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Lunedì 02 Marzo 2026 ore 15:00
AULA, Seduta 624 - Mozioni su parità genere e su Stati Uniti d'Europa, discussione generale
Resoconto stenografico
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Nella seduta odierna si sono svolte le seguenti discussioni generali: mozioni Sportiello ed altri n. 1-00545, Ghio ed altri n. 1-00546 e Semenzato, Lancellotta, Ravetto, Marrocco ed altri n. 1-00547 concernenti iniziative sulla Strategia nazionale per la parità di genere in occasione della Giornata internazionale della donna e mozioni De Luca ed altri n. 1-00544 e Scerra ed altri n. 1-00548 sul rilancio del progetto degli Stati Uniti d'Europa.
XIX LEGISLATURA
624^ SEDUTA PUBBLICA
Lunedì 2 marzo 2026 - Ore 15
1. Discussione sulle linee generali della mozione Sportiello ed altri n. 1-00545 concernente iniziative sulla Strategia nazionale per la parità di genere in occasione della Giornata internazionale della donna (vedi allegato).
2. Discussione sulle linee generali della mozione De Luca ed altri n. 1-00544 sul rilancio del progetto degli Stati Uniti d'Europa (vedi allegato).
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- Lettura Verbale
- Missioni
- Annunzio della presentazione di un disegno di legge di conversione e sua assegnazione a Commissione in sede referente
- Discussione della mozione Sportiello ed altri n. 1-00545 concernente iniziative sulla Strategia nazionale per la parità di genere in occasione della Giornata internazionale della donna
- Discussione della mozione De Luca ed altri n. 1-00544 sul rilancio del progetto degli Stati Uniti d'Europa
- Ordine del giorno della prossima seduta
PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ROBERTO GIACHETTI, legge il processo verbale della seduta del 25 febbraio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 76, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Il Ministro per i Rapporti con il Parlamento, con lettera in data 27 febbraio 2026, ha presentato alla Presidenza il seguente disegno di legge, che è stato assegnato, ai sensi dell'articolo 96-, comma 1, del Regolamento, in sede referente, alla VIII Commissione (Ambiente):
«Conversione in legge del decreto-legge 27 febbraio 2026, n. 25, recante interventi urgenti per fronteggiare l'emergenza provocata dagli eccezionali eventi meteorologici che, a partire dal giorno 18 gennaio 2026, hanno colpito il territorio della regione Calabria, della regione autonoma della Sardegna e della Regione siciliana, nonché ulteriori misure urgenti per fronteggiare la frana di Niscemi e di protezione civile» (2823)
Il suddetto disegno di legge, ai fini dell'espressione del parere previsto dal comma 1 del predetto articolo 96-, è stato altresì assegnato al Comitato per la legislazione.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Sportiello ed altri n. 1-00545 concernente iniziative sulla Strategia nazionale per la parità di genere in occasione della Giornata internazionale della donna .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori .
Avverto che sono state presentate le mozioni Ghio ed altri n. 1-00546 e Semenzato, Lancellotta, Ravetto, Marrocco ed altri n. 1-00547 che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione all'ordine del giorno, verranno svolte congiuntamente. I relativi testi sono in distribuzione .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritta a parlare la deputata Gilda Sportiello, che illustrerà anche la sua mozione n. 1-00545. Ne ha facoltà.
GILDA SPORTIELLO(M5S). Grazie, Presidente. Siamo di fronte a tempi veramente molto duri; penso che oggi, in quest'Aula, interveniamo tutte con un grande peso addosso. Ma, proprio perché ci ritroviamo in questo scenario terrificante, è ancora più necessaria la nostra voce, è ancora più necessario prendere parola in maniera determinata e determinante. Infatti siamo di fronte all'8 marzo: giornata di lotta, giornata di sciopero, giornata in cui saremo ancora nelle piazze, e lo faremo con la consapevolezza di trovarci di fronte, di trovarci in un tempo storico che ci consegna la faccia più aggressiva, brutale, sfacciata, arrogante, violenta delle aggressioni imperialiste e di un neocolonialismo che non conosce ragioni, che non conosce diritto.
Ci troviamo in un tempo storico in cui l'autodeterminazione dei popoli non conta, in cui la forza è l'unico e legittimato principio; il controllo e il possesso dei territori sono ormai l'unica logica che sembra vigere e resistere. Queste sono parole, sono logiche, sono dinamiche di potere che la più antica oppressione del mondo conosce bene. Queste sono dinamiche di potere che ci vengono consegnate anche attraverso altri fatti che stanno interessando il mondo, che stanno interessando l'Occidente e di cui, tuttavia, si parla pochissimo o per niente in quest'Aula. Penso al caso Epstein, per esempio: un caso che io definirei “sistema”, per non dargli una legittimità di caso isolato, di fatto quasi confinato a qualcuno o a qualcosa. Un sistema di potere maschile, in cui le donne sono totalmente ai margini o, se sono coinvolte, sono abusate, non credute, ignorate quando decidono di denunciare, o sono assolutamente marginali: sono le isteriche del , sono le pazze; quella deriva nevrotica di chi si è azzardata a denunciare un sistema di abusi e di poteri.
Un sistema di potere maschile fatto di uomini, che non è un sistema di potere soltanto di abusi, di pedofilia, di cose terrificanti, ma un sistema di potere così arrogante che pensa di poter fare qualsiasi cosa e di poter passare assolutamente inosservato, di potersi permettere di essere al di sopra di ogni cosa. E così è stato per molto tempo, perché le denunce risalgono ad anni e anni fa, eppure, nessuna è stata presa davvero sul serio. Soltanto oggi riusciamo ad accedere ad alcuni di quei , e ancora non abbiamo scoperto tutta la verità che c'è dietro.
Ancora non sappiamo come quel sistema di potere, fatto anche di abusi, interveniva, che ingerenze avesse nei Governi, visto che viene citato anche il nostro Paese. Ancora non sappiamo… quel sistema di potere, che decideva sulla testa dei cittadini e delle cittadine di vari Paesi del mondo, fin dove arrivava. Siamo in un tempo in cui, dall'altra parte dell'oceano, negli occidentalissimi Stati Uniti, c'è chi propone la pena di morte per le donne che hanno abortito. Siamo in un tempo storico in cui l'identità di genere viene vista soltanto come nemico e “invisibilizzata” tutto il resto delle volte, quando si parla di diritto alla salute, di diritto all'istruzione, di accesso ai diritti fondamentali, tra cui anche il riconoscimento dell'identità di genere. Invece, viene vista quando c'è da portare avanti una crociata che i movimenti di estrema destra, in tutto il mondo, stanno portando avanti, e il nostro Paese non è esente dall'essere a braccetto con quei movimenti. E allora in questo contesto, il Governo del nostro Paese, mentre si accompagna o aderisce completamente a queste logiche, lo vediamo schierato, lo vediamo portare avanti quella che un'economia di guerra che è profondamente intrecciata con quello di cui parliamo in questa mozione; ciò è completamente intrecciato con la parità di genere e con la lotta per la parità di genere perché stabilisce gerarchie di interventi. E lo abbiamo visto; lo ha fatto in questi giorni.
Pensiamo soltanto alle ultime settimane: mentre abbiamo visto questo Governo e questa maggioranza schierati, andare a cercare, in maniera veloce, spedita, risorse imponentissime - centinaia di miliardi di euro - per il riarmo e per portare avanti un'economia di guerra, ci siamo visti affossare il congedo paritario obbligatorio, che avrebbe dato una grandissima mano a tutte le famiglie e non alle donne, non soltanto alle donne, perché - lo voglio ripetere - il congedo paritario obbligatorio non è dare una mano o una concessione, che si fa alle donne che scelgono di avere figli; è un diritto che si riconosce; è riconoscere che il carico di cura non può pesare sulle nostre spalle. Se pensiamo al carico di cura, dobbiamo pensare anche a quello che hanno fatto con i , perché i sono per l'80 per cento donne. Questo Governo cosa ha fatto? Non solo ha detto che va bene, che è sufficiente che ci sia, in media, soltanto un'ora a settimana di assistenza domiciliare integrata, ma ha stanziato anche così pochi fondi per una platea ristretta di decine di migliaia di persone, a fronte di una platea di circa 7 milioni; e lo ha fatto, riconoscendo un contributo economico di circa 1 euro all'ora.
Se pensiamo poi al salario minimo, vorrei ricordare a questo Governo che ha bocciato una proposta che negli altri Paesi in cui è stata approvata ha aiutato e ha alzato gli stipendi per il 60 per cento delle donne. Laddove questo è stato inserito - penso alla Germania e penso all'Irlanda - ha influito moltissimo sul divario salariale di genere. In Irlanda il divario salariale di genere con l'introduzione del salario minimo è sceso dal 26 per cento al 5 per cento, mentre, nel nostro Paese, le donne che lavorano nel settore privato guadagnano in media all'anno 8.000 euro in meno; 8.000 euro in meno. Noi abbiamo qui la Ministra delle Pari opportunità e forse non le hanno messo una targhetta fuori al suo Ministero e non si è accorta di quale sia il suo ruolo, il suo compito e il suo obiettivo, perché altrimenti non si spiega questo accanimento del Governo nel rigettare tutto quello che potrebbe fare la differenza in questo Paese per il riconoscimento della parità di genere; perché è impossibile che siamo più della metà della popolazione, che riusciamo meglio nelle università, a parità di percorsi di studio, e poi, quando ci affacciamo nel mondo del lavoro, si ribalta completamente la situazione. A cominciare da quando ci sediamo sulla prima sedia per fare un colloquio e ci viene chiesto se vogliamo dei figli o se ne abbiamo o cosa facciamo in caso di malattia di uno dei nostri figli; a cominciare dal fatto che nei ruoli apicali ci arrivano soltanto il 20 per cento delle donne, il 20 per cento, 2 su 10; a cominciare dal fatto che ancora oggi il tasso di inattività - ossia quello di quelle donne che non cercano o hanno smesso di cercare lavoro - sapete di quant'è? Del 42,4 per cento, mentre quello degli uomini è la metà. La metà.
Allora non è soltanto uno squilibrio di potere nel lavoro; è uno squilibrio di potere nella medicina. Sapete che la medicina di genere, quella che riguarda le donne, è studiata soltanto da pochissimo? Fino ad ora si è assunto che il maschile fosse neutrale e non è così. Ancora oggi ci ritroviamo a dover aspettare 7 anni per una diagnosi di vulvodinia; tra i 7 e gli 11 per una di endometriosi. Non solo, ma c'è una violenza ostetrica, una violenza ginecologica costante, perché, vedete, la violenza non è solo il fatto brutale che compare sui giornali, spesso raccontato male…E sarebbe meglio che anche i giornali avessero sanzioni vere e reali quando iniziano a raccontare un femminicidio come un come il gesto di un uomo che non ha accettato il “no”, come il risultato di troppo amore oppure quando si addossa la responsabilità alle vittime troppo libere. Ma stiamo scherzando? Noi ancora viviamo questo.
E allora, è uno squilibrio di potere che si vive quotidianamente, dagli spazi più intimi; dal lavoro, alla medicina, alla violenza ostetrica e ginecologica, perché, guardate, qui mi ci voglio soffermare, ci sono donne, quasi tutte, che non solo conoscono questo tipo di violenza, perché non sono state trattate con dignità durante una visita, perché non sono state ascoltate, perché il loro dolore è stato silenziato… Allora voglio concludere ricordando una cosa: questo è il Governo, questa è la maggioranza che ha voluto inserire il consenso per evitare l'educazione sessuo-affettiva nelle scuole, qualcosa che serve necessariamente, urgentemente a questo Paese, ma che lo rifiuta davanti alla violenza sessuale e non riconosce il consenso come quel presupposto fondamentale per poter riconoscere una violenza sessuale. Questo è quel Governo e questa è quella maggioranza che hanno voluto ribaltare il concetto di consenso, non solo, ma che vogliono legittimare quel sistema di potere per cui sei tu vittima che deve evitare, non chi agisce violenza a non agirla davanti alla mancanza di consenso.
Allora, Presidente, noi andremo avanti perché vogliamo che al centro di tutte le politiche sia messo il nostro desiderio: il desiderio di avere figli o di non averne, il desiderio di un atto sessuale, il nostro desiderio di progettare la nostra vita come vogliamo. Questo vogliamo che sia messo al centro e non ci accontenteremo mai più delle briciole. Vogliamo cambiamenti strutturali e se questo non è il momento, mi chiedo quale possa essere. Questo è il momento di reagire a una destra reazionaria internazionale, questo è il momento di dichiararsi transfemminista e di respingere ogni tipo di oppressione
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Ferrari che illustrerà anche la mozione Ghio ed altri n. 1-00546, di cui è cofirmataria.
SARA FERRARI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi. Ministra, esiste ancora oggi in Italia una questione femminile? Se il 51 per cento della popolazione - solo per essere nate con un cromosoma genetico XX e non XY - ha condizioni di vita diverse e comunque inferiori per qualità al genere maschile, in ragione di quel dato di nascita, come destino? Sì, esiste ancora una questione di genere. Ce lo dicono i dati; dati che fotografano con esattezza e spietatezza ineludibile un'emergenza nazionale. Sono i dati delle agenzie istituzionali pubbliche che studiano la società italiana, le sue caratteristiche, gli elementi di forza e di debolezza. Tra quelli che determinano debolezza, il primo è certamente la mancata valorizzazione di quel 51 per cento della popolazione da cui ne discendono altri, immediati, rispetto alla natalità, alla competitività del Paese. Tutto questo rappresenta un danno sociale ed economico collettivo. Sono dati che ci dicono con evidenza indiscutibile che la parità formale è, sì, riconosciuta in questo Paese dalla Costituzione e dalle leggi, ma ciò non vale affatto per la parità sostanziale. Vuol dire che è vero sulla carta, ma non nei fatti.
La mancata piena partecipazione delle donne in Italia alla vita economica, politica e sociale è un elemento di debolezza, dicevo, non soltanto individuale, ma collettivo. Riguarda, , l'accesso al lavoro come strumento di autonomia. Registriamo, infatti, un divario occupazionale e salariale e un tasso di occupazione generale delle donne tra i più bassi in Europa: una su due non ha un'occupazione formale stabile e il , cioè il divario retributivo, si aggira tra il 20 e il 25 per cento, aggravato, poi, nel comparto privato. Abbiamo il usufruito, sostanzialmente, in gran parte dalle donne, e la maggior parte di questo è un involontario, che determina precarietà, e occupazione femminile nei settori, purtroppo, a minore valore aggiunto.
Allora servono regole di trasparenza salariale obbligatorie e sistemi premianti per le aziende. La penalità della maternità e il carico di cura sono quelli che gravano sulle donne in ragione del loro essere le principali della famiglia rispetto agli anziani, ai bambini e alla casa. E cosa succede? Succede che le donne abbandonano il lavoro per la mancanza di servizi, cioè anche quelle che il lavoro lo avevano - e sono solo una su due, in questo Paese, quelle che ce l'hanno - lo abbandonano, in gran numero, una volta divenute madri, per la mancanza di servizi pubblici, in particolare per la mancanza di servizi pubblici all'infanzia. E qui registriamo il grande fallimento del PNRR.
Sappiamo che esiste un soffitto di cristallo, cioè quelle barriere invisibili, tradizionali e culturali che non consentono, poi, alle donne la piena valorizzazione delle competenze formative che hanno maturato. Registriamo ancora scarsissima nei vertici, nei consigli di amministrazione, nei ruoli dirigenziali, nelle posizioni apicali della politica, dell'università, dell'economia. Registriamo mancata presenza o, meglio, ancora troppo residuale presenza femminile nei settori STEM. Quel divario che c'è nello studio, poi, evidentemente si ripercuote nell'occupazione, non consentendo alle donne di essere presenti in quantità massiccia nelle professioni più remunerative e strategiche per il futuro.
Poi c'è la violenza, che è la manifestazione più estrema e drammatica della disparità di potere fra i generi nel nostro Paese, femminicidi, violenza domestica, molestie sul lavoro, violenza economica, che è un sistema e che deriva da quanto ho appena detto rispetto alla mancata autonomia lavorativa. Alla base del percorso di vita e di lavoro delle donne italiane c'è un grosso tema di discriminazione culturale; c'è anche una mancata capacità di orientare correttamente, ad esempio, le scelte formative, che sono condizionate da quell'autosegregazione di genere, spesso inconsapevole, che riguarda non solo i minori, nel momento in cui fanno le loro scelte, ma soprattutto gli adulti di riferimento, che sono sia le famiglie sia le scuole. Un tema questo mai sufficientemente considerato, che genera poi insuccessi formativi, infelicità e occupazioni meno retribuite.
Oggi abbiamo ancora la maggior parte di ragazze presenti nei licei, mentre la maggior parte di maschi presenti negli istituti tecnici e in quelli professionali. I dati del Ministero dell'Istruzione ci dicono, però, che, se gli uni e gli altri hanno una stessa percentuale di ottenimento dei titoli, le donne, però, le ragazze riescono in maggior numero rispetto ai maschi a finire i percorsi formativi, e in merito al tasso di abbandono scolastico, mentre nei maschi supera quello che è il livello massimo raccomandato dall'obiettivo europeo del 9 per cento, perché si attestano al 12,2 per cento, le ragazze non superano il 7 per cento.
Quindi, questi dati sull'istruzione confermano quella terribile tendenza per cui le donne raggiungono traguardi formativi più alti e abbandonano meno, ma questo non si traduce in un maggiore vantaggio - non solo in un vantaggio maggiore, ma nemmeno paritario - nel mercato del lavoro. Cosa frena la loro piena valorizzazione? La maternità. Ma non solo la maternità reale, la potenzialità di diventare madri, e quindi il tema dei congedi paritari, che questo Governo, ahinoi, ha bocciato soltanto la settimana scorsa. Quelli che sono l'occasione non soltanto per i padri di poter godere del loro ruolo genitoriale appieno contro stereotipi tradizionali, che li vogliono lontani dai figli nei primi anni di vita, ma che consentono anche, appunto, alle donne la piena valorizzazione come potenziali lavoratrici alla pari, che hanno la stessa credibilità e lo stesso valore per un'azienda, nel momento in cui assume, che possono avere i colleghi maschi, potenziali padri.
Finché continuerà a convenire assumere e investire sul capitale umano di genere maschile, l'investimento in competenze femminili, sia privato, sia delle famiglie, sia pubblico del sistema scolastico, sarà sprecato, e, dunque, una perdita di competitività, di ricchezza, benessere e di futuro per il nostro Paese. In sostanza, il paradosso italiano trasforma un potenziale talento in forza lavoro inutilizzata. Ebbene, allora con questa mozione noi oggi intendiamo chiedere e condividere con il Governo tutta una serie di azioni che vanno a correggere questi deficit, questi limiti, che sono anche nell'ambito sanitario, nell'ambito pensionistico, ahinoi, e chiediamo finalmente a questo Governo di seguirci in queste indicazioni.
Noi non ci accontenteremo più di dichiarazioni di intenti, siamo convinti che la parità si costruisce con le risorse, con le leggi e con la volontà politica. Su questo noi non faremo un passo indietro e attendiamo che anche il Governo della prima donna Premier passi finalmente dalle parole ai fatti. Ci troverà pronti e pronte.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Caretta, che illustrerà anche la mozione Semenzato, Lancellotta, Ravetto, Marrocco ed altri n. 1-00547, di cui è cofirmataria.
MARIA CRISTINA CARETTA(FDI). Grazie, Presidente. Ministro Roccella, onorevoli colleghi, interveniamo oggi per discutere una mozione che assume un significato particolare nel momento storico che stiamo vivendo e chi si colloca alla vigilia dell'8 marzo: la Giornata internazionale della donna. Una ricorrenza che non deve essere ridotta a una celebrazione simbolica, ma rappresenta ogni anno un'occasione per riflettere con serietà sui risultati raggiunti e, soprattutto, sulle sfide che restano aperte per garantire alle donne pari opportunità nella società, nel lavoro e nella vita pubblica.
Lo facciamo partendo da un principio fondamentale: l'uguaglianza tra uomini e donne non è un obiettivo politico di parte, ma un principio costituzionale. L'articolo 3 della nostra Costituzione afferma con chiarezza che: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge” e impegna la Repubblica a “rimuovere gli ostacoli” che limitano, di fatto, la libertà e l'eguaglianza delle persone. Allo stesso modo, l'articolo 51 stabilisce che: “Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”.
Questi principi costituzionali rappresentano il fondamento di tutte le politiche che negli anni sono state sviluppate per promuovere le pari opportunità. Questa mozione nasce con un obiettivo chiaro: consolidare e rafforzare il percorso di politiche pubbliche per la parità di genere che il nostro Paese ha intrapreso negli ultimi anni.
Negli ultimi anni, infatti, l'Italia ha compiuto passi importanti in questa direzione. Per la prima volta è stata adottata una Strategia nazionale per la parità di genere in linea con la strategia europea e con gli obiettivi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Non si tratta di un documento meramente programmatico, ma di un vero e proprio quadro di azioni integrate che ha permesso di introdurre strumenti concreti e misurabili.
Un altro fronte fondamentale è quello delle competenze e della formazione. In un mondo sempre più guidato dall'innovazione tecnologica è indispensabile favorire l'accesso delle giovani donne alle discipline scientifiche e tecnologiche. Per questo è stata istituita la Settimana nazionale delle STEM, con l'obiettivo di promuovere la partecipazione femminile nei percorsi scientifici e tecnologici e superare stereotipi culturali che per troppo tempo hanno limitato le opportunità delle ragazze. Non è solo una questione di equità, è una scelta strategica per il futuro del Paese. L'Italia non può permettersi di rinunciare al talento, alla creatività e alle competenze di milioni di donne.
Accanto a questi strumenti di promozione delle opportunità non possiamo ignorare una realtà drammatica: la violenza contro le donne. La violenza contro le donne rappresenta una delle più gravi violazioni dei diritti fondamentali e un ostacolo concreto all'autonomia e alla libertà delle donne. Tra gli strumenti a contrasto di questo fenomeno il Governo ha adottato il nuovo Piano strategico nazionale sulla violenza maschile contro le donne e la violenza domestica 2025-2027, che rafforza le politiche di prevenzione, protezione delle vittime e contrasto ai reati. È un passo importante, ma sappiamo che la lotta alla violenza richiede uno sforzo collettivo che coinvolga istituzioni, scuola, famiglia e società.
La mozione che oggi discutiamo si inserisce esattamente in questo quadro. Attraverso il dispositivo della mozione unitaria del centrodestra la Camera impegna il Governo a proseguire e rafforzare le politiche già avviate, in particolare promuovendo l'adozione del nuovo Piano strategico nazionale per la parità di genere, che dovrà raccogliere l'eredità della strategia 2021-2026 e aggiornare gli strumenti di intervento, rafforzando le misure strutturali per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con particolare attenzione alle opportunità di crescita professionale e di accesso ai ruoli di responsabilità, sostenendo politiche che consentano una migliore conciliazione tra vita lavorativa e scelte di vita, perché la libertà delle donne passa anche dalla possibilità di non dover scegliere tra lavoro e famiglia, proseguendo con determinazione nel contrasto a tutte le forme di violenza contro le donne e rafforzando le azioni di prevenzione, tutela delle vittime e responsabilizzazione degli autori dei reati.
Sono impegni concreti che guardano al futuro e che si fondano su un'idea chiara: la parità non si realizza con slogan o con messaggi demagogici, ma con politiche pubbliche serie, coerenti e continuative. Qui vale più che mai il detto “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”.
Il nostro approccio come Fratelli d'Italia è molto semplice. Crediamo nella valorizzazione della persona, nel merito e nella libertà di scelta, senza che questo debba implicare delle penalizzazioni per gli altri.
Crediamo che il compito dello Stato sia quello di creare le condizioni affinché ogni donna possa esprimere pienamente il proprio talento, realizzare le proprie aspirazioni e contribuire alla crescita della nostra comunità nazionale. Pari opportunità per tutti, non abbassamento delle condizioni di vita verso alcuni solo per rilanciare un quadro profondamente squilibrato.
Crediamo anche che la parità non significhi contrapporre uomini e donne né pretendere che siano uguali e identici in ogni ambito, perché così non è, ma costruire una società più equilibrata, nella quale il contributo di ciascuno sia riconosciuto e valorizzato nelle proprie differenze e peculiarità, perché, quando le donne partecipano pienamente alla vita economica, sociale e istituzionale, cresce la qualità della nostra democrazia, cresce la forza del nostro sistema produttivo e cresce la libertà della nostra Nazione.
Per queste ragioni, come Fratelli d'Italia, sosteniamo convintamente questa mozione e auspichiamo che l'Aula possa condividerne lo spirito e gli obiettivi, non per una celebrazione di circostanza, ma per rafforzare concretamente il percorso verso una società ancora più giusta, più libera e più forte.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Chiedo al Governo se intenda intervenire o si riservi di farlo successivamente: si riserva.
Quindi, il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione De Luca ed altri n. 1-00544 sul rilancio del progetto degli Stati Uniti d'Europa .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori .
Avverto che in data odierna è stata presentata la mozione Scerra ed altri n. 1-00548 che, vertendo su materia analoga a quella trattata dalla mozione all'ordine del giorno, verrà svolta congiuntamente. Il relativo testo è dunque in distribuzione .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritta a parlare la deputata Patrizia Prestipino, che illustrerà anche la mozione De Luca ed altri n. 1-00544, di cui è cofirmataria.
PATRIZIA PRESTIPINO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Discutiamo oggi una mozione che riguarda non soltanto l'assetto istituzionale dell'Unione europea, ma il futuro del progetto politico ed economico unico, nato per garantire pace, democrazia e benessere in tutto il continente europeo, alla cui costruzione il nostro Paese ha fortemente creduto e contribuito e che oggi necessita però di un nuovo rilancio, di cui l'Italia può e deve farsi promotrice.
Proprio alla vigilia del 70° anniversario dei Trattati di Roma, che segnarono l'avvio di un percorso straordinario di integrazione, l'Europa però si trova davanti, ancora una volta, a un passaggio cruciale. Non è un'affermazione retorica o enfatica, colleghi, ma una constatazione: o l'Unione sceglie di rafforzarsi, rilanciando le proprie ambizioni politiche e istituzionali, oppure accetta, suo malgrado, un lento e progressivo declino, fatto di marginalità economica, irrilevanza geopolitica e crescente disillusione dei cittadini proprio nella nostra istituzione europea.
Nello scenario attuale, caratterizzato da minacce al sistema multilaterale e ai valori democratici che arrivano dalla politica dell'Amministrazione Trump e dal ritorno di rigurgiti di nazionalismo in molti Paesi europei, abbiamo il dovere di interrogarci con molta onestà. Il livello di integrazione raggiunto in Europa è ancora adeguato alle sfide che abbiamo davanti? È sufficiente promuovere e proteggere il nostro modello sociale per garantire una sicurezza comune, per sostenere una politica estera coerente e per costruire una reale autonomia strategica? La risposta purtroppo è “no”. Non basta più difendere lo , serve un salto di qualità nella prospettiva federale. Pensiamo alle sfide tecnologiche in corso. In molti ambiti - dal digitale all'intelligenza artificiale, all'aerospazio e alla difesa - l'Unione europea, più che generare innovazione, si è finora limitata a regolamentarla. Tuttavia, questo non basta per garantire crescita, sviluppo e occupazione.
Per sostenere la duplice transizione, la competitività, la capacità industriale, l'autonomia strategica e l'indipendenza energetica europee sono necessari investimenti ingenti, fino al 5 per cento del PIL annuo dell'Unione secondo il rapporto Draghi.
L'esperienza del ha dimostrato che quando l'Europa decide di agire insieme, con strumenti finanziari e debito comune, è in grado di cambiare il corso degli eventi ed è stato ampiamente dimostrato nei tempi della pandemia. Quella stagione, però, non può essere isolata e relegata a una emergenza pandemica, perché senza una visione, una prospettiva e senza investimenti pubblici comuni noi diventeremo soltanto un mercato di consumo, mentre la ricchezza, il lavoro e gli investimenti si spostano altrove. E non solo, perché per sostenere adeguatamente il modello di sviluppo europeo sono anche necessari una capacità fiscale comune, nuove risorse proprie e un bilancio europeo più ambizioso - oggi fermo intorno all'1 per cento del PIL europeo -, così come occorre realizzare presto un mercato unico compiuto e pienamente integrato e una vera e propria unione dei mercati dei capitali, come evidenziato anche dal rapporto Letta. In altre parole, serve raggiungere un livello più avanzato di integrazione economica.
Però, non si deve separare la competitività dalla coesione sociale e territoriale, altro aspetto fondamentale della visione di sviluppo europea. L'aumento delle diseguaglianze è la principale minaccia alla stabilità delle democrazie europee. Per questo è fondamentale rafforzare il pilastro europeo dei diritti sociali, garantire mercati del lavoro equi, sistemi di protezione inclusivi e accesso universale alle cure e ai servizi essenziali. Insomma, una vera e propria rivoluzione sociale e culturale. Invece, assistiamo a un bilancio europeo che riduce le risorse per la coesione territoriale e limita lo spazio delle politiche sui territori. È un rischio politico, ancora prima che finanziario.
C'è, poi, un nodo istituzionale che non è possibile eludere: il superamento dell'unanimità, che spesso paralizza le scelte comuni, quelle più importanti, quelle strategiche. Con 27 Stati membri, mantenere il diritto di veto in ambiti cruciali come la politica estera, la difesa, la sicurezza comune e la regolazione del mercato interno significa restare fermi e inerti a logiche intergovernative che limitano la capacità decisionale dell'Unione e alimentano, purtroppo, la retorica nazionalista. In questo quadro, anche lo strumento delle cooperazioni rafforzate dovrebbe essere valorizzato, quando non è possibile raggiungere l'accordo di tutti, per evitare che poi l'immobilismo diventi la regola. In questi mesi abbiamo assistito a iniziative che vanno, invece, in tutt'altra direzione, verso un maggiore potere agli Stati, come il documento e il voluti proprio dal Governo italiano e da quello tedesco prima dell'incontro informale dei europei sulla competitività. È una scelta che noi del Partito Democratico riteniamo profondamente sbagliata. In un mondo di grandi potenze continentali frammentare e limitare l'azione dell'Unione europea significa indebolire tutti, a partire proprio dal nostro Paese, l'Italia. Pensiamo, piuttosto, che sia giunto il momento di intraprendere con coraggio, attraverso una grande mobilitazione, la strada verso gli Stati Uniti d'Europa.
È un convincimento radicato, che il Partito Democratico ha già espresso nel manifesto presentato dalla sua delegazione al Parlamento europeo e che molti consigli regionali stanno già adottando e facendo proprio. È questo che chiediamo al Governo, cara Sottosegretaria, di sostenere fattivamente il rilancio del progetto europeo verso la prospettiva federale, nella consapevolezza che solo un'unione più integrata e più forte può tutelare gli interessi dei cittadini italiani e di quelli europei. Chiediamo al Governo di lavorare per un bilancio europeo più forte, per investimenti comuni, anche attraverso il debito comune, per nuove risorse proprie, per un mercato unico dei capitali e per una capacità fiscale comune, in modo da sostenere sia la competitività, sia la crescita, sia la coesione sociale e territoriale in Europa. Chiediamo che l'Italia contribuisca alla costruzione di una politica estera europea realmente condivisa e di una vera difesa comune. Chiediamo, inoltre, che il nostro Paese si faccia promotore di una riforma dei trattati per il superamento del potere di veto e dell'unanimità nei processi decisionali dell'Unione, per rafforzare il ruolo del Parlamento europeo e completare il mercato unico. È giunto, infatti, il momento di esercitare la sovranità insieme e in modo più efficace, per affrontare le sfide complesse globali che abbiamo di fronte.
Questa è la posizione che come Partito Democratico portiamo in Aula, una posizione pragmatica per rispondere ai bisogni delle persone. L'alternativa è un'Europa ripiegata su sé stessa, dominata dai veti incrociati e incapace di proteggere il proprio modello sociale e di incidere sugli equilibri globali. È una scelta di interesse nazionale, di coerenza con la nostra storia costituzionale e con la tradizione europeista italiana. Per il nostro Paese, che è uno dei fondatori dell'Unione, l'appartenenza europea è infatti una scelta strategica, permanente e irreversibile, che trova il suo fondamento giuridico proprio nell'articolo 11 della Costituzione, il quale consente limitazioni di sovranità a favore di un ordinamento che assicuri, però, pace e giustizia tra i popoli e tra le Nazioni. È un'appartenenza che noi oggi, come Partito Democratico, chiediamo sia ulteriormente esplicitata e rafforzata nel suo ancoraggio costituzionale .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cantone, che illustrerà anche la mozione Scerra ed altri n. 1-00548, di cui è cofirmatario.
LUCIANO CANTONE(M5S). Grazie, Presidente. Oggi discutiamo quella mozione che per noi rappresenta un'altra idea di Europa, un'Europa che non tradisce la propria origine, un'Europa che non dimentica perché è nata, che nasce come progetto di pace dalle macerie della guerra. Nasce dall'intuizione rivoluzionaria del Manifesto di Ventotene, che non proponeva una potenza militare, ma una federazione fondata su libertà, democrazia e diritti. Oggi, invece, assistiamo a una trasformazione profonda, una trasformazione che rischia di snaturare quel progetto.
L'Europa sta attraversando una fase di incertezza, con conflitti alle frontiere, tensioni geopolitiche e competizione globale crescente, ma la risposta che si sta costruendo è una risposta sbilanciata. Il nuovo quadro finanziario pluriennale 2028-2034 prevede un aumento esponenziale delle risorse destinate alla difesa. Si parla di stanziamenti fino a cinque volte superiori rispetto al ciclo precedente. Nel frattempo, si mettono in discussione la politica di coesione, i fondi per lo sviluppo territoriale, la politica agricola comune e gli investimenti sociali. Non è un riequilibrio, è un cambio di paradigma. Si sta spostando l'Europa dal all', senza aver costruito una vera strategia politica comune. Non stiamo parlando di una difesa comune europea ispirata a un modello di multilaterale, ma stiamo parlando di una corsa al riarmo che rischia di diventare fine a sé stessa e noi riteniamo che questa direzione sia sbagliata.
La politica di coesione è l'unico strumento che interviene trasversalmente sui territori europei. Ha storicamente rappresentato circa un terzo del bilancio comunitario ed è ciò che permette ai comuni, alle regioni e alle aree periferiche di crescere. La proposta di accorpare i fondi agricoli di coesione in un fondo unico centralizzato è un errore. Significa indebolire l'approccio , aumentare l'onere amministrativo, sottrarre autonomia alle regioni e agli enti locali e compromettere lo sviluppo armonico dell'Unione. In un momento di frammentazione servirebbe più coesione, non di meno.
L'Unione europea oggi soffre di immobilismo strategico. Il principio dell'unanimità paralizza le decisioni. Il diritto di veto di un singolo Stato può bloccare l'interesse collettivo. In un mondo dominato da attori come Stati Uniti e Cina, l'Europa, che decide all'unanimità, è un'Europa fragile. Per questo, con questa mozione noi proponiamo il superamento dell'unanimità con il voto a maggioranza qualificata in Consiglio e l'attribuzione al Parlamento europeo del diritto di iniziativa legislativa. Se vogliamo una vera Unione europea politica dobbiamo avere istituzioni capaci di decidere.
La capacità di spesa dell'Unione è poco superiore all'1 per cento del PIL europeo: è insufficiente. Il modello del ha dimostrato che l'emissione di debito comune può rafforzare l'Unione e creare solidarietà concreta. Noi proponiamo di renderlo strutturale, non per finanziare il riarmo ma per finanziare beni pubblici europei: salute, istruzione, ricerca, innovazione, transizione energetica e sicurezza sociale. Un'Europa che investe insieme è un'Europa che compete meglio; un'Europa che si indebita solo per armarsi è un'Europa che perde la propria anima. Non possiamo parlare di competitività europea ignorando il fiscale interno. Esistono pratiche di concorrenza fiscale sleale tra Stati membri e questo danneggia l'economia reale e crea distorsioni profonde.
Servono regole comuni più incisive, tassazione equa dell'economia digitale, contrasto ai paradisi fiscali legalizzati all'interno dell'Unione. Non è accettabile chiedere sacrifici ai cittadini e tollerare squilibri fiscali strutturali tra Stati membri. Siamo assolutamente contrari al Piano così come concepito, non perché ignoriamo il contesto internazionale - ci mancherebbe altro, soprattutto dopo quello che sta succedendo in questi giorni -, ma perché riteniamo inefficiente e pericoloso l'attuale assetto frammentato.
Oggi l'Europa ha sistemi di difesa duplicati, sovrapposti, disomogenei. Se si vuole parlare seriamente di sicurezza europea bisogna farlo attraverso la razionalizzazione della spesa, l'integrazione delle capacità, il coordinamento strategico, e non attraverso una moltiplicazione disordinata delle spese nazionali. E non è un esercizio ideologico, è una scelta di direzione: o l'Europa diventa un'unione politica fondata su pace, giustizia sociale, coesione territoriale e competitività sostenibile, oppure rischia di diventare una semplice piattaforma di spesa militare senza progetto.
Recuperare lo spirito di Ventotene non è retorica, è responsabilità politica. Se vogliamo davvero rafforzare l'Europa, dobbiamo farlo rafforzando ciò che la rende unica: diritti, solidarietà, la capacità di investire insieme nel futuro, non la corsa agli armamenti.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Chiedo al Governo se intenda intervenire o si riservi di farlo: si riserva.
Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
Proroga del termine per l'esercizio della delega prevista dall'articolo 35 della legge 25 novembre 2024, n. 177. (C. 2713-A)
Relatrice: FRIJIA.
3.
S. 1261 - D'INIZIATIVA DEI SENATORI: BONGIORNO ed altri: Modifiche al codice penale e al regolamento di polizia mortuaria, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285, in materia di disposizione delle spoglie mortali delle vittime di omicidio (Approvata dal Senato). (C. 2304)
Relatrice: MATONE.
4.
FRATOIANNI ed altri: Disposizioni per favorire la stipulazione di contratti volti alla riduzione dell'orario di lavoro. (C. 2067)
e delle abbinate proposte di legge: FRATOIANNI e MARI; CONTE ed altri; SCOTTO ed altri. (C. 142-1000-1505)
5.
6.













