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Lunedì 18 Maggio 2026 ore 09:30
AULA, Seduta 662 - Relazione su partecipazione Italia all'Ue, mozioni su Patto di stabilità e costo energia
Resoconto stenografico
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In Aula si è svolta la discussione sulle linee generali dei seguenti provvedimenti: Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026. (Doc. LXXXVI, n. 4-A); mozione Scerra ed altri n. 1-00569 concernente la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti (vedi allegato); mozione Boschi ed altri n. 1-00572 in materia di riduzione del costo dell'energia e politiche a sostegno della crescita (vedi allegato).
XIX LEGISLATURA
662^ SEDUTA PUBBLICA
Lunedì 18 maggio 2026 - Ore 9,30
1. Discussione sulle linee generali della Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026. (Doc. LXXXVI, n. 4-A)
Relatrice: AMBROSI.
2. Discussione sulle linee generali della mozione Scerra ed altri n. 1-00569 concernente la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti (vedi allegato).
3. Discussione sulle linee generali della mozione Boschi ed altri n. 1-00572 in materia di riduzione del costo dell'energia e politiche a sostegno della crescita (vedi allegato).
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- Lettura Verbale
- Missioni
- Discussione della Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026 (Doc. LXXXVI, n. 4-A)
- Svolgimento
- Discussione sulle linee generali - Doc.LXXXVI, n. 4-A
- Vice Presidente MULE' Giorgio
- Deputata AMBROSI Alessia (FRATELLI D'ITALIA)
- Deputato CASU Andrea (PARTITO DEMOCRATICO - ITALIA DEMOCRATICA E PROGRESSISTA)
- Deputato GIGLIO VIGNA Alessandro (LEGA - SALVINI PREMIER)
- Deputato SILVESTRI Francesco (MOVIMENTO 5 STELLE)
- Deputata DE MONTE Isabella (FORZA ITALIA - BERLUSCONI PRESIDENTE - PPE)
- Annunzio di risoluzioni - Doc. Doc. LXXXVI, n. 4-A
- Discussione sulle linee generali - Doc.LXXXVI, n. 4-A
- Svolgimento
- Discussione della mozione Scerra ed altri n. 1-00569 concernente la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti
- Discussione della mozione Boschi ed altri n. 1-00572 in materia di riduzione del costo dell'energia e politiche a sostegno della crescita
- Svolgimento
- Discussione sulle linee generali
- Svolgimento
- Sui lavori dell'Assemblea
- Ordine del giorno della prossima seduta
PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
BENEDETTO DELLA VEDOVA, legge il processo verbale della seduta del 15 maggio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 81, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della Relazione della XIV Commissione sul Programma di lavoro della Commissione per il 2026 e sulla Relazione programmatica sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea nell'anno 2026 (Doc. LXXXVI, n. 4-A).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
Avverto, altresì, che le eventuali risoluzioni devono essere presentate entro il termine della discussione.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Alessia Ambrosi.
ALESSIA AMBROSI, . Grazie, Presidente. Colleghi, la discussione odierna sugli strumenti di programmazione politica e legislativa dell'Unione europea rappresenta uno dei momenti più rilevanti dell'attività parlamentare, perché ci consente di affrontare il merito delle singole politiche europee, ma soprattutto ci dà l'indicazione che l'Europa intende assumere nei prossimi anni. Quindi la relazione predisposta dalla nostra XIV Commissione costituisce l'esito di un esame congiunto e approfondito del programma di lavoro della Commissione europea del 2026 e della relazione programmatica del Governo sulla partecipazione dell'Italia all'Unione europea. Per tal motivo, con la Commissione abbiamo svolto un lavoro assolutamente importante. Abbiamo audito tutte le varie Commissioni permanenti, il Comitato per la legislazione; ci sono state numerose audizioni, con memorie scritte e un ampio confronto con il sistema produttivo istituzionale e territoriale del Paese.
Voglio ringraziare fin da subito il Ministro Foti e tutto il Governo per la qualità, la chiarezza e la tempestività con cui è stata predisposta la relazione programmatica, consentendo al Parlamento di svolgere appieno il proprio lavoro. Credo sia giusto dirlo con chiarezza, perché oggi ci troviamo in una fase storica completamente diversa rispetto a quella di pochi anni fa. L'Europa attraversa una trasformazione sul piano geopolitico assolutamente profonda, anche sul piano energetico, industriale, tecnologico e della sicurezza, perché viviamo in un contesto segnato da conflitti internazionali, tensioni commerciali, crisi energetiche, nuove dipendenze industriali e profonde trasformazioni produttive. Ed è in questo contesto, Presidente, che il ruolo dell'Italia è anche profondamente cambiato.
Se facciamo un passo indietro, all'inizio di questa esperienza di Governo - se vi ricordate - c'era chi aveva definito il nostro Premier Meloni come un , destinato a rimanere quasi marginale nei tavoli che contano a livello europeo, nei grandi equilibri europei. E questo avveniva in uno dei momenti geopolitici più complessi degli ultimi anni. Eppure, proprio grazie alla determinazione, alla coerenza, alla visione e alla chiarezza della linea politica portata avanti dal Governo Meloni fin dall'inizio, l'Italia è tornata centrale nei processi decisionali europei ed internazionali. E questo, Presidente, è sotto gli occhi di tutti.
Oggi il Presidente del Consiglio Meloni viene riconosciuto a livello internazionale come la tra le più autorevoli e solide del panorama occidentale. E questo non lo diciamo noi, ma lo dimostrano il ruolo assunto dall'Italia sui principali strategici europei, la centralità acquisita nei grandi tavoli internazionali, il rapporto costruito con i principali occidentali e la capacità di incidere concretamente sulle grandi scelte europee. E non è un caso che autorevoli osservatori internazionali ed importanti testate straniere come il , o il abbiano più volte evidenziato proprio il ruolo assunto oggi dall'Italia e la capacità di , un'Italia che oggi detta la linea. Credo che questo cambio di percezione internazionale non sia casuale: è il risultato di una linea politica chiara, coerente e credibile che ha restituito all'Italia la giusta autorevolezza internazionale, la stabilità politica e la capacità di incidere realmente nei processi decisionali.
Come ha affermato più volte il Presidente Giorgia Meloni, l'Italia non è più la Nazione che rincorre: oggi è la Nazione che detta la linea e che è determinante nelle scelte politiche e strategiche dell'Europa. Ed è esattamente ciò che oggi sta accadendo e questo - devo dire - anche grazie a due figure chiave assolutamente importanti: sul piano nazionale, il Ministro Tommaso Foti e, sul piano europeo, il Vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto. Il lavoro svolto dal Ministro Foti sul raccordo tra Governo, Parlamento e politiche europee ha rappresentato sicuramente un elemento importante di rafforzamento del ruolo parlamentare nei processi decisionali; così come oggi il ruolo ricoperto da Raffaele Fitto, di assoluto prestigio, che testimonia il ritorno dell'Italia ad una posizione di credibilità e autorevolezza. E la relazione programmatica e il programma di lavoro della Commissione europea ci restituiscono un quadro estremamente articolato ed ambizioso, nel quale emergono con forza alcuni temi fondamentali: la competitività del sistema europeo, la semplificazione normativa, la sicurezza economica, l'autonomia strategica, la politica industriale, la difesa delle filiere produttive, l'innovazione, l'energia.
E una cosa va detta: è significativo che, dopo anni caratterizzati da un approccio spesso eccessivamente ideologico, oggi anche l'Europa stia finalmente tornando a confrontarsi con la realtà concreta dei territori e delle nostre imprese. Però, va sottolineato il fatto che tutto ciò sta avvenendo grazie alla spinta politica che l'Italia ha saputo imprimere nel dibattito europeo, riportando al centro temi troppo spesso trascurati: la competitività, la politica industriale e la tutela del sistema manifatturiero europeo.
L'Italia oggi, quindi, non subisce più il dibattito europeo, ma contribuisce ad orientarlo, perché la competitività europea non può essere considerata un tema secondario, perché senza competitività non esiste autonomia strategica, non esiste crescita e senza una forte base produttiva non può esistere nemmeno una reale sovranità europea.
Per questo la XIV Commissione ha svolto un lavoro davvero approfondito di audizioni, di confronti con gli , con le categorie produttive e di acquisizione di memorie e analisi dei diversi settori coinvolti; un lavoro che ha, tuttavia, fatto emergere con forza anche alcune criticità che l'Europa non può ignorare e che noi abbiamo voluto evidenziare. Penso, innanzitutto, al tema della semplificazione normativa e del rispetto dei principi di sussidiarietà e proporzionalità. Negli ultimi anni, abbiamo assistito - e anche, poi, con l'inizio di questa legislatura europea - a una produzione legislativa troppo complessa, stratificata e spesso difficilmente sostenibile e attuabile per imprese, territori e amministrazioni, soprattutto in alcuni settori caratterizzati da forti specificità nazionali. E questo approccio rischia di comprimere eccessivamente gli spazi di adattamento nazionale e non sempre appare come coerente con i principi poc'anzi citati. E a ciò si aggiunge anche il ricorso sempre più ampio agli atti esecutivi delegati, che finiscono spesso per demandare alla Commissione decisioni molto rilevanti, anche sul piano politico, riducendo di fatto gli spazi di intervento dei Parlamenti nazionali.
Inoltre, è altrettanto significativo che molte proposte legislative continuino a non essere accompagnate da adeguate valutazioni d'impatto, questo è un punto centrale, signori miei. Perché quali sono gli effetti delle misure sulle nostre imprese?
Oggi l'Europa non può chiedere alle imprese di sostenere costi crescenti senza misurarne, di fatto, concretamente gli effetti economici, produttivi e sociali e la regolazione deve accompagnare la crescita - come diciamo sempre noi - e mai ostacolarla o rallentarla.
Credo anche che il principio debba tornare realmente dentro le politiche europee. Questo che cosa significa? Significa creare norme attuabili e creare norme che siano assolutamente sostenibili. Significa costruire norme partendo dal basso, partendo dalla base e dalla realtà concreta delle piccole e medie imprese, che rappresentano di fatto oggi il nostro territorio socio-economico che, dal punto di vista socio-economico, è formato principalmente da piccole e medie imprese. Quindi significa evitare che la complessità burocratica e regolatoria finisca per penalizzare proprio quelle imprese che generano occupazione, innovazione, e crescita dei territori.
Un secondo grande tema affrontato nel corso dell'esame riguarda il negoziato sul quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Anche qui la posizione italiana è assolutamente chiara, ovvero difendere le politiche tradizionali dell'Unione, tutelare la PAC e le politiche di coesione e garantire equilibrio tra contributi e ritorni, perché politica agricola comune e coesione rappresentano oggi i pilastri fondamentali della stabilità economica, della competitività agricola, dello sviluppo delle aree interne e della coesione sociale e territoriale. A tal proposito, credo proprio che dalla terra di Alcide De Gasperi, il Trentino-Alto Adige, da cui provengo, arrivi ancora oggi una lezione fondamentale e profondamente attuale: un'Europa forte non nasce cancellando le identità nazionali, bensì rafforzando e valorizzando popoli, autonomie, territori, specificità e comunità dentro una grande visione comune. In questo contesto, credo sia fortemente importante il lavoro portato avanti proprio dal Vicepresidente esecutivo Raffaele Fitto.
Un terzo grande ambito riguarda il rapporto tra transizione verde, competitività e politica industriale. L'abbiamo visto sulla nostra pelle a inizio legislatura con la funesta direttiva . Noi certamente andiamo a condividere gli obiettivi della sostenibilità e della decarbonizzazione. Certamente, però, la transizione deve essere assolutamente sostenibile economicamente, socialmente equilibrata, tecnologicamente neutrale e compatibile con la tenuta industriale europea. Per questo abbiamo ribadito con forza la necessità di difendere il principio anche della neutralità tecnologica, valorizzando tutte le soluzioni innovative disponibili, inclusi biocarburanti e tecnologie alternative, perché è fondamentale - e questo è un approccio fondamentale - affrontare con estremo realismo il tema dell' europeo, perché dietro alla trasformazione industriale non ci sono, Presidente, solo quelli che sono gli obiettivi ambientali, ma ci sono milioni di posti di lavoro, intere filiere produttive, ci sono territori industriali e una parte essenziale della capacità manifatturiera europea e qui sappiamo che mai e poi mai l'Europa può permettersi di perdere uno dei suoi industriali più strategici. Come ricordava benissimo anche Margaret Thatcher, nessuno ricorderebbe il buon samaritano solamente per le sue buone intenzioni, ma aveva anche i mezzi per aiutare. Questo è il , perché è esattamente questo il punto, Presidente: senza forza economica, industriale e tecnologica anche l'economia strategica europea rischia di restare soltanto un principio retorico.
Allo stesso tempo, un altro tema fondamentale è quello della sicurezza economica e dell'autonomia strategica. Oggi dipendenze tecnologiche, approvvigionamenti critici, energia, microchip, dati, cybersicurezza e intelligenza artificiale sono diventati elementi centrali della competizione globale, perché la sicurezza economica non è più separabile da quella che è la sicurezza nazionale. È proprio questo che il Governo Meloni ha riportato al centro: questa visione più pragmatica e più concreta della sovranità industriale europea.
Un ulteriore ambito strategico, quindi, è quello del settore digitale e della cybersicurezza, dell'innovazione, della competitività, delle piattaforme e delle PMI.
E poi c'è il tema migratorio. Esprimiamo piena soddisfazione per quella che è la linea del Governo e per come il Governo sta lavorando in ambito di politiche relative alla gestione dei flussi migratori e all'asilo. Occorre proseguire, quindi, in questa direzione: sulla legalità, sul controllo delle frontiere, sul contrasto all'immigrazione illegale e su una cooperazione europea strutturata, monitorando l'attuazione del Patto sulla migrazione e l'asilo e sostenendo strumenti innovativi, anche alla luce dell'esperienza dell'accordo con l'Albania e della visione più ampia del Piano Mattei, che rappresenta oggi uno dei pilastri della nuova proiezione strategica italiana nel Mediterraneo e in Africa.
Così come fondamentale è l'azione esterna dell'Unione europea. Allo stesso tempo, è essenziale rafforzare la complementarietà tra UE e NATO ed è pienamente condivisibile anche l'impegno del Governo nel sostenere il percorso europeo nei Paesi candidati, con particolare attenzione ai Balcani occidentali, nel rispetto del principio del merito. Per troppo tempo, l'Europa, ahimè, ha dato l'impressione di costruire politiche spesso lontane da quelle che sono le realtà concrete di imprese, famiglie e territori. Serve, invece, un'Europa meno ideologica e più strategica.
Ed è proprio per questo lavoro di approfondimento e di confronto che nasce anche la proposta di risoluzione depositata oggi in quest'Aula, che accompagnerà poi il prosieguo del dibattito, una proposta di indirizzo politico che intende rafforzare il ruolo dell'Italia nei processi decisionali. Oggi abbiamo bisogno di un'Europa che torni ad essere strumento concreto di crescita, stabilità e sviluppo, capace di difendere la propria economia e senza rinunciare ai propri valori di affrontare le grandi sfide globali.
Come ricordava Alcide De Gasperi: un politico guarda alle prossime elezioni mentre uno statista guarda alle prossime generazioni. Credo che questa frase, Presidente, descriva perfettamente la responsabilità che oggi abbiamo davanti, perché parlare di sicurezza e di competitività industriale significa parlare della libertà e della prosperità delle future generazioni europee, significa decidere quale Europa vogliamo lasciare ai nostri figli e costruire un'Europa senza rinunciare alle identità nazionali, più autonoma e senza diventare burocratica. Un'Europa che torni finalmente ad essere uno strumento al servizio dei popoli europei, perché non accada mai più che i popoli europei siano meri strumenti al servizio dell'Europa .
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, che rinuncia.
È iscritto a parlare il deputato Andrea Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, apro questo mio intervento - apro i lavori di oggi della Camera dei deputati - con un pensiero, rivolgendo un pensiero doveroso ai fatti di violenza grave e sconcertante che abbiamo visto a Modena nelle scorse ore. Siamo tutti profondamente colpiti, come già espresso dalla segretaria del nostro partito e dalla presidente del gruppo Chiara Braga. Colgo l'occasione, in questo intervento, per esprimere tutta la vicinanza del nostro partito, del gruppo del Partito Democratico, alle donne e agli uomini feriti e alle loro famiglie.
Voglio ringraziare il presidente De Pascale per aver rivolto un pensiero, insieme alle autorità locali, insieme a tutte le donne e gli uomini che hanno manifestato in queste ore, anche su cosa si può fare di più, su cosa può fare l'Emilia-Romagna in tema di salute mentale. Questo non è certamente il tempo degli sciacalli e non deve esserlo. Sono fatti che ci interrogano su quello che si deve fare in più nelle istituzioni e sul costruire, nel dolore ma anche nella responsabilità, quelle azioni che sono necessarie per garantire la sicurezza del nostro Paese nei fatti concreti.
Fatto questo passaggio che ritenevo doveroso, andiamo ad affrontare la discussione sui programmi europei per il 2026, che arriva in un momento straordinariamente difficile per l'Europa e per il mondo. Siamo dentro una fase di trasformazioni profonde: la guerra in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente, la nuova instabilità energetica, la competizione globale sempre più aggressiva, il ritorno dei dazi e delle politiche protezioniste, la crisi del multilateralismo. Di fronte a questo scenario, la domanda fondamentale è molto semplice: l'Europa vuole essere un soggetto politico capace di decidere e di proteggere i propri cittadini oppure vuole continuare a essere un insieme di Stati che reagiscono ciascuno per conto proprio? Noi pensiamo che non sia più sufficiente amministrare l'esistente e pensiamo che serva un salto politico europeo.
Per questo la nostra risoluzione parte da un punto chiaro: occorre rilanciare il progetto europeo, rafforzarne l'integrazione politica, superare quei meccanismi che oggi ne limitano la capacità di azione, a partire dal diritto di veto e dalla logica dell'unanimità, perché la verità è che l'Europa, in questi anni, ha dimostrato di funzionare meglio quando ha scelto di agire insieme: è accaduto durante la pandemia con il ed è accaduto quando si sono condivisi strumenti comuni per sostenere imprese, occupazione e investimenti. Quell'esperienza ha mostrato che un'altra Europa è possibile: un'Europa che investe, che protegge, che riduce diseguaglianze. Invece, oggi vediamo riaffacciarsi una tendenza opposta: meno integrazione, più frammentazione, meno politiche comuni, più ritorno alle logiche nazionali, ed è una scelta sbagliata.
Noi diciamo che la risposta alla crisi non può essere il ridimensionamento del progetto europeo; non può esserlo sul piano economico, non può esserlo sul piano energetico e della sicurezza. Per questo chiediamo investimenti europei comuni molto più forti per la competitività, per l'innovazione, per la transizione ecologica e digitale, per l'autonomia energetica e tecnologica. Non è una posizione ideologica, è una necessità economica e geopolitica. I grandi attori globali, prima di tutto gli Stati Uniti e la Cina, stanno investendo enormi risorse pubbliche per sostenere le proprie industrie strategiche. Pensare che l'Europa possa competere senza una politica industriale comune significa semplicemente condannarla al declino. E questo è un tema anche assolutamente italiano, perché il nostro Paese rischia più di altri gli effetti della stagnazione europea per il costo dell'energia, per le difficoltà del sistema industriale, per il ritardo degli investimenti nell'innovazione.
Noi, invece, abbiamo bisogno di un'Europa che sostenga la crescita e il lavoro, non che torni all'austerità.
Per questo, chiediamo una revisione del Patto di stabilità che consenta investimenti pubblici strategici soprattutto su scuola, sanità, transizione ambientale, infrastrutture e innovazione, e diciamo anche con chiarezza che è un errore raccontare la transizione ecologica come un problema da rallentare, un vincolo da aggirare; la transizione può essere una leva di sviluppo industriale e occupazionale se è accompagnata da investimenti, politica industriale e protezione sociale. Nello stesso modo, non condividiamo l'idea che la semplificazione normativa debba tradursi in un indebolimento degli obiettivi ambientali, degli obiettivi sociali europei. Semplificare è necessario, deregolamentare indiscriminatamente e rinunciare agli obiettivi che ci siamo dati sarebbe un errore.
Il punto centrale è proprio questo: nessuna trasformazione sarà sostenibile se produrrà nuove diseguaglianze. L'Europa deve tornare ad essere non soltanto un mercato - anzi, deve diventare, in tanti passaggi necessari, un mercato -, ma anche un modello sociale, perché è nella qualità di questo modello che risiede la forza dell'Europa, non soltanto nella sua capacità economica. Per questo, nella nostra risoluzione insistiamo sulla coesione territoriale, sul diritto al lavoro, sulla formazione, sulla tutela dei salari, sul diritto all'abitare, e riteniamo insufficiente l'attenzione che il Governo dedica alla dimensione sociale delle trasformazioni in corso. L'Italia continua ad avere salari bassi, soprattutto per i giovani, lavoratori poveri, lavoratrici povere e continua a mancare una legge sul salario minimo adeguato coerente con il quadro europeo.
C'è, poi, il tema della sicurezza. Noi pensiamo che l'Europa debba rafforzare la capacità di difesa, ma questo non può e non deve significare una semplice somma di riarmi nazionali scollegati tra di loro. Una vera difesa europea significa coordinamento strategico, interoperabilità, investimenti comuni, democratica comune; significa anche autonomia strategica europea, perché non si costruisce una politica estera autorevole senza strumenti comuni, e non si costruisce una vera autonomia europea restando permanentemente subordinati alle scelte di altri attori internazionali. Allo stesso tempo, però, vogliamo essere molto chiari: non riteniamo accettabile utilizzare i fondi di coesione per aumentare le spese militari; le risorse destinate a ridurre i divari territoriali, sociali e infrastrutturali devono restare finalizzate a questo scopo.
Colleghe e colleghi, questa discussione riguarda, in fondo, una scelta politica necessaria. Noi non possiamo assolutamente immaginare un'Europa che continui ad essere debole, frammentata, meno solidale, dove prevalgono gli egoismi nazionali. Abbiamo il dovere di scegliere un'Europa più politica, integrata, capace di proteggere i cittadini e di guidare le trasformazioni del nostro tempo. Questa è la strada che vogliamo seguire per un'Europa in grado di investire, di difendere il lavoro, la coesione sociale, di costruire autonomia strategica senza rinunciare alla cooperazione sul piano internazionale, per essere in grado, poi, di parlare con una voce sola nel mondo nei momenti difficili; nei momenti di crisi, come quelli che stiamo attraversando, è assolutamente indispensabile.
E noi pensiamo che costruire un'Europa più forte, più democratica e più unita necessiti di coerenza. Io ringrazio la relatrice, perché ha giustamente citato De Gasperi e un passaggio molto importante: la necessità di guardare non, come dei politici, solo alle prossime elezioni, ma, con l'occhio e la visione degli statisti, alle prossime generazioni. Però, per farlo, è necessario anche entrare nel vivo di una discussione di verità fra tutti noi. In questo momento, l'Europa ha un bilancio che è l'1 per cento del prodotto interno lordo degli Stati che la compongono e non ha la quantità di risorse per poter affrontare la complessità delle sfide che ci sono. Ha dei meccanismi decisionali che non sono adeguati, ha sviluppato una asimmetria tra quello che è il mercato interno e la sua relazione con i mercati esterni, e vive questi cambiamenti che già stanno avvenendo in una posizione di enorme debolezza.
Noi abbiamo visto una settimana di incontri, la possibilità e anche la prospettiva di un passaggio da rivalità a stabilità strategica fra le due principali potenze mondiali: e quale può essere il ruolo dell'Europa se, alla fine, il modello di cooperazione internazionale che passasse fosse un modello di cooperazione internazionale che non tiene più conto della difesa dei diritti? Quale potrebbe essere il ruolo dell'Europa se, nelle grandi sfide tecnologiche, noi non abbiamo nemmeno un campione europeo in grado di offrire non una indipendenza declinata in chiave autarchica, ma una indipendenza declinata in chiave di non totale dipendenza da chi eroga questi servizi? Ed è per questo che io penso che il titolo di questo documento, “È ora che l'Europa si renda indipendente”, dovrebbe essere stampato in termini cubitali in vari Ministeri, a cominciare dal Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, per ricordarlo in ogni occasione a chi oggi non si pone questo tema e fa scelte che vanno nella direzione di accrescere la nostra dipendenza strategica, invece di creare quel mercato unico europeo e quelle scelte di politica industriale europea indispensabili a creare i nostri campioni, anche nei settori dove siamo più in ritardo, penso al settore satellitare, ma non solo. Ecco, sarebbe indispensabile essere coerenti fra quello che diciamo in quest'Aula e quello che facciamo nei fatti concreti, altrimenti le prossime generazioni rischieranno di non conoscere l'Europa che ci hanno consegnato i nostri padri.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Giglio Vigna. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO GIGLIO VIGNA(LEGA). Grazie, Presidente. Questa legislatura ha visto e sta vedendo un importante raccordo fra Parlamento e Governo per quel che riguarda la formazione della politica del nostro Paese rispetto ai temi dell'Unione europea. Purtroppo, il ciclo 2024-2029 ha rivisto - e uso il termine “rivisto” perché, in realtà, si sta andando in continuità con il ciclo precedente - un uso eccessivo dello strumento del regolamento da parte dell'Unione europea, uno scarso uso, invece, all'opposto, dello strumento della direttiva, il ricorso eccessivo agli atti delegati. Cosa sono gli atti delegati? Alcuni, molti non lo sanno probabilmente neanche all'interno di quest'Aula. L'atto delegato è una pagina bianca, all'interno del regolamento, che rimanda alla Commissione il mandato di scrivere o riscrivere quella pagina bianca praticamente al 90 per cento da sola, al 90 per cento attraverso strumenti decisi dalla Commissione e senza interfacciarsi più con gli Stati nazionali, con i Parlamenti e con gli altri organi comunitari.
In tutti i documenti che noi abbiamo emesso, abbiamo discusso e abbiamo votato in XIV Commissione e nelle altre Commissioni che si sono spese nel voler contribuire a questo dibattito, l'Italia chiede all'Europa di legiferare meno e legiferare con direttive, come chiesto dall'articolo 5 del Protocollo n. 2 del Trattato di Lisbona. Tornare all'Europa delle direttive, usare i regolamenti solo quando necessario.
Questo lo abbiamo detto più volte in quest'Aula, questo lo ribadiamo spesso nelle sedi internazionali, nelle conferenze interparlamentari come la COSAC, la Conferenza delle Commissioni affari europei congiunta dei Paesi dell'Unione europea, questo lo ribadiamo spesso nell'ambito della diplomazia parlamentare con delegazioni straniere, ambasciatori e ministri di altri Paesi. Lasciare spazio, quindi, agli Stati nazionali, lasciare spazio ai Parlamenti e lasciare spazio all'autonomia delle regioni, perché la normativa europea scavalca anche la normativa regionale e per un Paese come l'Italia, con regioni a statuto ordinario, regioni a statuto speciale e regioni che vanno verso l'autonomia differenziata è chiaro che il ricorso smodato ed esagerato al regolamento può essere uno strumento sbagliato anche dal punto di vista degli enti locali.
L'Unione europea, la Commissione in particolare, emette, produce e lavora ancora troppo poco sulle valutazioni d'impatto, e questo vuol dire che non considera cosa succederà sui sistemi Paese e sui Paesi reali quando scrive una direttiva o, appunto, troppo spesso, un regolamento. Al contrario, la XIV Commissione e le altre Commissioni di questo ramo del Parlamento compiono numerosi cicli di audizioni e quei cicli di audizioni sono il contatto con il sistema Paese, il contatto con il Paese reale. Noi agli auditi, spesso, chiediamo: come siete stati contattati dalla Commissione europea?
Cosa la Commissione europea vi ha chiesto riguardo a questa direttiva o a questo regolamento che stanno scrivendo su a Bruxelles? Vi hanno chiesto una mano? Vi hanno chiesto dati? Vi hanno chiesto di mettere a sistema la vostra esperienza? Troppo spesso, dal nostro sistema Paese, dagli auditi, da esperti del settore, dalle aziende, dalle associazioni che noi andiamo a interpellare, ci viene risposto e ci sentiamo dire: non abbiamo avuto nessun contatto con la Commissione europea.
Quindi, troppo spesso, noi a Roma abbiamo la prova che la Commissione europea, l'Unione europea, scrive le sue normative senza tenere conto di quella che è l'esperienza del nostro Paese e, in particolare, della parte produttiva del nostro Paese. Allora, la domanda che spesso facciamo a chi incontriamo in questa importante fase di ascolto e di contatto con il nostro Paese è: se voi non siete stati ascoltati, è chiaro che queste norme, molto probabilmente, non vanno ad aiutare il nostro Paese, ma vanno ad aiutare altri Paesi. Secondo voi, quali altri Paesi vanno ad aiutare?
La risposta è sempre la stessa: è vero, non ascoltano noi, ma, spesso e volentieri, ascoltano sistemi Paese di altri Paesi. Su diversi settori è importante, visto che abbiamo parlato del nostro sistema produttivo, arrivare all'indipendenza strategica, all'indipendenza produttiva. Di sicuro, sul digitale è importante liberarsi da e di origine cinese. Sulla transizione verde lo abbiamo detto e ridetto ed è importante riaffermarlo anche qui, in Aula: una transizione verde che non tenga conto della sostenibilità sociale, della sostenibilità economica, della sostenibilità per il sistema produttivo e per le imprese, è una transizione verde di matrice turbo-ambientalista e noi una transizione verde di matrice turbo-ambientalista non la vogliamo. Il nostro modello è la neutralità tecnologica.
Sulla difesa, l'Europa deve pensare al fronte Sud, deve pensare al contrasto all'immigrazione clandestina, di sicuro al contrasto al terrorismo; rimanere in un quadro euroatlantico, tenendo conto che esiste un esercito unico, che si chiama NATO, ed è l'esercito unico dell'Occidente. Doppioni fantasiosi non servono. Interoperabilità degli investimenti della difesa: che cosa vuol dire? Vuol dire che ogni euro che viene speso in difesa deve essere speso in un settore che sia utile anche per quel che riguarda il settore civile, ovvero tutto quello che viene speso in difesa, quello che viene realizzato con questa spesa deve essere utilizzabile anche dal settore civile e deve essere utilizzabile anche in un momento non per forza di pericolo.
Sul QFP, ripartire da un QFP che sia equilibrato fra PAC e fondi di coesione, mantenere in questi il ruolo delle regioni. Di sicuro tenere conto, per quel che riguarda l'agricoltura, della protezione del mercato dell'Unione europea, quindi fare attenzione a merci e prodotti che arrivano da altre parti del mondo, anche perché Stati Uniti e Cina stanno investendo sull'agricoltura e stanno investendo sull'industria. Quindi, sarebbe un errore per l'Europa rallentare con questi due settori.
Quello che chiediamo è un'Europa che vada verso una semplificazione; un'Europa che vada verso un maggiore potere legislativo, una maggiore autonomia verso i propri Stati membri; un'Europa che si svincoli dalla dipendenza dalle grandi potenze straniere, pensando, prima di tutto, alla Repubblica Popolare Cinese. Grazie, Presidente. Grazie, onorevoli colleghi .
PRESIDENTE. Prima di andare avanti, salutiamo le studentesse, gli studenti e gli insegnanti del 2° circolo didattico, arrivano da una meravigliosa città, Spoleto, siamo in provincia di Perugia. Benvenuti alla Camera dei deputati Non è che oggi siano tutti assenti per un'influenza, ma c'è una discussione generale, dunque sono presenti solo alcuni deputati che in questo momento stanno discutendo su una relazione dell'Italia all'Unione europea. Differentemente da voi che, tra qualche giorno, andate in vacanza, e vi invidiamo non poco.
È iscritto a parlare l'onorevole Francesco Silvestri. Ne ha facoltà.
FRANCESCO SILVESTRI(M5S). Grazie, Presidente. Condivido, fra l'altro, le sue parole sulla bellezza di Spoleto, che conosco benissimo. Mi unisco anche io alle parole del collega Casu, alla solidarietà che è stata data, che ribadisco, come MoVimento 5 Stelle, per quelli che sono i fatti di Modena, e ringrazio veramente tutte le persone che si stanno adoperando e che si sono adoperate in questi giorni, distinguendosi, ovviamente, da chi, anche in questa occasione, cerca di prendere qualche manciata di voti sulla speculazione di quello che sta accadendo, ma questo sarà sicuramente tema di dibattito parlamentare nei prossimi giorni.
Comunque, entriamo nel vivo della discussione sulla partecipazione italiana all'Unione europea, che arriva in un momento storico molto particolare, visto che stiamo attraversando una trasformazione profondissima. Io ho sentito, in questi minuti, tanti ragionamenti, tutti che hanno un loro interesse, sicuramente. Il punto, secondo me, è che non si sta cogliendo molto l'aspetto principale, perché noi continuiamo a parlare di Unione europea come se fosse quella di 20 anni fa, ma non è più così.
L'Europa, dopo Maastricht, era principalmente un soggetto economico, uno spazio commerciale e produttivo, ma soprattutto normativo, cioè un sistema che è stato costruito intorno alla libera circolazione delle merci, delle persone e dei capitali. Per decenni abbiamo funzionato prevalentemente così.
Eravamo una potenza commerciale, regolatoria ed economica, ma non siamo mai stati una vera e propria potenza politica. Infatti, oggi tutto sta cambiando e tutto sta andando in quella direzione.
Oggi viviamo uno scenario politico drammaticamente diverso e abbiamo scoperto l'esigenza e l'importanza di essere soggetto politico come Unione europea. Quindi, vogliamo parlare di difesa comune, vogliamo parlare di autonomia strategica, vogliamo parlare di sicurezza energetica, vogliamo parlare di riarmo finalizzato alla difesa comune, ma scollegato dalla difesa comune - quindi una contraddizione in sé -, vogliamo parlare di politica estera, vogliamo parlare di approvvigionamenti, di strategie di acquisto comune, di tutta una serie di questioni che sono importanti.
Quindi, l'Europa - questo è il punto del ragionamento principale - sta passando o vuole passare da spazio economico a soggetto politico. Qui c'è tutto l'architrave di quello che non sta funzionando, perché l'Europa non è stata costruita per questo e, quindi, noi stiamo vivendo gli effetti di un disagio che è matematico, perché quello che noi aspiriamo ad essere non era la base di quello che è stato creato.
Quindi, stiamo vivendo un disagio importante, perché una comunità non nasce semplicemente dalla condivisione di parametri economici, una comunità non nasce semplicemente da parametri di condivisione di vincoli di bilancio, ma da una ambizione.
Una vera comunità politica richiede molto di più: richiede una visione del mondo, quanto meno un laboratorio di pensiero che vada in quella direzione; richiede una serie di interessi strategici comuni che noi oggi non abbiamo; richiede una politica fiscale comune, che non abbiamo; richiede una politica industriale comune, che non abbiamo; richiede una politica energetica comune, che non abbiamo; richiede una politica estera realmente unitaria e, quindi, quello che dicevo prima, interessi strategici e geopolitici comuni, che non abbiamo; soprattutto, richiede anche un politico, cioè una consapevolezza collettiva di appartenenza e di destino comune, che non abbiamo.
È esattamente qui che emerge tutta la nostra fragilità dell'attuale costruzione europea, perché l'Unione europea oggi prova a comportarsi come una potenza geopolitica, senza ancora avere una sovranità politica europea. Qui nasce una contraddizione e nascono una serie di scontri che non potranno mai trovare una soluzione, se non nel completamento di quell'impianto che citavo prima.
Infatti, oggi questi scontri nascono perché siamo un'architettura incompleta, siamo un ibrido. Quando un sistema istituzionale resta ibrido in una fase di crisi globali, inevitabilmente emergono tensioni profonde. Lo vediamo ogni giorno, lo vediamo sulla guerra in Ucraina, lo vediamo su quello che sta succedendo in Medio Oriente, lo vediamo sull'energia, lo vediamo sui rapporti con gli Stati Uniti, lo vediamo sui rapporti con la Cina, lo vediamo sulle politiche industriali, perché dietro la parola Europa continuano a esistere interessi nazionali profondamente differenti. Esistono economie differenti, sensibilità differenti, dipendenze energetiche differenti e qui - l'abbiamo visto - si sono consumati gli scontri anche tra Ungheria e Unione europea, e non perché ci sono solo visioni, ma perché si dipende da sistemi energetici diversi. È chiaro che, se un sistema si regge sull'approvvigionamento che è filorusso, in Europa non ci sarà mai una politica energetica comune, visto che ogni scelta - e poi ci torneremo - si basa sul voto unanime.
Anche le dipendenze energetiche ci portano matematicamente all'impossibilità di avere una strategia energetica comune. Allora, ditemi di che Europa stiamo parlando, se oggi, nel 2026, con la seconda crisi energetica in quattro anni, l'Europa non riesce al suo interno nella discussione di un piano energetico comune.
Ed è qui la grande contraddizione - come dicevo prima - che attraversa oggi tutto l'intero progetto europeo, ma soprattutto alcune famiglie politiche che continuano a parlare di difesa comune, di energia comune, di strategie, di progetti, di piani Mattei, di visioni geopolitiche e poi mantengono e comunque fanno una battaglia sul voto unanime in Parlamento europeo. Questa è una contraddizione in termini.
Non c'è nessun senso nel continuare a parlare di Europa se non si è disponibili a fare un passo indietro su questo tema. Questo è il presupposto iniziale, anche perché, che cosa accade? Che noi ci siamo raccontati per anni che l'Europa fosse soprattutto il luogo della stabilità economica - poi nel punto successivo andremo al Patto di stabilità - già anche nei nomi: “Patto di stabilità”, la stabilità: ce lo siamo detti per molti anni, poi che cosa succede? Che abbiamo scoperto che noi parliamo di stabilità fino a che non arrivano processi instabili.
Allora, arriva la crisi energetica e scopriamo che non abbiamo un piano europeo di autonomia energetica; è arrivata una pandemia e abbiamo scoperto che l'Europa aveva delocalizzato tutte le intere filiere strategiche che servivano ad affrontare quel momento; poi sono arrivate le tensioni geopolitiche globali e allora lì abbiamo scoperto che l'Europa non dispone di una vera capacità autonoma di programmazione industriale e strategica, anche sotto il profilo della difesa, anche sotto il profilo degli acquisti comuni, anche in quelle politiche che servono ad avere politiche nazionali di difesa, ma potendo risparmiare dei soldi pubblici. No, non siamo riusciti nemmeno lì.
Quindi, abbiamo parlato per anni di stabilità e, poi, in questi anni, abbiamo visto che in ogni momento di instabilità l'Europa mancava nei suoi fondamentali.
Oggi, davanti a questo scenario, cosa hanno pensato bene di fare? Che l'unica risposta a tutto questo non era cambiare il modello dei nostri modi di decidere le strategie comuni, non era quello di fare una programmazione energetica comune per avere un'indipendenza, visto che per tanti anni un Governo di centrodestra ci ha legato energeticamente alla Russia, poi è arrivato un altro Governo di centrodestra che ci ha legato energeticamente agli Stati Uniti. A nessuno viene in mente che probabilmente potrebbe essere ora di cominciare a fare un tipo di politica energetica europea.
Il punto è che, arrivati a questo punto, si rischia - lo abbiamo affrontato molto bene nel nostro testo - una cosa ancor peggiore, cioè non essere né carne, né pesce; con il rischio concreto che noi riusciamo a smarrire progressivamente la nostra natura originaria di spazio di cooperazione sociale, economico e diplomatico, senza però riuscire a diventare una vera e propria Unione europea. Questo produce uno squilibrio estremamente pericoloso, perché si richiede ai cittadini europei di condividere i costi della crisi, senza aver però costruito, fino in fondo, gli strumenti della convivenza politica.
E allora, qui la domanda è abbastanza inevitabile: che tipo di Europa vogliamo costruire? Perché oggi manca proprio questo: una capacità europea autentica di pianificazione strategica comune. Manca sull'energia, manca sull'industria, manca sulle materie prime, manca sulla politica mediterranea, manca sulla coesione territoriale.
Infatti, noi guardiamo anche con grande preoccupazione, nelle proposte del nuovo quadro pluriennale, l'atteggiamento che si sta avendo con le politiche di coesione. Perché, vedete, la politica di coesione non è soltanto una voce di bilancio: è uno dei pochi veri strumenti europei che hanno cercato di ridurre gli squilibri territoriali e le disuguaglianze. Quindi, indebolire la politica di coesione significa indebolire l'idea stessa di convergenza europea, cioè andare esattamente al contrario rispetto a quello che io prima ho spiegato essere il problema principale.
Quindi, chiudo dicendo che stiamo vivendo un rischio evidente. Questi dibattiti sono molto importanti, però rischiamo di diventare un gigante economico con fondamenta politiche incomplete e di qui, se non risolviamo velocemente, senza continuare con la politica degli slogan - vogliamo questo, ma ci attrezziamo per fare altro; vogliamo diventare questo, ma non siamo disposti a cedere nulla -, rischiamo veramente oggi di veder consumato il nostro declino europeo, quando il nostro potenziale è ben altro e forse sarebbe ora che qualcuno riuscisse a prenderne atto e coscienza .
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Isabella De Monte. Ne ha facoltà.
ISABELLA DE MONTE(FI-PPE). Grazie, Presidente. Prima di illustrare il mio intervento, vorrei ritornare sui fatti di Modena ed esprimere tutto lo sconcerto, ma anche la vicinanza a chi è stato vittima di questo folle gesto e, al contempo, ringraziare quei cittadini coraggiosi che immediatamente si sono prodigati per bloccare l'aggressore. Io credo, come già affermato dal Ministro Tajani, che davvero si debba invocare il conferimento di una medaglia al valor civile.
Il Presidente Mattarella e la Presidente Meloni si sono già recati, come sappiamo, a visitare i feriti e hanno espresso la loro vicinanza. Ora bisogna davvero fare tutti gli approfondimenti necessari, tutte le verifiche e andare a fondo a questa terribile vicenda e, se necessario, modificare le normative che forse sono ancora insufficienti. Questo lo si farà con la consueta responsabilità che Forza Italia ha sempre espresso.
Detto ciò, Presidente, passo alla trattazione del punto all'ordine del giorno. Presidente, signor Sottosegretario, colleghi e colleghe, il titolo del programma della Commissione europea è molto impegnativo e dice: “È ora che l'Europa si renda indipendente”. È un titolo che non deve trasformarsi in un semplice slogan, ma deve essere la presa d'atto di una realtà.
Viviamo un tempo nel quale la sicurezza non può essere data per acquisita, l'energia può diventare un'arma geopolitica, il controllo delle tecnologie critiche determina i rapporti di forza economici e strategici e la competizione globale non si gioca soltanto sul costo del lavoro, ma sulla capacità di innovare, produrre, difendere e decidere. In questo scenario, l'Europa non può restare un grande mercato che dipende da altri per la propria sicurezza, per la propria energia, per i propri semiconduttori, per le proprie infrastrutture digitali e per l'accesso alle materie prime critiche.
È giusto, quindi, che la Commissione assuma come asse centrale del 2026 il rafforzamento dell'autonomia strategica europea. Autonomia strategica - ed è questo il punto politico che, come Forza Italia, intendiamo sottolineare - non significa chiusura, non significa protezionismo, non significa autarchia; significa piuttosto essere abbastanza forti da poter scegliere. Scegliere le proprie alleanze, le proprie filiere industriali, le proprie tecnologie e il proprio modello di sviluppo.
Noi siamo e continueremo ad essere convintamente europeisti, ma il nostro europeismo non è mai stato ideologico ed è esattamente in questa direzione che leggiamo con favore molti degli indirizzi contenuti tanto nel programma quanto nella relazione del Governo. Penso, anzitutto, al tema della competitività industriale: la Commissione indica con chiarezza la necessità di rafforzare il mercato unico, di semplificare il quadro normativo, di favorire la crescita delle imprese innovative e di completare l'integrazione economica europea. Condividiamo, in particolare, il sostegno italiano a strumenti come il “28° regime europeo”, il e l , gli interventi di semplificazione normativa e di rafforzamento della base industriale europea. Diciamo anche, con altrettanta chiarezza, che la competitività europea non si difende con nuove stratificazioni regolatorie. E, quando parliamo di competitività europea, dobbiamo ricordarci sempre di una realtà molto concreta: l'economia europea non è fatta soltanto di grandi gruppi industriali, di grandi operatori finanziari, di grandi piattaforme tecnologiche. È fatta, prima di tutto, di micro, piccole e medie imprese; è fatta di commercio, servizi, turismo, professioni, artigianato e logistica; è fatta di milioni di imprenditori che ogni giorno producono ricchezza, occupazione e coesione sociale nei territori.
Nel corso delle audizioni le rappresentanze del mondo produttivo ci hanno ricordato un dato che merita attenzione: l'80 per cento delle imprese europee opera nel terziario e più del 90 per cento ha dimensioni di micro o piccole imprese. Questo significa che ogni nuova norma europea, ogni obbligo informativo, ogni procedura duplicata e ogni incertezza applicativa non gravano in modo astratto sul mercato, ma gravano su imprese reali, spesso familiari, radicate nei territori, spesso prive delle strutture necessarie per assorbire i costi amministrativi crescenti.
Allora, semplificazione non può rimanere uno slogan, ma deve diventare un criterio permanente dell'azione europea: ridurre gli oneri amministrativi, evitare sovrapposizioni normative, ma anche garantire tempi di adeguamento realistici e, soprattutto, evitare che, in fase di attuazione nazionale, l'Europa della semplificazione venga trasformata ancora una volta in burocrazia aggiuntiva.
Su questo terreno il Governo sta indicando una linea che condividiamo pienamente: meno regolazione dove non serve e migliore regolazione dove serve davvero. Questa per noi è una politica europea seria ed è anche una politica europea profondamente liberale. Allora, il principio richiamato nella relazione del Governo è, a nostro avviso, quello giusto: nuove iniziative legislative solo quando realmente necessarie.
Il secondo punto riguarda la sovranità tecnologica: europeo, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche, semiconduttori e . Chi controlla queste tecnologie nel prossimo decennio controllerà quote rilevanti della ricchezza, della sicurezza e della libertà politica. L'Europa in questo terreno ha accumulato ritardi, ma il programma 2026 prova a colmarli e l'Europa e l'Italia fanno bene a sostenere con convinzione queste iniziative. La sovranità tecnologica, però, non si costruisce soltanto con i regolamenti; si costruisce con ricerca, capitale umano, trasferimento tecnologico, infrastrutture digitali, attrazione dei talenti e capacità industriale. In altre parole, con investimenti. Questo vale ancor più per un Paese come il nostro che possiede eccellenze industriali, scientifiche e manifatturiere che devono essere messe nelle condizioni di competere ad armi pari.
Terzo punto: energia e transizione industriale. La guerra in Ucraina ha dimostrato in modo drammatico quanto la dipendenza energetica possa trasformarsi in vulnerabilità strategica. L'Europa ha compiuto passi avanti, ma il lavoro non è concluso. Sulla politica estera e sull'allargamento la relazione del Governo richiama giustamente la centralità dei Balcani occidentali e il sostegno all'Ucraina. Su questo non possono esserci ambiguità: l'Europa non può lasciare vuoti geopolitici nei propri confini perché, dove l'Europa arretra, altri avanzano con interessi, con altri modelli e con altri valori. L'allargamento, quindi, non è un atto di generosità, è una scelta di interesse strategico europeo, è una scelta di interesse nazionale italiano.
C'è, però, un ulteriore elemento che questi documenti mettono chiaramente in evidenza: la crescente centralità della dimensione esterna dell'Unione. Oggi l'Europa non può limitarsi a guardare dentro i propri confini, ma deve sapere guardare oltre: verso il Mediterraneo, verso l'Africa, verso il Medio Oriente e verso il partenariato transatlantico. E, infine, il Quadro finanziario pluriennale 2028-2034: qui si misurerà la reale gerarchia delle priorità europee e qui si capirà se l'autonomia strategica europea sarà accompagnata da risorse vere oppure da mere dichiarazioni. La posizione espressa dal Governo è chiara ed è una posizione che condividiamo integralmente: l'Italia non accetterà l'indebolimento della politica agricola comune e della politica della coesione. In questa prospettiva, il nostro giudizio sui documenti oggi in esame è favorevole e sarà favorevole il nostro sostegno all'azione del Governo
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione.
PRESIDENTE. Avverto che sono state presentate le risoluzioni Ambrosi, Giglio Vigna, Rossello, Alessandro Colucci ed altri n. 6-00250, De Luca ed altri n. 6-00251, Fratoianni ed altri n. 6-00252, Bonetti ed altri n. 6-00253 e Scerra ed altri n. 6-00254. I relativi testi sono in distribuzione .
Ha facoltà di intervenire in sede di replica il rappresentante del Governo, ma vi rinuncia. Il seguito del dibattito è, dunque, rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Scerra ed altri n. 1-00569 concernente la revisione integrale del Patto di stabilità e crescita e gli investimenti europei e nazionali in armamenti .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritto a parlare il deputato Francesco Silvestri, che illustrerà anche la mozione Scerra ed altri n. 1-00569, di cui è cofirmatario.
FRANCESCO SILVESTRI(M5S). Grazie, Presidente. In questa mozione il punto sostanziale è uno: noi facciamo parte di un'Unione europea che pretende di ragionare come una comunità politica quando si parla di guerra, di energia, di approvvigionamenti strategici, di difesa industriale e di transizione ecologica, ma che continua ad utilizzare le regole pensate per un'altra epoca storica. Sono regole costruite quando si immaginava che il mercato avrebbe corretto tutto, quando c'era proprio un'altra visione delle cose, che le crisi sarebbero state temporanee e non strutturali e che gli Stati dovessero semplicemente ridurre il debito e ritirarsi dall'economia.
Questo era il momento storico in cui sono state concepite le regole che noi oggi utilizziamo, i vincoli che noi oggi utilizziamo, ma il mondo è oggettivamente cambiato. Oggi abbiamo guerre commerciali, conflitti energetici, competizioni geopolitiche estremamente feroci, dazi, catene produttive spezzate, volatilità dei mercati energetici, crisi sociali profonde. E, davanti a tutto questo, l'Europa continua a rispondere con i parametri contabili, cioè l'Europa non ha capito in che modo essa stessa possa cambiare e adattarsi. Questo, fondamentalmente, è il cuore della contraddizione, lo abbiamo anche affrontato nel discorso di prima, ma è tutto abbastanza conseguente, anche quello che si sta facendo sul Patto di stabilità. E qui è interessante la posizione che il Governo ha avuto fino a questo momento. Io penso che la questione sul Patto di stabilità evidenzi in tutti i modi anche il fallimento di questo Governo, perché parliamo di un Governo che, prima, ha approvato il nuovo Patto di stabilità: lo ha negoziato, lo ha sottoscritto, lo ha persino difeso. Poi, dopo aver accettato quelle regole, viene in Europa a chiedere la sospensione e la flessibilità, perché si accorge che queste regole stanno soffocando il Paese. Buongiorno!
Allora, la domanda è semplice: quando è stato firmato questo Patto di stabilità, non si era capito cosa si stava approvando oppure lo si è capito, lo si è comunque accettato e adesso, per motivazioni politiche ed elettorali, si sta facendo marcia indietro? Oggi, infatti, l'Italia si trova in una procedura per deficit eccessivo, con un debito al 137 per cento del PIL, con una crescita quasi ferma, con tre anni consecutivi di crollo della produzione industriale e con le famiglie che non riescono a sostenere il costo della vita e quelli che sono gli effetti di una guerra messa in atto dal candidato Premio Nobel per la pace della Presidente Meloni. E, dentro questa situazione, si pretende addirittura di aumentare strutturalmente le spese militari: questa sarebbe la soluzione. Noi lo diciamo da tempo e anche con molta chiarezza, per questo siamo stati attaccati in ogni dove: è una scelta economica insostenibile quella dell'aumento delle spese militari ed è socialmente irresponsabile, perché, mentre si discute di riarmo europeo, nel nostro Paese ci sono quasi 6 milioni di persone in povertà assoluta e altrettanti che rinunciano a curarsi.
Allora, la domanda politica è questa: qual è la priorità dell'Europa? Qual è la priorità del Governo italiano? Perché qui non siamo davanti a una discussione tecnica, qui siamo davanti a una scelta di modello sociale. Si parla sempre che si vuole un certo modello sociale, ma poi, quando si tratta di capire come spendere e mettere in atto quelle risorse che servono al raggiungimento di quel modello sociale che si dice sempre, si fa esattamente l'opposto. Quindi, delle due l'una. Infatti, è impossibile concepire - noi, infatti, la rifiutiamo - quell'Europa che trova miliardi in pochi giorni per l'aumento della spesa militare, ma che considera come spese da contenere la sanità pubblica, l'istruzione, il sostegno energetico alle famiglie e gli investimenti industriali. In questa maniera noi non andremo da nessuna parte. Rifiutiamo, quindi, l'idea che il debito comune sia accettabile per comprare armamenti, ma che diventi improvvisamente un tabù quando si parla di ospedali, di ricerca, di salari, di infrastrutture energetiche e di politiche industriali.
Guardiamo adesso - anche qui, ne discuteremo dopo - cosa sta succedendo sull'energia. Noi ci troviamo davanti a uno scenario dove gli Stati Uniti proteggono le loro imprese con enormi piani industriali, la Cina investe in modo massiccio sulle filiere energetiche e l'Europa, invece, fa un'altra cosa: continua ad avere un sistema frammentato, dove gli Stati con il maggior spazio fiscale possono aiutare le proprie industrie, mentre altri Paesi, come il nostro - e da qui non si comprende, infatti, la linea europeista messa in atto dal Governo - restano intrappolati dentro vincoli rigidissimi. Questa non è convergenza europea: questa è una distorsione competitiva interna dell'Unione europea, che altri grandi blocchi economici non hanno. Ed è il vero motivo per cui noi insistiamo sulla necessità di un salto politico vero. Quindi, torno sull'argomento dell'architrave politico europeo.
Non basta correggere qualche parametro del Patto di stabilità. Anche qui, la nostra visione è diversa. Si sta dicendo di sospendere e correggere: non è questo il punto, non è la semplice correzione di qualche parametro, serve proprio una revisione strutturale della economica europea, serve scorporare il deficit per investimenti strategici in sanità, istruzione, energie rinnovabili, tutela del territorio, innovazione e sicurezza energetica. Serve una capacità fiscale europea permanente, serve trasformare il da misura eccezionale a strumento strutturale. Perché il ha dimostrato una cosa fondamentale: che, quando l'Europa agisce come soggetto politico vero, poi i risultati arrivano. E quando l'Europa si propone come potenza geopolitica unita allora riusciamo quantomeno, in quel momento, a competere con le altre superpotenze mondiali, anche perché, fino a prova contraria, questa dovrebbe essere l'ambizione. Invece, oggi il rischio è quello che non si abbia il coraggio politico di fare questo passo avanti.
Allora, noi continuiamo a venire in Parlamento e parlare dei vincoli di bilancio e di tutto il resto, ma non riusciamo a metterci d'accordo su quelli che sono gli strumenti di espansione dei singoli Stati e di espansione europea. Perché? Perché ci sono interessi diversi, perché qualcuno ha la convenienza che qualcun altro rimanga indietro, non capendo che ormai, volenti o nolenti, le nostre sinergie e le nostre economie sono interconnesse. Lo abbiamo visto con la Germania quando, alla problematica legata all'economia tedesca, poi è venuta in modo consequenziale quella italiana. È per questo che sosteniamo, quindi, questa mozione, perché mette al centro un principio molto semplice: prima le persone, prima il lavoro, prima la sanità, prima la tenuta sociale e quella economica europea, perché senza una giustizia sociale non ci sono investimenti comuni, non c'è fiducia e, quindi, non c'è una vera solidarietà economica e l'Europa rischia di restare soltanto un grande spazio di regole che noi puntualmente contestiamo, senza avere poi, però, nessuna contezza di come uscirne fuori. Questa non è una comunità europea che vogliamo. Ovviamente, poi osserveremo quello che sarà il teatrino di cercare di svincolarsi politicamente da quella firma, che è stata un cappio al collo per la nostra economia, come abbiamo detto e ridetto più volte, ma sappiamo perfettamente che, anche in questa nuova firma del Patto di stabilità e nei danni che sono stati consequenziali, ci sono nomi, cognomi e responsabilità. E su questo, purtroppo, non si potrà scappare .
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Giorgianni. Ne ha facoltà.
CARMEN LETIZIA GIORGIANNI(FDI). Grazie, Presidente. Permettete anche a me di unirmi alle parole di solidarietà, espresse già dai colleghi, per i drammatici fatti di Modena. Di fronte a tragedie del genere e a fatti così sconvolgenti, non possiamo che stringerci attorno alle famiglie delle vittime e a un'intera comunità.
In merito alla mozione presentata dal MoVimento 5 Stelle, c'è da dire che certamente affronta temi importanti e molto rilevanti, come il Patto di stabilità europeo, il caro energia, gli investimenti strategici, la crescita economica e il nostro ruolo in Europa in una fase straordinariamente difficile e complessa. Tuttavia, dietro l'ambizione dichiarata di voler offrire una nuova visione economica europea, questa mozione finisce, in realtà, per riproporre considerazioni già ampiamente discusse e per molti aspetti già presenti nelle posizioni che il Governo italiano sta sostenendo nelle sedi europee e internazionali. Ed è anche per questa ragione che la maggioranza ha ritenuto superfluo depositare una propria mozione, non certo - come dicevo - perché il tema non sia importante, ma perché molte delle questioni sollevate dall'opposizione sono già oggetto dell'azione politica di questo Governo.
La differenza, semmai, sta nella visione e nel metodo perché, mentre l'opposizione continua ad affrontare questi temi con un approccio ideologico e spesso - diciamo così - anche troppo schematico, il Governo Meloni sta cercando, invece, di tenere insieme un quadro di responsabilità finanziaria, crescita economica e tutela sociale - e non ha mai smesso di farlo - e tutto questo in un quadro internazionale che cambia giorno dopo giorno, non dimentichiamocelo. L'opposizione accusa il Governo di incoerenza sul nuovo Patto di stabilità europeo, sostenendo che l'Italia avrebbe, in qualche maniera, accettato regole troppo rigide, salvo poi chiedere ampi margini di flessibilità, ma non c'è in questo nessuna contraddizione. C'è, invece, la consapevolezza che esiste una differenza profonda tra una normale disciplina di bilancio e la necessità di affrontare, poi, crisi straordinarie che rischiano di produrre effetti diretti nell'economia europea. Il nuovo Patto di stabilità non è stato il risultato di una scelta ideologica del Governo Meloni, è stato il frutto di un negoziato europeo molto, ma molto complesso, nel quale l'Italia ha lavorato molto per ottenere maggiore gradualità nei percorsi di rientro, più attenzione agli investimenti strategici e maggiori margini di flessibilità, compatibili con la sostenibilità dei conti pubblici.
Chi oggi parla di gabbia contabile dimentica troppo spesso che proprio l'eccesso di debito accumulato negli anni ha rappresentato uno dei principali motivi di fragilità dell'Italia nei confronti dei mercati e delle istituzioni europee. Questo Governo adesso sta cercando di conciliare due esigenze che, per noi, sono fondamentali: da una parte la stabilità finanziaria e dall'altra la necessità, comunque, di sostenere crescita, occupazione e investimenti. È una responsabilità molto seria che non richiede slogan, ma richiede molta flessibilità, perché è molto semplice chiedere nuovo debito pubblico, nuovi fondi straordinari e ulteriore espansione della spesa pubblica; più difficile, però, poi è spiegare come tutto questo possa essere sostenuto nel lungo periodo, senza compromettere ulteriormente la stabilità finanziaria, la nostra stabilità finanziaria. Ed è proprio qui che emerge la contraddizione, a nostro modo di vedere, dell'opposizione: da una parte si criticano le regole di bilancio, dall'altra si continuano a proporre soluzioni fondate esclusivamente su nuova spesa pubblica e nuovo debito comune, senza affrontare davvero il tema della sostenibilità.
L'Italia oggi ha bisogno di forza negoziale e flessibilità, non di autovincoli politici che potrebbero indebolire la posizione italiana proprio mentre si stanno discutendo, in Europa, temi decisivi come la sicurezza energetica, gli investimenti e la competitività industriale. L'Italia ha il secondo debito pubblico più alto dell'Unione europea in rapporto al PIL ed è proprio per questo che ogni ragionamento sulla crescita non può prescindere dalla credibilità finanziaria. È esattamente su questo tema che il Governo Meloni ha scelto una linea chiara: serietà e responsabilità. L'opposizione prova a descrivere un Paese fermo, ma ancora una volta si ignora, si fa finta di ignorare il contesto internazionale sul quale ci troviamo: l'Europa intera sta affrontando inflazione, aumento dei tassi, rallentamento industriale, tensioni geopolitiche e, ovviamente, instabilità energetiche. Nonostante questo scenario, l'Italia ha dimostrato una capacità di tenuta significativa: l'occupazione - lo sappiamo - ha raggiunto livelli record, l' continua a dimostrare competitività, il turismo rappresenta una forza strategica e soprattutto l'Italia ha recuperato credibilità internazionale.
Anche sul tema del potere d'acquisto e delle difficoltà sociali il Governo ha un approccio diverso rispetto al passato: meno assistenzialismo temporaneo e più interventi strutturali, riduzione del cuneo fiscale, riforma dell'Irpef, sostegno ai redditi medio-bassi, tutela del lavoro e sostegno al sistema produttivo.
Sul piano energetico, poi, questa mozione omette un dato fondamentale: il Governo Meloni è stato il primo a trasformare concretamente la sicurezza energetica in una priorità strategica nazionale. In questi anni sono stati, infatti, rafforzati gli accordi energetici con il Nordafrica, diversificate le fonti di approvvigionamento, accelerate infrastrutture strategiche e rafforzato il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo, con un approccio molto pragmatico e assolutamente non ideologico.
Per tutte queste ragioni, riteniamo questa mozione non solo largamente superflua ma a tratti persino dannosa, perché oggi l'Italia ha bisogno di stabilità, serietà e flessibilità, non di mozioni ideologiche costruite per una bandierina politica piuttosto che per contribuire concretamente all'interesse del nostro Paese. Per questi motivi noi respingiamo convintamente questa mozione .
PRESIDENTE. Saluto gli studenti e i docenti della Scuola elementare paritaria “Cristo Re”, di Roma, che assistono ai nostri lavori dalle tribune . Benvenuti alla Camera dei deputati.
È iscritto a parlare l'onorevole Andrea Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, rappresentante del Governo, saluto anch'io gli studenti che stanno seguendo i nostri lavori e ringrazio loro e gli insegnanti che li hanno accompagnati.
Immagino che chi sta ascoltando il nostro confronto può giudicare la differenza, la distanza abissale che c'è fra alcune dichiarazioni e la condizione reale con cui vivono ogni giorno i cittadini italiani, le difficoltà vissute in questi quattro anni e la complessità dei problemi con cui si scontrano ogni giorno. Per questo vorremmo riportare la discussione a quello che è il vero motivo per cui siamo oggi qui e per cui ci stiamo confrontando. Stiamo discutendo delle nuove regole europee di economica, della riforma del Patto di stabilità e crescita. Sono regole che nei prossimi anni non determineranno soltanto i saldi di finanza pubblica dei nostri Stati, ma incideranno direttamente sulla capacità dell'Europa e dell'Italia di crescere, di investire, di innovare, di creare lavoro di qualità e di affrontare le grandi transizioni del nostro tempo.
È qui il nodo politico vero. Il nuovo Patto può rappresentare uno strumento di stabilità e responsabilità, oppure può trasformarsi ancora una volta in un meccanismo che comprime la crescita e alimenta la stagnazione. I dati contenuti nel recente Documento di finanza pubblica ci consegnano un quadro che nessuna narrazione propagandistica può nascondere: il nostro Paese cresce poco, produce meno, investe meno, perde produttività, i salari reali non hanno ancora recuperato il potere d'acquisto eroso dall'inflazione, la produzione industriale continua a mostrare segnali di debolezza. Nel 2025, la crescita italiana si è fermato allo 0,5 per cento, ben al di sotto della media europea. Le stime del Fondo monetario internazionale e dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ci dicono che questa debolezza rischia di accompagnarci ancora per anni.
Allora la domanda è semplice: davvero pensiamo di affrontare questa fragilità soltanto con più rigore contabile e meno politiche di sviluppo? Perché il rischio è esattamente questo. Il nuovo Patto impone percorsi di aggiustamento pluriennale, riduzioni del , contenimento della spesa primaria netta, riduzione del debito. Obiettivi importanti, certo, ma c'è una regola economica elementare che nessun Governo può ignorare: se il tasso di crescita dell'economia resta inferiore al costo medio del debito, il rapporto debito-PIL continuerà a crescere anche in presenza di avanzi primari. Questo significa una cosa molto semplice: se non facciamo crescere il Paese, possiamo comprimere la spesa quanto vogliamo, possiamo chiedere sacrifici a famiglie, lavoratori e imprese, ma il peso del debito continuerà a gravare sull'economia e lo spazio pubblico continuerà a restringersi.
Allora il punto è chiaro: non basta stabilità finanziaria se manca la crescita, non basta il rigore se manca una politica industriale e non basta rispettare i parametri se si rinuncia a costruire il futuro. Per questo chiediamo all'Italia di battersi in Europa con maggiore forza per correggere queste regole, almeno su tre punti fondamentali.
Il primo: escludere realmente dal calcolo della spesa sugli investimenti strategici quelli che costruiscono crescita futura, ossia energia, innovazione, ricerca, infrastrutture, formazione, autonomia tecnologica e industriale europea. Un investimento produttivo non può essere trattato come una spesa corrente.
Secondo: introdurre una vera europea sugli investimenti pubblici. Chi investe per rafforzare la competitività del proprio sistema produttivo non può essere penalizzato dalle stesse regole pensate per contenere la spesa improduttiva.
Terzo punto: costruire strumenti fiscali comuni europei capaci di reagire agli di sistema. La pandemia, la crisi energetica, la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente hanno tutte dimostrato una verità semplice: senza strumenti comuni l'Europa arriva sempre tardi.
Noi non siamo contrari alle regole: l'Italia ha bisogno di conti in ordine, ma ha bisogno ancor più di una strategia di sviluppo, perché un Paese che smette di crescere non mette in sicurezza il proprio debito. Colleghe e colleghi, il punto politico che questo dibattito non può eludere è uno soltanto: perché l'Italia cresce così poco? Perché il problema non nasce oggi, non nasce con il nuovo Patto di stabilità, non nasce con le tensioni internazionali: il problema è che, in questi quasi quattro anni, il Governo guidato da Giorgia Meloni non ha costruito una vera politica per la crescita. Ed è questo il dato più grave.
In questi anni l'Italia ha potuto contare su una quantità di risorse straordinarie, probabilmente irripetibili: oltre 190 miliardi di euro del Piano nazionale di ripresa e resilienza, ai quali si sono aggiunti gli effetti espansivi di ingenti misure pubbliche già messe in campo negli anni precedenti. Era una condizione unica per modernizzare il sistema produttivo, per accompagnare la transizione energetica e digitale, per rafforzare la competitività industriale, colmare i divari territoriali, investire nella ricerca, nelle competenze, nelle filiere strategiche e rafforzare la coesione sociale. E, invece, cosa vediamo oggi? Vediamo una crescita ancora inchiodata allo 0,5 per cento, la produzione industriale in flessione da mesi, una produttività che ristagna, salari reali che non recuperano, imprese lasciate sole di fronte a costi energetici record nella competizione globale.
La verità è che questo Governo parla di sovranità economica, ma non ha strategia e visione. E anziché continuare con la retorica sovranista, è necessario che il Governo prenda finalmente consapevolezza del fatto che non abbiamo bisogno di fare da soli, ma di promuovere, insieme agli altri Stati membri, una revisione del Patto di stabilità che abbia come obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, preservando la qualità e il livello della spesa pubblica, attraverso investimenti destinati all'istruzione, alla sanità, alla transizione ecologica, alla tutela dell'ambiente e del territorio, alle infrastrutture, a garantire il diritto - negato oggi - alla mobilità, e in grado di affrontare il tema cruciale della politica industriale, dell'innovazione, di quell'indipendenza tecnologica di cui abbiamo parlato in precedenza, proprio nei lavori di questa giornata. Giornata che ha l'obiettivo di garantire che l'Italia e l'Europa possano essere anche protagoniste del proprio futuro e possano partecipare alla creazione di quelle opportunità che non possono essere erogate semplicemente come servizi che noi dobbiamo pagare, ma che devono diventare anche la leva per costruire quello sviluppo economico e per orientare quello sviluppo in una dimensione sostenibile rispetto ai valori, ai diritti, ai principi che rappresentano la storia europea.
Ecco, la storia europea non può dissolversi in questo tornante della storia: deve sopravvivere. Ma, per sopravvivere, deve averne la forza e, per averne la forza, deve essere in grado, anche nei settori delle grandi trasformazioni tecnologiche che stiamo vivendo, di essere non l'unica protagonista, ma nemmeno una semplice spettatrice. E, quindi, deve fare di più per costruire quei campioni europei che oggi mancano e che ci vedono impossibilitati a giocare una partita che sarà decisiva per tutte e tutti i cittadini europei.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il Governo intende intervenire o si riserva di farlo successivamente? Si riserva di farlo successivamente.
Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Boschi ed altri n. 1-00572 in materia di riduzione del costo dell'energia e politiche a sostegno della crescita .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritto a parlare il deputato Giachetti, che illustrerà anche la mozione n. 1-00572, di cui è cofirmatario. Prego, onorevole Giachetti… no, è che vedevo che ha una mano offesa, non perché… prego. Finché è la mano…
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). No, Presidente, sono state le…
PRESIDENTE. Eh le manette, quelle…
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). No, non le manette, l'esaltazione della domenica calcistica.
PRESIDENTE. No, la prego. Io le ho dato la parola sulla mozione. Non parli di altro, si attenga all'ordine del giorno, per favore. Prego.
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). Grazie, Presidente. La mozione che abbiamo presentato riguarda non soltanto l'energia e non soltanto la crescita economica, ma la tutela complessiva del sistema produttivo e sociale del nostro Paese. L'Italia sta attraversando una fase di straordinaria complessità: il conflitto in Medio Oriente, la crisi dello Stretto di Hormuz, la frammentazione geopolitica e commerciale globale stanno producendo un nuovo energetico, che colpisce famiglie, imprese, lavoratori e filiere produttive strategiche. Il prezzo del petrolio ha raggiunto livelli critici, con proiezioni che parlano addirittura di 140 dollari al barile. Non è un dato astratto e significa, di fatto, un aumento dei costi di trasporto, aumento dei costi industriali, aumento delle bollette e nuova inflazione.
Ovviamente questo quadro, che abbiamo costruito nel momento in cui abbiamo messo nero su bianco questa mozione, risente dell'incertezza. E l'incertezza è l'elemento che più pesa, ovviamente, di fronte a qualunque tipo di programmazione di interventi che possono essere presi perché, ovviamente, non sapendo che cosa accade - tanto più con un Presidente degli Stati Uniti che cambia opinione soltanto ogni 10 minuti rispetto alla prosecuzione della guerra, piuttosto che sul conflitto che si svolge e sul blocco di Hormuz -, quelle che possono essere le ricadute sono prevedibili fino a un certo punto e, qualora dovessero continuare, sarebbero ancor più imprevedibili.
Questo è il punto centrale, e i numeri parlano con chiarezza: Confindustria stima che l'aggravio energetico per le imprese italiane possa raggiungere i 21 miliardi di euro; l'Istat certifica una produzione industriale negativa ormai da mesi consecutivi; e il Documento di finanza pubblica prevede una crescita dello 0,6 per cento, con il rischio concreto di scivolare in recessione. Nel frattempo, aumentano le bollette e ARERA ha annunciato un incremento dell'8,1 per cento delle tariffe elettriche per i clienti vulnerabili. Oggi, in Italia, oltre 2,4 milioni di persone vivono in povertà energetica: significa famiglie costrette a scegliere tra riscaldarsi o curarsi, tra pagare la luce o fare la spesa.
E allora non possiamo continuare con la politica dei , delle misure temporanee, delle accise abbassate per poche settimane dopo essere state aumentate pochi mesi prima. Serve una strategia, perché la crisi non colpisce soltanto i consumatori, colpisce il cuore industriale del Paese. Le tensioni sulle rotte commerciali stanno rallentando gli approvvigionamenti, bloccando componenti strategici e mettendo in difficoltà intere filiere: dalla chimica all'acciaio, alla farmaceutica, all', al tessile e all'agroalimentare.
Pensiamo al settore farmaceutico, una delle eccellenze del : oggi rischia carenze di medicinali essenziali a causa dell'aumento dei costi delle materie prime e della difficoltà nel reperire ingredienti attivi. Pensiamo all', attraversato da una transizione epocale verso l'elettrico - digitale e batterie -, senza che esista una chiara strategia nazionale per accompagnare imprese e lavoratori. Pensiamo alle piccole e medie imprese che rappresentano il 92 per cento del nostro tessuto produttivo, schiacciate da tassi elevati, credito difficile, burocrazia e instabilità normativa. Imprese che rinviano investimenti e innovazione perché manca una prospettiva credibile di medio periodo.
Eppure, Presidente, Sottosegretario, colleghi, l'Italia avrebbe tutte le condizioni per reagire; abbiamo una manifattura che resta la seconda d'Europa; abbiamo competenze industriali straordinarie; abbiamo università, centri di ricerca, filiere produttive di qualità; abbiamo già autorizzato circa 20 gigawatt di nuova capacità rinnovabile che potrebbero entrare, rapidamente, in funzione. Quello che manca è la volontà politica di costruire una visione.
Noi riteniamo che la sicurezza energetica e la competitività industriale debbano diventare due pilastri della strategia nazionale. Per questo, proponiamo, innanzitutto, un vero piano energetico nazionale, un piano che, nel breve periodo, garantisca approvvigionamenti sicuri, anche attraverso il rafforzamento delle forniture del gas in Algeria, ma che contemporaneamente riduca progressivamente la dipendenza strutturale del gas, investendo massicciamente in rinnovabili, accumuli, reti intelligenti e autoproduzione energetica. È indispensabile accelerare immediatamente le aste FER X e FER Z, sbloccare gli impianti già autorizzati, semplificare le procedure amministrative e dare finalmente stabilità agli incentivi perché, oggi, gli investimenti sono letteralmente paralizzati dall'incertezza normativa.
Occorre, inoltre, correggere una distorsione, ormai, insostenibile del mercato elettrico europeo: il prezzo dell'energia, prodotta da fonti rinnovabili, continua ad essere agganciato ai picchi del gas. È un sistema irrazionale che impedisce a famiglie e imprese di beneficiare dei minori costi delle energie rinnovabili. Per questo, chiediamo un meccanismo di disaccoppiamento del prezzo dell'elettricità dal gas e una revisione delle fasce tariffarie affinché, nelle ore di massima produzione solare, i consumatori paghino effettivamente di meno.
Allo stesso tempo serve una grande operazione infrastrutturale nazionale: la rete elettrica italiana soffre congestioni croniche e costi di dispacciamento sempre più elevati. Investire in accumuli e digitalizzazione della rete non è una spesa, ma è una scelta strategica per ridurre stabilmente il costo delle bollette e rendere competitivo il sistema industriale.
Lo ricordavamo: energia e industria, oggi, non possono più essere separate. Servono una nuova politica industriale nazionale, una strategia chiara e condivisa con il Parlamento e con le parti sociali, che individui i settori strategici su cui concentrare gli investimenti pubblici e privati; energie rinnovabili, manifattura avanzata, sostenibile, farmaceutica, intelligenza artificiale, agroalimentare, perché mentre Stati Uniti e Cina investono centinaia di miliardi nella transizione industriale, l'Europa rischia di rimanere schiacciata fra regole troppo rigide e strumenti troppo deboli.
Ecco, perché serve anche una risposta europea che sia più coraggiosa. Noi chiediamo un fondo sovrano europeo per l'energia, finanziato attraverso il debito comune europeo, sul modello del . Chiediamo una revisione del Patto di stabilità, che consenta investimenti strategici senza tornare alle politiche di austerità e chiediamo una strategia industriale europea comune per l' e per le tecnologie strategiche perché non possiamo affrontare questa competizione globale con 27 politiche industriali separate.
C'è, poi lo sappiamo, un tema decisivo: il capitale umano. L'Italia vive un paradosso inaccettabile. Abbiamo contemporaneamente disoccupazione giovanile elevata e imprese che non trovano lavoratori qualificati: oltre il 45 per cento delle figure richieste dalle aziende è difficile da reperire. Questo significa che la crescita economica dipenderà sempre più dalla nostra capacità di investire in formazione, competenze digitali, intelligenza artificiale, transizione ecologica. Per questo, proponiamo strumenti innovativi, come il reddito di formazione, per permettere ai giovani e ai disoccupati di qualificarsi senza essere lasciati soli economicamente perché, senza competenze, non ci sarà né innovazione né produttività né occupazione di qualità.
Infine, Presidente, c'è una questione sociale che non possiamo ignorare: secondo Confcommercio le famiglie italiane rischiano di perdere fino a 1.000 euro all'anno di potere d'acquisto, l'inflazione continua a colpire i consumi essenziali e il ceto medio si sta impoverendo, le imprese faticano a ridistribuire produttività e salari. Per questo, proponiamo politiche fiscali che incentivino il reinvestimento produttivo degli utili, la crescita salariale e la partecipazione dei lavoratori ai benefici economici dell'impresa, perché senza salari dignitosi non c'è domanda interna e senza domanda interna non c'è crescita.
Colleghi, questa crisi può essere un rischio enorme oppure un'occasione storica, possiamo continuare a inseguire le emergenze con interventi temporanei e frammentati oppure possiamo finalmente costruire una strategia nazionale che metta insieme energia, industria, innovazione, lavoro e coesione. Noi crediamo che l'Italia abbia bisogno esattamente di questo: di una visione lunga, credibile e coraggiosa, di una visione che restituisca competitività alle imprese, sicurezza alle famiglie, prospettive ai giovani e centralità all'industria del Paese.
Per queste ragioni, sosterremo con convinzione questa nostra mozione.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Andrea Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo. Siamo qui per discutere una mozione che affronta domande fondamentali: come abbassare strutturalmente il costo dell'energia per le famiglie e per le imprese; come costruire una politica industriale che non sia una somma di a sportello; come rispondere alla crisi geopolitica con strumenti durevoli e non con misure che scadono ogni trimestre. Questi sono esattamente i temi che il Partito Democratico porta in Aula da anni attraverso mozioni, emendamenti, interrogazioni e il lavoro quotidiano nelle Commissioni competenti.
Sono dati reali quelli che sono fotografati da questa mozione: una produzione industriale in contrazione per 37 mesi su 42; un differenziale energetico con Germania, Francia, Spagna tra 25 e 45 euro per megawattora, che erode ogni giorno la competitività delle nostre imprese. ARERA ha appena confermato un aumento dell'8,1 per cento sulle tariffe per i clienti vulnerabili nel secondo trimestre 2026. Oltre 2,4 milioni di persone vivono ormai in povertà energetica. Questi non sono numeri astratti, sono la fotografia del sistema sociale e produttivo, che paga le conseguenze di 4 anni senza strategia.
Il Governo di fronte a questa crisi ha scelto di muoversi in ordine sparso, di affidarsi all'emergenzialismo permanente: decreti Bollette annunciati per mesi e presentati senza riforme strutturali del mercato elettrico; un decreto-legge fiscale che, all'articolo 7, toglie il vincolo per gli iperammortamenti, premiando chi acquista da fornitori asiatici, anziché investire nella filiera europea; un fondo ridimensionato nella legge di bilancio, pesantemente e gravemente ridimensionato; incentivi che si esauriscono in 24 ore, com'è accaduto con i 597 milioni dell' del Piano nazionale di ripresa e resilienza; è una dimostrazione plastica di quanto sia grande la domanda compressa e quanto sia sbagliato risponderle a singhiozzo.
La causa strutturale del caro energia non è il conflitto in Medio Oriente, il conflitto certo lo aggrava, ma non lo crea. La causa strutturale è che il prezzo dell'elettricità italiana è agganciato al prezzo marginale del gas. Inoltre, solo il 9 per cento dei proventi delle aste ETS è stato destinato a misure per il clima in questa legislatura e abbiamo 20 gigawatt di impianti rinnovabili già autorizzati, che non entrano in rete per ritardi burocratici. Tutte queste sono scelte politiche del Governo.
Questa mozione contiene invece impegni concreti che noi sosteniamo con convinzione. Il primo: il disaccoppiamento del prezzo dell'elettricità da quello del gas, affinché una centrale a gas determini il prezzo di borsa anche per il sole, il vento e famiglie e imprese possano beneficiare pienamente dei vantaggi legati alle energie rinnovabili. È un meccanismo che va riformato con contratti per differenza sugli impianti marginali, con la revisione delle fasce orarie ARERA, che penalizzano tuttora le ore solari centrali, con una posizione italiana coerente nel negoziato europeo sul .
Il secondo è un piano industriale nazionale approvato dal Parlamento e condiviso con le parti sociali, non una lista di settori stilata in un documento ministeriale, ma una cornice strategica con obiettivi verificabili, cronoprogrammi e risorse certe. Senza questa cornice, ogni incentivo rimane un intervento isolato: il Fondo , Transizione 5.0 e il credito d'imposta ricerca e sviluppo diventano misure scoordinate che le imprese non riescono a pianificare e che il mercato non riesce a valorizzare.
Il terzo è la dimensione europea. Il rapporto Draghi ha quantificato in svariate centinaia di miliardi di euro il fabbisogno di investimenti aggiuntivi dell'Unione. Questi numeri non si possono coprire con i bilanci nazionali, servono strumenti comuni, un fondo sovrano europeo per l'energia sul modello del . L'Italia deve smettere di subire questa agenda e cercare di creare le condizioni per cominciare a guidarla, anche sul sistema ETS.
Questa mozione chiede ciò che è giusto: migliorarne l'efficacia, stabilizzare il quadro regolatorio e destinare integralmente i proventi delle aste agli obiettivi e il fatto che in questa legislatura siano stati utilizzati in maniera così poco attenta rispetto a quelli che erano gli obiettivi dimostra che, già adesso, potrebbero essere disponibili più risorse per abbattere gli oneri in bolletta e finanziare la decarbonizzazione industriale.
Senza poi dimenticare l'aspetto fondamentale: questi interventi devono sempre tenere conto anche dei soggetti, delle persone a cui sono destinati. Quindi, è chiaro che coloro i quali sono in prima linea nel settore della logistica devono essere messi nelle condizioni di poter raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione e non di vivere come un semplice costo - ma come un'opportunità di sviluppo, attraverso una leva di intervento anche pubblica - questi cambiamenti, che sono necessari ma devono essere fatti insieme alle imprese, ai lavoratori e non contro le imprese e i lavoratori. Il Governo, invece, non va in questa direzione. Questa mozione invece, se approvata, diventa un impegno formale davanti al Parlamento. Ogni punto è verificabile.
Chiederemo al Governo di dire oggi in quest'Aula quando attiverà le aste, quando presenterà il Piano industriale nazionale e quando proporrà in sede europea il meccanismo di disaccoppiamento. Chiediamo scadenze, risorse, strumenti e di dare al Parlamento gli strumenti per verificare che questi impegni possano essere mantenuti. Non basterà, naturalmente, questa mozione. Il Governo ha già votato mozioni simili in questa legislatura sulla competitività energetica, sul PNIEC, sulle rinnovabili e non ha cambiato passo. Stavolta, però, la situazione è talmente grave e urgente da chiedere non solo un confronto parlamentare, ma un'azione immediata dell'Esecutivo e ogni impegno che il Governo assumerà con il proprio voto sarà il metro con cui misureremo ogni prossimo provvedimento: i prossimi decreti sulle bollette, la prossima legge di bilancio e il prossimo decreto sugli incentivi.
Una mozione non può essere la soluzione, ma è il punto di partenza per consentirci di affrontare una serie di questioni che non possono più essere inevase. L'energia non è una voce di costo da gestire in emergenza, è un'infrastruttura per la competitività, un fattore di coesione territoriale, una leva di reindustrializzazione. Un Paese che paga l'elettricità il 25 o il 45 per cento in più dei suoi concorrenti europei non può tenere aperti gli impianti, non può attrarre investimenti e non può garantire ai lavoratori la continuità occupazionale che meritano.
Il Partito Democratico sostiene questi impegni perché, se attuati, possono andare nella direzione giusta. La decarbonizzazione non è un costo da rinviare, è la condizione per ridurre strutturalmente il prezzo dell'energia, per liberarsi dalla dipendenza del gas e per costruire una manifattura competitiva nel lungo periodo. Chi presenta transizione ecologica e competitività industriale come obiettivi in contraddizione dice una cosa falsa. Noi siamo qui a dimostrare che non lo sono.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare l'onorevole Giorgianni. Ne ha facoltà.
CARMEN LETIZIA GIORGIANNI(FDI). Grazie, Presidente. La mozione presentata dall'onorevole Boschi affronta temi seri e sicuramente reali: il costo dell'energia, la competitività del sistema produttivo, il potere d'acquisto delle famiglie e la crescita economica. Ancora una volta, però, l'opposizione sceglie di leggere problemi assolutamente complessi attraverso la propria lente ideologica e, c'è da dire, anche profondamente parziale, tentando di attribuire al Governo responsabilità che, invece, derivano da dinamiche, come sappiamo, geopolitiche globali: crisi energetiche internazionali e fragilità strutturali costituite nel corso degli anni.
Mentre qualcuno usa ogni crisi internazionale per costruire una polemica interna, il Governo Meloni, ormai da anni, sta proteggendo famiglie, imprese e sistema produttivo in una delle fasi più difficili degli ultimi anni. La mozione attribuisce al Governo direttamente l'aumento dei costi energetici legati alla crisi in Medio Oriente e alle tensioni internazionali. Quindi, è ovvio pensare che sia una rappresentazione assolutamente semplicistica, perché i prezzi del gas, del petrolio e delle materie prime energetiche, come sappiamo, dipendono da equilibri geopolitici globali, dalle tensioni delle rotte commerciali, dalle strategie internazionali dell'OPEC e dalle dinamiche speculative dei mercati. Pensare che tutto questo dipenda dalle decisioni del Governo italiano significa semplificare in maniera artificiale problemi enormemente più complessi.
La verità è che questo Governo è stato il primo ad affrontare con serietà il tema della sicurezza energetica nazionale dopo anni e anni di scelte poco lungimiranti ed eccessiva dipendenza dall'estero. Non sarà un problema nostro questo. Sono stati rafforzati, in realtà, gli accordi con il Nordafrica, sono state diversificate le fonti di approvvigionamento, sono state accelerate infrastrutture strategiche e rigassificatori ed è stato rafforzato il ruolo dell'Italia nel Mediterraneo. Tutto questo è stato fatto in un contesto veramente particolarmente difficile. Chi oggi critica il Governo dimentica troppo facilmente che la vulnerabilità energetica italiana non nasce certo da questa legislatura, ma nasce da anni di ritardi, opposizioni ideologiche alle infrastrutture energetiche, assenza di una strategia nazionale e scelte che hanno lasciato il Paese sicuramente troppo esposto alle crisi internazionali.
Allo stesso modo, il Governo Meloni ha riportato finalmente al centro il tema della politica industriale. Per troppi anni il sistema produttivo italiano è stato trattato quasi come un problema, invece che come una delle principali forze del Paese. Questo Governo, invece, ha scelto di valorizzare imprese, innovazioni e manifattura. La mozione sostiene che le imprese sarebbero state lasciate da sole, ma i fatti raccontano tutt'altro: ad esempio, riduzione del cuneo fiscale, sostegno agli investimenti come misure per le imprese energivore, il rafforzamento del Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese, contratti di sviluppo e semplificazioni amministrative che nessuno aveva fatto prima di adesso. Sono interventi coerenti che hanno l'obiettivo di rafforzare competitività, occupazione e crescita.
Anche sul tema dell'inflazione e del potere d'acquisto, il Governo ha scelto un approccio diverso rispetto al passato: meno temporanei e più misure strutturali. Sostenere il potere d'acquisto non significa moltiplicare assistenzialismo senza prospettiva, ma costruire condizioni economiche più solide e durature.
La differenza politica, quindi, è molto chiara: l'opposizione continua a proporre una visione fondata prevalentemente su espansione della spesa pubblica, rigidità ideologiche e ostilità culturale verso il mondo produttivo, mentre il Governo propone una linea fondata su crescita economica, espansione e lavoro. Per questo riteniamo che questa mozione non offra nessuna soluzione concreta ai problemi reali che il Paese sta affrontando, ma offre piuttosto, come ho detto, una visione ideologica e semplificata su questioni assolutamente molto più complesse.
In una fase storica legata - lo sappiamo - a guerre e crisi energetiche, l'Italia ha bisogno di stabilità, pragmatismo, credibilità e capacità di governo ed è esattamente ciò che il Governo Meloni sta garantendo. Per queste ragioni respingiamo convintamente questa mozione .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Francesco Silvestri. Ne ha facoltà.
FRANCESCO SILVESTRI(M5S). Grazie, Presidente. Ora, al di là di tutto, io credo che noi sul tema energetico possiamo avere punti di vista differenti.
Se quando ci troviamo qui a confrontare delle posizioni che possono essere diverse - chi sul nucleare, chi sul fotovoltaico - l'unica cosa che può emergere è che questo Governo è il migliore del mondo, ha corretto tutti i problemi e i mali degli scorsi Governi, che adesso abbiamo una politica energetica e una strategia energetica, che le industrie sono a posto perché comunque questo Governo è stato bravissimo, che le famiglie sono state protette e i consumatori sono stati protetti, allora io credo che questo sia il modo perfetto per continuare ad affossare il Paese. Lo dico nel pieno rispetto di chi mi ha preceduto. Ma, al di là di questo, in questo Parlamento, questa mozione è un'occasione per parlare di strategie energetiche, non per ripetere che questo Governo è il migliore di tutti, anche perché è sotto gli occhi di tutti che, proprio sul tema energetico, questo Governo stia fallendo miseramente, perché ha una strategia, a mio avviso, completamente fallimentare.
Allora, partiamo dal tema delle risorse. Un po' come quando si è verificata la crisi per i mutui a tasso variabile, quando ci sono crisi di questo genere, e quindi ci sono profitti giganteschi, la prima cosa, secondo me, che un Governo deve fare è intervenire sulle tassazioni degli extraprofitti, cioè quei profitti che non derivano da una capacità di impresa, ma derivano dalla speculazione di una crisi internazionale. Il problema è che questa crisi chi la sta pagando? La stanno pagando i cittadini italiani, quindi il Governo dovrebbe, in qualche modo, agire subito. Perché, vedete, se noi abbiamo le bollette più alte d'Europa - e, quindi, non capisco i meriti di questo Governo -, ma abbiamo anche i profitti di ENEL, ENI, Snam e Terna che sono i più alti della loro storia, allora c'è un problema.
C'è un problema evidente, subito, che qualsiasi persona può percepire: bollette più alte d'Europa e le società che stanno portando alle bollette più alte d'Europa hanno i profitti più alti della loro storia. Quindi, un Governo sensato, che ha a cuore - lasciamo perdere gli interessi nazionali - le persone, la propria popolazione, cosa fa? Prende una tassazione forte sugli extraprofitti - come il MoVimento 5 Stelle è riuscito a imporre addirittura al Governo Draghi, e Draghi lo ha fatto - e ridistribuisce quelle risorse per quelli che sono gli elementi di necessità di quella situazione. Io penso sia la prima cosa da fare e questo Governo non è riuscito a farla. Quindi questo Governo sta lasciando che queste società facciano i profitti più alti della loro esistenza e che, contemporaneamente, le persone paghino le bollette più alte.
Veniamo, poi, a quella che è la strategia energetica. Io voglio iniziare da una intervista, non di un grillino ideologizzato, ma di Francesco Starace, che è l'ex amministratore delegato dell'ENEL, quindi una persona che, di lavoro, ha fatto questo tutta la vita. L'intervista dice una cosa sensata: la transizione alle rinnovabili è l'unica risposta rapida, economica e sicura; il nucleare non risolve i prossimi vent'anni; la fusione resta lontana; il gas naturale liquefatto è sostituibile in gran parte con l'eolico e il solare; la geotermia è preziosa soprattutto per il calore.
Queste sono le parole di una persona che, per anni, ha fatto questo. E perché ci viene a dire anche che il nucleare non serve? Perché, per esempio, molte persone in quest'Aula, ma in generale, dicono: ma attenzione, guardate che il vostro modello, il modello spagnolo, è un modello che usa il nucleare. Allora, prima di tutto, qui dentro non ci sono modelli: si guardano i Paesi che, a differenza di quello italiano, oggi hanno un prodotto nazionale, un consumo e uno sviluppo molto maggiore di quello italiano e, se a un certo punto, la Spagna triplica o quadruplica il nostro PIL, qualcuno una domanda se la deve fare. Non è perché lì c'è Sanchez che non dobbiamo guardare quel modello. I modelli vanno visti a prescindere dal loro Governo. E giustamente, quando si parla della Spagna, che ha investito per anni e anni - ne ha fatto una strategia nazionale - in rinnovabili e che ha anche una fetta di nucleare, Francesco Starace risponde così e dice: non conta; la Spagna ha il nucleare, noi abbiamo l'idroelettrico e la geotermia che, grosso modo, valgono il loro nucleare, anzi producono anche di più. Quindi, il punto è proprio questo: capire qual è l'elemento principale che nel nostro Paese può svilupparsi e cercare di finanziarlo.
E vengo a una questione principale della strategia che il MoVimento 5 Stelle ha messo in atto quando era al Governo, che è stata interrotta da questo Governo, sì, per motivi ideologici, ed è quella di continuare ad investire per lungo e lungo tempo sul discorso delle rinnovabili, perché non lo dice solo Francesco Starace che il nucleare non serve a nulla e che bisogna investire su quelle, ma è ormai un dato di fatto. Ecco perché, quando le forze di maggioranza vengono a parlare, ormai ripetono slogan e slogan: perché i dati ormai sono talmente evidenti che è impossibile voltarsi dall'altra parte.
Che ormai il fotovoltaico sia la tecnologia in Italia più scalabile è un dato certo: è cresciuto del 25 per cento rispetto al 2024, nonostante i pochi investimenti che il Governo ha fatto. Vuol dire che c'è una propensione ad andare verso le rinnovabili che ormai è infrenabile e non la può fermare nemmeno un Governo di destra che non sa minimamente su cosa investire. Oggi hanno coperto il 41 per cento della domanda italiana ma, soprattutto, c'è un dato importantissimo che viene sottolineato da tutte le principali agenzie di analisi: dal 2010 - e io lo so perché ne sono un fruitore, quindi so perfettamente di cosa sto parlando - il fotovoltaico è sceso di circa il 90 per cento di costo rispetto a quello che era nel 2010. Oggi un pannello fotovoltaico è un investimento e, nel fotovoltaico, si paga molto, molto meno rispetto a tantissimi anni fa. È una tecnologia che, attuarla oggi, quindi, costa meno per la famiglia.
È però importante anche che l'assorbimento del pannello fotovoltaico è molto maggiore a quello del 2010. Quindi sta aumentando la tecnologia di assorbimento e stanno diminuendo i costi. E questo vale per ogni sistema delle rinnovabili. Se continuassimo ad investire in tecnologia - che è quello che farà, spero, il prossimo Governo progressista -, con la stessa parità di consumo territoriale, noi potremmo trovarci delle possibilità di assorbimento molto maggiori.
Questo ha senso in un Paese come l'Italia. Infatti, io posso capire che, ad esempio, in altri Paesi dove il nucleare già c'è, si cerca di continuare un po'; questo, per assurdo - lo dico essendo contrario al nucleare, ovviamente favorevole alla ricerca, ma assolutamente contrario al nucleare; ha senso per chi, già da anni, ha un sistema nucleare. Ma ripartire da zero, pensando che il nucleare possa essere una soluzione, è follia allo stato puro. Io sono romano: a prescindere da quello che si possa pensare sul tema del termovalorizzatore o inceneritore - ognuno lo chiama come vuole -, ci sono voluti anni solamente per farlo partire un sistema del genere, con tutte le autorizzazioni, burocrazie e cose varie. Ed è normale che sia così. Quindi, figuratevi voi, per una centrale nucleare, di che tempi stiamo parlando.
Chiudo dicendo che la questione è stata già affrontata dal Regno Unito. Un caso specifico, guardate, è quello dell', che è un caso assolutamente emblematico: ha rinvii continui; nel Regno Unito non riescono a finalizzarlo, e i costi stimati sono tra i 31 e i 34 miliardi di sterline solamente per realizzare quel progetto nucleare, che ormai continuano a rinviare. E lo stesso sta succedendo in Francia, dove EdF ha rialzato la stima per 6 nuovi reattori: 72 miliardi di euro, un progetto che non andrà da nessuna parte.
Il mondo sta andando verso una tecnologia rinnovabile. Chi sta facendo progettazione nucleare non riesce in nessun modo - in nessun modo! - a concepire nuove centrali nucleari perché i costi si sono alzati. L'energia nucleare oggi costa molto di più di quella eolica, di quella che arriva dalle fonti rinnovabili, le possibilità di sviluppo sono molto maggiori quelle sulle rinnovabili per cui io non riesco a capire di cosa stiamo parlando.
Questo Governo, in questi tre anni non è riuscito a trovare un punto, in questo Paese, dove stivare le scorie della medicina nucleare. Ripeto, sono tre anni che si sta cercando un punto, in questo Paese, per stivare le scorie della medicina nucleare e voi pensate veramente di riuscire a creare un sistema per una cosa che è 100 volte maggiore? È chiaro che non stiamo andando da nessuna parte, quindi io vi chiedo di smetterla di continuare a fare un danno nel Paese, ossia gettare il fumo negli occhi che questo Paese possa arrivare, oggi, a una soluzione nucleare, quando è evidente che tutti i dati e anche tutte le persone che capiscono - ho citato prima il discorso di Starace, ma ce ne sono tantissimi altri - ci dicono che il nostro futuro risiede in altri investimenti. Quindi, dopo il ponte sullo Stretto, dopo tutto il resto, non continuate a sbagliare ogni argomentazione semplicemente perché non si vuole fare un'inversione a “u”, non si vuole dire: va bene, il mondo è cambiato, andiamo in un'altra direzione.
Possiamo anche cercare di arrivare a una soluzione unica. Questa è un'occasione, abbiamo cercato di crearla in questo Parlamento. A sentire la maggioranza, questa occasione mi sembra evidente che non sia stata colta.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il Governo si riserva di intervenire più avanti. Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Avverto che, secondo le intese intercorse tra i gruppi, nella giornata di domani la seduta di sindacato ispettivo avrà inizio alle ore 10,30, anziché alle ore 10.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
S. 1852 - Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 marzo 2026, n. 38, recante disposizioni urgenti in fiscale ed economica (Approvato dal Senato). (C. 2935)















