PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ANDREA CASU, legge il processo verbale della seduta del 6 febbraio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
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PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 72, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Comunico che, con distinte lettere pervenute in data 6 febbraio 2026, il deputato Rossano Sasso e il deputato Edoardo Ziello, già iscritti al gruppo parlamentare Lega-Salvini Premier, hanno dichiarato di aderire al gruppo parlamentare Misto.
PRESIDENTE. Comunico che il Presidente della Camera ha chiamato a far parte della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere, in data 5 febbraio 2026, la deputata Catia Polidori in sostituzione della deputata Rita Dalla Chiesa, dimissionaria.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2754-A: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 dicembre 2025, n. 201, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Le Commissioni III (Affari esteri) e IV (Difesa) si intendono autorizzate a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore per la III Commissione (Affari esteri), deputato Salvatore Caiata.
SALVATORE CAIATA, Grazie, Presidente. Colleghi, rappresentante del Governo, nella mia esposizione mi limiterò ad illustrare il contesto nel quale si inserisce il sostegno militare italiano in favore dell'Ucraina, lasciando poi alla collega Chiesa della IV Commissione il compito di illustrare le specifiche norme del provvedimento.
Ricordo innanzitutto che nella riunione del 18 dicembre scorso i Capi di Stato e di Governo di 25 Paesi membri dell'Unione europea hanno sottoscritto un documento in cui si ribadisce il perdurante e fermo sostegno all'indipendenza, alla sovranità e all'integrità territoriale dell'Ucraina entro i suoi confini riconosciuti a livello internazionale. Hanno inoltre riconfermato l'impegno dell'Unione europea a continuare a fornire all'Ucraina e alla sua popolazione un sostegno politico, finanziario, economico, umanitario, militare e diplomatico globale.
Nel contempo, si sono accolti con favore gli sforzi diplomatici in corso per porre fine alla guerra, ribadendo che, affinché la pace sia giusta e duratura, i confini non devono essere modificati con la forza e qualsiasi accordo futuro, oltre a rispettare l'indipendenza, la sovranità e l'integrità territoriale dell'Ucraina, deve garantire la sua sicurezza e la sua capacità di difesa. Al fine di garantire il necessario sostegno finanziario all'Ucraina, a decorrere dal secondo trimestre del 2026 il Consiglio europeo ha convenuto di fornire un prestito di 90 miliardi di euro per gli anni 2026-2027, che si baserà su un prestito dell'Unione europea sui mercati dei capitali, coperto dal margine di manovra del bilancio dell'Unione europea, senza tuttavia incidere sugli obblighi finanziari di Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia.
Tale prestito, per la concessione del quale il Parlamento europeo ha chiesto di applicare la procedura d'urgenza, sarebbe rimborsato dall'Ucraina solo una volta ricevute le riparazioni di guerra dalla Federazione Russa. Fino ad allora, i beni della Russia congelati rimarranno bloccati e l'Unione si riserva il diritto di utilizzarli per rimborsare il prestito, in conformità del diritto dell'Unione europea e internazionale.
Sul piano militare, i Capi di Governo dell'Unione hanno sottolineato quanto sia importante che gli Stati membri intensifichino gli sforzi per affrontare le pressanti esigenze militari e di difesa dell'Ucraina, in particolare in termini di sistemi di difesa aerea e sistemi anti-drone, nonché di munizioni di artiglieria di grosso calibro. In tale contesto, resta fondamentale continuare a sostenere l'industria della difesa di Kiev. È inoltre importante rafforzare ulteriormente la cooperazione e l'integrazione tra l'industria della difesa ucraina e l'industria europea della difesa.
In tale contesto, il Consiglio europeo ha accolto con favore l'inclusione dell'Ucraina nei piani di investimento previsti per il nuovo strumento di azione per la sicurezza dell'Europa, che fornisce prestiti fino a 150 miliardi di euro agli Stati membri per aumentare gli investimenti nella difesa, stimolare la produzione industriale europea e colmare le carenze di capacità, finanziando appalti comuni e rafforzando la base industriale e tecnologica di difesa europea.
In base alle più recenti stime pubblicate dalla Commissione, il sostegno militare globale fornito dagli Stati membri dell'Unione all'esercito ucraino ammonterebbe ad oltre 69 miliardi di euro, di cui 6,1 miliardi di euro a titolo dello strumento europeo per la pace.
Sempre in ambito UE, ricordo che da novembre 2022 è operativa la missione di assistenza militare EUMAM Ucraina, con scadenza fissata al 15 novembre 2026, che ha consentito fin qui la formazione di 85.200 soldati ucraini.
Per quanto concerne l'ambito NATO, merita ricordare l'iniziativa , lanciata lo scorso luglio per coordinare l'acquisto con finanziamenti europei di armi prodotte negli Stati Uniti e destinate all'Ucraina. Il meccanismo prevede che i Paesi membri dell'Alleanza atlantica acquistino sistemi d'arma statunitensi, secondo una lista di priorità concordata con Kiev, concentrandosi su sistemi di difesa aerea Patriot, munizioni d'artiglieria e missili a lungo raggio.
Infine, segnalo che in esito alla riunione della coalizione dei volenterosi svoltasi a Parigi il 6 gennaio scorso, a cui hanno partecipato anche Ucraina e Stati Uniti, è stata sottoscritta una dichiarazione in cui si sottolinea che qualsiasi accordo di pace dovrà essere supportato da solide garanzie di sicurezza per Kiev. Esse dovrebbero includere i seguenti elementi: partecipazione a un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco proposto dagli Stati Uniti; sostegno alle Forze armate dell'Ucraina attraverso pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno all'acquisto di armi e accesso a supporto militare aggiuntivo in caso di un futuro attacco armato; una forza multinazionale per l'Ucraina composta da contingenti dei Paesi partecipanti alla coalizione dei volenterosi; sostegno all'Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia, incluso l'impiego di capacità militari, supporto logistico e di , iniziative diplomatiche e l'adozione di sanzioni aggiuntive; impegno a sviluppare ed approfondire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa in materia di addestramento, e produzione congiunta a livello industriale.
Forniti questi elementi di contesto, lascio ora la parola alla collega Chiesa, affinché illustri i contenuti del provvedimento.
PRESIDENTE. Intanto la ringrazio, ovviamente la persona preposta a dare la parola è la Presidenza. Intanto approfittiamo comunque di questo cambio per salutare studenti e insegnanti dell'Istituto comprensivo “Assisi 2”, plesso Patrono d'Italia, di Assisi, in provincia di Perugia, che sono qui ad assistere ai nostri lavori . Precisiamo che sono presenti in questo momento soltanto i deputati interessati a svolgere la discussione generale di un provvedimento che andrà invece in votazione nelle prossime giornate e ad assistere c'è il Sottosegretario Isabella Rauti. Quindi, grazie ancora e buona fortuna.
Ha facoltà di intervenire la relatrice per la Commissione difesa, la deputata Paola Maria Chiesa. A lei la parola.
PAOLA MARIA CHIESA, Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Sottosegretario alla Difesa Isabella Rauti, facendo seguito all'intervento del collega onorevole Caiata, relatore per la III Commissione, ricordo come la cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari alle autorità governative ucraine sia stata autorizzata dall'articolo 2- del decreto-legge n. 14 del 2022, previo atto di indirizzo delle Camere, in deroga alla legge 9 luglio 1990, n. 185. L'autorizzazione alla cessione è stata poi prorogata da ultimo fino al 31 dicembre 2025 con il decreto-legge n. 200 del 2024, convertito dalla legge n. 7 del 2025. Provvedo ora ad illustrare sinteticamente il contenuto del provvedimento.
Il provvedimento si compone di tre articoli. L'articolo 1, comma 1, come modificato nel corso dell'esame in sede referente, proroga nuovamente fino al 31 dicembre 2026, previo atto di indirizzo delle Camere, l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari e di difesa civile, con priorità per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici, in favore delle autorità governative ucraine, nei termini e con le modalità previste dall'articolo 2- del decreto-legge 25 febbraio 2022, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 aprile 2022 n. 28. L'elenco dei mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari oggetto della cessione, nonché le modalità di realizzazione della stessa (anche ai fini dello scarico contabile), sono definiti con uno o più decreti del Ministro della Difesa, adottati di concerto con i Ministri degli Affari esteri e della cooperazione internazionale e dell'Economia e delle finanze (articolo 2-, comma 2 del decreto-legge n. 14 del 2022).
L'articolo 1, comma 2, prevede che i permessi di soggiorno per protezione speciale, rinnovati ai sensi dell'articolo 7, comma 3, del decreto-legge 10 marzo 2023, n. 20, convertito, con modificazioni, dalla legge 5 maggio 2023, n. 50, in possesso di cittadini ucraini già presenti sul territorio nazionale in data antecedente al 24 febbraio 2022, possano essere ulteriormente rinnovati fino al 4 marzo 2027, in coerenza con la decisione di esecuzione (UE) 2025/1460 del Consiglio dell'Unione europea del 15 luglio 2025, che ha concesso la proroga della protezione temporanea fino alla medesima data ai loro connazionali sfollati dall'Ucraina.
L'articolo 1, comma 3, dispone infine che all'attuazione dell'articolo 1, commi 1 e 2, si provveda con le risorse previste a legislazione vigente. In particolare, la relazione tecnica sottolinea come, con riferimento alla cessione di armamenti, dal provvedimento non derivino nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica, tenuto conto che materiali e mezzi oggetto di cessione sono già nelle disponibilità del Ministero della Difesa, mentre eventuali oneri ad essi connessi, anche con riferimento alle cessioni di materiali civili, saranno sostenuti nell'ambito delle risorse disponibili a legislazione vigente.
Per quanto concerne il rinnovo dei permessi di soggiorno concessi per protezione speciale ai cittadini ucraini, la relazione tecnica chiarisce che non comporta oneri per la finanza pubblica, in quanto le connesse attività svolte dalle strutture deputate a tale adempimento saranno sostenute con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente, trattandosi, peraltro, di attività istituzionale non dissimile da quella ordinariamente svolta per il rinnovo di altre tipologie di permessi di soggiorno.
L'articolo 2, in materia di sicurezza dei giornalisti , disciplina la formazione sulla sicurezza e la copertura assicurativa per i giornalisti che operano in zone di conflitto, prevedendo un contributo statale sperimentale per l'anno 2026.
In particolare, l'articolo 2, comma 1, stabilisce che i giornalisti iscritti all'ordine dei giornalisti che esercitano la professione in forma autonoma, indipendente e senza avere rapporti di lavoro subordinato se inviati in aree di guerra o ad alto rischio di conflitto armato devono essere formati a carico degli editori conferenti l'incarico sui temi della sicurezza e devono avere adeguata copertura assicurativa.
L'articolo 2, comma 2, introduce in via sperimentale per l'esercizio finanziario 2026 e fatte salve le previsioni dell'articolo 19- del decreto-legge 18 febbraio 2015, n. 7, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 aprile 2015, n. 43, un contributo a carico dello Stato, destinato a coprire i costi dell'assicurazione e della formazione di cui al comma 1. Il contributo viene concesso su istanza dell'editore interessato, che deve presentare apposita domanda al Dipartimento per l'informazione e l'editoria della Presidenza del Consiglio dei ministri. La disposizione prevede due limiti di spesa: un limite individuale, per cui ogni editore può essere ammesso a un contributo non superiore a 60.000 euro, e un limite complessivo fissato in 600.000 euro per l'anno 2026.
L'articolo 2, comma 3, reca infine le norme di copertura finanziaria degli oneri derivanti dall'articolo in esame.
L'articolo 3, da ultimo, dispone l'entrata in vigore del provvedimento il giorno stesso della pubblicazione nella .
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, Sottosegretario Rauti, che si riserva di farlo.
È iscritto a parlare il deputato Fabio Porta. Ne ha facoltà.
FABIO PORTA(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, Sottosegretario onorevole Rauti, la discussione odierna sulla conversione in legge del decreto 31 dicembre 2025, n. 201, avviene mentre l'Europa e il mondo sono attraversati da un intreccio di guerre, crisi umanitarie e tensioni geopolitiche che interpellano in profondità la credibilità delle democrazie e delle loro scelte. Questo provvedimento, che proroga l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore dell'Ucraina, rinnova i permessi di soggiorno per i cittadini ucraini nel nostro Paese e introduce misure specifiche per la sicurezza dei giornalisti non è un semplice atto tecnico: è una scelta politica che dice da che parte sta l'Italia.
Noi, come Partito Democratico - il Sottosegretario lo sa bene -, diciamo e abbiamo sempre detto con chiarezza che stare dalla parte dell'Ucraina significa stare dalla parte del diritto internazionale contro la legge del più forte, dalla parte delle vittime contro gli aggressori, dalla parte di un'Europa che vuole essere soggetto politico e non campo di battaglia delle ambizioni altrui. Viviamo in un tempo in cui la guerra in Ucraina si intreccia con il conflitto in Medio Oriente, con le crescenti tensioni in altre aree del mondo, con una competizione tra potenze che investe anche gli spazi artici, i corridoi energetici, i mari strategici. In questo contesto le parole di chi, anche ai vertici delle grandi potenze, teorizza apertamente il ritorno alla politica di potenza e alla logica delle sfere di influenza non sono semplici provocazioni: sono, semmai, il segno di un'offensiva culturale e politica contro l'ordine multilaterale fondato sulle regole che il secondo dopoguerra aveva faticosamente costruito.
In più di un'analisi internazionale emerge, poi, la preoccupazione per un mondo sempre più frammentato, dove le Nazioni Unite sono paralizzate, il sistema di regole contestato, dove il ricorso alla forza unilaterale sembra essere l'unico strumento di politica estera. Di fronte a questo scenario, l'Italia non può permettersi l'illusione di un equilibrismo ambiguo, deve scegliere con nettezza se stare nel campo di chi difende le regole o nel cono d'ombra di chi le relativizza in nome di convenienze magari momentanee.
Noi non abbiamo dubbi, lo ripeto: stare con l'Ucraina significa stare dalla parte di un popolo che è stato aggredito, che ha visto bombardate le proprie città, deportati i propri bambini, colpite le proprie infrastrutture civili, ma che ha deciso di non cedere alla logica della resa. Significa anche dire che l'Europa non è solo un mercato, ma una comunità di destino che si misura sulla capacità di proteggere la pace e la sicurezza nel nostro continente. Il nostro impegno è, quindi, per un sostegno militare difensivo e per la responsabilità europea.
L'articolo 1 - è stato ricordato dalla collega - proroga fino al 31 dicembre 2026 l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all'Ucraina, con una priorità chiara per quelli logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei e missilistici, con droni e cibernetici. È un passaggio importante, questo, perché il Parlamento ribadisce la scelta di sostenere l'Ucraina sul terreno della legittima difesa, ma lo fa precisando che il baricentro del nostro contributo è la protezione: la protezione delle persone, delle città, delle infrastrutture vitali.
È bene ricordare che questa proroga si innesta su una serie di atti parlamentari e governativi. Dal 2022 ad oggi la Camera e il Senato hanno approvato risoluzioni che impegnano l'Italia a proseguire il sostegno militare all'Ucraina, mentre ben 12 decreti del Ministero della Difesa hanno definito, in concerto con il Ministero degli Affari esteri e con il Ministero dell'Economia, i pacchetti di assistenza. Non siamo, quindi, di fronte a uno strappo, semmai alla continuità di una strategia che il nostro Paese ha condiviso con i europei e dell'Alleanza atlantica.
Qui il punto politico, semmai, è un altro: mentre l'Unione europea, con il Consiglio europeo del dicembre 2025, ha confermato che non devono esserci negoziati sull'Ucraina senza l'Ucraina e che la pace dovrà rispettare integrità territoriale e sovranità, nel dibattito internazionale cominciano ad affacciarsi sempre più spesso proposte che tendono a scavalcare Kiev e l'Europa, riducendo il futuro dell'Ucraina a un oggetto di scambio tra le grandi potenze e noi non accettiamo questo schema. Diciamo al Governo - al Governo Meloni - che non si può essere credibili in Europa se, da un lato, si sottoscrivono impegni nel vertice di Berlino o nel vertice di Parigi e, dall'altro, si alimentano nella maggioranza pulsioni filo-putiniane e pulsioni sovraniste, che indeboliscono la posizione unitaria dell'Unione.
Il Ministro della Difesa può anche venire in Aula, come ha spesso fatto, a ribadire - giustamente, aggiungiamo noi - la necessità di sostenere l'Ucraina, ma se, contemporaneamente, pezzi della sua stessa maggioranza organizzano contro gli aiuti a Kiev o strizzano l'occhio a chi considera la Russia un modello, allora il messaggio che esce dall'Italia è un messaggio di confusione e di ambiguità. In un mondo in cui perfino gli alleati più stretti dell'Europa oscillano tra volontà di disimpegno e tentazioni di accordi bilaterali con Mosca, noi dovremmo essere, più che mai, il motore di un'Europa che tiene il punto e non un fattore di indebolimento.
Vogliamo inoltre, con questo decreto, garantire accoglienza e protezione, protezione speciale in una visione umanitaria.
Questo lo dice il comma 2 dell'articolo 1, che proroga fino al 4 marzo 2027 i permessi di soggiorno per protezione speciale rilasciati ai cittadini ucraini presenti in Italia prima del 24 febbraio 2022, conformemente alla decisione europea che ha esteso fino alla stessa data il regime di protezione temporanea. Questo è un atto che noi consideriamo di grande civiltà, ma anche di coerenza, direi di coerenza con lo stesso magistero che, non da oggi, ci arriva da una piazza qua vicino, da piazza San Pietro. Ricordiamoci la voce che in questi anni, con Papa Francesco, ha insistito su un punto semplice, ma radicale: non esistono i profughi di serie A e i profughi di serie B; ogni persona costretta a fuggire dalla guerra porta con sé un pezzo anche della nostra responsabilità. Ed è un fatto dimostrato quotidianamente da storie di famiglie ucraine accolte nelle nostre parrocchie, nei centri diocesani, nei percorsi di integrazione, dove la protezione giuridica è solo il primo passo, il resto lo fanno la scuola, il lavoro, le relazioni sociali.
Ecco, anche con questo decreto, l'Italia dice a queste persone: non siete sospese nel limbo, per i prossimi anni avrete un titolo di soggiorno che vi consentirà di continuare a lavorare, studiare, curarvi, costruire relazioni. È esattamente l'opposto di quella retorica dell'emergenza permanente che vede nel rifugiato solo una minaccia e un problema da contenere. È la traduzione normativa di una cultura dell'accoglienza che fa parte della nostra Costituzione, della nostra storia e, permettetemi di dire, anche della nostra tradizione di umanesimo e solidarietà.
E qui la contraddizione politica della maggioranza che sostiene il Governo rischia, però, di essere evidente. Quando c'è da farsi fotografare ai confini, parlando di difesa dell'Occidente, siete sempre in prima fila; quando c'è da fare i conti, però, concretamente, con l'accoglienza dei rifugiati, dei rifugiati ucraini, dei rifugiati che arrivano da tutto il mondo, con l'integrazione nelle nostre comunità, allora sì che emergono i limiti, le paure e i messaggi ambigui verso chi alimenta la cultura del rifiuto.
Noi diciamo, invece, che difendere l'Ucraina significa anche difendere la dignità di ogni ucraino che vive oggi nel nostro Paese, direi di ogni rifugiato che vive nel nostro Paese. E, in questo senso, il collegamento tra la proroga dei permessi e la proroga degli aiuti militari è profondamente politico. Sicurezza e diritti vanno, infatti, insieme, non sono antitetici, e noi vogliamo maggiori garanzie - e questo lo dice sempre il decreto di cui stiamo discutendo - per i giornalisti, per i giornalisti , in particolare: più attenzione per il diritto all'informazione e più responsabilità per i loro editori.
L'articolo 2 del decreto interviene, infatti, su un fronte, su questo fronte spesso trascurato, ma decisivo: la sicurezza dei giornalisti che lavorano in aree di guerra o ad alto rischio di conflitto. Bene, questa norma stabilisce che debbano essere formati sui temi della sicurezza e dotati di copertura assicurativa adeguata a carico degli editori, con un contributo sperimentale per lo Stato, per il 2026, finanziato attraverso il Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione. E in questi anni abbiamo potuto conoscere, capire proprio quanto sia stato decisivo il lavoro di tanti cronisti, spesso , appunto, per fare emergere le violazioni dei diritti umani: i bombardamenti su ospedali, scuole, infrastrutture civili, le storie dei profughi e i volti delle vittime. Senza di loro, il rischio sarebbe quello di una guerra raccontata solo dai bollettini degli Stati maggiori o dalla propaganda delle parti in causa.
Eppure, proprio questi giornalisti sono spesso i più esposti, con contratti precari, compensi bassi, assenza di informazione e di assicurazioni adeguate. Con questa norma il Parlamento, il nostro Parlamento, manda un messaggio chiaro anche al mondo dell'informazione: non è più accettabile che la libertà di stampa si regga sul sacrificio individuale, quasi eroico, di professionisti spesso lasciati soli di fronte ai rischi estremi del loro lavoro. In un momento storico in cui l'informazione è sotto attacco da parte di regimi autoritari, di campagne di disinformazione e di manipolazioni organizzate, il sostegno concreto a chi racconta la guerra dal campo è un investimento nella qualità democratica del nostro Paese. Non è un favore agli editori, è, semmai, una presa di posizione a tutela del diritto dei cittadini ad essere informati in modo libero, pluralista e sicuro.
Colleghi, Sottosegretario, Presidente, questo decreto ci offre anche un'occasione per misurare la coerenza della politica rispetto alla guerra in Ucraina e il Partito Democratico, dall'inizio della guerra, ha scelto una linea chiara, lo ribadiamo ancora una volta: il sostegno all'Ucraina deve essere scevro di ambiguità, deve rimanere nel quadro europeo Atlantico, nel quadro della difesa del diritto internazionale e di un impegno per una pace giusta e non per una resa mascherata.
Abbiamo votato tutti i decreti di proroga degli aiuti, abbiamo sostenuto l'accoglienza dei rifugiati e abbiamo chiesto con forza più Europa, più iniziativa diplomatica, più strumenti per la ricostruzione. La maggioranza mi pare che, invece, viva una contraddizione più profonda: da un lato, in sede governativa, si riconosce, soprattutto dalle parole del Ministro Crosetto, che la Russia ha intensificato gli attacchi, che l'Ucraina ha diritto alla legittima difesa, che l'Europa deve rimanere unita; dall'altro, però, pezzi significativi della stessa maggioranza continuano a parlare la lingua della propaganda russa, a mettere in discussione gli aiuti, a partecipare a iniziative di piazza contro l'Ucraina, a coltivare rapporti politici e culturali con chi in Europa lavora per indebolire l'Unione. E in più, l'attuale Governo ha scelto una linea, permettetemi di dire, di una certa subalternità rispetto alle oscillazioni della Casa Bianca o anche alle ambiguità di chi, negli Stati Uniti in particolare, immagina un'Europa come una periferia geopolitica da gestire in chiave transnazionale.
Si corteggiano che non nascondono la loro ostilità per l'Unione europea, si alimenta l'illusione che basti un rapporto personale per garantire la sicurezza dell'Italia, si tenta di frenare ogni passo verso un'Europa più integrata anche in politica estera e di difesa. E noi diciamo, anche oggi, che questa è una strada pericolosa e miope. L'Europa non è un , è lo spazio politico minimo entro cui un Paese come l'Italia può sperare di contare qualcosa nei grandi giochi globali. Indebolire l'Europa, sabotarne le riforme, difendere il veto, che spesso blocca le decisioni comuni, non è un atto di patriottismo, ma è un regalo per chi, da Mosca o da altre capitali, sogna un'Europa divisa e impotente.
Il nostro gruppo parlamentare, il nostro partito, invece, rivendica con orgoglio la propria coerenza in questo punto. Siamo stati sempre dalla parte dell'Ucraina, sempre dalla parte dell'Europa, sempre dalla parte di un ordine internazionale basato sulle regole e mai sulla forza, e continueremo a esserlo, anche quando questa posizione non porterà a un consenso immediato, perché crediamo che sia la sola, l'unica all'altezza della storia e dei valori che la nostra Costituzione e la nostra cultura ci consegnano.
Vorrei concludere, Presidente, ricordando che il nostro obiettivo non è la guerra, ma la pace: una pace giusta, però, e duratura. Questo lo diciamo noi, lo dice il Partito Democratico, ma lo troviamo, in parole diverse, anche in tanti interventi nel mondo cattolico, nella sensibilità umanitaria che prevalentemente contraddistingue la nostra società. La pace, infatti, non è solo assenza di guerra, ma è presenza di giustizia, di diritti, di sicurezza condivisa. E per arrivare alla pace, però, non basta invocarla, bisogna costruire le condizioni concrete per arrivarci. Una di queste è proprio che l'Ucraina non venga travolta dalla superiorità militare dell'aggressore.
Un'altra è che i rifugiati siano protetti e non trasformati in vittime due volte. Un'altra ancora è che l'informazione resti libera e che i cronisti possano raccontare i fatti senza essere sacrificati all'indifferenza o al cinismo. Bene, questo decreto tiene insieme queste tre dimensioni, sostiene la difesa ucraina, protegge i rifugiati e tutela i giornalisti. Non è esaustivo, non risolve da solo la complessità della crisi, ma è un tassello importante di una politica estera di sicurezza, fondata sui valori e non sulle convenienze.
Per tutte queste ragioni, come Partito Democratico, confermiamo il nostro sostegno alla conversione in legge del decreto n. 201 del 2025 e lo facciamo sapendo che non si tratta di un atto neutro. È un sì all'Ucraina, un sì all'Europa, un sì al diritto internazionale, ma soprattutto un sì alla pace giusta contro la rassegnazione all'ordine del più forte .
PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti del Liceo classico “V. Monti” di Cesena, in provincia di Forlì-Cesena, che assistono ai nostri lavori dalle tribune .
Rammentiamo che sono qui presenti oggi, giornata di discussioni generali su vari provvedimenti, i deputati, i colleghi, che svolgeranno le proprie relazioni su questi provvedimenti e, per conto del Governo, il Sottosegretario Isabella Rauti, che è qui con noi. Quindi, grazie per la vostra visita. Vi auguriamo ogni fortuna.
È iscritto a parlare il deputato Padovani. Ne ha facoltà.
MARCO PADOVANI(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario alla Difesa, onorevole Rauti, onorevoli colleghi. Mi preme ribadire subito alcuni concetti che ho già avuto modo di esprimere recentemente, anche in quest'Aula. È giusto ricordare, innanzitutto, che ogni aiuto che è stato dato in questi anni al popolo ucraino e che si darà in futuro serve ad una Nazione attaccata, che ha sempre cercato di resistere, e non ad una Nazione che ha cercato e cerca lo scontro o la guerra. Nessuno più dell'Ucraina vuole vedere la fine di questa follia.
Tutto ciò che viene inviato, viene inviato per aiutare i civili innocenti. Sono migliaia le persone al freddo ogni giorno in molte regioni di quel Paese tormentato. I russi lasciano quotidianamente intere città senza luce e senza gas, dove la corsa contro il tempo è continua per riparare i sistemi elettrici di riscaldamento, con temperature che vanno al di sotto dei 20 gradi. L'inverno rischia di fiaccare l'Ucraina ancor più delle armi russe; sono colpite le centrali idroelettriche dove nasce l'energia anche per la popolazione e su questo il Governo vuole lavorare giustamente a tutela del popolo.
Nelle ultime settimane si sono susseguiti attacchi massicci, con migliaia di droni e migliaia di bombe, decine di missili, compresi quelli balistici, che si scaricano su scuole, ospedali e case di cittadini inermi; quindi oltre il 90 per cento su obiettivi civili.
L'assurdità vera e propria sarebbe non continuare ad offrire il nostro aiuto ad una Nazione che si sta difendendo da un attacco continuo, un attacco contro il popolo. Dobbiamo riconoscere che oggigiorno la guerra è cambiata. È cambiato il modo con cui viene condotta, è cambiato il modo di combattere, sono cambiate le strategie e gli strumenti operativi.
Oggi la sicurezza non è più solo la difesa dei confini storicamente identificati, ma la tutela di quegli equilibri strategici della libertà delle Nazioni e della stabilità delle aree che garantiscono la prospettiva e il benessere della nostra società.
Signor Presidente, viviamo attualmente in un mondo nel quale, purtroppo, il nostro modello di società aperta, dove i nostri interessi sistemici sono spesso motivo di aggressioni sistematiche, aggressioni politiche, economiche e militari, non solo in Ucraina, ma nell'Indo-Pacifico, in Medio Oriente, in Africa.
Tuttavia, tante donne e uomini, dall'eroico popolo dell'Iran, fino a quello non meno coraggioso del Venezuela, intravedono oggi la nuova alba di libertà. Se proprio in Europa prevalesse l'uso illiberale della forza, il messaggio sarebbe tragico e angoscioso e incoraggerebbe i nemici dichiarati della libertà. La battaglia dell'Ucraina non è una battaglia che nasce per ideali, ma esclusivamente per una volontà di espansione. L'aggressione della Federazione Russa rappresenta una grave minaccia alla sicurezza europea e internazionale, al rispetto del diritto internazionale stesso e ai principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, con continui attacchi reiterati contro infrastrutture civili, energetiche, sanitarie e di trasporto.
L'Ucraina, se non aiutata, sarebbe il primo tassello di questa occupazione. La situazione in Ucraina, in ogni caso, continua ad evolversi con sempre più Paesi che si dichiarano pronti a fornire supporto diretto. Tuttavia, Fratelli d'Italia condivide pienamente le scelte del Presidente del Consiglio di mantenere una posizione cauta, evitando un coinvolgimento diretto che potrebbe inasprire ulteriormente le tensioni con la Russia. Il Governo italiano, quindi, in un contesto particolarmente complesso, mantiene tra le priorità il supporto all'Ucraina, attraverso misure di assistenza non militari, mirando a costruire un'alleanza solida che possa garantire una sicurezza a lungo termine.
La volontà di mantenere un approccio diplomatico, evitando che potrebbero portare ad un conflitto molto più ampio, è un aspetto che il nostro Governo guarda con la massima attenzione. È un'azione diplomatica che deve assolutamente proseguire per favorire le iniziative volte a un cessate il fuoco e al compimento del processo negoziale in corso, che conduca ad una pace duratura, fondata sul rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale dell'Ucraina.
Il sostegno alla sicurezza di Kiev, in linea con quanto fatto coerentemente finora, è essenziale, dunque, dove vi è unità con gli alleati, ma con altrettanta autonomia decisionale. L'Italia sta in Europa da protagonista nel complesso Piano di pace, anche come sostegno nella prospettiva di ricostruzione conflitto.
Il processo negoziale è in una fase in cui si sta consolidando un pacchetto che si sviluppa su tre binari paralleli: un Piano di pace, un impegno internazionale per garantire all'Ucraina solide e credibili garanzie di sicurezza, nonché intese sulla futura ricostruzione della Nazione aggredita. La spinta diplomatica in corso, al fine di favorire la pace, inizia a dare i suoi frutti, anche se in ritardo e sicuramente a fatica. In ritardo e a fatica perché, probabilmente, se la pace o almeno una tregua è ancora stata realizzata è perché la volontà di far tacere le armi al momento è rimasta unilaterale.
A chi in quest'Aula ci ripete da quattro anni “meno armi e più diplomazia”, vorrei chiedere perché questo appello non venga rivolto a Mosca. L'Italia continuerà con aiuti sia civili, sia militari, dove le due tipologie di sostegno non sono in contrapposizione, ma dove gli aiuti civili saranno più consistenti. Tutto ciò non è mai stato alternativo: aiuti energetici, sanitari e civili non sono certamente in contrapposizione con il per intercettare i droni.
Peraltro, il testo di proroga fino al 31 dicembre 2026, è particolarmente esplicito sulla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari, con priorità per quelli logistici, sanitari ad uso civile e di protezione degli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici. Un aspetto positivo è il rinnovo, a richiesta dell'interessato, fino alla prossima primavera, dei permessi per protezione speciale in possesso ai cittadini ucraini già presenti sul nostro territorio nazionale. Altrettanto positiva è l'introduzione per gli editori degli obblighi assicurativi in merito alla sicurezza per i giornalisti inviati in zone di guerra, con contributo statale per il 2026.
Per concludere, signor Presidente, un lavoro fatto, quello del nostro Governo fino ad oggi, sempre finalizzato alla difesa della popolazione ucraina, delle principali infrastrutture, in prospettiva alla sicurezza complessiva del continente europeo, il tutto in coordinamento con la NATO, l'Unione europea, i Paesi del G7 e gli alleati internazionali attraverso quel contributo coerente con gli impegni assunti.
Dico basta retorica a quei colleghi dell'opposizione che definiscono bellicista l'attività del Governo italiano. Mentono sapendo di mentire. Rifiutate di offrire aiuto doveroso, che tutti assieme dovremmo donare ad un popolo martoriato, rimanete nascosti nella vostra zona grigia, voltando le spalle a chi in questo momento è sotto le bombe.
L'impegno determinato e ambizioso dell'Italia è quello di difendere la popolazione civile, una difesa fisica e, nello stesso tempo, una difesa della democrazia e della civiltà
PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Alessandro Volta” di Caltanissetta, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie per essere qui alla Camera dei deputati. Vi auguriamo ogni fortuna.
Precisiamo che sono presenti, oggi, in Aula soltanto coloro i quali discuteranno i provvedimenti, quindi, sono impegnati nella discussione generale. Non ci sono votazioni. Le votazioni su questo e su altri provvedimenti sono previste per la giornata di domani. Insieme ai deputati che sono qui presenti, c'è anche il Sottosegretario, Isabella Rauti, in nome e per conto del Governo.
È iscritto a parlare il deputato Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI(FI-PPE). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, signor Sottosegretario Rauti, il provvedimento che oggi siamo chiamati a discutere e a convertire in legge non è un atto tecnico né una semplice proroga amministrativa. Al contrario, è un atto eminentemente politico che ci interroga sul ruolo dell'Italia, dell'Europa e dell'Occidente in un mondo che ha smesso di essere rassicurante e che ci obbliga, ogni giorno, a scegliere e ci obbliga, ogni giorno, a decidere da che parte stare.
Come sapete, questo provvedimento proroga fino al 31 dicembre di quest'anno, in continuità con quegli impegni che l'Italia ha assunto in sede ONU, in sede NATO e in sede dell'Unione europea, l'autorizzazione alla cessione di mezzi materiali ed equipaggiamenti non solo più militari, ma anche di difesa civile alle autorità governative ucraine, rinnova i permessi di soggiorno per protezione speciale dei cittadini ucraini presenti in Italia prima del 24 febbraio 2022, in conformità proprio alle decisioni del Consiglio dell'Unione europea, e introduce misure di tutela per i giornalisti inviati in aree di conflitto, per la prima volta, in modo strutturato e con un contributo pubblico sperimentale.
Si tratta di un provvedimento sicuramente tecnicamente necessario, ma politicamente è molto di più: è l'occasione per ricordare a noi stessi chi siamo, da dove veniamo e, soprattutto, dove vogliamo arrivare come Europa e come Italia.
Questo provvedimento si colloca all'interno di una frattura storica che attraversa il nostro tempo, una frattura che non è soltanto geopolitica ma è, prima di tutto, una frattura valoriale. La guerra di aggressione russa contro l'Ucraina non è un conflitto periferico, non è una crisi regionale, è una linea di faglia che attraversa l'idea stessa di Europa, la sua identità e il suo futuro. L'Europa non è solo un mercato, non è solo una moneta, non è solo un insieme di regole.
L'Europa è il luogo storico dei valori dell'Occidente, la libertà, la dignità della persona, lo Stato di diritto, il rifiuto della guerra come strumento politico… tutti questi valori hanno trovato il loro alveo naturale più compiuto da noi, nell'Occidente, in Europa. Quei valori non sono valori astratti, sono scritti nelle Costituzioni dei Paesi europei, nel Trattato di Roma, nella Carta dei diritti fondamentali di Nizza e nella cornice multilaterale che l'Unione europea continua a difendere anche in questa crisi. E fatemi dire: questi valori sono scritti soprattutto nell'articolo 11 della nostra Carta repubblicana.
Proprio per questo la fragilità politica dell'Unione non nasce soltanto dalle missioni esterne; nasce - fatemi dire - forse, soprattutto dall'indifferenza interna, dalla disillusione, dal pericoloso vizio di dare per scontato il nostro patrimonio di diritti, di pace e di libertà che abbiamo ereditato. Quando si dà per scontato, signor Presidente, ciò che è stato conquistato con il sangue e con la ragione si apre la porta all'oblio e alla regressione.
Per troppo tempo abbiamo pensato che l'Europa fosse un dato acquisito, non una costruzione politica da difendere e da rinnovare. Abbiamo creduto che i valori fondativi dell'Unione fossero irreversibili. Non lo sono. La storia ci ha insegnato che nulla è irreversibile. L'Ucraina oggi è la frontiera di una battaglia identitaria per l'Europa intera. Non è solo una guerra di trincea. È lo scontro tra due concezioni di mondo: da una parte, chi crede che la sovranità di un popolo possa essere calpestata con i carri armati e, dall'altra, chi ritiene che nessun confine possa essere spostato con la forza e che la forza debba sempre essere subordinata al diritto internazionale.
Non è una battaglia, quindi, tra civiltà astratte, ma è una battaglia concreta tra due visioni del mondo: da una parte, il primato del diritto e, dall'altra, la logica della forza. È per questo che, oggi, discutendo di questo decreto, non stiamo semplicemente decidendo se prorogare un'autorizzazione. Stiamo riaffermando una appartenenza. Stiamo dicendo che l'Europa non è solo un mercato, non è solo una moneta e non è solo una di interessi nazionali. L'Europa è, prima di tutto, una comunità di valori. Valori che trovano il loro alveo naturale proprio nel progetto europeo che deve rafforzare il proprio ruolo politico, non inseguendo le logiche di potenza, ma tornando alle radici profonde che l'hanno resa ciò che è: un esperimento politico unico nella storia, nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale, per rendere la guerra impensabile, prima ancora che impossibile.
Ed è qui che occorre una precisazione fondamentale, soprattutto, in un tempo in cui le parole vengono usate purtroppo come armi: l'Europa non è in guerra, l'Europa vuole la pace. Questa battaglia non può essere combattuta solo con le armi, se non vogliamo snaturare proprio i principi che intendiamo difendere. Perché - lo ripeto - l'Europa non è in guerra, l'Europa vuole la pace. Ma pace non significa resa, pace non significa abbandonare un Paese aggredito, pace non significa accettare che la violenza diventi uno strumento legittimo di risoluzione delle controversie internazionali.
Quindi, sostenere l'Ucraina significa esattamente questo: mettere un Paese nelle condizioni di trattare la pace. Una pace giusta, una pace fondata sul diritto internazionale, una pace che rispetti l'indipendenza, che rispetti la sovranità, che rispetti l'integrità territoriale, una pace che non sia la consacrazione del più forte, una pace, soprattutto, che non diventi un precedente pericoloso per tutti.
In questo senso, quindi, la proroga delle autorizzazioni alla cessione di mezzi materiali ed equipaggiamenti, oggi - fatemi dire - opportunatamente estesa anche alla difesa civile, alla protezione sanitaria, alla sicurezza contro attacchi aerei, missilistici, cibernetici, va letta per ciò che è: uno strumento politico, non un feticcio militare. Chi riduce questo dibattito a una contrapposizione semplicistica tra pace e armi sbaglia bersaglio e, forse, evita di guardare la complessità della realtà.
La vera alternativa non è tra armarsi o non armarsi. La vera alternativa è tra difendere il diritto o accettare la sua negazione. Il mondo è cambiato, le minacce sono ibride, multiple e asimmetriche.
Immaginare una nuova stagione di riarmo generalizzato è un errore strategico e culturale. La più grande arma dell'Europa è sempre stata e deve continuare a essere il rifiuto della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie. È il principio costituzionale che rende la nostra Costituzione moderna e sempre all'avanguardia. È l'articolo 11 che abbiamo voluto come monito e come progetto. È quel principio che dà senso al nostro stare insieme.
Investire in difesa e nel rafforzamento della sicurezza non significa prepararsi alla guerra, significa rifiutare un linguaggio fatto di aggressione, fatto di minacce, fatto di una verbale continua. Anche gli ultimi scambi tra le nostre istituzioni e quelle russe mostrano un uso sistematico delle parole come strumenti di attacco, di provocazione, di mistificazione. È una strategia precisa: costruire un isolamento, alimentare il sospetto, trasformare ogni gesto in una minaccia per giustificare l'aggressività come difesa.
Allora, forse, il peggior dispetto che oggi possiamo fare alla Russia non è il silenzio, ma è la parola: dialogare con chi rifiuta e mantenere aperti i canali non per ingenuità, ma per intelligenza politica, per rompere finalmente barriere, fraintendimenti, furbizie. Perché rinunciare alla diplomazia significherebbe rinunciare a noi stessi e alla nostra storia. La diplomazia non è mai debolezza, è intelligenza strategica ed è il miglior servizio che noi possiamo rendere alla pace.
In quest'ottica si inserisce il sostegno alle iniziative di pace portate avanti dagli Stati Uniti e agli sforzi diplomatici multilaterali sostenuti dall'Unione europea, con l'augurio che le parti possano mettere sul tavolo lo spirito costruttivo necessario per negoziare un accordo che possa portare soddisfazione ad entrambe, ma, soprattutto, pace e dignità per le popolazioni colpite da una guerra feroce, quasi fratricida.
Per questo, onorevoli colleghi, il decreto che oggi discutiamo va letto in questa luce più ampia. Proroghiamo - è vero - l'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti, perché vogliamo che l'Ucraina possa difendersi, ma, soprattutto, perché vogliamo che possa sopravvivere come Stato sovrano e come società civile. Non mandiamo carri armati per fare la guerra, mandiamo gli strumenti perché un popolo aggredito possa resistere e trattare da posizioni di dignità.
Poi, con questo provvedimento, rinnoviamo i permessi di soggiorno per protezione speciale dei cittadini ucraini già presenti sul nostro territorio, perché l'Italia non abbandona chi è fuggito dalla guerra, perché la protezione temporanea non può trasformarsi in una condanna perpetua all'incertezza e perché l'accoglienza è parte integrante della nostra identità costituzionale. È una scelta che non è solo conforme alle decisioni europee, ma che parla alla nostra idea di umanità.
Introduciamo, infine, per la prima volta, in via sperimentale, quegli obblighi di formazione e copertura assicurativa per i giornalisti inviati in aree di guerra, con un contributo statale. È una norma - fatemi dire - di grande civiltà, perché la verità non può essere lasciata solo sul campo di battaglia, perché il diritto all'informazione è un pilastro della democrazia e perché chi rischia la vita per raccontarci cosa accade merita tutela e non abbandono.
Onorevoli colleghi, se vogliamo davvero un'Europa più forte, non dobbiamo renderla più simile a quelle potenze che si fondano sulla forza, dobbiamo renderla semplicemente più fedele a sé stessa, con l'orgoglio dei nostri valori, con l'impiego degli strumenti di politica internazionale, di cui quello militare è solo quello estremo, ma non è il centro, e con la consapevolezza che la pace non si ottiene arrendendosi, ma sostenendo chi difende il diritto contro la forza. Perché, alla fine, la vera sfida che abbiamo davanti non è solo mettere fine a una guerra, è non perdere la nostra anima mentre difendiamo le ragioni del diritto, della libertà e della pace. Quindi, signor Presidente, in conclusione, è fare in modo che l'Europa resti ancora il luogo in cui i valori dell'Occidente trovano casa.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Lomuti. Ne ha facoltà.
ARNALDO LOMUTI(M5S). Grazie, Presidente. Saluto il Governo, i colleghi della Camera dei deputati - quei pochi presenti oggi -, saluto anche i giovani che ci seguono dalle tribune. Dopo quattro anni di guerra, dopo centinaia di migliaia di morti, dopo che sono state annientate intere generazioni di giovani ucraini e di giovani russi, dopo 20 pacchetti di sanzioni dell'Unione europea alla Russia, dopo che non c'è nessun elemento oggettivo tra questi due popoli di divisione concreta, se non fatti afferenti alla storia dell'ultimo secolo, nel quale, però, sono passati due conflitti mondiali - almeno qui non c'è nessuno che dice di essere razza superiore, come, invece, fa il Governo di Netanyahu nei confronti del popolo palestinese -, oggi arriviamo all'ennesimo pacchetto per il quale ci accingiamo ad obbligarci a un altro anno di invio di armi all'Ucraina.
Ma chi è veramente, in concreto, sull'orlo del precipizio non è la Russia, bensì l'Europa, Presidente, ancor prima dell'Ucraina, perché questo conflitto ci ha consegnato delle evidenze chiarissime. La prima è che l'Europa è tutt'altro che unita. Registriamo le divisioni all'interno della nostra Unione europea, dove i Paesi membri inseguono e perseguono interessi individuali, piuttosto che perseguire una strategia comune, e così mandiamo alle ortiche il sogno dell'Europa unita. Altro che federalismo, altro che Stati Uniti d'Europa.
Altra evidenza è il nostro totale fallimento diplomatico. L'Europa ha scelto di non promuovere alcuna trattativa, puntando, invece, su 19 pacchetti di sanzioni, puntando, invece, all'invio perpetuo di armi per indebolire la Russia, senza raggiungere alcuna risoluzione del conflitto.
Altra evidenza sono i costi economici e i costi energetici. Le sanzioni e il distacco dall'energia russa hanno causato gravissimi danni alle nostre economie, ponendo un peso finanziario enorme sui cittadini e sulle nostre imprese. Voglio ricapitolare questo grandissimo capolavoro a firma dei nostri - chiamiamoli così - europei. La colpevole numero 1 è la nostra presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: ricordiamo bene quando ha annunciato lo stop al gas russo. Lo ha annunciato in pompa magna, dicendo che quello per l'Europa era un giorno memorabile. Cosa è successo poi? Ci siamo staccati dal gas russo, un gas di ottima qualità a prezzi competitivi per le nostre aziende, e abbiamo deciso invece, anzi, non deciso, abbiamo obbedito agli Stati Uniti d'America, di comprare il loro di gas, il famoso GNL, che è un gas liquido molto più sporco e molto più costoso. E oggi scopriamo che dalle trattative tra Trump e Putin - noi con Putin non parliamo, però ci parla Trump - è emerso che il gas russo, di ottima qualità e a prezzi più convenienti, sarà fornito indovinate a chi? Alle aziende americane.
Voglio aggiungere altri ingredienti al nostro capolavoro, perché, con lo spauracchio dell'invasione russa, abbiamo obbedito a un piano da 800 miliardi di euro per riarmarci in maniera caotica. A ciò si aggiunge un'altra spesa di ulteriori miliardi di euro per l'adeguamento - anche qui, per avere obbedito al di Donald Trump - del del 5 per cento del nostro PIL.
Miliardi su miliardi ai quali si aggiungono quelli che abbiamo dovuto supportare in questi anni di conflitto, inviando continuamente e unicamente armi all'Ucraina. Ora, diteci che siamo su , perché se non siamo su , signori, allora qui necessita una dimissione di massa dei nostri europei, perché una incapacità totale non si era mai vista e questa passerà agli annali della storia come manifesta e totale incapacità dei europei ad affrontare una crisi. È una incapacità che, però, non pagate voi. Chi la paga? Le nostre imprese, le nostre aziende, dalle più piccole alle più grandi e con loro le nostre famiglie, i nostri cittadini. Infatti, da quando ci siete voi al Governo, dal 2022 la nostra produzione industriale, guarda caso, ha sempre avuto il segno negativo. Ora non sarà totalmente colpa del conflitto russo-ucraino, perché in Italia abbiamo un'altra tragedia che è quella del Ministro Urso, ma questi sono i dati e ve ne leggo di ulteriori: secondo un recente studio di Confartigianato, dallo scoppio della guerra in Ucraina i prezzi al consumo di elettricità, gas e combustibili sono aumentati del 50 per cento rispetto a prima e questo è frutto della scelta di passare dalla dipendenza russa a quella del GNL americano ed è una tremenda penalizzazione per il nostro sistema produttivo, soprattutto per quello italiano; secondo un ulteriore studio di fine 2024, sempre di Confartigianato, queste scelte improvvide sono costate alle nostre imprese circa 155 miliardi di euro e tutto questo è grazie a voi, è grazie al Governo Meloni. È grazie a voi che le imprese italiane oggi risultano essere le più svantaggiate.
Dall'ultima relazione annuale sullo stato dell'Unione europea emerge che nel 2024 l'Italia ha pagato l'energia 108 euro per megawattora, contro una media europea di 84,7. Questo dato è confermato anche da un recente studio di Confindustria, secondo cui le nostre imprese pagano il 25,5 per cento in più rispetto alle imprese del resto d'Europa. Tutto questo si traduce in un salasso per le famiglie italiane. Negli ultimi quattro anni, come certifica l'Istat, gli italiani hanno subito un rincaro del carrello della spesa per più 25 per cento per produzione, lavorazione e distribuzione dei generi alimentari. Io porto dati inconfutabili.
C'è un'altra evidenza, cioè l'irrilevanza politica e militare, Presidente. Il conflitto ha evidenziato l'inettitudine politica dell'intera Unione europea, con il rischio di essere messi all'angolo e di subire un ridimensionamento concreto nel panorama geopolitico globale. E ancora un'altra evidenza: la strategia dell'Unione europea è risultata totalmente inefficace. Una strategia basata sul supporto militare e sul riarmo ha portato a un prolungamento del conflitto anziché a una soluzione pacifica, esponendo tutta l'Europa a un disastro economico e strategico.
In sintesi, l'Europa ha perso sul piano diplomatico, su quello politico, su quello militare e su quello economico, vedendo diminuire in maniera palese la propria forza propulsiva e il proprio benessere. In più abbiamo un dato - poi se è positivo o negativo dipende dalla prospettiva dalla quale lo si voglia guardare -, cioè che Trump ci sta dicendo in faccia ciò che avremmo dovuto capire da almeno vent'anni a questa parte, che è finita l'era euro-atlantica e che gli interessi degli USA, a prescindere da Trump che ha soltanto calato giù la maschera, non solo divergono da quelli europei ma sono addirittura agli antipodi.
E tornando sul conflitto, la domanda delle domande è: potevamo evitare tutto questo? Potevamo fermare Putin prima? Certo che potevamo farlo: se solo l'Europa non si fosse mostrata così lustrascarpe degli Stati Uniti d'America; se solo avessimo imposto ai nostri alleati americani una linea diplomatica per le tensioni in Ucraina a partire dal 2010, prima ancora della guerra del Donbass nel 2014; se avessimo imposto il rispetto dei due accordi di Minsk; se avessimo smesso di soffiare sul vento di guerra con la NATO e avessimo trattato diplomaticamente insieme agli USA da veri alleati e insieme a loro con le stesse Russia e Ucraina; se non avessimo mandato Boris Johnson a far saltare qualsiasi intesa tra Russia e Ucraina, nella convinzione di battere militarmente la Russia, come anche più volte ha ribadito la Premier Meloni, molto probabilmente oggi parleremmo di multilateralismo e di cooperazione internazionale anche con la Russia e con l'Ucraina e non dell'ennesimo fallimento rappresentato dall'ennesimo invio di armi.
Invece il ruolo dell'utile idiota, che ha ricoperto Boris Johnson all'epoca, oggi viene ricoperto da Rutte, il nuovo Segretario generale della NATO, che proprio durante i giorni nei quali le delegazioni ucraine, russe e americane parlavano e si confrontavano ad Abu Dhabi per cercare un momento utile per il cessate il fuoco, lui andava lì a cercare nuovamente di sabotare qualunque accordo di pace, “infoiando” Zelensky e questo lo ha fatto durante una conferenza stampa insieme al Presidente dell'Ucraina.
Ora la verità chiara a tutti è che inviare aiuti militari non ha più senso. Ve lo diciamo dall'inizio di questa legislatura, ma a novembre scorso ce l'ha detto anche il Ministro della Difesa Crosetto, quando ha detto che il problema principale per l'Ucraina sta nel fatto che c'è una sproporzione abissale in termini di popolazione con quella russa. Tradotto: le truppe russe sono molto più numerose di quelle ucraine; è questo il problema. Questo concetto è stato ribadito anche dall'ex Ministro degli Esteri ucraino - guarda un po' - Kuleba, che quando era Ministro alla NATO chiedeva armi, armi e armi e oggi ammette che il problema sta nella sproporzione di truppe in favore di quelle russe e a danno di quelle ucraine.
Ha aggiunto anche un'altra cosa l'ex Ministro degli Esteri Kuleba: è che Putin non si è fermato neanche di fronte alla minaccia dei Tomahawk e, quindi, il problema è quello della carenza di soldati per quanto riguarda l'esercito ucraino. Quindi, continuare a inviare armi serve solo a continuare una guerra che costerà ancora di più all'Ucraina, con altre migliaia di morti e altri territori che Putin ha la certezza di riuscire a conquistare, migliorando ancora di più la sua posizione di forza negoziale. Continuare a inviare armi, Presidente, significa - è ciò che, invece, non volete capire - continuare a fare il gioco di Putin, che, in sostanza, vuol dire continuare a fare un torto agli ucraini.
Allora, perché non facciamo il contrario? Noi le abbiamo fatto le proposte, vogliamo fare il bene degli ucraini e non il gioco di Putin. Allora, ribaltiamo lo schema, fermiamo l'inutile invio di armi e mandiamo invece uno…ci sarà uno in Europa con la testa sulle spalle? Cioè, una persona normale, un europeo normale ce l'abbiamo in Europa in modo che possiamo mandarlo a parlare con Putin? Togliamo a Putin l'alibi di dire che non si fida degli europei, dimostrandogli che invece gli europei vogliono veramente un negoziato e una vera pace non solo tra Ucraina e Russia, ma anche tra Europa e Russia.
Guardi, io ho ascoltato l'appello del collega di Fratelli d'Italia, che ci critica per il fatto che noi diciamo: stop alle armi, vogliamo più diplomazia, e ci dice: allora perché non andate voi da Putin a chiedere più diplomazia? Io penso che sia una provocazione inutile questa, perché posso rispondere richiamandomi al risultato delle elezioni del 2022, dove gli italiani hanno deciso chi doveva governare questo Paese. Quindi, non è che posso andare io dell'opposizione a Mosca, se casomai - scusate, la mia è una risata anche sarcastica - Putin mi ricevesse. Siete stati scelti voi per governare questo Paese. Gli italiani hanno scelto Meloni come . Dunque, si comportasse da , andasse lei, magari dando l'esempio a tutti gli altri europei, a parlare di diplomazia con Putin. Quindi, questo invito lo rimetto, lo rinvio e lo rispedisco al mittente.
E poi, tornando alla nostra proposta, per fare questo, Presidente, per cambiare prospettiva, per cambiare idea ci vuole coraggio. Semplice. Ci vuole quel coraggio che conoscono bene i colleghi della Lega, i quali, per non cambiare linea, hanno chiesto di cambiare il titolo di questo decreto, togliendo la parola “militare”, per lasciarla poi, invece, nel testo, prendendo così in giro non soltanto tutto il Parlamento, non soltanto tutti i cittadini italiani ma, soprattutto, i loro elettori. Mi verrebbe da chiedere: a che gioco stiamo giocando?
Noi continuiamo ad armare l'Ucraina, ad armarla in funzione anti-russa e a parlare di invio di truppe NATO in Ucraina: una provocazione dietro l'altra, un messaggio ostile dietro l'altro, che non fa che dare altre buone ragioni a Putin per dire che lui non può fidarsi e non può negoziare con l'Europa. Quindi, questa prospettiva contribuisce, nella sostanza, ad allontanare la pace.
Per monitorare una tregua non servono truppe NATO sul terreno ucraino, come continuano a proporre, invece, i volenterosi, sapendo benissimo che la Russia non le accetterà mai come condizioni. E a proposito di volenterosi: bene, il nostro Premier ha detto che non invierà truppe in terra ucraina e, quindi, non aderisce alla proposta dei volenterosi, soprattutto francesi e inglesi. Però credo che i cittadini italiani non soltanto vogliano, ma abbiano il diritto di sapere quali sono i termini di questi accordi con i volenterosi: se continueremo, se il nostro ruolo sarà quello di continuare a inviare armi, armi e armi, se il nostro contributo sarà quello di , di addestramento. Ecco, abbiamo diritto di sapere, come cittadini e come parlamentari. Nulla: non sappiamo assolutamente nulla. Ci si limita a dire una frase: “non invieremo armi”; una parola… Niente, niente di più.
E poi c'è un'altra prospettiva, che è anche spunto di riflessione, Presidente. Noi abbiamo un sospetto, ma ormai è più che un sospetto: che la continuazione di questo conflitto non la voglia soltanto la Russia per conquistare altri territori - e qui gli utili idioti siamo noi -, ma anche gli Stati Uniti di Trump, con un negoziato che è sempre più un ammiccamento e sempre meno una trattativa. È lecito pensare che Trump voglia assecondare le manie espansionistiche di Putin per avere una sorta di nulla osta per le proprie manie espansionistiche neocolonialiste ma entrambi hanno uno scopo, un minimo comune denominatore: quello di tenere l'Europa in ostaggio, di creare - è soprattutto quello di Trump - un'Europa dipendente dagli Stati Uniti d'America sotto l'aspetto militare e sotto l'aspetto energetico. E a facilitare questo progetto ci siamo noi.
Arriverà il giorno in cui qualcuno, tra la maggioranza, dirà “basta”. Mi avvio alle conclusioni, Presidente.
Rendiamoci conto che tutto il mondo ci sta fregando. Proviamo ad avere un sussulto di dignità: fermiamo l'invio di armi, sia quelle che compriamo dagli USA sia quelle nostre, perché, vede, non vorremmo ritrovarci con un nuovo e con un invito a entrare in un nuovo a pagamento.
In sostanza - mi avvio alle conclusioni, Presidente - spiegare i motivi del conflitto russo-ucraino è molto complesso; ed è al pari complicato e complesso spiegare quello relativo alla questione mediorientale. Possiamo dire, però, che in entrambi i casi l'Occidente ne è pienamente coinvolto e responsabile. Avete sbagliato tutto e continuate a sbagliare tutto, pensando di essere tutelati da una propaganda e da una censura…
ARNALDO LOMUTI(M5S). …ormai ridicola. Mi avvio alle conclusioni, Presidente. Se oggi continuerete ad approvare…
PRESIDENTE. È finito il suo tempo. Deve concludere.
ARNALDO LOMUTI(M5S). …l'invio di armi, continuerete a sostenere una grande ipocrisia storica ma sarà il giudizio della storia stessa ad essere impietoso con voi.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Fabrizio Cecchetti. Ne ha facoltà.
FABRIZIO CECCHETTI(LEGA). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, Sottosegretario Rauti, anche quest'anno, come ogni anno ormai dal 2022, il Parlamento è chiamato ad esprimersi su un provvedimento che autorizza il nostro Esecutivo ad inviare aiuti alle autorità di Kiev: un decreto-legge che sta ora completando la prima fase dell'iter previsto per la sua conversione qui alla Camera. In Ucraina si combatte, purtroppo, da quasi 4 anni. I costi umani e materiali di questa guerra sono impressionanti sotto ogni profilo: centinaia di migliaia di giovani soldati appartenenti ad entrambi i Paesi belligeranti hanno perso la propria vita o hanno riportato mutilazioni tali da pregiudicarne l'avvenire e la possibilità di costruire nuove famiglie.
I danni sono talmente elevati che, per assicurare un futuro demografico al proprio Paese, il Governo di Kiev è giunto a differire il reclutamento dei più giovani in modo che possano avere figli prima di andare al fronte. Intere regioni sono state devastate e dovranno essere ricostruite con costi enormi. È una tragedia immensa, che spinge tutti noi ad interrogarci sulla durata che questo massacro potrà ancora avere.
La Lega-Salvini Premier ha da sempre a cuore la pace e lavora costantemente affinché ci si arrivi quanto prima. L'auspicio è che, tra gli aiuti che destineremo, non ci siano più materiali di armamento perché ciò significherà che finalmente si sarà smesso di combattere. La nostra linea è stata e rimane sempre la stessa: continueremo ad appoggiare con misure concrete l'Ucraina, anche quest'anno, nella speranza che i sostegni destinati alle autorità di Kiev e al popolo ucraino agevolino e accelerino il raggiungimento di una pace che contempli il rispetto della loro sovranità e autodeterminazione.
La Lega ha ottenuto, con l'appoggio di tutte le forze della maggioranza, che sia data priorità agli aiuti umanitari, si rafforzi la difesa civile dell'Ucraina e le nostre forniture non siano usate per attaccare, ma per difendere una popolazione ormai stremata. È un cambiamento non da poco, che il nostro segretario federale, Matteo Salvini, ha rivendicato come nostro merito. Grazie alla nostra iniziativa, saranno potenziate le forniture di carattere sanitario, logistico ed umanitario, finalizzate ad alleviare lo stato di sofferenza della popolazione.
Signor Presidente, la proroga degli aiuti all'Ucraina deriva da circostanze drammatiche che ci auguriamo siano presto superate. Il gruppo Lega voterà a favore anche di questo nuovo provvedimento, nella speranza ragionevole che possa contribuire a rendere più vicino il momento in cui le armi finalmente taceranno e la gente cesserà di morire.
Vogliamo, infine, cogliere anche l'occasione, come Lega, per ringraziare il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, per il suo costante impegno nella ricerca della pace, cui auguriamo il massimo successo .
PRESIDENTE. Passiamo all'ultimo intervento. È iscritto a parlare il deputato Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). ICE OUT. Grazie, signor Presidente. Signora Sottosegretaria, questa è l'ennesima proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari all'Ucraina. È il dodicesimo pacchetto di aiuti; anche questa volta, però, bisogna dire che, come è accaduto con i precedenti, avremo di fronte un documento secretato.
Il nostro Parlamento, il Parlamento italiano, a differenza di tutti gli altri Parlamenti d'Europa, non può avere accesso all'elenco dei materiali militari, degli equipaggiamenti militari che vengono destinati all'Ucraina. I cittadini e le cittadine italiani sono gli unici cittadini d'Europa che non sanno quali sono le attrezzature militari che il nostro Paese spedisce in Ucraina.
Credo che questo sia un segno sbagliato di affrontare un tema così importante. Con riferimento alla trasparenza, il fatto di dare l'informazione giusta al Parlamento, credo sia un elemento essenziale della discussione su questioni che attengono alle forniture d'armi. Non sapendo quali sono gli equipaggiamenti, non sappiamo neanche qual è il costo effettivo che i nostri cittadini e le nostre cittadine devono pagare per l'invio di queste attrezzature militari. Non sappiamo neanche se, di queste attrezzature, ne abbiamo in abbondanza tanto da poterle distribuire in questo modo, o se invece, appunto, questo invio depotenzi le difese del nostro Paese.
Quest'anno c'è una novità, questa volta c'è una piccola novità: il 15 gennaio il Ministro Crosetto ha ribadito proprio in quest'Aula, in verità con onestà intellettuale, la necessità di garantire adeguati aiuti militari all'Ucraina, evidenziando che la fornitura di equipaggiamenti militari ad uso bellico costituisce l'elemento principale del provvedimento. La settimana dopo, in Commissione esteri, invece, il collega Zoffili della Lega, tramite un emendamento votato dalla maggioranza, ha eliminato dal titolo di questo provvedimento la parola “militari”.
Ora, francamente, come dire, la guerra è una cosa così seria che non si può permettere che la facciano i generali. Quindi la deve fare la politica. Ma, in questo caso, neanche i politici la possono fare. Infatti, come si fa a pensare che un artificio di questo genere, così banale, possa determinare un cambiamento d'orientamento su un tema centrale, come quello della pace e della guerra? E se, in base a questo unico emendamento, la Lega decide addirittura di dare un voto a favore, dicendo in tutte le piazze e in tutte le trasmissioni del nostro Paese, in tutti i congressi e in tutte le interviste che è contraria all'invio di armi, francamente tutto questo suona in modo davvero ridicolo; come, peraltro, l'idea di ringraziare Trump per la sua grande capacità di pace fa ridere anche i ragazzini, evidentemente, visto quello che sta accadendo nel suo Paese, in primo luogo, e quello che sta accadendo a livello mondiale.
Addirittura, l'Unione europea e il nostro Paese hanno dovuto subire le minacce di aggressione alla Groenlandia, territorio della NATO, oltre che dell'Unione europea. E questo è il pacifista: in questi pochi mesi di Presidenza, è riuscito a bombardare l'Iran, a bombardare il Venezuela e a bombardare la Nigeria. Francamente, diamogli pure il Nobel per la pace, come dice la Meloni. Ma pure questo è un segno dei tempi. Sembra che davvero il mondo vada al contrario.
Devo dare atto alla Sottosegretaria Rauti della sua onestà: ha chiarito che il dibattito terminologico sul carattere militare del provvedimento è fuorviante, perché i contenuti del provvedimento in esame, letto nel suo complesso e non con esclusivo riferimento al titolo, risultano chiari e coerenti con la linea perseguita ininterrottamente sin dall'inizio del conflitto. Legittimamente, ha sottolineato come non siano cambiati né l'indirizzo politico del Governo, né gli effetti del decreto-legge. Questo però lo deve dire non soltanto a noi, ma anche ai suoi colleghi, amici e alleati della Lega, che in quest'Aula continuano a dire una cosa che è l'esatto contrario di quello che ha affermato il Ministro e di quello che lei ha affermato, giustamente, in modo onesto, perché è chiaro che, dalla lettura del decreto, fermo restando che l'elenco degli invii militari è secretato, il decreto dice esattamente quello che dice lei.
Da parte nostra, siamo dove siamo sempre stati, e cioè con le popolazioni civili ucraina e russa, che continuano a fare le spese del prolungamento del conflitto. La fornitura di equipaggiamento militare all'Ucraina e il sostegno incondizionato al suo sforzo bellico sono stati considerati dal nostro Paese - in verità, anche dall'Unione europea - come i soli strumenti in grado di costringere la Russia al negoziato e a determinare le migliori condizioni di questo, senza porre in essere iniziative volte a individuare condizioni concrete e realistiche in cui tale negoziato potesse avere luogo. Questa linea, in verità, come dicono i fatti, è ampiamente fallita. Il conflitto dura da quattro anni ed è sempre più sanguinoso.
Gli organi di stampa americani ben informati dicono che il personale militare ucciso o ferito in questo conflitto abbia superato la cifra di 1.200.000 vittime, per parlare di uno dei più grandi conflitti che hanno causato il maggior numero di vittime.
Voglio ricordare che cifre così importanti ci sono state nella Seconda guerra mondiale; quindi vorrei sottolineare la drammaticità di quello che sta accadendo. Peraltro, secondo i più recenti dati delle Nazioni Unite, la popolazione ucraina è passata da 52 milioni del 1993 a circa 39,5 milioni nel 2026 e l'età media è salita a oltre 44 anni, con un evidente sbilanciamento nella piramide della popolazione: le nascite, al momento dell'indipendenza, erano circa 700.000 annue, ma sono crollate a poco più di 200.000 nel 2024. Il 2025 è stato un anno cruciale per la guerra in corso in Ucraina, con un di vittime civili, oltre che militari.
Il resoconto di fine anno 2025 racconta, ancora una volta, una crisi umanitaria enorme, con 10,8 milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria; 3,7 milioni sono gli sfollati interni; oltre 5 milioni di ucraini vivono come rifugiati in tutta Europa, mentre 4,1 milioni sono le persone che hanno fatto ritorno nei propri villaggi o città, trovando le case e le infrastrutture spesso distrutte o contaminate da ordigni esplosivi. Più del 62 per cento degli sfollati interni riporta che la propria casa è stata distrutta totalmente o parzialmente, o occupata.
Anche i cittadini russi stanno pagando un alto prezzo di sangue al conflitto causato dall'invasione: in quel 1.200.000 vittime militari, una gran parte sono le vittime russe. Inoltre, secondo i dati raccolti da , ci sono 1.798 prigionieri politici in Russia, perseguitati per aver espresso la propria opinione contraria all'invasione ucraina; sono decine le ONG indipendenti e gli organi di stampa presi di mira negli ultimi anni nel contesto di una vasta campagna volta a reprimere il dissenso, al fine di smantellare la società civile in Russia e impedire a organismi di monitoraggio e internazionali di offrire sostegno o solidarietà.
Questi provvedimenti fanno parte di un modello sistematico attraverso il quale le autorità russe ricorrono a pratiche autoritarie per mettere a tacere il dissenso, ostacolare l'assunzione di responsabilità e consolidare il potere. Un'ulteriore proroga alla fornitura di mezzi e materiali militari è la scelta da fare se si vuole protrarre ulteriormente il conflitto e le sofferenze delle popolazioni. Una vera azione diplomatica da parte dell'Italia e dell'Unione europea è, invece, quello che un Paese con la storia dell'Italia dovrebbe mettere in campo. Peraltro, questa strategia, diciamo così, adottata dall'Unione europea ha determinato anche un totale isolamento e la marginalità della posizione europea dentro questo immane conflitto, perché voglio ricordare l'esclusione dell'Unione europea dai tavoli che sono stati convocati direttamente dagli USA o dai russi, e a volte, addirittura, l'esclusione della stessa Ucraina da questi tavoli.
È evidente che l'Unione europea deve fare di più, deve mettere in campo un'iniziativa diplomatica davvero convincente, davvero convincente. Non si può accettare questo destino drammatico della guerra dentro l'Europa stessa che causa milioni di vittime, pensando di poterla risolvere soltanto attraverso l'invio delle armi. L'ultimo invio di armi diventerà sempre il penultimo, peraltro, se l'unico orizzonte è la guerra e se le autorità europee continueranno a sostenere che dobbiamo spendere di più per prevenire la guerra, ma dobbiamo anche spendere di più per prepararci alla guerra.
Il dibattito, in quest'Aula, sull'Ucraina ha sempre un sapore stantio, non solo perché, come dicevo prima, non conosciamo neanche gli armamenti che sono destinati alla guerra in Ucraina, non solo perché si continua ad omettere qual è la vera spesa, che è un dato importante in questo momento - me lo consentirà la Sottosegretaria -, ma, soprattutto, perché si omette un destino alternativo a quello che stiamo costruendo. La scelta di fare dell' militare l'unica strategia con cui affrontare l'invasione criminale della Russia putiniana ai danni dell'Ucraina è una scelta che ha fallito.
L'alternativa alla guerra c'è: è il luogo, lo spazio della politica. Ma per fare la pace ci vogliono compromessi, ci vuole diplomazia, ci vogliono classi dirigenti all'altezza, ci vuole anche l'ammissione di grandi responsabilità, ci vuole la difesa del diritto internazionale, quello che il vostro amico Trump continua a calpestare e quello che voi aiutate a calpestare. Difesa del diritto internazionale, perché soltanto attraverso il diritto internazionale è possibile il rispetto dei diritti di tutti e non il fatto che bisogna sempre soggiacere alla legge del più forte, che è quello che vorrebbe Trump ed è quello che, in qualche modo, il Governo Meloni sostiene. Per questo pensiamo che le scelte che sono state fatte sono sbagliate e ribadiamo il nostro punto di vista.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore per la Commissione affari esteri, se lo richiede, deputato Salvatore Caiata: rinuncia.
Ha facoltà di replicare la relatrice per la Commissione difesa, deputata Paola Maria Chiesa: rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, Sottosegretaria Isabella Rauti: rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2396: Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, presidente della Commissione affari costituzionali, deputato Nazario Pagano.
NAZARIO PAGANO, Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, l'Assemblea avvia oggi l'esame del disegno di legge, atto Camera n. 2396, recante norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della nostra Carta costituzionale. Ricordo che, nella seduta del 5 novembre del 2025, la Commissione affari costituzionali ha avviato l'esame del provvedimento, composto da 27 articoli; sottopone all'approvazione parlamentare l'intesa stipulata, nell'ormai lontano 21 febbraio 2025, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione, dallo Stato italiano, da un lato, e dalla Diocesi ortodossa romena, dall'altro, e sottoscritta dal Presidente del Consiglio dei ministri e dal vescovo e legale rappresentante della Diocesi.
Nel rilevare come nel corso dell'esame in sede referente non siano state presentate proposte emendative, faccio presente che la Commissione ha acquisito i pareri favorevoli delle Commissioni II, IV, VI, VII, XI, XII e ha concluso l'esame del provvedimento nella seduta dello scorso 4 febbraio 2026, con deliberazione del mandato al relatore a riferire in Assemblea.
Passando, poi, all'illustrazione dei contenuti del disegno di legge, evidenzio che l'articolo 1 stabilisce che i rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia sono regolati dalle disposizioni del provvedimento in esame sulla base dell'allegata intesa. Complessivamente, la legge è composta da 26 articoli, oltre all'articolo 27 che reca disposizioni finanziarie. L'intesa è contenuta negli articoli che vanno dal 2 al 26.
Adesso cito soltanto alcuni degli articoli che reputo più significativi con riferimento a questa intesa. In particolare, l'articolo 2, che riconosce la libertà religiosa e l'autonomia della Diocesi, nonché la non ingerenza dello Stato nelle nomine dei ministri di culto, nell'esercizio del culto medesimo e nella organizzazione ecclesiastica e negli atti spirituali e disciplinari. Viene altresì garantita ai fedeli, ai singoli fedeli della Diocesi ortodossa e alle organizzazioni e associazioni appartenenti alla Diocesi piena libertà di riunione e di pratica religiosa, ma anche di propaganda e di esercizio del culto.
L'articolo 3 - anche questo è molto significativo - riconosce il libero esercizio del ministero pastorale dei ministri di culto, liberamente nominati dalla Diocesi, individuata nei sacerdoti. Essi non sono tenuti a dare ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero. Nel caso fosse ripristinato il servizio obbligatorio di leva, i ministri di culto hanno diritto, su loro richiesta, di essere esonerati dal servizio militare o di essere assegnati al servizio civile. L'elenco aggiornato dei ministri di culto è comunicato tempestivamente alle autorità competenti dalla Diocesi, che rilascia altresì apposita certificazione delle qualifiche di appartenenza canonica al proprio clero.
Ritengo utile citare anche gli articoli 7 e 8, che riguardano la materia dell'istruzione, in particolare l'insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e l'istituzione di scuole paritarie.
In dettaglio, l'articolo 7 riconosce negli alunni delle scuole pubbliche non universitarie il diritto di non avvalersi di insegnamenti religiosi. Tale diritto è esercitato, ai sensi delle leggi dello Stato, dagli alunni stessi e da coloro cui competa la responsabilità genitoriale. È assicurato agli incaricati designati dalla Diocesi il diritto di corrispondere alle richieste provenienti dagli alunni o dalle loro famiglie o dagli organi scolastici in ordine allo studio del fatto religioso e delle sue implicazioni.
Poi l'articolo 8, che garantisce alla Diocesi il diritto di istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione, nel rispetto della normativa vigente in materia di parità scolastica e di diritto allo studio e all'istituzione.
Vale la pena di ricordare anche l'articolo 11, che tutela gli edifici aperti al culto pubblico della Diocesi, escludendo, da un lato, che possano essere occupati, requisiti, espropriati o demoliti se non per gravi motivi o previo accordo con la Diocesi e, dall'altro, che vi possa accedere la forza pubblica senza previo avviso e accordo con la Diocesi, salvi i casi di urgente necessità. Agli edifici di culto, inoltre, e alle relative pertinenze si applicano le norme vigenti in materia di esenzioni, agevolazioni tributarie, contributi e concessioni.
Ricordo anche l'articolo 21, che consente alla Diocesi di concorrere alla ripartizione della quota dell'otto per mille del gettito Irpef - a decorrere, ovviamente, dal periodo d'imposta in corso alla data di entrata in vigore di questa legge -, da destinare, oltre che ai fini di culto, istruzione, assistenza e beneficenza, anche per il mantenimento dei ministri di culto, per la realizzazione e manutenzione degli edifici di culto, per scopi religiosi, filantropici, assistenziali e culturali, da realizzare anche in Paesi esteri. A tal fine, la Diocesi è tenuta a trasmettere annualmente al Ministero dell'Interno, entro il mese di luglio dell'anno successivo a quello di esercizio, un rendiconto relativo all'utilizzo di tali somme.
Infine ricordo l'articolo 25, che dispone che, con l'entrata in vigore della legge di approvazione dell'intesa, non trovano più applicazione nei confronti della Diocesi, nonché degli enti e delle persone che ne facciano parte le disposizioni sui culti ammessi, ossia la legge 24 giugno 1929, n. 1159, e il relativo regolamento di attuazione, applicate alle confessioni prive di intesa con lo Stato italiano.
L'articolo 27 reca, ovviamente, le disposizioni finanziarie.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire, se lo ritiene, la rappresentante del Governo: si riserva di farlo.
È iscritto a parlare il deputato Pulciani. Ne ha facoltà.
PAOLO PULCIANI(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il disegno di legge oggi all'esame dell'Assemblea, che nasce da un'iniziativa del Governo nella persona dello stesso Presidente del Consiglio, dà attuazione all'intesa stipulata, come è stato detto, il 21 febbraio 2025 tra il Governo della Repubblica italiana e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, ai sensi dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione. Esso rappresenta l'esito di un lungo e articolato percorso di confronto istituzionale avviato nel 2011 e conclusosi nel rispetto dei principi costituzionali di libertà religiosa, uguaglianza delle confessioni e leale collaborazione tra lo Stato e le comunità religiose.
Lo spirito del provvedimento è duplice: da un lato, si intende riconoscere pienamente la rilevanza storica, sociale e culturale della presenza della comunità ortodossa romena nel nostro Paese, che oggi è composta da oltre 1 milione di fedeli e, dall'altro, si mira a ricondurre i rapporti tra lo Stato e la Diocesi entro un quadro giuridico certo, stabile e coerente con quello già delineato per le confessioni che hanno concluso un'intesa con la Repubblica.
Il testo della legge recepisce integralmente i contenuti dell'intesa e si articola in disposizioni che garantiscono, innanzitutto, l'autonomia, la libertà confessionale delle Diocesi e dove viene assicurato il libero esercizio del culto, l'autogoverno della confessione e la piena indipendenza delle nomine dei ministri di culto nello svolgimento delle funzioni spirituali e disciplinari, senza ingerenze da parte dello Stato. Particolare attenzione è riservata alla figura dei ministri di culto, come abbiamo ascoltato dal relatore, ai quali è riconosciuto il libero esercizio del ministero pastorale, la tutela del segreto professionale e, in caso di ripristino della leva obbligatoria, la possibilità di esonero e di assegnazione al servizio civile.
La legge disciplina, inoltre, le modalità di certificazione della loro qualifica ai fini dell'assistenza spirituale e delle celebrazioni di matrimoni con effetti civili. Un nucleo significativo di disposizioni riguarda il diritto all'assistenza spirituale dei fedeli ortodossi romeni nei luoghi sensibili: Forze armate, strutture sanitarie e sociosanitarie, istituti penitenziari. Tale assistenza è garantita nel rispetto dell'organizzazione delle amministrazioni interessate e senza oneri finanziari a carico dello Stato.
Il provvedimento tutela, altresì, la libertà di insegnamento e il diritto degli studenti di non avvalersi dell'insegnamento religioso, riconoscendo alla Diocesi la facoltà di promuovere attività di studio del fatto religioso in ambito extracurriculare e di istituire scuole e istituti educativi nel rispetto della normativa vigente.
Rilevanti sono anche le norme in materia di matrimonio, festività religiose, edifici di culto e cimiteri, che assicurano il riconoscimento civile delle celebrazioni religiose, la possibilità di osservare le principali solennità ortodosse e adeguate tutele per i luoghi di culto e di sepoltura.
Ampia attenzione è dedicata al regime giuridico e tributario degli enti della Diocesi, al riconoscimento della personalità giuridica civile, alla gestione patrimoniale e alla distinzione tra attività di religione o di culto ed attività diverse. In tale ambito, la legge estende alla Diocesi il sistema dei rapporti finanziari già previsto per le confessioni con intese, includendo la deducibilità delle erogazioni liberali e l'accesso alla ripartizione dell'8 per mille dell'Irpef, con obblighi di rendicontazione e trasparenza.
Infine, il provvedimento sancisce la cessazione dell'applicazione nei confronti della Diocesi della normativa sui culti ammessi risalenti al 1929, segnando un passaggio di grande rilievo simbolico e giuridico verso un pieno riconoscimento costituzionale.
Con l'approvazione, pertanto, di questo disegno di legge, il Parlamento rafforza quello che è il principio del pluralismo religioso e contribuisce a costruire un modello di integrazione fondato sul rispetto reciproco, sulla certezza del diritto e sulla valorizzazione delle diverse identità religiose cristiane presenti nella società italiana. Non è l'unico provvedimento assunto da questo Governo in tal senso, a significare, a simboleggiare l'attenzione verso le diversità culturali e religiose. Con altrettanta, invece, attenzione bisogna guardare ad altre forme culturali e religiose che, dietro al rispetto di una presunta tradizione propria religiosa, invece, nascondono la volontà di far introdurre nel sistema italiano sistemi che nulla hanno a che vedere, non con la nostra religione, ma con la nostra morale, etica, con i valori riconosciuti dalla Costituzione e con i valori fondanti della nostra democrazia. Su questo, invece, bisogna porre molta attenzione. Diversamente, dove c'è la reciprocità del rispetto e il riconoscimento dei ruoli tra lo Stato e le varie forme religiose, è sempre attento il Governo a riconoscerle e a dare un segnale di reciprocità, ma anche, soprattutto, di regolazione importante di queste forme.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, presidente della Commissione affari costituzionali, deputato Nazario Pagano: rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo, se lo desidera: la Sottosegretaria rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 182-A: Disposizioni in materia di insequestrabilità delle opere d'arte prestate da Stati esteri o da enti o istituzioni culturali straniere, durante la permanenza in Italia per l'esposizione al pubblico.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La VII Commissione (Cultura) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Giorgia Latini.
GIORGIA LATINI, Grazie, Presidente. L'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge d'iniziativa della collega Comaroli, recante disposizioni in materia di insequestrabilità delle opere d'arte prestate da Stati esteri o da enti o istituzioni culturali straniere, durante la permanenza in Italia per l'esposizione al pubblico.
La proposta di legge è stata presentata alla Camera e assegnata in sede referente alla VII Commissione (Cultura), che ha avviato l'esame in Commissione l'8 febbraio 2024. Nel corso della seduta del 12 febbraio 2025, la VII Commissione ha esaminato le due proposte emendative presentate, respingendole entrambe e trasmettendo, quindi, il testo alle Commissioni competenti in sede consultiva.
La V Commissione (Bilancio) ha espresso un parere con una condizione volta a garantire il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione e, in qualità di relatrice, ho, quindi, presentato un emendamento che recepisce tale condizione volta ad introdurre la clausola di invarianza finanziaria. In data 26 marzo 2025, la VII Commissione, dato conto dei pareri espressi dalle altre Commissioni competenti in sede consultiva, ha approvato l'emendamento e mi ha conferito il mandato a riferire favorevolmente in Assemblea, deliberando, altresì, l'autorizzazione a riferire oralmente.
Venendo al contenuto del provvedimento in esame, esso si compone di un unico articolo suddiviso in 5 commi. Il comma 1 ha espressamente il fine di promuovere lo sviluppo della cultura attraverso l'esposizione di opere d'arte e di altri beni appartenenti a istituzioni di Stati che non siano Parti della Convenzione dell'UNIDROIT, adottata a Roma il 24 giugno 1995. Tale Convenzione riguarda il ritorno internazionale di beni culturali rubati o illecitamente esportati di rilevante interesse culturale o scientifico, destinati a manifestazioni e mostre presso musei o altre istituzioni culturali in Italia.
Si prevede, quindi, che tali opere non possano essere sottoposte a sequestro giudiziario nell'ambito di procedimenti civili davanti al giudice italiano, concernenti la loro proprietà o il loro possesso, a condizione di reciprocità, per il periodo della loro permanenza in Italia. A tal fine, il rilascio della garanzia di restituzione non pregiudica l'applicazione della citata Convenzione.
Ai sensi del comma 2, il Ministero della Cultura può, su richiesta dell'istituzione che riceve in prestito i beni culturali, rilasciare all'ente o istituzione straniera che concede le opere in prestito temporaneo una garanzia di restituzione valida per la durata della permanenza in Italia, secondo le modalità definite con decreto del Ministro della Cultura, da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge.
Il comma 3, invece, viene annullato da un emendamento che oggi è stato presentato in Assemblea dalla prima firmataria, l'onorevole Comaroli, in accordo con il Ministero della Cultura.
Anche il comma 4 decade in quanto faceva riferimento all'efficacia del comma 3.
Quindi, passiamo all'ultimo comma, il comma 5, che reca la clausola di invarianza finanziaria. Pertanto, dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le amministrazioni competenti provvedono all'attuazione degli adempimenti previsti nell'ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente. Ho concluso, Presidente.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo: rinuncia.
È iscritto a parlare il deputato Massimo Milani.
MASSIMO MILANI(FDI). Onorevoli colleghi, Presidente, rappresentante del Governo, la proposta di legge in esame reca un'innovazione importante nel settore dell'arte, su cui la Commissione cultura ha lavorato ampiamente, sia in termini normativi che di indirizzo, come abbiamo sentito poco fa dalle parole della relatrice.
La circolazione dei beni culturali in ambito internazionale è disciplinata dal Capo V del codice dei beni culturali e del paesaggio. In particolare, l'articolo 64-, chiarendo il principio ispiratore dell'intero Capo V, specifica che il controllo sulla circolazione è finalizzato a preservare l'integrità del patrimonio culturale in tutte le sue componenti. Tale controllo è esercitato nel rispetto degli indirizzi e dei vincoli fissati in ambito comunitario, nonché degli impegni assunti mediante la stipula e la ratifica di convenzioni internazionali e costituisce funzione di preminente interesse nazionale.
In questa sede gli aspetti di più immediato rilievo riguardano l'ingresso nel territorio nazionale dei beni culturali di altri Paesi, la disciplina in materia di restituzione nell'ambito dell'Unione europea di beni illecitamente usciti dal territorio di uno Stato membro, nonché la disciplina in materia di interdizione dell'illecita circolazione internazionale dei beni culturali.
Sotto il primo profilo, l'articolo 72 del codice dispone che l'ingresso nel territorio nazionale di beni culturali di altri Paesi debba essere certificato a domanda dall'ufficio di esportazione.
La proposta in esame consiste di un solo articolo. Il comma 1 dispone che, al fine di promuovere lo sviluppo della cultura attraverso l'esposizione di opere d'arte e di altri beni di rilevante interesse culturale, i beni culturali pubblici stranieri e quelli appartenenti a istituzioni di Stati che non siano Parti della Convenzione dell'UNIDROIT sul ritorno internazionale dei beni culturali rubati o illecitamente esportati, adottata a Roma il 24 giugno 1995 e ratificata con successiva legge 7 giugno 1999, n. 213, di rilevante interesse culturale o scientifico, destinati a manifestazioni e mostre presso musei o altre istituzioni culturali in Italia, non possono essere sottoposti a sequestro giudiziario nell'ambito di procedimenti civili davanti al giudice italiano, concernenti la loro proprietà o il loro possesso, a condizione di reciprocità e per il periodo della loro permanenza in Italia. La disposizione lascia fermo quanto disposto dalle convenzioni internazionali e dagli accordi internazionali, anche di carattere bilaterale, nonché dalla normativa chiaramente unionale.
Il comma 2 prevede che il Ministero della Cultura, su richiesta dell'istituzione che riceve in prestito beni culturali, di cui al comma 1, può rilasciare all'ente o istituzione straniera, che concede le opere in prestito temporaneo, una garanzia di restituzione valida per la durata della permanenza in Italia, secondo le modalità definite con decreto del Ministero della Cultura, da adottare entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge.
La proposta, dunque, innova un settore rilevante per la circolazione delle opere d'arte, ma l'azione di questa maggioranza e del Governo Meloni nel settore non si ferma qui; anzi. Mi preme ricordare come la riduzione dell'aliquota IVA sulle cessioni e sulle importazioni di opere d'arte dal 22 per cento al 5 per cento è stata una svolta storica voluta dal Governo. È stato un impegno collettivo che oggi colloca l'Italia fra i Paesi più competitivi in Europa per il commercio di opere d'arte, considerato che la Spagna applica il 21 per cento, l'Austria il 20 per cento, i Paesi Bassi il 9 per cento. Francia e Germania sono intervenute in relazione a questa iniziativa e comunque hanno optato per un'aliquota comunque più alta dell'Italia. È una chiara scelta culturale ed economica, capace di rafforzare il nostro e di creare nuove opportunità di crescita per un mercato che, secondo lo studio Nomisma, grazie alla nuova misura, vedrà il fatturato di gallerie, antiquari e case d'asta crescere fino a 1,5 miliardi di euro, con un impatto complessivo sull'economia italiana stimato in 4,2 miliardi.
In questo quadro si inserisce anche la proposta di legge “Italia in scena”, già approvata in prima lettura alla Camera e calendarizzata al Senato che fra le varie linee di intervento annovera il mercato dell'arte attraverso quattro punti fondamentali. Abbiamo, in primo luogo, innalzato da 13.500 euro a 50.000 il valore al di sopra del quale è richiesto l'attestato di libera circolazione per le cose, a chiunque appartenenti, che presentino interesse culturale.
Abbiamo inoltre eliminato la necessità dell'autorizzazione da parte della Sovrintendenza per lo spostamento di un bene notificato di proprietà privata all'interno del territorio italiano per favorire una maggiore libera circolazione in Italia delle opere vincolate. In ultimo luogo, abbiamo equiparato la validità dell'autocertificazione a quella degli attestati di libera circolazione, portandola a 5 anni invece che ai precedenti e attuali, perché ancora vigenti, 6 mesi. Abbiamo infine introdotto un calmiere per le assicurazioni dei beni da chiodo a chiodo.
In conclusione, la proposta di legge in esame rappresenta un tassello fondamentale per la modernizzazione del nostro sistema culturale, garantendo certezza giuridica ai partner internazionali e favorendo l'organizzazione di grandi esposizioni di respiro globale. Il provvedimento ha il pregio di bilanciare il rigore delle verifiche di provenienza, affidate all'eccellenza del Comando Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, con l'esigenza di rendere l'Italia un polo attrattivo e sicuro per il prestito di capolavori mondiali. Si tratta di una norma di alto valore tecnico che, unitamente alle riforme fiscali e alle semplificazioni già avviate, dimostra la volontà concreta di sostenere il patrimonio culturale internazionale e mondiale in Italia non solo come eredità da tutelare, ma come motore di sviluppo e prestigio per l'intera Nazione.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, se lo ritiene, la relatrice, deputata Giorgia Latini: rinuncia.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo: rinuncia.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Ricordo che nella giornata di domani, martedì 10 febbraio, nell'Aula della Camera avrà luogo la cerimonia celebrativa del Giorno del Ricordo alla presenza del Presidente della Repubblica.
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.
Ha chiesto di parlare il deputato Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Presidente, onorevoli colleghe e onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, intervengo per condannare e per denunciare con grande forza in quest'Aula quello che è avvenuto stanotte al liceo “Righi” della capitale. La scritta “Righi fascista, la scuola è nostra” con la svastica, il simbolo del nazismo, su una scuola italiana è veramente una scritta che ferisce le istituzioni e ferisce tutte e tutti noi. Non è la prima volta, l'abbiamo già denunciato in quest'Aula. È il terzo attacco che avviene nei confronti del liceo “Righi”.
Noi pretendiamo che il Governo apra gli occhi su quello che sta succedendo al liceo “Righi” e non solo. Presenteremo un'ennesima interrogazione e continueremo a chiedere la presenza della Presidente del Consiglio in quest'Aula, perché bisogna fermare una campagna ideologica che sta mettendo nel mirino le scuole italiane. Abbiamo visto addirittura Azione Studentesca proporre nelle scorse settimane di schedare i professori per le loro idee di sinistra, ma non sentiamo il Governo condannare la violenza della destra fascista e nazista che colpisce i nostri licei, ferma e attenta il diritto allo studio, rende le classi inagibili, porta all'annullamento delle lezioni e genera migliaia di euro di danni.
Abbiamo letto sui del fatto che il principale partito di maggioranza attacca la sinistra dicendo che è surreale tollerare la violenza. Sì, è surreale tollerare la violenza e, infatti, noi la condanniamo sempre, a prescindere dal colore politico di chi la commette. Quello che chiediamo al Governo è di assumersi una responsabilità di condanna nei confronti di questi gesti e di azione per fermarli, perché la sicurezza è un grande fallimento di questo Governo. Questo Governo non sta riuscendo a garantire la sicurezza nemmeno davanti alle scuole e nemmeno dentro alle scuole e non sta riuscendo a dire una parola per fermare un'onda nera di violenza che mette a repentaglio la sicurezza degli studenti e delle loro famiglie.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 31 dicembre 2025, n. 201, recante disposizioni urgenti per la proroga dell'autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari in favore delle autorità governative dell'Ucraina, per il rinnovo dei permessi di soggiorno in possesso di cittadini ucraini, nonché per la sicurezza dei giornalisti freelance.
(C. 2754-A)
: CAIATA, per la III Commissione; CHIESA, per la IV Commissione.
2.
AMICH ed altri: Istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star, silurato da un'unità della Marina tedesca nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940. (C. 1895-A)
Relatrice: DEBORAH BERGAMINI.
3.
Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione.
(C. 2396)
: PAGANO.
4.
COMAROLI ed altri: Disposizioni in materia di insequestrabilità delle opere d'arte prestate da Stati esteri o da enti o istituzioni culturali straniere, durante la permanenza in Italia per l'esposizione al pubblico. (C. 182-A)
Relatrice: LATINI.