PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ROBERTO TRAVERSI, legge il processo verbale della seduta di ieri.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
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PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 91, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di 5 e 10 minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Enrico Costa. Ne ha facoltà.
ENRICO COSTA(FI-PPE). Grazie, Presidente. Intervengo per chiedere un'informativa urgente al Ministro Abodi, il Ministro per lo Sport, perché nella giornata di ieri è comparso, sull'del Partito Democratico, un che ha sfruttato le immagini di un evento sportivo: atleti olimpici, maglia azzurra, strumentalizzati per associarli a un invito al voto referendario. Uno scivolone del Partito Democratico che ha visto l'immediata reazione e una presa di distanza da parte del presidente del CONI, Luciano Buonfiglio, che si è definito sbalordito. E, addirittura, l'atleta olimpico ritratto ha chiesto che “le immagini che mi ritraggono” - testuali parole - “vengano rimosse da qualsiasi comunicazione (…)”.
Lo avevamo già capito che i sostenitori del “no” non si sarebbero fatti scrupoli ad utilizzare argomenti del tutto estranei, incapaci di un confronto nel merito, ma mai avremmo pensato che sarebbero giunti al punto di piegare la maglia azzurra, l'Olimpiade, lo sport, la Nazionale.
Al di là delle convinzioni sul “sì” o sul “no”, come si fa ad utilizzare l'Olimpiade, che è un momento che unisce, che rende orgogliosi tutti noi italiani, a fini di propaganda? Come si fa a piegare lo sport a fini divisivi?
Abbiamo appreso questa mattina dalle agenzie di stampa che il è stato rimosso, con una spiegazione ridicola, perché il Partito Democratico ha dichiarato che non vi è intenzione di coinvolgere gli atleti nella campagna referendaria. Peccato che li abbiano ritratti con l'invito al voto. Non vi è intenzione di strumentalizzare: e cos'è questa, se non una strumentalizzazione e un'invasione del perimetro sportivo di momenti che devono unire e che sono utilizzati a fini di propaganda ?
PRESIDENTE. Grazie, deputato Costa, ovviamente sarà informato il Governo, che peraltro è qui presente, della sua richiesta.
Ha chiesto di parlare, su un altro argomento, il deputato Magi. Ne ha facoltà.
RICCARDO MAGI(MISTO-+EUROPA). La ringrazio, Presidente. Nella giornata di ieri, scorrendo gli articoli del disegno di legge in materia di immigrazione che era stato proprio ieri approvato dal Consiglio dei ministri, abbiamo con sconcerto preso atto che c'è una norma volta a limitare i poteri ispettivi dei parlamentari all'interno delle strutture di detenzione per migranti.
Ora, al di là del contenuto di tutto quel provvedimento, che sarà esaminato dalle Commissioni competenti e poi da quest'Aula nei tempi previsti dal Regolamento e - auspichiamo noi - senza strozzature, senza accelerazioni, come richiesto dalla Presidente Meloni in maniera poco rispettosa del Parlamento, quello che ci preme qui fare è chiedere la massima attenzione e un intervento del Presidente della Camera. Perché non si tratta di una norma - quella contenuta nell'articolo 17 - volta a governare il fenomeno delle migrazioni; si tratta di una limitazione a una prerogativa parlamentare che trova il suo fondamento nel dettato costituzionale, cioè esattamente nella massima possibilità di ispezione che tutti i parlamentari devono avere nei luoghi adibiti a privazione della libertà personale. Cioè, trova fondamento - e chi fa del garantismo quotidianamente una bandiera dovrebbe essere estremamente attento a questo - nella sacralità della libertà personale e, quindi, nella massima possibilità di ispezione che i parlamentari devono avere in questi luoghi.
Dire, come c'è scritto in quell'articolo, che l'accesso ai parlamentari deve avvenire limitatamente alla possibilità di conversare con le persone detenute, significa precludere la possibilità di accedere a tutta la struttura nella sua interezza. Questo è inaccettabile e su questo - ripeto - chiediamo un intervento del Presidente della Camera - immagino sarà fatto anche dai colleghi senatori nei confronti del Presidente del Senato - perché questa norma venga stralciata .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori e sullo stesso argomento, la deputata Ghirra. Ne ha facoltà.
FRANCESCA GHIRRA(AVS). Grazie, Presidente. Ci associamo alla richiesta di informativa del collega Magi perché riteniamo questa decisione del Governo estremamente grave. L'abbiamo detto in diverse circostanze: i CPR sono dei buchi neri del diritto. Il Governo vuole negare la possibilità ai parlamentari di verificare le condizioni in cui il nostro Stato detiene delle persone che non hanno commesso alcun reato; sono in detenzione amministrativa perché non hanno i documenti in regola a causa delle folli norme del nostro Paese, che non consentono a nessuno di regolarizzare la propria presenza, neanche a coloro che ci servirebbero come forza lavoro.
Sappiamo bene che la condizione dei migranti verrà peggiorata dalle terribili norme che sono state approvate dal Parlamento europeo sul diritto d'asilo e recepite, purtroppo, dal nostro Governo, e sarà sempre più difficile riuscire a garantire una vita dignitosa a quelle persone che malauguratamente finiscono in questi luoghi di detenzione.
È negato ogni diritto, a partire dal diritto alla salute, addirittura i medici che dichiarano l'idoneità dei trattenuti nei CPR vengono accusati di essere complici di un sistema della migrazione. Sarà impossibile verificare le cause per cui alcuni ragazzi perdono o si tolgono la vita, come è accaduto a Bari: l'altro giorno, pare che sia morto un ragazzo marocchino di 25 anni.
Noi vogliamo chiarezza su quello che accade all'interno di questi centri. Abbiamo visto la recente condanna della direttrice del CPR di Torino per la morte di Moussa Balde, e dell'ente gestore, ma lo Stato ha delle responsabilità sulla gestione di questi centri ed è assurdo che ci voglia impedire di verificare come le persone trattenute lì dentro, in detenzione amministrativa, vengano trattate dal nostro Paese .
Quindi, pensiamo sia indispensabile che il Ministro Piantedosi venga qui a riferire, ma soprattutto che venga modificata la direzione del nostro Paese. I CPR andrebbero chiusi, la detenzione amministrativa andrebbe gestita diversamente e chiediamo che Piantedosi venga qui a comunicarci cosa intende fare.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sempre sullo stesso argomento, il deputato Mauri. Ne ha facoltà.
MATTEO MAURI(PD-IDP). Sì, Presidente, uso questi pochi minuti per dire con chiarezza quello che anche alcuni colleghi hanno anticipato e, cioè, l'assoluta contrarietà da parte del Partito Democratico - e io credo anche di buona parte della società civile - a queste norme che, a quanto sembra, il Governo ha messo in un recentissimo DDL che, di fatto, limitano in maniera molto significativa il diritto dei parlamentari di avere accesso ai CPR, di potersi rendere conto personalmente della situazione e di poterlo fare nelle migliori condizioni possibili per avere contezza di quanto accade.
Noi crediamo che questo sia un fatto molto grave perché si inserisce, tra l'altro, in una serie di norme che stanno continuamente restringendo gli spazi di agibilità del Parlamento e dei singoli parlamentari - nei fatti anche nella vita quotidiana di quest'Aula - e che stanno restringendo in maniera significativa gli spazi al dissenso.
E perché questo dissenso, che è un diritto democratico, possa essere espresso, è necessario avere consapevolezza, conoscenza di ciò che accade. Voi state inserendo una norma che limita la possibilità dei parlamentari, ma soprattutto dei cittadini attraverso i loro rappresentanti, di capire cosa succede; cosa succede dentro strutture che sono per loro natura opache, dove - come si diceva - sono recluse, private della libertà persone che in tantissimi casi non hanno commesso reati.
E, allora, noi ci chiediamo una cosa: cosa avete da nascondere? Cosa vi fa paura? Cosa sta succedendo all'interno di quei centri? Perché se voi foste in buona fede, se il Governo e la maggioranza fossero in buona fede, non avreste nessun problema.
La trasparenza è garanzia per tutti. Abbiamo dovuto noi, come singoli parlamentari, informare l'opinione pubblica della morte che c'è stata all'interno del CPR di Bari di qualche giorno fa; l'abbiamo dovuto fare noi.
E, allora, vi chiediamo di nuovo: cosa avete da nascondere? Da una parte, volete aumentare il numero dei CPR, fate polemiche quotidiane su questo, e, dall'altra, volete ridurre il livello di trasparenza. Allora, mi dispiace, ma questo porta a credere tutti che ci sia qualcosa che non va.
E io credo che su questo i Presidenti delle Camere - in particolare mi rivolgo al nostro Presidente della Camera dei deputati Fontana - devono assolutamente attivarsi, perché devono difendere le prerogative democratiche dei loro parlamentari; guardate, non dei parlamentari del PD o delle opposizioni, ma di tutti i parlamentari, perché io sono convinto che in tutti gli schieramenti - magari, diciamo, in quelli che fanno meno della propaganda sul tema dell'immigrazione, ma anche dentro la maggioranza - ci sia una sensibilità su questo tema.
Non si può conculcare, non si può limitare la libertà parlamentare, altrimenti, guardate, tutte quelle frasi di cui vi riempite la bocca ogni tanto, cioè “noi facciamo le cose per la sicurezza, ma non vogliamo in nessun modo limitare i diritti, i diritti al dissenso”, sono frasi completamente vuote. Già ne avevamo sentore, già pensavamo che fosse così, questa scelta andrebbe esattamente nella direzione di dimostrare che i nostri timori sono assolutamente fondati.
Per cui noi chiediamo al Governo, visto che questo decreto non è stato ancora pubblicato - come, devo dire, anche altri -, in questa opacità completa che ammanta e copre tutte le iniziative governative tra quando vengono lanciate dalla stampa e quando poi vengono messe nero su bianco, ebbene avete ancora il tempo necessario per fare marcia indietro e per non attaccare ancora una volta i diritti di questo Parlamento.
Già i cittadini ne hanno abbastanza di voi, vorremmo evitare anche di aggiungere questo argomento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, sempre sull'ordine dei lavori, il deputato Alfonso Colucci. Ne ha facoltà.
ALFONSO COLUCCI(M5S). Grazie, Presidente. Anche noi riteniamo che sia necessario un intervento dei Presidenti delle Camere su questa disposizione. Ci rivolgiamo, naturalmente, in particolare al Presidente Fontana, perché, Presidente, il diritto di accesso del parlamentare nelle strutture dove le persone vengono ad essere recluse o, comunque, costrette nella propria libertà personale - riguarda, naturalmente, gli istituti penitenziari, ma anche i Centri per il rimpatrio - non può essere limitato, non può essere compresso.
Non è possibile che avvenga questa compressione perché non si tratta di tutelare un diritto del parlamentare, ma si tratta di tutelare il diritto del Parlamento stesso. Perché il diritto di accesso, il diritto di visita, il diritto di andare a verificare lo stato complessivo non solo delle persone, ma anche delle strutture, e non solo delle strutture, ma anche di coloro che lavorano in questi Centri a qualsiasi titolo, vuol dire esercitare direttamente quella che è una funzione, anzi, una serie di funzioni che attengono costituzionalmente al Parlamento, perché attiene all'attività ispettiva, attiene all'attività di controllo e attiene, in ultima analisi, allo stesso esercizio della potestà legislativa, anzi, del potere di iniziativa legislativa che spetta al singolo deputato.
Intanto noi possiamo proporre la nostra attività parlamentare nei termini che ho riferito, attività ispettiva, attività di controllo e attività di iniziativa legislativa, in quanto noi possiamo liberamente accedere a queste strutture ed avere piena contezza della situazione delle strutture. Non si tratta di visitare persone, non si tratta di visitare migranti o detenuti migranti trattenuti nei Centri per il rimpatrio o detenuti: si tratta, in maniera molto più ampia, di avere contezza della situazione oggettiva di queste strutture e di coloro che ci lavorano, di coloro che vengono trattenuti, delle strutture stesse nella loro materialità, quindi mi riferisco agli impianti, alla logistica, all'organizzazione.
Perché questo complesso attiene all'esercizio di diritti fondamentali della persona, quale il diritto alla libertà, la tutela dell'integrità della persona stessa e il rispetto di una serie di diritti fondamentali che attengono alla persona, e quindi, appunto, alla libertà personale, al rispetto dei diritti umani, a diritti che sono non solo sanciti dalla nostra Costituzione, ma, in via sovraordinata, dalle norme internazionali. Penso, appunto, alla Carta dei diritti dell'uomo, a iniziare da questo fondamentale documento.
E allora, Presidente, davvero qui assistiamo, attraverso queste norme, a una complessiva compressione dei diritti di accesso del parlamentare, che poi si traduce anche in un'assenza di informazione, una scarsa informazione rispetto ai cittadini, perché il parlamentare, nell'esercizio di questa sua attività, poi riferisce a quello che è il proprio elettorato, dà eco alle evidenze che, attraverso questi accessi, acquisisce. Vede, Presidente, quando ebbi ad andare a visitare la struttura di Gjadër, io stesso, da parlamentare, pur avendo preavvisato, ebbi gravi difficoltà.
Io non discuto che i funzionari, in quell'occasione, abbiano rispettato rigorosamente quelle che sono le procedure, ma la difficoltà che io ho avuto nel farmi liberamente accompagnare da traduttori, da mediatori culturali, da persone esperte della materia dell'immigrazione, e dunque anche della materia dell'accoglienza, nei Centri per il rimpatrio, hanno fortemente penalizzato la mia possibilità non già di accedere, ma di avere proprio contezza della situazione, della situazione dei migranti e della situazione dei Centri. E allora davvero sì, faccio eco a quanto è già stato detto in quest'Aula.
Io mi chiedo e chiedo a questa maggioranza: ma cosa avete da nascondere? Cosa volete nascondere ai cittadini italiani? Cosa volete nascondere ai parlamentari delle opposizioni che si recano in questi Centri e nei penitenziari? Avete così paura che volete addirittura limitare la possibilità di accendere il faro parlamentare su queste strutture? Presidente, noi riteniamo che il Presidente della Camera debba intervenire…
ALFONSO COLUCCI(M5S). …urgentemente su queste norme a tutela del Parlamento .
PRESIDENTE. Prendo atto di questi interventi, di quanto richiesto. Preciso che si tratta, tuttavia, di prerogative disciplinate da leggi ordinarie. Comunque, quando il testo verrà sottoposto all'esame degli organi parlamentari competenti, potranno essere affrontate tutte le questioni poste.
Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Bignami. Ne ha facoltà.
GALEAZZO BIGNAMI(FDI). Grazie, Presidente. Avendo richiesto i colleghi un'informativa, ci premeva esprimerci sulla stessa, ritenendo di non condividere la richiesta di informativa avanzata dai colleghi delle opposizioni, che, traendo dalla vicenda dei CPR, chiedono poi che il Ministro dell'Interno riferisca anche in riferimento alle modifiche apportate in sede comunitaria sul quadro legislativo in tema di immigrazione.
Non riteniamo di aderire perché vogliamo formulare una proposta ai colleghi di opposizione, certi che l'accoglieranno, ovvero di - esattamente come ha richiesto ieri il Presidente del Consiglio Meloni - dare immediatamente corso all'esame, al dibattito e all'approvazione, se ritengono, del disegno di legge licenziato ieri dal Governo con cui il Parlamento viene investito della possibilità di rivedere le stesse materie su cui voi chiedete l'informativa.
Invece che informare, agiamo e approviamo il disegno di legge licenziato ieri, e quindi chiediamo alle opposizioni la disponibilità a iscrivere immediatamente il disegno di legge in materia di immigrazione , in materia di legalità e in materia di sicurezza, perché, dopo anni di negazionismo che vi ha contraddistinto, avete scoperto che esiste il tema sicurezza.
Vediamo le carte , vediamo se siete disposti a dare la possibilità agli italiani di avere certezza del diritto, di vedere chi non può arrivare in Italia mandato nei CPR, da dove deve essere rimpatriato ed espulso, perché nessuno lo ha invitato e nessuno lo trattiene qua. E quindi potremmo andare a vedere non solo le condizioni dei clandestini, ma anche delle nostre Forze dell'ordine , che dobbiamo ringraziare per quello che fanno, e anche, magari, approvare quelle norme con cui si supera quell'atto “voluto” che certi magistrati comminano a chi, minacciato della propria integrità per difendere tutti noi, reagisce sparando nei confronti di clandestini che spacciano morte.
Ed è questa la proposta che vogliamo farvi: siete a favore di un'immigrazione controllata e non illegale? Votate a favore. Siete a favore dei rimpatri di chi non ha diritto di stare qua? Votate a favore. Siete a favore di dare tutele alle nostre Forze dell'ordine? Votate a favore. E, se volete aprire il dibattito, invece che le informative, immediatamente iscriviamo nella prossima Conferenza dei presidenti di gruppo il disegno di legge licenziato dal Governo Meloni e vediamo a viso aperto chi vuole sicurezza davvero e chi, invece, ne ciarla senza averla mai praticata .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare su un altro argomento, sempre sull'ordine dei lavori, la deputata Serracchiani. Ne ha facoltà.
DEBORA SERRACCHIANI(PD-IDP). Sì, grazie, Presidente. Siamo contenti, ovviamente, che anche Fratelli d'Italia, dopo tre decreti Sicurezza e dopo tre anni e mezzo di Governo, si sia reso conto che c'è un problema di sicurezza in Italia, siamo molto contenti . Allora, Presidente, la mia è una richiesta urgente di informativa al Ministro Nordio. Vede, siamo rimasti sbigottiti, Presidente, quando abbiamo letto questa mattina dalle agenzie che, partecipando a una trasmissione televisiva, il Ministro Nordio ha detto che, con la riforma costituzionale e con il referendum prossimo, non ci saranno più casi Garlasco, ed è entrato anche nel merito della vicenda.
E allora, Presidente, noi vogliamo che il Ministro venga in Aula per dirci, intanto, se sa qualcosa che noi non sappiamo sul caso Garlasco, perché sarebbe utile per il Paese sapere veramente come sono andate le cose. Poi, Presidente, vorremmo anche sapere come pensa il Ministro che, con questa riforma, si vada a modificare il codice di procedura penale come ha dichiarato, perché dovrebbe, forse, il Ministro sapere che si va a modificare la Costituzione e che non c'è alcuna modifica del codice di procedura penale.
Quindi, Presidente, rimanendo sbigottiti da queste affermazioni e dal fatto che si dichiarino falsità in modo così palese, riteniamo utile e opportuno, anche per lo sbigottimento, non solo nostro, ma del Paese intero, che il Ministro venga in Aula e ci spieghi come possa anche solo immaginare che, con questa riforma, non ci saranno più casi Garlasco .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge n. 1895-A: Istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico silurato da un'unità della Marina tedesca nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940.
Ricordo che nella seduta del 2 febbraio si è conclusa la discussione generale e la relatrice e la rappresentante del Governo hanno rinunciato ad intervenire in sede di replica.
La V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere , che è in distribuzione.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli della proposta di legge . Poiché non sono state presentate proposte emendative, li porrò direttamente in votazione.
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 1. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 2. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 2.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 3. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 3.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 4. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 4.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 5. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 5.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.
Ha facoltà di intervenire, per dichiarazione di voto, il deputato Mauro Del Barba.
MAURO DEL BARBA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, signori del Governo, la proposta di legge che, oggi, siamo chiamati ad esaminare, interviene su un tema di rilevante valore civile e istituzionale volto a colmare un vuoto…
PRESIDENTE. Collega Del Barba, le chiedo scusa, la interrompo per richiamare l'Aula al silenzio e poi approfitterei, tanto il tempo lo abbiamo fermato, per salutare studenti e insegnanti dell'Istituto di istruzione superiore “Eschilo” di Gela, in provincia di Caltanissetta, che sono presenti in tribuna ad assistere ai nostri lavori . Li ringraziamo e gli auguriamo ogni fortuna
Colleghi, per cortesia, chi intende dialogare si può accomodare fuori dall'Aula.
MAURO DEL BARBA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Fa piacere, peraltro, che, mentre istituiamo una Giornata della memoria, siano presenti i ragazzi, perché è proprio per le future generazioni che queste giornate vengono istituite.
Con questa Giornata nazionale, vogliamo colmare un vuoto nella memoria pubblica del nostro Paese, in memoria di ben 446 italiani internati e deportati nel Regno Unito per cause di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico , il 2 luglio 1940.
Il provvedimento affronta una delle pagine più drammatiche e meno conosciute della storia dell'emigrazione italiana - siamo stati anche noi emigranti - e della Seconda guerra mondiale. Quelle vittime non erano militari, ma civili: lavoratori e cittadini italiani residenti nel Regno Unito, spesso da molti anni, talvolta da generazioni, improvvisamente classificati come indesiderabili, dopo l'entrata in guerra dell'Italia. Arrestati e deportati senza poter informare le proprie famiglie, furono imbarcati su una nave, requisita per il trasferimento in Canada. Il 2 luglio 1940, il piroscafo, scambiato per una nave militare, fu colpito e affondato da un siluro lanciato da un sommergibile tedesco, causando la morte di circa 805 persone, tra cui 446 nostri connazionali. La proposta di legge prevede l'istituzione di una giornata di commemorazione, fissata l'11 ottobre di ogni anno, una data simbolica, scelta perché è legata alla scomparsa di Rando Bertoia, ultimo sopravvissuto alla tragedia.
In tale occasione, è previsto un minuto di silenzio e le iniziative commemorative sono affidate agli enti territoriali, alle istituzioni scolastiche e al servizio pubblico radiotelevisivo, con l'obiettivo di diffondere la conoscenza dei fatti e conservarne la memoria, soprattutto tra le giovani generazioni.
Riteniamo significativo che questo provvedimento non abbia un'impostazione divisiva o accusatoria, ma si inserisca in una prospettiva di riconoscimento e di responsabilità storica.
Come ricordato anche dal Presidente della Repubblica, la memoria dell'rappresenta un monito contro le conseguenze estreme dei conflitti armati, in particolare nei confronti delle comunità di emigrati.
Questa proposta di legge restituisce dignità a una vicenda rimasta a lungo ai margini del racconto nazionale e riconosce il valore umano e civile di connazionali innocenti, che hanno pagato un prezzo altissimo alle dinamiche della guerra.
Per queste ragioni, Presidente, colleghi, riteniamo che l'istituzione della Giornata nazionale costituisca un atto dovuto di giustizia storica e di memoria condivisa. Per tali motivi annuncio il voto favorevole del nostro gruppo Italia Viva-il Centro-Renew Europe .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Calogero Pisano. Ne ha facoltà.
CALOGERO PISANO(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Voglio comunicare il voto favorevole del gruppo Noi Moderati.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Marco Grimaldi. Ne ha facoltà…
Passiamo, allora, al deputato Fabrizio Benzoni, che ha chiesto di parlare. Prego, ne ha facoltà.
FABRIZIO BENZONI(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Questo provvedimento parla di 446 vittime. Oliviero Agostini - vado in ordine alfabetico - nato nel 1904 a Barga, in provincia di Lucca, e residente a Glasgow con la sua famiglia. Giovanni Albertella, nato nel 1893, immigrato nel Regno Unito per lavoro. Riccardo Affaticati, nato sempre nel 1893 a Caorso, in provincia di Piacenza, e residente a Londra. Con loro altri 446 italiani. Non erano nemici, erano civili. Come loro erano centinaia, migliaia i cittadini italiani che nel 1940 vivevano nel Regno Unito: commercianti, artigiani, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori. Avevano costituito una vita stabile, relazioni sociali, contribuivano allo sviluppo economico e sociale del Paese che li aveva in quel momento accolti.
Dopo l'entrata in guerra dell'Italia, il Governo britannico decise l'internamento e la deportazione dei cittadini considerati - così si dice - , stranieri, quindi nemici. Una misura generalizzata, fondata sulla nazionalità e non sui comportamenti individuali.
Quando il piroscafo britannico lasciò il porto di Liverpool diretto in Canada, trasportava circa 1.570 persone: italiani, tedeschi, ebrei. La grande maggioranza erano civili internati. La mattina del 2 luglio 1940, al largo della costa Nord occidentale dell'Irlanda, l'fu colpita da un siluro lanciato da unità della Marina tedesca. La nave affondò in molto breve tempo e le vittime furono oltre 800, tra queste appunto i nostri 446 connazionali. Molti degli internati si trovavano sottocoperta, le misure di sicurezza erano completamente inadeguate, la nave non era contrassegnata come trasporto di civili. Le possibilità di salvezza furono davvero molto limitate e i sopravvissuti pochissimi.
Quella dell'non è soltanto una tragedia bellica, è una vicenda che riguarda civili deportati per ragioni di sicurezza, che persero la vita mentre venivano espulsi, sotto la responsabilità di uno Stato democratico in un contesto di emergenza e paura.
Per molti anni questa storia è rimasta ai margini della memoria pubblica, è una storia che si inserisce nel contesto della Seconda guerra mondiale, ma che parla anche di immigrazione e di diritti sospesi. Parla di persone che, attraversando un confine per costruire un futuro migliore, si sono ritrovate improvvisamente prive delle loro tutele.
Ricordare quindi oggi l'significa restituire visibilità a queste vite e riconoscere una pagina complessa della nostra storia nazionale ed europea, ma è anche un monito concreto. Il ricordo serve a non ripetere gli errori del passato. Dobbiamo tenerlo a mente quando, anche in questi giorni, scene di trasferimenti forzati e detenzioni arbitrarie in Paesi democratici ci ricordano quanto fragile possa essere la protezione dei diritti delle persone.
Allo stesso modo, dovremmo tenerlo a mente quando qualcuno, anche qui in Italia, si fa sedurre dai concetti che si intrecciano con espulsioni su larga scala e con narrazioni di sostituzione demografica.
L'istituzione di questa Giornata commemorativa dedicata agli italiani internati, deportati e periti nel naufragio di quella nave è, quindi, utile a colmare un vuoto nella memoria collettiva, a riconoscere ufficialmente una tragedia che ha coinvolto centinaia di cittadini italiani. Per questo esprimiamo il nostro voto favorevole alla proposta .
PRESIDENTE. Recuperiamo l'intervento, per dichiarazione di voto, del deputato Grimaldi. Prego, ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie davvero, Presidente. L'era un transatlantico britannico per crociere di lusso. Allo scoppio della guerra fu riconvertito per trasporti militari. Nei primissimi mesi della guerra europea nel 1940, la Francia stava crollando sotto l'avanzata tedesca e nel Regno Unito, timoroso probabilmente di invasioni e sabotaggi, cresceva il sospetto verso quegli - una vicenda che ho studiato all'università -, che erano soprattutto stranieri di nazionalità cosiddetta “nemica”, anche se residenti da anni e spesso, addirittura, antifascisti o antinazisti.
Fu in questo contesto che il Governo britannico decise internamenti di massa di cittadini tedeschi, austriaci e italiani, proprio presenti sul suolo britannico. Il paradosso è che molti erano rifugiati, magari ebrei, fuggiti proprio dal nazismo, lavoratori emigrati da decenni o persone politicamente non attive. Ecco, l' salpò da Liverpool, diretta in Canada, con a bordo circa 1.200, 1.300 internati civili, per lo più - come sapete - italiani e tedeschi.
Tuttavia, la nave non era contrassegnata come trasporto di civili e non disponeva, di fatto, di una scorta adeguata. Così, il 2 luglio 1940 un sottomarino nazista, scambiandolo per un trasporto militare, lo affondò. Così più di 800 persone persero la vita, tanti erano italiani residenti nel Regno Unito.
Ringrazio tra l'altro il deputato Fornaro, perché ricorda giustamente che, fra quegli italiani, tanti erano anche nostri concittadini piemontesi.
Ci proponete di approvare una legge che istituisca una Giornata in memoria di quelle vittime. Per questo, voteremo a favore: per rispetto di quei morti innocenti e delle loro famiglie, per rispetto della storia, dell'importanza della memoria pubblica, in virtù del nostro spirito pacifista, antibellicista e contrario a ogni ideologia nazionalista e identitaria.
Non lo faremo per pareggiare i conti con i totalitarismi del Novecento, per affiancare a questi il lato oscuro magari degli alleati e delle democrazie. Lo faremo anche per ricordare un tempo cupo, in cui il mare è uno spazio militarizzato e un deposito di morti, come oggi per altre politiche e altre decisioni su cui si ritiene sacrificabile. I numeri dei migranti morti nel 2024 e 2025 bastano a raccontare questo presente. Pensate, - Fortezza Europa - era un'espressione della propaganda nazista. Un continente chiuso, armato dai limiti invalicabili, che crollarono in 24 ore dopo lo sbarco in Normandia. È esattamente ciò che stiamo - ahimè - costruendo.
A proposito, invece, di catastrofi navali del passato, che hanno travolto gli italiani, mi viene in mente un altro caso, un altro episodio che avevo studiato: il naufragio del piroscafo , avvenuto il 12 febbraio 1944 nei pressi dell'isola di Patroklos, una delle più grandi tragedie marittime del Mediterraneo. Durante una violenta tempesta nel Mar Egeo, l' urtò gli scogli nei pressi di Capo Sounion, affondò e - ahimè - persero la vita, perché la nave era stracolma di prigionieri, ammassati senza alcuna misura di sicurezza.
Era un fatto costante nei trasporti di prigionieri lungo le rotte controllate dai nazifascisti. L' in origine era come l', non era una nave da guerra, era un piroscafo mercantile norvegese. Tuttavia, anch'esso durante la guerra fu riconvertito e passò sotto il controllo tedesco dopo l'occupazione della Norvegia. Perché questo accadeva a molte navi civili all'epoca: requisizioni, cambio di bandiere, utilizzo forzato per trasporti militari o logistici. Il giorno del naufragio dell' persero la vita anche più di 4.000 prigionieri di guerra italiani, destinati ai campi di concentramento tedeschi.
Prigionieri militari molti dei quali, dopo l'armistizio dell'8 settembre, si rifiutarono di collaborare con i nazisti, rifiutarono, appunto, di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, i quali battezzarono una nuova categoria di perseguitati: gli internati militari italiani. Non prigionieri di guerra con tutele internazionali, ma una fattispecie a sé, inventata dai nazisti per negare loro diritti e protezioni. Questi uomini erano già stremati, malnutriti e privi di equipaggiamento.
Tutto ciò lo dico per ricordare come negli anni della guerra, ma ancora più nel biennio fra il 1943 e il 1944, il Mediterraneo orientale pullulasse di navi sovraccariche con equipaggi improvvisati e nessuna condizione di sicurezza. Insomma, bersagli galleggianti. E, dopo l'8 settembre, l'Esercito italiano si disgregò e centinaia di migliaia di militari furono catturati dai tedeschi. L' partì da Rodi verso il Pireo con altri 4.000 prigionieri italiani stipati nelle stive. C'era tempesta, l'imbarcazione era stracolma, la navigazione costiera rischiosa, e la nave urtò, appunto, gli scogli e si inabissò. Il relitto fu trovato solo nel 1999 da un subacqueo greco.
Ecco, questa è un'altra tragedia a lungo dimenticata, che ci ricorda come 600.000 militari italiani furono internati dopo l'armistizio. Molti di loro morirono, talvolta anche durante un semplice trasporto, come questa vicenda ci ricorda. Ecco, ci ricorda che il Mediterraneo e l'Oceano in quel tempo furono trasformati in uno spazio di trasporto coatto e morte silenziosa, cioè quello che non vorremmo fosse più. Ricordiamo anche - come correttamente fa la proposta di legge - che Mussolini trascinò l'Italia in una disastrosa guerra di regime, una guerra che aveva fra i suoi obiettivi prioritari il Mediterraneo, il , ma che divenne vorace e ingorda.
Si allargò di pari passo con le mosse dell'alleato nazista sui vari fronti, Francia, Balcani e Russia. Una guerra che costò lutti, miseria e sofferenze al popolo italiano. Una guerra in cui emersero le responsabilità delle Forze armate, delle industrie legate al fascismo e delle di cui si parla troppo poco, in un crescendo di stragi militari approssimative, con armamenti obsoleti che portarono al fallimento. Una guerra i cui esiti disastrosi contribuirono ad abbattere il prestigio, ormai molto precario, del fascismo italiano.
Una sconfitta che nessuna eroica esaltazione di qualche sparuto episodio può cancellare. Perciò queste vicende, questi lutti del passato, di cui è doveroso serbare memoria, sono per noi un monito, un monito a respingere le logiche della guerra, del colonialismo, della persecuzione, dello sterminio, della sopraffazione e della disumanizzazione. Per questo, il nostro voto sarà favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Francesco Silvestri. Ne ha facoltà.
FRANCESCO SILVESTRI(M5S). Grazie, Presidente. Oggi siamo chiamati a votare un provvedimento che restituisce non solo un atto di giustizia storica, ma anche un dovere morale verso la Repubblica italiana. Il dramma dell' rappresenta una delle pagine più dolorose e, se vogliamo, anche meno conosciute della nostra storia nel contesto della Seconda guerra mondiale. Dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia al Regno Unito, migliaia dei nostri connazionali residenti oltremanica, uomini lavoratori, padri di famiglia, furono improvvisamente considerati un pericolo, non per ciò che avevano fatto, ma semplicemente per ciò che erano.
Quindi guardate molte volte anche come i ricorsi storici sono attuali, se guardiamo quello che succede in Medio Oriente: essere condannati non per cosa si è fatto, ma semplicemente per cosa si è. Furono internati e deportati non a seguito di processi o accertamenti individuali, ma perché travolti da una paura collettiva, che trasformò l'appartenenza nazionale in una colpa. È proprio questa paura, quando non è governata dalla ragione e dal diritto, che genera l'odio, e nel corso della storia, lo abbiamo visto, ma anche nel corso del presente, produce discriminazioni, persecuzioni e tragedie, come quella che oggi stiamo ricordando. L' era una nave passeggeri riconvertita a trasporto militare, che salpò dal porto di Liverpool diretta in Canada, con a bordo oltre 1.600 persone: internati civili italiani, tedeschi e prigionieri di guerra.
Prigionieri che hanno vissuto questo viaggio in condizioni durissime, senza nessun sistema di protezione, senza nessun sistema di sicurezza, nella disumanizzazione totale e, soprattutto, senza nessuna reale protezione diplomatica. Il 2 luglio, nelle acque fredde del Nord Atlantico, la nave fu silurata da un sottomarino tedesco. L'affondamento fu rapido, fu devastante. Molti degli internati, incapaci di nuotare o intrappolati sottocoperta, non ebbero alcuna possibilità di salvezza. Le vittime furono oltre 800, 446 erano italiani, civili che avevano costruito la loro vita all'estero e che morirono lontano dalla loro famiglia, senza nessun motivo, senza nessuna colpa apparente.
Quindi, istituire oggi una Giornata in loro memoria significa anche restituire dignità a queste persone, riconoscere che questa è una ferita nella nostra storia e affermare un principio fondamentale, ossia che la sicurezza non può mai giustificare la sospensione dei diritti fondamentali e che la paura non può diventare un criterio della politica. Questo è un messaggio al presente, un messaggio al futuro e un invito a vigilare affinché in ogni tempo e in ogni contesto una paura ingiustificata non diventi motivo per sospendere i diritti e dignità delle persone, proprio come stiamo purtroppo vedendo in questi anni.
Ed è quindi per queste ragioni che il MoVimento 5 Stelle voterà a favore e invita l'Aula a mantenere sempre vigili questi principi e non a ridurli a semplici occasioni parlamentari per istituire, forse, la millesima Giornata della memoria di questo Parlamento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Patrizia Marrocco. Ne ha facoltà.
PATRIZIA MARROCCO(FI-PPE). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il 2 luglio 1940 il piroscafo fu silurato nell'Atlantico. Morirono centinaia di persone, tra queste 446 cittadini italiani che si trovavano a bordo come internati civili prelevati dal Regno Unito, in larga parte residenti da tempo, avviati al trasferimento oltreoceano nel clima dell'emergenza bellica. È una vicenda della storia della guerra, ma anche della storia delle nostre comunità fuori dall'Italia. Negli anni il ricordo non è mancato, sia come comunità italiana residente nel Regno Unito e nella rete consolare che l'ha accompagnata, sia nei comuni italiani da cui provenivano molte delle vittime.
In Emilia-Romagna, ad esempio, a Bardi, negli anni si sono svolte iniziative pubbliche di commemorazione. Nel dibattito pubblico nazionale, invece, questa vicenda è rimasta più defilata, non per mancanza di elementi. I fatti sono chiari, i numeri anche e il contesto è assolutamente ricostruibile. Il punto è che questa storia è rimasta spesso legata a circuiti ristretti, alle famiglie, alle comunità interessate, a chi la studia o la ricorda per prossimità. Una Giornata nazionale serve a rompere questa dinamica e riportare all'attenzione una vicenda che tocca due aspetti molto concreti: il trattamento dei civili in tempo di guerra e la storia delle comunità italiane all'estero.
Nel 1940, con l'allargarsi del conflitto, nel Regno Unito furono adottate misure di internamento nei confronti di cittadini di Paesi nemici. Dentro quelle misure finirono anche italiani con storie molto diverse tra loro: molti erano lavoratori e piccoli imprenditori stabilmente residenti, alcuni avevano famiglia già inserite. Il punto è che in questo contesto di guerra le decisioni si semplificano e la persona rischia di essere ridotta a una categoria. In questi passaggi la differenza tra valutazione individuale e appartenenza nazionale può diventare sottile e, quando prevale l'automatismo, le conseguenze possono essere irreparabili.
Nel 2020, il Presidente della Repubblica ha richiamato l'affondamento dell' come episodio non sempre adeguatamente ricordato, commemorando quelle vittime innocenti e indicando in quella sofferenza un monito contro la guerra e a favore dell'amicizia e della collaborazione tra i popoli. In quelle parole c'era il richiamo a preservare questa memoria. Con questa legge il Parlamento lo raccoglie e gli dà continuità. La memoria non si conserva da sola, si conserva perché qualcuno la tiene in vita con costanza. In questi anni lo hanno fatto la comunità italiana in Gran Bretagna, le istituzioni che l'affiancano, i familiari delle vittime, le associazioni, i Comites e realtà locali, insieme a iniziative nate anche in alcuni comuni italiani legati a quelle storie.
Oggi, però, questa memoria deve camminare senza la voce dei testimoni diretti. Anche per questo la proposta di legge individua l'11 ottobre, la data della morte di Rando Bertoia, avvenuta nel 2013, indicato come l'ultimo sopravvissuto alla tragedia. Il Parlamento si affianca a questo lavoro, non si sostituisce a chi ha tenuto viva fin qui la memoria. La porta anche in Italia perché non resti legata solo ai luoghi e alle comunità che l'hanno custodita con più forza. Parlare di italiani nel mondo non è richiamare una categoria astratta, è parlare di una parte strutturale della storia del Paese, fatta di comunità radicate e di legami tenuti nel tempo. L' colpisce lì, nel punto in cui la vita ordinaria viene travolta dalla guerra e dalle sue semplificazioni e la persona rischia di sparire dietro un'etichetta: straniero, internato, nemico.
Che cosa cambia con una Giornata nazionale? Cambia che questa vicenda ha una data e torna all'attenzione con regolarità, non resta affidata solo a chi la ricorda da anni. È anche un modo per evitare che il ricordo diventi occasionale o dipenda dalle singole iniziative. Una data fissata aiuta a programmare, a mettere insieme scuole, territori e comunità interessate e a fare emergere materiali e ricostruzioni che già esistono. Crea, quindi, una possibilità in più che la conoscenza di questa vicenda non si interrompa e non si disperda.
La legge indica che cosa si ricorda e a chi è dedicata la Giornata. Poi, lascia alle sedi giuste - scuola, enti territoriali, servizio pubblico - la scelta delle iniziative, con un criterio semplice: lavorare su documenti e ricostruzioni serie. Per queste ragioni, anche per valorizzare il lavoro già fatto con serietà dalle comunità interessate in Gran Bretagna e anche in Italia, annuncio il voto favorevole di Forza Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Billi. Ne ha facoltà.
SIMONE BILLI(LEGA). Grazie, Presidente. Oggi ricordiamo l', affondata nel 1940 con a bordo centinaia di italiani internati, come hanno ricordato molti miei colleghi qui, oggi. Una tragedia spesso dimenticata, che parla di guerra, di paura, di sofferenze e di ingiustizia, ma anche della dignità dei nostri connazionali lontano da casa. Molte delle vittime erano italiani emigrati in Inghilterra e Irlanda dalle città dell'Appennino parmense. Il comune di Bardi fu il comune con il più alto numero di vittime, Bedonia il comune da dove veniva la vittima più giovane, come la collega, l'onorevole Cavandoli, ha sottolineato nella commemorazione del 2 luglio dell'anno scorso.
Presidente, noi siamo a favore ed esprimeremo convintamente un voto positivo su questo provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Toni Ricciardi. Ne ha facoltà.
TONI RICCIARDI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, quando ricordiamo l', non possiamo limitarci a una commemorazione formale, non possiamo pronunciare parole di circostanza e poi voltare pagina, perché il 2 luglio del 1940 non rappresenta solo una tragedia del mare, rappresenta il fallimento della politica quando cede alla paura, alla semplificazione, alla logica della colpa collettiva. L' era un transatlantico britannico, adibito a nave da crociera, requisito allo scoppio della Seconda guerra mondiale.
In quel tragico 2 luglio del 1940, a bordo erano stipate oltre 1.500 persone, il triplo del carico ordinario; tra di esse, 478 prigionieri tedeschi e austriaci, 174 membri dell'equipaggio, 200 soldati britannici e ben 712 italiani residenti nel Regno Unito. Molti di quegli italiani non erano fascisti, non erano militari, non erano sovversivi, erano semplicemente emigranti: ristoratori, musicisti, minatori, commercianti, uomini che avevano costruito con fatica la propria esistenza in un Paese che ormai ritenevano casa.
Nel 1940, in Gran Bretagna vivevano oltre 20.000 italiani, provenienti prevalentemente da quei luoghi che hanno caratterizzato l'emigrazione italiana di quel tempo, dalla provincia italiana: dall'Appennino tosco-emiliano, dalla Ciociaria, dalla Lombardia, dal Piemonte. Avevano lasciato il loro Paese per sfuggire alla povertà e alla fame in cui versava l'Italia dopo l'unificazione del Regno. Giunti in Inghilterra, in Scozia, nel Galles, si erano rifatti una vita, cominciando dai mestieri più umili - suonatori di organetto, gelatai, friggitori ambulanti -, per poi divenire ristoratori e commercianti apprezzati.
Con l'entrata in guerra dell'Italia il 10 giugno del 1940, furono improvvisamente classificati come sudditi di una potenza nemica. In poche settimane 4.000 uomini, compresi tra i 15 e i 70 anni, furono arrestati e internati per il semplice fatto di essere italiani. L'internamento indiscriminato di civili sulla base della nazionalità fu una scelta politica, non un destino inevitabile, ma una decisione.
La nave partì verso il Canada senza adeguata scorta militare e senza bandiera della Croce rossa internazionale, come previsto dalla Convenzione di Ginevra, in quelle che erano ormai divenute delle acque, quelle dell'Atlantico, molto pericolose e soggette alla guerra sottomarina. Il 2 luglio del 1940 fu silurata dal sommergibile tedesco U-47, badate bene, colleghi, con l'ultimo siluro a disposizione. In circa mezz'ora, la nave affondò.
I morti furono più di 800, di questi 446 italiani, in gran parte provenienti dalle province di Parma, Lucca, Piacenza, Massa-Carrara e Frosinone. Il comune più colpito fu quello di Bardi, in provincia di Parma, con 48 morti, al quale, probabilmente, noi oggi dobbiamo un grazie per aver conservato, con strenua convinzione e fatica, questa memoria . E un grazie anche ai familiari, ai quali si è rivolto, in occasione dell'ottantesimo anniversario, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Ancora una volta, come nella storia della grande traiettoria dell'emigrazione italiana, il maggior numero di vittime spettò proprio a noi, come a Monongah e Dawson negli Stati Uniti agli inizi del Novecento, così come a Izourt sui Pirenei francesi, così come a Marcinelle e a Mattmark.
Onorevoli colleghi, se vogliamo essere fino in fondo onesti con la storia, non possiamo fermarci alle responsabilità britanniche e alle scelte prese dal Governo di Winston Churchill, dobbiamo avere il coraggio di guardare anche alle responsabilità italiane. La scelta del 10 giugno 1940 di Benito Mussolini di dichiarare guerra alla Francia e al Regno Unito non fu una scelta inevitabile, fu una scelta politica, presa nella convinzione opportunistica che la Germania nazista fosse prossima alla vittoria. Fu una guerra dichiarata senza un reale dibattito pubblico, senza un Parlamento libero, senza una stampa indipendente. Fu la decisione di una dittatura. Quella scelta trasformò centinaia di migliaia di italiani nel mondo, che da decenni erano emigrati, in sudditi di una potenza nemica.
Gli emigranti del Regno Unito pagarono il prezzo di una guerra che non avevano deciso. Il regime aveva costruito una retorica aggressiva e militaristica. Nel 1938 aveva siglato e firmato le leggi razziali, scegliendo la via della discriminazione istituzionalizzata. Sul piano internazionale aveva isolato il Paese, ma, nel frattempo, aveva adottato la politica della fascistizzazione delle masse emigrate.
Sorsero in tutto il mondo le case del fascio e il cosiddetto club del Fascio di Londra rappresentava all'epoca la manifestazione di potenza esterna.
Tutto questo, colleghe e colleghi, contribuì ovviamente a creare un clima di xenofobia e di paura, perché diventava difficile la distinzione tra popolo e regime agli occhi delle altre nazioni. Ed è bene dircelo: se il regime fascista non avesse dichiarato guerra, quegli italiani non sarebbero stati mai classificati come nemici, né arrestati in massa, né imbarcati su una nave diretta verso il Canada. La catena casuale parte dalla decisione politica. Questo non assolve chi organizzò il trasporto senza adeguate tutele, ma stabilisce un punto fermo. L' è anche frutto di una guerra voluta da una dittatura.
Onorevoli colleghi, fare memoria significa sottrarsi alle semplificazioni. Non possiamo utilizzare questa tragedia solo per colpevolizzare altri. Sarebbe una memoria parziale, e una memoria parziale è una memoria fragile. La Repubblica italiana nasce dalla sconfitta del fascismo, la nostra Costituzione è costruita proprio per evitare che decisioni di tale portata possano essere prese senza controllo democratico, è figlia dell'esperienza di una guerra voluta, senza libertà, e pagata da milioni di persone dentro e soprattutto fuori dai confini nazionali.
E allora quando ricordiamo l', ricordiamo due lezioni. La prima: nessuna democrazia deve cedere mai alla tentazione della colpa collettiva. I diritti non possono essere sospesi in blocco per una mera appartenenza nazionale. Seconda lezione, Presidente: nessun Paese è al riparo dalle conseguenze delle proprie scelte autoritarie. Quando si abolisce il controllo democratico, quando si concentra il potere, quando si imbocca la strada dell'aggressione e dell'alleanza con regimi totalitari e dittatoriali, le conseguenze non restano confinate nei palazzi del potere ma ricadono sui cittadini, anche su quelli più lontani, anche su quelli innocenti, come le vittime dell'.
L' è il punto di incrocio tra paura e dittatura, tra guerra e sospetto, tra decisioni politiche e vite individuali spezzate.
Se vogliamo davvero onorare quelle vittime, dobbiamo affermare con chiarezza che la democrazia non è un dettaglio formale, ma una garanzia sostanziale; che la pace è un principio costituzionale nato dall'esperienza della catastrofe e che la responsabilità politica esiste e non può essere diluita nel fatalismo della storia.
Una democrazia è forte quando distingue, quando tutela, quando non cede alle generalizzazioni. Una Repubblica è credibile quando sa riconoscere anche le proprie ombre storiche. Questo è il senso pieno della memoria dell', questo è il compito che la storia ci affida. E come ebbe a dire - e chiudo, Presidente - uno dei sopravvissuti a questa immane tragedia: a volte ci vuole più coraggio a morire che a salvarsi. E per tutte queste ragioni, dichiaro il voto favorevole del gruppo del Partito Democratico .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Amich. Ne ha facoltà.
ENZO AMICH(FDI). “Di primissima ora, siamo svegliati da un'assordante esplosione. La voce allarmante si sparge, che il piroscafo è stato silurato. Assieme a molti altri, mi precipito sopra coperta e, per mia fortuna, riesco a trovar posto in un battello di salvataggio. L' affonda dopo venti minuti”.
Egregio Presidente, onorevoli colleghi, tali parole furono scritte nel suo diario da Luigi Fulgoni, il giorno in cui avvenne l'affondamento dell', in cui, a differenza di oltre 800 compagni di sventura che trovarono la morte su quel battello, riuscì a salvarsi, compiendo tra l'altro un atto di eroismo.
Fulgoni era uno dei tanti, uno dei nostri emigranti, uno dei 20.000 residenti nel Regno Unito quando, il 10 giugno 1940, ci fu la dichiarazione di guerra. Temendo che costituissero una sorta di quinta colonna interna, i nostri concittadini maschi tra i 16 e i 75 anni furono, a migliaia, rastrellati casa per casa e internati. Erano - come abbiamo sentito - caffettieri, gelatai, albergatori, pittori, musicisti; molti erano cittadini britannici naturalizzati e quasi nessuno si occupava di politica. Le donne furono lasciate totalmente allo sbando, senza poter lavorare nelle piccole realtà imprenditoriali di famiglia, senza sapere come sfamare i propri figli.
Fra gli internati, circa la metà fu destinata ai campi di oltreoceano, in Canada e in Australia. Erano civili strappati alla vita quotidiana e agli affetti, e la Convenzione di Ginevra imponeva di rispettarne il diritto di non esporli a rischi perché l'Atlantico era infestato da sottomarini tedeschi. Ma nonostante questo, l' salpò comunque da Liverpool all'alba del 1° luglio 1940. A bordo aveva 174 membri di equipaggio, 200 fanti britannici di guardia, quasi 500 internati tedeschi e austriaci e più di 700 deportati italiani, per un totale di circa 1.550 persone. Erano diretti in Canada, al campo di internamento St. John's. Non giunse mai a destinazione. Alle ore 6,58 del 2 luglio 1940 fu silurata dal sottomarino tedesco , di Günther Prien, a 75 miglia a nord-ovest da Cnoc Fola, sulla costa irlandese del Donegal.
Fu scambiata, infatti, per un mercantile militare per il trasporto di armi e truppe, e non poteva essere scambiato diversamente, perché era dipinto di grigio, contornato di filo spinato e armato con cannoni, quando le navi di internati avrebbero dovuto essere smilitarizzate. Non aveva scorta, né il contrassegno della Croce Rossa internazionale. Luigi Fulgoni scrisse che affondò in venti minuti; brevissimi per coloro che cercarono di mettersi in salvo sulle poche scialuppe, eterni per gli altri che rimasero a bordo aspettando la morte. Degli altri 800 dispersi, così come li definivano le autorità britanniche, probabilmente annegati, ben oltre la metà - come abbiamo sentito - erano italiani.
Eppure, nonostante questo e nonostante le ricerche condotte negli ultimi vent'anni da storici e articoli apparsi sui giornali, tale avvenimento non è mai entrato nella nostra memoria collettiva. “Se c'è un modo di uccidere una persona veramente, è quello di togliergli anche la memoria… se qualcuno viene dimenticato, questa è la più grande calamità che possa capitargli”. Queste parole di Ronny Nannini, orfano dell', suonano ancor di più, a livello assordante, a distanza di proprio due giorni dal Giorno del Ricordo che abbiamo commemorato proprio qui in quest'Aula.
Oggi siamo qui riuniti per votare la proposta di legge che mira a istituire la Giornata nazionale in memoria delle vittime dell', che - voglio ricordare a tutti i presenti, a tutti i nostri colleghi - è la più grave tragedia nella storia dell'emigrazione italiana. È doveroso farlo secondo le parole stesse del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che il 2 luglio 2020, nell'ottantesimo anniversario dell'evento, le definì “vittime innocenti”, esprimendo inoltre sentimenti di vicinanza e di solidarietà ai loro discendenti.
Ma è anche un omaggio all'eroismo della quotidianità, che è esempio di pace per le giovani generazioni, perché su quella nave, che precipitava troppo velocemente nell'abisso, si aiutarono tutti con generosità estrema. Non ci furono più cittadini di nazioni in guerra tra loro, ma uomini che cercarono di salvarsi insieme e di farlo soccorrendo gli altri.
Persone comuni compirono atti di vero eroismo. Oltre al già citato Luigi Fulgoni, ricordiamo Guido Conti, lui pure di Bardi, comune che, con 48 capifamiglia che persero la vita, è il primo in Italia per numero di vittime nella tragedia. Egli era padre di un bambino nato da solo otto giorni, che non avrebbe mai conosciuto. Cedette, nonostante questo, la sua zattera di fortuna a un compaesano che non sapeva nuotare. Il nipote di Guido, Giuseppe Conti, è responsabile del comitato Pro Vittime , istituito a Bardi sin dal 1968, e sta seguendo i lavori della Camera direttamente da casa, insieme a tanti parenti di vittime e di sopravvissuti .
Ai morti del 2 luglio, che continuarono a essere definiti “dispersi”, probabilmente annegati, dobbiamo aggiungere quelli che perirono nei mesi successivi per avere ingerito in mare la nafta fuoriuscita dal siluramento della sala macchine o per i traumi riportati nel gettarsi in acqua mentre la nave affondava.
Le tombe dei nostri connazionali, che si trovano in oltre 40 cimiteri su più di 1.000 chilometri di costa tra Irlanda e Scozia, riportano non tanto la data dell'affondamento, ma quella del ritrovamento del corpo: più o meno si parla di agosto 1940. Per questo motivo, nel rispetto della morte di tutti, ormai, anche di quelli che allora furono i circa 250 sopravvissuti, e in accordo sia con il Comitato Pro Vittime , sia con le famiglie che abbiamo interpellato, abbiamo scelto come data per la Giornata nazionale l'11 ottobre di ogni anno. L'11 ottobre 2013, infatti, morì a 93 anni il cavalier Rando Bertoia, friulano, ultimo sopravvissuto tra gli italiani dell'. In un certo senso, è stato l'ultimo ad aver lasciato il ponte della nave, il ponte della testimonianza di ciò che avvenne.
La data dell'11 ottobre è importante per la riflessione da proporre nelle scuole d'ogni ordine e grado, perché, attraverso il ricordo di questi italiani, sarà possibile approfondire la storia della nostra emigrazione e comprendere meglio i fenomeni migratori di oggi, alla luce di quanto avvenne in passato.
Il filo rosso di quella tragedia unisce tutta l'Italia, da nord a sud, dal Piemonte alla Sicilia, come si evince scorrendo la lista delle vittime e i loro luoghi d'origine.
Egregio Presidente, onorevoli colleghi, per questa proposta di legge chiediamo un voto unanime e condiviso per onorare i nostri morti e quale affettuosa solidarietà a migliaia di vittime e di famiglie che, da decenni, attendono un segno da parte dello Stato italiano. Non giustizia fine a se stessa per le vittime, ma doveroso e imprescindibile ricordo di italiani e italiane.
“C'è un fatto certo: la nave che era tragicamente affondata trasportava solo uomini. Ma l'fu anche una tragedia di donne: di quelle che, vinte dal dolore e dagli stenti, si arresero anzitempo. E di tutte le altre che, portando per sempre un lutto enorme ma silenzioso nel cuore, andarono avanti tra mille difficoltà”, così scrive nel suo saggio la storica Maria Serena Balestracci. Le vedove riaprirono le loro attività in pochissimi mesi, attività in Gran Bretagna che vennero assaltate e distrutte dalla folla inferocita contro gli italiani. La Giornata nazionale in memoria delle vittime dell'vuole celebrare il loro eroismo quotidiano che fu pari a quello dei loro mariti .
Tra i cosiddetti orfani dell' alcuni sono ancora in vita, spesso ultranovantenni. Così ci ringrazia Graziella, figlia del violinista cremonese Ettore Feraboli: per anni la memoria di questa vicenda è rimasta offuscata, ed io e la mia famiglia non possiamo che salutare con soddisfazione la proposta di istituire una Giornata in memoria di questa tragedia, che ha toccato da vicino le nostre vite e quella di tanti italiani ingiustamente dimenticati. Graziella Feraboli ha compiuto lo scorso 5 gennaio 101 anni ed è tra quelle persone che ci stanno seguendo da casa Era bambina, aveva 15 anni, quando non ha più visto rientrare suo papà, ma attendeva da allora ciò che oggi noi ci apprestiamo a votare: il riconoscimento di quella tragedia e il ricordo del suo caro papà.
Concludo facendo mio l'appello accorato che un nostro collega britannico, l'onorevole maggiore Victor Cazalet, conservatore, pronunciò alla Camera dei comuni nell'agosto del 1940: onestamente non mi riterrò soddisfatto, sia come deputato che come cittadino di questo Paese, fino a quando questa pagina della nostra storia non verrà ripulita e riscritta. Tali parole, allora, risuonarono a vuoto ma, oggi, dopo 85 anni, possiamo finalmente darvi una risposta concreta.
Non parlo solo a nome del gruppo di Fratelli d'Italia o a titolo personale, ma a nome delle associazioni dei familiari delle vittime dell'
Il nostro voto, il vostro voto, è un gesto di memoria e di giustizia .
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, la Presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo approvato.
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PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta di legge n. 1895-A: "Istituzione della Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico , silurato da un'unità della Marina tedesca nell'Oceano Atlantico il 2 luglio 1940".
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva quasi all'unanimità .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2396: Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione.
Ricordo che nella seduta del 9 febbraio 2026 si è conclusa la discussione generale e il relatore e la rappresentante del Governo hanno rinunciato a intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli del disegno di legge .
La V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere , che reca una condizione volta a garantire il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione, che è contenuta nel fascicolo degli emendamenti e che sarà posta in votazione ai sensi dell'articolo 86, comma 4-, del Regolamento.
Prima di passare ai voti, saluto gli studenti e i docenti delle “Scuole alle Stimate” di Verona, che assistono ai nostri lavori dalle tribune, li ringraziamo per la loro visita e a nome di tutti gli auguriamo ogni fortuna .
Se nessuno chiede di intervenire, invito il relatore e la rappresentante del Governo ad esprimere il parere sull'emendamento 27.300 della Commissione bilancio.
NAZARIO PAGANO, Il parere è favorevole.
GIUSEPPINA CASTIELLO,. Il parere è conforme al relatore.
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 1. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 2. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 2.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 3. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 3.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 4. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 4.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 5. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 5.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 6. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 6.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 7. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 7.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 8. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 8.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 9. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 9.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 10. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 10.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 11. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 11.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 12. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 12.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 13. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 13.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 14. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 14.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 15. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 15.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 16. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 16.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 17. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 17.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 18. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 18.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 19. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 19.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 20. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 20.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 21. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 21.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 22. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 22.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 23. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 23.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 24. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 24.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 25. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 25.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 26. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 26.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 27.300, da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-del Regolamento. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 27.300, da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-, del Regolamento, con il parere favorevole della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
Passiamo all'articolo 27. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 27, nel testo emendato.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Gadda. Ne ha facoltà. Aspettiamo qualche secondo che l'Aula si silenzi. Colleghi, chi vuole defluire lo faccia in silenzio, così andiamo avanti con i nostri lavori e diamo la possibilità alla collega Gadda di svolgere la propria dichiarazione di voto. Prego.
MARIA CHIARA GADDA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Il provvedimento in esame reca norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia. Un provvedimento che fa seguito all'intesa che è stata siglata il 21 febbraio 2025 e che riconosce la presenza di questa comunità religiosa del nostro Paese, attuando quello che è previsto dall'articolo 8 della nostra Costituzione. Infatti, l'articolo 8 sancisce il principio di eguale libertà di tutte le confessioni religiose. I rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose non cattoliche o acattoliche devono essere regolamentati da un'intesa oppure dal riconoscimento di un'altra norma che ne riconosce il culto, la legge n. 1159, la legge sui culti ammessi.
Il provvedimento in esame, su cui il gruppo di Italia Viva esprimerà voto favorevole, regolamenta diversi ambiti dello svolgimento del culto, della presenza di una comunità religiosa importante nel nostro Paese, a partire dall'articolo 2, che regolamenta la libertà religiosa, così come, poi, il ruolo dei ministri di culto, l'autonomia dei ministri di culto, liberamente nominati dalla Diocesi.
Il provvedimento prevede anche altre misure legate all'assistenza spirituale in diversi luoghi importanti - per esempio, l'assistenza spirituale ai militari, ai ricoverati nelle strutture sanitarie, ai detenuti di questa confessione religiosa - e, poi, prevede misure che riguardano l'istruzione, con il diritto di istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione, nel rispetto della normativa vigente in materia di parità scolastica. Poi regolamenta, come è importante, altri ambiti della vita, quindi i matrimoni, le festività e un altro aspetto importante, che è quello degli edifici di culto, dei cimiteri e della gestione del patrimonio culturale.
L'ultimo aspetto che vorrei rilevare è quello che riguarda il rapporto tra questa confessione religiosa e il regime giuridico, il riconoscimento di questi enti come persone giuridiche agli effetti civili e tutto quello che riguarda le altre attività, come la beneficenza, l'istruzione, l'educazione, la cultura e gli effetti tributari che ne conseguono. Insomma, è un provvedimento importante. Sono già diverse le confessioni religiose che hanno regolamentato l'intesa con lo Stato italiano, altre si auspica che possano farlo. Quindi, ribadisco il voto favorevole da parte del gruppo di Italia Viva .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Tirelli. Ne ha facoltà.
FRANCO TIRELLI(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, signor Presidente. Comunico il voto favorevole del gruppo Noi Moderati-MAIE.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Zaratti, che viene sostituito dal deputato Marco Grimaldi, sempre dello stesso gruppo. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Solo per annunciare che depositiamo l'intervento e annunciamo il nostro voto favorevole sul provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato D'Alessio. Ne ha facoltà.
ANTONIO D'ALESSIO(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. È un provvedimento che ribadisce il principio in virtù del quale tutte le fedi religiose sono libere e godono della stessa tutela da parte dell'ordinamento. Viene così superato il concetto della religione di Stato e si conferma il principio della cosiddetta laicità dello Stato stesso. Per la Chiesa cattolica i rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi, per le altre confessioni, invece, vengono disciplinati attraverso le cosiddette intese, che vengono poi recepite con legge dal Parlamento. Si tratta di una riserva di legge cosiddetta rinforzata.
L'articolo 8 della Costituzione italiana garantisce la pari libertà di tutte le confessioni religiose davanti alla legge. Si stabilisce, dunque, che le confessioni diverse da quella cattolica abbiano diritto ad organizzarsi secondo propri statuti, purché, naturalmente, tutto ciò non contrasti con l'ordinamento giuridico. Dunque, per le confessioni diverse da quella cattolica c'è la possibilità di organizzarsi secondo propri statuti, purché - come ribadivo - non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano. Quindi, viene espresso il principio del pluralismo religioso.
In applicazione del principio di uguaglianza, non è possibile attribuire, dunque, privilegi né penalizzare una chiesa rispetto alle altre, ovviamente nemmeno in considerazione di quello che, poi, risulta essere il numero dei fedeli, quindi degli aderenti.
Infatti, se andassimo in questa direzione calpesteremmo la pari dignità dei singoli fedeli.
Dopo il 1984 sono state stipulate molte intese: cito, ad esempio, quella dell'Unione buddista, quella delle Comunità ebraiche, quella della Tavola valdese. Se un'associazione religiosa chiede l'intesa al Governo, il Governo non può rifiutarsi se non - con una discrezionalità che, però, è molto ampia - nella valutazione di un contrasto con i principi costituzionali, anche alla luce della sentenza della Corte costituzionale n. 52 del 2016. Dunque, il vaglio della compatibilità a cui abbiamo fatto finora riferimento nasce, dal punto di vista procedurale, da un'istanza che viene fatta proprio dall'organizzazione della confessione religiosa inerente, appunto, al credo che chiede l'intesa; e viene inoltrata al Presidente del Consiglio dei ministri. L'esame viene condotto dal Ministero dell'interno. La valutazione delle bozze, su cui si esprime poi la Commissione consultiva per la libertà religiosa, concluse le trattative, viene sottoposta all'esame del Consiglio dei ministri e poi trasmessa - cosa che succede e accade oggi - al Parlamento per l'approvazione.
Quindi, ci accingiamo oggi a questo voto finale che non ci vede, ovviamente, sottolineare alcuna controindicazione. Si tratta di un'intesa che disciplina: la libertà, come è giusto che sia, alla luce dei principi costituzionali; l'istituzione e il riconoscimento di ministri di culto di quella confessione; la possibilità, per quella confessione, di assistere spiritualmente i militari e anche i ricoverati e tante altre norme che disciplinano e sottolineano la laicità dello Stato; lo dico da cattolico; e il principio giusto che ogni religione deve avere pari dignità.
Per questo, esprimeremo un voto favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Raffaele Bruno. Ne ha facoltà.
RAFFAELE BRUNO(M5S). L'intesa tra lo Stato italiano e la Diocesi ortodossa romena d'Italia ha un importante valore storico, civile e spirituale. Non è soltanto un atto giuridico, ma è una concreta traccia del principio fondamentale della libertà religiosa sancito dalla Costituzione italiana. Questa intesa è, innanzitutto, il riconoscimento ufficiale di una presenza viva, radicata e responsabile nel tessuto della nostra società. La comunità ortodossa romena, infatti, è composta da famiglie, lavoratori, giovani e anziani che contribuiscono quotidianamente alla nostra crescita sociale, culturale ed economica.
L'intesa rende visibile e valorizza questo contributo, rafforzando il senso di appartenenza e di partecipazione alla vita comune.
Dal punto di vista ecclesiale, l'intesa offre strumenti per svolgere la missione pastorale con maggiore serenità e stabilità. Essa consente alla Diocesi di operare nel rispetto delle proprie tradizioni, garantendo assistenza spirituale ai fedeli nelle carceri, la tutela dei ministri di culto, il riconoscimento delle festività religiose e la possibilità di collaborare con le istituzioni pubbliche.
Ma il significato dell'intesa va oltre gli aspetti normativi. Essa è il frutto di un lungo dialogo basato sul rispetto reciproco e sulla fiducia; un dialogo che riconosce il valore della diversità come ricchezza e non come ostacolo. In un tempo segnato da lacerazioni, sfiducia, paura del diverso e dello straniero, l'intesa manda a tutte e a tutti noi un messaggio chiaro: l'incontro tra lo Stato e le confessioni religiose può essere un terreno fertile di cooperazione per il bene comune.
Il riconoscimento di chi viene da un altro Paese o pratica un'altra religione ricorda alla società tutta che accogliere significa evolvere e che - insieme - si può solamente crescere. Essere riconosciuti significa anche essere chiamati a contribuire, in modo sempre più consapevole, alla costruzione di una società più giusta e inclusiva.
Infine, l'intesa ha un forte valore simbolico per le future generazioni. Essa trasmette ai giovani un messaggio chiaro: è possibile vivere la propria fede in armonia con le istituzioni civili, nel rispetto delle leggi e nella piena partecipazione alla vita democratica; è un ponte tra radici e futuro, tra identità e integrazione. Ogni volta che lo Stato sigla un'intesa con una confessione religiosa, si compie un passo importante per colmare quello che, purtroppo, ancora oggi manca alla nostra Nazione per garantire a tutte e a tutti i suoi cittadini tutto quello che ho appena elencato. Manca ancora una legge sulla libertà religiosa che includa tutte le confessioni presenti sul nostro territorio, richiamando quindi tutte e tutti noi a questo dovere, a questa responsabilità. Oggi è però importante celebrare quello che è stato ottenuto, e per questo annuncio il voto favorevole del MoVimento 5 Stelle .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Paolo Emilio Russo. Ne ha facoltà.
PAOLO EMILIO RUSSO(FI-PPE). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, questo voto riconosce libertà, autonomia e diritti ai fedeli. Con questo provvedimento rendiamo ancora più forte il principio del pluralismo religioso nel nostro Paese.
Il gruppo di Forza Italia ha dato un contributo importante, soprattutto per il tramite del presidente Nazario Pagano, alla scrittura di questo provvedimento e, pertanto, lo sosterrà con convinzione .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gianangelo Bof. Ne ha facoltà.
GIANANGELO BOF(LEGA). Questo è un provvedimento che riconosce la Diocesi ortodossa romena, una realtà del nostro Paese, una realtà di culto religioso che rappresenta un milione di persone nel nostro Paese; un milione di persone che contribuiscono alla crescita del nostro Paese e che liberamente professano la loro fede nel nostro Paese. Penso che l'approvazione di questo provvedimento dimostri come lo Stato italiano sia uno Stato che dà spazio e libertà all'espressione laica di qualsiasi tipo di religione che intenda disciplinare, in maniera chiara e trasparente, i rapporti tra le confessioni religiose e lo Stato. Quindi, è il segnale che, a volte, quando alcune religioni non siglano questi accordi che nei nostri Paesi sono possibili, probabilmente qualcosa di poco chiaro o che non si vuole mettere in luce c'è.
Quindi, esprimiamo profonda soddisfazione per aver raggiunto questo accordo con questa realtà pregnante molto importante del nostro Paese che contribuisce alla nostra crescita. Ed è per questo che, come Lega, annunciamo il voto favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Paolo Ciani. Ne ha facoltà.
PAOLO CIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, il testo di legge che oggi ci apprestiamo a votare non è una mera norma tecnica, è una manifestazione concreta di quei principi di libertà, uguaglianza e pluralismo che costituiscono la spina dorsale della nostra Costituzione.
Con l'approvazione di questa intesa, infatti, riconosciamo in modo compiuto e dignitoso i rapporti tra lo Stato italiano e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, dando attuazione all'articolo 8 della Costituzione che garantisce libertà e autonomia alle confessioni religiose diverse da quella cattolica. È una scelta di civiltà, perché non dimentica l'esperienza di centinaia di migliaia di persone che vivono, lavorano, studiano e contribuiscono alla vita sociale ed economica del nostro Paese.
La comunità romena, infatti, con oltre un milione di cittadini residenti, molti dei quali ortodossi, è oggi la più numerosa e rappresenta circa il 20 per cento del totale degli stranieri presenti in Italia, ed è una comunità che ha legami antichi con il nostro Paese: legami linguistici, culturali, storici.
Mi colpisce sempre, da romano, vedere tanti turisti e residenti romeni venire in visita qui vicino a noi, alla Colonna Traiana, dove sono narrate su pietra le vicende dell'antica Roma in Dacia, cioè l'attuale Romania. È una comunità che è cresciuta molto e si è radicata, soprattutto negli ultimi 30 anni, nel nostro Paese e che ha vissuto anche momenti difficili. Ricordo bene, purtroppo, quando, intorno al 2008, molti italiani e, anche diversi politici - fa piacere oggi invece sentire parole nuove - li descrivevano come i nuovi barbari invasori. Ecco, com'era prevedibile, quel tempo è passato e, oggi, la comunità romena è molto ben integrata e diffusa, nel nostro Paese. In questo quadro, la Chiesa ortodossa romena, nella sua dimensione italiana, non è un fenomeno astratto, è fatta di parrocchie attive, comunità radicate e servizi concreti per le famiglie.
La Diocesi ortodossa romena d'Italia, istituita nel 2008 e con sede a Roma, guidata dal vescovo Siluan, lui stesso da oltre 20 anni in Italia, è oggi una realtà organizzata e diffusa su tutto il territorio nazionale, con centinaia di parrocchie e decine di migliaia di fedeli che ad essa fanno riferimento.
La crescita di questa presenza non è casuale, ma ha accompagnato le grandi trasformazioni migratorie degli ultimi decenni: dalle prime parrocchie degli anni Settanta, si è passati a una struttura ecclesiale articolata, capace di rispondere alle esigenze spirituali, sociali e culturali della diaspora romena.
Con questa legge, quindi, lo Stato italiano accompagna e sostiene una realtà che da anni, ormai, contribuisce alla coesione sociale, alla solidarietà e alla convivenza pacifica tra diverse fedi e tradizioni. L'intesa garantisce strumenti fondamentali: dalla possibilità di trascrivere civilmente i matrimoni celebrati dai ministri di culto, al diritto all'istruzione religiosa, alla partecipazione al sistema dell'otto per mille, fino al riconoscimento giuridico delle organizzazioni che svolgono attività educative assistenziali e caritative. Questo non è un privilegio, ma è uguaglianza di trattamento, davanti alla legge, per una comunità religiosa importante. È la piena attuazione di un principio repubblicano: lo Stato non favorisce una confessione religiosa a scapito di un'altra, ma riconosce pari dignità a chiunque contribuisca, dentro l'ordinamento, alla costruzione del bene comune.
Vorrei sottolineare anche la dimensione storica e culturale di questa presenza: la Chiesa ortodossa romena affonda le sue radici in una tradizione millenaria di cristianesimo orientale, ma è profondamente connessa anche con le culture latine dell'Europa sudorientale, un ponte tra Oriente e Occidente. La sua storia, fatta di fede, resilienza e comunità, ha trovato, nel contesto italiano, un terreno fertile per realizzarsi, non certo come una chiusa, ma come soggetto protagonista del dialogo ecumenico. Le comunità romene ortodosse, in Italia, non sono isolate dal resto della società, sono presenti con opere di solidarietà, momenti di dialogo ecumenico e iniziative sociali che rafforzano la coesione. In molte città italiane, le parrocchie non sono solo luoghi di culto, ma punti di riferimento per famiglie, giovani e anziani.
La legge che, oggi, votiamo, non ignora questi fatti, ma li riconosce e li protegge, inserendoli in un quadro giuridico moderno, trasparente e rispettoso della libertà di coscienza. Nel farlo, non rivediamo semplicemente le casistiche di un catalogo normativo, ma respiriamo lo spirito della nostra Costituzione che non teme di guardare alla pluralità come a una ricchezza; una Costituzione che non si limita ad affermare la libertà religiosa sulla carta, ma la garantisce nei fatti.
Per tutto questo, il voto del nostro gruppo sarà favorevole; favorevole a una legge che non solo regola, ma riconosce, che non solo traduce in norme, ma valorizza; una legge che rafforza l'integrazione, l'appartenenza all'Italia di tante persone che qui vivono e contribuiscono al nostro futuro comune .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per l'ultima dichiarazione di voto, il deputato Fabrizio Comba. Ne ha facoltà.
FABRIZIO COMBA(FDI). Grazie, Presidente. Intanto, mi consenta, di salutare sua eccellenza, l'ambasciatore Dancau, e la delegazione romena, qui presente. Un sentito ringraziamento .
Onorevoli colleghe e colleghi, per me è un onore intervenire in questo prestigioso consesso, su un provvedimento così importante, a nome del mio partito, perché ho fortemente a cuore il tema che ne è oggetto, perché ho fortemente a cuore tutto ciò che disciplina, in maniera migliorativa, innovativa, efficiente e produttiva i rapporti e la cooperazione tra la nostra Nazione e quella romena.
In qualità, anche di presidente della sezione bilaterale parlamentare dell'Unione interparlamentare tra Italia e Romania, esprimo il convinto sostegno alla legge che ci apprestiamo a votare, recante l'approvazione dell'intesa tra la Repubblica italiana e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, ai sensi dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione.
Si tratta di un provvedimento di grande valore giuridico, istituzionale e politico, ma anche di forte significato umano e culturale, perché incide positivamente sulla vita di oltre un milione di persone che vivono, lavorano e contribuiscono, ogni giorno, allo sviluppo del nostro Paese.
L'intesa che, oggi, siamo chiamati ad approvare, rappresenta, innanzitutto, una piena attuazione dei principi costituzionali, di libertà religiosa, di eguale dignità delle confessioni e di leale collaborazione tra lo Stato e la comunità religiosa, perché l'articolo 8 della Costituzione non è una norma astratta, ma è una bussola che orienta l'azione del legislatore verso il riconoscimento delle differenze, come elemento di arricchimento della comunità nazionale.
Con questo disegno di legge, tale principio trova una concreta e matura realizzazione. L'intesa supera, definitivamente, l'applicazione per la Diocesi ortodossa romena d'Italia e della normativa dei culti ammessi, risalente al 1929, e colloca i rapporti dello Stato in un quadro moderno e coerente con i valori della Repubblica e con il pluralismo religioso che caratterizza l'Italia di oggi.
È un passo avanti sul piano dei diritti, della certezza giuridica e del rispetto reciproco, ma questo provvedimento va letto anche in una prospettiva più ampia che riguarda i rapporti profondi, storici e strategici tra l'Italia e la Romania. I nostri due Paesi sono legati da una relazione speciale, fondata su affinità culturali, linguistiche e civili, sulla comune appartenenza all'Unione europea e su una collaborazione politica, economica e parlamentare costante e proficua.
La comunità romena, in Italia, è la più numerosa, tra quelle straniere, presenti nel nostro Paese ed è una comunità, ormai, pienamente integrata che partecipa attivamente alla vita sociale, economica e culturale delle nostre città.
La Chiesa ortodossa romena svolge, in questo contesto, un ruolo fondamentale non solo sul piano religioso, ma anche come presidio di coesione sociale, di sostegno alle famiglie e di promozione dei valori della solidarietà, della legalità e del dialogo.
L'intesa riconosce questo ruolo e lo valorizza, garantendo piena libertà di culto, autonomia organizzativa, tutela dei ministri di culto, assistenza spirituale nei luoghi sensibili, come le strutture sanitarie, le carceri e le Forze armate. Sono disposizioni che rafforzano il tessuto democratico del Paese e che testimoniano la capacità dello Stato italiano di dialogare, in modo costruttivo, con le diverse realtà religiose presenti sul proprio territorio.
Particolarmente significativa è anche la disciplina in materia di istruzione, di edifici di culto, di tutela del patrimonio culturale, di riconoscimento degli enti religiosi che consente alla Diocesi di operare in un quadro di certezza normativa, nel pieno rispetto dell'ordinamento italiano.
Sul piano fiscale, poi, le norme sulla deducibilità delle erogazioni liberali si inseriscono in un chiaro sistema di trasparenza e responsabilità che rafforza la fiducia reciproca tra lo Stato e la confessione religiosa.
La disciplina dell'assistenza spirituale contenuta nell'intesa presenta un profilo innovativo rilevante sotto il duplice aspetto della parità confessionale e della effettività della libertà religiosa. Per la prima volta, nei rapporti con la Diocesi ortodossa romena d'Italia, viene riconosciuto, in modo espresso, il diritto dei militari e dei detenuti ortodossi a ricevere assistenza spirituale da ministri del proprio culto, superando una concezione tradizionalmente centrata sull'assistenza cattolica.
L'innovazione risiede non solo nel riconoscimento formale del diritto, ma anche nella sua declinazione operativa: partecipazione alle attività religiose, compatibilmente con le esigenze di servizi di sicurezza, accesso dei ministri di culto negli istituti penitenziari, celebrazione delle esequie secondo il rito ortodosso, in caso di decesso. Il tutto avviene senza oneri alcuni per lo Stato, a carico della Diocesi, in una situazione di equilibrio tra tutela della libertà religiosa e neutralità finanziaria dell'amministrazione pubblica.
La parte relativa al patrimonio culturale si caratterizza per uno spirito di cooperazione attiva, che va oltre la mera tutela passiva dei beni religiosi. Lo Stato e la Diocesi assumono un impegno congiunto alla valorizzazione culturale dei beni ecclesiastici, riconoscendo implicitamente il ruolo della Diocesi come soggetto portatore non solo di interessi religiosi, ma anche di un patrimonio storico importantissimo. Lo spirito straordinario di tali disposizioni sta nel superamento della logica dell'eccezione confessionale, per approdare a una visione inclusiva di pluralismo religioso come fattore di arricchimento culturale del Paese, anche attraverso strumenti di dialogo istituzionali, come la possibile istituzione di una commissione mista.
Il riconoscimento dei matrimoni consolida il principio del riconoscimento civile del matrimonio religioso non cattolico, ponendolo sul piano di piena equiparazione rispetto alle altre confessioni già dotate di intesa. L'innovazione non è tanto tecnica, quanto sistemica. Il riconoscimento degli effetti civili, subordinato alla trascrizione nei registri dello stato civile e alla cittadinanza italiana del ministro di culto celebrante, realizza un equilibrio tra autonomia confessionale e certezza dell'ordinamento statale. Dunque, cari colleghi, da presidente della sezione bilaterale parlamentare Italia-Romania, desidero sottolineare come questo provvedimento rappresenti un segnale politico forte e incisivo nei confronti della Romania, Paese amico e strategico dell'Italia.
Le nostre Assemblee parlamentari cooperano da anni in modo costante e costruttivo attraverso il dialogo interparlamentare, lo scambio di buone pratiche legislative e il confronto sui grandi temi europei e internazionali. L'Italia e la Romania condividono una visione comune su molte sfide cruciali, la costruzione di un'Unione europea più coesa, la difesa dello Stato di diritto, la sicurezza del continente, la gestione dei flussi migratori, la tutela dei diritti fondamentali.
In questo quadro, il rispetto delle identità culturali e religiose rappresenta un elemento essenziale di stabilità e, soprattutto, di integrazione. L'approvazione dell'intesa con la Diocesi ortodossa romena d'Italia rafforza, quindi, ulteriormente i legami tra i due Paesi, dimostrando come l'Italia sappia essere una casa accogliente, rispettosa delle tradizioni e capace di valorizzare le comunità che contribuiscono al suo progresso. È un atto che parla il linguaggio del dialogo, della cooperazione e della fiducia reciproca.
Non si tratta di nessun privilegio concesso, ma del riconoscimento di una realtà ormai fortemente radicata nel nostro Paese e del contributo positivo che essa offre alla collettività tutta. Signor Presidente, grazie allo splendido lavoro diplomatico del nostro Governo, alla capacità di saper leggere le necessità del tempo e le sue implicazioni geopolitiche, che lo rendono diverso da tutti quelli precedenti, con questa legge il Parlamento dimostra di saper interpretare il cambiamento della società italiana con grande equilibrio, lungimiranza e senso delle istituzioni.
Dimostra che la laicità dello Stato non è indifferenza, ma capacità di riconoscere e governare il pluralismo. Per tutte queste ragioni, a nome del gruppo parlamentare di Fratelli d'Italia, esprimo un voto convintamente favorevole all'approvazione del disegno di legge, nella certezza che esso rafforzerà la coesione sociale del nostro Paese e contribuirà a rendere ancora più solidi e proficui i rapporti di amicizia e cooperazione tra l'Italia e la Romania .
PRESIDENTE. Anche la Presidenza ha il piacere di salutare l'ambasciatrice di Romania, Gabriela Dancau, che con una delegazione assiste ai lavori d'Aula dalle tribune, ovviamente a nome di tutta l'Assemblea .
Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, la Presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo approvato.
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PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul disegno di legge n. 2396: "Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e la Diocesi ortodossa romena d'Italia, in attuazione dell'articolo 8, terzo comma, della Costituzione".
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva all'unanimità .
PRESIDENTE. Secondo le intese intercorse, l'ulteriore argomento iscritto all'ordine del giorno è rinviato alla prossima settimana.
Ricordo che alle ore 13 è previsto lo svolgimento della commemorazione dell'onorevole Ileana Argentin.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, il deputato Angelo Bonelli. Ne ha facoltà.
Colleghi, chi intende muoversi dall'Aula è pregato di farlo in silenzio, nel rispetto dell'Aula stessa e degli oratori che sono qui impegnati nel loro lavoro.
ANGELO BONELLI(AVS). Grazie, signor Presidente. Il gruppo parlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra chiede un'informativa urgente del Ministro dell'Interno Piantedosi. Questa mattina il tribunale di Bari ha condannato 12 esponenti di CasaPound per ricostituzione del partito fascista, organizzazione di manifestazioni fasciste e per lesioni aggravate nei confronti di 5 persone che partecipavano a una manifestazione. Ora non ci sono più dubbi, CasaPound è un'organizzazione neofascista, CasaPound è un'organizzazione che occupa illegalmente uno stabile dello Stato in via Napoleone III, a Roma.
Noi chiediamo al Ministro Piantedosi la ragione per la quale non viene immediatamente sgomberato. Noi chiediamo al Ministro dell'Interno Piantedosi che questa organizzazione neofascista, come viene fuori dalla sentenza di questa mattina del tribunale di Bari, sia immediatamente sciolta come tale .
Detto questo, signor Presidente, noi chiediamo a questo Governo, che ha costruito una campagna di attacco nei confronti, in particolar modo, di Alleanza Verdi e Sinistra - perché, vede, noi le violenze le abbiamo condannate - da che parte si schiera: se si schiera dalla parte dei fascisti che pestano o dalla parte della Costituzione della Repubblica italiana, perché non ci possono essere ambiguità da questo punto di vista.
Le ambiguità che abbiamo ascoltato in questi giorni, a partire da Vannacci, che proprio ieri ha affermato che tiene le porte aperte a CasaPound e Forza Nuova, e con pezzi di questa maggioranza che tengono le porte aperte a Vannacci, ecco, questa deriva è inaccettabile. Come è inaccettabile quello che è accaduto in questi giorni a Roma, dove il liceo “Righi” è stato devastato da un assalto squadrista neofascista, distrutte le suppellettili e scritte da tutte le parti. Non abbiamo visto da parte della destra nessuna richiesta di informativa urgente da questo punto di vista.
Il Ministro Piantedosi venga qui in Parlamento a dirci quando sgombererà immediatamente CasaPound, organizzazione neofascista, dichiarata anche oggi dal tribunale di Bari, e quando determinerà e porterà lo scioglimento di questa organizzazione neofascista, come prevede la Costituzione della Repubblica italiana .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare sullo stesso argomento, sempre sull'ordine dei lavori, il deputato Morassut. Ne ha facoltà.
ROBERTO MORASSUT(PD-IDP). Grazie, Presidente. Ci uniamo alla richiesta dei colleghi di AVS per la richiesta di informativa da parte del Ministro Piantedosi.
Questa sentenza fa chiarezza sull'identità di questa organizzazione, richiama la sentenza analoga del 1973, condotta dal giudice Vittorio Occorsio, in applicazione della legge Scelba, che portò allo scioglimento di Ordine Nuovo nel 1973. Il giudice Occorsio pagò poi con la vita questa sentenza.
Da questo momento, anche formalmente, CasaPound è un'organizzazione illegale, fuori dalla Costituzione. Del resto, i massimi rappresentanti di CasaPound non hanno mai rinnegato il rapporto e l'affiliazione con l'ideologia fascista e hanno promosso culturalmente e operativamente, nelle forme più gravi, la lotta politica violenta e criminale. La sentenza, però, pone un tema a tutti, a tutti coloro che tra i partiti di destra non hanno mai fatto chiarezza nel rinnegare certe relazioni e certi rapporti o che tengono ancora il busto di Mussolini sul proprio tavolo di lavoro .
Per noi, per la Costituzione italiana e per la legge il fascismo non è un'opinione, ma resta un crimine, un crimine che non si è limitato alla lotta politica violenta, ma si è esteso al rapporto con crimini di mafia e con le organizzazioni mafiose.
Presidente, lo dico perché la scorsa settimana, onorando la Costituzione e la legge, abbiamo impedito a CasaPound di tenere qui una conferenza stampa. Alcuni esponenti di CasaPound, qui fuori, fuori dal Parlamento, si sono permessi di dire che l'antifascismo è mafia.
Ricordiamo che l'antifascismo è Portella della Ginestra e i suoi martiri , Piersanti Mattarella, Pio La Torre, i morti della strage di Bologna - strage fascista e mafiosa - le vittime del treno Firenze-Bologna del 1974, e che la mafia è andata a braccetto con il terrorismo nero, i servizi deviati, la P2 di Licio Gelli orgogliosamente fascista, e che CasaPound continua a tenere rapporti con queste organizzazioni e ancora oggi è al fianco di clan mafiosi ad Ostia, con gli Spada, quelli delle testate ai giornalisti, quelli delle aggressioni, quelli delle continue intimidazioni in tanti quartieri di Roma. Quindi, si sciacquino la bocca prima di parlare di antifascismo e prima di parlare di mafia.
E oggi si onori quella legge, si onorino la legge e la sentenza di Bari, si sciolga CasaPound, si allontani CasaPound da uno stabile di Roma che serve per dare casa a chi non ce l'ha ! Chiediamo, quindi, e ci uniamo alla richiesta dei colleghi di AVS, che il Ministro Piantedosi venga qui a riferire su cosa il Governo intende fare dopo questa sentenza .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Alfonso Colucci. Ne ha facoltà.
ALFONSO COLUCCI(M5S). Presidente, il tribunale di Bari oggi ha condannato ben 12 attivisti di CasaPound per la ricostituzione del partito fascista, che è vietata dalla XII disposizione transitoria e finale della nostra Costituzione, in relazione all'aggressione che si è avuta a Bari, nel quartiere Libertà, il 21 settembre 2018.
Presidente, in questi anni, CasaPound ha posto in essere dichiarazioni, iniziative e campagne comunicative che richiamano apertamente simboli, valori e linguaggi del fascismo, generando un costante allarme democratico. È un clima, questo, che sta diventando sempre più preoccupante. Non ci sono più dubbi: CasaPound è un'organizzazione neofascista .
Era il 30 gennaio scorso quando un esponente di CasaPound ha dichiarato, proprio qui fuori, davanti al sacro Palazzo di Montecitorio, che l'antifascismo è mafia. Un'espressione offensiva, eversiva, incompatibile con i valori fondativi della nostra Repubblica. Si tratta di un'ampia strategia politica e comunicativa volta a delegittimare l'antifascismo come principio costitutivo della democrazia repubblicana, così rovesciandone il significato storico, giuridico, politico, civile e costituzionale .
L'antifascismo - dobbiamo ribadirlo - non è una posizione ideologica, ma è il fondamento storico, politico e giuridico della nostra Repubblica italiana che è nata dalla sconfitta del nazismo e dalla Resistenza. È nata dalla sconfitta del fascismo e dalla nostra Carta costituzionale che è radicalmente antifascista. La Carta costituzionale italiana: la più bella del mondo.
La XII disposizione transitoria e finale vieta espressamente la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del partito fascista. Presidente, questo è un limite invalicabile.
Assistiamo così a una progressiva normalizzazione del linguaggio neofascista. È un rischio serio per la tenuta democratica, per il pluralismo politico e per la cultura istituzionale del nostro Paese.
Noi pretendiamo l'applicazione della XII disposizione transitoria, della legge Scelba e che sia sciolto il movimento di CasaPound. Noi ne chiediamo l'immediato scioglimento, perché oggi il tribunale di Bari ne ha accertato la natura di organizzazione fascista e, quindi, al di fuori dei parametri costituzionali costitutivi.
Noi chiediamo l'immediato sgombero del palazzo occupato abusivamente a Roma da CasaPound . Cosa aspetta il Ministro dell'Interno? Cosa aspetta il Governo Meloni ? Il Governo deve intervenire immediatamente per la compiuta applicazione della nostra Costituzione, deve impedire che tali strutture operino come soggetti politici in contrasto con il nostro ordinamento costituzionale.
Presidente, le chiedo di chiedere al Ministro dell'Interno di venire urgentemente a riferire a quest'Aula .
PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Pietro Egidi” di Viterbo, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Li ringraziamo, sono giunti mentre si concludevano i lavori della mattinata .
Sospendo, dunque, la seduta che riprenderà con la commemorazione, già citata, alle ore 13. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. Passiamo ora alla commemorazione dell'onorevole Ileana Argentin.
Prima salutiamo studenti e insegnanti del liceo scientifico “Augusto Righi”, sede di Bagno di Romagna, in provincia di Forlì-Cesena, che sono presenti in tribuna ad assistere ai nostri lavori . Per informazione, abbiamo espletato le nostre funzioni nella seduta di questa mattina. Abbiamo fatto una breve interruzione e ora siamo qui per commemorare la scomparsa dell'onorevole Ileana Argentin.
Ha chiesto di parlare il deputato Roberto Morassut. Ne ha facoltà.
ROBERTO MORASSUT(PD-IDP). Grazie, Presidente. “Non mi sono mai potuta permettere, fin da quando avevo l'età della ragione, di mostrare sofferenza o tristezza perché mi sono sempre sentita in debito con mamma, con Patrizia e con papà. I camici bianchi sono figure che mi hanno fatto a pezzi il cervello e il cuore fin dalla prima adolescenza. Mi giravano intorno come mosconi e cercavano di rendermi assolutamente sana come gli altri bambini, ma io non volevo questo, fin da quando ero piccina, mi piacevo e stavo bene con me stessa. C'era la mamma, la carrozzina, le scale, che non si potevano fare, ma poi c'ero io, con un piccolo strano cervello, che vedevo tutto rosa ed ero viva e felice di essere quello che ero. In fondo, noi disabili possiamo arricchire le persone normodotate di molti elementi in più. Ecco, che cosa è normale, che cosa è diverso nel mondo di colori e di luce, nel mondo naturale, mosso da circostanze che la nostra ragione non potrà mai spiegare completamente?”. Sottolineava Ileana, in un altro passo di un suo libro: “L'articolo 3 della Costituzione promuove l'eguaglianza tra le persone tutelando, però, le differenze”.
Chi ha conosciuto da vicino Ileana Argentin, adesso che non c'è più, non può fare a meno di domandarsi quale sia il vero rapporto con la vita, della forza e della fragilità dell'anima. Chi crede di avere le radici ben piantate a terra e di poter godere pienamente del dono dell'aria continuamente minacciato è, però, dalla fragilità e dalla paura di perdere la sua normalità. Chi nasce e cresce nella fragilità e ha un bisogno matto di ossigeno, come per tutta la vita è successo a lei, sa essere forte come nessuno, almeno mostra di esserlo.
Ileana ha vissuto una vita breve, ma più lunga di quanto le fu assegnato dalla e del caso. E in questo tempo incerto, perennemente sospeso sulla parola “forse”, ha camminato dritta e decisa, muovendo il mondo con un . La politica e la lotta per la giustizia, per tutti, la contaminarono letteralmente negli anni del liceo. Poi sentì che la politica attiva e la formazione culturale dovevano alimentarsi reciprocamente, se non voleva finire nel deserto degli slogan. Allora prese due lauree, in scienze politiche e in giurisprudenza, e dopo alcune prime esperienze lavorative si gettò senza risparmio nell'attività associativa per le persone disabili, diventandone una naturale.
Nel 1997 ebbe uno straordinario successo elettorale nelle comunali di Roma, nelle liste del PDS. Con i sindaci Rutelli e Veltroni fu il punto di riferimento e delegata per le politiche per la disabilità, protagonista del lavoro, allora anticipatore, per abbattere le barriere architettoniche sui mezzi pubblici, nelle strade e negli uffici. Nel frattempo, seppe affermarsi anche nel partito come dirigente locale e nazionale e giunse in Parlamento nel 2008 restandovi per due legislature, ideando e sostenendo la legge del “Dopo di noi”, approvata nel 2016. Una legge fondamentale che ha rovesciato, ha rivoluzionato e innovato fortemente le politiche sulla disabilità, uscendo dai confini ristretti dell'assistenza e mettendo al centro il tema della dignità della persona. Ileana amava sottolineare, però, che le sue battaglie non erano battaglie di settore: ovunque esiste il rischio dell'esclusione e dell'emarginazione c'è uno spazio da ricucire, c'è meno uguaglianza e, allo stesso tempo, meno differenza.
Noi oggi salutiamo Ileana Argentin e abbracciamo tutti i suoi familiari che sono qui, a partire dalla mamma Anna Maria, la sorella Patrizia, Sandro, il suo compagno, i nipoti Monica e Alessandro, a tutte le amiche e gli amici che le hanno voluto bene.
La ricordiamo in questo palazzo che porta il suo segno, anche in quelle passerelle che attraversano tutti i corridoi che lei, appena giunta qui, volle realizzare. La ricordiamo qui, in quella parte lì, la parte bassa dell'emiciclo, e nei corridoi del Transatlantico: bella, profumata, sempre molto femminile, assolutamente ironica con i suoi vestiti accesi che cantavano vita e volontà. Non so, non sappiamo, cara Ileana, se adesso finalmente potrai provare la gioia di volare su un'altalena, ma a noi piace pensarlo .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Massimo Milani. Ne ha facoltà.
MASSIMO MILANI(FDI). Grazie, Presidente. Colleghi, oggi in quest'Aula dove ha seduto, fra virgolette “seduto”, per anni, vogliamo ricordare e rendere omaggio all'onorevole Ileana Argentin, scomparsa a Roma lo scorso 31 gennaio, dopo una vita intera dedicata a difendere i diritti delle persone con disabilità.
Il suo impegno in politica è stato intenso, ricoprendo vari incarichi. Prima consigliera comunale, poi delegata alle politiche per l'handicap durante la giunta Veltroni; è stata più volte eletta alla Camera nelle file del Partito Democratico, fino all'ultima tornata elettorale dove era stata eletta consigliera nel municipio XIV di Roma. Una donna che ha fatto della politica la sua missione con impegno e passione, senza mai risparmiarsi, nonostante l'amiotrofia spinale, la malattia che la costrinse su una sedia a rotelle. Per decenni si è spesa con coraggio e determinazione in innumerevoli battaglie per i diritti delle persone con disabilità e a sostegno del volontariato.
Tra le tante battaglie ricordo quella nel 2018 per le barriere architettoniche a Roma, arrivando allo sciopero della fame, pur di combattere la scarsa attenzione che la capitale d'Italia riservava e forse - ahimè - ancora riserva a chi vive su una sedia a rotelle, denunciando allora i livelli mai raggiunti di inaccessibilità della città.
Oggi la sua perdita ci lascia un grande vuoto perché la sua missione è stata un valore aggiunto per la politica romana e nazionale. Di donne come lei ne abbiamo bisogno e oggi sappiamo di perdere una grande politica, una persona che ha sempre lottato, nonostante la sua malattia, per il bene e per i diritti dei più deboli. Ma il suo insegnamento non andrà perduto: è stata un esempio per tutti noi e sono certo che la sua impresa non finirà con la sua dipartita terrena.
Grazie Ileana per tutto quello che hai fatto e che hai donato, con tutta te stessa, alla comunità cittadina di Roma e, attraverso questo Parlamento, all'Italia tutta .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Simonetta Matone. Ne ha facoltà.
SIMONETTA MATONE(LEGA). Buon pomeriggio a tutti. La vita di Ileana Argentin, nata nel 1963 e morta nel 2026, va studiata con attenzione. Partiamo dalla malattia: era affetta da amiotrofia muscolare spinale, malattia genetica rara, neurodegenerativa che provoca la morte progressiva dei motoneuroni, causando grave debolezza e atrofia muscolare. Una vita, la sua, sulla sedia a rotelle. Ne parlo perché, per valutare i percorsi esistenziali di uomini e donne, bisogna iniziare dal punto di partenza ed il suo punto di partenza è stato terribile. Ma, se esaminiamo i suoi percorsi di vita, noi troviamo due lauree, una in scienze politiche e una in giurisprudenza, un associazionismo serio, consapevole, fatto di vita vissuta e di impegno politico.
Presidente dell'UILDM (Unione italiana lotta alla distrofia muscolare) per sei anni, presidente di Dynamic Air, membro direttivo della FISH, membro della Consulta cittadina per l', presidente del COES e consigliere comunale del sindaco Rutelli, ottimo sindaco, lo dico dalla parte opposta del suo schieramento politico, ma personalmente lo penso. Devo dire che la civiltà di un Paese la si misura dalle politiche per la disabilità, e lei ha dedicato tutto il suo impegno politico a questo. È stata eletta alla Camera nel 2008 ed è stata rieletta nel 2013. Questo dimostra come l', la malattia terribile che l'ha colpita e, data la sua estrema intelligenza, anche la perfetta consapevolezza di non avere molto tempo a disposizione, ecco, questi elementi sono stati trasformati in una grande opportunità per gli altri, per la società civile e per tutti gli ammalati come lei.
Come dicevo, la civiltà di un Paese la si misura sulla base delle politiche per la disabilità e innumerevoli sono state le sue battaglie per i diritti delle persone come lei e per il sostegno al volontariato. Voi avete ricordato la legge fondamentale sul “Dopo di noi” e solo per questo noi la dovremmo ringraziare. Le sue erano le battaglie più oscure, quelle meno redditizie dal punto di vista elettorale. Amava suo marito, amava i suoi nipoti, amava la sua bella famiglia. Era riuscita ad avere una vita privata completa. Un grande esempio per tutti noi. Persone come lei sono - ritengo - patrimonio di tutti e noi, pur dalla parte opposta dell'emiciclo, le rendiamo omaggio .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI(FI-PPE). Grazie, signor Presidente. Commemorare Ileana Argentin significa ricordare una donna delle istituzioni, che ha saputo trasformare la propria esperienza personale in impegno politico, la propria condizione in forza pubblica, la propria storia in una battaglia collettiva per i diritti.
Ileana Argentin non ha rappresentato solo una voce autorevole sul tema della disabilità, è stata il volto concreto di un'idea di società fondata sull'inclusione come valore civico e sociale. Ha insegnato a tutti noi che la differenza non è una distanza da colmare, ma una ricchezza da riconoscere. Nel suo impegno costante per l'abbattimento delle barriere architettoniche, culturali e sociali, Ileana Argentin ci ha ricordato che eliminare gli ostacoli non è soltanto un dovere normativo o un adempimento tecnico, è un atto di civiltà, è il riconoscimento del valore umano di ogni persona. Ogni barriera rimossa non è solo un gradino abbattuto, ma un diritto restituito, una dignità riaffermata, una possibilità aperta.
Ci ha insegnato che prendersi cura dei più fragili non significa riconoscerne la debolezza, ma affermarne il valore. La fragilità non è un limite da nascondere, ma una dimensione dell'umano che ci riguarda tutti. Una società che si prende cura di tutti i suoi membri non è una società che protegge i deboli dall'alto, ma è una società che riconosce in ciascuno una parte essenziale di sé stessa.
E in questo solco si colloca la legge sul “Dopo di noi”, alla cui affermazione Ileana Argentin ha contribuito con grande convinzione. Quella legge rappresenta un passaggio fondamentale nella maturazione civile del nostro Paese: è la testimonianza di una società che non volta lo sguardo dall'altra parte, che non lascia sole le famiglie, che si assume la responsabilità del futuro delle persone con disabilità quando viene meno il sostegno dei genitori. Il “Dopo di noi” non è solo uno strumento giuridico, è un'idea di comunità; è un atto di civiltà di una società che si prende cura di sé stessa, che trae forza dalle diversità, che ricopre il proprio ruolo attorno alle famiglie non lasciandole sole, ma sostenendole con responsabilità condivisa.
Oggi, ricordando Ileana Argentin, non celebriamo soltanto il suo percorso politico: signor Presidente, rinnoviamo un impegno, l'impegno a fare dell'inclusione una pratica quotidiana .
PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti dell'Istituto agrario e tecnico commerciale “Parentucelli-Arzelà” di Sarzana, in provincia di La Spezia, che assistono ai nostri lavori dalle tribune . Sono qui in visita oggi, li ringraziamo e gli auguriamo insieme ogni fortuna. Ricordiamo che la seduta c'è stata stamane, in particolare con le relative votazioni, e ora si sta celebrando il ricordo dell'onorevole Ileana Argentin.
Ha chiesto di parlare la deputata Alifano. Ne ha facoltà.
ENRICA ALIFANO(M5S). Grazie, Presidente. Ci sono parlamentari che rappresentano idee e, poi, ci sono parlamentari che rappresentano idee, ma anche esistenze, vite. Ileana Argentin è stata una di questi: una politica incarnata, non nel senso retorico del termine - no, non in quel senso -, ma nel senso più concreto. La sua stessa presenza in quest'Aula rappresentava una domanda rivolta alle istituzioni. Perché, Presidente, noi siamo abituati a pensare a regole, a spazi, alla stessa politica come qualcosa di neutro, come se non ci fossero diversi aspetti di quella realtà. Ed è così, ogni istituzione, ogni luogo fisico o meno sono costruiti su una idea implicita di normalità. Tempi, movimenti, accessi, linguaggi sembrano tutti uguali. E, quando quella normalità non ti include, allora puoi pensare che essa può essere solo un punto di vista.
Ileana Argentin era parte di quella cosiddetta normalità, però portava il suo punto di vista. E la sua forza non è stata solo quella di raccontare la disabilità, stava nel trasformarla in un criterio politico. E ogni discussione su assistenza, autonomia, inclusione scolastica, trasporti si traduceva immediatamente in un banco di prova della stessa democrazia.
E noi ci possiamo domandare: perché riusciva a farlo con tanta convinzione? Perché la rappresentanza non ha solo una matrice ideologica, conta chi parla, contano le esperienze di vita che ha avuto, e Ileana ci ha costretto a non considerare i diritti delle persone con disabilità come una mera parentesi sociale. Ci ha ricordato che un diritto non è tale se resta scritto sulla carta, che l'inclusione non è solo una dichiarazione di principio, Presidente, ma un'architettura concreta, fatta di norme che devono essere rispettate. E, dunque, lei resta una figura che ha contribuito a rendere più esigente e più attuale che mai l'idea stessa di rappresentanza democratica .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Rosato. Ne ha facoltà.
ETTORE ROSATO(AZ-PER-RE). La ringrazio, Presidente. Grazie anche al collega Roberto Morassut per il bel tratto che ne ha voluto disegnare, ricordando, con quei brani del suo libro, l'essenza di quello che era Ileana. Una donna particolare, che ha saputo trasformare la sua fragilità nella sua forza.
Sono stato collega di Ileana, sono stato capogruppo con lei. Era una donna ironica, franca, determinata, direi anche un po' cocciuta: quando si metteva - chi l'ha conosciuta lo sa - in testa una cosa, andava fino in fondo. È stata una vera testimone di coraggio civile, una voce autorevole dei diritti delle persone con disabilità, ma lo ha fatto con la sua capacità di non fare mai battaglie settoriali.
Viveva una vita piena, lo faceva nella vita personale e lo faceva anche nella vita politica. Era una donna fortemente impegnata nella vita del partito. Era impegnata con la sua politica su Roma - città di cui è stata consigliera comunale per tanti anni, come è stato ricordato -, ma era impegnata nella vita politica nazionale del partito e ha lasciato il segno con la sua determinazione, con le sue idee, con la sua capacità di portarle avanti con grande determinazione e convinzione.
Non voleva mai essere trattata come una diversa e ha utilizzato le sue conoscenze - è stata ricordata giustamente la legge del “Dopo di noi” - perché lei era un'esperta, non solo per la sua esperienza personale, ma perché a lei si rivolgevano tante persone, tante famiglie, che vivevano la difficoltà della disabilità e rappresentavano a lei e vedevano in lei quella capacità di trovare le soluzioni, di rappresentarle, di portarle all'interno delle istituzioni. E la legge del “Dopo di noi” ha raccolto questo e lo ha raccolto anche grazie alla sua professionalità e alla sua capacità di trasformare quell'esperienza in atti normativi e in scelte politiche. Porto, a nome del gruppo, il nostro cordoglio alla sua famiglia, ai suoi cari e al suo partito, con il ricordo veramente di una bella persona .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). Grazie, Presidente. Anch'io voglio ringraziare il collega Morassut per il ritratto che ci ha fatto di Ileana Argentin. Un ritratto profondo, politicamente rilevante. La scomparsa di Ileana Argentin ha toccato profondamente, del resto, non soltanto la sua comunità politica, ma l'intera città di Roma. E devo dire che non è una cosa frequente che le persone, anche che fanno politica, che se ne vanno lascino un'emozione così grande tra i cittadini e le cittadine, tra le persone che vivono la quotidianità.
Ecco, Ileana, proprio perché è stata una protagonista vivace e travolgente delle politiche sociali, ha lasciato un segno profondo. Una donna che, diciamo così, ha vissuto la sua vita e questa vita è diventata testimonianza di un impegno sociale, di un impegno politico, ma, contemporaneamente, la presenza nella vita quotidiana di una bella persona.
Aveva solo 62 anni e, sebbene la sorte non sia stata affatto clemente con lei, Ileana aveva saputo trasformare i suoi limiti fisici in straordinaria forza e passione civile. Deputata del Partito Democratico per due legislature, era stata consigliera comunale con il sindaco Francesco Rutelli, gestendo le deleghe alle politiche dell'handicap, e poi quelle alla salute mentale, quando il primo cittadino della capitale divenne Walter Veltroni. Già presidente dell'Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, Ileana Argentin è stata una figura di riferimento per il volontariato e l'associazionismo, per il suo valore umano e civile, per la sua capacità di trascinare gli altri nelle sue battaglie.
Lascia un'enorme eredità. Il suo intenso protagonismo ha fatto fare un balzo in avanti, nel sentire comune, al significato di inclusione e di dignità delle persone con disabilità. Prima di lei vi era più pudore e ritrosia; dopo di lei, grazie alla sua grinta, la disabilità è stata percepita e vissuta da chi ne porta i segni con assai meno ritrosia e, soprattutto, con la piena consapevolezza dei diritti di cittadinanza delle persone disabili.
Sia a livello locale che nazionale la sua azione politica ha segnato tappe fondamentali nella legislazione sociale del nostro Paese, lasciando un'eredità di diritti e di consapevolezza che abbiamo il dovere di custodire e proseguire nel ricordo della sua incredibile vivacità e voglia di vivere. Alla sua famiglia, ai suoi cari, a tutti coloro che hanno condiviso con lei tante battaglie civili, vanno le mie personali sentite condoglianze e l'abbraccio di tutte e tutti noi di Alleanza Verdi e Sinistra .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Boschi. Ne ha facoltà.
MARIA ELENA BOSCHI(IV-C-RE). Grazie, Presidente. “Ileana ha vissuto la vita che ha voluto”: queste sono le parole con cui l'ha ricordata con noi sua sorella Patrizia, a cui va, oltre a Patrizia ovviamente a tutta la famiglia Argentin, al suo compagno Sandro, alla comunità politica del Partito Democratico, l'abbraccio mio e di Italia Viva. Io credo che quelle parole non siano soltanto il bilancio che, probabilmente, ciascuno di noi vorrebbe avere della propria vita, ma disegnano perfettamente chi era Ileana Argentin, perché indurla a fare una cosa di cui lei non era convinta era praticamente impossibile.
Ileana ha vissuto tutta una vita di impegno per gli altri, per i diritti, dall'associazionismo sino alla politica, conquistandosi, voto dopo voto, ogni spazio politico in consiglio comunale e alla Camera dei deputati poi. Un impegno che mirava soprattutto a superare le barriere, quelle fisiche, materiali, architettoniche - certo, anche con deleghe importanti, sia con la giunta Rutelli che con la giunta Veltroni: ricordiamo il suo lavoro straordinario per il Giubileo del 2000, tra le altre cose -, ma soprattutto le barriere invisibili e quelle che non si vedono, mentali, degli stereotipi, dei pregiudizi.
E ricordo la prima sfilata di moda con modelli e modelle con disabilità qui, a Roma, divenne l'evento della settimana della moda, e Ileana stessa sfilò come modella per le grandi firme, perché anche nella sua estetica così curata, dall'abbigliamento alle unghie, alla stessa carrozzina, voleva superare degli stereotipi, dei pregiudizi superati rispetto alle persone con disabilità. Insieme abbiamo lavorato alla legge sul “Dopo di noi” con Davide Faraone e con altri colleghi, con cui eravamo al Governo con Renzi, su sua ispirazione, su una sua proposta di legge, e devo dire che l'attuazione oggi di quella legge non sempre è all'altezza dell'impegno di Ileana e molto c'è ancora da fare.
Ileana ha sempre affrontato il suo impegno con ironia e autoironia, a volte in modo anche impietoso rispetto a chi si confrontava con il mondo della disabilità o con le persone con disabilità con uno sguardo quasi di commiserazione, vedendo solo il limite e non quelle opportunità che, invece, lei aveva saputo costruire dove gli altri vedevano dei limiti. Lei ci ha lasciato molte parole bellissime nei suoi libri, oltre che il suo impegno e le battaglie vinte. In uno dei suoi libri lei si chiede cosa si proverà a ballare. Chissà, forse adesso lo sa .
PRESIDENTE. La Presidenza si unisce ai sentimenti di cordoglio espressi dall'Aula verso la mamma Anna Maria, la sorella Patrizia, il compagno Sandro e tutti i suoi affetti, e al ricordo così intenso che abbiamo ascoltato, cui mi permetto di aggiungere il mio personale ringraziamento per quanto Ileana ci ha trasmesso con le sue battaglie, la sua tenacia e il suo esempio .
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.
Ha chiesto di parlare la deputata Chiara Braga. Ne ha facoltà, per due minuti.
CHIARA BRAGA(PD-IDP). Grazie, Presidente. Prendo la parola per ricordare, anche in quest'Aula, Giovanni Orsenigo, da tutti chiamato in modo affettuoso “Mariuccio”, che ci ha lasciato alcuni giorni fa. Mariuccio Orsenigo è stato un dirigente politico appassionato, un militante capace di mettersi accanto agli altri nei tanti ruoli che ha ricoperto, senza mai perdere coerenza, sobrietà, senso delle istituzioni. La sua vita è stata un esempio limpido di dedizione e di fedeltà ai propri valori. Per molti anni è stato un punto di riferimento per me e per tante e per tanti di tante generazioni nel partito e nella società comasca, capace di consigliare e indirizzare con discrezione e generosità. Una presenza solida e preziosa.
Sapeva ascoltare, comprendere i bisogni reali della comunità e trasformare l'impegno quotidiano in azione amministrativa e politica, anche dialogando con le altre parti politiche. Avversari, ma mai nemici. Fermo nei suoi valori, ma capace di costruire alleanze virtuose per produrre avanzamenti nell'interesse generale. Ha vissuto la politica come servizio nel senso più alto e più nobile del termine. Lo ha fatto nelle istituzioni - sindaco per 12 anni del suo comune, Figino Serenza, presidente della provincia di Como, 15 anni di presenza nel consiglio regionale della Lombardia - e lungo un percorso coerente in molti ruoli, anche nella società civile: dalla tradizione del cattolicesimo democratico nella Democrazia Cristiana a La Margherita, fino al Partito Democratico, casa comune di quella cultura cattolica riformista che ha sempre interpretato con lealtà e convinzione.
Ha testimoniato ogni giorno come i valori cattolici e i principi democratici cui ha improntato la sua vita possano tradursi in scelte che aiutano gli altri, in difesa della dignità di ciascuno e l'affetto dimostrato da moltissime persone nei giorni scorsi è la dimostrazione più bella del segno lasciato dalla sua vita.
Alla sua bellissima famiglia, ai tanti amici, a tutte le persone che gli hanno voluto bene va l'abbraccio più sincero e riconoscente, mio e dell'intero Partito Democratico .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Caramiello. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO CARAMIELLO(M5S). Grazie, Presidente. Dopo 15 anni, la direzione del Parco archeologico di Pompei, così come già fatto nei mesi scorsi dalla direzione del Parco archeologico di Ercolano, ha deciso, in maniera unilaterale e senza confronto, la chiusura delle postazioni riservate alle guide turistiche autonome abilitate all'interno degli scavi. Una decisione scellerata, che mina il futuro di circa 2.500 professionisti abilitati a livello campano, che in questi anni hanno contribuito a rendere questi siti tra i più visitati al mondo. Il motivo risiederebbe nella volontà di organizzare e commercializzare le visite guidate e non solo quelle didattiche, sfruttando però una posizione dominante che ostacola la libera concorrenza del servizio.
Presidente, trovo questa decisione del tutto ingrata sotto il profilo umano e potenzialmente illegittima da un punto di vista normativo.
Ricordo a quest'Aula che le guide turistiche campane sono tutelate da una legge regionale, la legge n. 11 del 1986, ma più in generale da una legge nazionale, la legge n. 190 del 2023 che riconosce la libertà di professione della guida turistica e i criteri di trasparenza, sicurezza sul lavoro e concorrenza leale. Si evidenzia, inoltre…
PRESIDENTE. La ringrazio…
ALESSANDRO CARAMIELLO(M5S). Presidente, vado a concludere. Si evidenzia inoltre che la disciplina comunitaria trova declinazione nella cosiddetta direttiva Bolkestein, che promuove la libera concorrenza nel mercato dei servizi, imponendo procedure trasparenti e non discriminatorie. Presidente, dietro ogni guida turistica…
ALESSANDRO CARAMIELLO(M5S). …c'è una famiglia, c'è una storia, ci sono competenza, professionalità, e non è concepibile, né accettabile mortificare chi ogni giorno si dedica alla cultura e alla divulgazione del nostro immenso patrimonio storico…
PRESIDENTE. La ringrazio.
ALESSANDRO CARAMIELLO(M5S). …con sacrificio e passione .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ascari. Ne ha facoltà.
STEFANIA ASCARI(M5S). Grazie, Presidente. Sono passati ventidue anni dalla scomparsa del dottor Attilio Manca. Si è parlato di morte per overdose, di suicidio, hanno tentato di screditarlo in ogni modo, di farlo passare per un drogato. Tutto falso. Attilio Manca era un uomo brillante, un medico, un urologo stimatissimo, credeva nella scienza e nella verità.
Grazie al lavoro della Commissione antimafia della scorsa legislatura, quando ancora si poteva lavorare seriamente e si faceva inchiesta, abbiamo prodotto, con la collega Piera Aiello e con la dottoressa Federica Fabbretti, una relazione votata all'unanimità da tutte le forze politiche, in cui abbiamo scritto nero su bianco che la morte del dottor Attilio Manca è un omicidio di mafia, non un suicidio (, un omicidio di mafia; che dietro c'è il clan di Barcellona Pozzo di Gotto e che l'omicidio è collegato alla latitanza del boss Bernardo Provenzano.
Dopo anni di silenzi, depistaggi, morti correlate di persone che sono state suicidate perché hanno osato parlare del dottore, ora è dovere dare seguito a quanto abbiamo scritto e che ha contribuito a riaprire le indagini.
È fondamentale oggi, Presidente, ricordare il dottor Attilio Manca perché è un simbolo di integrità, un professionista che ha onorato il suo giuramento di medico fino in fondo.
Chiudo, Presidente, dicendo che voglio mandare un abbraccio forte alla mamma del dottor Attilio Manca, la signora Angela, che è una vera guerriera. Vorrei ricordare il papà Gino, che ha combattuto fino all'ultimo giorno della sua vita, e il fratello Gianluca. E dico e ribadisco che noi continueremo a stare al loro fianco finché non verrà scritta verità e giustizia per Attilio .
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
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