medie imprese, pari al 99 per cento delle imprese - ripeto, 99 per cento - e due posti di lavoro su tre nel settore privato.
In Italia, secondo le stime del Governo, le PMI rappresentano il fulcro del tessuto produttivo: su 4,4 milioni di imprese attive in Italia, le microimprese con meno di 10 addetti sono quelle numericamente più importanti, in quanto rappresentano il 95,13 per cento del totale, contro uno 0,09 di grandi imprese; esse movimenterebbero oltre 1.000 miliardi di euro complessivi e generano circa il 40 per cento del valore aggiunto nazionale, con un terzo di tutti gli occupati.
Le PMI, pur essendo il cuore pulsante del sistema produttivo, affrontano sfide significative: difficoltà di finanziamento, frammentazione del mercato e una burocrazia complessa, che limita l'innovazione e la crescita, perché gli economici degli ultimi anni avrebbero evidenziato ulteriormente queste criticità, rendendo urgente un intervento normativo strutturale.
Nello specifico, secondo il Governo, il comparto sarebbe gravato da difficoltà legate all'accesso al credito, all'elevata burocrazia, alla competizione internazionale e all'adozione di nuove tecnologie, nonché dalle conseguenze derivanti dalle recenti crisi globali (pandemia, crisi energetica e inflazione). A me piacerebbe precisare che questi sono gli , però, ricordiamoci che le micro, piccole e medie imprese italiane hanno reagito per prime in Europa dopo la pandemia, identificando quello strumento, quel tessuto produttivo, magari sottodimensionato, ma con un grado di elasticità e di flessibilità talmente alto da poter reagire a condizioni di molto più velocemente. Questo è un tema sul quale tutti noi dobbiamo porre molta attenzione.
Il disegno di legge originariamente presentato in Parlamento si componeva di 19 articoli, suddivisi in 5 capi. A seguito delle modifiche apportate in prima lettura al Senato e dopo il mio emendamento, approvato in sede referente presso la X Commissione della Camera, che ha portato alla soppressione degli articoli relativi al capo VI, quindi gli articoli dal 26 al 30, che disciplinavano la certificazione unica di conformità delle filiere della moda, il provvedimento si presenta ora composto di 26 articoli, suddivisi in 6 capi. Ne illustro, di seguito, il contenuto.
L'articolo 1 reca disposizioni concernenti l'agevolazione del regime di sospensione d'imposta, dal 2026 al 2028, in favore delle imprese che stipulano o aderiscono a un contratto di rete, limitatamente alle quote degli utili accantonate ad apposita riserva, che vengono impegnate per gli investimenti previsti dal programma comune di rete.
L'articolo 2, aggiunto nel corso dell'esame al Senato, modifica la destinazione del Fondo per la salvaguardia dei livelli occupazionali e la prosecuzione dell'attività d'impresa, precisando che le operazioni di salvataggio e ristrutturazione di imprese titolari di marchi storici di interesse nazionale iscritte nell'apposito registro devono riguardare imprese che abbiano più di 20 dipendenti. Si aggiunge, poi, che il predetto Fondo può essere finalizzato anche all'acquisizione delle predette imprese se effettuata da parte di imprese titolari, a loro volta, di marchi storici, iscritte nel medesimo registro, che operano in un settore omogeneo a quello dell'impresa acquirente.
L'articolo 3 ha ad oggetto le modalità e i termini di affluenza delle risorse messe a disposizione per interventi di riconversione e riqualificazione produttiva in determinate aree industriali interessate da crisi non complesse, per sostenere programmi di sviluppo proposti dalle PMI nella filiera della moda, anche con riferimento alle aggregazioni di imprese.
Sulla moda, nella stesura originale, c'erano gli articoli dal 26 al 30. Si voleva legiferare molto su questo settore. Si è ritenuto di voler posticipare il confronto su un altro provvedimento, su un prossimo provvedimento, perché riteniamo fondamentale che ci sia il massimo confronto e la massima condivisione fra le parti sindacali e le parti datoriali. C'è da dire che questo è stato il Governo che, per primo, ha voluto mettere mano per risolvere criticità storiche di questo settore in questo Paese; prima non era stato fatto. Per cui il plauso va comunque al Ministro Urso, che ha messo la faccia e ha messo tutta la sua struttura a disposizione di un settore che è estremamente importante per il nostro Paese.
L'articolo 4 individua le centrali consortili quali enti mutualistici di sistema, volti a migliorare la competitività delle micro, piccole e medie imprese.
L'articolo 5 interviene in tema di qualificazione per la partecipazione alle procedure delle gare di appalto dei consorzi non necessari, quindi volontari.
L'articolo 6 introduce una disciplina transitoria, per gli anni 2026 e 2027, limitatamente a un numero massimo complessivo di 1.000 lavoratori, che attribuisce al lavoratore dipendente a tempo indeterminato di datori di lavoro privati che occupano fino a 50 dipendenti la facoltà di trasformare, da tempo pieno a tempo parziale, il rapporto di lavoro, se in possesso di anzianità contributiva precedente al 1° gennaio 1996 e dei requisiti idonei a conseguire, entro il 1° gennaio 2028, l'accesso alla pensione di vecchiaia anticipata. Questo è, in soldoni, il passaggio generazionale: quello che noi vogliamo fare è mettere in condizione, di mantenere, all'interno delle imprese private, soprattutto nei settori più vocati al , quelle persone che decidono di non andare in pensione anticipata ma di prestare servizio, affinché ci sia una transizione di competenze. Le imprese che vorranno attingere a questo strumento dovranno assumere un 35 a tempo indeterminato; crediamo che questo possa essere uno strumento per collegare due generazioni, per collegare il saper fare italiano, per collegare quello che è il oggi e quello che dovrà essere nel prossimo futuro.
Nell'articolo 7 si parla di criteri direttivi della delega conferita al Governo per la razionalizzazione, il riordino e la semplificazione della disciplina dei confidi, da attuarsi mediante l'adozione di uno o più decreti legislativi entro 12 mesi dall'entrata in vigore della presente legge.
L'articolo 8 reca disposizioni volte a modificare la disciplina della cartolarizzazione dei crediti.
L'articolo 9 esonera dall'obbligo di assicurazione obbligatoria i carrelli elevatori, quando operano all'interno di aree aziendali, stabilimenti, magazzini o depositi, e gli altri veicoli utilizzati dalle imprese in zone non accessibili al pubblico.
L'articolo 10 reca una serie di novelle alla disciplina generale in materia di sicurezza sul lavoro. L'articolo 11 concerne la disciplina della sicurezza sul lavoro nell'ambito dell'istituto del lavoro agile. L'articolo 12 inserisce le piattaforme di lavoro mobili elevabili e le piattaforme di lavoro fuoristrada per operazioni in frutteto tra le attrezzature di lavoro. L'articolo 13 è sugli operatori della distribuzione di prodotti alimentari. L'articolo 14 è sulla finanza pubblica. Con l'articolo 15, finalmente, facciamo il rinnovo, dal 1985, della legge sull'artigianato italiano. In 40 anni, l'artigianato italiano è cambiato notevolmente. Questo è il primo Governo che, dal 1985, identifica e vuole normare un settore così importante come quello dell'artigianato.
PRESIDENTE. Concluda.
FABIO PIETRELLA, Mi permetta, Presidente, di ringraziare soltanto i componenti, di maggioranza e opposizione, della X Commissione, anche quando le parti erano divergenti, e di ringraziare sempre i nostri funzionari, per l'ottimo lavoro.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo: s'intende che si riservi di farlo in seguito. È iscritto a parlare il deputato Toni Ricciardi. Ne ha facoltà.
TONI RICCIARDI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Vice Ministro, colleghe e colleghi, siamo dinanzi a un provvedimento - lo diciamo già in premessa - che, grazie al lavoro e alle segnalazioni del Partito Democratico, ritornerà in Senato per una terza lettura, perché, evidentemente, ci sono state delle cose che non funzionavano.
Il relatore, giustamente, ricordava prima, in una maniera un po' confusa - come spesso accade negli ultimi tempi, ormai siamo quasi ben oltre i tre anni del Governo di Giorgia Meloni -, che quando una cosa non funziona - lo sentivo anche prima rispetto al dibattito sull'Ilva - è colpa di chi c'era prima, mentre quando si affronta qualcosa è merito chi lo sta affrontando adesso, addirittura dagli anni Ottanta, sentivo poc'anzi. Però, guardiamo il quadro, facciamo un quadro preventivo. Diciamo che con questo provvedimento, Presidente, se lei mi consente la parafrasi, è come se il medico stesse intervenendo su una nuova malattia che è emersa in un paziente cronico, dimenticandosi di intervenire sulla cronicità del problema del paziente stesso.
E qual è questa cronicità che, in parte, veniva giustamente sottolineata anche dal relatore? Dal 2023, abbiamo un calo della produzione industriale e ormai i mesi non si contano nemmeno più; abbiamo una forte regressione o stagnazione dell', meno 7,7 per cento complessivo, meno 21 per cento verso gli Stati Uniti e tralascio commenti, giudizi e contiguità con l'amministrazione statunitense alla quale stiamo assistendo negli ultimi mesi; abbiamo un aumento dei costi energetici, atavico problema, se vuole, sarà almeno mezzo secolo che, in questo Paese, si discute sulla difficoltà energetica. Possiamo anche accontentarci di sentirci dire che, in passato, nulla è stato fatto, tuttavia questo Governo nulla ha fatto per migliorare o facilitare le condizioni di accesso o di riduzione di un vero problema per le PMI italiane di competitività, se non forse il primo vero problema, che è quello dell'eccesso di costi energetici, costi che determinano, già in partenza, una difficoltà strutturale che le piccole e medie imprese fanno fatica a superare.
Dopodiché, quotidianamente... un giorno ci svegliamo e adesso è la fase storica, Presidente, nella quale ci svegliamo e cerchiamo di capire quale territorio, come nel Monopoli, il Presidente degli Stati Uniti vuole acquisire. Tuttavia, costantemente, mentre si rivendicano territori, si rivendica anche la minaccia o la scure di ulteriori dazi settoriali: nella meccanica, nella chimica, nella moda, nell'. Insomma, è come se ci stessimo dimenticando cosa, di fatto, siano le PMI e il . Lo dico perché questo è il Governo che ci ha tenuto tanto ad aggiungere, anche nella denominazione ministeriale, il concetto di . Il è tale perché è l'insieme dell'artigianato, delle competenze e della capacità di un settore specifico; si tratta di tradizioni plurisecolari che hanno determinato la realizzazione di prodotti, se vuole, di lusso, che poi sono stati identificati, negli anni Ottanta, con l'che ha determinato esattamente il concetto di .
E voi cosa fate con questo provvedimento? Questa è la domanda di fondo alla quale dobbiamo cercare di dare una risposta. Si tratta di un provvedimento dalle enunciazioni di principio, anche suggestive, se volete, come quella del registro dei marchi storici, articolo 2, di interesse nazionale. Bene, l'abbiamo definito, dopodiché non è ben chiaro a che punto arriviamo. Il provvedimento è pieno di ulteriori deleghe al Governo, perché ci tenete particolarmente a sottolineare quotidianamente e costantemente l'inutilità delle Assemblee legislative, perché questa è l'ennesima dimostrazione. Probabilmente, sarebbe il caso e sarebbe utile che in provvedimenti come questi, senza distinzione di parte, e il relatore ha ringraziato anche le opposizioni per il dibattito che c'è stato in Commissione, si adottasse anche questo criterio. Come anche per l'articolo 9; le cito questa cosa che mi ha colpito, ossia il fatto che togliete l'obbligo assicurativo per i carrelli elevatori e i macchinari agricoli che non hanno contatto con l'esterno, come se assicurare questi mezzi non fosse comunque una tutela e una garanzia per gli operatori stessi e per le aziende stesse. E, allora, non è che se tu togli il balzello fastidioso di un costo hai risolto il problema dell'azienda, delle piccole e medie imprese italiane. Tu lo risolvi se intervieni, come dicevo in premessa, nelle cause definite.
Ma arriviamo adesso al grande tema per il quale il provvedimento ritornerà nuovamente in Senato, ed è cronaca di qualche ora fa. Ieri sera, la trasmissione ha approfondito esattamente il tema e sembrava di rivedere, in alcuni casi, alcune scene di un film - è brutto dirlo, ma è così - di qualche anno fa, tratto da un , , quando c'è la scena di questi opifici che producono marchi di lusso che poi sfilano addirittura al Festival di Venezia. Sono rimasto molto colpito da questa cosa. Ovviamente, che cosa prevedeva? L'enunciazione era pure positiva, ovvero: andiamo a certificare la filiera della moda, perché - attenzione! -, come dicevo prima, è l'artigianato che ha determinato il lusso e non viceversa. Probabilmente - lo dico al relatore, che è un attento lettore distratto -, se avesse fatto sua una vecchia teoria economica di David Ricardo, quando, a un certo punto, si sviluppa, proprio nel tessile, l'economia di scala dell'impero del cotone britannico… Egli disse: guardate, è inutile che il Portogallo rincorra il cotone e la conquista del cotone, è meglio che si concentri a fare quello che sa fare, il vino. E lì ci fu la svolta, perché Paesi come la Francia e l'Italia, non essendo competitivi in termini geostrategici e politici con l'Impero britannico dell'epoca, si concentrarono sulla produzione qualitativa del tessile. Ma perché è tanto importante? Guardi, mi consentirà di suggerirle una lettura, ma sono convinto che il relatore già l'abbia fatto: di Sven Beckert. Perché è talmente importante? Perché il concetto della moda del tessile è il prisma per capire il mondo contemporaneo nel quale viviamo e l'economia globale? Perché è stato il cotone il primo prodotto attraverso il quale si è avviata la costruzione di un'economia globalizzata ed è attraverso il cotone, le piantagioni e la trasformazione del cotone che è avvenuta la metamorfosi dell'economia che è ancora in corso. E questo già ben prima dell'avvento della produzione delle macchine, ovvero della prima rivoluzione industriale intorno al 1780.
Perché sto facendo questa citazione? Non per far vedere ai colleghi o all'Aula che ogni tanto qualche libro lo leggiamo, ma perché siamo esattamente e nuovamente lì. E qual era uno degli elementi che questo saggio sottolinea? La costruzione dell'impero del cotone da parte dell'Impero britannico fu tale perché c'era lo sfruttamento in schiavitù o in semischiavitù della forza lavoro. E noi, paradossalmente, facendo un volo pindarico di qualche secolo, ci ritroviamo esattamente e nuovamente a quel punto specifico. È questa la domanda, lo dico per future discussioni sul tema: noi dovremmo cercare di interrogarci, come legislatori, su una questione. Noi viviamo in un mondo dove c'è la massificazione del lusso. Faccio un esempio banale che mi ha colpito decenni fa. Un giorno camminavo per strada e vidi un grande cartellone pubblicitario di una nota casa automobilistica tedesca, che diceva: è tua a 300 euro al mese. Io rimasi sconvolto, perché relativamente a quell'autovettura, io, che ormai rientro in una generazione di semi-anziano, come molti di voi, vivevo con quell'immagine stereotipata di quella nota casa automobilistica tedesca e per la nostra generazione, forse, era uno sociale, ma eri consapevole del fatto che non te la potevi permettere, tranne in rari casi che vedo anche oggi qui. Tu, invece, hai comunicato alla massa crescente dei consumatori, sui quali le politiche si concentrano, che quel bene di lusso, che, fino a 20 anni prima, era appannaggio esclusivo di alcune classi sociali o ceti sociali - così non faccio drizzare le orecchie a nessuno utilizzando l'espressione “classe sociale” - oggi è tuo! E guardate che nel settore della moda sta accadendo la stessa cosa: prodotti che, fino a qualche decennio fa, non erano concettualmente accessibili, oggi hanno sostituito lo di quell'autovettura, che oggi, invece, diventa la borsa, la scarpa, o quant'altro.
E allora questo che cosa ha generato? Ha generato un'economia di scala del lusso, ma l'economia di scala del lusso che cosa ha determinato? Del servizio, di ieri sera, di sapete che cosa mi ha colpito? Non gli opifici cinesi, eccetera. Mi ha colpito quell'artigiano italiano che aveva fino a qualche anno fa 20, 30 addetti e che, oggi, è ridotto ad avere 3 addetti, perché produceva tacchi, Presidente. E quello stesso tacco alle grandi case della moda italiana, del settore come dire dell'abbigliamento, gli opifici lo danno a metà del prezzo con il quale lui poteva garantire quell'offerta. E, allora, rispetto a tutto questo, noi che cosa facciamo? Nulla.
Abbiamo dovuto bloccare il provvedimento e, forse, un giorno vedremo o mi aspetto, nella prassi consolidata, ormai che ci sia l'ennesima delega; perché ho tutto il rispetto, e ci mancherebbe, lo dico al Vice Ministro presente, per l'autorevolezza e le competenze, dei Ministri, dei Vice Ministri e dei Sottosegretari però credo sia giunto il momento, colleghe e colleghi, che ogni tanto rivendicassimo la funzione legislativa. Perché non credo che siamo, anche dal punto di vista della costruzione normativa, dell'elaborazione del problema e dell'individuazione della soluzione, menomati rispetto all'“altezza” ministeriale.
Allora credo che questo sia uno sforzo complessivo che dobbiamo fare. Ma su questo provvedimento, con riferimento a questo punto, che è datato 18 dicembre - e, oggi, siamo un mese dopo -, però c'è un dato politico, lo dico al relatore; un dato politico che dobbiamo rivendicare perché ogni tanto la funzione dell'opposizione, quando riesce a evitare che si facciano danni, credo sia un patrimonio comune da rivendicare.
Noi abbiamo affrontato questo provvedimento in Commissione con oltre 100 emendamenti, cercando di trasferire quello che dicevo sempre in premessa, ossia una visione organica delle difficoltà industriali che ci sono in questo Paese. Che cosa proponevamo? Fondi per le rinnovabili delle PMI, internazionalizzazione, attenzione per le , misure che agevolassero la transizione verde e digitale, ad esempio nel settore della moda, proroga e rafforzamento delle reti di impresa, credito d'imposta per e ricerca, sostegno e accompagnamento per un'inevitabile e, forse, tardivo ricambio generazionale. E non voglio abusare di una citazione di un famoso testo di qualche anno fa: “l'Italia non è un Paese per giovani”, ma credo che i dati Istat di quasi 200.000 partenze l'anno ci certifichino che stiamo perdendo talenti e quei talenti sono esattamente la base attraverso la quale si è costruito l'artigianato e, attraverso l'artigianato, si è costruito il e il .
E, poi, soprattutto, la semplificazione. Diciamo sempre che c'è eccesso di burocrazia ma siete al Governo, siete la maggioranza, governate questo Paese: snellitelo questo carico burocratico, ove mai fosse possibile. Dopodiché, qual è la criticità di fondo che resta? L'entità, la quantificazione delle risorse - mi sia consentito - è inconsistente, con una quantità infinita di deleghe al Governo, ma su questo non ritorno perché credo di averlo già detto abbondantemente. Manca una visione strategica da parte di questo Governo su quale sia la traiettoria industriale per le piccole e medie imprese in questo Paese; cioè qual è l'Italia che immaginate di voler disegnare o, quantomeno, far partire in prospettiva da qui ai prossimi decenni? Qual è il solco, da voi scavato, all'interno del quale si rilancia o continua a crescere, a camminare questo ambito settoriale? E, soprattutto, come si interviene, come si accompagnano le PMI che hanno una certa fatica strutturale? Venivano ricordate le definizioni; non dico nemmeno le piccole… Immaginate le piccole o le microimprese: come fanno a tenere il passo della costante accelerazione dei processi di innovazione? Sono in grado di farlo solo… e non è, attenzione, la centralizzazione dell'economia, come qualcuno può immaginare, nessuno è antiliberale, ma significa che il compito dello Stato, della politica, del Governo è quello di tracciare la cornice all'interno della quale queste piccole e medie imprese, le microimprese, quelle che sono l'ossatura, veniva citato il dato europeo, il 99 per cento… L'Italia all'interno dell'Europa ha la sua specificità e mi riferisco esattamente alle botteghe artigianali, che oggi sono diventate piccole e medie imprese.
E allora per tutte queste ragioni, cari colleghi e care colleghe, Vice Ministro, lei avrà capito. Io, come dire, spero di aver interpretato al meglio la partecipazione, l'attenzione che il mio partito, come dire, ha consegnato rispetto a questo provvedimento; noi non siamo qui in una contrarietà frontale, siamo qui cercando di suggerire o di dirvi: attenzione, su questa cosa, probabilmente, si potrebbe fare in questa maniera, anziché in quest'altra. Tuttavia, per tutte le cose che ho appena detto in questo intervento, per l'eccesso di delega, per la sottovalutazione del provvedimento, per l'assenza di visione generale, come dire, è come se steste facendo una fotografia, ma avete perso il della foto. Diciamo che rischiate di consegnare a questo Paese l'ennesima fotografia sfocata perché probabilmente molte volte, nelle dinamiche anche comunicative della politica, avete, sì, individuato la luna, ma invece di focalizzarvi sulla luna, state concentrando la vostra attenzione, costantemente, ancora sul dito che indica la luna. E, per tutta questa serie di motivi, registrandolo, devo dirlo, da parte di tante colleghe e colleghi, debbo segnalarvi e consegnarvi il voto contrario del Partito Democratico.
PRESIDENTE. Saluto studenti, studentesse e docenti dell'Istituto comprensivo “Veroli 2” di Veroli, Frosinone, che assistono ai nostri lavori dalle tribune .
È iscritto a parlare il deputato Andrea Barabotti. Ne ha facoltà.
ANDREA BARABOTTI(LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il disegno di legge annuale per la piccola e media impresa rappresenta un passaggio fondamentale per la politica industriale del nostro Paese. Siamo di fronte a una legge che interviene sull'ossatura del nostro sistema produttivo: le micro, piccole e medie imprese, che costituiscono oltre il 95 per cento del tessuto imprenditoriale nazionale. Generano occupazione, presidiano i territori, custodiscono competenze, saperi e filiere produttive strategiche. Difenderle significa difendere l'Italia, quella che crea valore, lavoro e coesione sociale.
Il provvedimento affronta alcuni nodi strutturali che da anni ne limitano la crescita e la valorizzazione. Un primo asse fondamentale è quello dell'aggregazione e della crescita sul piano dimensionale. In questo senso, gli incentivi ai contratti di rete e l'introduzione delle centrali consortili aiutano le imprese a superare la frammentazione, a fare massa critica, a investire e a competere sui mercati senza snaturarne l'identità.
Il secondo pilastro riguarda un problema atavico, quello dell'accesso al credito. La riforma dei confidi e l'estensione degli strumenti di cartolarizzazione anche ai crediti futuri e allo di magazzino liberano liquidità, rafforzano la capacità finanziaria delle piccole e medie imprese e consentono una programmazione più solida.
Centrale è, poi, il capitolo delle semplificazioni: dall'esonero assicurativo per i mezzi che operano in aree non aperte al pubblico agli interventi in materia di sicurezza sul lavoro e di lavoro agile, che sono calibrati sulle dimensioni aziendali, perché la sicurezza va garantita sempre, ma senza scaricare sulle piccole e medie imprese burocrazia inutile e sproporzionata. Da questo punto di vista, voglio rassicurare il collega del Partito Democratico che mi ha preceduto, perché il venire meno dell'obbligo della RC-auto per i mezzi aziendali che operano all'interno dell'azienda non significa che non continui a sussistere un'assicurazione per i danni contro terzi.
Il disegno di legge affronta, inoltre, temi nuovi e decisivi come la lotta alle false recensioni che alterano la concorrenza e danneggiano migliaia di imprese sane, e affronta anche il tema dell'innovazione, dando una delega al Governo per approntare un testo unico per e PMI innovative. Questa è la cornice del provvedimento, una legge che vuole aiutare la micro, piccola e media impresa italiana a competere sui mercati, crescere e rafforzarsi, affermando questo modello di impresa tipicamente italiana come ossatura fondamentale delle filiere produttive del Paese.
Dentro questa cornice si colloca il contributo fattivo della Lega in prima lettura al Senato, che ha migliorato in modo significativo il testo. Penso, innanzitutto, alle modifiche sui consorzi stabili, che consentono alle imprese aggregate di partecipare alle gare pubbliche valorizzando mezzi, attrezzature e personale delle aziende consorziate: una norma che amplia realmente la possibilità di accesso delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici, senza abbassare gli standard qualitativi richiesti, ma, anzi, premiando l'organizzazione e la capacità di fare rete.
Penso, poi, alla tutela dell'artigianato, con il divieto di utilizzo improprio delle denominazioni “artigianato” o “artigianalità”. Qui si afferma un principio sacrosanto: l'attività artigiana deve essere rispettata e non strumentalizzata, nell'interesse certamente del consumatore, ma anche per difendere gli artigiani veri da una concorrenza sleale che sfrutta il senza rispettarne alcune regole. Sul fronte agricolo, le semplificazioni introdotte consentono un rapporto più diretto delle imprese con l'INPS e riducono gli oneri assicurativi, come abbiamo detto, per i mezzi aziendali che non sono sottoposti all'obbligo di RC-auto.
Questo è stato il tratto distintivo del contributo della Lega al Senato: poca ideologia e soluzioni pratiche per la piccola e media impresa. Ora, venendo al contributo offerto dal nostro gruppo al dibattito che si è svolto qui, alla Camera, in particolare nella Commissione attività produttive, bisogna sottolineare che si sono fatte qui, alla Camera, delle scelte che segnano politicamente questo provvedimento e l'attenzione di questo Governo e di questa maggioranza sul .
Alcune norme introdotte in prima lettura al Senato sulla filiera della moda, come ha ricordato il relatore prima di me, pur animate da intenti condivisibili, rischiavano di produrre effetti distorsivi. In particolare, il sistema di certificazione della filiera, pensato per garantire la qualità del lungo tutta la catena produttiva, avrebbe potuto tradursi in un'attenuazione delle responsabilità dei grandi committenti lungo la catena dei subappalti.
Per comprendere perché questo fosse un rischio serio, però, bisogna allargare un po' lo sguardo o restringerlo, come nel mio caso, da toscano attento alle dinamiche che si sono sviluppate nel distretto tessile di Prato. Il oggi è il terzo più conosciuto al mondo, ma attenzione, perché non è soltanto un'etichetta commerciale, ma è la reputazione del nostro Paese sui mercati internazionali. Prima ancora del dell'Italia, viene il valore del .
Questo Parlamento lo ha riconosciuto con una lunga indagine conoscitiva sul , con la prima legge organica di tutela e valorizzazione del . Lo abbiamo riconosciuto anche cambiando il nome a quello che una volta era il Ministero dello Sviluppo economico e che è diventato Ministero delle Imprese e del . Tutti passaggi che segnano una precisa volontà di assumersi, su questo fronte, una responsabilità politica. Proprio per questo, il non può fermarsi all'estetica o al lusso, ma deve rappresentare la qualità dei processi produttivi, la legalità della filiera e la dignità del lavoro.
Negli anni, purtroppo, nella filiera della moda si è affermato un modello con evidenti storture. In molti casi, artigiani italiani e piccole e medie imprese, che hanno fatto grande il , sono stati messi ai margini, mentre al loro posto si sono inseriti operatori e imprese, spesso guidati da soggetti stranieri, che competono esclusivamente sul prezzo, comprimendo salari, sicurezza e diritti. Non è una questione di provenienza, ma di regole che devono essere rispettate e che spesso, invece, sono violate. Il risultato è stato un abbassamento intollerabile degli standard di lavoro, di qualità dei prodotti e anche di retribuzione.
Questo non è un problema settoriale, ma è un problema di credibilità nazionale. È in questo contesto che, durante i lavori della Commissione, il Governo ha dimostrato sensibilità e attenzione, e il relatore ha esercitato pienamente il proprio ruolo parlamentare, presentando un emendamento che ha stralciato le disposizioni - quale, ad esempio, quella sulla certificazione della filiera della moda - che potevano creare effetti distorsivi. Una scelta figlia di un proficuo ascolto delle categorie, di un dibattito serio e di un indirizzo politico chiaro, espresso con un ordine del giorno della Lega e approvato nell'ambito della discussione del disegno di legge annuale sulla concorrenza.
Un ordine del giorno che riaffermava principi semplici, ma decisivi: no, alle scorciatoie; no alla deresponsabilizzazione né dei grandi committenti, né di tutti gli attori della filiera, né della politica. Una responsabilità, questa, che deve essere di sistema. Diciamolo con chiarezza e senza ipocrisie, i grandi che vendono una borsa a più di 4.000 euro o un paio di scarpe a più di 700 hanno i margini economici e organizzativi per controllare la propria filiera e hanno il dovere di farlo, perché la qualità non riguarda solo il prodotto finito, riguarda come quel prodotto viene realizzato, da chi e in quali condizioni.
Chi ha più forza economica e contrattuale deve avere anche più responsabilità. Il marchio non è per nessuno un diritto acquisito una volta per tutte; è un privilegio, un privilegio che va meritato rispettando le regole, i lavoratori e le filiere. Quando questo non accade, le sanzioni devono essere severe, perché in gioco non c'è solo un marchio, ma il buon nome dell'Italia nel mondo. Mettere in discussione il significa mettere in discussione la credibilità del nostro Paese: questo non possiamo e non dobbiamo consentirlo a nessuno.
Per questo, ringrazio il Governo per la sensibilità dimostrata e il relatore per il lavoro che ha svolto in Commissione. Lo stralcio delle norme sulla certificazione, che rischiavano di deresponsabilizzare i grandi , è una scelta coerente con l'indirizzo che, come Lega, abbiamo dato al Governo e con la responsabilità che tutti qua dentro ci siamo assunti. È una scelta che deve, però, quanto prima essere trasformata in effetti, in atti concreti.
Per questo, annuncio che, come Lega, abbiamo presentato un ulteriore ordine del giorno, collegato all'approvazione in seconda lettura di questo disegno di legge, affinché quanto prima vengano introdotte norme organiche capaci di garantire qualità, sostenibilità ed etica nella filiera della moda, ambasciatrice del nel mondo.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Cappelletti. Ne ha facoltà.
ENRICO CAPPELLETTI(M5S). Grazie, Presidente. Signor Vice Ministro, gentili colleghi, l'obiettivo generale di questo disegno di legge è quello di rafforzare la capacità competitiva e la crescita delle PMI italiane attraverso facilitazioni all'accesso al credito, attraverso la promozione di forme di aggregazione, attraverso l'introduzione di agevolazioni fiscali e di semplificazioni, attraverso il sostegno all'innovazione. L'obiettivo, quindi, è evidentemente condivisibile, ma non lo è questo disegno di legge, perché, da una parte, tradisce le aspettative e gli obiettivi e, dall'altra, contiene diversi elementi critici che sono stati segnalati anche dai sindacati e dalle associazioni di categoria. Ne cito qualcuno. Primo, è stato già ribadito in quest'Aula: la mancanza di coraggio. Alcuni osservatori economici, come hanno definito il provvedimento più un insieme di micro-misure che una riforma capace di rilanciare competitività e produttività delle piccole e medie imprese. Poi c'è la mancanza di coordinamento normativo. Numerose associazioni, come CONFAPI, hanno segnalato la necessità di coordinare meglio gli interventi con le altre normative già esistenti, specialmente - ma non solo - in materia di salute e di sicurezza.
E ancora, il sostegno finanziario è insufficiente. Le associazioni dell'artigianato, come Confartigianato e CNA, hanno criticato l'assenza di incentivi strutturali specifici per le microimprese e hanno criticato anche la mancanza di una dotazione finanziaria nazionale omogenea per il credito. Però, c'è anche un aspetto positivo che va dichiarato. Va dato atto al Governo e alla maggioranza, dopo le proteste sollevate dalle opposizioni, dalle organizzazioni sindacali e dalla realtà della società civile, di avere fatto marcia indietro sulla proposta di scudo penale alle aziende capofila delle filiere della moda. La proposta originaria intendeva, infatti, escludere le responsabilità delle imprese capofila della moda in relazione alle irregolarità nei rapporti con i loro subfornitori. La CGIL - per citarne una - ha parlato di colpo di spugna sulla responsabilità, denunciando come il Governo stesse, di fatto, svincolando le imprese committenti dalla responsabilità penale collegata al caporalato e allo sfruttamento nei subappalti.
Io ricordo - ma ricorderanno anche i colleghi di Commissione - tutta l'ironia del Sottosegretario Bitonci, quando si dichiarò, in Commissione, meravigliato e sorpreso rispetto alle proteste delle opposizioni, non rispetto allo scudo penale contenuto in questo disegno di legge. Certo, è un bene che sia stato tolto. Rimane, tuttavia, una domanda: se non avessimo denunciato questo pericolo, assieme ai sindacati e alle associazioni, sarebbe rimasto tale e quale nel provvedimento? Io credo proprio di sì. Occorrerà, dunque, fare molta attenzione, anche in futuro, rispetto ai tentativi di Governo e maggioranza di affrontare i problemi dello sfruttamento e del caporalato nel settore della moda non con un'azione di contrasto nei confronti di questo fenomeno, ma con una depenalizzazione del reato.
Per il resto, il Parlamento non ha introdotto cambiamenti sostanziali al testo. Pochissimi sono stati gli emendamenti accolti dal Governo, che, peraltro, hanno comportato dei modesti cambiamenti. Le deleghe originarie - parlo di Confidi, delle centrali consortili, delle - non sono state nemmeno scalfite dalle numerose proposte emendative presentate, anzi è stata aggiunta un'ulteriore delega alla riforma dell'artigianato con deboli principi e criteri direttivi, rispetto ai quali non si è potuto contribuire in Commissione per migliorare il testo.
Il disegno di legge contiene anche deleghe con errori tecnici. Si pensi alla evidente sovrapposizione tra delega e norme dispositive in materia di riferimento all'artigianato nella pubblicità e nella comunicazione commerciale. La delega al Governo interviene su un ambito che è già disciplinato da norme dispositive, cioè, sostanzialmente, interviene su un ambito che è già regolato. Ne consegue il rischio di duplicazione normativa, di incertezze interpretative, di conflitto con la stessa nozione giuridica di artigianato. La delega potrebbe consentire a imprese industriali di utilizzare artigianali sulla base di criteri diversi, per esempio, le certificazioni e i processi adottati. Questo non rafforza, ma indebolisce la tutela dell'artigianato, anche come giuridico, oltre che come stile di produzione.
E ancora, vi è nella legge un eccesso di delega e scarsa determinatezza, perché i criteri direttivi sono troppo generici. Manca una chiara delimitazione rispetto al codice del consumo e rispetto anche alle competenze dell'AGCM.
Insomma, questa norma è problematica, perché può produrre incertezza sia per le imprese che per i consumatori, indebolisce le tutele contro il cosiddetto , attribuisce vantaggi competitivi impropri per grandi imprese della moda e del tessile, causa la svalutazione dell'artigianato autentico, a danno delle micro e piccole imprese.
Insomma, il MoVimento 5 Stelle si associa alla delusione generale esposta dalle associazioni di imprese, come Confesercenti, secondo cui il disegno di legge appare deludente e insufficiente. Non vengono affrontate criticità strutturali, come il crollo dell'apertura di nuove attività, la desertificazione commerciale, la mancata tutela delle imprese locali contro le pressioni concorrenziali dei grandi operatori internazionali. E qui, per inciso, il riferimento va specialmente ai colossi USA del , che, benché siano evidentemente protetti, difesi e sostenuti dalla Premier Giorgia Meloni, grazie ai paradisi fiscali, fanno alle piccole e medie imprese del nostro Paese una evidente concorrenza sleale. Questo va spiegato alla Premier, signor Vice Ministro.
Anche la disciplina dei confidi è da rivedere: la normativa prevista favorisce, infatti, alcuni soggetti a scapito di altri. Ci saremmo aspettati un maggior equilibrio, oltre a regole di iscrizione all'albo più flessibili. C'è poca incisività sul fronte della produttività e del credito, come peraltro indicato da Confindustria. Servono strumenti più robusti per migliorare la produttività, l'accesso al credito e la competitività. Neppure la transizione digitale viene adeguatamente sostenuta. Occorrono maggiori incentivi a favore della tecnologia e della digitalizzazione, perché molte piccole e medie imprese non sono ancora pienamente attrezzate da questo punto di vista.
Insomma, il testo deve essere rafforzato e completato con strumenti più incisivi per gli investimenti, per la semplificazione fiscale e per l'accesso al credito. Servono maggiori semplificazioni normative reali, non solo proclamate. Servono incentivi più chiari, automatici e certi. Serve un più deciso sull'innovazione. Servono interventi per ridurre i costi di e i tanti, troppi adempimenti, che restano gravosi per le piccole e medie imprese del nostro Paese.
Anche le disposizioni volte a contrastare il fenomeno delle recensioni false presentano criticità rilevanti sotto il profilo del coordinamento normativo, della chiarezza applicativa e dell'effettiva efficacia di queste misure. La materia oggetto di intervento risulta già ampiamente disciplinata da norme nazionali ed europee che sono già pienamente operative, tra cui cito il codice del consumo, la direttiva cosiddetta e il , che disciplina in modo organico gli obblighi di trasparenza delle piattaforme, i meccanismi di segnalazione e rimozione dei contenuti, le responsabilità e i limiti di intervento degli intermediari digitali, nonché i poteri sanzionatori e interpretativi già esercitati dall'AGCM. In questo contesto, le nuove disposizioni del disegno di legge appaiono come norme duplicative e ridondanti, senza un chiaro valore aggiunto rispetto al quadro già vigente.
Il testo non chiarisce adeguatamente il rapporto di specialità o prevalenza rispetto alle norme europee direttamente applicabili e neppure il coordinamento tra le nuove disposizioni e le competenze delle autorità indipendenti già titolari della materia. Ciò determinerà incertezza sia per le piattaforme digitali che per le imprese, determinerà difformità applicative e rischio di contenzioso. D'altra parte, le disposizioni non definiscono con sufficiente precisione né il livello di verifica preventiva richiesta alle piattaforme sull'autenticità delle recensioni, né il confine tra obblighi di trasparenza e divieto di controllo generalizzato dei contenuti, peraltro vietato dal diritto europeo.
Paradossalmente, queste misure potrebbero dunque avere per conseguenza un aumento degli oneri indiretti per le piccole e medie imprese, per le procedure di segnalazione, di contestazione, di interlocuzione con le piattaforme stesse; potrebbero perfino ridurre la visibilità delle imprese più piccole, meno strutturate nella gestione della reputazione digitale, e quel che è peggio potrebbero non incidere in modo significativo sulle pratiche fraudolente organizzate, che richiedono ben altri strumenti sia investigativi che sanzionatori.
In conclusione, Presidente, le misure contenute in questo provvedimento sono insufficienti e frammentarie, sono frutto di una totale mancanza di visione strategica necessaria per affrontare le principali difficoltà delle PMI italiane. Non a caso, il nostro Paese ha visto, con il Governo Meloni, 32 mesi consecutivi di calo della produzione industriale su poco più di 36 mesi di Governo. Una statistica, questa, che purtroppo non verrà scalfita da un provvedimento come questo, paradossalmente potenzialmente perfino dannoso per le piccole e medie imprese italiane.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Il relatore ha esaurito i suoi tempi, ma se vuole… ok, va bene così.
Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo. Si intende che vi abbia rinunciato.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
3.
S. 1731 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 1° dicembre 2025, n. 180, recante misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli stabilimenti ex ILVA (Approvato dal Senato). (C. 2761)
: DI MATTINA.
4.
S. 1462 - Disposizioni in materia di sicurezza delle attività subacquee (Approvato dal Senato). (C. 2521)
Relatrice: FRIJIA.
5.
ORRICO ed altri: Disposizioni per il sostegno del diritto allo studio e per la prevenzione della dispersione scolastica. (C. 1367-A)
Relatrice: COLOMBO.
6.
S. 562 - D'INIZIATIVA DEI SENATORI: MARTI ed altri: Disposizioni per la promozione e la valorizzazione dei cammini d'Italia (Approvata dal Senato). (C. 1805-A)
: AMORESE, per la VII Commissione; ANDREUZZA, per la X Commissione.
7.
BONETTI ed altri: Delega al Governo per il sostegno delle attività educative e ricreative non formali. (C. 1311-A)
: GRIPPO, per la VII Commissione; PAOLO EMILIO RUSSO, per la XII Commissione.
8.
MONTARULI ed altri: Istituzione del Giorno del ricordo dei piccoli martiri della strage di Gorla e delle piccole vittime di tutte le guerre. (C. 1579-A)
: DE CORATO.
9.
S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato).
(C. 2673-A)
: PIETRELLA.


















