PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
BENEDETTO DELLA VEDOVA, legge il processo verbale della seduta del 27 marzo 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 72, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
Prima di passare all'ordine del giorno, salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Città di Castiglion Fiorentino” di Castiglion Fiorentino, in provincia di Arezzo. Grazie di essere qua e benvenuti a Montecitorio .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 1562-A: “Disposizioni concernenti la programmazione dell'edilizia residenziale pubblica, le agevolazioni fiscali per interventi di recupero del patrimonio edilizio residenziale pubblico e sociale nonché il sostegno dell'accesso alla locazione di immobili abitativi e del pagamento dei canoni di locazione” e delle abbinate proposte di legge nn. 1169-2181.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La VIII Commissione (Ambiente) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Martina Semenzato.
MARTINA SEMENZATO, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, onorevoli colleghe, l'Assemblea avvia oggi l'esame della proposta di legge recante disposizioni concernenti la programmazione dell'edilizia residenziale pubblica, le agevolazioni fiscali per interventi di recupero del patrimonio edilizio residenziale pubblico e sociale nonché il sostegno dell'accesso alla locazione di immobili abitativi e del pagamento dei canoni di locazione, rispetto alla quale l'VIII Commissione (Ambiente), il 25 marzo scorso, ha deliberato di riferire in senso contrario.
Come ho rilevato nel corso dell'esame in Commissione, la proposta di legge incide su tematiche sulle quali sono in corso iniziative del Governo volte alla definizione di misure in materia di edilizia residenziale pubblica e sociale, nel quadro di una programmazione pluriennale che consenta di superare la frammentarietà degli interventi, razionalizzare l'utilizzo di diverse fonti di finanziamento e definire un quadro organico delle politiche abitative.
Parallelamente, procedono gli interventi volti all'efficace attuazione dei programmi operativi esistenti e riguardanti l'incremento e il miglioramento del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, nel quadro di una strategia che coniughi gli investimenti già programmati con la definizione di misure strutturali di lungo periodo, anche valutando le sinergie tra pubblico e privato.
Ricordo da ultimo che la revisione di medio termine della politica di coesione 2021-2027 consentirà di destinare ulteriori risorse a misure per fronteggiare l'emergenza abitativa.
Per le ragioni precedentemente esposte, la Commissione ambiente ha deliberato di riferire, come ho anticipato, in senso contrario sul provvedimento in esame, in quanto le disposizioni in esso recate, le cui finalità sono sicuramente condivisibili, si sovrapporrebbero con le iniziative in corso e in fase di finalizzazione, peraltro introducendo strumenti che potrebbero creare complessità procedurali, tenendo conto degli interventi in corso e delle misure già operative e in corso di preparazione in un ambito in cui - lo ricordo sempre - si intrecciano competenze a vari livelli di governo.
Segnalo, inoltre, che gli effetti finanziari del provvedimento sono oggetto di verifica da parte della Commissione bilancio che ha richiesto la predisposizione della relazione tecnica ai sensi dell'articolo 17, comma 5, della legge n. 196 del 2009, considerato che la proposta di legge, come ho segnalato in Commissione, reca un impatto finanziario rilevante, la cui sostenibilità deve essere fortemente valutata.
Per quanto riguarda il contenuto della proposta di legge, di cui il testo non è stato modificato nel corso dell'esame in sede referente, ricordo che si compone di 19 articoli suddivisi in 6 capi, le cui finalità, indicate all'articolo 1, sono: la ricognizione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica e sociale e la rilevazione del fabbisogno abitativo (articoli 2 e 3); le disposizioni per l'attuazione dei programmi di edilizia residenziale pubblica (articoli 4-6); le disposizioni per la programmazione dell'edilizia residenziale e sociale (articoli 7-10); gli incentivi per l'edilizia residenziale pubblica e sociale (articoli 11-14); le disposizioni per sostenere l'accesso alla locazione di immobili abitativi e il pagamento dei canoni nei casi di morosità incolpevole (articoli 15-19).
Relativamente agli interventi per l'edilizia residenziale pubblica e sociale, segnalo che l'articolo 12 introduce detrazioni fiscali per gli interventi sul patrimonio residenziale pubblico e sociale per specifici interventi, prevedendo la salvaguardia della disciplina più favorevole del cosiddetto superbonus. L'articolo 13 consente, in alternativa alle predette detrazioni fiscali, la concessione del credito d'imposta per le spese sostenute. A riguardo, segnalo che la Commissione finanze, nel parere contrario reso sulla proposta di legge, ha rilevato che tali previsioni introducono meccanismi analoghi ad altri già sperimentati in passato che, come è noto, si sono prestati ad applicazioni distorsive, con le conseguenti difficoltà sia nei controlli da parte dell'Amministrazione finanziaria, sia in termini di sostenibilità di finanza pubblica.
Per quanto riguarda l'iter della proposta di legge, segnalo che, dopo l'avvio della discussione, sono state abbinate alcune proposte di legge presentate dai gruppi di opposizione, sulle quali si è svolto un articolato e puntuale ciclo di audizioni informali, al termine del quale, proprio su mia richiesta, la proposta di legge n. 1562 è stata scelta come testo base per il prosieguo dei lavori.
Oltre al parere contrario della Commissione finanze, precedentemente citato, segnalo che sul testo della proposta di legge, non modificato nel corso dell'esame in sede referente, hanno espresso parere contrario anche le Commissioni cultura, attività produttive, affari sociali e agricoltura. La Commissione affari costituzionali ha formulato un parere favorevole con osservazioni e le Commissioni lavoro e politiche dell'Unione europea hanno espresso nulla osta.
Concludendo, Presidente, ringrazio sicuramente il proponente, l'onorevole Santillo, per il lavoro svolto e per il confronto costruttivo, anche e soprattutto proprio sulle criticità del provvedimento, e ringrazio l'onorevole Milani per l'attenzione a tutto l'iter procedurale.
PRESIDENTE. Chiedo al rappresentante del Governo, Sottosegretario Iannone, se intende intervenire: si riserva.
È iscritta a parlare la deputata Francesca Viggiano. Ne ha facoltà.
FRANCESCA VIGGIANO(PD-IDP). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, oggi discutiamo una proposta di legge che parla sì di case, ma in realtà parla di molto di più: parla di dignità, di diritti, di uguaglianza. Parla di quel principio fondamentale che, troppo spesso, in quest'Aula e fuori da quest'Aula viene evocato a parole ma tradito nei fatti, perché la verità è semplice: in Italia oggi il diritto all'abitare non è garantito per milioni di persone; famiglie che, ogni mese, devono scegliere se pagare l'affitto o fare la spesa; giovani che lavorano, magari anche con contratti più o meno stabili, ma che non riescono ad emanciparsi; donne sole con figli, lavoratori precari, pensionati. Una parte crescente del Paese vive sotto il peso di un costo per il reperimento di un'abitazione ormai divenuto insostenibile. E aggiungiamo anche una realtà troppo spesso ignorata nel dibattito pubblico e da questo Governo: quella dei padri separati, uomini che, dopo una separazione, si trovano a sostenere un mutuo, un assegno di mantenimento e, allo stesso tempo, l'impossibilità concreta di accedere ad una soluzione alloggiativa dignitosa. A questi, io aggiungerei anche i nuovi precari che verranno creati a seguito del bando per la stabilizzazione dei lavoratori della giustizia, ai quali verrà chiesto di trasferirsi e, quindi, perderanno magari le sicurezze acquisite negli ultimi anni. O penso anche agli insegnanti che, per colpa dell'algoritmo, sono costretti a doversi spostare in maniera repentina con degli stipendi che sicuramente non sono proprio in linea con quelli che sono i costi della vita nelle città in cui vengono destinati. Persone che scivolano rapidamente in condizioni di vulnerabilità abitativa senza che lo Stato offra strumenti adeguati di tutela, facendo ricadere il peso dell'assenza di una fattiva visione d'insieme sulle amministrazioni locali. Non sono opinioni, sono dati, e permettetemi di dirlo non soltanto come deputata della Repubblica, ma anche e soprattutto come ex amministratore locale - mi sono occupata di politiche abitative e so quanto costi anche per un comune, per un ente civico, andare a riorganizzare il proprio patrimonio abitativo per far sì che ci sia una risposta congrua rispetto all'emergenza abitativa - ma anche da avvocato divorzista, che queste difficoltà le vive tutti i giorni sulla viva pelle delle persone che a me si rivolgono.
Non sono opinioni, quindi, sono dati. Sempre più famiglie destinano quote significative del proprio reddito all'abitazione ed una percentuale crescente non riesce più a farvi fronte. E allora la domanda politica, prima ancora che tecnica, è questa: dov'è lo Stato? Dov'è lo Stato quando il mercato espelle le persone dalle città? Dov'è lo Stato quando l'edilizia residenziale pubblica è insufficiente rispetto alla domanda, scarsamente manutenuta, obsoleta, abbandonata? Dov'è lo Stato quando le politiche abitative diventano episodiche, frammentate, incapaci di incidere davvero? E permettetemi di dirlo con chiarezza: questo Governo non solo non ha invertito questa tendenza ma, sotto molteplici profili, ha addirittura aggravato le condizioni di disagio abitativo vissute dalle persone. Il Fondo per il sostegno agli affitti e quello per la morosità incolpevole non erano e non sono inutili orpelli, ma risorse necessarie a far sì che il disagio e l'emergenza abitativa non vadano a gravare sul bilancio autonomo delle amministrazioni locali. E non basta parlare di Piano casa se poi, nei fatti - in questo caso - per la parola “Piano” non si intende certo un programma o un progetto di ampio respiro, ma si intende quasi un avverbio di modo e sarebbe più corretto definirlo “lentamente casa” e non “Piano casa”. In questo momento in cui le famiglie fanno più fatica, avete scelto di fare un passo indietro e questo è un dato politico e non già contabile.
Colleghe e colleghi, questa proposta di legge nasce da una scelta politica netta: rimettere al centro il diritto all'abitare come diritto sociale fondamentale. Non un favore, non una concessione: un diritto. E lo facciamo con una proposta che prova finalmente a cambiare approccio. Prima di tutto si interviene sull'offerta pubblica di abitazione, perché non possiamo continuare ad accettare che l'edilizia residenziale pubblica sia marginale, insufficiente rispetto ad un fabbisogno che si misura in centinaia di migliaia di alloggi. Serve un investimento serio, strutturale, pluriennale. Per questo, si propone di istituire un fondo dedicato e, soprattutto, un programma nazionale - il programma Abita - che guarda ai prossimi 20 anni e non ai prossimi 6 mesi.
Ma attenzione, non si tratta solo di costruire nuove case. Si tratta di recuperare quelle che già esistono, spesso abbandonate, inutilizzate, lasciate al degrado. Si tratta di rigenerare le città senza consumare altro suolo, in linea con l'Agenda 2030 nell'efficienza energetica; dunque, migliorarle nella qualità urbana, investire nella qualità urbana, nell'efficienza energetica e nei servizi in una visione di sviluppo diversa, più giusta e più sostenibile.
E poi c'è il tema delle risorse pubbliche, perché troppo spesso abbiamo visto fondi stanziati e non spesi, strumenti inutilizzati, competenze frammentate. Anche su questo la proposta interviene introducendo strumenti di monitoraggio, responsabilità chiare e poteri sostitutivi per evitare che ritardi ed inerzie blocchino interventi necessari, perché non basta annunciare risorse, bisogna farle arrivare a chi ne ha davvero bisogno.
Ma c'è un altro punto decisivo che voglio sottolineare. Questa proposta guarda anche a chi oggi è fuori da tutto: troppo ricco per accedere alle case popolari, troppo povero per il mercato. Include anche situazioni nuove e spesso invisibili, come quelle dei precari, dei genitori separati, degli insegnanti, di tutte quelle categorie di cui abbiamo parlato prima ma che veramente hanno la necessità di essere viste e di non rimanere più nel cono d'ombra di quella zona grigia in cui vengono ormai relegate da anni. Vivono in condizioni di fragilità abitativa, pur avendo un lavoro e responsabilità familiari importanti. Per queste persone vogliamo introdurre strumenti concreti: un fondo di garanzia per la locazione per facilitare l'accesso alla casa, un sostegno più efficace per gli inquilini morosi incolpevoli, incentivi per ridurre i costi e migliorare la qualità degli alloggi. Sono misure che non bisogna guardare solo dal punto di vista degli inquilini, ma anche dei proprietari di casa, che avrebbero sicuramente più garanzie e, soprattutto, riuscirebbero a non vedersi privati del proprio bene a seguito di condizioni che possono essere connaturate al rapporto locativo. Ed è proprio qui che si vede la differenza: mentre il Governo taglia o riduce strumenti essenziali, noi vogliamo rafforzarli e renderli più equi ed efficaci, perché il diritto all'abitazione non può essere una lotteria sociale.
Onorevoli colleghi di maggioranza, qui si misura una differenza politica profonda: da una parte, c'è chi pensa che il mercato, da solo, possa risolvere tutto, che basti lasciar fare, che la casa sia già una merce come tutte le altre; dall'altra, ci siamo noi, che crediamo che la casa sia un diritto e che lo Stato debba assumersi la responsabilità di garantirlo. Non è una differenza tecnica, è una differenza di visione della società. Noi non accettiamo un Paese in cui si nasce e si vive con diritti diversi a seconda del reddito, non accettiamo un Paese in cui avere una casa dignitosa diventa un privilegio.
E allora questa proposta è anche un atto di opposizione: opposizione ad un modello che produce disuguaglianze, opposizione a politiche che tagliano proprio dove ci sarebbe bisogno di investire di più, opposizione all'idea che i diritti sociali siano un costo da comprimere e non un investimento da rafforzare. Ma è anche e soprattutto una proposta: una proposta per ricostruire una politica pubblica della casa, una proposta per restituire sicurezza e prospettiva a milioni di persone, una proposta per rendere questo Paese un po' più giusto.
Concludo, Presidente. Il diritto all'abitare è il punto di partenza per tanti altri diritti: il lavoro, la salute, l'istruzione. Senza una casa, tutto diventa più fragile. Allora, la domanda che dobbiamo farci oggi è semplice: vogliamo continuare a rincorrere l'emergenza o vogliamo, finalmente, affrontarla? Noi scegliamo la seconda strada e, per questo, chiediamo a quest'Aula di discutere, migliorare e approvare questa proposta nell'interesse delle persone che, fuori da qui, aspettano risposte vere
PRESIDENTE. Grazie, deputata Viggiano. Mi consenta una parentesi: benvenuta a Montecitorio.
FRANCESCA VIGGIANO(PD-IDP). Grazie.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Milani. Ne ha facoltà.
MASSIMO MILANI(FDI). Grazie, Presidente. Colleghi, rappresentante del Governo, siamo di fronte a un provvedimento, la proposta di legge n. 1562 che, nel titolo, promette il diritto alla casa, ma, nella sostanza, consegnerebbe ai cittadini un castello di carta burocratico e centralista. Dietro le buone intenzioni, si nasconde un attacco frontale alle autonomie locali e una gestione delle risorse che definire azzardata è un eufemismo. Parliamo di un piano straordinario da un miliardo l'anno per fronteggiare l'emergenza abitativa: dove li prenderemmo secondo questa proposta? Da altre opere già pianificate e in corso di realizzazione. È una partita di giro contabile che non crea nuova ricchezza, ma sposta solo il debito da una tasca all'altra.
Questa proposta di legge è intrisa di un centralismo d'altri tempi. Agli articoli 5 e 6 si prevedono poteri sostitutivi e commissari pronti ad intervenire sopra la testa di sindaci e governatori. Lo Stato pretende di decidere dove e come costruire, ignorando che il governo del territorio è, per Costituzione, una materia concorrente. Immaginate i nostri comuni obbligati dall'articolo 2 a mappare ogni scantinato e ogni area industriale in soli 90 giorni: è una richiesta lunare. Senza risorse aggiuntive e senza personale, stiamo condannando i piccoli comuni alla paralisi burocratica o, peggio, al commissariamento forzato.
Ma l'aspetto più grave, colleghi, è la disparità di trattamento che questa legge introdurrebbe. Disparità geografica: infatti un cittadino di un comune con uffici tecnici efficienti avrà accesso ai fondi, mentre chi vive in un comune sotto organico resterà escluso. Disparità sociale, poiché l'articolo 10 apre alla vendita e al riscatto degli alloggi. Invece di tutelare il patrimonio pubblico, lo svendiamo; creiamo una distinzione fra chi ha quel minimo di risparmio per riscattare la casa e chi, essendo troppo povero, resterà per sempre nel limbo della locazione, senza mai poter costruire un futuro per i propri figli. Disparità giuridica: all'articolo 16 si parla di morosità incolpevole, ma si lascia ad un futuro decreto ministeriale il compito di decidere chi è buono e chi è cattivo. È inaccettabile che il diritto alla casa dipenda dalla discrezionalità di un burocrate, piuttosto che da criteri di legge certi e uniformi.
Veniamo ad un'analisi più puntuale degli articoli. All'articolo 2 parlate di 90 giorni, come se i comuni avessero digitalizzati e aggiornati in tempo reale. La realtà è che molti immobili di edilizia residenziale pubblica hanno situazioni catastali e ipotecarie stratificate da decenni. Chiedere una ricognizione che includa anche la valutazione della sostenibilità urbanistica ed economica in tre mesi, senza fornire una piattaforma tecnica, unica o personale aggiuntivo, significa produrre documenti superficiali e inutilizzabili. Il risultato? Avremo una mappatura falsata che porterà investimenti sbagliati o, peggio, infiniti ricorsi amministrativi da parte di chi vedrà il proprio immobile, magari privato, ai sensi dell'articolo 3, inserito in liste di degrado, senza un'istruttoria seria.
Con l'articolo 3, che è un punto sensibile, si introdurrebbe una minaccia alla proprietà privata e alla trasparenza: si vorrebbe creare una banca dati del patrimonio inutilizzato che includa anche proprietà private. È un'intrusione senza precedenti: chi stabilirà quando una casa è inutilizzata? Quali sono le garanzie per i piccoli risparmiatori che hanno investito nel mattone? Si profila il rischio di una deriva verso espropri mascherati o tassazioni punitive.
L'articolo 4 istituisce un fondo che dovrebbe arrivare a un miliardo di euro annui dal 2026 in poi. Ma da dove vengono presi questi soldi? Vengono sottratti al Fondo per gli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale. Stiamo togliendo risorse a opere già cantierizzate, per alimentare una promessa che mi pare molto elettorale e non altro, e che non ha ancora un piano attuativo serio. È una partita di giro contabile che non crea nuova ricchezza, ma sposta solo il debito, come già detto, da una tasca all'altra.
L'articolo 5 è giuridicamente claudicante. La giurisprudenza della Corte costituzionale - cito per prima la sentenza n. 33 del 2011 e, poi, le successive - stabilisce che il potere sostitutivo dello Stato deve essere l'ultima e deve prevedere procedure di leale collaborazione. Qui, invece, si prevede un termine di soli 60 giorni prima di inviare un commissario o il Provveditorato interregionale alle opere pubbliche che si sostituiscano alle competenze di regioni, province autonome, città metropolitane e comuni. Non state aiutando gli enti locali, vi state esautorando, senza aver prima stanziato fondi per il potenziamento degli uffici tecnici comunali. Il vostro non sarebbe un intervento contro l'inerzia, ma un esproprio di competenze costituzionali, ai sensi dell'articolo 117 della Costituzione. È un cortocircuito: lo Stato toglie risorse ai comuni e, poi, li punisce perché non riescono a correre.
L'articolo 10 trasforma una politica di abitativo in una politica di liquidazione del patrimonio: se lo Stato spende miliardi per costruire o recuperare e, poi, permette un riscatto immediato, sta distruggendo la natura rotativa dell'edilizia pubblica. Tecnicamente, questo crea una disparità di trattamento basata sul reddito residuo: chi ha un piccolo risparmio, compra ed esce dal sistema dei controlli, mentre chi è davvero povero resta in affitto, in case che, man mano che gli altri le riscattano, diventeranno condomini misti, pubblico-privati, impossibili da gestire e manutenere. È il fallimento programmato della gestione immobiliare pubblica.
All'articolo 12, si prevedono detrazioni fiscali per istituti autonomi case popolari e aziende di gestione del patrimonio pubblico comunque denominate, che partono dal 40 per cento, ma giungono e superano il 100 per cento della spesa per ristrutturazioni o efficientamento energetico.
All'articolo 13, si reintroduce la cessione del credito a istituti finanziari, come se a nulla sia valsa la dura lezione che ci è venuta dall'applicazione del superbonus negli anni passati. Avete avuto il coraggio, con questo testo di legge, di riproporlo.
All'articolo 14, comma 2, vi è un errore procedurale da manuale: rimanda a un decreto ministeriale i criteri per i contributi a fondo perduto per le comunità energetiche, ma, poiché la materia energetica è di competenza concorrente, la mancata previsione di un'intesa in Conferenza unificata rende l'articolo vulnerabile ad un ricorso immediato da parte di qualsivoglia regione.
In conclusione, il parere che noi qui anticipiamo non è contrario nel merito sociale - tutti concordiamo che c'è bisogno di azioni concrete per l'edilizia sociale o per l'edilizia a prezzi calmierati -, ma è critico sul metodo, poiché la legge tende a centralizzare decisioni che la Costituzione affida alle regioni e impone oneri burocratici ai comuni, senza adeguate risorse di supporto. È velleitaria questa proposta perché si basa su fondi - oltre 1,3 miliardi se aggiungiamo anche il Fondo per la morosità incolpevole - non disponibili e, infatti, sottratti ad altre previsioni di bilancio.
Diverso è l'atteggiamento del Governo, che sta lavorando in modo serio per reperire risorse, per varare un piano casa nazionale basato su finanziamenti certi e specifici: 500 milioni posti nella finanziaria 2025; 200 milioni nella finanziaria 2026, per potenziare l'offerta abitativa pubblica e sociale; la rimodulazione dei 7 miliardi di fondi europei, PNC in particolare, con destinazione di 3,3 miliardi per la realizzazione di alloggi sostenibili a prezzi calmierati, il cosiddetto sociale; e un imminente decreto legge, annunciato già dal Ministero delle Infrastrutture, da 950 milioni, che sarà il primo decreto attuativo focalizzato sul contrasto all'emergenza abitativa, attraverso il recupero di immobili esistenti e il contenimento del consumo di suolo.
Poi ci sono gli studentati e il Governo ha messo in campo circa 1,2 miliardi di euro per il potenziamento degli studentati universitari, con l'obiettivo di creare 60.000 nuovi posti letto, spostando le scadenze e rimodulando i fondi PNRR. Queste sono le concrete risposte del Governo Meloni alle necessità di alloggi a prezzo calmierato e di edilizia sociale a sostegno delle famiglie più bisognose del sostegno pubblico, mentre questa proposta di legge non risolve l'emergenza abitativa, ma la complica, crea conflitti fra Stato e regioni, impone costi insostenibili ai comuni e, soprattutto, divide il Paese in base alle velocità degli uffici tecnici.
Noi non possiamo accettare una legge che usa la dignità dei più deboli come bandiera elettorale, offrendo in cambio solo commissari, burocrazia e incertezza finanziaria. La definirei una scatola vuota, che calpesta i territori e illude le famiglie. Così potremmo sintetizzare questa proposta .
PRESIDENTE. Prima di andare oltre, salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti del liceo classico “Canopoleno” di Sassari, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Grazie di essere qua, benvenuti a Montecitorio .
È iscritto a parlare l'onorevole Quartini. Ne ha facoltà.
ANDREA QUARTINI(M5S). Grazie, Presidente. Ho ascoltato attentamente anche gli interventi che mi hanno preceduto e francamente li trovo del tutto strumentali e demagogici. Vanno a destrutturare, a ricostruire un percorso legislativo attraverso la proposta di legge che noi oggi presentiamo; un percorso legislativo che ha avuto modo di ascoltare anche i territori, ascoltare i cittadini che erano in difficoltà. Questa è una proposta che va a rimediare alle assenze, di fatto, di questo Governo. Al di là degli annunci recenti, per 4 anni questa maggioranza ha trascurato in maniera sostanziale il problema del disagio abitativo.
Guardi, Presidente, è un disagio significativo, importante, è un disagio che crea problemi enormi al 10 per cento almeno dei cittadini. Questo disagio non viene assolutamente affrontato. Qui si torna all'idea che i poveri devono rimanere poveri. Non passa l'idea che il contrasto alla povertà sia anche un investimento. È un investimento per il futuro, è un investimento per le giovani generazioni, è un investimento dal quale non si può prescindere. Le differenze regionali sono evidenti, e quindi è anche in questa logica che si chiede un intervento robusto da parte dello Stato.
Noi stiamo affrontando, con questa proposta di legge, una ferita aperta nel tessuto sociale. È una ferita che geme, è una ferita che sanguina ogni giorno nell'indifferenza di chi ci governa. Questo è il dato di fatto, perché noi siamo di fronte a una diminuzione del potere d'acquisto, che è conseguente sicuramente alla crisi economica aggravatasi in questi anni e poi aggravatasi con la pandemia, da ultimo anche con i conflitti in atto in Ucraina e in Iran e le instabilità internazionali che, di fatto, hanno drammaticamente aumentato il problema dell'accessibilità economica.
In particolare, noi parliamo delle spese per l'accesso e il mantenimento dell'abitazione, che diventano sempre più onerose, pesano gravemente e fatalmente sui bilanci familiari. Presidente, non è una sensazione, è una cruda realtà dei fatti. Già negli anni scorsi una famiglia su 4, il 25 per cento degli italiani, ha avuto difficoltà a pagare il canone di locazione, a pagare l'affitto. Parliamo, in prevalenza, di nuclei familiari composti da persone di età compresa fra i 45 e i 64 anni con figli a carico. Stiamo parlando di una fascia importante della popolazione e questa percentuale ha già superato il 40 per cento nel 2021, confermato, tra l'altro, da indagini fatte dalla Banca d'Italia.
Il canone di locazione rappresenta oggi la voce più rilevante per gli italiani, arriva a impegnare un terzo del reddito, esattamente il 27,9 per cento. È un valore che, peraltro, è superiore rispetto a quello affrontato dalle famiglie proprietarie di un mutuo, che si attesta attorno al 21 per cento. Il 9,9 per cento del totale delle famiglie si trova in condizione di vero e proprio sovraccarico, spendendo per la casa il 40 per cento in più del proprio reddito disponibile. Il disagio abitativo è una condizione di malessere sociale, legata anche alla qualità dell'alloggio, e di cui, assurdamente, manca ancora una definizione univoca nel nostro ordinamento giuridico.
Questo disagio abitativo riguarda 1,5 milioni di famiglie, secondo i dati di Federcasa e di Nomisma. Colleghi, questo è il passato recente, ma le ricerche ci avvertono, ci avvisano, che la situazione sta peggiorando. Infatti, oggi, sotto il Governo Meloni, la situazione è letteralmente precipitata. Si parla dei dati Istat del 2024: il 9,8 per cento della popolazione italiana, 5,7 milioni di persone, oggi vive in povertà assoluta. Voglio che questo dato risuoni bene in quest'Aula: si parla di 1.031.000 di queste famiglie in povertà assoluta che vivono in affitto, oltre 1 milione di famiglie che ogni mese deve scegliere fra fare la spesa, curarsi o pagare il padrone di casa.
Il 23,1 per cento della nostra popolazione, pari a 13 milioni di persone, è a rischio di povertà o esclusione sociale. Io credo che questi dati ci dicano quanto sia grave il problema e quanto occorra intervenire su di esso. È un problema di emergenza sociale di proporzioni gigantesche e la maggioranza si limita a criticare una proposta di legge, l'unica che in questi 4 anni è venuta in Aula. Ma stiamo scherzando davvero? Voglio provare a sottolineare questo aspetto: ci sono circa 650.000 famiglie in coda per un alloggio di edilizia residenziale pubblica e sociale. La risposta dello Stato qual è?
Ogni anno si soddisfa solo il 3 per cento delle richieste, solo il 3 per cento di chi è in graduatoria ottiene un'assegnazione, una sorta di elemosina istituzionale. E per chi non ce la fa? Vediamolo un attimo, è un bollettino di guerra, una guerra civile silenziosa: solo nel 2023 sono state emesse 39.373 sentenze di sfratto. Vi prego, prestiamo la massima attenzione a questo dato, perché smonta tutta la vostra retorica contro i cittadini. Di queste sentenze, che erano 39.000, 30.702, ovvero quasi l'80 per cento, sono per morosità incolpevole. Cioè, non stiamo parlando di furbi o criminali, stiamo parlando di padri e madri che hanno perso il lavoro, di lavoratori poveri, il cui stipendio è stato divorato dall'inflazione.
Nel 2022 abbiamo assistito a oltre 30.000 sfratti eseguiti, con un aumento del 218 per cento rispetto all'anno precedente. State letteralmente buttando la gente per strada, ragioniamo su questo. E, di fronte a questo, cosa stiamo vedendo anche? Io vorrei sottolineare che, oltre al problema della mancanza di alloggi, di questo disagio abitativo, c'è un paradosso che “crudelizza” ancora di più questi fatti. Si costruisce, si cementifica, ma non per chi ha bisogno. Questo è il dato di fatto. Stiamo parlando di un disastro non solo sociale, ma anche ambientale. I dati ISPRA del 2023 sono una condanna inappellabile. Nel 2023 l'Italia ha cementificato per 21,5 ettari di suolo al giorno.
Dal 2006 abbiamo seppellito sotto il cemento oltre 43.500 ettari, pari al 7,16 per cento del territorio nazionale, arrivando a un consumo di suolo di 365,7 metri quadrati per abitante. Nonostante questa furia cieca di consumo di suolo e cementificazione, la precarietà abitativa e la richiesta di alloggi popolari sono aumentate anno per anno. Questo dimostra, al di là di ogni ragionevole dubbio, che non state costruendo un tetto agli italiani, ma state lavorando per ingrassare la speculazione edilizia, i centri commerciali e i condomini di lusso, che resteranno sfitti.
Di fronte a questo disastro sociale e ambientale, qual è stata l'azione politica di questo Governo? Siete venuti in Parlamento quattro volte, quattro volte, per inscenare una farsa sulla pelle dei cittadini. Ripercorriamo un attimo questi episodi, perché avete azzerato i Fondi affitto e della morosità incolpevole dagli anni 2022 al 2025. Il 22 ottobre 2025 la Presidente Meloni si presenta in Aula, al Senato, per un'informativa europea, e con tono solenne e patriottico dichiara, e la cito testualmente: “(…) il Governo - e ringrazio per questo il Vice Presidente Salvini - sta lavorando a un importante piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie (…). La questione della casa è per noi un tema fondamentale, che tocca direttamente la questione dell'equità sociale (…)”.
Parole bellissime, applausi della maggioranza. Passa qualche settimana e il 12 novembre 2025 il Ministro Salvini, in in Commissione ambiente, ribadisce la storiella del grande piano casa in arrivo, rassicura tutti. Ma la verità, colleghi, la verità arriva il 18 febbraio di quest'anno: in Commissione ambiente il Sottosegretario Ferrante è costretto a rispondere a una nostra interrogazione e, di fatto, ammette che il famoso piano casa non esiste, non c'è un euro nuovo, è un bluff totale.
Ci è stato detto che state semplicemente riciclando i fondi dei progetti PINQuA e le risorse del PNRR, quegli stessi fondi europei che la Lega - e ricordo bene le vostre urla in quest'Aula - disprezzava e non voleva nemmeno votare. Oggi vi appropriate dei meriti altrui e, nel frattempo, cosa fate? Tagliate i sostegni per l'affitto. È una vergogna politica senza precedenti. Voi trovate, senza battere ciglio, 14 miliardi di euro per la voragine del ponte sullo Stretto di Messina. Trovate centinaia di milioni per deportare i migranti nei centri in Albania.
Trovate miliardi da spendere in armi, ma lasciate le famiglie italiane, quelle stesse famiglie che dite di voler difendere, con le valigie pronte, già pronte sul marciapiede. La conferma definitiva di questa resa incondizionata dello Stato l'abbiamo avuta pochi giorni fa, il 25 febbraio 2026, quando il Ministro Salvini è tornato in Aula per un Di fronte alle nostre obiezioni, il vuoto, scena muta, silenzio. Un silenzio assordante che suona come una condanna per quelle 30 famiglie sfrattate.
La mancanza di un alloggio, colleghi, è una delle forme più estreme di deprivazione. La deprivazione abitativa è un indicatore usato dalla UE, in Italia riguarda il 5 per cento della popolazione contro una media europea del 4 per cento. La parola “casa”, che deriva dal latino che voleva dire capanna, vuol dire tetto. È un luogo sicuro, è un luogo che ha connotazioni anche sentimentali forti, è il luogo dove ci si rifugia. Non a caso, la stessa etimologia ricorda la parola “”, il castello, che è una roccaforte difensiva, è un luogo di forte intimità, e non possiamo trascurarlo. Dalla stessa parola “” viene fuori la parola “casco”, che protegge la nostra testa.
Quindi, vedete, il diritto alla casa è una precondizione all'esercizio degli altri diritti. Certo, sono lontani e remoti i tempi in cui un grande uomo, non a caso anche un grande sindaco, siamo negli anni Cinquanta, di requisire, di fronte all'emergenza abitativa a Firenze, abitazioni vuote e sfitte, mostrando, quindi, un grande coraggio. Si chiamava Giorgio La Pira e nel scriveva: “Devo lasciarmi impaurire da queste denunce penali che non hanno nessun fondamento giuridico - e tanto meno morale - o devo continuare, e anzi con energia maggiore, a difendere come posso la povera gente senza casa e senza lavoro? Un sindaco che per paura dei ricchi e dei potenti abbandona i poveri - sfrattati, licenziati, disoccupati e così via - è come un pastore che, per paura del lupo, abbandona il suo gregge”. Evidentemente, Giorgio La Pira non temeva l'abuso d'ufficio.
In questi anni ci siamo mossi su due linee: la prima era l'incremento delle abitazioni di edilizia residenziale, ma, purtroppo, zero risorse e cronica carenza; la seconda linea era quella che la Corte dei conti criticava per le procedure di riparto errate, il mancato monitoraggio, il blocco dei trasferimenti agli enti locali e un percorso a ostacoli per i cittadini. Voi, invece di raccogliere le raccomandazioni della Corte dei conti e riformare gli strumenti, li avete semplicemente definanziati o annullati o eliminati.
Per questo il MoVimento 5 Stelle presenta questa proposta di legge. È una soluzione, dal nostro punto di vista, strutturata e basata sul principio di non arrecare danno significativo all'ambiente, e sull'azzeramento dei consumi di suolo è in linea con l'Agenda 2030. Soprattutto, puntiamo a garantire una qualità dell'abitare: non solo quattro mura, ma un alloggio dotato di e anche di servizi di prossimità, da quelli sociali a quelli sanitari, dell'istituzione del verde pubblico, fino ad arrivare ai collegamenti e a un trasporto pubblico locale efficiente.
In sintesi, noi cosa introduciamo con questa proposta di legge? Prima di tutto, i comuni devono provvedere ad aggiornare il censimento degli edifici e delle unità immobiliari pubbliche e private sfitte, non utilizzate o abbandonate. Dobbiamo creare una banca dati unitaria per il recupero e il riuso a fini di sociale. Basta nuovo cemento, recuperiamo ciò che esiste. Secondo, istituiamo il Fondo per l'edilizia residenziale pubblica per incrementare l'offerta a canone sociale tramite recupero e prevediamo poteri sostitutivi.
Se gli enti locali sono inerti, lo Stato deve intervenire perché non possiamo permetterci ritardi. Terzo, diamo vita al Programma Abita, un programma nazionale pluriennale per l'edilizia sociale con un fondo dedicato per superare la frammentazione istituzionale e usare finalmente bene i fondi della Missione 5 del PNRR, potenziando l'interlocuzione con l'Europa sulla rigenerazione urbana e il .
Quarto, introduciamo un sistema strutturale di detrazioni fiscali per l'edilizia residenziale pubblica e sociale, riprendendo il meccanismo virtuoso dell'articolo 121 del DL Rilancio, permettendo la cessione del credito per riqualificazione energetica, installazione di colonnine per i veicoli elettrici ed eliminazione delle barriere architettoniche.
Troppo poco si parla delle persone con disabilità e del loro sacrosanto diritto a poter vivere una vita senza ostacoli. Quinto, prevediamo un apposito fondo per la costituzione delle comunità energetiche rinnovabili direttamente nei medesimi edifici popolari per azzerare le bollette di chi non ce la fa.
Sesto, riformiamo il sistema di garanzia istituendo un nuovo fondo di garanzia per la locazione, che permetta alla famosa fascia grigia di accedere all'affitto con la garanzia dello Stato, e una profonda revisione del Fondo per gli inquilini morosi incolpevoli per farlo funzionare davvero. Presidente, colleghi, mi avvio alla conclusione.
Oggi quest'Aula ha una scelta chiara davanti a sé: potete continuare a girare la testa dall'altra parte, potete continuare a finanziare cattedrali nel deserto ed elargire mance miliardarie, cullandovi nelle bugie dei piani casa inesistenti, oppure potete fermarvi un attimo, guardare i numeri disperati che vi abbiamo portato e scegliere di dare una risposta concreta a 650.000 famiglie in attesa, a quel 78 per cento di cittadini sfrattati senza avere alcuna colpa, a quel milione di famiglie povere che pagano l'affitto rinunciando a mangiare. Se volete davvero, come ha detto la Presidente Meloni, difendere l'equità sociale, l'occasione è qui, in questa legge, altrimenti la vostra sarà solo l'ennesima cinica ipocrisia, pagata a caro prezzo dai cittadini italiani .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). Grazie, signor Presidente. Signor rappresentante del Governo, ci troviamo ad illustrare le nostre proposte in un vuoto: il vuoto di idee e di soluzioni della maggioranza che, da quando è in carica, non è riuscita a partorire un vero piano casa. Eppure, è pronta a rimandare in Commissione i nostri testi per liquidarli. A nessun annuncio di Salvini sono mai seguiti i fatti. Intanto, ogni anno, 40.000 famiglie vengono sfrattate - 20.000 con la forza pubblica -, 100.000 persone vivono senza dimora. Serve una legge che finalmente affronti un problema ormai strutturale: il disagio abitativo, la fatica di 1.039.000 famiglie in povertà assoluta e in affitto. Serve un piano casa che sia una vera politica pubblica, che non ceda ai privati e al mercato la gestione dell'offerta abitativa, che preveda 500.000 nuove case popolari, senza consumo di suolo, perché abitare non può essere né può diventare un lusso. Chiediamo il riuso degli immobili pubblici e privati inutilizzati e in stato di degrado, perché abbiamo 7 milioni di case sfitte. Chiediamo il censimento degli immobili vuoti e il loro riutilizzo per l'edilizia sociale. Vogliamo sapere quante case restano vuote per fenomeni speculativi o di caporalato abitativo. Vogliamo smascherare chi ha migliaia di appartamenti, evade il fisco e affitta cantine e soffitte a persone fragili e in condizioni indegne.
La nostra proposta contiene una riforma complessiva dell'edilizia residenziale pubblica e sociale, perché si tratta di garantire il diritto universale a un'abitazione dignitosa e accessibile. Si tratta anche di garantire un alloggio adeguato a chi è in difficoltà, con canoni commisurati al reddito. Serve una gestione uniforme del servizio abitativo pubblico e servono abitazioni a canoni calmierati per redditi medio-bassi. Vogliamo immobili pubblici o privati destinati alla locazione permanente, realizzati o recuperati con fondi pubblici. Proponiamo di vincolarli per almeno 25 anni all'uso abitativo a canone ridotto, non oltre il 70 per cento del mercato. Le regioni possono definire criteri di accesso e canoni tramite accordi tra sindacati degli inquilini e dei proprietari. E servono programmi nazionali per assistere chi subisce lo sfratto e le categorie fragili, come anziani, disabili, giovani, studenti, rifugiati.
Abbiamo pensato a come promuovere autocostruzione, autorecupero e rigenerazione urbana. Abbiamo sottolineato come ogni intervento debba rispettare principi di bioedilizia, efficienza energetica e accessibilità. È previsto un Fondo nazionale per l'edilizia pubblica, da istituire presso il Ministero delle Infrastrutture. Sarebbe finanziato da stanziamenti annuali, pari almeno all'1 per cento delle spese statali e regionali, ma anche dall'abolizione della cedolare secca sugli affitti brevi e, poi, da nuove entrate, da imposte sugli immobili non utilizzati ed eventuali fondi Gescal residui. Proponiamo una cedolare secca agevolata, sotto il 10 per cento, per affitti a canone concordato per locatori con ISEE basso o immobili in aree interne. Da un lato, proponiamo di applicare l'IMU agli immobili invenduti e non locati dalle imprese, dall'altro, di esentare dall'IMU gli immobili ERP. Vogliamo riformare la legge n. 432 del 1998, con il rinnovo automatico dei contratti “4+2”, limiti più stringenti per la disdetta e incentivi fiscali per gli affitti calmierati. Vogliamo introdurre l'obbligo di tracciabilità dei canoni - solo bonifici e vaglia - e cauzioni gestite da fondi comunali per finanziare nuovi alloggi sociali, e rafforzare l'Osservatorio nazionale sulla condizione abitativa, partecipato da Ministeri, enti locali, sindacati, cooperative e associazioni.
Il primo passo, come tante volte abbiamo detto, è un vero censimento. I comuni possono censire, entro sei mesi, tutti gli immobili inutilizzati o abbandonati, per destinarli prioritariamente al recupero per l'edilizia pubblica. E, fino al completamento del censimento, non deve essere permesso nuovo consumo di suolo, salvo per opere pubbliche o ERP sociale. Quando parliamo di requisizione, intendiamo al massimo una requisizione temporanea, ma, soprattutto, quella misura è una , che arriverebbe dopo molte altre. Prima di tutto, vogliamo sapere quante case vuote restano tali per fenomeni speculativi o di caporalato abitativo, perché sia chiaro che il nostro obiettivo non è chi possiede due o tre immobili, ma sono persone con migliaia di appartamenti. Dietro le loro vicende si nasconde il peggio, storie di delle soffitte che hanno evaso milioni di euro, che per decenni hanno utilizzato società intestate a terzi per gestire migliaia di immobili. Parliamo di speculazione edilizia ed evasione fiscale da parte di grandi proprietari immobiliari. Sono questi i casi che una seria ricognizione degli immobili privati permetterebbe di fare emergere. E ricordiamoci che Salvini, nel suo unico intervento normativo, ha regolarizzato sottotetti e sottoscala, facendo un favore proprio a questi pirati.
Vedete, oggi il mercato immobiliare decide chi può vivere in città. Noi vogliamo rimettere al centro il diritto all'abitare. A Roma e Milano, un bilocale costa quanto uno stipendio intero e le locazioni turistiche stanno svuotando i quartieri, trasformati in parchi giochi per i turisti. Ma le città sono casa nostra e vivere non può costare la vita. Una casa non è un privilegio, è un diritto. Ogni spazio vuoto può diventare casa. Si possono porre limiti agli affitti brevi, sostenere gli affitti a lungo termine. Ogni casa vuota è un diritto negato. Dirlo non è estremismo, è giustizia abitativa. Penalizzare fiscalmente chi tiene immobili sfitti non è radicale, è giusto. Significa riequilibrare un mercato che esclude i più fragili e porre un freno alla rendita per ricostruire un contesto di equità. I grandi proprietari hanno la responsabilità di presentare proposte di utilizzo. Se non lo fanno, è solo allora che si dovrebbe intervenire con la requisizione temporanea degli immobili vuoti, perché ogni casa vuota è una vita sospesa, e questo lo Stato non lo dovrebbe permettere.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, deputata Semenzato. Ha fino a 3 minuti. Prego.
MARTINA SEMENZATO, . Presidente, no, non intendo replicare.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo: non intende intervenire.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 1704-A: Disposizioni in materia di destinazione di proventi derivanti dalla vendita di prodotti.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La X Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, l'onorevole Gianluca Caramanna. Prego, onorevole.
GIANLUCA CARAMANNA, Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, membri del Governo, l'Assemblea si accinge ad esaminare in prima lettura il disegno di legge di iniziativa governativa recante disposizioni in materia di destinazione di proventi derivanti dalla vendita di prodotti.
Prima di illustrare i contenuti del provvedimento, sia consentito ricordare che il disegno di legge è stato presentato alla Camera dei deputati il 9 febbraio 2024 e assegnato, in sede referente, alla X Commissione, che ne ha iniziato l'esame il 5 marzo 2025. La Commissione ha quindi svolto un ciclo di audizioni e, dopo l'approvazione di dieci emendamenti, ha concluso l'esame del provvedimento il 26 marzo 2026, conferendo il mandato al relatore a riferire favorevolmente in Assemblea.
Passando ora al contenuto del disegno di legge, rappresento che questo è composto da sei articoli.
L'articolo 1, nel disciplinare la pubblicità e gli obblighi di informazione che i produttori e i professionisti devono adempiere in relazione alla promozione, alla vendita o alla fornitura ai consumatori di prodotti i cui proventi siano in parte destinati a soggetti meritori, individua tra essi alcuni soggetti indicati nella normativa fiscale. Si tratta, più ampiamente, di soggetti che perseguono finalità di interesse generale o utilità sociale e che operano principalmente nei seguenti settori: cooperazione internazionale e aiuto umanitario; istruzione, ricerca scientifica e cultura; tutela dell'ambiente e del patrimonio artistico-culturale; assistenza sociale e sanitaria; promozione dei diritti e valori civili; culto e attività religiose.
Sono escluse dall'ambito di applicazione della legge in esame la promozione, la vendita o la fornitura di prodotti ai consumatori da parte degli enti non commerciali che non siano partecipati direttamente o indirettamente da produttori o professionisti.
Sono inoltre fatte salve le disposizioni in materia di raccolta di fondi previste dal codice del Terzo settore, nonché le disposizioni sulle raccolte svolte dagli enti appartenenti alle confessioni religiose che hanno stipulato patti, accordi o intese con lo Stato.
Un emendamento approvato nel corso dell'esame in sede referente ha precisato che, ai fini della presente legge, la nozione di professionista debba riferirsi sia al venditore dei prodotti, sia al soggetto che ne promuove l'acquisto.
L'articolo 2 reca disposizioni atte a consentire l'adeguata informazione dei consumatori in merito alla destinazione a fini solidaristici dei proventi della vendita di un prodotto. Più specificatamente, dispone che i consumatori hanno diritto di ricevere un'adeguata informazione in merito alla destinazione dei proventi della vendita di un prodotto nei casi in cui una quota del ricavato sia devoluta ai soggetti indicati nell'articolo 1, comma 1. A tal fine, si prevede che i produttori e i professionisti debbano riportare sulle confezioni dei prodotti, oltre alle informazioni riguardanti il prezzo, anche le seguenti indicazioni: il soggetto destinatario di parte dei proventi; le finalità per cui sarà impiegata la parte dei proventi destinata ai soggetti destinatari; le quote in percentuale del prezzo di vendita o l'importo per ogni unità di prodotto, che saranno devoluti ai soggetti destinatari. Tali informazioni possono essere fornite anche tramite l'apposizione sulla confezione di una targhetta cartacea o adesiva che, con adeguata evidenza grafica, fornisca le indicazioni con chiarezza e semplicità.
Nel corso dell'esame in sede referente, la X Commissione ha approvato una proposta emendativa volta a consentire l'assolvimento di tali obblighi anche tramite la presenza nei punti vendita di appositi materiali informativi.
La proposta precisa che le suddette informazioni devono essere fornite dai produttori e dai professionisti anche nelle comunicazioni commerciali, compresa la pubblicità del prodotto. Allo stesso obbligo sono tenuti i soggetti che svolgono attività di pubblicità del prodotto. Un emendamento approvato in sede referente ha precisato che tale obbligo è riferito sia all'attività pubblicitaria svolta nella forma tradizionale, sia in quella effettuata nella forma di di influenza.
L'articolo 3 dispone che il produttore o il professionista adempia a precisi obblighi di comunicazione all'Autorità garante della concorrenza e del mercato almeno 15 giorni prima di porre in vendita i prodotti i cui proventi saranno destinati ai soggetti di cui all'articolo 1.
L'articolo 4 detta la disciplina di controlli e sanzioni, stabilendo che, nel caso di violazione degli obblighi previsti dalla legge in esame, la competenza a irrogare sanzioni appartiene all'Agcom. In particolare, si prevede che, nel caso di violazione delle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3, venga applicata la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da 5.000 a 50.000 euro, salvo che il fatto costituisca reato o una pratica commerciale scorretta. Si prevede, inoltre, che i provvedimenti sanzionatori adottati dall'Agcom siano pubblicati nell'apposito bollettino settimanale. È altresì prevista la possibilità che l'Agcom imponga al produttore o al professionista destinatario della sanzione la pubblicazione, a sue spese, della sanzione nel proprio sito Internet, sui giornali quotidiani, sulle proprie reti sociali o telematiche, ovvero mediante ogni altro mezzo idoneo a garantire una completa informazione per i consumatori. In caso di inottemperanza dell'obbligo di pubblicazione, il destinatario è soggetto a una sanzione amministrativa pecuniaria da 5.000 a 50.000 euro.
L'articolo 5, nel dettare la disciplina transitoria, precisa che la suddetta normativa non si applica alle attività di promozione, vendita e fornitura di prodotti in corso alla data di entrata in vigore della stessa. L'articolo 6 riporta la clausola di invarianza finanziaria, disponendo che dall'attuazione della legge in esame non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica e che l'Agcom assolve alle attività previste con le risorse disponibili a legislazione vigente.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo.
FAUSTA BERGAMOTTO,. No, grazie.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Alberto Pandolfo. Ne ha facoltà.
ALBERTO PANDOLFO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Ci troviamo oggi a discutere su un provvedimento che nasce da uno scandalo, ma, se lo sappiamo leggere bene, interpella qualcosa di molto più profondo: la capacità del legislatore italiano di stare al passo con i mutamenti del mercato e soprattutto di proteggere davvero i cittadini nel loro ruolo di consumatore.
Negli ultimi anni, abbiamo assistito alla nascita e all'esplosione di un fenomeno di portata economica e culturale molto rilevante: l', una forma di comunicazione commerciale che si è insinuata nei meccanismi della fiducia sociale, che parla ai più giovani e alle famiglie attraverso volti riconoscibili e che muove nel nostro Paese centinaia di milioni di euro all'anno.
Secondo i dati del servizio studi, al 31 dicembre 2024 risultano attive nel settore oltre 15.000 imprese, riconducibili alla comunicazione pubblicitaria e ai servizi di , di cui circa 4.000 sono a conduzione femminile. Un comparto consistente e vitale che merita di avere regole chiare non per limitarlo, ma per farlo crescere su basi sane e solide.
In questo comparto si è sviluppata in modo più o meno sistematico una pratica, che è quella di abbinare alla vendita di un prodotto la promessa di una donazione in favore di cause benefiche o di enti del Terzo settore e qui sta la delicatezza. In sé questo dato ovviamente non è negativo, anzi il solidale può essere uno strumento potente di raccolta fondi e di sensibilizzazione; però il problema nasce quando la promessa non viene mantenuta, quando il beneficiario è indefinito, quando la quota destinata non viene mai esplicitata e quando la donazione diventa solo un espediente per vendere di più. E questo è il meccanismo distorsivo che ha reso necessario l'intervento normativo oggi in discussione.
Prima di entrare nel merito del testo, è utile collocare questo provvedimento anche nel contesto europeo in cui si iscrive. L'Unione europea ha costruito negli ultimi anni un'architettura normativa ambiziosa per la tutela dei consumatori nel mercato digitale: il che ha introdotto gli obblighi di trasparenza per le grandi piattaforme; la direttiva 2005/29/UE che vieta le pratiche commerciali sleali e il regolamento (UE) 2023/988 che presidia la sicurezza dei prodotti. Si tratta di un insieme normativo robusto che l'Italia è tenuta ad applicare e rispettare. Tuttavia - e questo è il punto rilevante - a livello europeo non esiste ancora una disciplina armonizzata che regoli specificatamente la commistione tra la promozione commerciale e le promesse solidaristiche; è un vuoto che l'Europa non ha ancora colmato e che lascia agli Stati membri uno spazio legittimo di intervento, uno spazio che il nostro Paese ha il dovere di occupare.
Vengo allora al contenuto del testo. Il disegno di legge introduce obblighi di trasparenza puntuali a carico di chi promuove iniziative commerciali che prevedano la destinazione di una quota del prezzo di vendita a soggetti terzi, in particolare a enti del Terzo settore o a soggetti analoghi operanti all'estero.
In concreto chi propone al consumatore di acquistare un prodotto in cambio di una promessa di donazione è tenuto a indicare il beneficiario della donazione, la finalità dell'iniziativa e la quota del prezzo, che sarà effettivamente destinata. Tutto ciò è di fatto una precondizione minima perché un consumatore possa fare una scelta davvero informata.
Sul versante delle garanzie, il provvedimento attribuisce all'Autorità garante della concorrenza e del mercato poteri sanzionatori specifici per le violazioni di questi obblighi e introduce, con la norma del , un obbligo di rendicontazione : entro tre mesi dalla scadenza dell'iniziativa, il promotore è tenuto a riferire all'autorità l'effettiva destinazione delle somme promesse. Queste sono le fondamenta di fatto del provvedimento e sono fondamenta che il Partito Democratico riconosce come corrette, coerenti con i principi che abbiamo sempre sostenuto di più trasparenza, più tutela per il consumatore, soprattutto più dignità per gli enti del Terzo settore che rischiano di essere strumentalizzati ai fini commerciali. Il nostro gruppo non è arrivato alla discussione di oggi come spettatore. Abbiamo lavorato in sede referente con serietà e con la volontà di migliorare questo testo.
Tra i contributi che siamo riusciti a ottenere c'è quello che poco fa il relatore Caramanna evidenziava, l'emendamento a prima firma del collega Merola che è stato accolto - seppur riformulato nell'esame in Commissione - e che introduce una maggiore flessibilità nella modalità di informazione al consumatore. Di fatto, le indicazioni obbligatorie non devono per forza essere apposte sulle singole confezioni del prodotto, ma possono essere veicolate anche attraverso materiali presenti nei punti vendita con cartellonistica, espositori, materiali informativi in loco. Qualcuno potrebbe interpretare questa come una modifica che riguarda un indebolimento degli obblighi informativi, invece è il contrario, non è così. Si tratta di un'integrazione di merito importante, che rende la norma di fatto più praticabile per le imprese, specialmente per quelle di minori dimensioni che avrebbero difficoltà tecniche e costi elevati per modificare le confezioni di ogni singolo prodotto. E in molti contesti, come sappiamo, la comunicazione nel punto vendita è quella che raggiunge efficacemente ed effettivamente il consumatore nel momento decisivo della scelta dell'acquisto. Dunque, più praticabilità per le imprese, stessa sostanza per i consumatori. È questo il senso dell'emendamento Merola e siamo soddisfatti che sia entrato nel testo.
Detto questo, Presidente, pur riconoscendo il valore, come Partito Democratico non possiamo non evidenziare che il provvedimento fa meno di quanto potesse fare. In un momento in cui il mercato digitale richiedeva una risposta effettivamente all'altezza, ci sono tre ragioni di merito che voglio evidenziare che manifestano alcune debolezze.
La prima riguarda l'apparato sanzionatorio. Le sanzioni amministrative previste che vanno da 5.000 a 50.000 euro restano su valori che rischiano di essere poca cosa per i grandi operatori del mercato che vi operano. Un con milioni di , una piattaforma con fatturato di decine di milioni: per questi soggetti una sanzione da 50.000 euro è un costo di gestione, non un deterrente reale. Peraltro, è la relazione tecnica allegata stessa al disegno di legge che ammette candidamente che i proventi derivanti dall'irrogazione delle sanzioni rappresentano - e cito - “nuove entrate di carattere eventuale, il cui ammontare è di difficile quantificazione”. Ecco, questa è una ammissione che dice molto sull'incertezza applicativa dello strumento sanzionatori; un meccanismo davvero efficace dovrebbe essere proporzionato alla dimensione dell'operatore e al danno arrecato, ma non è questo il caso. Va riconosciuto in senso positivo che il 50 per cento dei proventi sanzionatori confluisce in un fondo del MIMIT per iniziative a vantaggio dei consumatori, un fondo che ammonta a 45 milioni di euro nel triennio 2024-2026. È uno strumento utile, ma non può compensare la debolezza strutturale dell'impianto sanzionatorio principale.
La seconda ragione attiene alla tutela del Terzo settore. Il provvedimento individua correttamente i soggetti beneficiari, ricomprendendo gli enti del Terzo settore ai sensi del relativo codice e i soggetti analoghi operanti all'estero. È giusto, ma sarebbe stato opportuno andare oltre e prevedere meccanismi di verifica sull'effettivo versamento delle somme promesse che siano più stringenti, con cadenze periodiche durante lo svolgimento dell'iniziativa, non solo a scadenza. Ecco la norma sul all'autorità entro tre mesi dalla scadenza è un passo avanti, ma la tutela del consumatore si misura anche sulla possibilità di un controllo , non soltanto a iniziativa conclusa, ma anche nel percorso di essa. Ecco, cosa accade se durante un'iniziativa che dura sei mesi emerge che le somme non vengono accantonate? Il provvedimento non risponde a questa domanda, che è centrale anche rispetto ai fatti che sono già avvenuti.
La terza ragione, forse quella più politicamente rilevante, riguarda l'. Questo provvedimento nasce storicamente e politicamente da uno scandalo che ha riguardato proprio gli , figure con profili di grandissima portata capaci di raggiungere milioni di persone in pochi secondi che, magari, hanno promesso donazioni senza mantenerle. Era questa la ferita da sanare, eppure il testo finale non affronta in modo mirato le peculiarità della promozione commerciale affidata a questi soggetti. Il quadro normativo che emerge si applica alle comunicazioni commerciali in senso ampio, ma non introduce norme specifiche per un settore in cui la confusione tra contenuto promozionale e contenuto solidaristico è più sistematica, più pervasiva e più difficile da presidiare.
Ecco, il Governo ha scelto di intervenire solo dopo uno scandalo mediatico con uno strumento costruito sull'urgenza, più che sulla visione. Ha lasciato fuori, infatti, una disciplina organica sull', ha rinunciato a rafforzare davvero i poteri di controllo dell'AGCM e ha disegnato un apparato sanzionatorio che la stessa relazione tecnica, come citavo prima, definisce di difficile quantificazione. Ecco Presidente, la qualità di una norma non si misura soltanto sul testo che approviamo in quest'Aula, si misura anche, e forse soprattutto, su quello che accade dopo la sua entrata in vigore.
L'AGCM, con questa legge, riceve un mandato preciso. L'attesa è che quel mandato venga esercitato con il massimo rigore, che le sanzioni, per quanto insufficienti, siano applicate con tempestività e proporzionalità, che l'attività di monitoraggio sia proattiva, non limitata alle segnalazioni che arrivano dall'esterno. E laddove la legge lascia spazi di discrezionalità interpretativa, ci aspettiamo che l'AGCM li usi in favore della trasparenza e, soprattutto, della tutela dei consumatori. Ci aspettiamo anche che il Governo valuti, in sede di decretazione attuativa e nei lavori parlamentari prossimi, di colmare i vuoti che questo provvedimento lascia aperti. In particolare, auspichiamo che si apra un confronto specifico sull'. È il punto politico più scoperto, è un ambito che richiede una disciplina elaborata con il contributo di tutti i soggetti interessati: le imprese, le piattaforme, le organizzazioni dei consumatori e gli enti del Terzo settore.
Presidente, il provvedimento all'esame oggi è l'esempio - non è il primo e non sarà l'ultimo - di come la politica tenda a legiferare in risposta agli scandali, piuttosto che in anticipo su di essi. Lo scandalo degli ha fatto notizia, ha mobilitato l'opinione pubblica e, finalmente, ha prodotto una legge. Ma le leggi fatte sull'onda emotiva ed emergenziale raramente sono le migliori. Come gruppo del Partito Democratico, crediamo che questa sia un'occasione mancata, perché la difesa dei consumatori e la promozione del Terzo settore sono valori che meritano una visione di lungo periodo.
Crediamo altresì che il mercato digitale, in particolare, con la sua velocità, la sua pervasività, la sua capacità di raggiungere direttamente le persone nelle loro case richieda un legislatore capace di anticipare le dinamiche e non di rincorrerle .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, per una precisazione, il relatore, onorevole Caramanna. Ne ha facoltà.
GIANLUCA CARAMANNA, Grazie, Presidente. Soltanto per precisare che poc'anzi, durante la relazione, ho erroneamente detto Agcom. Era AGCM. Quindi ci tenevo a precisarlo, era un errore di lettura…
PRESIDENTE. Ah, va bene, ok.
GIANLUCA CARAMANNA, …però mi sembrava corretto…
PRESIDENTE. Ha fatto bene.
GIANLUCA CARAMANNA, …fare la precisazione.
PRESIDENTE. Ha fatto bene. La ringrazio, così lasciamo agli atti questa correzione.
È iscritto a parlare l'onorevole Amich. Ne ha facoltà.
ENZO AMICH(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario Bergamotto, onorevoli colleghi, il provvedimento che oggi sottoponiamo all'attenzione dell'Assemblea affronta un tema che tocca una dimensione molto ampia e profondamente attuale: il rapporto tra mercato, comunicazione e fiducia. Si tratta dell'A.C. 1704-A, recante disposizioni in materia di destinazione di proventi derivanti dalla vendita di prodotti.
Viviamo in un contesto economico e sociale in cui le scelte di consumo non sono più determinate esclusivamente dal prezzo o dalla qualità del prodotto. Sempre più spesso esse sono orientate anche da fattori immateriali: valori, reputazione, responsabilità sociale, impatto ambientale.
In questo scenario, si è sviluppato con forza il fenomeno delle iniziative commerciali che associano la vendita di beni a finalità solidaristiche, prodotti il cui acquisto promette di contribuire a sostenere la ricerca, la cultura, l'ambiente, l'assistenza sociale.
È un fenomeno che, nella sua essenza, merita ovviamente attenzione e rispetto perché mobilita risorse, sensibilizza i cittadini, crea connessione tra impresa e società e spesso rappresenta una leva importante per sostenere attività di interesse generale. Ma proprio per questo motivo, proprio perché si fonda sulla fiducia, esso richiede regole chiare. Quando un cittadino acquista un prodotto convinto di contribuire a una causa non sta compiendo un gesto neutro, sta esercitando una forma di partecipazione, sta aderendo a un messaggio, sta compiendo una scelta che ha anche una dimensione etica.
E, allora, la domanda è semplice: quella fiducia è sempre ben riposta? Beh, non sempre, come abbiamo visto da alcuni casi, diciamo così, resi noti. Negli ultimi anni abbiamo assistito a campagne in cui il collegamento tra acquisto e finalità benefiche è risultato opaco, generico, talvolta ambiguo. In alcuni casi, il contributo effettivamente destinato è stato marginale rispetto al prezzo del prodotto, in altri le informazioni erano difficili da reperire o formulate in modo tale da non essere immediatamente comprensibili. Non si tratta di demonizzare un fenomeno, anzi, ma di prenderne atto con realismo. Ed è esattamente qui che si colloca il senso di questo disegno di legge: non limitare, ma qualificare; non scoraggiare iniziative solidali, ma renderle più credibili, più trasparenti, più verificabili, in sostanza più giuste.
Prima di entrare nel merito puntuale della disposizione, ritengo doveroso richiamare il lavoro svolto in sede referente, che ha contribuito in modo significativo a migliorare e a rendere più equilibrato il testo oggi all'esame dell'Assemblea. Il confronto in Commissione è stato serio e approfondito. Nonostante le parole del mio collega del Partito Democratico, è stato un lavoro estremamente propositivo e si è sviluppato lungo due direttrici principali: da un lato, la necessità di rafforzare gli strumenti di trasparenza e tutela del consumatore, dall'altro, l'esigenza di evitare effetti distorsivi o eccessivamente gravosi per il sistema produttivo, in particolare per le piccole e medie imprese. L'attività emendativa ha consentito di raggiungere un punto di equilibrio più avanzato. Penso, in particolare, alle modifiche introdotte in materia di modalità di informazione al consumatore, che hanno reso più flessibile l'adempimento degli obblighi, consentendo l'utilizzo di strumenti alternativi rispetto alla sola etichettatura, purché sia garantita la chiarezza e l'immediatezza dell'informazione. Allo stesso modo, sono stati precisati alcuni profili applicativi rilevanti, come l'estensione degli obblighi anche ai soggetti che promuovono i prodotti e alle forme più innovative di comunicazione commerciale, incluse quelle digitali.
Si tratta di interventi che non alterano l'impianto del provvedimento, ma ne rafforzano l'efficacia e la sostenibilità, rendendolo più aderente alla realtà dei mercati contemporanei. Desidero, quindi, sottolineare come il testo che oggi discutiamo sia il risultato di un lavoro parlamentare concreto, che ha visto il contributo di sensibilità diverse convergere su un obiettivo condiviso: migliorare la qualità della regolazione senza appesantire inutilmente.
Onorevoli colleghi, entrando nel merito del provvedimento, il primo elemento qualificante riguarda l'ambito di applicazione. Il disegno di legge individua con precisione i soggetti che possono beneficiare della destinazione di una quota dei proventi. Stiamo parlando, come ricordava prima il relatore Caramanna, del Terzo settore: organizzazioni impegnate nella ricerca, nella cultura, nella tutela ambientale, nell'assistenza sociale, nella cooperazione internazionale. Si tratta, dunque, di soggetti che perseguono finalità di interesse generale, ed è importante che questo perimetro sia definito con chiarezza per evitare ambiguità e possibili utilizzi distorti dello strumento. Allo stesso tempo, il testo esclude opportunamente dall'ambito di applicazione alcune fattispecie, come le attività proprie degli enti non commerciali, non partecipate dagli operatori economici, salvaguardando così le forme genuine di raccolta fondi.
Il secondo pilastro della riforma riguarda il diritto all'informazione. Viene affermato un principio che dovrebbe apparire ovvio, ma che, nella pratica, non lo è sempre stato: il consumatore ha diritto di sapere con chiarezza come e in che misura il suo acquisto contribuisce a una finalità solidale. Questo principio si traduce in tre obblighi semplici, ma estremamente fondamentali: l'indicazione del soggetto destinatario, la descrizione della finalità perseguita e la quantificazione della quota devoluta in percentuale e in valore assoluto. Tre informazioni, appunto, semplici, ma estremamente decisive, perché fanno la differenza tra una comunicazione suggestiva e una comunicazione trasparente, tra un messaggio evocativo e un'informazione verificabile.
E qui stanno i punti di forza del provvedimento stesso. La concretezza: non si parla genericamente di trasparenza, ma si individuano elementi precisi, misurabili, controllabili. Allo stesso tempo, il legislatore ha scelto una strada di equilibrio sul piano delle modalità attuative. Le informazioni potranno essere rese non solo sulle confezioni, ma anche attraverso altri strumenti - materiali nei punti vendita e supporti informativi -, purché siano garantite chiarezza, semplicità e adeguata evidenza. È una scelta che tiene conto delle esigenze delle imprese, in particolare delle piccole e medie imprese, evitando di imporre rigidità eccessive e costi sproporzionati.
Ma vi è un passaggio che merita assolutamente particolare attenzione: quello relativo alle comunicazioni commerciali. Il provvedimento stabilisce che gli stessi obblighi informativi si applicano anche sulla pubblicità, in tutte le sue forme, ed è questo un punto decisivo, perché oggi la comunicazione non passa più soltanto attraverso canali tradizionali, ma si sviluppa sempre più attraverso piattaforme digitali, , contenuti diffusi da soggetti che hanno un impatto significativo sulle scelte dei consumatori. Penso, in particolare - lo abbiamo sentito citare prima - all', un fenomeno che ha trasformato profondamente il modo in cui i prodotti vengono promossi e percepiti, ed è evidente che, in questo contesto, la trasparenza non può fermarsi ovviamente ed esclusivamente all'etichetta, ma deve accompagnare l'intero processo comunicativo. Se un prodotto viene promosso come solidale, questa informazione deve essere chiara anche nel messaggio pubblicitario, anche nel contenuto digitale, anche nel linguaggio utilizzato da chi lo promuove. Diversamente, si rischia di creare una frattura tra ciò che viene suggerito al consumatore e ciò che effettivamente avviene.
Accanto agli obblighi informativi, il provvedimento introduce un sistema di responsabilizzazione che merita di essere sottolineato. Da un lato, vi è l'obbligo di comunicazione preventiva all'Autorità garante della concorrenza e del mercato - prima della commercializzazione, devono essere indicati i contenuti dell'iniziativa e i tempi di destinazione dei proventi -, dall'altro, vi è un obbligo successivo, ossia quello di attestare l'effettivo versamento delle somme. Questo doppio livello di controllo, ed , rappresenta un elemento di innovazione importante, perché non ci si limita a intervenire quando il problema si è già manifestato, quando si crea il caso, ma si costruisce un meccanismo che incentiva comportamenti corretti fin dall'inizio e consente di verificarli nel tempo. È un passaggio da una logica puramente sanzionatoria a una logica di responsabilità e tracciabilità.
Sul piano dei controlli, il ruolo è affidato all'Autorità garante della concorrenza e del mercato che, già oggi, svolge funzioni fondamentali nella tutela dei consumatori. Le sanzioni previste sono proporzionate e accompagnate da strumenti di pubblicità dei provvedimenti, che rappresentano un ulteriore elemento di deterrenza. È importante sottolineare che il provvedimento non comporta nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, inserendosi nel perimetro delle competenze già esistenti.
Al di là degli aspetti tecnici che abbiamo appena ricordato, credo sia utile soffermarsi sul significato più ampio di questa iniziativa: questa non è soltanto una norma sulla trasparenza, è una norma sulla qualità del rapporto tra cittadini e mercato. In un tempo in cui la comunicazione è sempre più pervasiva, in cui i messaggi sono spesso costruiti per orientare emozioni, oltre che decisioni, il rischio di ambiguità aumenta e, quando entra in gioco la solidarietà, quel rischio diventa ancora più delicato, perché si tocca una dimensione che non è solo economica, ma anche morale. Se la solidarietà viene utilizzata come leva commerciale, senza adeguata chiarezza, il danno non è soltanto per il consumatore, è anche per la credibilità della stessa iniziativa solidale. È un danno di sistema. Al contrario, garantire trasparenza significa rafforzare quel circuito virtuoso in cui il consumatore è consapevole, l'impresa è responsabile e il soggetto beneficiario è realmente sostenuto. Significa, in definitiva, costruire un mercato più maturo.
C'è, poi, un ulteriore profilo che merita attenzione: quello europeo. Il tema della correttezza delle pratiche commerciali, della trasparenza, dell'informazione e della tutela dei consumatori nei contesti digitali è oggi al centro dell'agenda europea. Questo provvedimento si muove in coerenza con quel percorso; non introduce elementi di rottura, ma contribuisce a rafforzare un orientamento già consolidato, quello secondo cui la libertà di mercato deve accompagnarsi a regole chiare, soprattutto quando in gioco vi è la fiducia dei cittadini.
Le norme migliori sono quelle che non si limitano a reprimere comportamenti scorretti, ma che contribuiscono a creare condizioni di correttezza diffusa. Questo disegno di legge va in quella direzione: non vieta, non ostacola, non appesantisce inutilmente, chiede semplicemente chiarezza. Chiede che, quando si parla di solidarietà, lo si faccia con precisione, con trasparenza, con rispetto per chi ascolta e chi contribuisce. È una richiesta ragionevole ed è anche una scelta di serietà, perché la fiducia è un bene fragile, si costruisce lentamente e si può perdere, assolutamente, in maniera molto veloce.
Ecco perché interventi come questo sono importanti: perché rafforzano la fiducia, perché tutelano i cittadini, perché valorizzano le imprese corrette, perché danno maggiore credibilità alle iniziative che meritano davvero di essere sostenute. Per queste ragioni, auspico che l'Assemblea voglia esaminare e approvare, con convinzione, questo provvedimento .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Ferrara. Ne ha facoltà.
ANTONIO FERRARA(M5S). Grazie, Presidente. Colleghi, colleghe, il provvedimento che oggi esaminiamo, interviene su un tema reale, concreto e anche delicato: la trasparenza verso i consumatori nei casi in cui la vendita di un prodotto venga collegata a finalità solidaristica o benefica. È un tema serio perché, quando si richiama la solidarietà, quando si evoca una causa benefica, quando si fa leva sulla fiducia e sulla sensibilità dei cittadini, allora, il dovere della chiarezza deve essere ancora più forte.
Il consumatore deve sapere con precisione chi riceve i fondi, per quale finalità e in quale misura. Da questo punto di vista, l'obiettivo dichiarato della legge è condivisibile: rafforzare la trasparenza e prevenire i messaggi ambigui o fuorvianti lo consideriamo giusto, ed è giusto anche che gli obblighi informativi non riguardino soltanto chi vende, ma anche chi promuove l'acquisto, compreso il contesto dell' che oggi ha un impatto sempre più rilevante sulle scelte dei consumatori.
Noi del MoVimento 5 Stelle riteniamo che la tutela del consumatore non sia un dettaglio secondario, ma un elemento essenziale di correttezza del mercato, e riteniamo anche che la solidarietà non possa mai diventare una specie di leva commerciale da usare in modo opaco o ambiguo. Proprio per questo, però, crediamo che una legge come questa vada valutata non per il titolo, non per l'effetto mediatico, ma per la sua effettiva capacità di migliorare il quadro normativo, e qui appaiono alcuni limiti. Questi limiti non li possiamo ignorare.
Il primo limite è che il nostro ordinamento già dispone di strumenti importanti contro le pratiche commerciali scorrette. Questo significa che il principio da cui muove il testo non nasce nel vuoto; esiste già una disciplina che consente di intervenire quando il consumatore viene ingannato o indotto in errore da campagne commerciali costruite in modo scorretto. Per questo, il punto non è semplicemente dire che finalmente si interviene. Il punto è capire se si sta intervenendo in modo davvero utile, coerente e proporzionato, oppure se si sta aggiungendo un ulteriore livello di adempimenti, senza sciogliere il fondo con il rapporto della normativa già esistente.
Il secondo limite riguarda proprio la proporzionalità, perché l'esigenza della trasparenza è sacrosanta, ma va accompagnata a una disciplina equilibrata che distingua tra situazioni diverse e che eviti di produrre un carico burocratico eccessivo. Non tutte le iniziative sono uguali. Non è uguale una grande operazione commerciale nazionale e una realtà molto più piccola che va a contribuire a questa visualizzazione. Non è uguale una campagna costruita da grandi operatori del mercato e un'iniziativa che coinvolge soggetti che già operano con finalità sociali e con propri obblighi di rendicontazione.
Una buona legge dovrebbe tener conto di queste differenze e costruire regole chiare, sì, ma anche proporzionate. Un terzo elemento di criticità è che il testo, pur essendo stato corretto in Commissione, lascia ancora alcuni aspetti aperti. Penso, ad esempio, al coordinamento con la disciplina generale già vigente, e anche alla scelta di rinviare a successivi decreti aspetti rilevanti, come la destinazione di una quota dei proventi derivanti dalle sanzioni.
Anche su questo serve maggiore chiarezza, perché, quando si approva una norma, soprattutto su temi che toccano la fiducia tra cittadini, imprese e finalità solidaristiche, è bene evitare queste zone grigie, rinvii indefiniti o margini di incertezza applicativa. Detto questo, va anche riconosciuto che, durante l'esame in Commissione, sono stati introdotti alcuni correttivi utili. L'estensione della nozione di professionalità anche a chi promuove l'acquisto va giusto nella direzione corretta, così come è positiva l'apertura a modalità di alternative informazioni, non limitate rigidamente alla confezione del prodotto, anche per evitare profili di sproporzione già emersi in altri casi a livello europeo.
Questi miglioramenti rendono il testo meno rigido rispetto alla sua formulazione iniziale, ma non cancellano del tutto le criticità di fondo. Noi del MoVimento 5 Stelle crediamo che su questi temi serva una linea chiara. Trasparenza sì, ma trasparenza vera; regole scritte bene, ma tutela del consumatore sì, senza sovrapposizioni inutili e senza costruire norme più simboliche che risolutive, perché il rischio, altrimenti, è quello di intervenire più sull'onda del caso mediatico che sulla visione davvero organica del problema.
Invece, qui servirebbe uno sguardo più ampio sul rapporto tra commercio e beneficenza, sulla pubblicità digitale, sulla responsabilità di chi promuove prodotti sulla chiarezza delle campagne rivolte ai consumatori. La materia meritava, forse, un intervento ancora più organico e meglio coordinato con l'evoluzione del mercato e degli strumenti pubblicitari, così come al momento il testo contiene elementi condivisibili, ma anche limiti evidenti. Per questo, il nostro giudizio non può essere né una chiusura pregiudiziale, né un'adesione convinta.
Sarebbe sbagliato respingere in blocco una norma che affronta un problema reale, ma sarebbe altrettanto sbagliato presentarla come una soluzione pienamente soddisfacente o come una riforma compiuta. Noi continueremo a difendere un principio molto semplice: quando si parla di consumatori, di correttezza del mercato e di iniziative che richiamano finalità solidaristiche, la fiducia dei cittadini va tutelata fino in fondo, e per questo servono norme serie, equilibrate, applicabili e realmente efficaci. È su questo terreno che misuriamo il valore delle leggi, non sulla loro etichetta, ma sulla loro sostanza
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto di istruzione secondaria superiore “Petruccelli-Parisi” di Moliterno, in provincia di Potenza, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Benvenuti a Montecitorio, grazie di essere qui .
PRESIDENTE. Prendo atto che il relatore e la rappresentante del Governo non intendono replicare.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2809-A: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, recante misure urgenti per la riduzione del costo dell'energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie, nonché disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La X Commissione (Attività produttive) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, l'onorevole Riccardo Zucconi.
RICCARDO ZUCCONI,. Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Governo, oggi avviamo la discussione in Aula del disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 21 del 2026, recante misure urgenti per la riduzione del costo dell'energia, per la competitività delle imprese e la decarbonizzazione delle industrie, per la risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e l'integrazione dei nel sistema elettrico.
Ricordo che il decreto-legge è stato pubblicato in il 20 febbraio. L'esame in Commissione è iniziato il 24 e si è concluso, dopo un intenso ciclo di audizioni e l'esame delle numerose proposte emendative, il 27 marzo. Prima di procedere all'esame dell'articolato, desidero esprimere un sentito ringraziamento ai membri della X Commissione per l'abnegazione dimostrata in una congiuntura politica di estrema criticità. I lavori si sono svolti, infatti, sotto la cappa delle preoccupanti notizie provenienti dal Medio Oriente. Lo scorso 28 febbraio, a una settimana esatta dalla pubblicazione del decreto in , l'inasprimento delle tensioni in Medio Oriente è sfociato, infatti, in quello che la dottrina già definisce come il “Terzo conflitto del Golfo”.
L'instabilità di un quadrante così strategico per gli equilibri energetici globali ha inevitabilmente pesato sull'attività emendativa, imponendo tra l'altro un ampliamento del perimetro d'azione delle misure inizialmente previste. Infatti, il testo iniziale del decreto-legge constava di 12 articoli. A seguito delle modifiche apportate in sede referente, sono stati approvati 8 articoli aggiuntivi, così come diversi commi aggiuntivi rispetto agli articoli del testo iniziale. In sintesi, il Capo I del provvedimento è dedicato alle misure in materia di energia elettrica e si compone di 16 articoli. Nello specifico, l'articolo 1 introduce per il 2026 un contributo straordinario del valore di 115 euro ai titolari del sociale per la fornitura di energia elettrica. Prevede, inoltre, un contributo che i venditori di energia elettrica possono volontariamente riconoscere per il 2026 e per il 2027 in favore dei clienti domestici non titolari di sociale e con un ISEE annuale non superiore ai 25.000 euro.
Nel corso dell'esame in sede referente è stata approvata una modifica al codice del consumo al fine di contrastare le sollecitazioni commerciali telefoniche non richieste, il cosiddetto selvaggio. In particolare, è stato disposto un divieto generale di tali comunicazioni e sollecitazioni verso i consumatori, specificando che i contatti telefonici debbano essere effettuati da un numero che identifichi univocamente il professionista e disciplinando la segnalazione al Garante per la e all'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni delle chiamate effettuate in violazione della nuova disciplina. Mi permetto di rivolgere, quindi, un ringraziamento ai colleghi della Commissione per aver condiviso e approvato l'emendamento presentato dal sottoscritto e dal collega Toccalini, in qualità di relatori, volto a contrastare il fenomeno del cosiddetto selvaggio. In una fase di contrazione del potere di acquisto delle famiglie abbiamo ritenuto doveroso offrire un segnale tangibile di tutela contro pratiche commerciali aggressive e non sollecitate.
Vediamo ora gli emendamenti aggiuntivi all'articolo 1. L'articolo 1-introdotto appunto in sede referente, riconosce alle famiglie economicamente svantaggiate, già titolari del elettrico, anche il diritto alla compensazione della spesa sostenuta per la fornitura del teleriscaldamento.
L'articolo 1- impone alla società di vendita di energia di indicare nelle bollette elettroniche l'identità dell'intermediario attraverso il quale è stato stipulato il contratto di fornitura, specificando che il dato è reso accessibile esclusivamente al venditore che emette la fattura all'utente finale.
L'articolo 1- introduce e disciplina in capo agli operatori dei settori dell'energia elettrica, del gas naturale e delle telecomunicazioni, la responsabilità per la correttezza, la trasparenza e l'adeguatezza delle attività di consulenza e delle proposte contrattuali rivolte ai clienti finali.
L'articolo 1- conferisce all'ARERA il compito di stabilire in che modo i venditori al dettaglio di energia elettrica e di gas naturale dovranno comunicarle i dati relativi ai propri margini di profitto, la frequenza della rendicontazione, quali sono i soggetti obbligati e le eventuali soglie dimensionali.
L'articolo 1- dispone che i dati raccolti tramite il Sistema informativo integrato durante il progetto di cambio fornitore, il cosiddetto, possano essere utilizzati solamente per scopi tecnici connessi al medesimo processo di cambio.
L'articolo 2, invece, introduce un meccanismo per ridurre il costo delle bollette elettriche e delle utenze non domestiche, attraverso una ristrutturazione degli incentivi del conto energia per gli impianti fotovoltaici con potenza superiore ai 20 kilowatt. In particolare, si prevede che i titolari di impianti fotovoltaici con potenza superiore a 20 kilowatt, che beneficiano di incentivi disposti dai quattro meccanismi del conto energia con scadenza nel 2029, possono scegliere volontariamente di ridurre del 15 o 30 per cento i premi tariffari previsti tra il 2026 e il 2027 in cambio di un'estensione della convenzione rispettivamente di 3 o 6 mesi.
Si prevede, inoltre, la possibilità per i predetti soggetti di optare per l'uscita anticipata dal sistema di incentivazione del conto energia a partire dal 2028 in cambio di un corrispettivo. L'erogazione di tale corrispettivo è subordinata all'obbligo di rifacimento integrale degli impianti fotovoltaici. A tal fine, si introduce nel testo unico sulle FER una disposizione volta a favorire il rifacimento degli impianti fotovoltaici in aree industriali. Questa è una norma che, secondo me, riveste un'importanza assoluta. ARERA dovrà definire delle modalità con cui, alla luce delle predette misure, sarà ridotta la componente della bolletta elettrica relativa agli oneri generali di sistema per il sostegno delle energie rinnovabili, la cosiddetta componente Asos, in favore di alcune categorie di utenze non domestiche.
L'articolo 3 dispone l'incremento di 2 punti percentuali dell'aliquota IRAP applicabile dai soggetti operanti nel comparto energetico per i periodi d'imposta 2026-2027. Le risorse derivanti dall'applicazione di tale incremento dell'IRAP vengono destinate ancora alla riduzione della predetta componente della bolletta elettrica Asos in favore di determinate categorie di utenze non domestiche. L'articolo 3-, ancora aggiunto in sede referente, proroga di 1 anno il regime regolatorio speciale applicabile a specifiche cooperative elettriche operanti nelle province autonome di Trento e di Bolzano.
L'articolo 4, modificato nel corso dell'esame in Commissione, introduce un insieme di misure volte a favorire, soprattutto per le piccole e medie imprese, la stipula di contratti di compravendita di energia rinnovabile a lungo termine, che garantiscono, cioè, al cliente la stabilità dei prezzi a lungo termine e al produttore la certezza di cui ha bisogno per assumere la decisione di investimento. Si agisce in questo caso in varie maniere: gli strumenti di controllo domanda-offerta, la mitigazione del rischio eccetera.
Dunque, Presidente, siccome il provvedimento è abbastanza complesso e la relazione sarebbe ancora molto lunga, io le chiederei di permettermi di consegnarla e, soltanto in conclusione, volevo rinnovare il mio apprezzamento ai componenti della X Commissione per l'impegno profuso in un passaggio parlamentare particolarmente complesso. Un ringraziamento doveroso va, inoltre, ai rappresentanti di tutti i soggetti auditi, il cui apporto tecnico e conoscitivo è stato fondamentale per addivenire alla sintesi legislativa oggi al vostro esame. Chiudo dicendo che veramente in Commissione mi pare che si sia attuata una collaborazione importante da parte di tutte le forze politiche, nella convinzione che sia il provvedimento sia il momento in cui ci troviamo di estrema crisi energetica dovessero comportare questo senso di responsabilità.
PRESIDENTE. Onorevole Zucconi, è ovviamente autorizzato al deposito della relazione.
Salutiamo le ragazze e i ragazzi, le docenti e i docenti dell'Istituto comprensivo “Giancarlo Siani” di Villaricca, in provincia di Napoli. Grazie di essere qui e benvenuti a Montecitorio .
Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, il Sottosegretario Barbaro.
CLAUDIO BARBARO,. Grazie, Presidente. Io brevemente aggiungo alcune brevi considerazioni rispetto alla relazione svolta dall'onorevole Zucconi. Parto ovviamente dalla fine, dicendo che non posso non aggiungermi ai ringraziamenti, che già ha fatto l'onorevole Zucconi, soprattutto per quello che riguarda il clima che si è respirato in Commissione, un clima che ha visto un confronto serrato, franco, ma - oserei dire - costruttivo.
Altra considerazione e altra sottolineatura - l'ha già fatto l'onorevole Zucconi, ma mi piace ripeterla anche durante il mio intervento - per certificare - oserei dire - la sensibilità istituzionale che ha caratterizzato i lavori.
Una sensibilità che ha anteposto gli aspetti di carattere generale a quelli di carattere particolare, facendo prevalere questa sensibilità su ogni altro argomento. Infine, un ringraziamento sentito a tutti coloro che hanno contribuito al raggiungimento di questo risultato che la Camera si appresta - mi auguro - ad approvare. A tutti i Ministeri, voglio citarli perché sono stati veramente tanti, che hanno contribuito al lavoro che si è svolto in Commissione: il MASE, il MIMIT, il Ministero degli Affari esteri, il MASAF, il Ministero del Lavoro, il Ministero per la Pubblica amministrazione, coordinati brillantemente dal Ministero per i Rapporti con il Parlamento.
Entrando nel merito del provvedimento, che, così come abbiamo detto, è stato arricchito dal lavoro del Parlamento, il Governo ha lavorato per dare un segnale forte di sostegno alle famiglie e alle piccole e medie imprese, prevedendo una serie di interventi con l'obiettivo non solo di ridurre i costi dell'energia e, dunque, delle componenti della bolletta elettrica, ma anche di proseguire con determinazione nel percorso volto a garantire la sicurezza energetica del Paese. Questo non solo attraverso misure temporanee, ma anche e, soprattutto, mediante interventi strutturali, che hanno l'obiettivo di ridisegnare il comparto energetico dei prossimi anni e superare gli ostacoli strutturali che hanno frenato la competitività del Paese. Per queste ragioni, abbiamo promosso la contrattazione di lungo periodo per le imprese che, disaccoppiando, di fatto, il prezzo elettrico da quello del gas, potranno accedere a prezzi calmierati.
Il lavoro in Parlamento ha rappresentato un passaggio importante, consentendo di integrare e rafforzare i contenuti di un impianto normativo che già garantiva un attento bilanciamento tra il contenimento dei costi energetici, il perseguimento degli obiettivi di decarbonizzazione e la salvaguardia della sicurezza energetica del sistema Paese, mantenendo sempre prioritario l'interesse di tutela delle famiglie italiane. In questo quadro, gli emendamenti approvati in Commissione hanno ulteriormente consolidato e reso più efficace il contemperamento di tali esigenze. In tal senso, il Governo ha inteso condividere la volontà del Parlamento nel voler estendere al teleriscaldamento il regime delle agevolazioni già previste per il gas naturale in favore degli utenti finali.
Nell'ambito degli interventi già previsti per le famiglie vulnerabili, abbiamo anche rafforzato la tutela dei consumatori, garantendo adeguate informazioni sulla fatturazione e sulle bollette, nonché misure volte a promuovere la trasparenza nel settore dell'energia, ivi compreso il contrasto alle pratiche aggressive del . Ci sono, inoltre, misure che favoriranno lo sviluppo di energia rinnovabile attraverso la risoluzione della saturazione virtuale della rete, tema su cui nessuno era mai intervenuto prima. Abbiamo posto anche particolare attenzione al settore delle bioenergie, dove il meccanismo dei prezzi minimi garantiti, previsti all'articolo 5, è stato rivisto in sede di esame in Commissione, contemperando l'esigenza di ridurre le bollette energetiche con la garanzia di assicurare il necessario supporto agli ambiti produttivi, come quello delle biomasse, dei biogas e dei bioliquidi. Come ribadito anche dal Presidente Meloni durante l'ultimo Consiglio europeo, abbiamo condiviso la necessità di una revisione organica del sistema ETS. Il decreto agisce, infatti, direttamente sul prezzo all'ingrosso dell'energia, con benefici che si riflettono sull'intero sistema, pur mantenendo un quadro di coerenza con la normativa europea e con gli obiettivi climatici.
In conclusione, questo decreto-legge in materia energetica rappresenta l'ennesima azione del Governo Meloni che guarda lontano, che vuole intervenire sulle cause strutturali che da anni rallentano lo sviluppo energetico del Paese, riducendo i costi, accelerando gli investimenti, sostenendo famiglie e imprese, modernizzando le infrastrutture e creando le condizioni per una piena integrazione nei mercati europei. Siamo consapevoli che serve ancora molto impegno, ma continueremo a vigilare sull'andamento dei prezzi in relazione al contesto internazionale, pronti, come sempre, a sostenere il mondo produttivo e il potere di acquisto delle famiglie .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Pandolfo. Ne ha facoltà.
ALBERTO PANDOLFO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, il cosiddetto decreto Bollette, che inizia oggi il suo percorso in Aula, vede un nostro giudizio netto e chiaro: è un provvedimento debole e, soprattutto, intempestivo, che non affronta le cause strutturali del caro energia, che non costruisce alcuna prospettiva seria per le famiglie e per le imprese italiane.
Il Governo ha presentato un decreto-legge atteso per troppo tempo come risposta urgente a un problema che è reale, che esiste ed è grave, ma che non viene risolto: il differenziale di prezzo dell'energia elettrica tra l'Italia e i nostri principali europei. Parliamo di circa 25 euro per megawattora rispetto alla Germania, 35 rispetto alla Francia, addirittura 45 rispetto alla Spagna: un divario che erode la competitività del nostro sistema produttivo ogni giorno e che comprime il potere d'acquisto delle famiglie, in particolare delle più vulnerabili.
Di fronte a questo problema, il Governo risponde con un provvedimento che redistribuisce risorse già esistenti, sposta oneri dentro il sistema, senza cambiare l'architettura, e porta il conto in bolletta, di fatto. Non ci sono nuove risorse strutturali, non c'è un disegno complessivo, non c'è una strategia di medio periodo.
Vorrei che partissimo da un dato certificato dalla BCE, che non è certo un'istituzione politicamente di parte. In Italia, le famiglie pagano l'energia elettrica fino al doppio rispetto alle imprese energivore: una distorsione strutturale, che non è chiaramente congiunturale. Il perché è noto: il meccanismo del prezzo unico marginale trasferisce il costo della fonte più cara - il gas naturale - all'intero portafoglio di produzione, comprese le fonti già ampiamente armonizzate, come l'idroelettrico, le rinnovabili incentivate, l'energia importata dal nucleare francese. Finché il prezzo dell'elettricità rimane agganciato al gas, basta una crisi internazionale - e ne abbiamo viste negli ultimi anni - per riportarci al punto di partenza.
Il quadro macroeconomico ci dice tutto. L'industria italiana ha attraversato, tra il 2019 e il 2026, una fase di successivi: pandemia, crisi energetica, rialzo dei tassi, rallentamento della domanda europea, crescente competizione internazionale sostenuta da massicce politiche industriali pubbliche, in particolare da parte degli Stati Uniti e della Cina. E, infatti, l'indice della produzione industriale segna meno 2,1 per cento nel 2023, meno 3,5 nel 2024 e il 2025 si attesta ancora sotto i livelli pre-pandemia.
Il divario di competitività tra l'Unione europea e gli Stati Uniti d'America ha raggiunto il 30 per cento del PIL , con il costo dell'energia identificato come fattore determinante, perché i prezzi europei sono due o tre volte quelli statunitensi. C'è un altro dato che dovrebbe allarmarci: nel biennio 2024-2025, le acquisizioni delle imprese italiane da parte dei soggetti esteri risultano sistematicamente superiori alle operazioni inverse. Stiamo perdendo progressivamente il controllo su segmenti strategici del e il caro energia è uno dei fattori che rendono le nostre imprese vulnerabili a questa pressione.
La politica energetica non è un tema di nicchia: è, di fatto, la questione di sovranità industriale del nostro Paese. L'energia è l'infrastruttura materiale della competitività, come lo sono le reti di trasporto, il credito e, non ultimo, il capitale umano. La politica energetica deve essere valutata in funzione degli effetti sulla struttura dei costi delle imprese, sulla bancabilità degli investimenti industriali, sulla capacità di attrarre produzioni avanzate. Per troppo tempo, il dibattito ha separato la regolazione dei mercati energetici dalla politica industriale. Questa separazione, di fatto, non è più sostenibile, perché mina il nostro sistema di capacità di politica industriale.
Veniamo al merito. Il decreto prevede, per il 2026, un per le famiglie vulnerabili di 115 euro, ma le risorse restano 315 milioni: nessun euro in più rispetto al passato e - attenzione - il contributo del 2026 non si somma ai 200 euro del 2025, come era stato inizialmente lasciato intendere. È una misura più debole rispetto a quella dell'anno scorso. Il Governo ha confezionato un annuncio come se fosse un aumento, ma i numeri raccontano un'altra storia.
È significativo anche un dettaglio, che passa spesso inosservato: il decreto prevede che il contributo ai venditori di energia elettrica per i clienti con ISEE fino a 25.000 euro sia su base volontaria. Ecco: volontaria. Non è un obbligo, non è una garanzia, è semplicemente un invito.
Questa scelta dice molto dell'approccio che ha il Governo, che preferisce affidarsi alla buona volontà del mercato piuttosto che costruire dei diritti certi per i cittadini, siano essi famiglie, singoli o imprese.
Siamo piuttosto soddisfatti del lavoro che abbiamo fatto in Commissione che, come ha ricordato il relatore, è stato veramente intenso e rapido, e anche il Sottosegretario lo ricorda.
In Commissione abbiamo portato un nostro emendamento affinché il riconoscimento del contributo straordinario per i clienti domestici non sia subordinato all'adesione al servizio o ad altri prodotti accessori. È questo un piccolo risultato ma concreto, frutto di quel lavoro, appunto, che abbiamo svolto insieme ai colleghi in Commissione attività produttive.
Per le imprese che consumano energia si riducono alcuni oneri e si rimodulano incentivi esistenti, ma non si interviene sulle cause strutturali. Diciamo, si sposta il peso dentro il sistema e il conto viene portato in bolletta.
La distorsione che, come dicevo, evidenzia la BCE - che ha certificato che le famiglie pagano il doppio delle imprese energivore - questo decreto non la affronta. Il meccanismo che lega il prezzo dell'elettricità al gas non viene riformato, la strategia industriale pluriennale non esiste. Questo decreto gestisce il presente, ma non costruisce niente per il futuro.
E poi c'è una misura che trasforma questo decreto Bollette in qualcosa di peggio: un vero e proprio decreto “Salva carbone”. In Commissione è stato approvato un emendamento, riformulato dal Governo, che rinvia al 2038 l'uscita dell'Italia dalla produzione di energia a carbone: la maggioranza sposta e proroga questa scadenza di 13 anni. La scadenza originaria era fissata al 2025 ed era già saltata, ma portare il al 2038 è una scelta politica che va nella direzione opposta alla transizione, che carica sulle generazioni future i costi ambientali, sanitari e che, di fatto, contraddice qualsiasi impegno credibile sul clima. Il carbone è la fonte energetica più inquinante, la più costosa in termini di emissioni di CO2 e quella che, nel mercato degli ETS, paga la tassa sull'inquinamento più alta, annullando di fatto qualsiasi convenienza economica rispetto al gas. Chiusa l'emergenza dei prezzi energetici per giustificare questa proroga, sa benissimo che è solo una scusa.
Questa è la vera cifra del decreto, che non è appunto un decreto Bollette, ma un decreto che ci consegna al passato. Lo diciamo con chiarezza, anche perché questa scelta è coerente con un atteggiamento più ampio del Governo. La Presidente del Consiglio Meloni ha chiesto, in sede europea, lo stop al sistema ETS, lo strumento cardine della politica climatica dell'Unione. Se da un lato, si chiede di ridurre i costi legati alle emissioni, come quelli appunto del mercato della CO2, dall'altro, si prolunga la vita delle centrali che quel carbone lo emettono in quantità massicce. È un disegno politico, per carità, coerente ma che va in una direzione: indietro, anziché andare avanti.
Come Partito Democratico non ci siamo limitati a trovare le cose che non vanno in questo decreto, che pure sono tante, ma abbiamo lavorato in modo intenso e propositivo costruendo un disegno complessivo e articolato su tre grandi obiettivi strategici, che abbiamo portato in Commissione attività produttive con forza e, soprattutto, con coerenza.
Il primo obiettivo è quello di rafforzare l'equità sociale. Non basta distribuire un contributo , occorre costruire un sistema stabile di protezione per le utenze vulnerabili con parametri aggiornati e meccanismi di erogazione automatica. Noi abbiamo proposto di superare il vecchio criterio del sociale che lascia, di fatto, fuori molte famiglie in difficoltà reale, e di aprire il beneficio a tutte le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro con una dotazione aggiuntiva di 300 milioni, appunto, portando la copertura complessiva da 315 a 615 milioni. Una scelta di equità che questo decreto non compie.
Sul fronte della trasparenza e della tutela dei consumatori abbiamo chiesto che il contributo fosse indicato in modo standardizzato in fattura, che venisse riconosciuto automaticamente senza che il cittadino debba richiederlo e che fosse vietata qualunque traslazione degli oneri sui clienti finali.
Come accennavo, su quest'ultimo punto abbiamo ottenuto un risultato concreto in Commissione: norme che trasformano il contributo da una misura discrezionale a un diritto esigibile con un sistema di monitoraggio trimestrale affidato ad ARERA. In Commissione poi sono state approvate anche alcune modifiche significative su altri fronti: le maggiori tutele per i consumatori nell'ambito dei contratti PPA, gli aggiustamenti al meccanismo di degli impianti fotovoltaici e modifiche al regime degli incentivi per le bioenergie, con l'obiettivo di rendere il sistema più flessibile e meno esposto alle rigidità di bilancio. Sono passi in una direzione che riconoscono in parte le criticità che avevamo segnalato, ma non cambiano il giudizio complessivo sul provvedimento.
Abbiamo anche proposto di estendere una protezione equivalente agli utenti di reti per il teleriscaldamento - una categoria prevalentemente del Nord, che dipende esclusivamente da questa rete, senza alternative di fornitura, che il decreto lascia completamente scoperta - e anche agli enti del Terzo settore, anch'essi oggi esclusi da qualsiasi forma di riduzione degli oneri energetici, nonostante gestiscano dei servizi sociali di base con carichi energetici molto significativi. Penso alle mense, penso alle case di cura, penso a tutti quei luoghi più vicini alle categorie più in difficoltà e vulnerabili.
Infine, abbiamo proposto di introdurre un parametro composito proprio per la vulnerabilità energetica che affianchi all'ISEE un indice di incidenza della spesa energetica sul reddito disponibile. Un criterio che allinea l'Italia alle migliori pratiche europee e pone le basi per una politica strutturale di protezione delle utenze deboli che superi la logica dell'emergenza permanente.
Il secondo obiettivo è stato quello di proporre delle alternative tecnicamente fondate al cuore del decreto. Il meccanismo di prelievo sui ricavi degli impianti termoelettrici a gas è la norma politicamente e tecnicamente più controversa che c'è nel provvedimento. Nella sua formulazione attuale rischia di produrre effetti perversi, perché colpisce indiscriminatamente i ricavi derivanti da contratti a lungo termine che il produttore ha già ceduto a prezzo fisso e sui quali non percepisce alcuna rendita dal prezzo di borsa. Il risultato sarebbe un doppio prelievo e un disincentivo strutturale alla stipula proprio di quegli strumenti di copertura che servono alla transizione energetica. Noi abbiamo chiesto di correggere questa distorsione, escludendo dall'aliquota i ricavi da contratti lunghi e introducendo il divieto esplicito di traslazione dell'onere sui prezzi finali, con potere sanzionatorio naturalmente da parte di ARERA.
Non ci siamo fermati alla critica. In questo senso, abbiamo avanzato quattro architetture tecniche alternative che abbiamo costruito con rigore. La prima è il contratto per differenze inverso per gli impianti marginali a gas. In sostanza, i produttori cederebbero al GSE i ricavi eccedenti al prezzo di riferimento che verrebbero poi redistribuiti ai consumatori finali tramite componenti tariffarie. È la proposta più robusta sul piano della certezza del gettito e della compatibilità con il diritto europeo, che replica per il lato termico la logica già adottata con successo per le fonti rinnovabili.
La seconda è un meccanismo di stabilizzazione anticiclica del prezzo marginale. Un corridoio di prezzo simmetrico, gestito dal GSE, che comprime automaticamente la volatilità senza richiedere interventi discrezionali del regolatore. Affianchiamo a questa proposta quella di un'accisa mobile sui prodotti energetici usati per la produzione di energia elettrica, con il gettito destinato alla riduzione degli oneri in bolletta.
Poi la terza è il disaccoppiamento strutturale della componente ETS dal prezzo marginale.
La quarta, la più ambiziosa e di più lungo respiro, è il europeo. Anziché rattoppi nazionali potenzialmente in conflitto con il diritto dell'Unione, proponiamo di impegnare il Governo a promuovere in sede europea - al Consiglio energia e all'Ecofin - un meccanismo che limiti la transizione della volatilità eccessiva del prezzo ETS nel prezzo marginale dell'elettricità. È la risposta italiana al dibattito della Commissione europea sulla riforma del crisi energetica.
Ecco, abbiamo posto, come appunto dicevo, alcune alternative con un'architettura tecnica solida, proprio per sopperire a questo secondo obiettivo.
Il terzo obiettivo è poi quello di aprire cantieri normativi e di farlo sui temi che questo decreto trascura completamente, perché la politica energetica non si fa soltanto tagliando qualche onere in bolletta, ma si fa costruendo un sistema. Le concessioni idroelettriche sono parte di questo sistema, uno dei più complessi e irrisolti della politica energetica italiana. Abbiamo proposto una via alternativa alle gare europee che consenta alle regioni e alle province autonome di riassegnare le concessioni al gestore uscente a fronte di un piano pluriennale di investimenti, verificato da ARERA e da un soggetto terzo indipendente, con opere civili che siano di proprietà pubblica.
La parte più innovativa è questa. Il concessionario riserverebbe una quota di energia a prezzi calmierati per i cittadini residenti e per il comparto produttivo locale, con i comuni che negoziano le condizioni direttamente con la regione. Poi ci sono i contratti a lungo termine per le PMI. Il decreto prevede strumenti per favorire la stipula dei PPA, ma nella pratica per piccole e medie imprese, che non hanno la capacità contrattuale per accedervi singolarmente, rimane appunto un insoluto. Noi abbiamo proposto di aprire la garanzia pubblica all'aggregazione di imprese, valorizzando il merito creditizio collettivo - questa proposta è stata bocciata - per fare in modo che si abbinino a questi strumenti informativi concrete schede economiche standardizzate sul portale GSE.
Insomma, un sistema che supporti le piccole e medie imprese. Poi c'è il capitolo delle bioenergie. Sul regime transitorio degli impianti a biogas e biomasse abbiamo chiesto una proroga ragionevole dei termini per l'uscita dagli incentivi, subordinata a una verifica tecnica dell'impatto sulla continuità produttiva. Nessun rinvio cieco, ma un approccio responsabile verso queste prospettive legate alle bioenergie. Abbiamo anche proposto di proteggere gli impianti più piccoli, sotto il megawatt, da riduzioni sproporzionate delle ore incentivabili e di introdurre un meccanismo di flessibilità finanziaria per riallocare tra le filiere delle bioenergie le risorse non spese.
Poi c'è il tema della rete elettrica e delle rinnovabili. Il problema più urgente della saturazione virtuale della rete è reale e urgente, ma la soluzione non può essere l'invalidazione automatica di tutte le soluzioni pregresse. Abbiamo proposto dei criteri selettivi e proporzionali e abbiamo anche chiesto la priorità di connessione per gli impianti con contratti PPA già registrati. Poi c'è il tema dei . Il decreto introduce un procedimento unico per le autorizzazioni, condivisibile in linea di principio, ma con delle lacune evidenti.
Abbiamo chiesto di estenderne il perimetro anche all'esercizio degli impianti, di introdurre la connessione e di aggiungere la verifica di conformità urbanistica. Sul fronte dell'accumulo energetico, indispensabile per integrare le rinnovabili, abbiamo chiesto priorità istruttoria per gli impianti che valorizzano infrastrutture esistenti, in vista delle prossime aste e per il mercato della capacità. Poi c'è il gas per le piccole e medie imprese. Il decreto introduce uno strumento di , ma lo lega a un meccanismo di contribuzione straordinaria degli operatori che lo rende strutturalmente fragile.
Infine, ci sono alcune aperture tematiche che il decreto ignora del tutto: le comunità energetiche rinnovabili; il teleriscaldamento come vettore di decarbonizzazione industriale, laddove non ci sono alternative; le isole minori che attendono un fondo per l'interconnessione di rete; il corridoio dell'idrogeno verde tra il Marocco e Trieste, che posiziona l'Italia come energetico mediterraneo; i benefici territoriali per i comuni con concessioni geotermiche; le proroghe necessarie per lo dei veicoli elettrici e il dispiegamento di tutti gli elementi .
In ultimo - Presidente, mi avvio verso la conclusione - abbiamo di fronte una sfida che di fatto non possiamo governare con decreti raffazzonati. Il problema del caro energia è strutturale e nasce da un mercato disegnato male e da una dipendenza del gas che non ha prospettive di essere superata, ma non si risolve con 315 milioni di euro distribuiti da qualche rimodulazione di incentivi preesistenti. Poi, dicevo, c'è il tema del carbone. Lo ripeto perché merita di essere detto chiaramente in quest'Aula: rinviare al 2038 l'uscita dall'energia da carbone, 13 anni dopo rispetto alla scadenza originaria del 2025, non è una risposta energetica.
È piuttosto una sconfitta, lo è per il clima, lo è per la salute pubblica, lo è per la credibilità internazionale dell'Italia. Insomma, il Partito Democratico ha dimostrato in questa sede di avere idee, competenze tecniche e la volontà politica per costruire una risposta all'altezza di questa sfida. Le proposte che abbiamo portato in Commissione sono un'alternativa per governare questo processo in modo organico e tecnicamente fondato, ma questo provvedimento, nella sua formulazione attuale, è insufficiente.
Non affronta le cause strutturali del caro energia, non investe in una filiera di rinnovabili e ci consegna a nuove dipendenze dal gas, e ora anche dal carbone. Insomma, non aiuta davvero le famiglie e le imprese. L'Italia merita una politica energetica seria, strutturale e capace di guardare al 2030, e non solo al prossimo slogan .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Maerna. Ne ha facoltà.
NOVO UMBERTO MAERNA(FDI). Grazie, Presidente. Saluto il Sottosegretario, i relatori e i colleghi. Vedete, il problema energia è spesso stato al centro del dibattito politico, e, quando questo decreto fu emesso, fu criticato ancora prima che fosse reso pubblico. Allora, ho sentito delle critiche in merito. Noi dobbiamo anche comprendere e far comprendere, soprattutto a chi è fuori da quest'Aula, il perché siamo arrivati a questa situazione: per alcuni provvedimenti, assunti in passato, che hanno creato situazioni distorsive, che oggi stiamo chiaramente pagando. Tralascio la rinuncia al nucleare.
Quando sento che ci sono poche risorse, tralascio il discorso dei 40 miliardi annui di superbonus. Lasciamo stare, entriamo più nel merito. Negli anni scorsi è stato avviato un processo di liberalizzazione che si è dimostrato inefficiente, non concorrenziale e con prezzi sempre più alti scaricati sugli utenti. Per non parlare, poi, della miope scelta del Governo arcobaleno di inserire la fine del mercato tutelato nel PNRR, che, dati alla mano, ha ridotto la concorrenza tra i fornitori, determinando una riduzione di offerte convenienti, con conseguente innalzamento dei prezzi per i consumatori. Questi sono fatti.
E che dire del fervore ideologico che ha portato al ? È nato per promuovere un rinnovabilismo integralista. Misure utopistiche, strategicamente fallaci, che hanno fissato obiettivi molto ambiziosi senza fare i conti con la realtà, cioè come raggiungere quei senza affossare le economie nazionali e le attività produttive. Nel caso specifico dell'energia, questo si è tradotto - numeri - in oltre 200 miliardi di euro di incentivi per le fonti tra il 2010 e il 2030, con risultati per niente soddisfacenti. Tanto che oggi, al 2026, le fonti fossili restano oggettivamente imprescindibili per garantire la stabilità del sistema elettrico, non solo in Italia, ma in tutto il mondo.
E allora chi paga il prezzo di tutti questi fallimenti? I cittadini e le imprese, con quelle bollette che si sostiene, dall'opposizione, di voler abbassare. Il concetto è simile anche se si parla dei sistemi ETS, la cosiddetta tassa per gli inquinatori, nata con le migliori intenzioni - chi inquina paga -, ma presto divenuta un elemento di distorsione dei prezzi energetici. Un problema che si somma al già ingiusto metodo di formazione dei prezzi che abbiamo spiegato prima, causato dal meccanismo che l'Unione europea ha adottato per la formazione dei prezzi.
E quindi a chi oggi viene a sindacare su questa norma che stiamo discutendo io faccio una domanda: si ritiene che questo sistema sia corretto? Trattandosi di chi spesso ha avanzato proposte di tasse sugli extraprofitti, coerenza vorrebbe che si preoccupassero anche quando tali extraprofitti vengono fatti dai produttori alle spalle degli italiani. E allora entriamo un attimino nel merito e anche qui parliamo di numeri, che sono fuori discussione.
Questo è un provvedimento sul tema energetico, il più importante degli ultimi decenni. Non si interviene più soltanto con misure emergenziali, è già stato detto, ma con disposizioni che agiscono strutturalmente sulla formazione dei prezzi dell'energia e che garantiranno risparmi e benefici diretti per le famiglie e le imprese nell'ordine di oltre 5 miliardi di euro.
Allora, non abbiamo la pretesa che tutto sia perfetto, che sia un provvedimento ideale, ma che cambi il paradigma e che svolti dal punto di vista dell'interesse dei cittadini, degli utenti e soprattutto delle imprese questo è innegabile. Allora, sempre entrando nel merito dei numeri, l'ulteriore sconto su bollette elettriche da 115 euro all'anno - è già stato detto - aiuterà 2,7 milioni di famiglie vulnerabili. È stato previsto anche un riconoscimento in termini di visibilità alle aziende energetiche che decidono di ridurre la bolletta con uno sconto volontario di almeno 60 euro all'anno per le famiglie con ISEE fino a 25.000 euro e che non accedono ai sociali.
In più, interventi per la riduzione degli oneri generali di sistema, che - non dimentichiamolo - impattano del 20 per cento sulle bollette, il taglio dei tempi di pagamento degli oneri di sistema che le aziende energetiche sono tenute a versare allo Stato e anche l'aumento dell'IRAP del 2 per cento sulle aziende che producono, distribuiscono e forniscono energia e prodotti energetici. Le risorse da ciò ricavate saranno usate per abbattere gli oneri di sistema che gravano sulle bollette di oltre quattro milioni di imprese. Tra le iniziative anche l'abbattimento degli oneri di trasporto e di altre componenti tariffarie per i grandi consumatori di gas, come le aziende della ceramica e del vetro.
Per quanto riguarda gli interventi nel settore del gas, il decreto introduce norme che porteranno a un taglio concreto delle bollette di luce e gas di tutte le aziende, con, ad esempio, tali benefici medi: per artigiani o piccoli ristoratori, oltre 500 euro all'anno sull'elettricità e 200 sul gas; per le PMI, circa 9.000 euro all'anno per l'elettricità e 10.000 euro all'anno per il gas; per le imprese più grandi, come le gasivore - ad alta intensità di uso di gas -, oltre 220.000 euro all'anno sul gas. Basta? È sufficiente? Siamo bravi e perfetti? No di sicuro, però qualcosa di concreto si sta facendo.
Allora, entrando nel merito del provvedimento, già il relatore ha ricordato alcuni importanti aspetti che riguardano, anche qui, gli utenti e i consumatori, sui quali si è detto in merito al contrasto delle sollecitazioni commerciali telefoniche non richieste, come quelle del . Entro un po' più nel merito dicendo che con questo articolo si introduce il divieto assoluto di contatto telefonico non richiesto - il cosiddetto - per la negoziazione e la conclusione di contratti di fornitura di energia elettrica e gas, così da tutelare i clienti finali e le imprese del settore energetico che rispettano pienamente norme e principi di correttezza ed etica commerciale. Il canale di vendita è infatti percepito come invasivo e poco sicuro dai consumatori, che denunciano l'attività di e pratiche commerciali invasive. Questo è o non è un provvedimento a tutela dei cittadini che tutti i giorni ci chiedono di intervenire su queste chiamate moleste?
E così proseguiamo. L'abbiamo già detto, ma è bene evidenziarlo. C'è l'articolo 2 che affronta il problema dell'elevata incidenza degli oneri generali di sistema derivanti dalla cosiddetta Asos, destinata al sostegno delle fonti rinnovabili e alla cogenerazione, con la finalità di abbattere gli oneri sulle bollette elettriche delle imprese, con l'obiettivo di garantire - e qui di nuovo andiamo sui consumatori - un costo delle bollette elettriche accessibile e, al contempo, rafforzare la sostenibilità delle politiche di supporto alle energie rinnovabili.
Che dire poi dell'articolo 4, anch'esso modificato dalla Commissione nell'ambito di una cooperazione che c'è stata tra i commissari, che introduce un insieme di misure volte a favorire, soprattutto per le piccole e medie imprese - vedete: cittadini, grandi imprese gasivore, ma anche piccole e medie imprese -, la stipula di contratti di compravendita di energia elettrica da fonti rinnovabili a lungo termine, che garantiscono al cliente la stabilità dei prezzi a lungo termine e al produttore la certezza di cui ha bisogno per assumere le decisioni di investimento. È ovvio che vanno fatti pluriennali, per garantire, appunto, gli investimenti.
Abbiamo già detto dell'articolo 5, che parla, appunto, di un nuovo assetto dei meccanismi di sostegno agli impianti bioliquidi sostenibili, biogas e biomasse. Cioè, si parla anche di altre fonti energetiche.
In merito alla questione del carbone, l'articolo 5- introduce la proroga al 2038 per la graduale dismissione - il cosiddetto - delle centrali a carbone utilizzate per la produzione di energia elettrica. Anche qui bisogna essere molto pratici e concreti, altrimenti facciamo ragionamenti e slogan che vanno bene per i comizi in piazza, ma non quando si devono scrivere delle leggi a tutela dei cittadini e soprattutto delle imprese. Vedete, questo è stato introdotto per far fronte alla crisi energetica. In caso di emergenza - solo in caso di emergenza - si potrà continuare ad attingere al carbone fino al 2038, cioè 13 anni oltre la data fissata precedentemente, che era il dicembre 2025. Ciò è a tutela delle imprese e dei cittadini perché, in una situazione geopolitica come quella che stiamo vivendo, i rischi sono elevati. Quindi, ci dobbiamo tutelare o facciamo i discorsi ideologici - via il carbone da domani mattina - e se domani ci troviamo in difficoltà non abbiamo un a cui attingere per far lavorare le nostre imprese e per far pagare meno le bollette ai nostri cittadini? È questo ciò che io domando all'opposizione.
Andiamo avanti. Credo sia rilevante anche il discorso che riguarda l'articolo 8, che prevede un procedimento unico per autorizzare centri dati e relative connessioni elettriche. L'autorizzazione è rilasciata secondo le previsioni dettate dal codice dell'ambiente: l'autorizzazione è rilasciata dallo Stato per potenze sopra i 300 megawatt, da regioni o province per potenze tra 50 e 300 megawatt.
Il Capo II del provvedimento è dedicato al gas. L'articolo 9 introduce disposizioni urgenti per abbattere il prezzo della bolletta del gas per le imprese. Come si fa? È derivante, questa riduzione, dagli oneri generali di sistema e dalle ulteriori componenti tariffarie di trasporto e distribuzione del gas, come si accennava prima. L'obiettivo è trasformare il gas precedentemente stoccato in liquidità per l'abbattimento delle tariffe nel periodo dal 1° aprile al 31 dicembre 2026. Anche qui: basta? è sufficiente? No di sicuro, però è bene che si cominci anche ad affrontare questo problema e questo decreto lo fa.
Abbiamo parlato del gas e l'articolo 11 parla di questo argomento. Qual è lo scopo, per andare al concreto? Aumentare la produzione nazionale di gas per venderlo a prezzi ragionevoli, con priorità per i clienti industriali ad alto consumo energetico, cioè i gasivori. Come vedete, sono tutti provvedimenti e discussioni che sono stati a lungo portati avanti e che hanno poi portato a risultati concreti per avere un effetto concreto sulla vita delle imprese e dei nostri connazionali.
Mi piace anche parlare brevemente delle misure a favore di tutti i consumatori di gas e degli utenti del sistema elettrico gas, cioè l'eliminazione dello TTF e PSV, cioè, per farla corta, punto di scambio virtuale - il PSV - e - il TTF -, il famoso riferimento di Amsterdam. Cosa succede? Succede che ci sono delle differenze pari a circa 2 euro a megawattora. L'eliminazione viene fatta attraverso l'introduzione di un servizio di liquidità del gas per evitare l'accumulo di costi di trasporto aggiuntivi dovuti all'attraversamento del territorio di diversi Stati. È un meccanismo un po' particolare. Questo meccanismo opera nel limite massimo di spesa di 200 milioni di euro, derivanti dalle risorse rinvenienti dalla vendita di gas stoccato del GSE e di Snam. Anche di questi 200 milioni si diceva che non sono sufficienti, ma adesso si utilizzano e ci sono.
Il discorso sui è importante. La semplificazione e l'accelerazione del processo autorizzativo dei hanno introdotto il discorso sulla saturazione virtuale della rete, per cui introduciamo norme per affrontare la saturazione che ha bloccato la capacità di rete per anni, e questo è un altro aspetto tecnico ma importante. Ciò a causa di richieste da parte di impianti che non sono mai stati realizzati, ma che impegnano la rete. Si garantiscono, quindi, le richieste di connessione alla rete per impianti già autorizzati o abilitati, mentre per le restanti richieste di connessione si prevede l'apertura di procedure periodiche che mettono a disposizione di capacità della rete libera.
Detto questo concludo, Presidente, dicendo che - l'ho già detto prima - questo provvedimento non risolve tutti i problemi, non abbiamo neanche la pretesa che lo faccia, però quei cinque miliardi sono un bell'impatto sul nostro mondo produttivo e sulla vita di tutti i cittadini. Il Governo continuerà su questa strada e lo ringrazio per tutto l'impegno che sta mettendo, soprattutto in questo momento di grande difficoltà .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cappelletti. Ne ha facoltà.
ENRICO CAPPELLETTI(M5S). Presidente, rappresentante del Governo, gentili colleghe e colleghi, se dovessimo dire quali sono i principali fallimenti di questo Governo, quali ci verrebbero in mente? Qualcuno potrebbe dire l'aumento degli sbarchi: avevano detto che avrebbero fatto il blocco navale, invece sono aumentati, in tre anni, del 50 per cento; qualche altro potrebbe dire che è aumentata la povertà, è stata tagliata la sanità, è stata tagliata l'istruzione. Io penso che, invece, tra i fallimenti più gravi di questo Governo, ci sia proprio il fatto che gli italiani sono stati condannati da Giorgia Meloni a dover pagare le bollette energetiche più care d'Europa e questo è solo risultato dalle fallimentari politiche energetiche che ha posto in essere. E non a caso, oggi, le aziende che possono prendono e se ne vanno all'estero, dove l'energia costa meno.
Vi ricordate il progetto della di Termoli? Se ne è parlato per anni. Verrà realizzato a Barcellona. Stellantis ha prodotto in Spagna il doppio delle auto realizzate in Italia. Qualche giorno fa, il Premier Sanchez ricordava che, grazie agli investimenti spagnoli nelle rinnovabili, il prezzo all'ingrosso dell'energia nel suo Paese è di 14 euro al megawattora; noi lo stiamo pagando 140 euro al megawattora in Italia. È dieci volte tanto. Per questo il PIL della Spagna cresce cinque o sei volte più del PIL dell'Italia. E quanto incide il gas in Spagna sul costo dell'elettricità? Solo per il 15 per cento; in Italia, il costo del gas incide nel costo dell'elettricità per il 90 per cento. Ma come è riuscita la Spagna a fare questo miracolo? Semplice: dal 2019 al 2025 ha raddoppiato il solare e l'eolico. È tutto qui. Ha investito, cioè, nelle fonti energetiche più economiche per le famiglie e per le imprese. Non solo, ma ha ottenuto quell'indipendenza energetica che noi non abbiamo. E, come se non bastasse, la Spagna ha confermato l'uscita dal nucleare entro il 2035, con la graduale chiusura dei cinque impianti esistenti. In Italia, invece, il Governo Meloni, quattro anni fa, ha scelto di boicottare le rinnovabili e puntare tutto sul gas. Ricordate quando si diceva: in Italia faremo l' del gas. In questo modo, abbiamo aumentato la dipendenza dall'estero e abbiamo lasciato famiglie e imprese completamente esposte ai rincari dovuti all'instabilità. Nel frattempo, mentre gli altri Paesi lo dismettono, Meloni torna a parlare del costosissimo nucleare, minacciando addirittura di scaricare ulteriormente sulle bollette degli italiani pure i costi del nucleare, nonostante, in quattro anni, non sia stata neppure in grado di fare il deposito delle scorie di quarant'anni fa .
Insomma, Italia e Spagna sono due modelli diversi, hanno adottato due modelli diversi, ma anche due risultati diversi. Tradotto nella bolletta: mentre negli scorsi giorni, nella Spagna di Sanchez, l'energia all'ingrosso arrivava a costare 14 euro al megawattora, nell'Italia di Meloni costava 140 euro al megawattora, dieci volte tanto. Lo voglio ribadire, che sia chiaro, perché qui è evidente che c'è un problema.
Inoltre, è importante sottolineare che è falso sostenere che la crisi del sistema produttivo italiano - ricordo 33 mesi consecutivi di flessione - sia causata dalle norme sulla transizione energetica, che evidentemente si applicano nel nostro Paese così come in Spagna e come negli altri Paesi dell'Unione europea. È vero l'opposto: i Paesi europei che hanno maggiormente investito sulla transizione hanno ridotto drasticamente il loro costo dell'energia e creato le condizioni per una crescita straordinaria. Siamo noi che siamo andati in direzione opposta, che facciamo uno striminzito “zero virgola” di crescita del PIL solo grazie al PNRR che voi nemmeno volevate .
Oggi l'Italia resta ancora ostaggio delle tensioni geopolitiche internazionali. È totalmente dipendente dai combustibili fossili, perché è stato scelto di boicottare la transizione e l'autonomia energetica. È un errore imperdonabile dal quale sono risultati: primo, i prezzi dell'energia più cari d'Europa; secondo, tre anni consecutivi di calo della produzione industriale, con una crescita dello “zero virgola”; terzo, siamo rimasti in totale balia delle crisi internazionali. Eppure, come MoVimento 5 Stelle, sono quattro anni che vi diciamo le stesse cose. Aumentare l'autonomia energetica dell'Italia e ridurre le bollette degli italiani è possibile, e spiego come. Basta investire in rinnovabili e in sistemi di accumulo, perché producono energia a basso costo molto più competitiva del gas; basta sostenere l'efficientamento energetico e le comunità energetiche, che avete appena tagliato, e l'autoconsumo; basta disaccoppiare - ma veramente - il prezzo del gas da quello delle rinnovabili; basta sbloccare la norma sui prezzi zonali che tenete bloccata e mettere a gara le concessioni idroelettriche effettivamente, non solo a livello di principio; basta tassare le rendite da extraprofitti del settore per finanziare la transizione e ridurre progressivamente gli oneri di sistema, che devono essere spalmati sulla fiscalità generale.
Tutte misure che avrebbero dovuto comparire in questo decreto e che si possono realizzare, se solo la Premier Meloni e il suo Esecutivo la smettessero di girarsi dall'altra parte. Ma volete sapere qual è la verità? La verità è che la maggioranza non intende affatto ridurre il costo dell'energia né aumentare l'autonomia energetica del nostro Paese, per il semplice motivo che ciascuna di queste riforme farebbe perdere affari all'industria del fossile, e voi non potete permettervi di scontentare le del fossile , e - mi permetta di aggiungere - anche la del carbone, visto che avete approvato la proroga per tenere come riserva fredda le centrali a carbone. Attenzione, una proroga che non è a costo zero, costerà ai cittadini italiani 200 milioni all'anno fino al 2038, che saranno pagati, chiaramente, in bolletta. Qui, con il carbone, anziché fare un passo in avanti, ne facciamo due indietro.
Io non credo affatto che sia un problema di incompetenza. Avete portato gli italiani a pagare l'energia più cara d'Europa, sbagliando tutto in materia di politica energetica, per un preciso disegno. Diciamolo chiaramente: siete servi delle del petrolio e del gas. Non potete permettere che gli italiani ne riducano il consumo grazie alle fonti rinnovabili, perché ogni euro che risparmierebbero gli italiani è un euro che verrebbe perso dalle aziende del settore del fossile che state proteggendo, e questo fin dal primo giorno di legislatura. Con questi risultati disastrosi ci saremmo aspettati delle scuse formali, da parte dell'Esecutivo, nei confronti di tutti i cittadini. Invece non solo non sono arrivate le scuse, ma viene presentato l'ennesimo decreto che vorrebbe mettere una pezza al problema, ma che finisce per peggiorare la situazione.
Due cose, signor Presidente, sono chiare. Primo, le famiglie non a basso reddito, quindi la classe media, cioè la grande maggioranza dei cittadini, non hanno alcun beneficio da questo decreto, o meglio, il beneficio ci sarebbe, ma è perfino imbarazzante: parliamo di pochi euro all'anno, è un insulto alla classe media del nostro Paese. Secondo, avete fatto il solito gioco di prestigio, cioè la bolletta potrebbe calare nei prossimi anni, ma, poi, presenta un costo in forte aumento negli anni successivi per ripagare lo sconto di oggi. Una tabella della relazione tecnica è illuminante per capire questo gioco delle tre carte: il beneficio per i consumatori passa da 146 milioni di euro nel 2026 a quasi 2 miliardi nel 2029, per poi calare. Dal 2032 al 2037 iniziano i rimborsi, e il beneficio diventa negativo. Beneficio negativo, pensate un po'.
Le bollette dei cittadini risalgono a colpi di oltre un miliardo all'anno. Insomma, alleggerite un pochino le bollette, oggi, per poi più che aumentarle domani; insomma, nella sostanza, rifilate la patata bollente a chi verrà dopo di voi.
Altra contraddizione: senza la norma che limita la tassa europea ETS sul gas, che impatta sul costo dell'energia, il risparmio complessivo cala di quasi 3 miliardi sui 5 totali, annunciati da Giorgia Meloni. Il decreto, nella sostanza, si dimezza abbondantemente e, chiaramente, non è certa la reperibilità di queste risorse. Anche il beneficio per le famiglie vulnerabili è risibile, perché avranno, sì, un di 115 euro nel 2026 e questo sarebbe anche un bene, se non fosse che il precedente straordinario, del 2025, che non avete confermato, era ben superiore, cioè era di 200 euro. Quindi, a conti fatti, ancora una volta, riducete sostegno ai vulnerabili, non solo in termini assoluti, perché riceveranno 85 euro meno di prima, ma anche riducendo, sostanzialmente, la possibilità di accesso al , avendo ridotto l'ISEE di chi potrà percepirlo, cioè fino a 10.000 euro invece che fino a 25.000. Senza parlare del fatto che gli aumenti in corso, a causa delle tensioni geopolitiche, hanno già superato i 115 euro del per cui questo sussidio nasce già vecchio e, nei prossimi giorni, il Governo dovrà intervenire ulteriormente.
Insomma, questo decreto è un altro nulla che si aggiunge ai precedenti. Il provvedimento si inserisce nella scia di un Governo che ha scelto la linea dell'austerità, firmando a fine 2023 il Patto di stabilità da 12 miliardi di tagli e/o di maggiori imposte all'anno. Un provvedimento, in ultima analisi, che è anche, a modo suo, coerente per un Governo che taglia su tutto, salvo che sulla spesa per le armi. Questo non sarà mai.
La presunta “norma Robin Hood”, quella che colpisce i produttori energetici, in realtà è un aumento dell'IRAP di un miliardo nel prossimo triennio, che sarà scaricato sugli utenti. Se è un taglio degli oneri di sistema per le imprese, finanziato attraverso un incremento dell'IRAP del 2 per cento sulle imprese fossili, si tratta di una riduzione del tutto insufficiente, rispetto all'impatto complessivo degli oneri in bolletta che sono di ben 11 miliardi di euro all'anno. Si sarebbe dovuto fare di più, visti anche gli utili stellari delle imprese del comparto energetico. Inoltre, dalla riduzione degli oneri prevista da questa disposizione sono incredibilmente escluse le famiglie. Ricordo che, in Italia, si pagano sulle bollette il 18 per cento di tasse in più rispetto alla media degli altri Paesi europei, il 36 per cento in più degli spagnoli e, addirittura, il 51 per cento in più dei francesi. Ci dicono che è il nucleare, ma poi pagano il 51 per cento di tasse in meno sulle bollette.
Anche la riduzione degli oneri di sistema, legata alle rinnovabili, è un giochino contabile. I produttori degli impianti rinnovabili incentivati possono accettare, su base volontaria, una riduzione temporanea dell'incentivo percepito nel biennio 2026-2027, ottenendo, in cambio, una proroga del periodo di incentivazione. Le somme tagliate nel 2026-2027 non vengono perse, ma vengono restituite successivamente. Questa restituzione viene spalmata su 10 anni, con applicazione di un tasso d'interesse fino al 6 per cento. Insomma, è un'operazione finanziaria, La bolletta scende un po' ora, ma, dal 2028 in poi, tornerà a salire per 10 anni, a causa di ciò che si è scontato adesso, oltre agli interessi che dovranno essere caricati.
All'articolo 6 vengono rimborsati gli oneri per la fornitura di gas termoelettrici, oltre alla componente ETS. La misura ha impatti incerti perché attenua il consenso dell'Unione europea e dipende da come sarà regolata da ARERA. Ugualmente, nel testo il mancato gettito derivante dal rimborso viene coperto tramite componenti applicate ai prelievi di energia elettrica. Insomma, si toglie ai termoelettrici e si aggiunge ai consumatori. Oggi in Italia 12 milioni di consumatori pagheranno in bolletta il rimborso del termoelettrico, senza averne alcun vantaggio, perché hanno optato per il prezzo fisso in bolletta. Chi glielo va a spiegare?
All'articolo 9 viene disposta la vendita del gas stoccato. A fronte di una crisi internazionale di cui non si conosce l'esito, di fronte alla difficoltà nel reperimento del gas e all'impossibilità di prevederne il prezzo futuro, noi cosa facciamo? Svendiamo le riserve di gas, potenzialmente anche ad altri Paesi, perché la domanda è incomprimibile. Ma, siete sicuri - e mi rivolgo ai colleghi di maggioranza - che questa decisione sia il frutto di una scelta ponderata? Dico la verità: a me sembra folle. Ricordo che, in Commissione, oltre agli emendamenti dell'opposizione, c'erano anche gli emendamenti di maggioranza che chiedevano di cancellare questa previsione. Infatti, con questo articolo 9 il Governo gioca alla russa e potrebbe anche andargli bene: vendiamo le riserve di gas adesso che costano molto e facciamo cassa. Però, il risultato potrebbe essere un disastro.
All'articolo 11, dietro il titolo “Disposizioni urgenti per la competitività delle imprese e la decarbonizzazione delle industrie”, si manifesta una semplificazione per l'estrazione del gas nazionale. Quindi, mentre Roma sollecita le trivellazioni, il centrodestra, in alcuni territori, a partire dal Veneto, dichiara l'esatto contrario. Leggo, qui in Aula, la dichiarazione dell'assessore veneto della Lega, Bitonci, solo di due giorni fa: “Dal punto di vista tecnico e ambientale pensiamo che le estrazioni in Adriatico non siano la soluzione. Noi non le vogliamo”. Io sono d'accordo con lui, ma, a questo punto, mi chiedo: chi mente? Come fa un assessore regionale, che peraltro fino a qualche settimana fa faceva parte del Governo, a sostenere, a livello regionale, esattamente il contrario di quanto viene fatto dal suo stesso partito, dallo stesso Governo di cui faceva parte? È una domanda, chiaramente, retorica.
In conclusione, gli impatti delle misure di questo decreto sono tutti da dimostrare. Il esclude gran parte delle famiglie in condizioni di povertà e tutta la classe media. Le misure sembrano non riguardare, nella sostanza, neppure le piccole imprese. Il decreto non interviene per modificare i meccanismi di formalizzazione del prezzo che garantiscono le rendite agli operatori che, di fatto, agiscono in un mercato centralizzato oligopolistico. Per ridurre il costo dell'energia era necessario introdurre meccanismi concreti, che supportino il disaccoppiamento del prezzo del gas da quello delle rinnovabili; bisognava attuare la riforma dei prezzi zonali; occorreva sostenere le comunità energetiche, le rinnovabili e le forme di autoconsumo dell'energia; intervenire per sostenere gli interventi di efficientamento. Sarebbe stato sufficiente a rendere funzionali le misure da noi fortemente volute nel PNRR, come Transizione 4.0, gli incentivi alle CER, misure in gran parte non attuate e perfino pesantemente definanziate.
Insomma, parliamo, ancora una volta, di un decreto del nulla, che nulla invertirà, in un'economia zavorrata da 3 anni di calo della produzione industriale, dal fallimento di misure per le imprese, come Transizione 5.0, che è stata un'autentica imposta dal Ministro Urso alle aziende, terminata col taglio scandaloso e duramente contestato anche da Confindustria. E, poi, da una crescita zero che proietta l'Italia - addirittura - all'ultimo posto nell'Unione europea nel triennio.
L'impossibilità di presentare emendamenti a causa della fiducia rende questo provvedimento un'occasione persa per dare risposte concrete al Paese, rispetto a un problema che richiederà, con urgenza, di rimettersi al lavoro nuovamente, se si vuole mettere in sicurezza il Paese dal vorticoso caro dell'energia che le tensioni geopolitiche stanno alimentando. Una cosa è certa: gli italiani, grazie a questo decreto, rimarranno con le bollette più care d'Europa. Plaudono al Governo, ancora una volta, le del fossile, ma, anche a questo, ormai, ci siamo abituati .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Barabotti. Ne ha facoltà.
ANDREA BARABOTTI(LEGA). Grazie, Presidente. Governo, onorevoli colleghi, su questo decreto si è detto molto e, permettetemi di dirlo, anche ascoltando gli ultimi interventi, molto si è detto a sproposito. Su tutti i decreti il copione è sempre lo stesso: misure inefficaci, assenza di visione, mancanza di risposte strutturali. Addirittura c'è chi arriva ad attribuire a questo Governo la mancanza nel nostro Paese di un'autonomia energetica vera e propria.
Allora, proviamo a fare una cosa semplice, guardiamo ai fatti. Da un lato, illustrare che cosa c'è davvero in questo decreto e, dall'altro, rispondere nel merito ad alcune critiche, perché gli italiani si aspettano dalla politica questo, soprattutto oggi: serietà e responsabilità quando si parla di temi strategici, che non riguardano, cari colleghi, soltanto le prossime elezioni su cui siete concentrati, ma che riguardano soprattutto le prossime generazioni. Per affrontare seriamente questo tema dobbiamo partire da un dato di realtà: la crisi energetica non nasce oggi. Si innesca oggi, ma le cause hanno radici più profonde.
Ci sono condizioni strutturali: fino all'avvento delle rinnovabili, l'Italia non era un Paese che disponesse delle risorse naturali sufficienti a sviluppare una propria indipendenza. Nonostante questo, per anni abbiamo rinunciato, per ragioni ideologiche, a sfruttare i nostri giacimenti di gas, ad esempio. Ci sono condizioni storiche, la scelta di quel disastroso referendum di abbandonare il nucleare ha segnato profondamente il nostro sistema energetico. È stata una scelta che ha legato il nostro destino energetico all'approvvigionamento di gas all'estero. Una scelta che maturò, come spesso avviene quando la politica non è seria, quando la politica, anziché confrontarsi, si scontra, in un clima emotivo più legato alle paure che a una valutazione lungimirante e razionale. Ogni riferimento al recente referendum che abbiamo visto sulla giustizia, purtroppo, è voluto.
Infine, ci sono le cause scatenanti: la guerra tra Russia e Ucraina, la necessità di rivolgerci ad altri fornitori, e, quindi, la guerra in Medio Oriente, che continua a generare, ad aumentare, anzi, l'instabilità. Questo è il quadro reale, un quadro complesso per tutti, ma ancora più complicato per il nostro Paese, per le scelte mancate e per la mancanza di una visione di quella politica che volle rinunciare al nucleare, in una sottovalutazione che è durata decenni, decenni in cui l'ideologia ha prevalso.
Allora, di fronte a questo quadro, qualcuno dice che la responsabilità è del Governo e che questo decreto è insufficiente. Questo decreto è insufficiente? Sapete cosa vi dico? Avete ragione, questo decreto è insufficiente, ma vi sfido io, nel campo della concretezza e della verità, ad essere onesti: nessun decreto, nessuno può essere da solo sufficiente a risolvere problemi così strutturali. Questioni così complesse per cui serve non un decreto, ma una strategia nazionale, che noi, al contrario vostro, stiamo perseguendo di giorno in giorno. È finito il tempo dei proclami, quello dove qualcuno sosteneva, con un decreto, di avere cancellato la povertà. È arrivato il tempo in cui problemi seri si affrontano con il lavoro, con il tempo, con la responsabilità. È per questo che questo decreto va letto dentro quella strategia nazionale di cui abbiamo parlato, quella strategia che ci ha visto rimettere il Paese nelle condizioni di utilizzare i propri giacimenti di gas; che ci ha visto investire come mai prima sulle rinnovabili (sole, vento, geotermia e idroelettrico) con risorse crescenti e semplificazioni concrete che hanno visto nel tempo, al contrario di quanto diceva poco fa il collega Cappelletti, aumentare la potenza rinnovabile installata di anno in anno, sotto la guida di questo Governo; che ci ha visto riaprire una prospettiva sul nucleare sostenibile, oggi in discussione nelle Commissioni attività produttive ed ambiente; che ci ha visto diversificare le nostre forniture di gas, attingendo per forza di cose anche al gas liquido e rafforzando la nostra capacità rigassificatrice; che ci vede oggi, con questo decreto, salvare dalla chiusura le nostre centrali a carbone.
Su questo torneremo dopo. Nel frattempo, abbiamo fatto anche ciò che qualcuno definisce, in modo denigratorio, degli interventi tampone e che, invece, io voglio chiamare interventi necessari, perché, quando famiglie e imprese sono in difficoltà, lo Stato deve esserci. Con questo provvedimento rafforziamo il sostegno alle famiglie, aumentando di 115 euro il sociale, oltre ai 200 già previsti, e interveniamo sulle imprese, come ha ricordato, prima di me, in modo efficace il collega Maerna. Ma con queste norme non ci siamo fermati qua, interveniamo anche alla radice di alcuni problemi in modo strutturale - sì, strutturale -, come ci avete spesso invitato a fare. Ad esempio, sui meccanismi di formazione del prezzo dell'energia nel nostro Paese abbiamo affrontato, come non era mai avvenuto prima, il nodo del differenziale di prezzo tra il gas che viene trattato alla Borsa di Amsterdam e a livello nazionale, un differenziale che pesa sulla competitività del nostro Paese.
Rafforziamo l'accesso delle imprese ai contratti a lungo termine per l'approvvigionamento energetico, per stabilizzare i prezzi e per favorire il disaccoppiamento dei prezzi dell'energia.
Un obiettivo riconosciuto anche a livello europeo, un proposito che ci siamo dati come minoranza e che voi spesso richiamate, contenuto anche nel documento che Draghi ha elaborato sulla competitività dell'Europa; un documento che spesso citate, ma che, forse, non avete mai letto. E apriamo a un tema politico serio, anche a livello europeo, sul funzionamento del sistema ETS, perché non è più accettabile che il prezzo dell'energia, anche quello rinnovabile, sia così condizionato dal prezzo che paghiamo sulla CO2.
Interveniamo poi su un nodo concreto: la saturazione virtuale della rete. È la prima volta. Mettiamo ordine, diamo garanzie e certezze alle imprese, agli amministratori locali e a tutti i territori. Poi, continuiamo con questo decreto sul percorso della semplificazione: meno burocrazia, più velocità per rinnovabili e infrastrutture strategiche, come i . Nel lavoro in Commissione questo decreto è stato migliorato, grazie al lavoro fatto in modo serio dai relatori Zucconi e Toccalini, della Lega, che voglio ringraziare. Grazie al supporto da parte del Governo. Ringrazio il Ministro Pichetto Fratin, il Vice Ministro Vannia Gava. Ringrazio il presidente di Commissione, Alberto Gusmeroli, e tutti i colleghi che hanno collaborato, anche di opposizione, che hanno dato un contributo fattivo in Commissione, mentre qua, purtroppo, si perdono nel teatrino della politica. Ma è nel percorso di Commissione che la Lega ha dato un contributo vero e concreto: siamo intervenuti sul rapporto tra operatori e cittadini. Bollette più chiare, nome e cognome degli intermediari che inducono i cittadini a sottoscrivere l'uno o l'altro contratto. Più trasparenza, basta alle pratiche di da parte di alcuni fornitori per rendere il mercato davvero libero.
Stop alle pratiche aggressive di e di che inducono i cittadini a sottoscrivere offerte che non sono adatte ai loro bisogni e che hanno reso il mercato meno concorrenziale. Abbiamo indirizzato meglio, con i nostri emendamenti, le risorse delle aste ETS verso la decarbonizzazione dei trasporti per togliere i traffici dalle strade per portarli su rotaia, per portarli via mare. Abbiamo rafforzato la sicurezza energetica, come dicevamo prima, prorogando al 2038 il del carbone: una scelta di realismo, non una scelta ideologica, che porta la firma - sono veramente orgoglioso di questo - del capogruppo della Lega, Riccardo Molinari. Abbiamo sostenuto il settore delle bioenergie, salvaguardando migliaia di impianti e proprio sulle bioenergie, visto che il Governo, il Ministro è in Aula voglio essere chiaro, vogliamo essere chiari: sugli impianti più piccoli, quelli sotto 1 megawatt, lo sforzo non è ancora sufficiente e anche in Commissione abbiamo chiesto, da questo punto di vista, un maggiore impegno, perché parliamo di realtà legate intimamente all'agricoltura, legate al territorio, alla sostenibilità. Per questo presenteremo un ordine del giorno: per dare risposta agli oltre 2.000 impianti che oggi rimangono scoperti, auspicando che il Governo su questo possa ascoltare la nostra richiesta.
Presidente, ho provato a restituire un quadro serio di questo decreto e credo che il dibattito, che abbiamo ascoltato in quest'Aula e che abbiamo visto sulla stampa, non renda giustizia al lavoro che, invece, abbiamo svolto come Parlamento tutto, sia maggioranza che opposizione. Ma ormai ci siamo abituati: tanto sui temi minori quanto su questi temi strategici, perfino sulle riforme costituzionali, troppo spesso il confronto scivola nella polemica con un'onta che si propaga a tutta la classe politica, segnando per l'intera Nazione passi falsi da cui è difficilissimo e dispendioso tornare indietro.
Vogliamo essere per questo molto seri, Presidente, perché la fase è difficile: parliamo di milioni di famiglie, parliamo di imprese, di lavoro, parliamo di futuro. Questo decreto non è la soluzione definitiva, ma è un decreto concreto ed è necessario. È un passo avanti dentro una strategia che esiste, che ho provato ad illustrare, che è giusta e lungimirante. Noi non promettiamo scorciatoie, signor Presidente, ma ci assumiamo delle responsabilità. Grazie e buon lavoro a tutti.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). Grazie, signor Presidente. Signor Ministro, effettivamente gli italiani si aspettano serietà, si aspettano responsabilità, si aspettano anche una visione del futuro, la difesa del nostro sistema produttivo. Le nostre imprese, le grandi, le piccole, hanno bisogno di molta energia per continuare a produrre, così come le famiglie si aspettano costi accessibili per l'energia che consumano dentro casa, a cominciare dall'uso dei riscaldamenti. Una situazione difficile, già complicata qualche mese fa, che - con l'inizio dei bombardamenti da parte israeliana e statunitense dell'Iran e il conseguente blocco dello Stretto di Hormuz - ha portato il prezzo del petrolio e del gas sui mercati internazionali a livelli altissimi; ha fatto registrare aumenti significativi, con l'indice di riferimento per il prezzo naturale del gas in Europa che ha fatto registrare l'impennata, raggiungendo i massimi livelli da 3 anni. Questo a casa nostra ha significato immediate conseguenze sul costo dell'energia, quella legata al trasporto, dalla benzina al gasolio, ma anche ovviamente aumenti relativi dei grandi operatori dell'energia, del gas, dell'energia elettrica, in una situazione nella quale, diciamo, questo Paese era già particolarmente sofferente. Non è che prima della crisi del Golfo in Italia il problema dell'energia fosse gestibile in qualche modo, ma presentava problemi davvero profondi. Adesso la situazione è diventata drammatica anche per la vita delle famiglie del nostro Paese, perché affrontare questi costi e queste difficoltà è al di là anche delle possibilità reali che gran parte della popolazione ha.
Voglio ricordare in questo contesto che ci troviamo di fronte a un Paese che ha gli stipendi più bassi d'Europa. Più bassi d'Europa! Di fronte a questo - poco prima abbiamo parlato anche della crisi abitativa e dei costi degli alloggi - l'energia rappresenta uno dei costi maggiori che i cittadini devono sopportare. Di fronte a questo scenario drammatico il Governo pone all'esame dell'Aula un decreto che - ahinoi - è già superato dagli avvenimenti internazionali e che, invece di affrontare in modo strutturale il problema del caro energia in questo Paese, continua ad agire in una dimensione emergenziale attraverso l'ennesimo bonus, peraltro di impatto - me lo lasci dire, signor Ministro - irrilevante sui bilanci di famiglie e imprese. Anche il che è stato dato per 20 giorni sui carburanti, a parte il fatto che non è servito per vincere il referendum, anche dal punto di vista sostanziale, in realtà, non ha cambiato granché nelle tasche dei cittadini, perché basta circolare per le strade del nostro Paese e si può vedere che ovviamente i prezzi sono tornati a essere immediatamente alti.
Come dicevo, riguardo alle salatissime bollette di luce e gas, ci sembra di rivivere un della crisi energetica del 2022, all'indomani dell'invasione dell'Ucraina da parte della Federazione Russa. Da allora, signor Ministro, invece di mettere in campo una strategia che consentisse il più velocemente possibile di affrancare il nostro sistema energetico dalle fonti fossili, accelerando la corsa verso le fonti rinnovabili, la politica del Governo è stata quella di spostare la nostra dipendenza dal gas di Putin a quello di Trump.
Si è parlato tanto anche nell'ultimo intervento della vicenda del nucleare. Io sono abbastanza stupefatto dal ritorno di queste discussioni in un momento così drammatico della storia del nostro Paese. Secondo il programma da lei presentato, signor Ministro, nel 2050 il programma nucleare italiano, se rimesso in moto, produrrà 8 gigawatt di energia per il nostro Paese, che rappresenta, nella migliore delle ipotesi, il 10 per cento del nostro fabbisogno energetico. Quindi, il 90 per cento non si sa bene come dovrebbe essere risolto. Bisogna dire che attualmente il costo dell'energia nucleare è di 156 euro a megawattora, quello del fotovoltaico da 40 a 70 euro e quello dell'eolico da 50 a 80 euro. L'energia nucleare costa tre volte in più delle rinnovabili, per non parlare degli investimenti di installazione. Per avere un chilowattora prodotto da energia nucleare è necessario investire dai 6.000 ai 7.000 euro. Per avere un chilowattora prodotto da energia rinnovabile sono sufficienti 700 euro. Una centrale nucleare costa dalle 5 alle 8 volte più di una centrale equivalente di energia rinnovabile. Questi sono i numeri e sui numeri poco si scherza.
Se volete scherzare sui 50 miliardi che dovrebbero tirar fuori gli italiani per avere il 10 per cento di energia nucleare, credo che volete dare l'ennesima fregatura ai cittadini italiani.
In questo contesto, come dicevamo, continuate a cercare di comprare gas. In primo luogo, il gas liquido che importiamo dall'America ha un prezzo veramente esorbitante. Una parte di gas liquido viene dallo Stretto di Hormuz.
In tutto questo contesto noi non facciamo notare un elemento basilare, ossia che le grandi compagnie americane del gas, da quando è cominciata la guerra del Golfo, secondo il , hanno un miliardo di extraprofitti a settimana. E così, dopo non avere tassato neanche i 70 miliardi di extraprofitti già incassati dalle grandi compagnie dell'energia, adesso noi favoriamo ancora le compagnie americane, assicurandogli questo guadagno di un miliardo a settimana. Si può dire - io già gliel'ho detto in altre occasioni, signor Ministro - che gli americani fanno pagare a noi la guerra del Golfo, facendo questi extraprofitti sull'energia.
In tutto questo la vostra risposta qual è? È quella di andare in Algeria con la Presidente del Consiglio a elemosinare qualche quantità in più di gas da importare. Impresa peraltro difficile, perché i consumi di gas che si registrano in Algeria negli ultimi anni sono aumentati dall'11 per cento al 31 per cento. Peraltro, hanno riallacciato, come il Ministro sa, i rapporti con la Spagna, quindi probabilmente una quantità di gas andrà in quella direzione. E quindi l'aumento di forniture al nostro Paese non sarà così significativo da risolvere i nostri problemi.
A fronte di questo, noi abbiamo parlato della Spagna, potremmo vedere anche quello che accade dai nostri vicini, signor Presidente. Perché a scuola copiare è sbagliato, perché bisogna studiare, ma a volte vedere quello che accade vicino a casa nostra può essere utile per capire qual è la direzione giusta da percorrere. I dati aggiornati al 21 marzo 2026 parlano chiaro: in Spagna un megawattora di energia costa 37,57 euro, in Germania 102,39, in Italia 157,45.
Un divario che nelle giornate di maggiore produzione rinnovabile si allarga ulteriormente, portando i prezzi iberici a toccare le frange più basse del continente. Il differenziale non è congiunturale, è strutturale, ed è frutto di scelte politiche. In Spagna il gas interviene solo per bilanciare il sistema quando serve, e non ne costituisce l'architrave, come in Italia, che, al contrario, continua a usare tale fonte fossile per produrre ogni giorno circa la metà della nostra elettricità, esponendoci alle conseguenze di ogni nuovo legato a crisi geopolitiche.
Il tanto vituperato , che questo Governo continua a voler minare nelle fondamenta, non è solo uno strumento per abbattere le emissioni di gas serra e fare la propria parte nella lotta ai cambiamenti climatici, ma è la concreta e unica possibilità per ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili. È ciò che continuate a fare con questo provvedimento dando nuovo ossigeno al sistema del gas, arrivando a rimborsarlo, e quindi, di fatto, a esentarlo dalla tassa di carbonio prevista dal sistema ETS.
Meccanismo, peraltro - io glielo voglio dire, signor Ministro -, che appare in contrasto con l'impianto europeo dell'ETS, configurandosi più che altro come aiuto di Stato selettivo, incoerente con la finalità ambientale del sistema e potenzialmente distorsivo del mercato intero dell'energia. Quindi, un attacco senza precedenti a uno dei più antichi capisaldi delle politiche climatiche in Europa, nato 20 anni prima del , sul quale si basano comportamenti virtuosi e investimenti decennali di una fetta significativa del tessuto industriale, energetico e non.
Invece di correre in soccorso del clima e dei cittadini, si sceglie ancora una volta di correre in soccorso del gas. E non basta questo. Voi in questo provvedimento prolungate la vita dell'energia a carbone fino al 2038, di 12 anni. Le centrali a carbone - lo voglio ricordare qui per chi ci ascolta - sono le strutture più costose, vetuste e inquinanti per produrre energia elettrica. Rilasciano grandi quantità di anidride carbonica, zolfo, azoto e mercurio, e peraltro coprono soltanto l'1 per cento del fabbisogno nazionale. Voi pensate che questa sia la scelta giusta?
Ancora una volta voi fate una scelta a favore delle energie fossili. E ricordate che l'alto costo dell'energia deriva dal fatto che il 70 per cento dell'energia che noi usiamo voi la importate dall'estero, e credo che questo sia un dato assolutamente gravissimo, perché voi, che siete sovranisti, dovreste ricordare che la prima questione per avere l'autonomia nazionale è l'autonomia energetica, e per avere l'autonomia energetica non bisogna andare a comprare il gas. Noi non abbiamo il gas, non abbiamo il carbone, non abbiamo il petrolio.
Non abbiamo neanche l'uranio, sarebbe da dire, ma è così. Invece abbiamo soltanto due questioni fondamentali, che sono il sole e il vento. Però io capisco, signor Ministro, che il sole e il vento hanno un grandissimo problema: non costano nulla, e quindi fare le speculazioni sul sole e sul vento è complicato, molto complicato. Ed è per questo, forse, che questa scelta voi non l'avete voluta fare. Io penso che la strada e il percorso per assicurare un basso costo dell'energia, per dare fiato alle imprese e per dare fiato alle famiglie, sia quella dell'energia rinnovabile, perché per fare un impianto o una centrale nucleare ci vogliono 15 anni.
Invece, per fare un impianto fotovoltaico, ci vuole un anno, ci vogliono 2 anni al massimo, se finalmente vi decidete a sbloccare le autorizzazioni che dovete dare. Secondo il nuovo di Legambiente, che si chiama non a caso “Scacco matto alle rinnovabili”, su 1.781 progetti a fonte rinnovabile attualmente in fase di valutazione di impatto ambientale, ben 1.234, pari al 69,3 per cento del totale, sono in attesa della conclusione dell'istruttoria tecnica da parte della Commissione VIA PNRR-PNIEC, con 17 progetti che attendono una risposta da prima del 2021.
Ma il decreto così impostato, signor Ministro, non solo risponde a una logica politica e ideologica ben precisa, ma toglie risorse solo alle rinnovabili e all'efficienza energetica per sopperire ai costi emergenziali legati ai contributi per le famiglie a basso reddito, lasciando peraltro buona parte del ceto medio senza alcun sostegno. Allora, signor Ministro, io penso che su questa questione dell'energia noi giochiamo il futuro del nostro Paese, giochiamo l'indipendenza del nostro Paese, giochiamo la possibilità che il nostro Paese possa rimanere competitivo.
Voglio ricordare che intorno alla questione del diritto dell'energia rinnovabile e della ricerca necessaria per migliorare anche le prestazioni di energia rinnovabile si gioca un pezzo fondamentale dal punto di vista dell'innovazione tecnologica. In questo Paese si spende soltanto l'1,4 per cento del PIL in ricerca, la media europea è del 2 per cento. In Italia, meno del 2 per cento delle imprese manifatturiere deposita brevetti, e sta aumentando costantemente la dipendenza tecnologica.
Vorrei ricordare che Bankitalia dice che, in Italia, c'è un saldo negativo di 3,7 miliardi sulla bilancia dei pagamenti e sull'uso delle proprietà intellettuali e i servizi di architettura e ingegneria tecnologica. Altro che sospensione dell'ETS, signor Ministro! Bisogna investire sulle filiere costruendo ecosistemi innovativi per produrre tecnologie strategiche, a cominciare dalle fasi di progettazione e dell'innovazione. È necessario puntare sulla transizione energetica, idrogeno verde, rinnovabili, elettrificazione, per dare un futuro al nostro Paese.
Voi state facendo il gioco delle tre carte, come si faceva una volta in molti luoghi della città - carta vince, carta perde -, ma state giocando sul destino del nostro Paese e sulla possibile sopravvivenza di questo Paese. Voi non siete nazionalisti, voi non siete sovranisti. Voi siete contro l'Italia, voi siete anti-italiani, perché fate le scelte che continuano a favorire le grandi compagnie estere, continuano a favorire gli americani.
Continuate a costringere il nostro Paese a investire in armamenti, perché è necessario avere armamenti per avere accesso alle fonti energetiche, e non fate la scelta più giusta, più vera: quella dell'innovazione tecnologica, quella delle fonti rinnovabili, che abbassano il costo delle bollette, che rendono la vita più facile possibile per i nostri concittadini e le nostre concittadine e che rilanciano la nostra economia.
Questo è il grande errore e questo è il grande danno che state facendo al nostro Paese. Nei momenti difficili è necessario avere al Governo persone con le idee chiare, persone capaci, persone che sanno dove mettere le mani: voi non siete così, voi siete quel Governo che porta il nostro Paese, come è già accaduto in passato, verso il disastro.
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, l'onorevole Zucconi. Non avrebbe tempo, però un minuto, se lei intende intervenire, glielo diamo. Prego.
RICCARDO ZUCCONI, . Grazie Presidente. Abbiamo già trattato il tema abbondantemente in Commissione. Ringrazio i colleghi, ma non replico.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il Ministro Pichetto Fratin, se intende intervenire: anche il rappresentante del Governo rinunzia alla replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico del disegno di legge di conversione e delle proposte emendative riferite agli articoli del decreto-legge .
La V Commissione (Bilancio) ha espresso il prescritto parere , che è in distribuzione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di intervenire il Ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, l'onorevole Gilberto Pichetto Fratin. Ne ha facoltà.
GILBERTO PICHETTO FRATIN,. Grazie, Presidente. Signor Presidente, onorevoli deputati, a nome del Governo e autorizzato dal Consiglio dei ministri, pongo la questione di fiducia sull'approvazione, senza emendamenti, subemendamenti e articoli aggiuntivi, dell'articolo unico del disegno di legge n. 2809-A: Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, nel testo approvato dalla Commissione.
PRESIDENTE. Secondo quanto convenuto nella riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo dello scorso 25 marzo: a seguito della posizione della questione di fiducia sull'articolo unico del disegno di legge n. 2809-A, di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, la votazione per appello nominale avrà luogo nella seduta di domani, martedì 31 marzo, a partire dalle ore 14, previe dichiarazioni di voto a partire dalle ore 12,20; dopo tale votazione, i lavori proseguiranno, con prosecuzione notturna ed eventualmente nella giornata di mercoledì 1° aprile, a partire dalle ore 9,30, per il seguito dell'esame.
Estraggo a sorte il nominativo del deputato dal quale avrà inizio la chiama.
La chiama avrà inizio dalla deputata Schifone.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 20 febbraio 2026, n. 21, recante misure urgenti per la riduzione del costo dell'energia elettrica e del gas in favore delle famiglie e delle imprese, per la competitività delle imprese e per la decarbonizzazione delle industrie, nonché disposizioni urgenti in materia di risoluzione della saturazione virtuale delle reti elettriche e di integrazione dei centri di elaborazione dati nel sistema elettrico. (C. 2809-A)
: TOCCALINI e ZUCCONI.
2.