PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
FILIBERTO ZARATTI, legge il processo verbale della seduta del 5 gennaio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 71, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2751-A: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 dicembre 2025, n. 196, recante disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2026.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, onorevole Riccardo De Corato.
RICCARDO DE CORATO, Grazie Presidente, grazie, signor Sottosegretario. Io, se la Presidenza acconsente, consegno la relazione.
PRESIDENTE. Assolutamente sì.
Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, che si riserva.
È iscritto a parlare l'onorevole Amich. Ne ha facoltà.
ENZO AMICH(FDI). Signor Presidente, Sottosegretario Wanda Ferro, onorevoli colleghi, intervengo per illustrare il disegno di legge di conversione del decreto-legge 27 dicembre 2025, n. 196, recante disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2026, all'esame della Camera, in prima lettura, come atto Camera n. 2751.
Desidero, innanzitutto, richiamare il fatto che, nel corso dell'esame in sede referente, il testo è stato modificato e trasmesso all'Assemblea come atto Camera n. 2751-A. Accanto alle misure già previste dal decreto-legge, è stata introdotta una disposizione ulteriore che riguarda le elezioni comunali nei comuni sino a 15.000 abitanti nei casi in cui sia stata ammessa e votata una sola lista. La I Commissione ha deliberato il mandato al relatore a riferire favorevolmente all'Assemblea il 28 gennaio 2026 e resta fermo il termine costituzionale per la conversione, che scade il 25 febbraio 2026.
È un provvedimento essenziale nella forma, ma significativo nella sostanza, perché incide su ciò che rende effettivo un diritto costituzionale fondamentale: la possibilità concreta, semplice e ordinata di esercitare il voto. La è chiara: favorire la partecipazione degli elettori e consentire un avvio tempestivo e ben governato delle attività preparatorie, prevedendo regole operative certe anche nell'eventualità di consultazioni concomitanti.
Il cuore della disciplina è la scelta, limitata al solo 2026, di estendere la votazione su 2 giornate: domenica, dalle 7 alle 23, e lunedì, dalle 7 alle 15. È una deroga puntuale rispetto alla regola vigente, che dal 2014 aveva ricondotto il voto alla sola domenica. Qui la valutazione del Governo - e oggi del Parlamento, chiamato a convertirla in legge - è che nel 2026 vi siano condizioni tali da rendere preferibile un assetto più ampio e inclusivo. Più tempo a disposizione degli elettori significa ridurre gli ostacoli pratici, attenuare congestioni e code, gestire meglio i flussi, limitare l'impatto di imprevisti personali o lavorativi, che spesso si concentrano proprio nel fine settimana.
A questo proposito è utile ricordare, anche solo in sintesi, il quadro delle consultazioni previste nel 2026 per capire anche i tanti impegni di quest'anno: il referendum costituzionale, articolo 138 della Costituzione, sul testo di legge costituzionale in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare, fissato con decreto del Presidente della Repubblica il 22 e il 23 marzo 2026; il turno ordinario delle elezioni amministrative, da svolgersi nelle regioni a statuto ordinario in una domenica compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno; per la Camera due elezioni suppletive in collegi uninominali nel territorio del Veneto; un turno straordinario autunnale di elezioni amministrative in un numero limitato di comuni. In un calendario così concentrato, l'esigenza di regole chiare e di strumenti organizzativi adeguati è del tutto evidente.
In termini istituzionali, si tratta di una misura che rafforza l'accessibilità del voto, senza alterare la competizione democratica: non interviene sulle regole di attribuzione dei seggi, né sui presupposti del diritto elettorale; opera sul piano organizzativo, dove spesso si gioca la differenza tra un diritto fondamentale riconosciuto e un diritto effettivamente esercitabile.
A questa estensione temporale si accompagna, coerentemente, un adeguamento degli onorari dei componenti degli uffici elettorali di sezione. È previsto un incremento del 15 per cento degli onorari fissi forfetari, restando ferme le maggiorazioni già previste quando più consultazioni si svolgono contestualmente. È una scelta equilibrata: chiediamo ai presidenti di seggio, agli scrutatori, ai segretari e all'intera macchina elettorale una prestazione più lunga e più complessa; è corretto riconoscerla in un modo proporzionato. Anche questo aspetto, spesso considerato minore, è invece decisivo per la qualità del processo. Seggi che funzionano, personale motivato e condizioni di lavoro sostenibili incidono direttamente su regolarità, serenità delle operazioni e fiducia degli stessi cittadini.
Il decreto-legge contiene, poi, un secondo asse di intervento, altrettanto importante: le regole di coordinamento quando consultazioni diverse si trovino a svolgersi nello stesso territorio e nello stesso periodo. La norma è tecnica, ma la sua utilità è politico-istituzionale, perché riduce incertezze applicative, difformità tra comuni, rischi di errore e potenziali contenziosi.
In caso di contemporaneo svolgimento di referendum ed elezioni suppletive, si stabilisce un quadro operativo uniforme per gli adempimenti comuni e per il funzionamento dei seggi, con richiamo alle regole delle suppletive, e soprattutto si fissa un ordine di scrutinio chiaro: prima il referendum e poi, senza interruzioni, le suppletive. Nell'ipotesi di concomitanza tra elezioni suppletive ed elezioni amministrative si stabilisce l'ordine di scrutinio e la prosecuzione senza soluzione di continuità, con lo spostamento di eventuali scrutini circoscrizionali al martedì mattina.
Sono previsioni che non incidono sull'esito politico di una consultazione, ma su qualcosa di altrettanto essenziale: la certezza delle procedure e la loro omogeneità sul territorio nazionale.
A queste misure, nel testo risultante dall'esame referente, si aggiunge, come anticipavo, un intervento ulteriore, circoscritto al solo 2026, relativo alle elezioni comunali nei comuni fino a 15.000 abitanti, quando sia stata ammessa e votata una sola lista. La disposizione introduce una deroga mirata al testo unico degli enti locali prevedendo che, in tali casi, siano eletti il candidato sindaco e tutti i candidati compresi nella lista, a condizione che la lista abbia riportato un numero di voti validi non inferiore al 50 per cento di votanti e che il numero dei votanti non sia inferiore al 40 per cento degli elettori iscritti nelle liste elettorali del comune, in luogo del 50 per cento ordinariamente richiesto. Se tali percentuali non sono raggiunte, l'elezione è nulla.
Si prevede inoltre che, ai fini del calcolo degli elettori iscritti, non si tenga conto degli elettori iscritti all'AIRE che non esercitano il diritto di voto. È una norma che persegue un obiettivo di funzionalità democratica: agevolare il raggiungimento del in contesti nei quali la competizione è, di fatto, non competitiva, salvaguardando al tempo stesso la validità delle consultazioni e la regolare costituzione degli organi politici del comune, senza comprimere le garanzie minime di partecipazione.
Naturalmente, un intervento organizzativo ha un costo: il decreto quantifica i maggiori oneri per il 2026 e individua la relativa copertura mediante riduzione di un fondo speciale di parte corrente nello stato di previsione del Ministero dell'Economia e delle finanze. È un profilo che merita attenzione, ma va letto in modo proporzionato. La spesa aggiuntiva è circoscritta, temporalmente limitata all'anno 2026 e finalizzata a garantire un servizio pubblico essenziale connesso direttamente al funzionamento della democrazia rappresentativa e alla partecipazione popolare.
Aggiungo, per completezza, che la quantificazione dei maggiori oneri è pari a 6.107.690 euro per il 2026 e che, come evidenziato nel corso dell'esame, tale stima è riferita principalmente agli oneri dei componenti dei seggi elettorali.
Vengo, quindi, all'iter. Il decreto-legge è stato adottato il 27 dicembre 2025 ed è entrato in vigore il 28 dicembre 2025. Il disegno di legge di conversione è stato presentato alla Camera come A.C. 2751 ed è stato assegnato, in sede referente, alla I Commissione (Affari costituzionali), con i pareri richiesti delle Commissioni competenti e degli organismi previsti dalla prassi parlamentare.
La Commissione ha già avviato l'esame con una prima illustrazione del contenuto e delle principali questioni applicative nella seduta del 14 gennaio 2026. Nel corso dell'istruttoria parlamentare sono intervenuti anche i pareri degli organi consultivi e il Comitato per la legislazione ha espresso parere senza condizioni né osservazioni. Da qui il percorso resta quello ordinario dei decreti-legge: completamento dell'esame referente, acquisizione dei pareri, approdo in Assemblea, voto alla Camera e trasmissione all'altro ramo del Parlamento, nel rispetto del termine costituzionale per la conversione.
Consentitemi, a questo punto, una considerazione sulla bontà del provvedimento, perché la conversione non è un atto meramente dovuto: è una valutazione politica e istituzionale nel merito. A mio avviso, questo decreto ha almeno tre pregi. Il primo è la proporzionalità: interviene dove serve, senza estendere inutilmente il perimetro normativo, senza introdurre modifiche strutturali al sistema elettorale e senza creare effetti permanenti non necessari.
Il secondo è la chiarezza operativa: stabilire tempi di voto e sequenze di scrutinio in presenza di consultazioni concomitanti significa prevenire i problemi prima che si manifestino, significa tutelare gli elettori e tutelare anche gli operatori, riducendo l'area delle incertezze e delle interpretazioni divergenti.
Il terzo è la finalità democratica: favorire l'accesso alle urne è un obiettivo che parla a tutte le parti politiche perché non avvantaggia questa o quella posizione, ma rafforza la legittimazione del risultato, qualunque esso sia, e quindi rafforza la credibilità delle istituzioni stesse.
Certo, si potrebbe discutere, anche in astratto, se sia preferibile una disciplina stabile anziché interventi transitori, ma qui il legislatore sceglie consapevolmente una misura circoscritta al 2026, calibrata su un calendario particolare e su esigenze immediate di programmazione.
È una scelta prudente: consente di raggiungere l'obiettivo senza vincolare il futuro, lasciando al Parlamento la possibilità di valutare, con più tempo e in una sede ordinaria, se rendere strutturali alcune soluzioni oppure mantenerle eccezionali. Nel frattempo, però, il Paese ha bisogno di regole chiare, tempestive e applicabili da subito.
È questo, in fondo, il significato della decretazione d'urgenza quando è ben usata: risolvere problemi reali con interventi mirati, sottoponendoli poi al vaglio pieno del Parlamento.
In conclusione, signor Presidente e colleghi, la conversione del decreto-legge n. 196 del 2025 mette in sicurezza lo svolgimento delle consultazioni del 2026 sotto tre profili, come abbiamo visto: più tempo per votare, riconoscimento adeguato del lavoro dei seggi e regole certe per gestire sovrapposizioni e operazioni di scrutinio.
A questi profili, nel testo come risultante dall'esame referente, si aggiunge una disposizione mirata per garantire, nei comuni fino a 15.000 abitanti con una sola lista ammessa e votata, la regolare costituzione degli organi elettivi, preservando soglie minime di partecipazione e tenendo conto, come abbiamo ripetuto prima, nel computo, della peculiarità degli elettori AIRE che non esercitano il voto.
Sono misure concrete, leggibili dai cittadini e utili alla pubblica amministrazione, che contribuiscono a rendere più efficiente e più inclusivo l'esercizio del voto.
Per questa ragione ritengo che l'impianto del provvedimento sia meritevole di un esame rapido ma rigoroso e, in esito, di una conversione che preservi questa impostazione di equilibrio tra funzionalità, partecipazione e certezza nelle procedure.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Scarpa. Ne ha facoltà.
RACHELE SCARPA(PD-IDP). Grazie, Presidente. Oggi non ruberò molto tempo, perché voglio concentrarmi solo su un aspetto del provvedimento che discutiamo oggi, che, per quanto mi riguarda, è il più problematico ed è quello che più merita una dignità e una discussione anche all'interno di quest'Aula. Questo problema merita di essere rappresentato all'interno di quest'Aula perché è un problema di esclusione: l'esclusione dalla partecipazione di 4,9 milioni di cittadine e cittadini italiani - anche se si stima che il numero sia in aumento - che non potranno partecipare al prossimo appuntamento referendario del 22 e 23 marzo. Non potranno partecipare secondo un principio che io definisco arbitrario, perché - c'è da dire dopo le pressioni, le mobilitazioni e le numerose proposte fatte dalle opposizioni e dalle associazioni che si battono per il voto fuori sede - è stato dimostrato proprio da questo Governo che, in qualche modo, quando si vuole, si può fare: si è fatto per il referendum su cittadinanza e lavoro, si è fatto alle elezioni europee.
Sono state due sperimentazioni di cui possiamo dire bene o male, di difetti strutturali o carenze di partecipazione, ma in generale sono state due sperimentazioni partecipate, almeno in linea con i numeri dei Paesi europei che hanno scelto di avviare percorsi simili. Di sicuro non sono sperimentazioni andate in modo da permetterci di dire che questa volta non ne valeva la pena.
Proprio perché si è dimostrato che si può fare, lascia atterriti constatare che questa volta non si è voluto fare.
Io sono stata in Commissione, la settimana scorsa, e ho avuto anche l'occasione di discutere con la Sottosegretaria Ferro, che ringrazio comunque di essere qui ad ascoltare. Sono state addotte ragioni relative a tempi tecnici che non ci sarebbero stati: nulla che non fosse prevenibile, a mio parere, Presidente.
Il voto fuori sede è stato dimenticato, omesso e trascurato proprio dal testo iniziale del decreto che stiamo discutendo oggi e che indice il referendum. Questo poteva aiutare a risolvere il tema dei tempi tecnici, così come poteva essere di aiuto il fatto di prevedere che si sarebbe verificata questa eventualità all'indomani dell'approvazione della riforma della giustizia per come è stata approvata, peraltro, ossia con quattro passaggi parlamentari, dove le opposizioni, nonostante si stia parlando di una riforma costituzionale, non hanno potuto toccare il testo di una virgola: la prima riforma costituzionale nella storia del nostro Paese passata inemendata e anche sottoposta al voto via referendum confermativo dei cittadini italiani sì, ma alcuni no, perché si è deciso arbitrariamente che alcuni cittadini, in questa specifica occasione, non dovessero avere questa possibilità.
Io faccio fatica a credere alla questione dei tempi tecnici, perché penso che si sia dimostrato anche che queste cose si possono superare. Quindi, mi sento in dovere, a mia volta, come rappresentante delle istituzioni eletta e anche come persona più giovane eletta all'interno di questo Parlamento, di portare la voce e le storie delle persone che saranno arbitrariamente escluse da uno dei voti più importanti di questa legislatura, quello del referendum costituzionale sulla giustizia.
Si parla di ragazze e ragazzi che studiano all'università, che hanno fatto la scelta faticosa, di questi tempi, bisogna dirlo, di continuare il loro percorso di studi e di cercare di accedere ai livelli più alti di formazione per poter contribuire alla loro realizzazione personale, ma anche e sicuramente alla crescita economica e al benessere del nostro Paese. Un valore che diamo troppo poco forse agli studenti universitari al giorno d'oggi. A volte, sembra che decidere di continuare la propria formazione sia una colpa o peggio ancora un privilegio, un qualcosa che puoi permetterti di continuare a fare solo se hai un certo familiare, solo se hai una certa disponibilità economica. Siamo ben distanti, nella realtà quotidiana degli studenti, da una situazione per cui il diritto allo studio è universale ed anche strumento di mobilità sociale, ma proprio per questo di ciò ci dovremmo occupare nella quotidianità.
Lo facciamo troppo poco: le borse di studio che mancano, gli alloggi studenteschi che vengono commissionati a grandi r privati, che poi creano queste residenze di lusso al prezzo modico di 700 euro a stanza; la difficoltà che incontra chi fa il pendolare studiando, la difficoltà che gli studenti incontrano anche nella furia della meritocrazia fine a se stessa, che ha soffocato i percorsi universitari di tante e tanti ragazzi in questi anni, che hanno manifestato quel disagio mentale molto, molto chiaramente.
Ecco, anziché vedere tutto questo, occuparcene anche in altre sedi e dare dignità a queste esperienze, anche nell'esercizio del diritto più importante di tutti, quello alla partecipazione democratica, si sceglie di trascurarle. Per cui, la mia amica che viene a studiare a Padova partendo da Caltanissetta, non potrà partecipare a questo referendum, non potrà farlo perché non può permettersi, pur con le tariffe scontate, che sicuramente saranno previste il giorno delle elezioni, di fare quel tipo di viaggio per esercitare semplicemente il diritto di voto. Ripeto, tanti studenti e tante studentesse non scendono nemmeno a Natale per stare con le loro famiglie, è un po' presuntuoso - credo - ritenere che lo faranno solo ed esclusivamente per esercitare il diritto di voto, per quanto a quel voto diano grande importanza. Il compito dello Stato è rimuovere gli ostacoli alla partecipazione, non sicuramente scaricare il barile su chi vive quelle difficoltà. Oppure, penso a una persona che da Napoli sceglie di andare a vivere a Torino, va a Torino per lavorare, perché al giorno d'oggi la mobilità è anche uno dei modi con cui si cerca un'opportunità o con cui si cerca una stabilità in un mondo del lavoro che nel nostro Paese di problemi ne ha parecchi. Questo porta che quella persona, che da Napoli è andata a Torino, possa anche non essere nelle condizioni di prendersi un giorno di permesso per tornare a Napoli e votare. Cosa vogliamo fare, colleghi, i conti in tasca alle persone che lavorano? Io non credo che sia questa la soluzione. Penso che spetti a noi, in quanto parlamentari, in quanto membri del Governo, in quanto istituzioni, farci carico della responsabilità di rimuovere gli ostacoli per quelle persone e creare le condizioni migliori possibili affinché possano votare. Non che siano mancate le occasioni a livello parlamentare. Ricordo la discussione della proposta di legge “Voto dove vivo”, portata avanti in quota opposizioni, arrivata fino al momento della discussione in Aula alla Camera, per poi essere svuotata e trasformata in una delega in bianco al Governo, che ancora riposa, in attesa dell'approvazione finale, al Senato. C'è anche una legge di iniziativa popolare, grazie alla mobilitazione incessante di ragazze e ragazzi, che io ammiro per la loro dedizione e per la loro testardaggine nel continuare a fare questa battaglia, che ora stanno proponendo e che arriverà in Commissione, in Senato. Si parta subito con la discussione di quella proposta di legge, è un'urgenza non più rimandabile quella di vedere stabilizzato un meccanismo che, altrimenti, temo possa essere in balìa dell'arbitrio. Sì, dico arbitrio perché questa volta la mia impressione è che si sia convenientemente scelto di non occuparsi per tempo della questione perché si è ritenuto che, in questa particolare consultazione elettorale, si potesse anche fare a meno di quei voti, che i flussi, peraltro, ci hanno detto essere, almeno alle elezioni europee, parte consistente di un elettorato giovanile, magari con orientamenti più progressisti.
Non voglio essere maliziosa in questo senso, ma i fatti mi costringono a sottolineare queste cose, perché, se anche ciascuno avesse fatto il suo lavoro con le migliori intenzioni, questo non cambierebbe l'esito finale, che è l'esclusione potenziale di milioni di persone da uno dei voti più importanti dei prossimi anni. È una riforma costituzionale, noi stiamo cambiando la Costituzione, forse la maggioranza non se n'è resa conto visto che ha ritenuto di approvarla senza alcuna possibilità di modifica e senza quei tempi e quei supplementi di riflessione che si richiedono alle modifiche della Costituzione. Ma questo è: la Costituzione che cambia e un pezzo di cittadinanza che rimane tagliato fuori. Chi? Quelli che non potranno permettersi di pagarsi il viaggio; quelli che non potranno permettersi di prendersi un giorno di permesso dal lavoro; quelli che, perché costretti in un letto d'ospedale, non possono muoversi. È veramente un messaggio devastante quello che si sta trasmettendo, esplicitamente o implicitamente. Il primo messaggio è che il Governo decide arbitrariamente, perché non è in grado di dare tempestiva attuazione alle deleghe che il Parlamento gli ha dato, decide arbitrariamente quando o meno dei cittadini possono esercitare il diritto di voto.
Il secondo è che ci sono dei cittadini che contano di meno e che hanno meno dignità nella possibilità di partecipare alla nostra vita democratica: sono le persone che studiano; i giovani di questo Paese; le persone che lavorano e che non hanno una condizione lavorativa di grande flessibilità o che hanno magari un datore di lavoro particolarmente rigido, che seguono un certo tipo di turni e, infine, le persone impossibilitate fisicamente. Colleghi, che messaggio è questo alla platea sterminata di astensionisti di cui tutti quanti ci lamentiamo ogni anno e a ogni consultazione elettorale, chiedendoci com'è possibile che più della metà della popolazione italiana scelga di non partecipare alla vita democratica del nostro Paese?
È un messaggio forte questo che si manda, è un messaggio forte e un messaggio spiacevole di uno Stato che dice: a noi di voi non interessa abbastanza da mettervi nelle condizioni di esercitare un vostro diritto. Mi rendo conto che governare non è semplice, che far fronte anche alle resistenze tecniche, agli uffici sia complesso, ma questo Governo si è fatto orgoglio e bandiera quando era il momento di rivendicare le due sperimentazioni che ci sono state sul voto fuori sede. Il partito principale di maggioranza ha utilizzato il voto fuori sede come tema da campagna elettorale, invitando apertamente a fare un dispetto alla sinistra perché solo il Governo Meloni finora è riuscito a concedere il voto fuori sede. Cosa dovrebbe dire ora questo partito a tutti quei ragazzi e quelle ragazze che sta lasciando fuori?
Questo è un motivo di sfiducia per la politica, questo è un motivo per credere meno nella democrazia, questo è un motivo di allontanamento dei giovani dalla politica. Abbiamo perso per sempre la possibilità per quelle persone di dire la loro sul referendum costituzionale sulla giustizia. Aspetto solo la lamentela paternalistica, il giorno dopo del voto, sui giovani che non si interessano, sui giovani che non hanno voluto capire l'importanza dell'argomento, sui giovani che non hanno a cuore questo Paese e sul “noi, signora mia, ai nostri tempi, ci andavamo pure in triciclo a votare”.
Il mondo cambia in continuazione, cambia sempre. La condizione dei giovani, negli ultimi anni, peggiora per molte ragioni. In ogni caso, non ci si può permettere, soprattutto quando si parla di giovani generazioni, di consentire che degli ostacoli di tipo materiale determinino la loro possibilità di esprimersi, di esercitare i loro diritti e di partecipare, perché, se c'è una categoria, tra tutte, che non ha ancora responsabilità rispetto a quella che è la sua condizione di partenza, è quella di chi è giovane e studia nel nostro Paese, e da questo Paese dovrebbe poter avere il meglio, compreso un Parlamento in grado di legiferare, compreso un Governo in grado di dare attuazione alle deleghe che il Parlamento gli impone di esercitare, compresa una politica che non eserciti arbitrariamente doppi standard rispetto alla convenienza del momento.
Se crediamo tutti - come siamo stati bravi a dire in piazza - che questa è una battaglia di civiltà, allora sarebbe stato il caso di dimostrarlo prima di trovarci oggi, qui, in discussione generale, davanti a un'Aula che, essendo una discussione generale, è purtroppo un'Aula vuota, a dire: che peccato, abbiamo escluso milioni di cittadini dalla possibilità di votare.
Il nostro compito è rimuovere gli ostacoli. Finché la soluzione a questo problema del voto fuori sede non sarà strutturale, nessuno di noi potrà dirsi soddisfatto, nessuno di noi potrà cantare vittoria, nessuno di noi potrà dire di essere dalla parte dei giovani. Io oggi provo vergogna a venire qui a denunciare questa cosa. E chiedo seriamente di iniziare, da domani, a questo punto, un lavoro serio, non per consentire ai fuori sede di votare alle politiche del 2027, ma per consentire ai fuori sede di votare in tutti i prossimi appuntamenti elettorali, a prescindere da quanto le forze di maggioranza valuteranno che convenga loro, perché, probabilmente, alle politiche conviene a tutti che votino tutti, comunque. A prescindere da questo, significa far sì che esista una legge.
Una legge per il voto fuori sede è una battaglia che ci deve accomunare e nessuna scusa e nessuna ipocrisia può essere ammessa senza un impegno che abbia anche delle scadenze e dei tempi concreti, perché di “faremo”, “diremo”, “ce ne occuperemo” ci siamo riempiti le orecchie sin dall'inizio di questa legislatura. Al momento della prova della massima coerenza, che era per la terza volta dare la possibilità ai fuori sede di votare, si è scelto di tirarsi indietro. Voglio davvero sperare che non ci sia un calcolo elettorale dietro a tutto questo .
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA(M5S). Grazie, Presidente. Innanzitutto, Presidente, ci fa molto piacere rivederla in quest'Aula, quindi siamo molto contenti di vederla . Onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, membri del Governo, discutiamo oggi la conversione del decreto-legge n. 196 del 2025, con il quale il Governo ha voluto presentare un intervento urgente per favorire la partecipazione alle prossime consultazioni elettorali e referendarie del 2026. In realtà, anche questa volta abbiamo una misura tampone, più improntata a un intervento limitato nel tempo e priva di una visione organica.
Il cuore del provvedimento, come è noto, è sostanzialmente la proroga anche al lunedì mattina, fino alle ore 15, delle operazioni di voto. È una scelta che, nella relazione del provvedimento, questo Governo presenta come una risposta all'astensionismo crescente. Il Governo, quindi, ritiene che allungare le ore di voto, quindi prevedendo anche per il giorno successivo alla domenica - il lunedì - la possibilità di esercitare il diritto al voto, sia una misura sufficiente e di contrasto all'astensione crescente.
In realtà, ci dobbiamo chiedere se davvero l'orario dei seggi possa determinare una limitazione di questo fenomeno. La storia recente dimostra il contrario. Il voto in due giornate è già stato introdotto, in via transitoria, anche per le elezioni del 2023, 2024 e 2025. Eppure, nonostante queste deroghe ripetute, l'astensionismo non si è ridotto in modo significativo, anzi. Questo dimostra che c'è un problema strutturale, non soltanto logistico. In realtà, veramente pensiamo che l'apertura dei seggi per qualche ora in più possa invertire una tendenza strutturale che nasce dalla sfiducia verso la politica, dalla distanza tra le istituzioni e i cittadini, dalla percezione diffusa che il voto, in realtà, non incida nelle scelte reali?
Il decreto, poi, interviene anche al comma 2 dell'articolo 1, prevedendo l'aumento del 15 per cento degli onorari per i componenti del seggio, proprio dovuto all'aumento degli orari di lavoro. Anche su questo, si prevede una spesa che ammonta a circa 6 milioni di euro, tuttavia, ci sono delle segnalazioni da parte proprio della Commissione bilancio. La Commissione bilancio rileva che mancano le stime puntuali sugli oneri aggiuntivi per il personale delle prefetture e delle Forze dell'ordine impegnato nella vigilanza sui seggi. Quindi, ancora una volta, ci troviamo davanti a un provvedimento che è finanziariamente incompleto.
La verità è che la lotta all'estensione richiederebbe ben altro coraggio: una legge elettorale più chiara e stabile, investimenti sull'educazione civica, strumenti permanenti per il voto a distanza, procedure più semplici e moderne. Invece, assistiamo all'ennesimo intervento emergenziale, limitato a un solo anno, che non costruisce, però, nulla sul futuro. Come opposizione, non siamo contrari, , a una misura che possa facilitare l'esercizio del voto, ma riteniamo insufficiente, miope e inadeguato l'approccio scelto dal Governo. La democrazia non si rafforza con decreti all'ultimo minuto: si rafforza con riforme serie, condivise e durature.
Ma il punto politicamente più grave è un altro. In un decreto che dovrebbe affrontare il tema della partecipazione democratica non troviamo misure strutturali sul voto dei cittadini fuori sede. Anzi, questo Governo fa una scelta: decide di interrompere la fase sperimentale che aveva posto in essere con le due elezioni precedenti. Eppure, lo stesso ricorda che, solo in via transitoria e limitatamente ai referendum, è stato introdotto il voto per gli elettori fuori sede nei precedenti decreti-legge. Ed è proprio qui che è incomprensibile e stigmatizziamo questa scelta del Governo: studenti e lavoratori, che vivono lontani dal comune di residenza, continuano ad essere, di fatto, penalizzati.
Questo tema riguarda ben 5 milioni di cittadini italiani, in particolare giovani studenti e lavoratori. Il voto non può essere soltanto una procedura burocratica. Mi riferisco alle giustificazioni che ha avanzato, in sede di Commissione, la Sottosegretaria, facendo riferimento esclusivamente a dei problemi tecnici. Il cuore della nostra democrazia, lo strumento attraverso il quale ogni cittadino può esprimere la propria voce è il voto, partecipare alle scelte collettive e contribuire al futuro di questo Paese. Tuttavia, questo diritto fondamentale non è ancora pienamente garantito a tutti in modo uguale.
In Italia, milioni di persone vivono lontano dal proprio comune di residenza e di questo dobbiamo tenerne ormai conto. Molte volte non è per una scelta personale, ma per motivi di studio o di lavoro. Molti rinunciano non per disinteresse verso la politica, ma perché il sistema attuale rende troppo difficile e oneroso partecipare. Questa situazione crea una profonda ingiustizia. Il diritto di voto dovrebbe essere accessibile a ogni cittadino, indipendentemente dal luogo in cui si trova.
Non è accettabile che la partecipazione democratica dipenda dalla possibilità economica e dalla disponibilità di tempo che ognuno ha. Garantire il voto fuori sede significa innanzitutto garantire alla nostra democrazia più inclusione e più modernità. Non si tratta solo di una questione organizzativa - mi dispiace, non possiamo essere d'accordo con questa posizione - ma è un segnale politico e culturale. Significa dire, soprattutto ai nostri giovani, che la loro voce conta, che lo Stato si fida di loro e li considera parte attiva della nostra comunità. Significa rafforzare i presìdi di legalità e la partecipazione, combattere veramente l'astensionismo e avvicinare le istituzioni ai cittadini.
Il voto non è solo un diritto scritto in una legge, ma è il modo più forte per dire: io esisto, io conto, io voglio un Paese diverso. Ogni elezione a cui una persona rinuncia per impossibilità a votare è una sconfitta per tutti quanti noi. Per questo è necessario un impegno concreto da parte delle istituzioni, anche attraverso, appunto, la garanzia del diritto di voto per i fuori sede. Questo deve diventare una realtà e non può essere una decisione discrezionale del Governo.
Il Governo, invece, preferisce intervenire su aspetti puramente tecnici, come la disciplina dello scrutinio nel caso di o l'abbassamento temporaneo del nei comuni al di sotto dei 15.000 abitanti in presenza di una sola lista, previsto, appunto, dall'articolo 1-, piuttosto che affrontare in modo politico e centrale la questione di come rendere il voto davvero accessibile e significativo per tutti i cittadini, a partire dai cittadini che vivono fuori dalla loro residenza. Abbassare il o allungare l'orario di voto può evitare il fallimento formale di una consultazione, ma non restituisce fiducia nella politica e non garantisce il successo nel merito di quella votazione.
Non convince chi non vota perché non si sente rappresentato, non parla ai giovani che vedono la politica come distante e autoreferenziale, non risolve il problema di una legislazione elettorale frammentata. Questo decreto non può essere la risposta a delle vere e proprie lacune che il nostro ordinamento ha, soprattutto nella materia elettorale. Questo decreto non rafforza la democrazia, anzi ne certifica la fragilità. Per queste ragioni, il nostro giudizio sul provvedimento non può che essere critico e il nostro voto sarà, pertanto, di astensione.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole De Corato, che rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo.
WANDA FERRO,. Signor Presidente, un grazie ai colleghi che sono intervenuti, perché è sempre motivo di riflessione ed è sempre motivo per ragionare insieme su un tema, che è quello del voto fuori sede, che certamente non vede la volontà di essere messo da parte e soprattutto, al contrario, vede la volontà di garantire la partecipazione, sempre, però, nel quadro delle garanzie di sicurezza, di sostenibilità e di piena compatibilità con l'attuale struttura operativa dell'organizzazione elettorale.
Nel corso di questa legislatura, come è stato detto anche da chi mi ha preceduto - e ringrazio il collega Amich per aver fatto, devo dire, un ampio intervento su quello che prevede la norma, ma ringrazio anche le colleghe che hanno sollevato nel dibattito parlamentare delle giuste sottolineature, anche con il doveroso garbo che questa Aula richiede -, la materia connotata, che è una materia, non dimentichiamolo mai, ad alta tecnicalità, è stata oggetto di un importante confronto parlamentare tra i gruppi.
Il Governo, come è stato sottolineato, ha già promosso e attuato due sperimentazioni: nel 2024, in occasione delle elezioni europee, con l'istituzione di 46 seggi speciali nei capoluoghi di regione dedicati agli studenti temporaneamente domiciliati fuori dalla propria regione, e nel 2025, in occasione dei referendum abrogativi, ampliando, quindi, la platea anche ai lavoratori e ai cittadini fuori sede per cure mediche, purché fossero domiciliati da almeno tre mesi in una provincia diversa da quella del luogo di residenza.
Il Ministero dell'Interno ha mandato - a seguito, ovviamente, di più audizioni - e soprattutto ha completato una relazione molto esaustiva e dettagliata, che è stata inviata, appunto, al Parlamento e che contiene, oltre all'indicazione analitica e sintetica dei dati di affluenza alle sezioni elettorali speciali, anche una valutazione importante su quello che dobbiamo tenere in considerazione, le misure in termini di maggiore partecipazione elettorale anche in relazione al grande sforzo organizzativo, di cui io mi sento di ringraziare i tecnici e gli uffici del Ministero dell'Interno e dei comuni, ovviamente.
Il modello sperimentale non ha evidenziato - l'abbiamo detto - importanti criticità al punto tale da porci in qualche modo nella situazione di doverlo mettere da parte, ma dobbiamo anche sottolineare, per un fatto di chiarezza all'esterno, i numeri effettivi.
Poi, per quanto riguarda la sottoscritta - ma credo anche per il partito a cui faccio riferimento - anche un elettore in più è importante, in un'epoca in cui l'astensionismo, ahimè, diventa troppo spesso il primo partito. Però, dobbiamo anche chiarire agli italiani che, se parliamo di 4,9 milioni di fuori sede, questo riferimento è fatto su un lavoro che è quello del libro bianco. Al momento non esiste un censimento ufficiale, che sia Istat piuttosto che qualche altro censimento, ad aver dichiarato quante e quali categorie sono nei fuori sede.
Nel 2024 le istanze presentate sono state meno di 24.000 e nel 2025 le domande di ammissione sono state poco più di 67.000, con un dato di circa 60.000 votanti, che per noi sono importanti comunque. Quindi, sto solo facendo un sui numeri e sul tema, per poi arrivare alle criticità tecniche. Poiché al referendum del 2025 gli elettori italiani hanno partecipato in una percentuale che si attesta intorno al 30 per cento, se le stime del libro bianco fossero realistiche avremmo dovuto registrare una partecipazione di un milione e mezzo di studenti e lavoratori fuori sede, molto distante, ahimè e ahinoi, dai 60.000 votanti effettivi.
Gli esiti delle due sperimentazioni possono certamente costituire utili elementi di valutazione nel prosieguo delle iniziative legislative ancora all'esame della Commissione affari costituzionali del Senato. È in questo quadro che va letta la scelta di non inserire una nuova sperimentazione nel decreto per il referendum sulla giustizia, mentre gli emendamenti presentati dalle opposizioni, che purtroppo dovevano tenere conto anche della tempistica parlamentare, sono stati respinti per ragioni esclusivamente - e sottolineo “esclusivamente” - tecniche. Una disciplina introdotta in sede di conversione, infatti, entrerebbe in vigore presumibilmente solo negli ultimi giorni di febbraio, quindi a poco più di 20 giorni dalla data del voto. Nelle precedenti sperimentazioni, invece, le norme erano entrate in vigore entro 80 e 69 giorni, consentendo al Ministero e soprattutto alle amministrazioni comunali di poter predisporre per tempo tutte le attività necessarie, non ultimo la lista degli aventi diritto che viene cristallizzata entro un certo termine.
Per rendere effettivo il voto ai fuori sede, quindi, occorre una sequenza di procedure che non può essere compressa nei tempi. Tali procedure riguardano i termini di presentazione delle domande e dell'eventuale revoca, previsti nelle due precedenti sperimentazioni in 35 e 25 giorni, perché tengono conto delle tempistiche legate alla verifica incrociata tra i comuni di residenza e il comune di domicilio e alla necessità di annotazioni nelle liste sezionali, nonché la definizione del numero esatto dei richiedenti per l'eventuale istituzione di sezioni speciali, con un criterio organizzativo di una sezione ogni 800 elettori.
A questo si aggiungono ulteriori scadenze, che sono inderogabili, già fissate dall'ordinamento, come la nomina dei presidenti di seggio entro il trentesimo giorno antecedente alla votazione, quella degli scrutatori tra il venticinquesimo e il ventesimo giorno, nonché la cristallizzazione, come dicevo poc'anzi, delle liste elettorali entro il quindicesimo giorno prima del voto, entro quindi il 7 marzo; passaggio essenziale per garantire la regolarità delle operazioni di voto, in quanto determina il numero finale dei votanti.
Sono questioni - come dicevo - puramente tecniche per una materia altrettanto tecnica, che non possono essere affrontate quando il procedimento elettorale è già in una fase avanzata, ma che necessitano ovviamente di un impianto normativo solido, su cui è aperto il confronto parlamentare, che dovrà tenere conto anche dei significativi elementi emersi nelle due precedenti sperimentazioni.
Ovviamente, mi dispiace che non ci sia la collega Scarpa - però, insomma, vedo gli altri colleghi presenti - perché, seppur con un intervento molto approfondito sui fuori sede, credo che ci sia una contraddizione nel dire “faccio fatica a credere nei tempi tecnici”. L'ho scritto perché, personalmente, ho sempre pensato, venendo sempre dal mondo della politica, non essendo proprio il nuovo che avanza, che non si possa negare il voto a nessuno. È chiaro che il voto, però, deve essere un voto sicuro, un voto che si può espletare in trasparenza, e non credo che il voto fuori sede appartenga a una parte politica, piuttosto che a un'altra; anche perché, se dovessimo ragionare sul referendum di cui stiamo parlando, io credo che molti, magari, che sono da una parte, schierati da una parte politica, voteranno per quello che sta portando il “sì” piuttosto che il “no”.
Penso che si scelga di non trascurare assolutamente i giovani. Anzi, al contrario, credo che forse questo dibattito dovrebbe portare tutte le forze politiche a scuotere quelle coscienze che probabilmente sono disincantate da una politica che spesso non ha dato risposte ai giovani. Poi, personalmente, io ho detto una frase in Commissione che non voleva essere una mancanza di rispetto per i giovani, perché io credo che la linfa di tutti i partiti appartenga ai movimenti giovanili e credo che ognuno di noi investa su questo. Dicevo che noi siamo anche una generazione che arrivava col pedalò, pur di esprimere un voto, perché probabilmente volevamo delegare i nostri sogni, le nostre speranze, le nostre ambizioni alla politica. Poi, spesso siamo rimasti anche delusi, ma comunque credo che sollecitare i ragazzi a impegnarsi e, magari, a farlo anche in prima persona sia un dovere di tutti quanti. E questo significa, in qualche modo, mettere i fuori sede nelle condizioni di poter votare, ma di poterlo fare con la chiarezza nella quale sono stata sin dall'inizio - devo dire - in discussione generale, quando fu portata la famosa legge delega, con il chiarimento su quali elezioni sia facilmente espletabile e su quali sia più difficilmente espletabile, se rimangano determinate norme elettorali, come i collegi uninominali, perché significherebbe un incrocio impossibile; o penso anche alle amministrative.
È chiaro, tutto si può fare. Però, tutto lo si deve fare avendo la certezza di uno strumento certo e sicuro, perché il Viminale, il Ministero dell'Interno, esisteva prima di me e anche del Ministro Piantedosi, continuerà a vivere con le sue strutture anche dopo, ma ovviamente con quella garanzia che gli uffici devono dare rispetto a quel criterio di trasparenza di cui parlavo prima.
Chiudo dicendo, ovviamente, che non è una questione di chi vince o di chi perde una battaglia.
Lo abbiamo rivendicato con orgoglio. Obiettivamente - io anche nel precedente mandato ero nel gruppo di Fratelli d'Italia che all'epoca era all'opposizione -, abbiamo disquisito più volte di questo provvedimento in I Commissione, io ero alla Camera. Non è una bandiera: è sicuramente raccontare i fatti di due sperimentazioni, di una sperimentazione fatta anche attraverso l'dove abbiamo avuto 9.000 accessi che non sono hackeraggi, ma che comunque ci hanno destato, in qualche modo, una cautela in più sul voto degli italiani all'estero.
Continueremo a lavorare con la consapevolezza, ovviamente, che l'Aula possa essere in qualche modo attenta, che il Parlamento sia sovrano, ma con altrettanta consapevolezza di non farne una questione ideologica, ma soltanto un diritto, per chi vuole esprimere un voto, di poterlo fare.
Io mi auguro, ovviamente, che niente e nessuno da quest'Aula possa decidere se una cosa vada fatta per calcolo elettorale.
Per quello che mi riguarda, per la mia storia politica, per la storia politica alla quale da sempre appartengo sotto il profilo non soltanto partitico e politico, ma nelle istituzioni, non farei mai una scelta che fosse un semplice e mero calcolo elettorale.
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Prima di passare al prossimo argomento, sospendo la seduta per cinque minuti. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 1895-A: Istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico silurato da un'unità della Marina tedesca nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La III Commissione (Affari esteri) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Deborah Bergamini.
DEBORAH BERGAMINI, Presidente, grazie. Saluto i colleghi e la rappresentante del Governo. La proposta di legge che esaminiamo qui riguarda una vicenda storica davvero drammatica. Il 2 luglio 1940, pochi giorni dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia al Regno Unito, l', un piroscafo britannico carico di internati italiani ed austriaci destinati ad essere deportati fino in Canada, affondava, dopo essere stato silurato al largo delle coste irlandesi da un sommergibile tedesco. Il siluramento fu fatale, causando la morte per affogamento di quasi 900 persone, tra cui 446 italiani provenienti da varie parti del nostro Paese - moltissimi dall'appennino tosco-romagnolo, moltissimi dalla Garfagnana, dalla Lunigiana - e residenti nel Regno Unito. I nostri connazionali erano stati dichiarati indesiderati o pericolosi dopo l'entrata in guerra dell'Italia. In realtà si trattava, per la maggior parte dei casi, di persone che erano da decenni residenti nel Regno Unito, alcuni di seconda generazione, talora attivi nei movimenti antifascisti.
Come precisato nella relazione illustrativa che accompagna la proposta di legge, si tratta della più grave strage, per numero di vittime, nella storia dell'emigrazione italiana. La memoria di questa vicenda tragica è stata a lungo dimenticata ed è rimasta patrimonio soltanto delle comunità locali. Negli ultimi anni è stata finalmente sottratta all'oblio, grazie soprattutto al lavoro tenace di ricostruzione storica del comitato pro vittime , con sede a Bardi, in provincia di Parma, il centro che registrò il più alto numero di vittime. Ricordo che nel 2020, nell'80° anniversario di questo evento, il Presidente della Repubblica, Mattarella, commemorò, con un suo messaggio, le vittime innocenti dell', esprimendo sentimenti di vicinanza ai loro discendenti.
Questa proposta di legge mira a mantenere vivo il ricordo della perdita, in condizioni davvero inaudite, di questi nostri connazionali e vuole rappresentare, citando proprio le parole del Presidente della Repubblica, “un monito perenne contro le guerre e a favore dell'amicizia e della collaborazione tra i popoli”.
L'articolo 1, al comma 1, istituisce la Giornata nazionale della memoria dei 446 italiani caduti nel naufragio, da celebrare l'11 di ottobre di ogni anno, data del decesso di Rando Bertoia, l'ultimo sopravvissuto alla tragedia. In questa occasione, come precisato al comma 2, in tutti i luoghi pubblici e privati sarà osservato un minuto di silenzio, al fine di onorare i nostri connazionali.
Il comma 3 precisa che la Giornata nazionale non è considerata festiva, perché non determina gli effetti civili previsti dalle disposizioni in materia di ricorrenze festive di cui alla legge 27 maggio 1949, n. 260.
L'articolo 2 prevede che, in occasione della Giornata nazionale, le province o gli enti territoriali di livello equivalente possano promuovere e organizzare manifestazioni pubbliche, cerimonie, incontri, momenti comuni di ricordo e di riflessione, volti a diffondere la conoscenza della strage e a conservare la memoria dei connazionali periti.
Analogamente, l'articolo 3 stabilisce che, in occasione della Giornata nazionale, le istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, nell'ambito della loro autonomia, possano promuovere iniziative didattiche e organizzare studi, convegni e momenti comuni di ricordo dedicati agli italiani morti a bordo dell'. In base all'articolo 4, infine, la società concessionaria del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, la Rai, secondo le disposizioni previste dal contratto di servizio, potrà assicurare adeguati spazi nella programmazione televisiva pubblica nazionale e regionale, alla Giornata nazionale.
Segnalo che, nel corso dell'esame in sede referente, è stato approvato un articolo aggiuntivo, il 4-, che reca una clausola di invarianza finanziaria, in base alla quale le amministrazioni competenti provvedono ai relativi adempimenti nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente.
In conclusione, auspico una rapida approvazione della proposta di legge in esame, che raccoglie un consenso trasversale e costituisce un atto di doveroso riconoscimento per le vittime di questa tragedia, che per lungo tempo è sembrata essere destinata all'oblio, e per i loro familiari, per tutte le comunità locali interessate e per l'intera comunità nazionale.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Ferro.
WANDA FERRO,. Grazie, Presidente. Mi sento di ringraziare la collega Bergamini per questa iniziativa che in molte parti viene commemorata. Penso, ovviamente, a Glasgow, penso a Manchester, penso a Cardiff, penso anche a Liverpool, da dove questa nave partì: è una tragedia immane, come è stato sottolineato, ma credo con un significato profondo. Troppo spesso riportiamo alla memoria celebrazioni che, poi, diventano memoria fine a sé stessa. Io credo che raccontare anche alle giovani generazioni quello che è avvenuto e quanti emigrati italiani hanno perso la vita sia anche un modo per costruire insieme una memoria non fine a sé stessa, ma una memoria come costruzione continua. Quindi, credo che questa proposta vada nella direzione verso la quale, ovviamente, tutti dobbiamo remare, in ricordo di tanti italiani che hanno costruito un grande Paese anche, devo dire, in grandi momenti di sacrificio e di grande difficoltà.
Io la ringrazio perché, oltretutto, c'è da dire che, anche rispetto ai lavori fatti dalle altre ambasciate, in qualche modo lo Stato italiano ha dimostrato con questa proposta - che significherà, in qualche modo, avere anche una divulgazione importante attraverso la televisione italiana - che può raccontare quello che è avvenuto e che a molti è sconosciuto. Quindi, è una proposta completa, è una proposta ricca di significato, è una proposta che ci onora e quindi grazie alla collega Bergamini.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Claudio Mancini. Ne ha facoltà.
CLAUDIO MANCINI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, componenti del Governo, oggi discutiamo di una proposta di legge che nasce dal dolore, dalla memoria ma, soprattutto, dalla necessità di riflettere sulla nostra storia per comprendere il presente e guardare al futuro con sempre maggiore responsabilità. Il 2 luglio 1940, all'inizio della Seconda guerra mondiale, affondava nell'Atlantico settentrionale il piroscafo britannico una nave da crociera trasformata in mezzo di trasporto di internati civili e prigionieri verso campi di detenzione in Canada. Fu silurata ed affondata da un sommergibile tedesco U-47, probabilmente perché scambiata per unità militare: infatti, non c'erano segnali della Croce Rossa internazionale a bordo della nave. C'erano 1.500 persone a bordo, principalmente civili italiani, austriaci e tedeschi e un gruppo di prigionieri di guerra. D'altronde, dopo la dichiarazione di guerra compiuta da Mussolini il 10 giugno 1940, l'Italia divenne per l'Inghilterra un Paese nemico e quindi decine di migliaia di nostri connazionali furono arrestati e poi condotti in campi di detenzione nei Paesi del .
Su 710 civili italiani a bordo dell', 446 sono morti al largo delle coste irlandesi dopo essere partiti dal porto di Liverpool.
Questa tragedia, Presidente, va ricordata come una delle più dolorose perdite di vite civili italiane causate dalla guerra nazifascista, spesso dimenticata o marginalizzata nella memoria collettiva del Novecento. Molti cadaveri furono ritrovati sulle coste di Irlanda e Inghilterra: è il caso di Giuseppe Delgrosso, primo ad essere riconosciuto, nato nel parmense e trasferitosi con la famiglia in Scozia, la cui salma fu restituita dal mare su una spiaggia dell'isola di Colonsay, dove c'è il memoriale simbolo delle vittime di questa tragedia.
Ma nel suo insieme rimane una storia poco conosciuta e per questo è bene, con questa proposta di legge, istituire la Giornata del ricordo e ufficializzare una memoria pubblica e un riconoscimento istituzionale. In questi decenni la memoria di questa tragedia è stata affidata al racconto orale dei parenti e al lavoro delle comunità locali. Si tratta, infatti, di un pezzo della storia degli emigranti italiani che, come tante storie di emigrazione, avviene spesso per nuclei territoriali che poi rimangono coesi. È successo così anche nella tragedia: anche una volta internati, molti compaesani rimasero assieme e assieme morirono sull'. È così che il comune di Bardi, nell'Appennino parmense, ha avuto 48 morti, tutti originari dello stesso paese e così per tanti altri deceduti, provenienti dalla gran parte delle regioni d'Italia. È quindi merito dei sindaci, delle comunità locali e dei familiari delle vittime aver tenuto per tanti anni vivo il ricordo di questa tragedia. Nel piccolo paese dell'Appennino laziale da cui proviene la mia famiglia, Picinisco, ci sono stati 18 morti. C'è una lapide che li ricorda nel parco del Paese. Tra questi, due fratelli di mio nonno: italiani come tanti, emigrati per lavorare tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.
Mi si consenta allora, Presidente, non solo come componente di questa Camera ma anche come familiare delle vittime, di esprimere tutto il mio apprezzamento per questa iniziativa promossa, innanzitutto, dal primo firmatario, il collega Amich, sottoscritta dal collega Fornaro e da tanti colleghi e che spero possa avere la più ampia approvazione.
Arriviamo a questo passaggio, che può dare un degno ricordo civile alle vittime dimenticate dell', dopo che già nella scorsa legislatura un ordine del giorno approvato dalla Camera aveva dato un indirizzo in questa direzione, e soprattutto dopo la lettera che il Presidente Mattarella ritenne di inviare il 2 luglio 2020, a ottant'anni dall'affondamento dell', ai familiari delle vittime.
Mi si consenta allora, Presidente, di concludere questo intervento con le parole che il Presidente rivolse ai familiari: “(…) A ottant'anni anni da quel tristissimo avvenimento, desidero commemorare quelle vittime innocenti, esprimendo sentimenti di vicinanza e solidarietà ai loro discendenti. Il ricordo della loro sofferenza costituisce un monito perenne contro le guerre e a favore dell'amicizia e della collaborazione tra i popoli”
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Loperfido. Ne ha facoltà.
EMANUELE LOPERFIDO(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, nell'intervenire per illustrare la proposta di legge n. 1895, che istituisce la Giornata nazionale in memoria dei 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico silurato nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940, ricordiamo una delle più gravi, se non la più grave, tragedia dell'emigrazione italiana. E' un provvedimento, questo, appositamente sobrio, circoscritto, serio; provvedimento che assume una responsabilità tipicamente istituzionale, quella di riconoscere e trasmettere una pagina della nostra storia che, per troppo tempo, è rimasta poco conosciuta, se non del tutto sconosciuta, a livello nazionale.
La scelta non è un atto meramente simbolico, è un dispositivo pubblico che orienta l'attenzione collettiva; vuole incoraggiare lo studio e la divulgazione, sostiene il lavoro educativo e crea occasioni condivise di riflessione. Nel caso dell' significa dare dignità istituzionale a una tragedia che riguarda cittadini italiani travolti dalle dinamiche della guerra, internati e deportati e poi morti in mare in circostanze drammatiche.
Quelle circostanze non furono casuali né inevitabili. L', diretta verso il Canada con a bordo internati italiani e tedeschi, non recava i contrassegni previsti per il trasporto di prigionieri, ma era mimetizzata e armata con due cannoni, uno a prua e uno a poppa. In queste condizioni, fu avvistata da un tedesco di rientro da una missione nell'Atlantico, e, ritenendola una nave militare, la colpì con l'ultimo siluro rimasto a bordo, affondandola.
Una verità storica che ci impone di riconoscere come scelte operative errate e irresponsabili abbiano contribuito direttamente a una strage di civili inermi: 865 persone morirono, tra cui 446 italiani, molti dei quali alpini, emigrati pochi anni prima da varie parti d'Italia, uomini che avevano lasciato le proprie comunità per cercare lavoro e futuro all'estero e che si ritrovarono travolti dalla guerra in una terra che non era la loro, senza colpa e senza difesa.
Il provvedimento prevede che vi sia un minuto di silenzio in tutti i luoghi pubblici e privati. È una misura essenziale, non impone narrazioni, non divide, non crea contrapposizioni, ma richiama l'unità del Paese intorno a un dovere comune; è inoltre chiarito che la Giornata non determina gli effetti civili delle ricorrenze festive, non è un giorno festivo, anzi si intende farlo insieme alle scuole. L'impianto è coerente, pragmatico e si valorizza l'iniziativa dei territori, che sono quelli che fino ad ora hanno mantenuto vivo questo ricordo, prevedendo la possibilità per province o enti territoriali equivalenti di promuovere manifestazioni, cerimonie, incontri e momenti di ricordo. Si coinvolge la scuola, nell'ambito della sua autonomia, affinché possa promuovere iniziative didattiche: studi, convegni, percorsi di narrazione e riflessione.
Si richiama il ruolo del servizio pubblico radiotelevisivo e multimediale nella sua funzione culturale e civile, prevedendo la possibilità di spazi dedicati alla divulgazione e al rinnovamento di questa memoria. L'iter parlamentare merita di essere ricordato: la proposta è stata presentata il 28 maggio 2024 ed è stata esaminata in sede referente presso la III Commissione (Affari esteri e comunitari), che il 7 maggio 2025 ha deliberato di riferire favorevolmente all'Assemblea. Voglio ringraziare tutti i miei colleghi della Commissione esteri per aver celermente portato a questo risultato.
I pareri delle Commissioni consultive hanno contribuito a rafforzare ulteriormente il testo: la I Commissione ha espresso parere favorevole; la V Commissione ha espresso parere favorevole con condizioni, per garantire il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione; a sua volta, la VII Commissione ha espresso parere favorevole, confermando il valore educativo dell'iniziativa.
C'è un elemento politico-istituzionale particolarmente rilevante: questa proposta ha raccolto i consensi da tutte le parti politiche di maggioranza e di opposizione. Un segnale prezioso. Quando si parla di memoria nazionale, di dignità delle vittime, di responsabilità verso le nuove generazioni, il Parlamento sa ritrovare un terreno comune. In questo quadro, è doveroso richiamare anche l'attenzione che la Presidenza della Repubblica ha già riservato, nel tempo, a questa vicenda. Nel luglio 1990, in occasione del 50° anniversario, il Presidente Cossiga rese omaggio alle vittime, conferendo il titolo di Cavaliere ai superstiti ancora in vita. Nel luglio 2002 il Presidente Ciampi affidò a un telegramma ufficiale parole di commosso ricordo. Il 2 luglio 2020 il Presidente Sergio Mattarella definì l'“un episodio atroce, non sempre adeguatamente ricordato”, commemorando quelle vittime innocenti come monito perenne contro la guerra e a favore dell'amicizia tra i popoli.
Veniamo alla data indicata dal provvedimento: il testo individua l'11 ottobre di ogni anno come Giornata nazionale. È una scelta significativa, perché coincide con la morte di Rando Bertoia, ultimo sopravvissuto alla tragedia. Un richiamo forte e sobrio al passaggio di testimone tra chi ha vissuto e chi oggi ha il dovere di ricordare. Rando era nato nella mia stessa provincia. Era partito, seguendo la famiglia, terrazziere mosaicista, mestiere che aveva reso i friulani famosi nel mondo. Ed è questa una storia profondamente friulana, che accomuna migliaia di famiglie della nostra terra, fatta di povertà, emigrazione, sofferenza, ma dove dignità e laboriosità hanno portato al rilancio e trasformato il Friuli-Venezia Giulia in una delle regioni economicamente più forti d'Italia.
Rando Bertoia è stato per molti anni l'ultimo sopravvissuto italiano della . Ha svolto questo ruolo con dignità e silenziosa forza in Scozia, in Inghilterra, in Italia. La sua natura riconciliatrice e pacifica lo rese un autentico ambasciatore della memoria. Uomo riservato e gentile, non cercò mai i riflettori, ma fu sempre disponibile a partecipare alla commemorazione e a raccontare la sua storia ogni volta che gli veniva richiesto. Rando Bertoia è morto l'11 ottobre 2013 così come aveva vissuto, con discrezione, senza mai attirare l'attenzione su di sé; un friulano. La sua testimonianza resta un patrimonio civile per il nostro Paese.
Per queste ragioni, auspico un voto unanime e quanto più rapido possibile, perché questa memoria possa essere onorata già da quest'anno, a partire da Montereale Valcellina, luogo natio della famiglia Bertoia, per ricordare in tutta Italia una tragedia che parla di lavoratori italiani all'estero e che appartiene a tutta la comunità nazionale
PRESIDENTE. Grazie, onorevole Loperfido.
Non vi sono altri iscritti a parlare e, pertanto, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, l'onorevole Bergamini, che rinuncia.
Chiedo alla rappresentante del Governo, Sottosegretaria Ferro, se intenda intervenire. Sottosegretaria, intende intervenire? No.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Morfino ed altri n. 1-00518 concernente iniziative volte al contrasto della violenza digitale di genere.
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori .
Avverto che è stata presentata la mozione Ferrari e altri n. 1-00539, che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione all'ordine del giorno, verrà svolta congiuntamente. Il relativo testo è in distribuzione .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritta a parlare la deputata Carmela Auriemma, che illustrerà anche la mozione Morfino ed altri n. 1-00518, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA(M5S). Grazie, Presidente. Presidente, chiedo scusa se leggerò qualche commento volgare, non adatto all'onorabilità di quest'Aula, ma voglio con forza andare subito al cuore della questione di cui oggi parliamo, che è oggetto della nostra mozione e che riguarda la violenza di genere sui l'entità e la gravità di questo fenomeno. Leggerò quindi alcuni commenti che sono stati scritti sotto i miei rivolti alla mia persona: “puttana, vai a cagare”, “povera demente”, “puttana, vai a pulire i cessi”.
Quelli che ho letto sono alcuni dei commenti che ho avuto sotto i miei , che avevano contenuti politici riguardanti la mia attività. È impressionante il numero di commenti di persone che, quando non condividono un contenuto, invece di spiegare le ragioni del loro dissenso, offendono con commenti sessisti.
Normalizzare la violenza: è questo il grandissimo pericolo che si sta correndo, che si è già realizzato. Sui è quasi normale dare della “troia” a una donna che esprime un proprio giudizio.
Una recente indagine, realizzata nel 2024 con l'obiettivo di analizzare la profondità di consapevolezza dei comportamenti e la percezione delle donne rispetto al fenomeno della violenza di genere nel nostro Paese ci ha fornito un quadro del fenomeno con dati sconcertanti.
Quasi una donna su due, pari al 47 per cento, dichiara di aver vissuto almeno una volta un episodio di violenza digitale nel corso della propria vita; un dato che già di per sé è allarmante, ma lo diventa ancora di più, se si abbassa la fascia di età. Per quanto riguarda le ragazze tra i 16 e i 24 anni, per questa fascia di età la percentuale sale al 60 per cento, confermando, questo dato, come le nuove generazioni siano particolarmente esposte ai rischi legati all'uso della rete.
Tra le donne che hanno subito forme di violenza digitale, le esperienze più comuni riguardano l'invio di contenuti sessuali non richiesti, segnalato dal 19 per cento delle intervistate; la manipolazione emotiva , quasi il 15 per cento; episodi di , quasi il 15 per cento. Si tratta di forme di aggressione spesso difficili da riconoscere e da contrastare, perché avvengono in uno spazio virtuale e molto spesso in modo anonimo. Non a caso, nel 49 per cento delle situazioni, i responsabili sono persone sconosciute. Tuttavia, il fenomeno non si limita a contesti estranei. Il 26 cento delle donne riferisce episodi di violenza da parte di persone conosciute.
Questi dati mettono in luce quanto la violenza digitale sia un problema complesso e diffuso, capace di coinvolgere tanto la sfera pubblica, quanto quella privata. Sebbene la quasi totalità delle donne - il 98 per cento - dichiari di conoscere almeno una forma di violenza digitale, questa consapevolezza, però, non sembra tradursi in una reale percezione di protezione: tre donne su quattro, infatti, dichiarano che la società non prende abbastanza sul serio il problema - e questa è la cosa più grave -, segno di una diffusa sfiducia nelle istituzioni e negli strumenti di tutela. Anche sul piano legislativo, il 60 per cento degli intervistati afferma di non sapere o di sapere poco sulle norme italiane a tutela della violenza digitale, nonostante ci sia stato un rafforzamento del codice rosso, con misure a sostegno delle vittime.
Il senso di insicurezza percepito influenza in modo significativo anche le abitudini quotidiane legate all'uso dei e delle tecnologie digitali, che, molto spesso, sono anche strumenti di lavoro. Il 64 per cento delle donne dichiara di limitare la visibilità del proprio profilo e dei contenuti condivisi ; una percentuale che raggiunge l'83 per cento nelle giovani donne. Inoltre, il 56 per cento delle donne intervistate afferma di aver modificato in modo sostanziale il proprio utilizzo di e strumenti digitali per sentirsi più sicure. Questa percentuale aumenta, addirittura, al 70 per cento tra le ragazze dai 16 ai 24 anni. Tutto ciò dimostra che la paura di subire violenze incide concretamente sui comportamenti e sulle scelte personali, anche in assenza di un'esperienza diretta.
La violenza digitale rappresenta, quindi, un fenomeno sempre più diffuso e pervasivo, che colpisce in modo particolare le donne e le giovani generazioni. Nonostante una crescente consapevolezza del problema, permangono forti lacune sul piano della tutela e dell'informazione, rendendo urgente un maggiore impegno da parte delle istituzioni, delle piattaforme digitali e della società nel suo insieme. Ho sempre pensato che i siano uno strumento per comunicare, condividere informazioni, mettere a contatto le persone e fare rete: reti positive, virtuose, di conoscenza. E, con riguardo proprio alle donne, possono anche svolgere un importante ruolo nell'emancipazione della donna e della tutela dei loro diritti. Consentono alle persone e alle organizzazioni di condividere informazioni, storie personali e contenuti, tuttavia il , sempre più spesso, diventa uno spazio molto pericoloso, pieno di trappole per le donne e opportunità per i persecutori. Ciò anche grazie ad un senso generalizzato di impunità e ad una risposta sempre lenta e inadeguata della giustizia.
È un fenomeno complesso e diffuso. Pensiamo allo sconcerto che si è avuto quest'estate con la scoperta della “Mia moglie”: un gruppo che esisteva da oltre sei anni, dove c'erano oltre 32.000 iscritti; uomini che postavano, indisturbati, foto private di donne e compagne, a loro insaputa, esponendole ai commenti sessisti, volgari e violenti di altri uomini. La ricostruzione del caso mostra un ecosistema digitale costruito sulla normalizzazione della violenza, quello che, appunto, vediamo sempre più spesso. Il gruppo non era un semplice contenitore di immagini, era un luogo di scambio e di complicità tra utenti.
Le pubblicazioni erano anche accompagnate da commenti che alimentavano un clima di pornografia non consensuale presentata come un gioco tra uomini, dimostrazioni di potere sulla , forma di esibizione e controllo. Questo episodio ci dimostra ancora di più quanto possa essere vicino il carnefice alla vittima, ma la cosa più sconvolgente è sapere che tra gli amministratori del gruppo c'è anche una donna. Questo ci pone degli interrogativi seri sul fenomeno.
Ogni giorno assistiamo a nuovi casi di , di molestie , di persecuzioni digitali, di campagne d'odio organizzate. Oggi basta una semplice foto che con l'intelligenza artificiale diventa un pornografico: volti reali incollati su corpi falsi, video manipolati, ricatti costruiti a tavolino. E spesso le vittime scoprono tutto quando è già troppo tardi, quando la loro immagine è già diventata virale, quando la vergogna è pubblica ormai e quando il danno è irreparabile. E, mentre tutto questo accade, lo Stato spesso arriva troppo tardi, con strumenti lenti e inadeguati. Questo è inaccettabile.
Negli anni, è vero, sono stati fatti passi avanti: il codice rosso e l'introduzione del reato di , ottenuto solo dopo che una giovanissima e bellissima ragazza, che abitava a pochi chilometri da casa mia, si è suicidata: Tiziana Cantone. Come possiamo dimenticare questa tragica morte? Aveva chiesto di poter esercitare il diritto all'oblio, Tiziana, cioè il diritto ad essere dimenticata, tanta era la vergogna per quello che le era successo. La mamma, che ho conosciuto personalmente, ha combattuto per anni contro individui che continuavano ad infangare l'immagine della sua cara figlia su . La verità, però, è che la realtà corre molto più veloce delle nostre leggi e, quindi, oggi abbiamo un sistema che è inadeguato. Le piattaforme sono globali, i sono all'estero, i contenuti si moltiplicano in pochi minuti, le procedure di rimozione sono macchinose, frammentate e spesso inefficaci. Nel frattempo, però, le vittime restano sole, esposte e senza protezione. E noi non possiamo accettare che chi subisce una violenza debba anche combattere contro un sistema inadeguato, per mesi, per anni, per far cancellare un video, una foto o un contenuto che distrugge la propria vita e la propria reputazione.
Quindi, con questa mozione, su cui chiediamo con forza un voto condiviso, una battaglia senza distinzioni, chiediamo al Governo di impegnarsi, innanzitutto di dare un chiaro segnale di cambio: chiediamo l'adeguamento immediato della normativa italiana alle nuove regole europee; chiediamo procedure più rapide e obbligatorie di rimozione dei contenuti illeciti; canali di segnalazione molto più semplici, sicuri e accessibili; l'istituzione di un fondo nazionale dedicato alla prevenzione e all'educazione digitale; la formazione obbligatoria per magistrati, Forze dell'ordine, operatori sanitari e sociali.
Ma vogliamo essere anche chiari, questa non è solo una battaglia normativa, è una vera e propria battaglia culturale che coinvolge tutti quanti, a tutti i livelli, perché la violenza digitale nasce dallo stesso terreno della violenza reale: dal sessismo, dalla cultura del possesso, dall'idea che il corpo della donna e l'immagine della donna siano disponibili, siano un oggetto, anche da stracciare. Per questo chiediamo educazione affettiva e sessuale nelle scuole, alfabetizzazione digitale, una presenza stabile dello psicologo scolastico. E chiediamo ai colleghi presenti in quest'Aula di non continuare ad inseguire l'emergenza, ma di dare oggi un segnale importante.
Abbiamo il dovere di agire ora. Ogni giorno che passa senza regole adeguate è un giorno che qualcuna di noi viene colpita, umiliata, messa a tacere. Lo Stato deve scegliere da che parte stare. Noi vogliamo stare dalla parte delle donne, delle ragazze, delle vittime. Per questo confidiamo in un voto convinto, senza esitazioni e unanime.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Bakkali, che illustrerà anche la mozione Ferrari ed altri n. 1-00539, di cui è cofirmataria.
OUIDAD BAKKALI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Ringrazio anche la collega per aver fornito un quadro di dati che mi agevola anche nell'illustrazione della nostra mozione sui medesimi argomenti. pornografici, manipolazione di immagini con intelligenza artificiale, molestie, e rappresentano solo alcune delle forme che può assumere la violenza di genere digitale. Siamo di fronte a una forma di violenza che negli ultimi anni ha assunto proporzioni allarmanti in tutto il mondo. Il nostro Paese, purtroppo, non fa eccezione. Complici sono l'anonimato garantito dalla Rete, l'avvento delle AI, l'assenza di leggi efficaci capaci di reprimere gli abusi e proteggere le vittime. Perché, è chiaro, la violenza di genere è violenza reale, non resta confinata ma si riversa velocemente e pervasivamente nella vita delle donne, con conseguenze fisiche, psicologiche, economiche e professionali. L'abuso che nasce in Rete può ingenerare paura, indurre al silenzio, all'isolamento, danneggiare reputazioni e carriere, fino ad arrivare, nei casi peggiori - come quello illustrato dalla collega -, al suicidio, alla violenza fisica, al femminicidio. Talvolta la violenza presenta i caratteri della persecuzione, attraverso la sorveglianza continua e indesiderata ma anche con l'intrusione nella sfera personale e il controllo persistente delle attività e dei contatti della vittima.
Spesso gli atti violenti possono indurre ad aggressioni e includere anche aggressioni verbali, minacce, intimidazioni. Lo spazio digitale è tra i più insidiosi e ad alto impatto espansivo, nel quale si manifestano forme di violenza legata al linguaggio misogino, alle molestie e allo stupro digitale e alla diffusione non consensuale di immagini intime, nonché al fenomeno dei cosiddetti porno. Non molto tempo fa è emersa - si citava prima - la sconcertante notizia secondo cui e il gruppo “Mia Moglie” sarebbero stati utilizzati come piattaforme per la diffusione sistematica e organizzata di immagini e video a contenuto sessualmente esplicito, senza il consenso, ovviamente, delle vittime, spesso accompagnate da condotte di ricatto ed estorsioni finalizzate a ottenere denaro o ulteriori contenuti intimi. Secondo quanto riportato, una parte rilevante di tale materiale sarebbe stata manipolata, generata artificialmente attraverso l'uso di tecnologie di intelligenza artificiale, incluse tecniche di alterazione dei volti e dei corpi.
L'uso sempre più esteso delle piattaforme digitali ha trasformato profondamente le relazioni sociali, facendo emergere nuove forme di violenza che incidono sulla dignità, sulla libertà e sulla sicurezza delle persone, in particolare delle donne. Gli strumenti per perpetrare tali violenze sono spesso di facile accesso, accompagnati da materiali formativi reperibili . Nella quasi totalità dei casi le vittime sono donne, mentre gli autori risultano prevalentemente uomini e tali condotte rispondono a dinamiche di dominio, controllo, affermazione di potere sul genere femminile.
Ambienti virtuali apparentemente neutri o presentati come spazi di libertà di opinione, si configurano, in realtà, come incubatori di odio e di ostilità verso le donne. Si registra una crescente diffusione di comunità digitali caratterizzate da narrazioni misogine, violente, incluse quelle riconducibili alla cosiddetta manosfera, ai gruppi , che abbiamo imparato a conoscere con quella straordinaria serie , e alle teorie che alimentano stereotipi, disinformazione e modelli di mascolinità tossica.
Tali dinamiche colpiscono in modo particolare soggetti fragili, giovani, esposti al rischio di radicalizzazione ed interiorizzazione di modelli violenti. La rete è divenuta in numerosi casi un luogo di aggressione, di impunità percepita, anche a causa dell'anonimato e della difficoltà di identificazione degli autori. Il regolamento del 2022 rappresenta un avanzamento significativo, ma richiede una piena ed efficace attuazione nazionale, soprattutto a tutela delle vittime e dei minori. L'educazione digitale affettiva e al rispetto di genere costituisce uno strumento essenziale di prevenzione e di cittadinanza democratica, possibilmente, in questo caso, senza consensi preventivi e proibitivi.
Avanziamo alcune proposte in questa mozione - e sono proposte molto concrete - al Governo. Chiediamo: che la violenza di genere sia assunta come priorità strutturale dell'azione di Governo, riconoscendone la natura sistemica e il nesso diretto con la violenza contro le donne, anche fuori dalla rete; di potenziare in modo vincolante le politiche, a partire dal sistema educativo, introducendo, appunto, stabilmente, nei programmi scolastici e universitari, percorsi obbligatori di educazione sessuo-affettiva, digitale e al rispetto di genere, nonché di alfabetizzazione ai e all'uso critico delle tecnologie digitali; di stanziare fondi dedicati a questo, perché si possano costruire percorsi reali dentro le scuole, referenti scolastici addetti a questo tipo di prevenzione; di stanziare le risorse per prevedere protocolli per la formazione - come si chiedeva prima - gratuita da destinare a chi opera, ad esempio, nei centri antiviolenza; di rafforzare il quadro normativo e sanzionatorio contro l'istigazione all'odio, le discriminazioni, la violenza di genere e le molestie , riconoscendo alle vittime di reati informatici il diritto soggettivo alla rimozione immediata dei contenuti lesivi mediante procedure semplificate, tempi certi e prevedendo sanzioni amministrative elevate in caso di inadempimento; di dare piena attuazione al , prevedendo forme di responsabilità aggravata verso, appunto, le piattaforme che non adottino misure efficaci; di consentire all'autorità giudiziaria, con decreto motivato, la cooperazione diretta e immediata dei fornitori di servizi digitali stabiliti all'estero, prevedendo sequestri tempestivi dei contenuti e sanzioni amministrative in caso di mancata o incompleta collaborazione; di adottare sistemi tecnici di prevenzione della ripubblicazione di contenuti illeciti già segnalati dalle vittime - e questo succede sistematicamente-, che questi contenuti siano inclusi in meccanismi di scansione dei codici , anche in caso di contenuti modificati o rielaborati; di garantire, in conformità ai protocolli internazionali e alla Convenzione di Budapest sul , la trasmissione, entro termini certi e non superiori alle 48 ore, dei dati utili all'identificazione degli autori dei reati informatici.
Ad introdurre meccanismi, anche qui, di responsabilità rafforzata e progressiva per le piattaforme digitali nella rimozione dei contenuti; ad istituire un tavolo tecnico permanente sui reati digitali e la violenza di genere , perché queste sono buone pratiche di lavoro in rete che, grazie al lavoro di magistrati, Forze dell'ordine, avvocati, esperti informatici, possono darci e darsi gli strumenti in ambito di prevenzione e anche di identificazione di chi commette questo tipo di reato e, ovviamente, di protezione delle vittime; a promuovere la formazione di coloro che entrano in contatto con le vittime di violenza digitale e informatica di genere, al fine anche di rafforzarne le competenze giuridiche, tecniche e psicosociali, su come acquisire correttamente le prove digitali, la tutela della riservatezza e, ovviamente, la protezione di chi denuncia; a garantire le risorse finanziarie e organizzative per le gravi scoperture di organico del personale della giustizia - perché questo è un ambito che richiede più magistrati, più personale amministrativo ed esperti digitali - e di pubblica sicurezza, che sono necessari ad assicurare la tempestività della risposta; l'istituzione di un fondo nazionale per le vittime di reati informatici, destinato a coprire sia le spese legali, psicologiche e di bonifica digitale, nonché a finanziare campagne di prevenzione e formazione, e attivare sportelli nei territori in collaborazione con la Polizia postale e con il Garante per la protezione dei dati personali; a definire standard chiari, uniformi e - questo è fondamentale - vincolanti per la verifica dell'età degli utenti , perché questo va nel rispetto della protezione dei dati personali e rafforza in modo effettivo la tutela dei minori e l'applicazione del principio di esperienza appropriata all'età; di sostenere e finanziare la ricerca indipendente - e questo è l'altro punto, credo, delicato, perché facciamo sistematicamente fatica a trovare dati organici, seri, sia sui temi che riguardano la violenza di genere come fenomeno più ampio, ma su quanto succede è davvero difficile trovare dati disaggregati per genere e per età - e chiediamo il monitoraggio continuo del fenomeno della violenza di genere e l'attuazione, quindi, di quella che è la legge del 2022 sulle disposizioni in materia di statistiche in tema di violenza di genere.
Queste sono le 16 proposte che promuoviamo dentro questa mozione, che è per noi una potenziale legge quadro, sia sulla prevenzione, ma anche sul come perseguire reati di questo tipo. Lo abbiamo detto: la violenza è reale per i nostri ragazzi e per le nostre ragazze. In particolare, non esiste più la differenza tra ciò che è virtuale e ciò che è reale. È uno spazio vero, uno spazio di socialità, è uno spazio dove ci si conosce, si entra in relazione, ci si informa, ci si confronta.
Questi sono i dati e quelli che sono reperibili ci raccontano anche di uno spazio che può essere pericoloso per le nostre ragazze, per i loro corpi e per il modo in cui entrano in relazione con i temi dell'affettività e della sessualità. Quindi, anche su questo tema, così come proponeva chi mi ha preceduto, dobbiamo provare a trovare una convergenza: azioni mirate, concrete, che riescano a dare strumenti alle vittime e a chi vuole prevenire questi reati. Quindi, risorse e norme certe
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
La Ministra Roccella intende intervenire o si riserva di farlo successivamente? Si riserva.
Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico che in data 30 gennaio 2026 è pervenuta alla Presidenza la comunicazione con la quale l'onorevole Ubaldo Pagano ha rassegnato le proprie dimissioni da deputato, manifestando la volontà di optare per la carica incompatibile di consigliere regionale.
Trattandosi di un caso di incompatibilità ai sensi dell'articolo 122, secondo comma, della Costituzione, la Camera prende atto, a norma dell'articolo 17-, comma 2, del Regolamento, della comunicazione resa e della conseguente cessazione del deputato Ubaldo Pagano dal mandato parlamentare.
PRESIDENTE. Dovendosi procedere alla proclamazione di una deputata, a seguito della presa d'atto, nella seduta odierna, delle dimissioni del deputato Ubaldo Pagano, comunico che la Giunta delle elezioni, nella seduta del 28 gennaio 2026, ha accertato, ai sensi dell'articolo 86, comma 1, del testo unico delle leggi per l'elezione della Camera dei deputati, che la candidata che segue immediatamente l'ultimo degli eletti nell'ordine progressivo della lista n. 11 nell'ambito del collegio plurinominale 03 della XXI Circoscrizione Puglia, risulta essere Francesca Viggiano.
Do atto alla Giunta di questo accertamento e proclamo deputata, a norma dell'articolo 17-, comma 3, del Regolamento, per la XXI Circoscrizione Puglia, nell'ambito del collegio plurinominale 03, Francesca Viggiano.
S'intende che da oggi decorre il termine di venti giorni per la presentazione di eventuali ricorsi.
PRESIDENTE. Avverto che, nella seduta di domani, alle ore 14, avrà luogo l'informativa urgente del Governo, con la partecipazione del Ministro dell'Interno, sugli scontri avvenuti a Torino durante il corteo pro Askatasuna.
Conseguentemente, si passerà agli ulteriori argomenti previsti all'ordine del giorno della seduta al termine di tale informativa, a partire dall'assegnazione a Commissione in sede legislativa della proposta di legge n. 758.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
3.
4.
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 dicembre 2025, n. 196, recante disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell'anno 2026. (C. 2751-A)
: DE CORATO.
5.
S. 1484 - Legge annuale sulle piccole e medie imprese (Approvato dal Senato). (C. 2673-A)
: PIETRELLA.
6.
AMICH ed altri: Istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star, silurato da un'unità della Marina tedesca nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940. (C. 1895-A)
Relatrice: DEBORAH BERGAMINI.
7.