PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
FRANCESCO BATTISTONI, legge il processo verbale della seduta del 20 maggio 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 97, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Comunico che sono pervenute alla Presidenza petizioni, il sunto e l'assegnazione delle quali, ai sensi della deliberazione della Giunta per il Regolamento del 19 febbraio 2025, saranno pubblicati nell' al resoconto stenografico della seduta odierna .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge n. 2696-A: Misure per la protezione e l'assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata («Liberi di scegliere»).
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi per la discussione generale è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
I presidenti dei gruppi parlamentari Partito Democratico-Italia Democratica e Progressista e MoVimento 5 Stelle ne ha chiesto l'ampliamento.
La II Commissione (Giustizia) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Maria Carolina Varchi.
MARIA CAROLINA VARCHI, . Onorevole Presidente, onorevoli colleghi, l'Assemblea oggi avvia l'esame del progetto di legge recante misure per la protezione e l'assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata. Credo sia interessante ripercorrere la genesi di questo intervento legislativo, perché è essa stessa uno dei punti di forza del provvedimento. In questa occasione il legislatore ha voluto mettere in campo strumenti di contrasto al fenomeno mafioso che hanno un carattere innovativo, da un lato, ma, dall'altro, prendono spunto dall'esperienza, ormai quasi decennale, maturata in sede di applicazione giurisprudenziale del protocollo d'intesa denominato “Liberi di scegliere”.
Questo protocollo, richiamato anche nel titolo della proposta di legge, ha visto la luce il 1° luglio 2017 grazie all'impegno del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, guidato dal dottor Di Bella, che ha messo in campo un lavoro che definisco pioneristico. Il punto di partenza è stata la considerazione che la lotta alle mafie va combattuta anche sul piano della prevenzione e della cultura della legalità. Come è efficacemente riportato nella relazione illustrativa, è tristemente noto il fenomeno del reclutamento dei giovani, anche minorenni, da parte delle mafie: ragazzi mandati allo sbaraglio, destinati prevalentemente allo spaccio, all'estorsione e persino ad azioni armate di tipo dimostrativo tese a uccidere, privandoli di ogni capacità di alternativa e di cambiamento, con la conseguenza che è in aumento la violenza tra i minorenni. Da qui l'idea di affrontare il fenomeno criminale, favorendo la possibilità per i più giovani di sottrarsi all'esposizione e alla contaminazione della subcultura della famiglia mafiosa.
In attuazione di questo protocollo, l'autorità giudiziaria ha iniziato ad adottare provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale, finalizzati ad evitare contatti con la criminalità organizzata. Agli aderenti al citato protocollo, sottoscritto da autorità giudiziarie e autorità politiche, ma anche dalla Conferenza episcopale italiana, dall'associazione “Libera” e da realtà associative del Terzo settore, va riconosciuto il merito di aver avviato un percorso degno di essere condiviso e rafforzato con questo intervento legislativo. Analogo riconoscimento deve essere tributato alla Commissione parlamentare bicamerale antimafia, che ha svolto un importante lavoro di approfondimento grazie alla volontà e all'impegno della presidente, onorevole Chiara Colosimo, che ha voluto fortemente costituire un comitato ristretto, presieduto dalla senatrice Rando - a riprova del carattere assolutamente condiviso e trasversale di questa proposta di legge -, dal cui esame sono emerse proposte, criticità e osservazioni sul protocollo che abbiamo cercato di trasporre in questo intervento legislativo.
Questo lavoro, che definisco prezioso, da parte della Commissione antimafia ha prodotto per noi della Commissione giustizia un duplice vantaggio: da un lato, ha consentito di esaminare un testo che si è presentato alla nostra attenzione già maturo e, dall'altro lato, ha consentito di instaurare una buona prassi parlamentare, fatta di approfondimento, dialogo e condivisione fra tutti i gruppi parlamentari. Il dibattito in sede referente è stato tutt'altro che piatto, ma ha visto un confronto serrato e l'approvazione di emendamenti grazie anche ai contributi dei soggetti che abbiamo ritenuto di audire anche in sede referente. Ringrazio quindi i magistrati Roberto Di Bella, Claudia Caramanna, Francesco Curcio, Placido Di Palma, Patrizia Imperato, Valeria Montaruli, Alessandra Puglisi, Carla Santocono e l'onorevole Piera Aiello che è intervenuta come testimone di giustizia.
Il provvedimento consta di 14 articoli. Parto dall'ultimo, che era probabilmente quello più atteso, perché riguarda la copertura finanziaria di questo provvedimento, che è stato possibile ottenere formalmente grazie a un emendamento di chi adesso parla, ma sostanzialmente grazie all'impegno della Presidente della Commissione antimafia e del Governo che, anche per voce del Presidente del Consiglio, ha più volte, anche in quest'Aula, ribadito l'importanza di questo provvedimento. Come si vedrà, è una copertura molto significativa e la consideriamo un auspicio di larga applicazione di questa norma che andremo ad introdurre.
Il provvedimento, come ho detto, consta di 14 articoli. Il primo è stato modificato in sede referente e definisce in primo luogo l'oggetto del provvedimento e quindi la condizione applicativa delle misure. L'articolo 2 delinea l'ambito applicativo; è una disposizione molto articolata, anche questa oggetto di modifica.
L'articolo 3 disciplina le misure di protezione personale. È stato oggetto di dibattito, anche a seguito delle ultime misure intervenute, e sono certa che lo sarà anche nel corso dell'esame in Assemblea; sin d'ora naturalmente manifesto ampia disponibilità a raccogliere le varie osservazioni e a provare a trovare, se necessario, una nuova sintesi.
L'articolo 4, modificato in sede referente, disciplina le misure di assistenza sociale e anche economica. L'articolo 5, anch'esso modificato, delinea il procedimento di adozione delle misure e l'articolo 6 determina la composizione del Comitato tecnico-scientifico.
L'articolo 7 disciplina l'attuazione delle misure mentre l'articolo 8 delinea il regime di segretezza dei procedimenti oggetto della proposta di legge, anche di completa protezione dei soggetti che decidono di aderirvi.
L'articolo 9 fissa la durata, la modifica, la sospensione e la revoca eventuale delle misure di assistenza sociale ed economica.
L'articolo 10 reca norme di coordinamento con il nostro codice di rito al fine di garantirne una compiuta applicazione da parte della autorità giudiziaria.
L'articolo 11 prevede un obbligo di comunicazione in capo al pubblico ministero che proceda per delitti associativi di criminalità di stampo mafioso o legata al traffico di sostanze stupefacenti.
L'articolo 12 integra una norma del cosiddetto decreto Caivano allo scopo di prevedere che le informazioni al procuratore siano rese per le indagini relative ai delitti di cui all'articolo precedente.
L'articolo 13 disciplina le modalità di predisposizione di una relazione alle Camere ad opera del Ministro della Giustizia sull'applicazione delle misure di protezione e di assistenza.
L'articolo 14 - come dicevo poc'anzi - reca le norme relative alla copertura finanziaria.
Credo che questa proposta di legge abbia il grande merito di aver inaugurato una buona prassi parlamentare di questa legislatura, fatta di un'attività di impulso legislativo da parte della Commissione antimafia, che quindi completa il suo lavoro di inchiesta - che pure sta mirabilmente svolgendo nel corso di questa legislatura - con un arricchimento importante dell'attività legislativa. Sono quindi ben lieta che anche in Commissione giustizia in sede referente - mi fa piacere comunicarlo nella mia veste di relatrice a quest'Aula - si sia raggiunta una condivisione totale; infatti il mandato a riferire mi è stato conferito senza alcun voto contrario, a riprova della larga condivisione che c'è su questa proposta di legge.
Siamo consapevoli che non sempre chi nasce o cresce in famiglie dominate dalla subcultura di stampo mafioso sia effettivamente libero nella scelta; e allora crediamo che lo Stato, oltre a svolgere la corretta attività di prevenzione e di repressione del crimine, debba anche dare un'alternativa. Questa alternativa oggi viene consacrata in questo provvedimento di legge, perché con questa legge in Italia nessuno rimarrà indietro e anche se soltanto un bambino o una mamma saranno sottratti al giogo della mafia, lo Stato avrà vinto. Naturalmente, i numeri mi dicono che saranno molti di più coloro che decideranno di aderirvi. Confidiamo naturalmente nella figura preponderante nella vita dei bambini, che in questi casi emerge per statistica come adulto di riferimento, quindi mi permetto di parlare non solo a questa Assemblea, ma anche a chi osserva quest'attività, questo provvedimento, l'esame di questa Assemblea, con speranza per il proprio futuro. Mi sento di dover dire che lo Stato c'è, lo Stato non vi abbandona e con l'approvazione di questa legge, che auspico rapida e unanime, sarete davvero liberi di scegliere .
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, che rinuncia.
È iscritta a parlare la deputata Ghio. Ne ha facoltà.
VALENTINA GHIO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghi, questa proposta di legge rappresenta una pagina positiva dell'attività parlamentare, in particolare del lavoro della Commissione parlamentare antimafia, oltre che della II Commissione (Giustizia).
È una pagina positiva almeno per tre ragioni fondamentali. La prima è che questo testo va ad affrontare una questione, la questione irrisolta del nostro Paese - la permanenza delle mafie e della criminalità organizzata - in modo innovativo e in modo radicale perché sceglie di intervenire in uno dei luoghi chiave, decisivi della riproduzione del potere mafioso: la famiglia, il contesto educativo, relazionale, dove la cultura mafiosa si trasmette, si consolida.
La seconda ragione - lo diceva anche prima la relatrice - è che questa proposta rappresenta il compimento di un lungo cammino iniziato nel nostro Paese da uomini e donne delle istituzioni, che hanno saputo interpretare il loro ruolo tenendo sempre presente la dignità umana e la nostra Costituzione, in particolare quella meravigliosa missione emancipante espressa dall'articolo 3. Mi riferisco in particolare agli uomini e alle donne della giustizia minorile, delle Forze dell'ordine e dei servizi sociali. Un cammino reso possibile dalla generosità di tanti cittadini organizzati che hanno saputo affiancare le istituzioni, i minori e gli adulti di riferimento, molto spesso madri (quasi sempre), rendendo concretamente possibile l'inizio di una nuova vita. E mi riferisco soprattutto a “Libera”, la rete fondata da don Luigi Ciotti nel 1995, alla CEI, al protocollo del tribunale - che è stato citato - dei minorenni di Reggio Calabria, con il dottor Di Bella. Mi riferisco al sostegno a questi percorsi, alle famiglie affidatarie e alle associazioni che hanno dimostrato già che può esistere una possibilità diversa.
E oggi il Parlamento è chiamato a raccogliere, a trasformare in legge dello Stato questa esperienza, questa possibilità.
La terza ragione riguarda la capacità per una volta delle forze politiche in Parlamento di lavorare insieme per un bene superiore; e che questa capacità si manifesti proprio sul terreno dell'antimafia è un elemento di particolare valore e per questo voglio anche io dare merito e riconoscere il lavoro svolto dalla Presidente della Commissione antimafia, Chiara Colosimo, dalla senatrice Vincenza Rando, che ha seguito con grande attenzione e impegno questo percorso nel corso dei lavori della Commissione, nonché da tutta la Commissione.
Naturalmente ciò non ha significato rinunciare ad esprimere alcune criticità e lo abbiamo fatto. Lo abbiamo fatto in Commissione presentando proposte emendative importanti, in particolare per rafforzare gli strumenti di accompagnamento sociale, educativo e psicologico dei minori coinvolti, oltre che le misure di sostegno alle donne che decidono di sottrarsi dai contesti mafiosi, nella convinzione che anche la migliore legge, se non ha un substrato di servizi e di sostegno sociale nel Paese, non può funzionare. E auspichiamo che su un tema così significativo l'apertura dimostrata in Commissione su alcuni emendamenti continui anche in Aula.
Il nostro giudizio è positivo - dicevo - soprattutto nel merito perché questa proposta torna ad affrontare il tema della questione del contrasto alle mafie inserendosi fortemente nel contesto della migliore tradizione normativa del nostro Paese, che ha fatto appunto del nostro Paese un riferimento mondiale su questi temi. È il solco in cui si inseriscono, ad esempio, la definizione del reato associativo di stampo mafioso (il 416-), l'aggressione ai patrimoni illeciti, l'utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie e l'istituzione della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo.
Un solco che è costato la vita a tanti servitori leali e intransigenti dello Stato e delle istituzioni, come Cesare Terranova, come Pio La Torre, come Giovanni Falcone. Oggi, quindi, ci accingiamo a portare avanti una pagina importante, anche perché le mafie nel nostro Paese continuano a rappresentare una minaccia seria, profonda, una minaccia alla libertà delle persone, una minaccia alla qualità della nostra democrazia, una minaccia alla crescita economica. E il fatto che abbiano smesso o abbiano ridotto le violenze eclatanti non deve farci confondere, perché la violenza minacciata e agita rimane alla base, è la caratteristica costante.
Una violenza che continua a manifestarsi contro le istituzioni, anche laddove inizia il ciclo di accumulazione illegale del capitale, cioè all'origine della produzione e del traffico di sostanze stupefacenti, che resta la principale fonte di guadagno illecito delle mafie. Ed è anche per questo che sarebbe un grave errore non considerare nostri i magistrati, gli appartenenti alle Forze dell'ordine, i giornalisti assassinati negli ultimi tempi in Messico, in Colombia, in Ecuador, in Brasile, perché il mercato mafioso del narcotraffico è unico e globale, e le mafie italiane, in questo caso in particolare la , rappresentano uno snodo fondamentale nel sistema.
E quindi è bene che la Commissione antimafia approfondisca anche questo filone con le audizioni. Ma la violenza mafiosa continua ad essere esercitata continuamente in vari luoghi, in vari modi, quotidianamente, nei territori maggiormente controllati dalle organizzazioni criminali del nostro Paese. Una violenza ad alta intensità, ma spesso a basso impatto mediatico, a minore impatto mediatico di prima, a meno che, tragicamente, la vittima non sia una vittima innocente, come è accaduto recentemente a Ponticelli, dove è stato ucciso Fabio Ascione. Aveva 20 anni, faceva l'operaio, stava tornando a casa dopo il lavoro.
E la violenza è la caratteristica costante anche oggi, anche attuale. Una violenza utilizzata per regolare conti interni, per seminare paura, per esercitare controllo sociale, come sempre per esercitare controllo sociale. Ed è qui che arriviamo al cuore di questa proposta, perché la violenza mafiosa, il controllo, si esercita brutalmente all'interno della famiglia di origine. Le prime vittime della cultura mafiosa sono sempre i bambini, le bambine, le donne appartenenti a quel contesto, perché la cultura mafiosa è una cultura del possesso, del dominio, dell'obbedienza assoluta, che si riverbera nella famiglia stessa.
Figli cresciuti dentro un addestramento feroce alle regole del clan, figli puniti anche con la morte quando si ribellano a quei codici culturali. Penso, fra tante, alla tragica storia di Lia Pipitone. Madri condannate a svolgere il ruolo di cinghia di trasmissione tra passato e futuro, chiamate a mettere al mondo e a crescere le nuove leve della criminalità. Eppure proprio molte madri hanno trovato il coraggio di ribellarsi a questo destino, andando incontro a umiliazioni, isolamento, privazioni, persino la morte. Anche qui ne cito una su tutte, Maria Concetta Cacciola.
La famiglia mafiosa è dunque il primo luogo di esercizio del potere mafioso e con questa proposta si intende colpire quel potere proprio alla radice. Perché questa legge rende legge quello che già stava accadendo in alcune parti del territorio, stabilisce finalmente presupposti e modalità attraverso le quali figlie, figli, madri, adulti di riferimento possano cambiare vita, possano scegliere finalmente di essere altro rispetto a quello che la cultura mafiosa impone loro. Ed è importante sottolineare un ulteriore aspetto politico.
Negli ultimi anni abbiamo visto prevalere da parte di questo Governo un approccio alla giustizia minorile e, direi, alla giustizia in generale quasi sempre fondato sulla repressione. Penso, in particolare, al decreto Caivano, ma non solo, che ha scelto prevalentemente la strada dell'inasprimento penale, dell'estensione degli strumenti repressivi, sempre prima il carcere per i minori. Questa proposta di legge rappresenta un deciso cambio di passo perché rimette al centro la funzione educativa, l'emancipazione, la possibilità concreta di costruire alternative reali, e lo fa senza indulgenza verso le mafie, ma con la consapevolezza che sottrarre un ragazzo o una ragazza al destino criminale significa colpire le mafie in profondità.
È proprio quel fresco profumo di libertà di cui parlava Paolo Borsellino che ha il potere di cambiare la storia, se esercitato a fondo, e quindi questo è il senso. Pochi giorni fa è stato ricordato… abbiamo ricordato Giovanni Falcone, assassinato il 23 maggio 1992 assieme a Francesca Morvillo, agli agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Francesca Morvillo aveva lavorato per molti anni proprio presso il tribunale dei minorenni di Palermo, contribuendo in maniera significativa all'affermazione di un approccio capace di privilegiare il recupero, la rieducazione dei minori coinvolti in dinamiche mafiose.
E mi piace pensare che il Parlamento, portando avanti il percorso di questa legge e poi andando all'approvazione, voglia simbolicamente continuare il lavoro di Francesca Morvillo, perché l'unico modo serio di custodire questa memoria e di custodire le tante memorie delle persone che hanno dato la loro vita per contrastare il potere mafioso è trasformare questo in impegno coerente, concreto e quotidiano, e mi sembra che la direzione sia quella giusta .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Lasandra. Prego… no, l'ho chiamata male, onorevole La Salandra, prego.
GIANDONATO LA SALANDRA(FDI). Grazie, Presidente. No, io ho maturato nel tempo di questa legislatura che lei ha un serio problema con tutti quanti i cognomi, quindi…
PRESIDENTE. Sì, sì, mi incasino puntualmente.
GIANDONATO LA SALANDRA(FDI). …non sono assolutamente risentito, soprattutto in un momento come questo…
PRESIDENTE. Ha ragione, ha ragione.
GIANDONATO LA SALANDRA(FDI). …in cui quest'Aula è chiamata a discutere non semplicemente una proposta di legge, non semplicemente un atto legislativo in quanto tale, ma un vero e proprio atto di coraggio. Una proposta di legge che - mi sia consentito dire - cambia oggettivamente il volto a quella che è la giustizia minorile. Io voglio ringraziare la relatrice e il Sottosegretario per quanto fatto nel corso, nell' di questa legge, ma mi sia consentito un particolare ringraziamento alla presidente Colosimo e anche alla senatrice Rando.
Ed è un ringraziamento non semplicemente dovuto, ma un ringraziamento sentito, esattamente come è questa legge, che porta con sé una serie di elementi normativi che racchiudono ciò che dovrebbe essere alla base della politica, e molte volte questo non si verifica, ed è l'ascolto. La presidente Colosimo e la senatrice Rando hanno saputo ascoltare quelle che sono le esperienze vive, la carne viva di quella che è la giustizia minorile. E sono andate anche oltre, perché, con un po' di onestà intellettuale, dovremmo riconoscere che tante volte interveniamo normativamente in funzione elettorale.
Invece, questo testo normativo si preoccupa delle giovanissime generazioni, di quelle che oggi non votano, e si preoccupa talmente tanto perché riconosce a loro un diritto che viene citato pochissime volte: il diritto ad autodeterminarsi, il diritto a essere seriamente liberi, liberi di scegliere. Presidente, io come lei, ma anche come la relatrice, veniamo da dei territori dove le scuole di periferia insegnano tanto. Nella mia città c'è una scuola di periferia, un quartiere molto particolare.
Noi, come parlamentari, molte volte ci impegniamo in visite varie, in momenti di confronto, e in uno di questi momenti di confronto la preside di questa scuola mi ha raccontato di come, in occasione di una manifestazione antimafia - ovviamente stiamo parlando di bambini, per i quali serviva l'autorizzazione dei genitori -, confrontandosi con un bambino, questo non aveva portato l'autorizzazione dei genitori. E come giustificazione il bambino aveva detto: signora maestra, papà ha detto che noi stiamo dall'altra parte.
Ecco, io credo che questo esempio, questa rappresentazione, chiarisca profondamente in che cosa consiste la cultura mafiosa, la cultura dell'anti-Stato. Ma dico questo perché? Perché con questa proposta di legge noi operiamo una vera e propria innovazione in quello che è il sistema della giustizia minorile, come dicevo prima, perché noi, a tutti gli effetti, riconosciamo che le famiglie che vivono in un contesto mafioso sono a tutti gli effetti delle famiglie maltrattanti, che sono atte a impedire l'emancipazione del minore e costringerlo, quindi, anche a un percorso di violenza che - uso le virgolette - è tipico di determinati contesti.
Signor Presidente, la relatrice ha correttamente evidenziato quelle che sono le norme che caratterizzano questo testo, ma io credo che possiamo operare dei macro-accorpamenti. Innanzitutto, se andiamo a prendere il primo blocco, noi abbiamo una vera e propria istituzionalizzazione del percorso di allontanamento, un percorso di allontanamento che non opera più, così come previsto dal nostro ordinamento, in termini emergenziali, ma andiamo a definire un percorso quasi anticipatorio di determinate situazioni. Gli articoli 3 e 4 definiscono in modo puntuale quelle che sono le misure di protezione personale e anche le misure di assistenza sociale e di assistenza economica. Lo Stato interviene assolvendo a quello che è uno dei suoi primari doveri e, quindi, viene introdotto un vero e proprio pacchetto di disposizioni atte a determinare un supporto pedagogico, anche a garantire l'istruzione obbligatoria, così come anche per i genitori, che intendano affrancarsi da un determinato sistema, la conservazione del posto di lavoro per gli adulti.
Abbiamo, poi, un altro blocco, quello che riguarda l'inclusione dei genitori e degli adulti di riferimento. In Commissione si è molto discusso su questo tema, sull'adulto di riferimento, andando anche a creare una serie di confusioni rispetto alle previsioni normative che già esistono. Mi sia consentito: questa è una legge talmente tanto importante che ognuno di noi, anche nella sua attività normale che è quella emendativa, avrebbe dovuto o dovrebbe spogliare se stesso da quello che è il fisiologico narcisismo - narcisismo della politica - quando si tratta di contesti così complessi, come le famiglie che vivono in contesti mafiosi. E dico questo perché? Perché questa disposizione, l'articolo 2, crea proprio una condizione di protezione concreta, permettendo al nucleo familiare di uscire dalla spirale mafiosa senza sentirsi oggettivamente isolato. Dunque, protegge il genitore che vuole cambiare vita e protegge la vita del minore.
Poi anche l'articolo 5, che porta in sé un rigore procedurale e norme di coordinamento. Questo lo dico da avvocato, signor Presidente, e posso dire che proprio l'articolo 5, per come è formulato, costituisce un vero e proprio capolavoro di equilibrio legislativo. Perché? Perché l'iniziativa è demandata al procuratore presso il tribunale per i minorenni, che deve agire in coordinamento con il pubblico ministero che segue le indagini penali. Questa è una norma fondamentale, a mio avviso. Perché? Perché da un lato assicura il contemperamento tra le esigenze di segretezza delle indagini antimafia garantendo, allo stesso tempo, la tutela prioritaria di quelli che sono gli interessi del minore in determinati contesti.
Poi abbiamo una norma, l'articolo 6, che introduce una e una fase di monitoraggio che, leggendo bene il testo, non è un organo burocratico, ma è lo strumento per garantire che l'azione sinergica sia efficace e non frammentata. Perché dico questo? Perché noi non stiamo trasformando i minori in pentiti; noi stiamo riconoscendo il diritto universale dei minori a crescere liberi dai condizionamenti criminali.
Mi avvio verso le conclusioni. Noi stiamo discutendo di una norma che incide significativamente sul sistema della giustizia minorile, ma - mi sia concessa una parentesi - io non credo che il decreto Caivano costituisca una normazione di tipo repressivo. Io credo che il decreto Caivano costituisca un ulteriore passo da parte di questa maggioranza a individuare la vita criminale così com'è, cioè come un assoluto disvalore. Questo provvedimento - ho citato il decreto Caivano - non è contro qualcuno, ma è per qualcuno ed è proprio per quei minori che vivono in determinati contesti. Perché? Perché “Liberi di scegliere” non può essere esclusivamente né poteva essere semplicemente un protocollo d'intesa ma, grazie al voto di quest'Aula - che mi auguro sia favorevole all'unanimità -, rappresenta un passo significativo per la vita di questi ragazzi, di questi minori in determinati contesti .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Cafiero De Raho. Ne ha facoltà.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO(M5S). Grazie, Presidente. Certamente questa proposta di legge è importante. È importante perché risponde a un'esigenza che parte non dal 2017 o dal 2018 ma dal 2013. Nel 2013 con il presidente del tribunale per i minorenni, Roberto Di Bella, con il procuratore per i minori, Giuseppina Latella, con me, che ero procuratore della Repubblica a Reggio Calabria, con Luigi Ciotti, di Libera, e con Enza Rando, di Libera, cominciammo peraltro ad approfondire un tema che era fondamentale: quello dei ragazzi di che potevano uscire dal contesto 'ndranghetista, ma avevano l'esigenza di essere sostenuti. E come poterli sostenere? Pensate che quel presidente del tribunale per i minori, Roberto Di Bella, che aveva per anni portato avanti l'attività giudiziaria in Reggio Calabria, rilevò che i figli degli 'ndranghetisti che aveva condannato da minorenni erano divenuti essi stessi uomini della . Quindi, vi era un'ereditarietà nell'ambito della e questa ereditarietà andava abbattuta. Andava abbattuta in che modo? Attraverso un meccanismo in cui vi era la disponibilità dei ragazzi di e delle mamme, soprattutto di alcune mamme - e qui inizialmente le vere eroine erano le mamme della - che si rendevano conto di questi bambini che venivano portati alla scuola della e io, da procuratore distrettuale, avevo immagini di bambini che, insieme al padre, andavano a smontare e a montare le armi.
A volte venivano, questi genitori di , accompagnati nelle riunioni di da questi ragazzini, che avevano appena 10, 11 o 12 anni. Venivano, cioè, indottrinati, radicavano quelle idee e quelle regole di che, via via che passavano gli anni, diventavano la loro vita e la famiglia di era la stessa che poi costituiva le basi, le radici della . E come sradicare questa partecipazione? Solo in un modo: consentendo loro di allontanarsi dal territorio. Laddove vi erano mamme così coraggiose, come in tante occasioni ve ne erano state, bisognava attivare un circuito che consentisse a queste donne di portare via i bambini e di portarli via lontano. Non c'erano soldi naturalmente, non c'era nulla. Perché, quindi, Luigi Ciotti, con Libera, portò avanti il progetto? Perché aveva migliaia di famiglie che appartenevano a quell'associazione e poteva dare luoghi di accoglienza a queste donne che dovevano scappare, che dovevano fuggire nel momento in cui facevano scelte di questo tipo.
Io credo che l'importanza di questa legge non si sia colta nel suo vero senso e nei suoi veri effetti, l'importanza, cioè, di dare a queste donne e a questi bambini la possibilità di un futuro diverso. Perché? Perché ci sarà un momento in cui la si accorgerà che stare fuori dalla è meglio che stare dentro: quando l'alternativa sarà migliore della vita che essi tutti i giorni vivono sostanzialmente, quando si accorgeranno che non è necessario rischiare la vita o rischiare la libertà o esercitare violenza, quando si accorgeranno che vivere serenamente in luoghi insieme ad amici, ridere e scherzare, muoversi apertamente e non essere costretti alla latitanza, rappresenta un bene, un bene che non si può perdere.
Quando tanti saranno coloro che parteciperanno a questo meccanismo, a questo progetto che diventerà legge, allora, forse, solo allora, la , come la mafia, come la camorra, cominceranno ad essere scardinate nei loro punti fondamentali, vale a dire in quelle radici che costituiscono la base della loro esistenza e della loro permanenza. Solo allora si potrà arrivare veramente a una sconfitta della , perché far parte della significherà rischiare, rischiare e rischiare e non avere gli stessi sentimenti e le stesse emozioni che ha un uomo libero. Ecco come è importante tutto questo.
Il progetto nacque nel 2013 attraverso un piccolo protocollo quasi provinciale e di modestissime dimensioni; tre magistrati e un uomo come Luigi Ciotti portarono avanti questo protocollo, che è diventato subito attuazione di orizzonti straordinari, con mamme che venivano immediatamente accolte, con i figli, in luoghi nascosti. E pensate che, in quei luoghi, per consentire ai bambini di continuare ad andare a scuola, ci si accordava con i dirigenti scolastici, che registravano quei nomi con nomi diversi, compiendo tutti alcune illegalità che facevano ben volentieri, perché era l'unico modo di proteggere quei bambini. Se le loro famiglie d'origine avessero saputo che quei bambini erano in quel luogo, sarebbero andati a prenderli e riportarli e, probabilmente, la mamma sarebbe stata uccisa, così come è avvenuto in diversi casi.
Ecco come è importante e come è stato importante questo progetto, che, proprio per la sua importanza, è diventato un protocollo al quale, nel 2017, ha partecipato la Presidenza del Consiglio e poi, via via, hanno partecipato tanti altri organismi, come il Ministero dell'Istruzione e del merito, il Ministero dell'Università e della ricerca, il Ministero dell'Interno e il Ministero della Giustizia.
Nel 2017, da procuratore nazionale, ho promosso ulteriormente questo protocollo e, con questo protocollo, si è continuato a dare accoglienza a tantissimi bambini e a tantissime mamme. È intervenuta anche la CEI, la Conferenza episcopale italiana, che ha dato il denaro per poter sostenere queste famiglie. Fino a oggi, nonostante abbiano partecipato tante autorità dello Stato, solo la CEI ha messo i soldi. Quindi, ancora una volta, lo devo sottolineare, lo Stato è stato assente. Ecco perché, anche nell'ambito di questa legge, abbiamo insistito tanto perché si inserisse una parte che riguardava le risorse finanziarie. È fondamentale: senza risorse non è possibile attuare questo progetto, salvo che non ricorrere a determinati meccanismi.
Ma ora, poiché il tempo, via via, fugge troppo velocemente e poi la collega D'Orso dovrà prendere la parola, vorrei dire che sono sicuramente positivi il trasferimento immediato in luoghi protetti e l'eventuale utilizzazione di documenti di copertura. Questi sono fondamentali soprattutto per questi bambini e queste mamme che vengono da contesti di , di mafia o di camorra, contesti da cui le associazioni tendono a recuperarli immediatamente, per impedire a costoro questi aneliti di libertà e quindi l'attuazione di un allontanamento che determinerebbe poi la violazione della regola fondamentale della presenza, del mantenimento, dell'indottrinamento e di tutte le regole di , di camorra e di mafia. Quindi è importante cominciare con l'utilizzazione di documenti di copertura, pensare al cambiamento delle generalità e prevedere anche il cambiamento di generalità, così come è importante il coordinamento giudiziario. Perché c'è stata tanta attuazione di quel progetto? Perché vi era un coordinamento giudiziario fra procuratore distrettuale, procuratore per i minori e presidente del tribunale, ma questo avveniva spontaneamente. Oggi, invece, è per legge che il procuratore distrettuale deve dare le informazioni al procuratore per i minorenni e quindi al tribunale per i minorenni. Cosa è negativo? L'ampliamento della norma alle associazioni per delinquere, che non hanno gli stessi problemi che hanno invece le associazioni mafiose.
Aumentare a dismisura l'applicazione di questa legge significherà impedire che tutti coloro che, nell'ambito del contesto mafioso, ne volessero approfittare, non lo potranno fare perché mancheranno le risorse. Inoltre, nell'articolo 3 è stata soppressa la parte che riguarda l'adozione di misure urgenti, che per noi è fondamentale: guai a pensare a un trasferimento senza misure urgenti di vigilanza, senza avere soggetti ai quali potersi riferire per essere protetti.
È importante, poi, il riconoscimento delle associazioni. Tutto ha funzionato fino a che Libera ha sostenuto questo progetto e continua a sostenerlo oggi, con migliaia di famiglie che consentono quella copertura psicologica, affettiva, di cui queste persone hanno bisogno. Mandarle lontano da casa senza avere riferimenti, come Libera può dare, significa, sostanzialmente, metterli nella stessa situazione in cui si trovano i collaboratori di giustizia, i quali, a un certo momento, sono soli, sono isolati e hanno soltanto un nemico - la camorra, la , la mafia da cui si sono allontanati -, ma non hanno amici. Qui, invece, nel progetto, nel protocollo che fino a oggi è stato firmato, c'erano gli amici e gli amici erano quelle famiglie di Libera che li accoglievano come se fossero familiari.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO(M5S). Su altro parlerò - grazie, Presidente - in dichiarazione di voto. Comunque, è una legge sicuramente positiva e un primo passo importante
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Anche come Alleanza Verdi e Sinistra appoggiamo questo disegno di legge e le sue finalità, che, come questo disegno di legge, hanno davvero l'obiettivo di sottrarre linfa alle organizzazioni criminali, che, molto spesso, nell'ereditarietà del ruolo all'interno dell'organizzazione stessa, proprio in questo modo continuano ad alimentarsi. Da questo punto di vista, tagliare questo legame diventa fondamentale, soprattutto laddove c'è la volontà di staccarsi da quel contesto, ma non ci sono gli strumenti. Quindi, da questo punto di vista, è fondamentale che lo Stato se ne faccia carico e possa prevedere, così come questo disegno di legge prevede, strumenti efficaci.
Come è stato ricordato anche dai precedenti interventi, questa proposta di legge prende le mosse da una prassi giudiziaria che era stata promossa, anzitutto, dal tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, cui poi, successivamente, hanno aderito anche altri tribunali, che è stata anche oggetto di approfondimento da parte del CSM.
Da queste esperienze giudiziarie positive e proficue è nato questo progetto rinominato “Liberi di scegliere”, che poi è confluito anche nel titolo di questo disegno di legge. Quindi è un vero e proprio protocollo d'intesa, siglato nel 2017, più volte rinnovato e integrato, da ultimo nel 2024, con l'adesione di numerose realtà istituzionali e del Terzo settore, in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata.
Da questo punto di vista, per onestà intellettuale devo anche dare atto che questo disegno di legge che oggi approda in Aula - questo va ricordato - ha avuto un precedente nella scorsa legislatura: era l'atto Camera 2072, a prima firma della collega ex deputata Nesci, di cui ero secondo firmatario - motivo per il quale sostengo convintamente gli obiettivi -, che era stato presentato nell'agosto del 2019, dopo un ampio confronto. Per mesi lavorammo su questo testo proprio con il dottor Roberto Di Bella, a seguito di un incontro che svolgemmo nell'ufficio della ex Vicepresidente Spadoni nel maggio 2019. Questo lo ricordo anche perché, giustamente, il lavoro che è stato svolto su questo, sicuramente, ha preso le mosse anche da quel testo. Ripeto: atto Camera 2072 della XVIII legislatura.
Ciò detto, l'assunto che sta alla base di questa PDL, e quindi anche del protocollo “Liberi di scegliere”, è proprio il riconoscimento di quel ruolo che condiziona proprio nel contesto delle famiglie e nei contesti criminali di tipo mafioso e, quindi, la necessità di tutelare quei ragazzi, quei minori, e realizzare il loro superiore interesse proprio sradicandoli attraverso alcuni provvedimenti. Ricordiamo, ad esempio, l'articolo 25 del regio decreto-legge n. 1404 del 1934, sul quale abbiamo, già in questa legislatura, agito in maniera significativa con un suo completo attraverso la legge n. 70 del 2024 per la prevenzione e il contrasto del bullismo e cyberbullismo.
Tutto ciò consente di sottrarre il minore al condizionamento familiare e ambientale e inserirlo in una rete di supporto in grado di offrire una reale alternativa a coloro che davvero desiderano affrancarsi da quelle logiche criminali mafiose. Quindi, il progetto “Liberi di scegliere”, che ora avrà davvero la possibilità di diventare legge dello Stato e, quindi, diventare dispositiva su tutto il territorio nazionale, offre una reale alternativa a questi ragazzi, ma anche a quei familiari che manifestano l'intenzione di allontanarsi dall'ambiente criminoso, quindi minori e familiari di riferimento che siano vittime di quelle organizzazioni di tipo mafioso.
Da questo punto di vista, nella proposta di legge si vedono davvero anche le misure e gli strumenti di quei percorsi che vengono calibrati in maniera specifica sulle esigenze del singolo minore e sul nucleo familiare, che vengono realizzati attraverso un'azione sinergica di vari attori in campo, sia pubblici - come alcuni Ministeri: il Ministero della Giustizia, dell'Istruzione e per la Famiglia - che privati, che hanno un ruolo fondamentale, e pensiamo, ad esempio, al ruolo che ha avuto, anche nell'elaborazione e nell'applicazione di questo protocollo sin dalla sua origine, l'associazione Libera.
Per arrivare un po' più, invece, al testo nello specifico - pur ribadendo, appunto, la totale adesione alla di questa proposta di legge -, le principali perplessità rispetto, invece, alla formulazione del testo sono concentrate proprio nell'articolo 1, laddove si parla, appunto, dell'oggetto e delle finalità di questa proposta di legge. La prima perplessità è perché, nelle modifiche che poi abbiamo apportato in Commissione giustizia, si introduce il concetto di “vittima”, mentre nel testo originario l'espressione “vittime di organizzazioni criminali” non c'era, perché il termine “vittima” - e questa è una discussione che è ancora aperta, ad esempio, in Commissione affari costituzionali, in quella modifica costituzionale dove si introducono proprio le vittime di reato -, come sappiamo, ha anche molto spesso dei confini non sempre così definiti. Sto parlando da un punto di vista prettamente giuridico, non da un punto di vista sociale e sociologico, ma da un punto di vista prettamente giuridico. Molto spesso, infatti, si utilizza, più che il termine “vittima”, il riferimento a coloro che hanno subito, invece, un atto penalmente rilevante.
Oltre al termine “vittima”, che, ribadisco, può avere dei contorni un po' indefiniti, c'è anche l'ultima formulazione che esce dalla Commissione, laddove si dice: “(…) o nell'ambito di associazioni criminali che pongano in essere nei loro confronti condotte di istigazione a commettere reati o di sfruttamento dei relativi proventi”, anzitutto perché allora non si comprende più, se è necessaria questa precisazione finale, perché questo non dovrebbe già essere ricompreso nell'espressione “vittime di organizzazioni criminali”. Allora, mi sfugge qualcosa proprio nel coordinamento interno a questo articolo, anche rispetto alla e alla finalità originaria di questa proposta di legge.
Quindi, queste sono le due criticità che pongo sul tavolo, anche nei lavori che faremo e che svolgeremo qui in Aula e poi con la prosecuzione fino - auspicabilmente presto - all'approvazione definitiva di questa proposta di legge. Anche la quantificazione delle coperture finanziarie lascia qualche dubbio rispetto all'estensione che è stata portata ancora, come dicevo prima, con questo nuovo articolo 1, con quella disposizione finale. Quindi, questi sono un po' gli aspetti critici.
Però, c'è anche da dire che, così come tutte le volte che il legislatore interviene da zero, di fatto, a disciplinare una materia, non possiamo certo illuderci che siano, sin d'ora, certamente prevedibili tutti gli effetti applicativi di questa proposta di legge, quindi non sarebbe assolutamente un problema o un arretramento se poi nell'applicazione concreta - intendo dire una volta entrata in vigore, fra qualche mese, questa proposta di legge - ci si dovesse accorgere che è necessario apportare delle modifiche, perché questo avviene normalmente.
Vediamo quante volte siamo intervenuti, anche in questa legislatura, sul tema della violenza di genere, così come, nel giro di sette anni, siamo intervenuti una seconda volta sul tema del bullismo. Insomma, tutti quei fenomeni che a livello sociale non solo sono gravi ma chiaramente hanno la loro complessità, nonostante gli intenti e le finalità del legislatore siano lodevoli, non possiamo chiaramente escludere che possa essere necessario qualche aggiustamento futuro di queste norme. Io penso che l'aspetto proprio dell'articolo 1 sia cruciale e, quindi, invito nuovamente, rispetto a questa formulazione, a riflettere anche - ripeto - sul termine, che a me pare un po' indefinito, di “vittima”.
Tutto ciò, comunque, davvero è la finalità di questa proposta di legge e ricordo, anzi, che in quest'Aula, alla Camera, approdò, per la prima volta nel 2019, attraverso una proposta di legge, questo tema, quello del “Liberi di scegliere”, su , su stimolo proprio del dottor Di Bella, e lì fui il secondo firmatario, quindi sono assolutamente in linea con le finalità di questa proposta di legge che quindi, come AVS, certamente sosteniamo, pur consapevoli che alcuni passaggi svolti in Commissione giustizia probabilmente necessitavano di un approfondimento maggiore con riferimento all'articolo 1 e anche alle coperture, a nostro parere.
Ad ogni modo, sosteniamo convintamente che davvero chiunque voglia - in particolare, stiamo parlando di minorenni o, comunque, di giovani - uscire da un contesto criminale lo possa e lo debba poter fare e oggi, grazie anche a questa proposta di legge, lo Stato ha uno strumento in più per sostenerli in questo percorso.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Il MoVimento 5 Stelle ha sempre creduto nel protocollo “Liberi di scegliere”. Per ricordare soltanto le attività svolte in questo senso durante questa legislatura, ricordo che, fin dall'ottobre 2022, è stata depositata una proposta di legge a prima firma della collega Stefania Ascari, la n. 447, proprio su questo tema, e sin dalla prima legge di bilancio e in occasione di ogni legge di bilancio proprio io ho presentato, insieme a tutto il gruppo, degli emendamenti per istituire un fondo che reperisse le risorse necessarie a sostenere le misure di protezione e di sostegno economico dei soggetti già beneficiari e dei soggetti futuri beneficiari del protocollo.
Al contempo, sempre questi emendamenti presentati erano importanti per dare finalmente cornice legislativa a un'attività meritoriamente svolta da alcuni magistrati minorili particolarmente lungimiranti e ispirati, in modo da farla diventare un modello strutturale, precettivo, uniforme su tutto il territorio nazionale e non lasciata al buonsenso, alla buona volontà e, consentitemi, anche e soprattutto al coraggio di singoli magistrati.
Mi riferisco, com'è stato già giustamente ricordato, al dottor Roberto Di Bella, prima presidente del tribunale per i minorenni di Reggio Calabria e oggi presidente del tribunale per i minorenni di Catania; fu lui, per primo, inizialmente anche in una certa solitudine, dal punto di vista territoriale, potremmo dire così, ma ben accompagnato - lo ricordava anche il collega Federico Cafiero De Raho - da tutti coloro che lo hanno supportato in queste scelte coraggiose sin dall'inizio, ad avere l'intuizione di quanto fosse importante per contrastare la fare breccia sui minori, figli di boss più o meno di spicco, ma anche sulle madri per strappare questi ragazzi a un destino altrimenti ineludibile e ineluttabile di manovalanza o di vera e propria carriera criminale; lo fece, adottando provvedimenti di sospensione o decadenza della responsabilità genitoriale rispetto al genitore immerso nel contesto criminale e impregnato della cultura, della mentalità mafiosa, in modo da recidere quel legame soffocante che privava e priva i minori di una possibile alternativa di vita all'insegna della legalità. Fare breccia, dicevamo, anche e soprattutto sulle madri; madri che, chiaramente, volevano e vogliono strappare i propri figli a un destino che li vedrebbe fare cosa? Entrare e uscire dal carcere per tutta la vita o li vedrebbe latitanti, nascondersi come topi, oppure li vedrebbe uccisi perché questo è il destino che attende coloro che fanno parte di un contesto mafioso, ‘ndranghetista, camorrista.
Desidero ricordare in quest'Aula anche l'attività della dottoressa Claudia Caramanna, procuratrice presso il tribunale per i minorenni di Palermo, che ha adottato il medesimo protocollo nel distretto di Palermo e lo ha fatto, anche lei, con coraggio e con determinazione, esponendosi - esponendosi! - anche a intimidazioni e a ritorsioni; ed è per questo che è importante dare una cornice legislativa a questo tipo di azioni e di scelte. Occorre far vedere che il legislatore e lo Stato sono al fianco e prevedono che proprio questi siano i modelli da adottare.
Anche a me piace ricordare, come ha fatto poco fa la collega, che probabilmente questa è una proposta di legge che va nel solco di quella sensibilità che ha sempre guidato e dimostrato Francesca Morvillo che, per 16 anni, fu un magistrato minorile presso la Procura del tribunale per i minorenni di Palermo. Fu la prima, pensate, a voler incontrare i minorenni detenuti al carcere Malaspina; ad interrogarsi su chi erano, come erano approdati alla commissione dei reati; a mettere al centro del suo approccio, in un momento in cui non era stato ancora neanche introdotto il nuovo processo minorile, perché siamo prima del 1988, la concezione rieducativa della pena, con la fiducia di chi crede nel cambiamento delle persone, specie se si tratta di soggetti minorenni.
Per Francesca Morvillo era fondamentale non solo parlare con i ragazzi, ma ricostruirne la storia perché, sì, quei ragazzi avevano commesso degli errori ed erano giustamente puniti dalla legge però bisognava sempre guardare al punto di partenza: le loro famiglie e il loro contesto. Quella era un'epoca che, in qualche modo, purtroppo, ricorda anche questa epoca; era un'epoca in cui i soggetti minorenni, anche giovanissimi, venivano reclutati per fare i , per lo spaccio.
Ecco, anche oggi, a Palermo, posso dire che c'è una recrudescenza fortissima di questo fenomeno; c'è una recrudescenza fortissima della violenza giovanile, su strada, che appare, purtroppo, quasi senza controllo; c'è una facilità di reperimento anche di armi da fuoco, nel mercato illegale, probabilmente sul . Non posso non citare, a tal proposito, in quest'Aula, l'ultimo, l'ennesimo episodio, avvenuto nella notte, tra domenica e lunedì, proprio nel cuore del centro di Palermo, in una delle strade dove si svolge la , che ha visto un proiettile vagante, sparato, durante una rissa tra giovani, colpire una giovane ventenne seduta dentro un'auto. Questo chiaramente lo ricordo anche per portare tutta la solidarietà a questa ragazza che sta subendo un intervento chirurgico per l'asportazione del proiettile che l'ha colpita alla testa, nella zona della tempia, pensate. Ecco, si rischia la vita a uscire una sera come tante altre, con gli amici, pur essendo rifugiati in un abitacolo di un'autovettura, come vedete.
Ecco, questo è lo scenario in questo momento, quindi una recrudescenza. Allora, l'aspetto educativo diventa fondamentale, diventa imprescindibile. Per noi del MoVimento 5 Stelle, lo ribadisco e lo ripeto, il protocollo “Liberi di scegliere” è sempre stato una priorità, un'urgenza; e, soprattutto, è una priorità dotare di risorse i soggetti attuatori del protocollo, come vi dicevo, per renderlo costantemente operativo.
Perdonatemi, ma quando in Commissione giustizia ci è stata sottoposta la proposta di legge, come elaborata dalla Commissione antimafia, abbiamo subito rilevato che non c'era una copertura economica. Noi, da subito, lo abbiamo segnalato perché sarebbe stata - passatemi il termine - purtroppo solamente propaganda, non dotare di risorse economiche questa proposta di legge. Siamo contenti di aver fatto breccia e di aver trovato la disponibilità ad affrontare, in modo serio, la ricerca di una quantificazione, di coperture economiche per far fronte a una quantificazione prevedibile rispetto alle misure che vengono declinate perché c'è un articolo che viene rubricato “Misure di assistenza economica”.
Quindi, è chiaro che non poteva reggere, nemmeno sotto il profilo formale, oltre che sostanziale, una proposta di legge che arrivava con invarianza finanziaria o, comunque, tacendo sulla copertura economica di misure di sostegno e di assistenza economica pure declinate, puntualmente, e meno male, perché ci trovano assolutamente d'accordo. Perché, vedete, se non si fossero trovate queste coperture, si sarebbe dimostrato di non credere fino in fondo alla bontà e alla praticabilità di questa proposta di legge che, invece, è fondamentale per dare un futuro diverso, un futuro migliore, un futuro all'insegna della legalità. E come ben diceva il collega Cafiero De Raho - è un concetto che mi è tanto piaciuto - anche per far comprendere quanto sia palesemente più conveniente abbracciare una vita piena, alla luce del sole, pienamente all'insegna della legalità, e quanto invece sia sconveniente, buia, davvero mortifera una vita nel solco della criminalità organizzata.
Ecco, noi chiaramente e, concludo, abbiamo un punto critico che continueremo a ribadire durante il dibattito in Aula e speriamo di raccogliere disponibilità per un ragionamento. Anzi i punti sono due. Il primo: l'adozione delle misure urgenti; non può essere cassata, deve essere ripristinata nel testo. Il secondo punto è il seguente: ragioniamo sulla necessità, soprattutto sull'opportunità di ampliare il perimetro di questa proposta di legge perché essa ha un valore culturale; è prima di tutto un'operazione culturale, quindi, ha un senso; la sua sostanza, la sua origine è connaturata, consostanziale alla criminalità organizzata: , camorra e mafia. È per strappare, in radice, proprio la mentalità mafiosa, il soffocamento di quella mentalità che rende impossibile, in qualche modo, abbracciare un'alternativa di vita per chi nasce in quel contesto. Ecco, estenderlo ad altro tipo di associazioni, ad altro tipo di fenomeni potrebbe, a nostro avviso, snaturare la portata culturale e radicale di questo provvedimento .
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare la relatrice, la deputata Maria Carolina Varchi.
MARIA CAROLINA VARCHI, . Rinuncio.
PRESIDENTE. Prendo atto che anche il rappresentante del Governo rinuncia alla replica.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge n. 2669-A: “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile” e dell'abbinata proposta di legge n. 1742.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al vigente calendario dei lavori dell'Assemblea .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Le Commissioni VIII (Ambiente) e X (Attività produttive) si intendono autorizzate a riferire oralmente. Ha facoltà di intervenire il relatore per la Commissione attività produttive, deputato Luca Squeri.
LUCA SQUERI, . Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, il disegno di legge all'esame dell'Assemblea reca una delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile, con l'obiettivo di definire e istituire un quadro giuridico e normativo idoneo a disciplinare la produzione di energia da fonte nucleare in Italia tramite le migliori tecnologie nucleari, incluse le tecnologie modulari o avanzate, anche attraverso il riordino della normativa vigente.
Si tratta di un provvedimento che interviene su un settore strategico per la politica energetica nazionale e che intende definire, in modo organico e nel rispetto degli obblighi europei e internazionali, il quadro normativo necessario a valutare e disciplinare l'impiego delle tecnologie nucleari di nuova generazione e dell'energia da fusione.
Il provvedimento interviene in un contesto caratterizzato dall'esigenza di integrare in modo organico la disciplina relativa alla sperimentazione, alla localizzazione, alla costruzione, all'installazione e all'esercizio di nuovi impianti, nonché alla sicurezza, alla regolamentazione, alla gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, in coerenza con gli standard europei e internazionali e con gli obiettivi di decarbonizzazione entro il 2050, sicurezza energetica e competitività del sistema produttivo.
Ricordo che, sul ruolo dell'energia nucleare nella transizione energetica e nel processo di decarbonizzazione, le Commissioni riunite VIII e X hanno svolto un'indagine conoscitiva, deliberata il 5 marzo 2024, che ha coinvolto numerosi soggetti.
Il disegno di legge è stato assegnato alle Commissioni riunite VIII (Ambiente) e X (Attività produttive), in sede referente, che ne hanno avviato l'esame il 21 gennaio 2026. Nel corso dell'istruttoria parlamentare è stata abbinata la proposta di legge n. 1742, a firma Lupi, ed è stato svolto un ampio e articolato ciclo di audizioni informali che ha coinvolto rappresentanti del mondo del lavoro, delle associazioni, degli operatori industriali e degli esperti del settore.
Nel corso dell'esame in sede referente sono state apportate talune modificazioni al disegno di legge, anche attraverso l'approvazione di proposte emendative presentate dai gruppi di opposizione.
Il testo risultante dall'esame in sede referente si compone di 5 articoli. L'articolo 1, comma 1, conferisce al Governo la delega ad adottare, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, uno o più decreti legislativi, anche mediante codificazione, nel rispetto degli obblighi europei e internazionali e degli obiettivi di decarbonizzazione al 2050, nonché ai fini della sicurezza e indipendenza energetica del Paese e del contenimento dei costi per i clienti finali.
Per effetto delle modifiche approvate in sede referente, i decreti legislativi dovranno recare anche la disciplina per la produzione e l'utilizzo, nel territorio nazionale, di energia da fonte nucleare sostenibile, secondo la tassonomia dell'Unione europea relativa alle attività sostenibili, nonché la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile nucleare.
Sono inoltre comprese, tra le finalità della delega, la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito e la ricerca, lo sviluppo e l'utilizzo dell'energia da fusione, nonché la riorganizzazione delle competenze e delle funzioni in materia.
Il comma 2 disciplina la procedura di adozione dei decreti legislativi, prevedendo che essi siano adottati su proposta del Ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica, di concerto con gli altri Ministri competenti, previa acquisizione dell'intesa della Conferenza unificata, del parere del Consiglio di Stato e del parere delle Commissioni parlamentari competenti per materia e per i profili finanziari.
Nel corso dell'esame in sede referente è stato inserito, tra i Ministri concertanti, anche il Ministro della Difesa.
Il comma 3 consente l'adozione di disposizioni integrative e correttive entro 2 anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi.
L'articolo 2 definisce l'oggetto della delega legislativa. In particolare, il Governo è delegato a prevedere un programma nazionale finalizzato allo sviluppo della produzione e dell'utilizzo dell'energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione, volto a contribuire alla sicurezza, alla resilienza e all'indipendenza energetica, al contenimento dei costi dell'energia e alla promozione della competitività del sistema produttivo.
Tra le modifiche più rilevanti inserite dalle Commissioni, segnalo che nel perimetro della delega è stato affiancato alla produzione anche l'utilizzo dell'energia da fonte nucleare sostenibile, includendo espressamente l'energia da fusione.
L'articolo 2 demanda, altresì, al Governo la previsione di adeguati strumenti informativi e formativi sul ruolo delle tecnologie nucleari ai fini della decarbonizzazione, l'adeguamento alla disciplina dell'Unione europea e degli accordi internazionali, nonché la disciplina della disattivazione e dello smantellamento delle installazioni nucleari esistenti sul territorio nazionale.
La delega riguarda inoltre la disciplina della sperimentazione, della localizzazione, della costruzione o installazione e dell'esercizio, fino alla disattivazione, degli impianti di produzione di energia nucleare, anche ai fini della produzione di idrogeno e, per effetto delle modifiche approvate in sede referente, anche di calore, nonché dei relativi sistemi di sicurezza, nel rispetto del principio di regolazione dell'intero ciclo di vita degli impianti.
Il medesimo principio di regolazione dell'intero ciclo di vita degli impianti è stato esteso anche agli impianti di fabbricazione e riprocessamento del combustibile nucleare e agli impianti di stoccaggio temporaneo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, nonché agli impianti di smaltimento definitivo.
Nel corso dell'esame in sede referente è stata altresì introdotta, tra gli oggetti della delega, la disciplina dell'utilizzo dell'energia da fonte nucleare sostenibile anche per il settore navale e marittimo. Rientrano, inoltre, tra gli oggetti di delega: la disciplina della ricerca, dello sviluppo e dell'utilizzo dell'energia da fusione, la promozione delle attività di ricerca e sviluppo nel settore della fissione nucleare ed energia da fusione, la previsione di misure di promozione e valorizzazione dei territori interessati, nonché le modalità di formazione di tecnici, ricercatori, ingegneri, fisici e di ogni altra figura professionale necessaria allo sviluppo delle competenze nel settore.
È inoltre previsto il riordino della disciplina sulla sicurezza, sulla vigilanza e sul controllo, anche valutando l'istituzione di un'autorità amministrativa indipendente. In sede referente è stato precisato che restano ferme le competenze del Comando carabinieri per la tutela ambientale e la sicurezza energetica.
Sono infine previsti: la disciplina di un sistema di garanzie con riferimento all'intero ciclo di vita degli impianti, le eventuali modalità di sostegno alla realizzazione degli impianti e alla produzione di energia da fonte nucleare sostenibile e da fusione, nonché il coordinamento con le altre norme che regolano il mercato energetico.
L'articolo 3 reca i principi e i criteri direttivi per l'esercizio della delega. Il comma 1, in particolare, prevede la definizione dei criteri e dei procedimenti per l'approvazione e l'attuazione del programma nazionale relativo agli obiettivi per l'inserimento dell'energia nucleare sostenibile e della fusione nel energetico italiano, coerentemente con le finalità di decarbonizzazione, sicurezza degli approvvigionamenti, indipendenza e, a seguito delle modifiche approvate in sede referente, resilienza energetica in funzione del raggiungimento degli obiettivi di neutralità carbonica al 2050 e dell'aumento della competitività nazionale.
Tra i principi e criteri direttivi è previsto il perseguimento della sostenibilità ambientale in accordo con il diritto sovranazionale.
Passo all'articolo 4, che introduce in sede referente la clausola di salvaguardia, prevedendo che le disposizioni della legge e quelle dei decreti legislativi, emendati in attuazione della stessa, siano applicabili nelle regioni a Statuto speciale e nelle province autonome di Trento e di Bolzano.
L'articolo 5 e ultimo reca le disposizioni finanziarie.
Concludo dicendo e segnalando che le Commissioni competenti in sede consultiva hanno espresso parere favorevole sul provvedimento e il Comitato per la legislazione ha espresso il parere con una condizione, che è stata recepita con un emendamento approvato.
La Commissione bilancio esprimerà il parere all'Assemblea.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire il rappresentante del Governo, Sottosegretario Barbaro.
CLAUDIO BARBARO,. Grazie, Presidente. Innanzitutto, desidero esprimere il mio più sentito ringraziamento a tutti coloro che hanno contribuito al dibattito parlamentare nella fase legata ai lavori di Commissione. Devo partire dai presidenti di Commissione, dall'onorevole Gusmeroli, presidente della X Commissione, e dall'onorevole Rotelli, presidente dell'VIII Commissione. Allo stesso tempo, mi preme ringraziare tutti i deputati di maggioranza e di opposizione che hanno contribuito al dibattito parlamentare. Infine, vorrei ringraziare anche i relatori, dall'onorevole Squeri per la X Commissione agli onorevoli Zinzi e Zucconi per l'VIII Commissione.
Detto ciò, faccio alcune considerazioni: il disegno di legge su cui oggi discutiamo rappresenta una scelta strategica di lungo periodo con cui il Governo intende riportare l'energia nucleare sostenibile all'interno delle politiche energetiche nazionali. È una scelta che nasce dalla consapevolezza che il quadro tecnologico e geopolitico europeo è radicalmente cambiato rispetto al passato e che l'Italia non può più permettersi di restare ai margini di un settore considerato strategico da gran parte dei Paesi avanzati.
Come ha spesso ricordato il Presidente del Consiglio, la questione energetica non può essere affrontata con approcci ideologici: occorrono realismo, responsabilità e capacità di guardare al futuro. E il futuro oggi include anche il nucleare sostenibile. Il Governo ritiene che la sicurezza energetica sia un pilastro della sicurezza nazionale: la dipendenza dall'estero, soprattutto nei momenti di crisi geopolitica, espone il Paese a vulnerabilità che incidono sui costi dell'energia, sulla competitività delle imprese e sulla stabilità economica.
Rendere l'Italia realmente indipendente dal punto di vista energetico è una condizione essenziale per garantire crescita, stabilità e tutela dei cittadini. Il nucleare sostenibile, riconosciuto dall'Unione europea come tecnologia a basse emissioni, è uno strumento fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Dalle principali analisi energetiche e dalle più recenti valutazioni tecniche si evince che la domanda elettrica è destinata a crescere in modo significativo nei prossimi anni, spinta dall'elettrificazione dei consumi, dallo sviluppo dei , dall'intelligenza artificiale e dalla trasformazione industriale.
Le rinnovabili restano centrali. Tuttavia, da sole non possono ancora garantire continuità, programmabilità e stabilità dei prezzi. Il nucleare non si contrappone alle rinnovabili, ma le integra, le sostiene e ne consente una piena valorizzazione. È un pilastro aggiuntivo, non alternativo, per raggiungere gli obiettivi climatici e per assicurare un sistema elettrico equilibrato e competitivo. Non stiamo parlando del nucleare del passato, ma di tecnologie avanzate, modulari, più sicure, con sistemi di raffreddamento passivo, minori quantità di rifiuti e tempi di realizzazione più brevi. I piccoli reattori modulari (SMR), i reattori nucleari modulari avanzati (AMR), i reattori veloci e le tecnologie di fusione, queste ultime considerate come una prospettiva strategica, rappresentano un'evoluzione radicale rispetto agli impianti di prima e seconda generazione che l'Italia ha dismesso.
Come la stessa Corte costituzionale ha chiarito nella sentenza n. 199 del 2012, i limiti referendari valgono solo se il quadro tecnologico e politico non è mutato: oggi quel quadro è completamente diverso. Il disegno di legge non autorizza la costruzione di centrali, ma crea il quadro normativo necessario per farlo. È un atto di programmazione, non di imposizione: definisce un percorso trasparente, partecipato e graduale che coinvolge regioni, comuni e cittadini; prevede un programma nazionale che stabilirà obiettivi, tecnologie, criteri di localizzazione e modalità di sperimentazione in coerenza con la strategia di decarbonizzazione e con gli standard europei. Il PNIEC 2024 indica che una quota nucleare dall'11 al 22 per cento della domanda elettrica al 2050 sarebbe ottimale per garantire sicurezza e competitività. Il testo approvato nelle Commissioni riunite ambiente e attività produttive è stato ulteriormente rafforzato. Sono stati chiariti gli ambiti della delega, includendo non solo la produzione, ma anche l'utilizzo dell'energia nucleare sostenibile in settori strategici, come quello navale e marittimo; è stata inserita la disciplina della fabbricazione e del riprocessamento del combustibile per garantire una visione integrata dell'intero ciclo di vita e il funzionamento degli impianti; sono stati richiamati gli atti europei sulla tassonomia per collocare la scelta italiana dentro un quadro di sostenibilità riconosciuto a livello unionale ed è stato previsto il coinvolgimento del Ministero della Difesa in ragione della protezione delle infrastrutture strategiche.
Il disegno di legge disciplina anche la ricerca, la formazione e lo sviluppo delle competenze, riconoscendo che, senza capitale umano qualificato, non esiste una vera politica industriale. Prevede procedure autorizzative chiare, rapide e sicure, ispirate ai migliori standard internazionali. È stata, altresì, prevista la possibilità di autocandidature in merito alla localizzazione di impianti di stoccaggio temporaneo o di smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito. Inoltre, sono previste campagne informative per costruire un consenso consapevole, perché la percezione pubblica è un elemento decisivo per il successo di ogni politica energetica.
Colleghi, questo provvedimento è una scelta di responsabilità verso il Paese. È una scelta che guarda alla sicurezza energetica, alla competitività industriale, alla sostenibilità ambientale e alla stabilità economica. È una scelta che allinea l'Italia alle strategie europee, che valorizza la ricerca nazionale, che sostiene le imprese e che prepara il terreno per un futuro energetico più solido e più moderno. Non è un ritorno al passato, ma un investimento sul futuro in un mondo altamente competitivo e instabile, come dimostra l'attuale crisi energetica derivante dall'instabilità geopolitica. Per queste ragioni, il Governo sostiene con convinzione il disegno di legge in esame e auspica un confronto parlamentare serio, costruttivo e concretamente orientato all'interesse nazionale.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Curti. Ne ha facoltà.
AUGUSTO CURTI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, Sottosegretario, il disegno di legge sulla delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile interviene su un tema, a mio avviso, enorme. È un tema che coinvolge la sicurezza, la ricerca, i costi, i tempi e i rifiuti radioattivi, ma anche i territori. Pertanto, la prima questione non è se si debba discutere di nucleare, ma come si decide di farlo, con quale metodo, con quali garanzie e con quale trasparenza.
Da questo punto di vista, il provvedimento presenta un vizio di fondo: affida al Governo una delega troppo ampia, generica e indeterminata sui passaggi essenziali relativi, ad esempio, a una scelta che, se assunta, inciderebbe per generazioni sulla politica energetica nazionale, e lo fa considerando, come al solito, il Parlamento come un pubblico non pagante dell'Esecutivo. Tanto più perché il nucleare in Italia non è una pagina bianca, ma è una pagina già scritta dalla storia democratica del Paese.
Gli italiani, infatti, si sono espressi in due consultazioni referendarie, quella del 1987 e quella del 2011, quando il voto contrario superò il 94 per cento e andarono a votare oltre 25 milioni di persone. Questo dato non può essere cancellato con un tratto di penna; può essere certamente discusso, può essere attualizzato alla luce del progresso scientifico, può essere inserito in una riflessione seria sulla ricerca, ma non può essere aggirato con una procedura opaca o affidato a decreti legislativi futuribili, soprattutto quando mancano indicazioni puntuali in merito ai controlli, alle localizzazioni, alla gestione delle scorie e al coinvolgimento dei territori.
Il Governo, anche in questo caso, propone l'ennesimo salto in avanti, l'ennesima accelerazione fine a se stessa, ma quando la direzione è sbagliata aumentare la velocità significa soltanto arrivare prima nel posto sbagliato. Il risultato è il maldestro tentativo di costruire una politica energetica nazionale basata su ipotesi immature, costose e lontane dalla concreta disponibilità industriale. Noi lo abbiamo affermato a più riprese: non siamo contrari ad aprire una fase per la ricerca sul nucleare. Rispetto al tema non abbiamo mai palesato un approccio ideologico ma, proprio perché prendiamo sul serio la ricerca, non possiamo accettare che questa venga confusa con la propaganda. La ricerca, infatti, illumina, mentre la propaganda, purtroppo, acceca.
Un esempio: i piccoli reattori modulari, spesso presentati come la chiave di volta del nuovo nucleare. Il punto è che, allo stato d'arte, questi impianti non rappresentano una tecnologia pronta, diffusa e consolidata sui territori. In Occidente non esiste ancora un impianto commerciale operativo di questa tipologia. Il primo progetto del NuScale, tra i più avanzati negli Stati Uniti, ha visto i costi stimati impennarsi da 4 a 9 miliardi di dollari, prima di essere poi abbandonato nel 2023. Anche fuori dall'Occidente le esperienze ci invitano alla prudenza. Alcuni progetti hanno registrato ritardi enormi, aumenti di spesa molto rilevanti, difficoltà di realizzazione e problemi di sostenibilità economica. La differenza tra visione e illusione è tutta qui: è nella capacità di misurare i tempi e nella capacità di misurare i costi e i risultati. Rispondere con tecnologie che, nella migliore delle ipotesi, potrebbero integrarsi nel sistema tra molti anni significa spostare il dibattito dal terreno delle soluzioni a quello delle suggestioni.
Vengo al secondo punto. Voi il nucleare ce lo raccontate spesso come una scelta di modernità, ma la modernità, cari colleghi, non si misura dalla complessità di una tecnologia, si misura dalla sua capacità di risolvere i problemi nel tempo utile, con costi sostenibili e con benefici verificabili. Sul piano economico poi i dati sono molto chiari. Il rapporto Lazard del 2025 indica per il fotovoltaico su scala industriale un costo livellato dell'energia tra i 35 e i 50 dollari per megawattora. Per il nucleare, invece, il valore si colloca tra i 141 e i 220 dollari per megawattora. Le stime richiamate dalla CGIL, sulla base dell'Agenzia internazionale dell'energia, indicano circa 170 dollari per megawattora per le nuove centrali nucleari contro i 50 dollari per il fotovoltaico e i 60 dollari per l'eolico terrestre. Sono cifre che non si possono liquidare come opinioni. Negli ultimi anni il costo del fotovoltaico è diminuito di cinque volte, quello del nucleare, invece, ha seguito una traiettoria opposta, con un aumento del costo in chilowattora stimato intorno al 49 per cento dal 2009 ad oggi. I numeri non fanno propaganda: i numeri, molto più semplicemente, presentano il conto.
Anche i tempi reali di costruzione invitano alla cautela. L'EPR di Flamanville, in Francia, doveva costare circa 3 miliardi di euro ed essere realizzato in 6 mesi. È costato quasi 20 e ha richiesto circa 15 anni di lavoro. Quando un impianto accumula ritardi, si immobilizzano capitali, si sommano interessi, ma soprattutto si sottraggono risorse ad alternative già disponibili. Questo è il nodo. Se possiamo contare su una disponibilità di 10 o 15 anni, dobbiamo usarla per realizzare il sistema energetico del prossimo futuro, non per inseguire una soluzione che costringe il Paese a una corsa senza traguardo.
In Europa la direzione intrapresa funge da modello. Nel 2025 solare ed eolico hanno prodotto insieme il 30 per cento dell'elettricità dell'Unione, pari a 841 terawattora, superando sia le fonti fossili, ferme al 29 per cento, sia il nucleare, a poco più del 23 per cento. Nel solo 2025 il nuovo fotovoltaico ha generato 9 terawattora di energia elettrica in più. È l'equivalente di tre reattori da 300 megawatt che lavorano per oltre 8.000 ore all'anno. Questo dato dovrebbe bastare a chiarire quale sia la priorità. Le rinnovabili non sono un capitolo accessorio della transizione, sono il cuore della risposta. Insomma, quella del Governo, più che la definizione di una strategia energetica, sembra la costruzione di un plastico. Peccato, però, che il Paese abbia bisogno di energia vera, non di modellini da esporre nelle conferenze stampa che farete.
Il grande tema riguarda, poi, le scorie. In Italia non è stato ancora risolto il problema dei rifiuti radioattivi già esistenti. L'inventario dell'Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare, aggiornato al 31 dicembre 2024, documenta quasi 34.000 metri cubi di materiale radioattivo stoccato in 23 depositi temporanei. Il Deposito nazionale non è operativo. Le stime richiamate dal dibattito tecnico indicano l'individuazione del sito entro il 2029 e la sua operatività non prima del 2039. A questo punto la domanda è inevitabile: un Paese che non sa ancora dove mettere le scorie di ieri come può spiegare ai cittadini che ha già pronta la soluzione per quelle di domani?
Poi c'è la questione dei territori. L'Italia è un Paese pesantemente caratterizzato dal rischio sismico, dal dissesto idrogeologico, da aree protette. Se già oggi l'autorizzazione di un impianto rinnovabile può incontrare ostacoli e resistenze, dobbiamo immaginare cosa significherebbe localizzare centrali nucleari, reattori modulari o infrastrutture connesse allo smaltimento dei rifiuti radioattivi.
Il tema non può essere liquidato agitando le piazze nella sindrome del “no”. La verità è che questo provvedimento non offre un quadro sufficientemente solido, non chiarisce fino in fondo quale sarà l'architettura dei controlli, non scioglie il nodo dell'autorità indipendente, non dimostra come si intenda ricostruire una filiera di competenze che nel nostro Paese si è progressivamente indebolita. È assodato che l'Ispettorato nazionale sulla sicurezza nucleare e il sistema pubblico di vigilanza vadano rafforzati prima di adottare qualunque scelta operativa. Il nucleare non è un settore in cui il Paese può adottare la strategia del “vedremo”. Nel nucleare il “vedremo” è già un problema di sicurezza. Per questo la nostra posizione è seria e netta: “sì” alla ricerca, “sì” al rafforzamento delle competenze scientifiche, “no” a una delega vaga che confonde la prospettiva scientifica con la propaganda e lo studio di lungo periodo con soluzioni semplicistiche.
Signor Presidente, noi non contestiamo il Governo per il diritto di aprire una discussione sul nucleare. Contestiamo l'idea che una discussione così rilevante possa essere racchiusa in una delega ampia e generica, contestiamo la pretesa di presentare ipotesi di lavoro come soluzioni cantierabili, contestiamo una politica energetica che parla al futuro e non riesce a governare il presente. Per questo il nostro giudizio sul provvedimento è fortemente critico. La vera scelta di responsabilità oggi è accelerare sulle rinnovabili e sull'innovazione già disponibile, perché, mentre il Governo sogna centrali che forse vedremo tra molti anni, il sole continua a sorgere ogni mattina e il vento continua a soffiare. È questa la strada per ridurre i costi a carico dei cittadini, per ridurre i costi a carico delle imprese e per sostenere le imprese produttive. Il futuro si governa con competenza e con coraggio, ma il coraggio oggi non si dimostra riaprendo una stagione sul nucleare e basandosi esclusivamente sull'incertezza.
Il coraggio è fare fino in fondo ciò che sappiamo essere giusto e che oggi più che mai è necessario.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata L'Abbate. Ne ha facoltà.
PATTY L'ABBATE(M5S). Grazie, Presidente. Colleghi, Governo, oggi stiamo affrontando un tema che riguarda non soltanto il futuro energetico del Paese, ma anche il futuro industriale, economico e possiamo dire anche democratico dell'Italia.
Quindi, parliamo di questo ritorno al nucleare. È un tema che viene spesso presentato con dei toni forse semplicistici, come una scelta inevitabile, moderna, tecnologicamente avanzata e che renderà l'Italia indipendente energeticamente. Io dico: magari. Se fosse così, noi avremmo risolto tutti i nostri problemi.
Ma il dovere del Parlamento qual è? Il nostro compito non è inseguire degli slogan, il nostro compito è valutare fatti, numeri, tempi, tempi industriali, costi reali e conseguenze strategiche. E allora dobbiamo porci una domanda molto semplice: il nucleare proposto dal Governo è davvero una soluzione utile, concreta e sostenibile per l'Italia? Perché la tecnologia in sé... Assolutamente, io sono per la ricerca, l'Italia non deve rimanere indietro su nulla, ma questa tecnologia applicata al sistema Italia, per quelle che sono le problematiche del breve e del brevissimo periodo, funziona o dobbiamo rivedere qualcosa? O il Governo sta sbagliando in qualcosa?
Allora, noi abbiamo fatto una serie di audizioni alla Camera dei deputati, e quindi parliamo di osservazioni che ci sono state date da chi scientificamente forse le cose le sa più di noi. Io faccio l'economista, non sono un fisico nucleare, però abbiamo audito il premio Nobel e anche altri scienziati. Ora, vediamo. Abbiamo audito il professor Giorgio Parisi e anche il professor Federico Maria Butera, che sono studiosi proprio di questo sistema di cui stiamo discutendo, e cosa è venuto fuori? Un racconto un po' diverso dalla propaganda che continua a essere fatta.
Le criticità del nucleare in Italia sono enormi: i tempi, i costi, la dipendenza energetica, la vulnerabilità climatica, il rischio industriale, il rallentamento delle rinnovabili. Lo ripetiamo, il rallentamento delle rinnovabili. Perché a me fa piacere quando il Governo mi dice che giustamente devono essere poste a sistema, assolutamente corretto questo discorso, però finora abbiamo assistito a un rallentamento in tutti i decreti che sono stati fatti.
Poi, abbiamo l'impatto sui conti pubblici e la sicurezza geopolitica. Vorrei affrontare adesso, uno per uno, questi punti per fare una disamina del perché, anche con dati alla mano e fatti certi, secondo noi c'è qualcosa che non funziona in quello che oggi è portato qui alla Camera.
Parliamo dei tempi, quindi del tema più importante - il tempo - perché la crisi climatica non aspetta. Noi abbiamo dei tempi, abbiamo delle valutazioni che ci sono state fatte e quindi dobbiamo raggiungere dei risultati, secondo l'Europa entro il 2030, e arrivare alla neutralità climatica entro il 2050. Abbiamo delle date certe, ce le hanno date. Ora, il nucleare di cui parla il Governo non esiste ancora nella forma che è stata promessa.
Si parla continuamente degli (gli SMR), piccoli reattori modulari, ma bisogna avere il coraggio di dire la verità. Oggi nel mondo occidentale non esistono ancora gli SMR commerciali, operativi su larga scala. Ne abbiamo - mi pare - uno in Russia, nell'Artico, e uno in Cina: e già, se andate a vedere i costi, sono partiti da alcuni costi e sono arrivati a dei costi elevatissimi del privato.
Quindi non abbiamo una filiera industriale matura e qualsiasi economista - io su quello posso parlare - ci dice che, quando la filiera non è matura, è chiaro che i costi, come dire, già adesso non sono valutabili, perché cresceranno sempre nel tempo.
Alcuni progetti, anche negli Stati Uniti, hanno assunto alcuni ritardi pazzeschi, aumenti di costi, alcuni sono stati sospesi. Allora, facciamo un ragionamento realistico. Immaginiamo uno scenario estremamente ottimistico, immaginiamo che il primo SMR iniziamo a costruirlo magari nel 2030. Abbiamo fatto ricerca, siamo stati bravi in Italia, quindi almeno uno, nel 2030, ce la facciamo a costruirlo. Mi trovo con quei dati che anche mi dice: uno riusciamo a costruirlo nel 2030. Perfetto. Immaginiamo, poi, che servano solo 8 anni per completarlo: iniziamo a costruirlo e arriviamo al 2038.
Ma in un Paese serio non si costruiscono 50 reattori in serie dopo aver acceso soltanto il primo, e noi abbiamo bisogno di 50 reattori per arrivare a quei risultati che sappiamo. Quindi, vediamo se funziona quello che abbiamo acceso, vediamo quali sono i costi reali, l'affidabilità, che manutenzione ci vuole, la sicurezza, la produzione effettiva, i tempi di fermata e la sostenibilità economica. Mettiamo altri cinque anni, perché queste cose noi le dobbiamo valutare. Anche se siamo bravi, arriviamo al 2043. A quel punto, il Governo vorrebbe che il nucleare coprisse, giustamente, il 22 per cento della domanda elettrica italiana - come è giusto che sia - ma, per arrivare a questo, io devo costruire circa 54 SMR da 300 megawatt. Cinquantaquattro sono tanti.
Quindi, per costruirne 54, dove arriviamo? Anche ipotizzando tempi rapidissimi - dieci anni di autorizzazione dal primo kilowattora prodotto - il primo gruppo entrerebbe in funzione nel 2053 e gli ultimi nel 2070. Questo significa una cosa semplice, i conti sono conti: il nucleare non contribuirà agli obiettivi climatici del 2030. Che facciamo, andiamo in infrazione? Non contribuirà a quelli del 2040, non ce la facciamo nemmeno col 2040; e, probabilmente, non contribuirà nemmeno a quelli del 2050.
Allora, lo ripeto: nulla contro le tecnologie innovative - io sono la prima a fare ricerca, sono una ricercatrice, andiamo avanti -, ma diciamo la verità alle imprese e ai cittadini italiani, oltre che a noi stessi. Prima di quella data, il 2050, noi non ce la facciamo, non facciamo in tempo.
Quindi, non rallentiamo le rinnovabili. E qui volevo arrivare: non rallentiamole.
Noi abbiamo parlato di ricerca e con un nostro emendamento vi abbiamo detto di porre la stessa attenzione che state ponendo al nucleare anche a tutte le altre fonti energetiche, per quella bella parola che a voi piace: neutralità tecnologica. Guardate, piace a voi, la citate sempre e, quindi, adesso la utilizziamo anche noi. Ma dove sta la neutralità tecnologica in quello che stiamo facendo?
Il problema dei costi, un altro punto. Già Bankitalia è venuta a dirci: non siamo contrari al nucleare, ma attenzione - attenzione! - c'è una grande criticità sui costi. Ce lo hanno detto loro e questo - devo dire - è da far notare.
Poi c'è l'International Energy Agency che evidenzia ormai da anni che le rinnovabili integrate con sistemi di accumulo stanno diventando sempre più competitive. E anche Paesi che hanno studiato seriamente gli SMR - quindi forse anche prima di noi - stanno mostrando come ci voglia un'enorme prudenza. L'Australia, ad esempio, dopo anni di valutazione, ha concluso che il costo dei kilowattora da rinnovabili più accumulo è inferiore a quello del nuovo nucleare. Anche il collega prima ha dato dei dati certi, quindi io non sto a ripetere dati che sono stati già posti in quest'Aula.
E attenzione, gli SMR non sono automaticamente più economici. Questo è uno dei grandi equivoci del dibattito pubblico. Una centrale anche piccola non significa necessariamente una centrale meno costosa; anzi, sempre da buona economista, dico che dobbiamo parlare di che cosa? Delle economie di scala, perché ogni reattore necessita di sicurezza, personale specializzato, controllo, assicurazioni e gestione delle scorie. E, come il collega ricorda, noi ancora non abbiamo fatto il deposito nazionale di scorie radioattive. E vi ricordo che fra i siti ancora avete anche il Geoparco dell'Alta Murgia, patrimonio UNESCO pugliese. Io trovo assurdo come si possa mettere un sito simile all'interno di quei siti che sono opzionati per poter alloggiare, chiaramente, questo deposito, perché nessuno lo vuole. Poi vedremo, infatti, quando chiederete dove faremo queste centrali o questi piccoli reattori, come risponderà l'Italia, perché comunque da qualche parte noi li dovremo fare.
E i pochi progetti oggi esistenti, poi, stanno registrando aumenti impressionanti. Quindi, la realtà è che senza sostegno pubblico il nucleare moderno non riesce quasi mai a stare in piedi economicamente. Questo significa che il rischio finanziario - ripeto, il rischio finanziario - verrebbe scaricato sui cittadini. Questo lo dobbiamo dire però ai cittadini, quando parliamo delle nostre cose e quando lanciamo gli slogan.
Quindi, perché dovremmo investire centinaia di miliardi in una tecnologia incerta oggi, quando esistono già tecnologie rapide e meno costose? Questo continuiamo a chiedercelo e magari qualcuno ci darà una risposta.
Poi abbiamo il falso mito dell'indipendenza energetica. Ora, qui rispondo anche all'articolo de - rispetto ad alcune cose che io ho affermato - che ha detto: ma no, la L'Abbate dice cavolate, c'è una marea di uranio in Italia. Io poi, magari, chiederò al direttore de di pubblicare un articolo che gli sto mandando, magari evitando di omettere il fatto che, comunque, stiamo parlando di un professore che ha due o tre lauree e fa ricerca. È un economista, non solo un fisico, però mi pare che queste cose solitamente vengano omesse. Quindi abbiamo detto che c'è il mito dell'indipendenza energetica. In Italia, forse, abbiamo alcuni giacimenti di uranio. Pare che ce ne sia uno al Nord. Forse lo vogliamo riaprire? Ma guardate, la risposta ve la dà il mercato, gli imprenditori italiani non sono mica stupidi. Ma se fosse stato, come dire, economicamente possibile, fattibile - e, magari, si poteva guadagnare dall'estrazione dell'uranio - avremo in Italia una filiera dell'uranio e l'avrebbero venduta all'estero… E perché non c'è? Chiediamoci allora perché non c'è. Perché il mercato ha già fatto un'analisi e ha detto: “ma non mi conviene nemmeno a spararmi, perché io ci vado a rimettere”. Quindi non c'è. Esiste magari la formula; abbiamo l'uranio; ma in che concentrazione?
Poi c'è l'arricchimento. Abbiamo imprese capaci di effettuare l'arricchimento, non possiamo nemmeno costruirle perché per quel poco di uranio che abbiamo non ci conviene. Dove stanno le imprese che fanno arricchimento dell'uranio? Stanno in Russia. Quindi, dopo la crisi del gas russo, dovremmo poi, come dire, sostituire una dipendenza con l'altra perché dobbiamo fare l'arricchimento appunto dell'uranio in Russia.
Passiamo a un'altra cosa: la vulnerabilità climatica del nucleare. Ora, nel dibattito pubblico c'è questa cosa che non è stata evidenziata. Io ve la evidenzio non perché mia, ma perché mi sono confrontata; preferisco sempre parlare con uomini di scienza. E un altro fisico mi ha detto, mi ha fatto notare questa cosa: se vogliamo utilizzare gli SMR anche per il teleriscaldamento, dobbiamo fare questi impianti nelle zone più fredde. Quindi, in Piemonte, in Lombardia, in Veneto, in Emilia-Romagna; non sul mare, che ha una temperatura mite, ma nelle zone più interne della bassa Padania, eccetera.
Cosa succede? Hanno bisogno sicuramente di acqua, ma non possiamo prendere l'acqua del mare e qui l'acqua del mare non c'è. Ci sono i fiumi, i laghi, che hanno meno acqua e hanno anche acqua più calda. Perché più calda? Perché c'è il riscaldamento globale, un qualcosa che aumenterà nel tempo. Quindi conosciamo già lo scenario futuro: costruiamo lì il nostro reattore, prendiamo l'acqua e l'acqua adesso c'è a quella temperatura ed è poca; con la siccità e con l'aumento delle temperature ne avremo anche meno. Questa è una criticità che dobbiamo tener presente.
Non possiamo fare i conti così, della casalinga, del tipo: due più due. No! Bisogna fare i conti per tutto quello che serve e ci ricordiamo, nel 2019, che l'EDF in Francia fu costretta a ridurre e a sospendere la produzione di numerose centrali nucleari proprio a causa della temperatura dell'acqua e della scarsità dell'acqua. Quindi il nucleare rischia di diventare vulnerabile esattamente nel momento in cui avremo più bisogno dell'energia, nel futuro. Quindi, parte già svantaggiato. Anche questa è una cosa assurda da fare. Parliamo del rischio di rallentare le vere soluzioni e sappiamo che le state rallentando sulle rinnovabili; e poi anche sull'efficienza energetica non ci stiamo lavorando proprio, non ho visto assolutamente decreti fatti da voi, quindi di urgenza, per l'efficienza energetica o le reti o gli accumuli. Io mi ricordo anche progetti ricerca che abbiamo fatto al politecnico. Si trattava di batterie alternative; erano appunto sostenibili; in Italia nessuno le sta facendo e le stiamo facendo fuori… Anche sugli accumuli quindi non ci stiamo lavorando. Sulla geotermia che sarebbe un'altra soluzione e altre ricerche applicate … pare che non siano interessanti. Il professor Giorgio Parisi lo ha detto chiaramente: per l'Italia, oggi, il nucleare rischia di essere un gigantesco errore strategico. Perché abbiamo già tecnologie disponibili, subito, implementabili, scalabili, meno costose, più rapide. Non possiamo installare rinnovabili per ridurre il costo… dobbiamo abbattere le bollette entro e non oltre il 2070; e queste ce le abbiamo già, ma non le stiamo utilizzando.
Chiudo, Presidente, perché capisco. Sul rischio industriale finanziario - ecco, chiudo con questo - c'è un tema ricorrente: chi investirà davvero sul nucleare.
Prima vi ho parlato del fatto che nessun imprenditore in Italia si è permesso di estrarre uranio, quindi io voglio capire se una tecnologia, chiaramente come si vede, non è come dire matura, è antieconomica. Quindi o lo fa a livello governativo, quindi tutto sul peso dei cittadini, o il privato non si assumerà il rischio. Chi paga eventuali ritardi? Chi paga gli extracosti? Chi paga le assicurazioni? Chi paga lo smaltimento? Chi paga le scorie? Il privato non lo farà, quindi tutto sulle spalle del pubblico. E quindi il rischio è che i profitti saranno privati e le perdite saranno solamente pubbliche.
Ora, siamo qui per indicare chiaramente una strada diversa e l'abbiamo capito. Esistono oggi appunto le varie tecnologie che non le ripeto ma è il caso di portarle avanti, e concludo. Nessuno nega che questo nucleare debba avere un futuro. Non lo nego assolutamente, non lo neghiamo. Le ricerche bisogna farle. Ci fa paura il modo con il quale questo Governo lo sta affrontando; ci fa paura il fatto che tutte le altre cose sono messe da parte. Quando voi dite che la coperta è corta, no! La coperta deve essere spalmata su tutto il possibile perché adesso, fino al 2070, 2050 - i dati ve li ho dati prima -, che cosa diamo come soluzione ai cittadini? Che soluzione diamo quindi anche alle imprese?
Quindi, la domanda non è se il nucleare va bene, lo possiamo fare, ma è: il nucleare è la scelta giusta per l'Italia oggi? Visti i tempi, visti i costi, viste le dipendenze dall'estero, visti i rischi climatici, i rischi industriali. Le alternative che invece sono già disponibili. Quindi il rischio più grande non è costruire il nucleare, il rischio più grande è perdere tempo. Tempo nella lotta climatica; tempo nella riduzione delle bollette per i cittadini; tempo nella modernizzazione del Paese, perché l'energia ci serve adesso; tempo nella costruzione di una vera indipendenza energetica, perché è chiaro che non ce l'abbiamo in questo modo l'indipendenza energetica.
Quindi il Parlamento ha il dovere di non confondere il futuro con il miraggio del futuro. E anche quando parlate di responsabilità, appunto la responsabilità è vostra. Dovete dire la verità perché con quello che stiamo facendo adesso anche la scienza non è dalla nostra parte, anche Bankitalia non è dalla vostra parte e quindi non state portando avanti né i bisogni dei cittadini né i bisogni delle imprese.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Milani. Ne ha facoltà.
MASSIMO MILANI(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, proverò a dare qualche risposta alle sollecitazioni che sono venute dalle opposizioni. Guardi, oggi non siamo qui soltanto per parlare di energia, siamo qui per parlare del futuro dell'Italia, della sua libertà, della sua sicurezza economica, della sua capacità di restare una grande Nazione industriale in un mondo che cambia rapidamente. Per troppi anni il nostro Paese ha rinunciato a discutere seriamente di energia nucleare, lasciandosi guidare dalla paura, dall'emotività e da un dibattito fermo agli anni Ottanta.
Ma il mondo del 2026, quello di oggi, che viviamo, non è più quello di quarant'anni fa. Oggi l'Italia si trova davanti a una scelta storica: continuare a dipendere dall'estero, dal fossile, oppure tornare protagonista della propria sovranità energetica. La legge delega di cui stiamo discutendo indica con chiarezza una direzione: costruire un programma nazionale per il nucleare civile sostenibile, integrato con le energie rinnovabili e fondato sulle nuove tecnologie avanzate.
La prima ragione per cui il nucleare è utile all'Italia è la sicurezza energetica. Noi importiamo una parte enorme dell'energia che consumiamo nell'industria, nei trasporti, nelle nostre case. Questo significa che famiglie e imprese italiane dipendono dalle crisi internazionali, dalle guerre, dalle tensioni geopolitiche e dalle decisioni di altri Governi. Lo abbiamo visto con la crisi del gas e con l'aumento delle bollette.
Quando manca autonomia energetica, manca anche libertà politica ed economica.
L'indipendenza energetica è una questione strategica nazionale e la stabilità dell'approvvigionamento è essenziale per proteggere il benessere del nostro popolo e la competitività delle nostre imprese. La seconda ragione riguarda l'ambiente. Per anni ci è stato raccontato che esisteva una contrapposizione inevitabile tra sviluppo industriale e tutela ambientale: oggi sappiamo che non è così.
L'energia nucleare moderna è riconosciuta dall'Unione europea come una tecnologia sostenibile e a basse emissioni di carbonio. Non a caso la delega richiama esplicitamente la tassonomia europea delle attività ecosostenibili e ricorda che il nucleare produce emissioni di gas serra prossime allo zero nella fase di generazione elettrica. Questo significa una cosa molto semplice: se vogliamo davvero raggiungere gli obiettivi climatici nel 2050, non possiamo fare affidamento soltanto sulle fonti intermittenti.
Solare ed eolico sono fondamentali, ma da soli non bastano: quando non c'è sole o non c'è vento, una grande economia industriale ha bisogno di energia continua, stabile e programmabile. A tale riguardo, ricordo che molto di più possiamo fare per rilanciare la produzione della regina delle rinnovabili, l'idroelettrico, da cui traiamo oggi poco meno del 20 per cento del nostro fabbisogno attuale di energia elettrica. È ancora troppo poco. Stiamo sfruttando l'enorme risorsa naturale del calore della terra, cioè la geotermia, ma se vogliamo comunque lasciare progressivamente la combustione di carburanti fossili, le potenzialità di sviluppo di tutte le rinnovabili non saranno comunque sufficienti all'aumento dei consumi elettrici. Ed è qui che entra in gioco il nucleare. Le sole rinnovabili non programmabili difficilmente possono garantire - come ho già detto - continuità energetica per industria, trasporti, e sistemi di intelligenza artificiale. Pensiamo a ciò che ci aspetta nei prossimi vent'anni: auto elettriche, riscaldamento e raffrescamento domestico e negli uffici con pompe di calore, intelligenza artificiale, digitalizzazione, produzione di idrogeno verde, sviluppo dei . Tutto questo richiederà enormi quantità di elettricità. Senza una produzione stabile, rischiamo di diventare dipendenti dalle importazioni straniere proprio nel momento in cui il fabbisogno crescerà di più. E allora la domanda è: vogliamo essere un Paese che compra energia dagli altri o un Paese che produce la propria energia?
Ma veniamo alla terza ragione: la tecnologia e l'innovazione. Chi critica il nucleare spesso parla di centrali del passato, anche negli interventi precedenti ho sentito riferimenti in tal senso, ma nella delega si parla chiaramente di nucleare da fissione di nuova generazione e di nucleare da fusione, non il vecchio nucleare di prima generazione. Riguarda tecnologie completamente nuove: piccoli reattori modulari, sistemi avanzati di sicurezza, reattori di terza e quarta generazione, fino ai sempre più vicini reattori a fusione nucleare.
Il testo è molto chiaro. Il nuovo nucleare non è tecnologicamente comparabile con quello a cui l'Italia rinunciò con i due referendum in passato. Oggi i sistemi di sicurezza sono radicalmente più avanzati. I piccoli reattori modulari, gli SMR, promettono tempi di costruzione ridotti, maggiore flessibilità e standard di sicurezza elevatissimi. L'Europa stessa ha creato un'alleanza industriale sugli SMR per accelerarne lo sviluppo.
La quarta ragione è economica e industriale. Il nucleare significa posti di lavoro altamente qualificati, significa università, ricerca, ingegneria, manifattura avanzata, filiere industriali ad alto valore aggiunto. Significa riportare l'Italia al centro della grande innovazione tecnologica europea. La delega prevede investimenti nella formazione di tecnici, ricercatori e ingegneri, oltre al rafforzamento della ricerca scientifica e della collaborazione fra università e imprese.
C'è, infine, un altro aspetto fondamentale: il costo dell'energia. Oggi l'Italia ha la bolletta elettrica più cara d'Europa e di tutti i Paesi industrializzati. Questo riduce competitività, salari e capacità produttiva. Un energetico equilibrato, fatto di rinnovabili, gas di transizione e nucleare può contribuire a stabilizzare i prezzi e a ridurre la volatilità dei mercati energetici. Naturalmente, nessuno vuole ignorare i rischi o le paure dei cittadini, sarebbe un errore politico e morale. Per questo, la legge delega insiste molto sulla trasparenza, sulla sicurezza, sulla partecipazione delle comunità locali e sulla creazione di un'autorità indipendente di vigilanza nucleare.
Non si propone una corsa ideologica al nucleare, si propone una seria, scientifica e responsabile. E qui arriviamo al punto politico centrale: la vera sfida non è scegliere, signor Presidente, fra le rinnovabili e il nucleare; la vera sfida è costruire un energetico realistico, moderno e sostenibile. Non a caso si richiama il principio della neutralità tecnologica: non devono essere le ideologie a decidere quali tecnologie usare, ma gli obiettivi concreti di sicurezza energetica, riduzione delle emissioni e competitività economica. Ed è esattamente questo il cuore della questione.
Se l'Italia vuole restare una potenza industriale europea, se vuole difendere il lavoro, ridurre le bollette, raggiungere gli obiettivi climatici e garantire indipendenza strategica alle future generazioni, allora non può escludere il nucleare dal proprio futuro. Non stiamo parlando di nostalgia del passato, stiamo parlando di una scelta di responsabilità verso il domani, verso le future generazioni, perché la sovranità energetica oggi più che mai significa libertà e una Nazione libera è una Nazione che produce l'energia necessaria per il proprio sviluppo, senza paura di innovare e senza dipendere dagli equilibri geopolitici e quindi dalle decisioni altrui .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Grimaldi. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, basterebbe vedere quest'Aula per comprendere davvero la balla dell'atomo, mi faccia dire perché, Presidente. Il nucleare è buono o cattivo? Si chiedono. È davvero un'energia pulita? Può portarci fuori dalla dipendenza energetica? Credo che, come in tante cose, bisogna essere laici nel rispondere a queste domande, ma anche onesti. Mi faccia dire che la discussione sull'atomo in Italia non è onesta, non è competente ed è soprattutto surreale. Proverò a spiegarvi perché. Intanto è un dibattito su qualcosa che non c'è.
Non è una vicenda che possiamo affrontare così, oggi. Si parla, deliberatamente, di tecnologie che addirittura non saranno in commercio se non tra più di 30, 40 anni. Si parla del ritorno dell'atomo come se fosse una soluzione anche pronta per l'uso, come se fosse disponibile nell'immediato, come se - mi faccia dire, Presidente - potesse incidere addirittura sulle bollette del prossimo inverno - davvero ridicolo -, come se potesse offrire una risposta concreta a tanti pensionati, a tanti lavoratori e lavoratrici, come se potesse essere una risposta ai tanti commercianti e alle imprese oggi in difficoltà.
Ma, Presidente, lo dico così senza mezzi termini: è falso. I sostenitori dell'atomo trattano tutti i dubbiosi, che siano i premi Nobel come Parisi, che sia l'opposizione, come analfabeti, superstiziosi, magari antiscientifici e antimoderni. Ma gliela dico così, Presidente: se in questa seduta decidessimo di costruire una centrale nucleare in Italia, come se non ci fosse dibattito su questo disegno di legge, come se di fatto tutti noi insieme, collettivamente, prendessimo una sbandata per l'atomo e diventassimo tutti avvocati dell'atomo, oggi se decidessimo di fare entrare in campo il ritorno del nucleare, sa quando verrebbero messe in funzione le prime centrali, una di quelle 25? Così, solo per fare le stime credibili che fanno tutti gli analisti: sarebbe nel 2040. Io avrei 60 anni, lei qualcosina di più, forse ottanta, nel 2040. Il problema non è se nel 2040 io e lei ci terremo o no a vedere queste centrali, ma è che la crisi climatica non aspetta il nostro invecchiamento, non aspetta perché è ora.
È come se dicessimo: come faranno i cittadini e le imprese che pagano le bollette più care d'Europa? Lo avete detto qui, oggi, in quest'Aula; avete ribadito che gli italiani, tra tutti gli europei, sono quelli che pagano di più la bolletta energetica. Invece di fare come la Spagna, cioè arrivare al 55, 60 per cento di rinnovabili, voi ci prendete in giro dicendo: no, prendiamoci 150 miliardi, prendiamoci 15 anni di tempo per continuare a essere schiavi di questo sistema.
Il punto è: che cosa faremo fino a quel giorno? Capite che siamo di fronte - la dico così, Presidente - non a una grandissima tecnologia, siamo davanti a una potentissima arma di distrazione di massa. E lo dico così: si parla di una chimera pur di non fare ciò che andrebbe fatto, cioè investire nelle rinnovabili, investire negli accumuli, investire nel cambiamento della nostra rete elettrica rendendola pari con il mondo.
Quel tipo di efficienza è parte della risposta che dovremmo dare. Il punto non è - lo dico ai colleghi - quanto il nucleare sia oggi pulito o sicuro, posto che, anche qui, parliamo di una tecnologia che è ancora vecchia. Anche sulla terza generazione di cui parlate, di questi piccoli reattori, pensate che sia una fusione diversa? Io non lo so, non lo so se davvero non vedete, invece, quanto sia figlia di una tecnologia che è ancora quella. Addirittura l'uranio: ma mica stiamo parlando del torio; stiamo parlando di una dipendenza che è ancora attuale.
Ma il punto per noi è che questa promessa è una promessa, anche su questa tecnologia non così nuova, lontana e costosissima. È come - me la faccia dire così - finanziare le missioni su Marte, invece di vedere il nostro pianeta che brucia. È come se, invece di pensare a come scappare da questa terra, non finanziassimo il contrasto all'emergenza climatica.
Mi direte: abbiamo già sentito che altri Paesi vivono di nucleare. Posto che è sempre sbagliato prendere i modelli e pensare di copiarli e incollarli, parliamo, invece, della Francia, visto che continuate a parlare di questo fantomatico modello francese. L'EDF, il colosso pubblico dell'energia atomica, è stato interamente rinazionalizzato nel 2023: oltre 9 miliardi di euro di soldi pubblici, di stipendi pubblici, di tasse pubbliche dei francesi sono stati spesi dopo anni di debiti giganteschi. Andate a chiedere un po' in Francia che cosa pensano oggi di questa vicenda.
Il reattore EPR di Flamanville doveva costare, più o meno, credo 3 miliardi di euro ed entrare in funzione nel 2012. Ebbene, sapete quanto è costato? È costato più di 13 miliardi di euro e, nel 2026, abbiamo registrato già oltre 14 anni di ritardi. Insomma, tutto questo per dirvi che anche dove luccica non è tutto oro, non è tutto oro. Questa vicenda, tra l'altro, ci pone un'altra grande questione, che una quota enorme della filiera globale dell'uranio dipende ancora stabilmente dalla compagnia russa Rosatom. Lo dico così: cosa sono queste se non altre dipendenze? Ma non ne abbiamo già avuto a sufficienza? Voi che siete passati dalla dipendenza del gas russo a quello del Qatar e a quello degli Stati Uniti.
Ma torniamo a noi, perché il paradosso è grande. Noi discutiamo di nuove centrali senza aver ancora risolto un piccolo problema, che è il problema delle vecchie scorie. È come se la nostra storia nucleare… perché noi abbiamo avuto le centrali, io sono piemontese e le conosco bene. Entrate lì dentro: è come entrare in , come se il mondo si fosse fermato agli anni Ottanta. È come se dovessimo gestire una piccola eredità nucleare così e nel frattempo - guardate le mie mani, guardate le mie mani: si allargano, si allargano e si allargano - non abbiamo ancora risolto quella piccola eredità. Già, la nostra eredità dura da più di 27 anni - durerà millenni probabilmente, cioè quanto costerà non solo ritrattare, ma poi custodire quelle scorie - ma il punto è che noi, in 27 anni così, non abbiamo ancora scelto l'unico luogo dove tenere quelle scorie. Parliamo di futuro senza aver chiuso il passato. Ma come si fa a parlare di futuro senza aver chiuso il passato?
La Carta nazionale delle aree idonee è arrivata nel 2021, dopo anni e anni di ritardi. Il sito per il Deposito nazionale non è stato - siamo nel 2026 - ancora individuato. Lo dica il Governo: avete trovato il luogo? Avete trovato il sito? No, perché nel frattempo… solo per dire come scambiano le scorie e io sono d'accordo: ma perché invece le scorie che producono i nostri ospedali o le nostre imprese non dovrebbero finire lì? E invece sono ancora nei siti temporanei. Intanto continuiamo a pagare soprattutto il e lo facciamo in bolletta. Vorrei che gli italiani sapessero che ancora oggi paghiamo il di questa piccola eredità nucleare nelle nostre bollette.
Lo dico così al Governo: è difficile prendere sul serio una discussione sulle nuove centrali quando non si è ancora trovata una soluzione stabile al materiale radioattivo del passato. È difficile credervi. Ma non è una questione secondaria, è il cuore del problema, perché parliamo di reattori di nuova generazione e mentiamo e mentiamo perché, come vi dicevo, non sono di nuova generazione. Parliamo di nuovi minireattori come se non producessero scorie; invece, come vi dicevo, producono scorie, addirittura - ci hanno detto gli analisti - quantitativamente forse di più in quei 25 reattori.
Soprattutto, continuiamo a rinviare una soluzione credibile e definitiva per i rifiuti radioattivi già presenti nel nostro Paese. È per quelli che, di fatto, noi stocchiamo all'estero, esternalizzando questo problema, e li teniamo in ostaggio. E sa il perché? Perché noi continuiamo a pagare penali perché non li vogliamo avere, perché non vogliamo ospitarli in triangoli d'acqua, come a Saluggia. Già, perché cosa facciamo? Abbiamo “bunkerizzato” i nostri siti temporanei e abbiamo rischiato il più grande disastro climatico nel 2001 quando, davanti a una piena, quegli ex reattori e quegli ex depositi sono stati sul punto di rendere non fertile tutta la Pianura Padana.
Allora, lo dico così: questo è il paradosso. Il nucleare non finisce nemmeno quando lo spegni e l'hanno fatto vedere benissimo i due referendum vinti dagli italiani, di cui a voi non importa nulla, perché il nucleare continua per anni, continua per decenni nella gestione, nella sorveglianza, nello smantellamento, nella messa in sicurezza, appunto nel e nella responsabilità pubblica. Quando ci parlate dei costi del nucleare, vorrei che vi ricordaste questi effetti indesiderati.
Ma sapete quant'è, a megawattora, il costo del nucleare? Fra i 140 e i 180 euro e alcune stime dicono addirittura 200 euro. Ce lo hanno detto gli analisti, che non so perché continuate a consultare e poi non ascoltate. Invece, quant'è il costo delle rinnovabili? Posto che, se decidiamo adesso di sbloccare 60 gigawatt di rinnovabili, ci mettiamo uno o due anni a vederli, sia per i campi fotovoltaici sia per l'eolico - forse l'eolico un po' di più -, ma il costo si aggira fra i 30 e i 50 euro. Stiamo parlando di un terzo di questa vicenda. E voi mi parlate di , perché siete ignoranti.
E adesso vi spiego perché siete ignoranti: perché, se arriveremo al 40, al 50, al 60 per cento di fotovoltaico, vorrà dire che per diversi mesi l'anno ci sarà addirittura una produzione superiore a quella che, in qualche modo, ci servirà in alcune ore della giornata. E allora spiegatemi, visto che noi sappiamo bene che dobbiamo fare gli accumuli per poi utilizzarla anche di notte, perché voi pensate che siamo degli sprovveduti, invece sappiamo quali sono i problemi del fotovoltaico a differenza, tra l'altro, dell'eolico che, invece, gira anche di notte.
Ma il problema è che voi non sapete che cavolo è il energetico, perché cosa fate, a quel punto, dei vostri 25 mini reattori, o 100, perché voi ne vorreste fare 100? Cosa facciamo, li spegniamo di giorno? Perché secondo voi si può spegnere una centrale nucleare? Ma sapete cosa dicono gli analisti, cosa dicono i professori, cosa vi dice il premio Nobel Parisi? È tecnicamente impossibile. State parlando di una balla, una balla atomica! Non sapete di che cosa state parlando, perché allora se dite “facciamo solo il nucleare” è da pazzi, e ci spiegate voi - altro che150 miliardi - dove trovate 500 miliardi per fare solo quello, ma almeno non ci parlate del che non esiste.
Le rinnovabili sono alternative al nucleare, è vero, a questo nucleare di sicuro, perché non si possono aprire le centrali solo di notte; non può essere l'alternativa rispetto a quello che sta già succedendo. Ma basta guardare l'Europa: in Europa le rinnovabili hanno addirittura già superato, in questo momento, il gas. Siete voi che non volete vederlo, siete voi che non volete parlare di un'indipendenza energetica che è lì, a portata di tutti. Ma la verità è che tutta questa vicenda ha un costo, un costo enorme; un costo che ricade sulla collettività, un costo che si vorrebbe spesso tenere fuori da ogni dibattito ma che, invece, è parte integrante del problema.
Cronaca, appunto, invece, del mio Piemonte, così ci capiamo. La Sogin è una società al 100 per cento del Tesoro. È incaricata del delle quattro centrali italiane, di quella piccola eredità nucleare di cui vi parlavo. Si è appena, tra l'altro, comprata anche Deposito Avogadro a Saluggia, tanto per fare un altro regalo agli Agnelli e agli Elkann nella loro fuga verso l'estero, anzi, verso Marte, come vi dicevo, no?
Perché poi noi facciamo pure i regali ai miliardari per andarsene via dal Paese e togliere loro dei problemi, perché, ovviamente, il gruppo Stellantis-Exor di quell'impianto non se ne faceva nulla. Ecco, saranno - si dice - poi conferite al Deposito nazionale al momento della sua disponibilità. Lo chiedo ai Ministri competenti e al Sottosegretario: quando? Quando? Glielo chiediamo, visto che avete, a pochi chilometri, un sito di stoccaggio temporaneo che doveva essere chiuso, in un triangolo d'acqua; ne comprate un altro dagli Elkann e anche lì dite: no, lo compriamo per farne un altro temporaneo. Perché sapete benissimo che lì non si può fare quello di stoccaggio nazionale.
Ma io lo dico così, così ci capiamo: i siti di Saluggia, Trino e Bosco Marengo custodiscono circa l'80 per cento dell'intera radioattività rimasta in Italia; di quella rimasta, perché il 99 per cento del combustibile del passato - così lo sanno gli italiani - è all'estero e, se rientra, finirà appunto in quei depositi temporanei in Piemonte. Ora, caso strano, non so se lei si ricorda, Presidente, le parlavo del 2040; cioè, se decidiamo oggi di fare il nucleare, lei avrà 80 anni, io ne avrò 60 e saremo nel 2040. Sa quando rientreranno quelle scorie? Nel 2040. Porca miseria, tutta questa vicenda vi racconta la balla. State dicendo una balla, una balla incredibile. È un racconto che non si tiene!
Ma per cosa lo fate? Per Azione? Per portarli dentro la maggioranza, come a Venezia o a Reggio Calabria? Ma guardate che si vendono per molto meno, volendo. Cioè è questo l'oggetto? No, ve lo chiedo perché non si capisce. Volete mentire agli italiani? Pensate che siano così stupidi? Pensate che se si fa il nucleare, il prossimo anno, allora, in inverno scenderanno le bollette? Io non lo so, io davvero non lo so. Io lo dico così, perché continuo… perché, visto che voi fate finta di non sapere, entro nei numeri. Voi lo sapete, a proposito del 2040, che il totale di quell'eredità doveva finire, aggiornata dal vostro Governo, nel 2036? Ecco, parliamo di un'area, per intenderci, totalmente inidonea. Il Deposito Avogadro è a 700 metri dalla Dora Baltea e a 1.400 metri dai pozzi dell'acquedotto del Monferrato, che rifornisce più di 100 comuni. In caso di alluvioni ed esondazioni, il rischio di contaminazione sarebbe, appunto, altissimo.
Ma il vero tema, come vi stavo provando a dire, è politico, perché le organizzazioni legate al nucleare spendono milioni di euro ogni anno per influenzare le decisioni europee e anche queste decisioni: , consulenti, campagne , . Li abbiamo visti tutti. Ecco, tutti si battono per raccontarci che il nucleare è l'unica scelta nazionale possibile e intanto il dibattito sul nucleare serve a mantenere il presente fossile, un presente di 20 anni, se parliamo, appunto, di centrali. Siamo, insomma, un “petro-Stato” senza petrolio. E adesso vogliamo diventare la terra del nuovo uranio, senza uranio. Insomma, facciamo ridere e ho concluso, Presidente.
La verità è che il nucleare gratuito esiste già, io non so se gliel'hanno detto... La nuova tecnologia, di cui parlate e non sapete più o meno niente, se sarà commercializzata, la vedremo fra 50 anni … ma per quella tecnologia, basta guardare lassù: rompete il vetro, rompete questi muri e vedrete il sole. Ce ne dà di energia nucleare, ce ne darebbe più di quanto abbiamo bisogno.
La verità è che volete continuare a essere dipendenti, perché l'eredità fossile, quella che, tra l'altro, volete continuare a difendere, è quella che ci lega di più alle guerre, a questa economia di guerra. È quella che ci rende più ricattabili, che ci rende più poveri. E l'Italia, dentro a queste guerre, paga doppiamente: lo fanno soprattutto i lavoratori e lavoratrici, lo fanno soprattutto le imprese, non ENI che rischia di continuare a essere, diciamo, quella che “partecipa” lo Stato, e non quella che è partecipata dallo Stato.
Grazie, Presidente. Io credo che questa discussione continuerà a essere fatta. Noi, come Alleanza Verdi e Sinistra, vorremmo farla alla luce del sole .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Casasco. Ne ha facoltà.
MAURIZIO CASASCO(FI-PPE). Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento oggi in discussione rappresenta uno degli obiettivi principali del programma di Governo e, in particolare, di Forza Italia, che ne ha fatto uno degli elementi centrali della sua proposta in materia di energia per le elezioni del 2022. Forza Italia, infatti, anticipando le decisioni dell'Unione europea sulla questione, riprendendo quanto da sempre sostenuto con visione dal Presidente Berlusconi, ha affermato non solo la necessità di proseguire nella ricerca ma anche l'obiettivo, strategico per il Paese e per la competitività della seconda manifattura d'Europa, di avviare un programma che consentisse, nel più breve tempo possibile, l'installazione di mini reattori di ultimissima generazione; di gettare le basi per l'introduzione di un programma nazionale per l'installazione di grandi reattori di quarta generazione e di puntare, nel lungo periodo, sui risultati della ricerca applicata nel campo della fusione nucleare.
Voglio qui ricordare le parole del Presidente Silvio Berlusconi dell'aprile 2011: “Siamo assolutamente convinti che l'energia nucleare sia il futuro per tutto il mondo”. Parole che egli ha ripetuto anche durante la campagna elettorale del 2022. Nell'ambito dell'attuale percorso di transizione energetica, il tema riguardante lo sviluppo del nucleare è tornato centrale, in quanto le stesse istituzioni dell'Unione europea lo considerano, testualmente, “(…) un'alternativa a basse emissioni di carbonio rispetto ai combustibili fossili (…)”.
L'inclusione dell'energia nucleare nella tassonomia europea, avviata nel 2022 e consolidatasi nel 2023 ma tuttora in corso di sviluppo, è necessariamente subordinata al rispetto di criteri tecnici rigorosi affinché sia garantito che i progetti nucleari contribuiscano sostanzialmente alla mitigazione dei cambiamenti climatici e si basino sugli standard di sicurezza più elevati in tutte le fasi - progettazione, esercizio, smantellamento - e su una gestione sicura dei rifiuti.
Secondo i più recenti dati dell'AIEA, a livello mondiale vi sono 31 Paesi che hanno in esercizio impianti nucleari con 419 reattori in funzione, che producono circa il 10 per cento dell'elettricità mondiale. Le ultime proiezioni dell'AIEA indicano che la capacità nucleare, a livello mondiale aumenterà, al 2050, di 2,5 volte quella attuale.
Per quanto concerne l'Europa, i dati Eurostat pubblicati a febbraio 2025, relativi all'anno 2023, mostrano che i 13 Paesi dell'Unione europea con produzione di elettricità da fonte nucleare hanno contribuito per circa il 22,8 per cento dell'elettricità totale prodotta dall'Unione europea. Per quanto riguarda, invece, l'Italia, il 14-15 per cento del fabbisogno elettrico proviene da importazioni di energia nucleare generata da Paesi nostri confinanti.
Il percorso che il Governo ha adottato per arrivare al testo di oggi è assolutamente rispettoso del procedimento e delle prerogative istituzionali. Voglio ricordare che il Ministro Pichetto Fratin, prima del maggio 2023, si asteneva dal partecipare a qualsiasi iniziativa in materia di energia nucleare proposta a livello europeo. Solo dopo l'approvazione, il 9 maggio 2023, di una mozione di maggioranza, presentata su iniziativa dell'onorevole Squeri, responsabile del dipartimento energia di Forza Italia, sull'utilizzo dell'energia nucleare per il raggiungimento degli obiettivi di neutralità climatica, il Governo ha avviato il procedimento per inserire tale fonte nel energetico nazionale.
Come primo passo in questa direzione, il Piano nazionale integrato per l'energia e il clima, il PNIEC, inviato alle istituzioni europee a fine giugno 2024, riconosce le grandi potenzialità legate allo sviluppo delle nuove tecnologie nucleari per l'Italia. Secondo il PNIEC, occorre disporre di una certa quota di generazione elettrica programmabile, esente da emissioni di gas climalteranti, in grado di affiancare le fonti rinnovabili non programmabili, per garantire una loro migliore integrazione nel sistema.
Per il PNIEC nel 2050 la domanda di elettricità in Italia passerà dagli attuali 312 terawattora a 600 terawattora, per effetto dell'elettrificazione dei consumi e della realizzazione delle infrastrutture per le tecnologie digitali, a partire dai funzionali all'intelligenza artificiale e al calcolo quantistico. Aumenterà, quindi, esponenzialmente, il bisogno di energia nel nostro Paese. Sappiamo che le rinnovabili, da sole, non potranno soddisfare tutta la domanda. Il problema che dobbiamo porci è, quindi, come rafforzare il nostro energetico nella direzione della maggiore indipendenza e della decarbonizzazione.
Sempre secondo il PNIEC, con un potenziale di copertura tra l'11 e il 22 per cento della domanda elettrica nazionale entro il 2050, l'energia nucleare è fondamentale per la transizione energetica e per ridurre le emissioni di carbonio. A quella data le stime indicano un mercato complessivo del nucleare di circa 46 miliardi di euro e la creazione di circa 117.000 nuovi posti di lavoro, con un risparmio annuo stimato tra gli 8 e i 10 miliardi sull'importazione di energia.
È opportuno sottolineare come il Presidente del Consiglio Meloni, nelle scorse settimane, al Senato, e questa mattina all'assemblea di Confindustria, abbia ribadito che il disegno di legge sul nucleare sarà legge prima dell'estate. Se vogliamo ridurre la nostra dipendenza dalle fonti fossili, è necessaria un'alleanza tra chi sostiene il nucleare e chi sostiene solo le rinnovabili. Proprio per questo il tema che oggi si pone non è quello di contrapporre tecnologie diverse, ma di costruire un energetico capace di coniugare sostenibilità, sicurezza del sistema e continuità della fornitura. Il collega Squeri risponderà, nei prossimi giorni, alle accuse che le opposizioni rivolgono al Governo in materia di politica energetica.
Intanto, però, è necessario ricordare che: primo, gli e gli hanno un consumo di suolo irrisorio, ma anche le centrali nucleari classiche richiedono un consumo di suolo 100 volte in meno rispetto alle fonti rinnovabili.
Per fare un esempio: la centrale nucleare di Barakah, recentemente entrata in funzione negli Emirati, è costruita su appena 200 ettari e dispone di una potenza di 5.400 megawattora. Il fattore di capacità, cioè l'energia prodotta rispetto alla potenza installata, è del 90 per cento.
Viceversa, su 8.760 ore che ci sono in un anno, l'eolico lavora, mediamente, per 1.800 ore e il fotovoltaico per 1.400. Il fattore di capacità sull'energia prodotta, rispetto alla potenza installata, è pari al 18,42 per cento per l'eolico e al 13,04 per cento per il fotovoltaico. Per ottenere la stessa quantità di energia prodotta dalla suddetta centrale, ma in forma instabile, sarebbero necessari 64.000 ettari di pannelli fotovoltaici.
Secondo: una centrale nucleare non ha bisogno di sistemi di accumulo, né giornalieri né stagionali, e neppure di sistemi di bilanciamento, così come non necessita di impianti di riserva per eventuali cali di produzione né di norme per remunerare l'energia prodotta in eccesso e non immessa in rete, né di costose reti elettriche specifiche. Tutte spese che sono caricate sulle nostre bollette elettriche e su quelle delle imprese. Non a caso, uno degli investimenti principali del Governo più volte reiterato è stato quello di ridurre il costo di quelli che chiamiamo oneri di sistema.
Il Ministro Pichetto Fratin ha affermato che una crescita così importante del numero di nuovi impianti connessi alla rete elettrica nazionale pone problemi di varia natura dovuti, principalmente, alla natura non programmabile e intermittente dell'energia prodotta da fonti rinnovabili. Ad esempio, in Spagna, dopo il dell'aprile del 2025, nei mesi estivi, circa il 7,5 per cento dell'energia rinnovabile non viene immessa in rete, ma, comunque, è pagata dagli utenti finali. L'obiettivo più volte proclamato da questo Governo è che il nucleare deve servire da alle rinnovabili, per consentire loro di crescere a costi competitivi.
Terzo: in termini di indipendenza, rammento che, per il nucleare, il peso del costo del combustibile incide solo per il 5 per cento, cosa che ci metterebbe al riparo dalla volatilità dei prezzi energetici sui mercati globali. Inoltre, per quanto riguarda il consumo di materie prime critiche, per produrre un gigawattora di elettricità per il nucleare ne servono 9,3 chilogrammi, per il solare 207 chilogrammi, per l'eolico 162 chilogrammi. Da sottolineare come un grammo di uranio produce 30.000 chilowattora, cioè l'energia prodotta da 66.000 metri cubi di gas. L'Italia dispone, sì, di proprie miniere di uranio e segnalo che, nel nostro sottosuolo, si trovano miniere ricche di cobalto, nichel, rame, argento, terre rare e litio.
Quarto: sulla base di studi IEA, il costo di generazione relativo ad impianti SMR e AMR è stimato tra 70 e 110 dollari megawattora, comparabile con il costo delle fonti rinnovabili, considerando i costi di accumulo.
Forza Italia ha visto approvati numerosi suoi emendamenti che brevemente elenco: una migliore definizione del concetto di nucleare sostenibile, legandola a quanto previsto dalla tassonomia europea; l'estensione del campo di applicazione del nucleare, estendendolo anche alla produzione di calore e alla propulsione navale; l'introduzione dei concetti di sicurezza degli approvvigionamenti, indipendenza e resilienza energetica tra gli obiettivi della legge, oltre a quello della decarbonizzazione; l'inserimento del principio della neutralità tecnologica; una migliore definizione della partecipazione dei cittadini al processo di individuazione dei siti nucleari e del deposito delle scorie nucleari.
In considerazione della necessità di valorizzare il sistema nazionale delle imprese, avevo presentato un emendamento con il quale si inserivano nuovi criteri di delega. Quali? Primo: l'adozione di azioni volte a favorire la partecipazione dell'industria italiana ai programmi di sviluppo nucleare, con particolare riferimento alle tecnologie modulari avanzate. Secondo: la produzione della filiera industriale nazionale di settore, l'individuazione di un soggetto deputato alla industriale che coordini le azioni a favore delle imprese nazionali di settore e, per ultimo, l'adozione di strumenti di sostegno agli investimenti delle imprese nello sviluppo delle tecnologie nucleari. Questo mio emendamento non è stato accolto per motivi di possibili oneri di bilancio, nonostante la delega nucleare rechi un'espressa clausola di invarianza finanziaria. Presenterò, pertanto, un ordine del giorno su questi contenuti.
Onorevoli colleghi, il tema del nucleare avanzato intrinsecamente sicuro si propone con forza in considerazione delle esigenze sempre più pressanti di sicurezza e indipendenza energetica. Nonostante lo stop referendario, l'Italia è all'avanguardia nel mondo, tramite l'ENEA e Ansaldo Nucleare, Newcleo, Leonardo e molte eccellenze private italiane, nella tecnologia applicata ai reattori di quarta generazione, che permettono di accedere ad un nucleare capace di utilizzare i rifiuti nucleari di altre centrali, eliminando, quindi, la necessità di depositi geologici nazionali. Si tratta di reattori che potrebbero iniziare il processo di decarbonizzazione della produzione elettrica italiana negli anni Trenta del XXI secolo, procurando energia elettrica conveniente, capace di adattarsi rapidamente alle richieste di picco giornaliere della rete, a prezzo stabile e garantito per decenni.
In Italia, esistono, quindi, le competenze tecniche, tecnologiche e industriali per avviare, in un orizzonte ragionevole di anni, la produzione di piccoli reattori. La mozione che abbiamo approvato nel maggio 2023 riguarda un impegno espresso; il Ministro Pichetto Fratin si è più volte espresso, anche lui, favorevolmente su questo aspetto. La filiera che potrebbe generarsi nei prossimi anni avrebbe, quindi, un potenziale economico enorme. Tramite l'ENEA, l'INFN, il CNR, le università, gli IRCCS e il mondo industriale l'Italia partecipa, anche attivamente, alla ricerca in campo nucleare.
È opportuno che questo impegno continui affinché l'Italia possa essere tra i primi Paesi a beneficiare di una futura applicazione industriale di tutte le migliori tecnologie in questo campo. La legge che ci accingiamo ad approvare in questo ramo del Parlamento realizza tutti i molteplici obiettivi in tema di energia che è necessario raggiungere. Le moderne tecnologie nucleari sono talmente avanzate che anche primarie associazioni ambientaliste hanno cambiato il loro atteggiamento nei confronti del nucleare. Rafforzati da queste considerazioni e dai sondaggi, che vedono ormai la maggioranza degli italiani favorevole allo sviluppo del nucleare, siamo convintamente certi di perseguire gli interessi dell'Italia e degli italiani. Pertanto, è con orgoglio che esprimo il voto favorevole di Forza Italia su questo provvedimento, lo stesso voto che avrebbe espresso il nostro fondatore, il presidente Silvio Berlusconi .
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Pastorella. Ne ha facoltà.
GIULIA PASTORELLA(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Sottosegretario, devo dire: finalmente. Finalmente perché - so che è una frase fatta - da anni noi lo chiedevamo, ma per una volta è veramente così, cioè dall'inizio di questa legislatura, anzi addirittura da prima, Azione ha sempre detto che l'Italia aveva, ha e avrà bisogno del nucleare. Quindi, accogliamo felici l'inizio del processo che porterà al ritorno del nucleare in Italia, per tutte le ragioni che già hanno detto tanti dei miei colleghi, chi deridendole e chi invece sostenendole: quindi, la competitività, la minor dipendenza energetica, la questione dei prezzi, anche i bisogni crescenti rispetto all'intelligenza artificiale, i e così via.
Non abbiamo difeso solo il nucleare in sé, ma abbiamo difeso proprio la neutralità tecnologica come principio irrinunciabile della politica energetica europea e italiana. Quindi, in questo contesto, dentro al energetico, il nucleare serve per arrivare alla decarbonizzazione al 2050, che altrimenti resta un obiettivo dichiarato ma irraggiungibile.
Più che sostenerlo semplicemente a parole, abbiamo anche promosso una raccolta firme per riportare il nucleare in Italia. È stata una raccolta firme che ha raggiunto velocissimamente le 50.000 adesioni. È stato un successo straordinario e lo abbiamo portato avanti insieme a Luca Romano, un divulgatore scientifico che tanto sta facendo per spiegare anche il nucleare all'uomo e alla donna della strada, oltre a Radicali Italiani e a Fondazione Einaudi. In questo senso, rispetto a quando abbiamo raccolto e abbiamo finito di raccogliere queste firme, abbiamo già perso tanto tempo perché a chi, soprattutto tra i banchi dell'opposizione, viene a dire che per queste centrali ci metteremo 10 o 15 anni a costruirle, intanto mi viene da dire al Governo che già quattro anni li abbiamo persi. Perché non si è fatto prima?
Quindi, in questo contesto favorevole ci approcciamo alla discussione convinti che questa legge vada finalmente nella direzione corretta e, quindi, condividiamo assolutamente il principio che essa incarna, tuttavia, come sempre, restiamo opposizione e, soprattutto, sappiamo che il diavolo si nasconde nei dettagli. Cosa stiamo discutendo oggi? Stiamo discutendo una delega, non una centrale, non un reattore, non una filiera industriale. Stiamo discutendo un contenitore normativo che autorizza il Governo a scrivere i decreti attuativi - si spera - entro un anno. Poi, sappiamo bene che, purtroppo, la solitudine della norma primaria, come direbbe il collega Centemero, è una verità del nostro quadro normativo. Quindi, speriamo che questi decreti arrivino.
Quindi, in questa cornice aspettiamo la sostanza, la sostanza che verrà dopo. In questa discussione generale credo sia il momento giusto per dire con chiarezza che cosa ci aspettiamo da quella sostanza, perché il nostro sostegno a questo principio non è un assegno in bianco al Governo sui contenuti dei futuri decreti. Quindi, andando per punti, cosa dovrà contenere questa sostanza per essere all'altezza della sfida che è sotto gli occhi di tutti, soprattutto delle famiglie e delle imprese italiane che faticano a sostenere costi energetici?
In primo luogo, la chiarezza tecnologica, cioè il dibattito pubblico si è a tratti avviato su un equivoco pericoloso, perché si parla di piccoli reattori modulari, gli SMR, con la stessa disinvoltura con cui si cita la fusione nucleare, che è un ambito di ricerca ancora molto lontano - è una tecnologia scalabile ed economica -. Sono due cose radicalmente diverse e confonderle non aiuta nessuno. La fusione è un futuro lontano, gli SMR sono promettenti, ma ancora in fase di certificazione. La strada maestra, dobbiamo dircelo con onestà per l'orizzonte temporale che ci siamo dati, passa dai grandi reattori di terza generazione avanzata, cioè quelli già operativi in totale sicurezza in Francia, nel Regno Unito, in Polonia, in Corea e altrove. Sono quelli che le grandi economie industrializzate ad alta densità di popolazione continuano a scegliere. I decreti attuativi dovranno avere il coraggio di dire questo con chiarezza: quale classe tecnologica, con quale processo di selezione e con quale coinvolgimento delle competenze scientifiche industriali nazionali. Le filiere di quarta generazione sono complementari e non alternative e noi crediamo che vadano trattate come tali. Su questo non è accettabile alcuna nebbia normativa.
Il secondo punto è dato dal Deposito nazionale, annoso tema. È una questione che non possiamo più permetterci di rinviare, perché il testo introduce la possibilità per i comuni di autocandidarsi ad ospitare gli impianti, il che va benissimo, ma resta il nodo irrisolto che viene prima di qualunque altro passo e che già ci è costato - è costato all'Italia - una procedura di infrazione aperta dalla Commissione europea. Le scorie delle centrali chiuse negli anni Ottanta e anche quelle generate ogni giorno dalle attività ospedaliere, industriali e di ricerca non hanno ancora trovato collocazione definitiva. Questa non è una questione secondaria perché, senza un piano chiaro e vincolante per il Deposito nazionale, il futuro programma nucleare non è conforme ai criteri previsti dalla tassonomia europea della finanza sostenibile. Il che significa, in altre parole, che rischiamo di costruire un impianto che non riesce ad accedere ai capitali europei. I decreti dovranno indicare tempi certi per l'individuazione del sito e per la costruzione del Deposito, perché non possiamo chiedere ai cittadini di fidarsi di un programma nucleare che non ha ancora risolto il problema di ieri.
Terzo punto: il modello di e di autorizzazione. La storia italiana è piena di grandi intenzioni naufragate di fronte a procedimenti autorizzativi, concessioni bloccate, ricorsi a catena e conflitti di competenze tra i livelli amministrativi. Quindi, se i decreti attuativi non costruiranno un iter snello, con tempi certi e responsabilità chiare, rischiamo di avere una bella legge ma nessun impianto sul territorio. Quindi, la certezza del diritto non è un lusso burocratico, è la condizione perché le cose accadano.
Quarto punto, la filiera industriale nazionale. Benissimo che le Commissioni abbiano inserito nel testo la valorizzazione delle filiere nazionali ed europee, ma anche qui i decreti dovranno tradurre quel principio in meccanismi concreti. L'Italia ha assolutamente le competenze industriali e ingegneristiche nel settore del nucleare, che nel tempo, purtroppo, si sono sfilacciate e indebolite, ma restano. Riattivare quella filiera significa creare opportunità e occupazione qualificata, significa trattenere competenze che oggi emigrano all'estero e significa posizionarsi in una catena del valore che a livello europeo si sta ridefinendo rapidamente.
Il quinto punto - e so che in questa fase forse può sembrare un pochino prematuro sollevarlo, ma vi assicuro che non lo è - è il finanziario. In che senso? Il nucleare ha tempi di implementazione lunghi - lo menzionavo all'inizio - e costi iniziali molto elevati. Per attrarre capitali privati non basterà aprire le porte ai grandi consumatori industriali, serviranno strumenti pensati per i fondi assicurativi e i fondi pensione privati, il cui modello finanziario, che di solito è investimento di lungo periodo con vita operativa estesa, è strutturalmente più adatto a investire in questa tecnologia. Quindi, se i decreti non affrontano questo punto, rischiamo che il programma nucleare italiano resti interamente sulle spalle del settore pubblico, con tutto ciò che questo comporta in termini di rischio per i contribuenti e di competitività degli investimenti.
Vorrei, infine, dire anche una parola sul clima politico attorno a questa discussione, perché credo che serva la massima lucidità. Le dichiarazioni dei giorni scorsi su un potenziale referendum - anzi un referendum inevitabile, secondo alcuni - hanno introdotto un elemento di rumore che non aiuta nessuno. Il referendum abrogativo, per carità, è uno strumento costituzionalmente legittimo e chi vorrà raccogliere le firme avrà tutto il diritto di farlo, così come noi l'abbiamo fatto per una proposta di legge di iniziativa popolare. Usare, però, l'ipotesi referendaria come alibi per non entrare nel merito della discussione sarebbe un errore - e lo dico - delle opposizioni e gonfiare quell'ipotesi come una prova di paura sarebbe un errore altrettanto grande della maggioranza. Il dibattito sul nucleare deve essere serio, ancorato ai dati e quanto più protetto da dichiarazioni allarmistiche.
L'Italia ha già detto “no” al nucleare due volte, nel 1987 e nel 2011, e capisco anche il perché: Chernobyl e Fukushima hanno lasciato segni profondi e la paura è una risposta umana e comprensibile davanti a un disastro. Ma voglio fare, allora, una domanda a chi ritiene che quella logica sia ancora sufficiente oggi: se dopo il Vajont avessimo indetto un referendum sulle dighe, avremmo votato “sì” all'idroelettrico? Probabilmente no. Eppure, quella tecnologia è rimasta, è migliorata ed è oggi una delle fonti più pulite del nostro energetico. La storia ci insegna che le scelte energetiche non si fanno nell'emergenza emotiva, si fanno con la ragione, guardando nel lungo periodo, ed è esattamente questo che questo Parlamento è chiamato a fare oggi.
Mi avvio a concludere: Azione sostiene il principio di questo provvedimento perché crediamo che l'Italia abbia bisogno di una strategia energetica ambiziosa, realistica e scientificamente fondata. Il nucleare non è la soluzione a tutti i problemi, ma è un tassello fondamentale di quella soluzione. I dati europei ci offrono lezioni che varrebbe la pena riascoltare: la Germania ha scelto di uscire dal nucleare e ha dovuto compensare con il carbone, aumentando le emissioni e i costi energetici per le famiglie; la Spagna viene spesso citata, lo hanno fatto anche i colleghi poco fa, come un modello di transizione rinnovabile.
Chi lo fa, però, si dimentica di dire che questo è possibile solo perché il Paese mantiene l'energia nucleare nel proprio energetico, ed è proprio quella base stabile a permettere di tenere i prezzi tra i più competitivi d'Europa. Poi c'è la nostra incoerenza domestica: importiamo elettricità nucleare da Francia, Svizzera e Slovenia ogni anno, ma siamo contrari all'atomo in linea di principio. Eppure, ogni giorno lo acquistiamo sul mercato, pagandolo a prezzi che non controlliamo. Così come, senza una nostra produzione domestica, restiamo in balia delle importazioni di gas e petrolio da Paesi stranieri, solitamente tutt'altro che democratici e strutturalmente alleati con l'Occidente.
Questa discussione generale è l'inizio di un percorso, non la sua conclusione. I decreti attuativi saranno il vero banco di prova e su quelli il nostro giudizio sarà altrettanto netto di quello che esprimiamo oggi sul principio. Non possiamo permetterci di perdere anche questo treno
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare, ove ritenga, l'onorevole Squeri. Ha un minuto, onorevole. Ha quasi finito il tempo.
LUCA SQUERI, . Presidente, rinuncio.
PRESIDENTE. Rinuncia, grazie. Chiedo al Sottosegretario se intenda replicare.
CLAUDIO BARBARO,. Rinuncio, Presidente.
PRESIDENTE. Grazie, Sottosegretario.
PRESIDENTE. Avverto che, a norma dell'articolo 40, comma 1, del Regolamento, sono state presentate le questioni pregiudiziali di costituzionalità Bonelli ed altri n. 1 e Pavanelli ed altri n. 2, che saranno esaminate e poste in votazione prima di passare all'esame degli articoli del provvedimento .
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.
Sospendo a questo punto la seduta, che riprenderà alle ore 15 a partire dalla commemorazione di Carlo Petrini, per poi passare al seguito della discussione del disegno di legge n. 2629-A, recante delega al Governo per la riforma dell'ordinamento forense. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta sono complessivamente 98, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'allegato A al resoconto stenografico della seduta in corso
PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno avere luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di 5 e 10 minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.
PRESIDENTE. Colleghe, colleghi, giovedì scorso è scomparso, all'età di 76 anni, Carlo Petrini. Era nato a Bra nel 1949. Gastronomo, sociologo, scrittore, ideatore e fondatore di Slow Food, della rete internazionale Terra Madre, dell'Università di Scienze gastronomiche di Pollenzo.
Attraverso un'intensa ed instancabile promozione di iniziative in Italia e all'estero, la pubblicazione di numerosi libri e la tessitura di solide relazioni con movimenti e personalità di tutto il mondo ha diffuso una cultura nuova sul cibo inteso non solo come nutrimento ma come attenzione e cura alle persone, alle culture ed alla salute del pianeta.
Muovendo i primi passi, dalla fine degli anni Settanta nelle sue Langhe, ha insistito costantemente sulla preservazione della biodiversità, sul rispetto dell'ambiente, sulla tutela delle tradizioni e delle culture locali, sulla lotta agli sprechi alimentari e allo sfruttamento dei lavoratori a tutte le latitudini: in sintesi per un modello di sviluppo più umano e sostenibile.
Ha insegnato ad apprezzare con l'eccellenza dei prodotti che arrivano sulle tavole delle case il valore che questi custodiscono, che è l'insieme della fiducia e della fatica di chi vi si è dedicato e della fedeltà alle tradizioni di cui sono espressione. Come pure ha testimoniato che la memoria non esaurisce il suo compito nella nostalgia del passato ma soccorre nella costruzione del domani.
Tra i tanti frutti della sua attività anche la nascita delle comunità “Laudato Sì”, sorte col fine di diffondere nel mondo il messaggio dell'enciclica di Papa Francesco che per Petrini rappresentava “una bussola per il pianeta”.
La sua scomparsa lascia un grande vuoto nella cultura e nella società non solo in Italia.
Esprimo, a nome della Camera dei deputati, il cordoglio e la vicinanza ai suoi familiari e alla comunità dei suoi amici e collaboratori.
Invito l'Assemblea ad osservare un minuto di silenzio
Ha chiesto di parlare la deputata Chiara Gribaudo. Ne ha facoltà.
CHIARA GRIBAUDO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, lo dico subito: nel mio ricordo di Carlo Petrini risuoneranno alcune delle parole che ho ascoltato domenica a Pollenzo, quando, in migliaia da tutto il mondo, ci siamo ritrovati lì per portare l'ultimo saluto ad un gigante dell'umanità.
Ho conosciuto Carlo Petrini quando avevo 18 anni e per me era già un mito per quello che aveva fatto per la nostra terra con Arcigola, con Slow Food e con Pollenzo che stava per partire. Era alla vigilia di un 25 aprile, nel cuore delle Langhe, durante un pranzo per me indimenticabile. A quella tavolata c'erano ancora partigiane e partigiani, personalità autorevoli del mio e del nostro territorio. Ero lì che li ascoltavo, come potete immaginare, un po' intimorita, un po' preoccupata nell'ascoltare questo pezzo di storia. Poi, improvvisamente, arriva Carlin e col suo sorriso contagioso cambia completamente lo spirito e il clima della tavolata.
A un certo punto mi prende sottobraccio e, insieme alla signora Bianca, mi porta in cucina e lì - e tralascio il braidese stretto, con cui mi hanno spiegato la differenza tra il sugo al pomodoro classico e il sugo che si faceva lì, nella Langa - quel sugo per me è diventato il sapore del 25 aprile, il regalo che mi faccio alla fine di ogni manifestazione della Festa della Liberazione. Soprattutto, quel gesto mi fece capire chi fosse davvero Carlin. Il cibo non come fine, come mezzo, come strumento per trasmettere identità, cultura, radici, rispetto per il sapere e il saper fare, per la terra, per l'umanità. In quella semplicità ho conosciuto il Carlin Petrini di cui tutti parlavano, un uomo enorme che arrivava ovunque, perché parlava il linguaggio universale delle tradizioni più autentiche della nostra cultura contadina.
Qualcuno potrebbe obiettare: Carlin semplice? Sì, certo, non banale, semplice: semplice nella purezza, nella purezza di un uomo speciale, perché puro e credo che sia proprio quella sua purezza la qualità che lo ha fatto splendere e brillare in giro per il mondo. È la purezza di chi accoglie un ragazzo straniero senza chiedere nulla in cambio e prospettargli così un futuro nel nostro Paese. La purezza di chi magari non ha fatto la rivoluzione che sognava, nelle forme tradizionali della politica, ma l'ha fatta davvero con le sue idee, nei pensieri, nelle comunità costruite, perché Carlin è stato un rivoluzionario, un rivoluzionario gentile, un visionario, un anarchico felice, un costruttore di futuro. Ha cambiato il mondo partendo proprio dalla sua Bra, dalle Langhe, dal cibo, ma in realtà parlava sempre di molto altro. Dentro la sua idea di cibo - l'ha ricordato lei, Presidente - c'erano la dignità del lavoro, la giustizia sociale, la biodiversità, la pace, la libertà.
Ci ha insegnato una cosa profondamente politica, che il mondo non si cambia con la paura e col terrore, ma con la gioia e con l'amore. Ci ha insegnato che si può lottare senza perdere l'umanità. In un tempo in cui parliamo tanto di intelligenza artificiale, lui ci ricordava qualcosa ancor più raro e più prezioso: l'intelligenza emotiva. Cercava l'umano ovunque fosse. Come è stato detto domenica a Pollenzo, cercava sempre il punto dove le persone tornano persone. Forse è questo che milioni di donne e di uomini nel mondo hanno riconosciuto in lui, perché Carlin non ha soltanto fondato Slow Food, Terra Madre e l'Università di Pollenzo, ha cambiato le vite. Ha messo insieme il contadino sfruttato del Sud America e l'imprenditore agricolo delle nostre colline, il pescatore e il contadino, il giovane militante fino a Papa Francesco, perché per lui non contavano i ruoli, contavano le persone.
Dentro una sua frase c'è forse il senso più profondo della sua battaglia. Diceva: “C'è gente ricca che mangia cose buone, fatte da contadini poveri, e gente povera che mangia cose cattive, fatte da agricoltori ricchi e questo non va bene”. Dentro queste parole c'era tutta la sua idea di giustizia, la convinzione che il diritto alla qualità alimentare debba essere un diritto di tutti e di tutte. L'utopia concreta che ci lascia oggi è proprio questa: costruire comunità, relazioni, coscienze. Domenica a Pollenzo quelle migliaia di persone - ciascuno di noi - aveva sicuramente un proprio ricordo personale da custodire, ma c'erano tantissimi giovani nei cui volti era evidente una cosa: non ci sarà più quel carisma profondo di Carlin Petrini, ma ci saranno centinaia, migliaia di persone che proveranno a cambiare il mondo davvero. Forse il modo migliore per onorarlo non è soltanto celebrarne la grandezza, ma sostenere ciò che ha costruito e le persone che ha messo in cammino con coerenza, con senso critico, con amore per gli altri e con gioia. Ora la terra che hai amato e rispettato ti ha accolto, caro Carlin, e noi proveremo a essere degni della tua semina collettiva.
A nome della comunità del Partito Democratico, ci stringiamo intorno ai suoi affetti più cari: a Chiara, a sua sorella e alla sua comunità, Slow Food nazionale e internazionale. Dico solo in più una cosa, Carlin: ti dico grazie. Grazie, perché ci hai insegnato che resistere non è soltanto soffrire: resistere è anche costruire, è anche sorridere, è anche amare. Grazie Carlin, .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Comba. Ne ha facoltà.
FABRIZIO COMBA(FDI). Grazie, signor Presidente, onorevoli colleghi, ricordare oggi Carlo Petrini, Carlin per molti di noi piemontesi, significa rendere omaggio a un uomo che ha saputo dare al Piemonte, all'Italia e al mondo una visione nuova del rapporto tra persona, territorio e comunità. Io ebbi modo di conoscerlo tanti anni fa quando fondò Arcigola nel 1986, che poi diventò Slow Food. Nacque un ristorante che si chiamava Boccondivino. Noi ragazzi andavamo in questo ristorante e lo frequentavamo, perché offriva un ottimo rapporto qualità-prezzo già al tempo. L'ultima volta che l'ho incontrato è stato non più tardi di una decina di mesi fa con il collega, Sottosegretario, onorevole Marcello Gemmato, che venne a Bra per una manifestazione importante di sua declinazione che è Cheese.
Petrini non è stato soltanto il fondatore di Slow Food, sarebbe riduttivo definirlo così. È stato un intellettuale popolare, capace di trasformare il cibo da semplice consumo a fatto culturale, sociale e persino anche civile. Aveva compreso prima di molti altri che dietro ciò che mangiamo ci sono identità, lavoro, paesaggio, tradizioni, dignità umana. Penso a Terra Madre, pensando alla dignità umana. Penso a quei presidi in giro per il pianeta. Era veramente una cosa unica girare per Terra Madre e trovare un presidio di ogni angolo remoto del nostro pianeta.
Da uomo profondamente legato alle Langhe e al Piemonte seppe però parlare al mondo intero. La sua forza fu quella di unire radici e modernità, difendere i piccoli produttori senza chiudersi alla dimensione globale, custodire tradizioni senza nostalgia, promuovere innovazione senza sacrificare la qualità della vita.
Carlin Petrini ha insegnato che il progresso non coincide con l'omologazione e che la velocità non è sempre sinonimo di civiltà. In un tempo dominato dal consumo rapido e impersonale, richiamò tutti noi al valore della misura, della cura e della responsabilità verso la terra. Per questo il suo messaggio ha attraversato culture e appartenenze politiche molto diverse tra di loro. Anche chi proveniva da esperienze lontane dalle sue ha riconosciuto in lui autenticità, passione e amore sincero per il bene comune.
Carlo Petrini apparteneva a quella rara categoria di uomini che non si limitano a commentare il proprio tempo, ma contribuiscono concretamente a cambiarlo. La partecipazione popolare vista in questi giorni a Pollenzo e a Bra testimonia quanto profonda sia stata l'impronta lasciata nella sua terra natia. Migliaia di persone hanno sentito il bisogno di salutarlo non soltanto come un protagonista della cultura gastronomica italiana, ma come un maestro civile.
Alla sua famiglia, ai suoi collaboratori, a tutta la comunità di Slow Food e a tutti coloro che gli hanno voluto bene giunga il cordoglio più sincero nostro, di Fratelli d'Italia.
Onorevoli colleghi, con Carlo Petrini l'Italia perde una voce originale e visionaria, ma resta la sua eredità: l'idea che sviluppo, identità e rispetto della persona possono camminare insieme ed è un'eredità che merita di essere custodita
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato De Bertoldi. Ne ha facoltà.
ANDREA DE BERTOLDI(LEGA). Grazie, Presidente. È un onore poter ricordare la figura di un grande italiano, un uomo che - lo motiverò - mi sento davvero di definire di parte, sì, ma non di una parte come noi siamo soliti intenderla, ma della parte del creato, della felicità, della vita. Quindi, una persona che è veramente - potrà esserlo sempre di più - un punto di riferimento per tutti, a prescindere dalle proprie collocazioni e dalle proprie ideologie. Un uomo che ha saputo dialogare con tutti, con i reali come con il contadino. Un uomo che ha saputo essere parte integrante della nostra cultura italiana.
Io lo voglio anche ricordare perché ha avuto con la mia terra d'origine, il Trentino, un rapporto particolarmente forte e importante. In Trentino Carlo Petrini ha studiato e ha fatto l'università. In Trentino ha avuto grandi amici. Quindi, mi sento di ricordare Carlo Petrini ricordando un comune amico, purtroppo, anche lui, prematuramente mancato. Un “mielecoltore”, sognatore e davvero idealista, ma ancorato alla vita di tutti i giorni, com'era Andrea Paternoster. Ecco, Andrea Paternoster era un caro amico di Carlo Petrini e un caro amico mio.
Mi sento quindi in questa circostanza di unirmi ad un amico della mia gioventù e ad una persona che ho conosciuto invece nel corso della mia vita ed ho apprezzato per identiche caratteristiche, le caratteristiche di amare la vita, di essere legato ai valori veri della nostra vita.
È una persona, quindi, che ha segnato un tempo importante tanto che mi sento di poter dire che nel settore dell'agroalimentare - e sono anche riduttivo nel dire questo - ci sarà un prima e un dopo Petrini. Ha segnato il campo: è colui che al ha saputo contrapporre lo , la cultura delle nostre tradizioni, del cibo. È stato un rivoluzionario senza essere un combattente: un rivoluzionario con il sorriso; ha saputo essere un sognatore realista, che può anche sembrare una contraddizione. Dico di più: un non credente che ha scritto e ha servito la sacralità della vita, del cibo e delle cose di tutti i giorni. Un laico, capace però di cogliere il senso religioso del pane, del cibo e delle tradizioni; appunto, della vita; un laico che ha saputo porsi nei confronti dei valori cristiani, dei nostri valori come - e uso le parole di Papa Francesco - un pio agnostico. Lui esaltava, nella di Papa Francesco, il concetto di ecologia integrale, di interconnessione nel Creato. Ecco, credo che questo significhi davvero ricordare una persona come Carlo Petrini.
E allora concludo, Presidente, perché purtroppo il tempo, che richiederebbe davvero tanti minuti, non ce lo abbiamo, ma concludo per dare una prospettiva a questo ricordo, una prospettiva imperitura. Perché tutti assieme non ragioniamo da questa sera per creare una proposta a suo ricordo, a ricordo della sua filosofia di vita? Un bollino Petrini, per valorizzare nella ristorazione le materie prime, la sua filosofia di cibo tradizionale a chilometro zero. Potremmo davvero tutti assieme inventarci un bollino con il suo nome per dare un futuro alla sua filosofia di vita .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gatta. Ne ha facoltà.
GIANDIEGO GATTA(FI-PPE). Ricordiamo oggi la figura di Carlo Petrini che ho avuto il privilegio di conoscere quando ricoprì l'incarico di presidente del parco del Gargano. Io non sono un piemontese, ma il destino mi offrì l'occasione di conoscere quest'uomo e di discutere con lui non solo dei sapori, ma anche e soprattutto dei saperi. Discutemmo di terra, discutemmo dell'olio pugliese, dei meravigliosi prodotti garganici, di tutto ciò che proveniva dalle nostre radici, dalle nostre culture; e capii che era arrivato il momento in cui il cibo davvero non fosse più considerato solo come nutrimento, ma come come compendio di esperienze, di vissuti, di fatiche. Parlammo del lavoro degli agricoltori, parlammo del pescato, dei pescatori, parlammo di tutti i prodotti agroalimentari che in qualche modo ci connotavano con un'identità specifica. E scoprimmo con lui che era davvero arrivato il momento di lanciare questo nel mondo e di valorizzare i nostri prodotti.
Fu anche il mio ispiratore, allorché proposi ed ottenni l'inserimento di alcuni prodotti garganici nell'atlante dei prodotti agroalimentari della regione Puglia. È stata una meravigliosa esperienza ed è stato davvero un privilegio conoscerlo. Ci ha insegnato che la riscoperta delle tradizioni può essere davvero il punto di partenza per un rapporto più moderno, più consapevole e più libero con il cibo. Un approccio capace di coniugare la qualità con la sostenibilità, con l'educazione alimentare e con il piacere della convivialità, in barba all'omologazione, alla standardizzazione e al rifiuto di tutto ciò che è di nicchia.
E scoprimmo che in un tempo dominato dalla velocità, ricordava a tutti noi il valore del tempo dedicato alla tavola, all'incontro tra persone, alla cura dei prodotti e al rispetto per i territori. Ha difeso l'idea, e noi tanti con lui, che mangiare bene non significhi lusso, privilegio o addirittura esclusione, ma attenzione alla qualità della vita e alla dignità delle produzioni. L'Italia, con la sua straordinaria ricchezza di produzioni agroalimentari, ha trovato nel suo lavoro una voce autorevole, che noi abbiamo condiviso, una voce che può parlare ancora oggi ai giovani, alle istituzioni e alle comunità locali.
E, allora, oggi ricordare Carlo Petrini significa rendere omaggio non soltanto a un intellettuale, a un sociologo, a un ricercatore del cibo, a un organizzatore di straordinaria capacità, ma a un uomo che ha saputo trasformare il cibo in uno strumento di dialogo, di educazione e di pace tra i popoli. Alla sua famiglia e a quanti come noi hanno condiviso il suo percorso, le sue idee e la sua sensibilità, va il cordoglio sentito di Forza Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ilaria Fontana. Ne ha facoltà.
ILARIA FONTANA(M5S). Grazie, Presidente. Per me è un grande onore oggi, in quest'Aula, ricordare Carlo Petrini, una figura che ha lasciato un segno profondo non solo nell'agricoltura e nell'enogastronomia italiana, ma nel pensiero civile, ecologista e sociale del nostro Paese.
La comunità del MoVimento 5 Stelle lo ricorda come generoso relatore della nostra scuola di formazione. La sua idea di cibo buono, pulito e giusto non era uno slogan, ma una visione concreta di futuro, che ha avuto un impatto globale in tutto il mondo. Ha avuto la capacità rara di trasformare qualcosa di quotidiano come il cibo in una grande questione politica e culturale: ci ha insegnato che ciò che mangiamo parla del modello di società che scegliamo di costruire. Dietro un prodotto agricolo ci sono il lavoro delle persone, la tutela della biodiversità, il rispetto della terra, la dignità delle comunità locali, il contrasto allo sfruttamento e alle disuguaglianze. Tutta la sua attenzione era rivolta soprattutto a contadini, allevatori e gastronomi, che considerava determinanti per un'umanità sana e felice; felice perché sana e sana perché capace di nutrirsi in modo giusto.
Per Petrini il cibo era prima di tutto un diritto universale da garantire a ogni persona. Più volte ha parlato di Gaza: diceva che a Gaza la fame ormai non è più un effetto collaterale della guerra, è diventata un'arma tanto antica, quanto disumana, di chi ha scelto di trasformare il cibo in uno strumento di morte e che, di fronte a simili tragedie, la neutralità non fosse più ammissibile. Come dargli torto?
Carlo Petrini ha scelto per tutta la vita di perseguire il bene comune. Ci ha ricordato che la cura della terra coincide con la cura delle persone, con una visione autentica di ecologia integrale, capace di tenere insieme ambiente, diritti, comunità, cultura e dignità umana. Ha saputo parlare al mondo senza mai perdere il legame con i territori, con le comunità, con la cultura popolare e contadina del nostro Paese. E lo ha fatto sempre con intelligenza, passione, umanità, costruendo ponti tra culture, popoli e generazioni diverse. Ai giovani diceva: siate protagonisti di questo cambiamento, che è prima di tutto etico. Dovete muovervi avendo sempre a mente che le risorse del pianeta sono finite e che la terra, la vostra, la nostra madre terra è già in grande sofferenza. Questo è il suo insegnamento più grande: la responsabilità verso le generazioni future, il rispetto profondo per la natura e la consapevolezza che difendere il pianeta significa difendere la vita stessa. Che la sua grande opera continui.
Alla sua famiglia, ai suoi collaboratori e a tutta la comunità di e Terra Madre va il nostro più sincero cordoglio .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Ruffino. Ne ha facoltà.
DANIELA RUFFINO(AZ-PER-RE). Grazie, signora Presidente. Desidero parlare del Carlin Petrini non tanto come personaggio pubblico, che molti colleghi hanno conosciuto, ma piuttosto del ragazzo di provincia che aveva capito una cosa semplice e rivoluzionaria: che il cibo non è mai soltanto cibo.
Nelle Langhe nasce la sua visione, osservando che dietro ogni sapore c'è una storia, dietro ogni prodotto c'è una persona, dietro ogni ricetta c'è un pezzo di identità collettiva. E negli anni Settanta, quando l'Italia correva verso la modernizzazione e verso l'idea che la velocità fosse progresso, Carlo Petrini fece qualcosa che andava controcorrente: rivalutò la lentezza, la lentezza come atto culturale e persino politico.
Carlin aveva una caratteristica rara: riusciva a parlare con la stessa naturalezza al contadino e all'intellettuale, al cuoco stellato e all'operaio. Non costruiva , ma costruiva comunità. E poi c'era la sua ironia, un tratto che spesso si dimentica. Petrini non aveva il tono severo del moralista. In un'epoca dominata dagli slogan, lui parlava di gusto; in un mondo che consumava tutto in fretta, lui invitava a fermarsi a tavola. Ma forse, la sua particolarità più grande era un'altra: non separava mai la cultura dalla vita concreta. Per lui - e questo è un aspetto per noi importantissimo - un formaggio salvato dall'estinzione non era solo un prodotto gastronomico, era una comunità che sopravviveva; un vitigno recuperato non era territoriale, era memoria collettiva; un piccolo produttore ascoltato significava dignità restituita. È stato un intellettuale popolare nel senso più alto del termine, uno di quelli capaci di cambiare il modo con cui guardiamo le cose quotidiane.
Devo dire che le istituzioni hanno ascoltato e hanno collaborato con Carlo Petrini, e hanno sostenuto i suoi tanti progetti. La modernità - ci dice - non consiste nel cancellare le radici, ma nel dare loro futuro; innovazione e tradizione non sono nemiche; il progresso perde umanità quando dimentica i territori, le persone e i tempi della vita. E questa è una cosa che diciamo spesso in quest'Aula.
E così, concludo dicendo che il modo migliore per salutare Carlo Petrini è continuare a considerare il cibo non un consumo, ma un legame con la terra, con le persone, con la nostra identità, nella semplicità. E il gruppo di Azione è vicino a chiunque abbia avuto l'onore di incontrare e lavorare con Carlo Petrini. A loro l'abbraccio e le nostre condoglianze .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Grimaldi. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Appartengo alla terra e, come me, tutta l'umanità. Invece la terra non appartiene proprio a nessuno, non dovrebbe appartenere a nessuno. I suoi frutti appartengono a tutti o dovrebbero appartenere a tutti. Ma con la terra, con la natura, i nostri conti non tornano. Da troppo tempo consumiamo e sprechiamo più di quanto produciamo; prendiamo più di quanto diamo.
Tutto questo ce lo dicevi anni fa. Viviamo in un sistema alimentare criminale. Anche oggi il latte è pagato ai contadini 50 centesimi al litro; poi viene preso, portato nelle industrie, scremato e così impoverito, messo nei cartoni e venduto ad 1,50 euro o ad 1,90 euro. Per i signori si fa il , magari l'omega 3, e si arriva a 2 euro. È questo il futuro, ti chiedevi? Quello in cui produciamo sul pianeta cibo per 12 miliardi di viventi? Siamo 8,2 miliardi: 850 milioni non mangiano, 2,5 miliardi soffrono di malattie connesse all'iperalimentazione, il 30 per cento della produzione viene buttato via. No, Carlo, non può essere questo il futuro, ma, di certo, è il presente di cui ci narrarvi.
C'è più tempo che vita, mi dicevi come i nonni delle nostre campagne e, proprio perché abbiamo la sensazione di aver toccato il fondo e ci sentiamo con il culo a mollo, sento che il nostro spirito deve essere più determinato e più propenso a vivere, con coraggio e letizia, il cambiamento. La comunità terrestre è chiamata a reagire oggi. Ecco, come Gargantua e Pantagruel, Carlin era un godereccio, diciamocelo, ma non ha mai concepito questa ricerca come un viaggio solitario. Anche il suo funerale è stata una festa, un inno alla vita. La sua voce era ancora tra noi come il suo sorriso, fatto per stare in compagnia. L'ironia era la sua arma più potente e contagiosa, disarmava. Ha disarmato tanti e, anche per questo, è stato un rivoluzionario vero, altro che pioniere di qualche avventura elitaria, altro che “foodificazione”, aperitivi e . Per lui era insopportabile che i ricchi mangiassero i doni di poveri agricoltori e i più poveri fossero nutriti male da multinazionali milionarie. Il diritto alla qualità alimentare deve essere di tutti, non solo di chi fa soldi.
Per questo c'è una bella differenza tra valore e prezzo. Si è detto che era un uomo senza figli e figlie: falso. Non ho mai visto un uomo con così tanti eredi e con così tanta eredità. Il suo lascito culturale e materiale è incalcolabile. La lotta per il diritto al cibo, la biodiversità, la felicità: è una ricetta antica, ma è anche la strada più moderna che ci sia. Coraggio e letizia. Questa sì che è una lezione, perché vedete la crisi eco-climatica non è solo un'apocalisse alle porte, in realtà è la più grande occasione che l'umanità ha per cambiare in meglio, salvare più biodiversità possibile prima che sia tardi. Perché siamo comunità di destino, come ci dicevi. Dovremmo ricordarcelo anche qui, dovremmo ricordarlo a quei marziani che pensano di poter vivere su un pianeta tutto loro, mentre l'unico che abbiamo è in fiamme.
“Marchin, come sta la rivoluzione?” Mi chiedevi. Io di solito scherzavo, ma adesso provo a risponderti seriamente: “Sono tempi bui, è piena notte, ma Carlo lo sai, è sempre più buio prima dell'alba”.
Grazie Carlin, ti vogliamo bene .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Gadda. Ne ha facoltà.
MARIA CHIARA GADDA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Carlo Petrini è stato un italiano illustre perché è un cittadino del mondo. Un italiano, un uomo colto, raffinato, ma soprattutto coerente. La sua coerenza, lunga un'intera vita, gli ha consentito di parlare con i grandi della terra, così come con le persone più semplici.
Io ho avuto modo di conoscerlo e di incontrarlo in questi anni nella nostra battaglia comune, nel nostro impegno comune sul fronte della lotta contro lo spreco alimentare. Credo che su questo si possa dire una cosa che è rimasta nei tanti discorsi, nei tanti interventi di Carlo Petrini, perché il cibo può essere ed è spesso concepito come una . Quando il cibo è una e sta soltanto nei mercati finanziari, diventa anche uno strumento di privazione, di guerra, di divisione. Il cibo però ha un valore diverso che è legato al suo rapporto con chi lo produce, con chi se ne prende cura, con il rispetto della dignità dell'uomo e con quel rispetto della biodiversità e dell'ecosistema che ci portano a farci quelle domande che ci portano a non sprecare. Quando il cibo diventa un valore, quando gli si attribuisce il valore giusto, il cibo non viene sprecato, il cibo viene gustato, il cibo non è soltanto soddisfacimento di un bisogno primario - e lo è, purtroppo, per miliardi di persone nel mondo -, ma è anche piacere, condivisione, unione, e credo che questo sia una delle eredità più importanti di Carlo Petrini. Perché lui, sì, è stato un pioniere e noi abbiamo bisogno di persone che sono in grado di porre domande, di smuovere le coscienze, però lui ha saputo creare un movimento che esiste ancora oggi e che rimarrà nel tempo, un movimento nell'ambito del quale le persone si sono interrogate e si interrogano nelle università, si interrogano sulle soluzioni da trovare e da mettere in campo, soluzioni che la politica può e deve trovare ma che, soprattutto, responsabilizzano le scelte e le abitudini di acquisto e di consumo di ciascuno di noi.
Le nostre abitudini, quello che noi scegliamo, come lo scegliamo e come ci comportiamo, sono un atto politico, e Carlo Petrini sicuramente è stato un sociologo, un uomo di cultura, ma anche un politico nel senso proprio e ampio del termine, perché fare politica significa avere uno sguardo, un orizzonte ampio e provare a non accontentarsi dell'ineluttabile, ma provare a cambiare la situazione.
E credo che questa sia un'eredità che tutti noi dobbiamo raccogliere e, soprattutto, una grande speranza per le giovani generazioni.
Carlo Petrini era un uomo anziano che sapeva entusiasmare, che sapeva generare fiducia in quei ragazzi che hanno bisogno di capire che insieme possiamo avere un mondo diverso; un cibo buono, pulito, sano e giusto, accessibile a tutti, passa dalle nostre scelte, ma anche da un cambio di passo nei sistemi produttivi e anche da un modo diverso in cui noi guardiamo gli uni e gli altri.
Quindi, le più sentite condoglianze alla famiglia, al movimento di , ai tanti ricercatori e agli studiosi dell'Università di Pollenzo che lui ha creato con un'intuizione felicissima. Quindi, le più sentite condoglianze da parte del gruppo di Italia Viva .
PRESIDENTE. È così conclusa la commemorazione di Carlo Petrini.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, il deputato Pittalis. Ne ha facoltà.
PIETRO PITTALIS(FI-PPE). Per una richiesta di informativa urgente al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio. È notizia di questi giorni che, nel corso di un procedimento penale avviato dalla Procura della Repubblica di Perugia, sono stati sistematicamente e indiscriminatamente captati colloqui tra detenuti e i propri difensori, svoltisi nelle sale colloqui della casa circondariale di Perugia “Capanne”.
Le operazioni sono durate sei mesi, captando e registrando i colloqui di almeno 15 avvocati che nulla avevano a che fare con il procedimento penale per il quale le intercettazioni erano state disposte e autorizzate. La vicenda è all'evidenza di inaudita gravità e non può essere minimizzata, come mi è parso intendere dalle prime dichiarazioni del procuratore generale presso la corte d'appello di Perugia, che ha dichiarato: “Nessun uso processuale di intercettazioni irregolari”. E ci mancherebbe altro! Si tratta di una constatazione ovvia sul piano processuale, perché è già previsto dal codice di rito che le captazioni illegali siano, in ogni caso, inutilizzabili.
La questione che vogliamo porre all'attenzione del Ministro della Giustizia è un'altra: le conversazioni nel corso delle quali gli avvocati hanno interloquito con i loro assistiti sono avvenute nell'esercizio della funzione difensiva. E forse sfugge a una parte della magistratura requirente che il segreto dei colloqui tra difensore e assistito costituisce una garanzia inviolabile del diritto di difesa, una garanzia riconosciuta dall'articolo 24 della Costituzione, dall'articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo e dagli articoli 103 e 271 del codice di procedura penale, la cui violazione - ripeto - non può limitarsi alla inutilizzabilità assoluta dei risultati delle intercettazioni eseguite in violazione di tale divieto. Siamo di fronte a una gravissima violazione del diritto di difesa e del segreto professionale, che sono presidi fondamentali del giusto processo. Siamo di fronte a una gravissima violazione di “una regola fondamentale e invalicabile di uno Stato di diritto”, per dirla con le efficaci parole usate dall'Unione delle camere penali italiane, a una “violazione tanto più esecrabile in quanto compiuta ai danni di soggetti privati della libertà, del tutto estranei all'indagine e inermi di fronte a simili invasioni (…) attuata in uno dei luoghi coperti dal massimo livello di tutela costituzionale della riservatezza e del diritto di difesa”.
E, tra l'altro, va segnalato che in questa vicenda, circostanza non meno grave, risulta che, all'esito dell'avviso di conclusione delle indagini, le registrazioni dei colloqui illegittimamente captati, lungi dall'essere immediatamente distrutte, sono state inserite nel fascicolo e poste a disposizione delle parti processuali, con ciò aggravando la violazione già consumata, in dispregio delle vigenti disposizioni che impongono l'immediata interruzione delle operazioni di intercettazione, non appena risulti che la captazione riguarda soggetti non autorizzati.
Ecco, vorremmo una parola di chiarezza da parte del Ministro Nordio su quali iniziative intenda assumere perché questo modo di procedere non diventi una sorta di prassi destinata a consolidarsi. Sollecitiamo interventi e misure adeguate volte ad accertare le responsabilità che, a mio avviso, non possono essere solo di valenza disciplinare.
PIETRO PITTALIS(FI-PPE). E approfitto dell'occasione - e concludo, signora Presidente - per esprimere, a nome del gruppo di Forza Italia, la vicinanza e la solidarietà agli avvocati del foro di Perugia e di quanti sono vittime di questa mala pratica giudiziaria e il pieno sostegno e adesione all'iniziativa delle Camere penali italiane, che hanno proclamato l'astensione dalle udienze e da ogni attività giudiziaria nel settore penale per i giorni dall'8 al 12 giugno .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Giachetti. Ne ha facoltà. Le chiedo subito se si associa o meno.
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). Assolutamente, signora Presidente. Intervengo per associarci alla richiesta avanzata dal gruppo di Forza Italia, condividendo anche la gran parte delle motivazioni che sono state addotte, facendo riferimento anche alla iniziativa che è stata assunta dalle Camere penali, con lo sciopero appena ricordato dall'8 al 12 giugno e per - come dire - reagire anche a qualcosa che purtroppo, signora Presidente, non è più un'eccezione. Già se fosse un'eccezione sarebbe una cosa di una gravità inaudita, ma è qualcosa che si sta ripetendo nel tempo, perché è successo con Garlasco - e il tema Garlasco aprirebbe un dibattito che è meglio evitare in questo momento -, e le Camere penali di Napoli hanno denunciato anche in Campania situazioni di questo tipo.
Ora, come ha ricordato benissimo il collega Pittalis, nel nostro ordinamento le comunicazioni tra imputato e difensore sono assistite da una protezione che è cosiddetta rafforzata, che è posta a presidio del diritto di difesa e della libertà del cittadino di conferire con il proprio avvocato in condizioni di piena e assoluta riservatezza.
Lo ha ricordato il collega Pittalis: l'articolo 103 del codice di procedura penale vieta - non è un'opportunità, ma lo vieta - le intercettazioni delle comunicazioni difensive e sancisce l'inutilizzabilità dei relativi risultati nei casi previsti dalla legge. Queste conversazioni, oltre a non poter essere utilizzate processualmente - e invece sono state utilizzate processualmente -, non possono essere oggetto di pubblicazione, neppure dopo la conclusione del procedimento, ove non risultino utilizzate nel processo o riprodotte in provvedimenti giudiziari.
Insomma, io non vorrei che - come accade in tante altre situazioni, quando parliamo di processi mediatici, quando parliamo di violazione delle leggi per quanto riguarda la tutela anche degli imputati -, in questo caso, addirittura venga messo in discussione il diritto alla difesa, che è qualcosa che obiettivamente deve preoccupare trasversalmente tutti noi.
Per queste ragioni, noi ci associamo alla richiesta fatta dai colleghi di Forza Italia, perché vogliamo sapere quali intendimenti ha il Governo per fare in modo che questa violazione, che è anche una violazione costituzionale, sia immediatamente interrotta .
PRESIDENTE. Grazie, onorevole. Riferirò al Presidente della richiesta di informativa appena giunta dai gruppi.
Ha chiesto di parlare su un altro argomento, sempre sull'ordine dei lavori, il deputato Carotenuto. Ne ha facoltà.
DARIO CAROTENUTO(M5S). . Signora Presidente, colleghi, vengo dalla missione umanitaria della e in quest'Aula…
PRESIDENTE. No, collega, collega, in modo che non la interrompa più, deve prima…
DARIO CAROTENUTO(M5S). Chiedo…
PRESIDENTE. …esatto, così almeno la lascio parlare poi.
DARIO CAROTENUTO(M5S). Se mi fa chiudere la frase…
DARIO CAROTENUTO(M5S). …e in quest'Aula, che ho l'onore di rappresentare, chiedo con urgenza che la Presidente Meloni venga a rispondere per la gestione del sequestro, in acque internazionali, di circa 40 italiani e, più in generale, di una condotta politica e di politica internazionale che getta vergogna sul nostro Paese e che trasuda viltà e codardia . La codardia di chi si dimostra forte con i deboli nei palazzi romani e sulle pagine grondanti saliva dei nostri quotidiani e nei salotti televisivi, ma poi diventa debole con i forti nei corridoi internazionali.
Voglio testimoniare che per mare ho lanciato un appello formale a questo Governo, affinché tutelasse i suoi cittadini, ma esso è rimasto deliberatamente inascoltato. Avete risposto con la viltà del vostro silenzio e intanto offrite alibi alla guerra. Ma mentre voi offrite alibi alla guerra la semina pace, pianta semi di pace; e mentre voi scappate dalle vostre responsabilità, la propaganda dei vostri uffici stampa, complici tanti , provava a ribaltare la narrativa, dicendo che eravamo noi che andavamo a cercarcela.
Avete finto di non vedere il nostro sequestro illegale, voltando le spalle ai vostri concittadini. Ma oggi ristabiliamo un minimo di verità: Israele si permette di compiere atti di pirateria di Stato solo perché Governi come il vostro glielo permettono, garantendo loro una totale e criminale impunità .
Il MoVimento 5 Stelle denuncia da anni i crimini del Governo Netanyahu. Noi le cose le abbiamo viste sul campo, anche con altri colleghi dell'opposizione: a Rafah, ad esempio, abbiamo visto e abbiamo qui denunciato che aiuti umanitari venivano rigettati da Israele perché considerati troppo calorici; abbiamo visto medicinali salvavita marcire nel deserto del Sinai; siamo stati in Cisgiordania a ottobre scorso e abbiamo vissuto l' sulla nostra pelle, visto aperti e chiusi per puro sadismo, cisterne d'acqua potabile sequestrate, pozzi avvelenati con i cadaveri dei topi, bambini di quattro anni - di quattro anni - arrestati per aver restituito i sassi lanciati dai loro coetanei israeliani.
Eppure, di fronte a questo, la risposta di questo Governo è nelle parole inaccettabili del Ministro Tajani, secondo cui esistono coloni buoni e coloni violenti. Ministro, le colonie sono un crimine di guerra ! La violenza dei coloni è un'aggravante, la colpa è l'occupazione: se ne devono andare! E il diritto internazionale non vale fino a un certo punto, altrimenti è : ieri in Sudafrica, oggi in Palestina.
E l'Italia cosa fa, Presidente? Intanto, esprimiamo voto contrario al Consiglio UE sulla sospensione dell'accordo di cooperazione con Israele. Di fronte a questo, a questa complicità, ai doppi standard che si palesano nella differenza dell'uso delle sanzioni, noi non possiamo tacere.
Allora, c'è gente con noi, in tutta Italia, in tutto il mondo, che non si sente rappresentata da queste istituzioni e sceglie di agire: è un'umanità coraggiosa, coraggiosissima, che si è opposta all'indifferenza cinica, spietata, piegata a logiche di sporco interesse di questo Palazzo, perché non è possibile quello che sta accadendo a Gaza, Presidente . Non è possibile! Lo raccontano le immagini che, tutti i giorni, guardate tutti quanti sui cellulari e sono strazianti; lo racconta la voce di Hind Rajab, una bambina che è stata uccisa in una maniera vergognosa e quei due operatori dell'ambulanza che la stavano andando a salvare sono stati uccisi anche loro, dopo aver avuto il lasciapassare da Israele. Ma di che cosa parliamo ? Penso che quel film dovrebbe essere dato in tutte le reti in qualsiasi Paese, perché tutti devono sapere. Ma avete TV complici e al Governo israeliano non pare vero.
Qualche mese fa Smotrich diceva: siamo arrivati a un punto di non ritorno, che cambierà per sempre la mappa della Giudea e della Samaria; tutto questo è stato fatto in modo strutturato, sotto gli occhi del mondo, senza che nessuno si muovesse per fermarci. Ecco la firma della vostra complicità. Queste parole sono la prova provata della vostra complicità, come quelle di Ben Gvir di qualche giorno fa, che diceva che è pronto il piano per liberare dai palestinesi Gaza e la Cisgiordania e, magari, anche il Sud del Libano.
Ma tutto questo non trova spazio sui vostri giornali. Sui vostri giornali si trova lo spazio per attacchi a Francesca Albanese, a Stefania Ascari, a Dario Carotenuto, alla Boldrini . Questo attaccate, mentre il progetto genocidario della Grande Israele non viene attaccato da nessuno.
Ora state provando ad associare la …
PRESIDENTE. Concluda, onorevole.
DARIO CAROTENUTO(M5S). …chiedo scusa. State provando ad associare la - censuratemi, se ritenete - alla…
PRESIDENTE. No, collega, però qui nessuno la censura.
DARIO CAROTENUTO(M5S). Per carità…
PRESIDENTE. Ha semplicemente esaurito il suo tempo. Si figuri, io non mi sognerei mai di censurarla. Almeno questo me lo consenta. Prego, concluda.
DARIO CAROTENUTO(M5S). Allora, state cercando di associare al terrorismo islamico la . Guardate, questo è proprio ridicolo: vi fa proprio terrore la . Sì, che vi fa terrore, perché la gente si domanda: ma se le imbarcazioni che a stento reggono il mare grosso sono bastate a mettere alla berlina Netanyahu e il suo Governo, cosa avrebbe potuto fare questo Governo e non ha fatto ?
La verità è che Israele ha foraggiato il terrorismo islamico, l'hanno detto in mille salse e voi lo sapete benissimo, solo che non lo potete dire.
Allora, chiudo. Io voglio ringraziare tutti gli attivisti italiani e del mondo della , perché resistono e, in un mondo in cui seminate odio e guerra, seminano pace e forse questo salverà l'umanità
PRESIDENTE. Come sapete, non spetta alla Presidenza stabilire quanto debbano durare gli interventi e io non mi sognerei mai di censurare nessuno in quest'Aula, tantomeno il collega Carotenuto. Ci mancherebbe.
Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Grimaldi. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Ci associamo alla richiesta. Ci piacerebbe vedere in Aula Giorgia Meloni, il Ministro Tajani e il Ministro Crosetto. Guardi, intanto ci faccia riabbracciare Dario Carotenuto e tutti gli italiani, le italiane e i concittadini europei che sono tornati. Ce ne sono altri: più di 200 attivisti fermi in Libia, che stavano provando via terra ad arrivare al valico di Rafah, quel muro che è chiuso da più di due anni.
Guardi, Presidente, vorremmo, con questa occasione, anche precisare alcuni punti. Lo diciamo al Governo che finalmente ha visto, nelle immagini di Ben Gvir, la disumanità. Ben Gvir non è una mela marcia: è l'autobiografia di un Governo criminale che usa terrorismo di Stato e il suo potere militare per farsi beffe del diritto internazionale. Immaginatevi: se fanno questo a nostri concittadini europei, cosa ne è di quei tanti prigionieri politici palestinesi che sono detenuti illegalmente in quelle prigioni? Ancora oggi chiediamo che ne è di tanti medici che sono stati arrestati solo perché hanno costruito una parte della resistenza. Certo, perché salvare vite per Israele è resistenza. L'abbiamo visto al valico di Rafah: è resistenza importare delle incubatrici, è resistenza far arrivare un piano vaccinale.
Allora, lo diciamo qui, per fare un'altra richiesta: chiediamo a Giorgia Meloni, invece di infantilizzare la , di aprire quei valichi che nessun altro ha ancora aperto. A Gaza c'è la tregua? A Gaza non si muore più? Allora Giorgia Meloni ci faccia vedere esattamente dove è , dove sono i nostri aiuti umanitari. Noi sappiamo che sono fermi da mesi ai valichi. Allora, come Alleanza Verdi e Sinistra, ribadiamo una possibilità. Come sapete, il nostro gruppo è ospite indesiderato a Israele. Ci hanno mandato una comunicazione: i nostri passaporti di servizio non possono accedere a Israele. Lo diciamo alla Presidente Meloni: noi non vogliamo entrare in Israele, vogliamo entrare in Palestina. C'è un piccolo problema: la Palestina è occupata, dalla Cisgiordania a Gaza.
Se i Governi europei non comprendono che, fuori da Gaza, fuori dalla Cisgiordania, è stata sbattuta fuori l'umanità, addirittura l'ONU, allora noi chiediamo formalmente a questo Governo che si attivi: si attivi con gli altri Governi per fare una visita, un sopralluogo con tutti i , con tutti i giornalisti. Entriamo a Gaza. Chi dice che la carestia è finita, che non c'è più emergenza sanitaria, entri con noi. Siamo disponibili a fare quello che la sta provando a fare: rompere l'assedio e far rientrare l'umanità
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Scotto. Ne ha facoltà. Chiedo anche a lei se si associa.
ARTURO SCOTTO(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Mi associo alla richiesta, avanzata dal MoVimento 5 Stelle, di Giorgia Meloni in Aula. Mi faccia dire, in premessa, che siamo felici di rivedere qui Dario Carotenuto un collega carissimo che da quelle barche ha rappresentato tutte e tutti noi e ha rappresentato la voce di un'umanità che è incomprimibile.
Io dico poche cose, perché sono d'accordo con quello che dicevano i colleghi che mi hanno preceduto, però vorrei dire, in premessa, questo: se è vero quello che dice il Ministro Tajani sulle immagini che sono state proiettate dal Ministro dell'Interno di Israele Ben Gvir - che non è un passante, è un ganglio fondamentale del Governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu -, se è vero che Ben Gvir ha violato i diritti umani più elementari, non è chiaro per quale motivo l'Italia non lo dichiari “persona non grata” . Non è chiaro per quale motivo bisogna giustamente rivolgersi all'Unione europea - bisognerebbe farlo sempre - e poi, mentre Francia, Olanda e persino la Polonia decidono di emettere sanzioni individuali verso questo Ministro, noi non facciamo altrettanto e aspettiamo il Consiglio dei Ministri degli Affari esteri europei.
Secondo: se è vero che sono stati violati i diritti umani degli attivisti, come ha detto il Ministro Tajani, non è chiaro per quale motivo un Paese che viola i diritti umani continui a mantenere un Accordo di cooperazione con l'Unione europea, visto che l'articolo 2 di quell'Accordo dice una cosa precisa: se uno dei due contraenti viola i diritti umani quell'Accordo decade. Se hanno violato i diritti umani nei confronti degli attivisti, figuriamoci nei confronti dei 9.000 prigionieri palestinesi che sono nelle carceri israeliane. Allora, il Governo tolga il veto che sta continuando a mantenere sulla sospensione dell'Accordo di cooperazione e segua altri 19 Paesi dell'Unione europea.
Infine, io sarei curioso di ascoltare la Presidente del Consiglio Meloni per una ragione molto semplice, perché la , che potrà avere mille difetti, è riuscita laddove i Governi europei hanno fallito: si è sostituita a una funzione che i Governi europei hanno deciso di non svolgere. Qual era quella funzione? Far rispettare il diritto internazionale, far rispettare quello che la Corte internazionale di giustizia dice dal gennaio del 2024, ovvero: si aprano tutti i valichi per far arrivare cibo, acqua e medicinali. Siccome sappiamo che la fame è usata ancora oggi come arma di guerra, noi chiediamo a Giorgia Meloni di farsi promotrice, in sede europea, di una missione umanitaria degli Stati per rompere quell'assedio e far arrivare gli aiuti umanitari .
PRESIDENTE. Grazie, onorevole. Naturalmente, riferirò al Presidente della richiesta di informativa giunta dai gruppi.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del disegno di legge n. 2629-A: “Delega al Governo per la riforma dell'ordinamento forense” e delle abbinate proposte di legge nn. 594-735-751-867-2432-2633.
Ricordo che nella seduta dell'11 maggio si è conclusa la discussione generale e i relatori e la rappresentante del Governo hanno rinunciato ad intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli del disegno di legge e delle proposte emendative presentate .
Le Commissioni I (Affari costituzionali) e V (Bilancio) hanno espresso i prescritti pareri , che sono in distribuzione.
Ricordo che, a norma dell'articolo 123-, comma 3-, ultimo periodo, del Regolamento, gli emendamenti e gli articoli aggiuntivi dichiarati inammissibili non possono essere ripresentati in Assemblea (e - ove ripresentati - non sono pubblicati).
Inoltre non sono pubblicati, in quanto non ricevibili: gli emendamenti già presentati presso la Commissione, ma in quella sede ritirati o decaduti per assenza del presentatore; i nuovi emendamenti, non previamente presentati presso la Commissione, riferiti a parti del testo non modificate dalla Commissione stessa, ovvero che non risultino consequenziali rispetto alle modifiche apportate in sede referente.
Comunico che la Presidenza, sulla base del parere espresso dalla V Commissione (Bilancio) nella riunione del 12 maggio scorso, non ritiene ammissibile, a norma dell'articolo 123- del Regolamento, in quanto recante nuovi o maggiori oneri finanziari privi di idonea quantificazione e copertura, l'emendamento 2.54 D'Orso.
Informo l'Assemblea che, in applicazione dell'articolo 85- del Regolamento, constando il testo di tre soli articoli - uno dei quali di particolare ampiezza - ed essendone stata fatta richiesta da parte di tre gruppi parlamentari, la Presidenza ha ritenuto di ammettere alla discussione e al voto un numero maggiore di emendamenti, pari al doppio di quelli che sarebbero consentiti, al fine di consentire una più ampia valutazione delle questioni oggetto del provvedimento. A tal fine il gruppo MoVimento 5 Stelle è stato invitato a segnalare gli emendamenti da porre comunque in votazione.
Ha chiesto di parlare, sul complesso degli emendamenti, il deputato Perantoni. Ne ha facoltà.
MARIO PERANTONI(M5S). Grazie, Presidente. Intervengo sul complesso degli emendamenti del MoVimento 5 Stelle al disegno di legge delega sulla riforma dell'ordinamento forense oggi in discussione. Una riforma che, contrariamente a quel che si dice, non è condivisa da tutta l'avvocatura. Vi è, anzi, da dire che sono state sollevate numerose e puntuali critiche da parte di associazioni forensi e di colleghi avvocati di grande esperienza, maturata sia nell'associazionismo sia all'interno degli organi istituzionali dell'avvocatura stessa.
È una riforma che, sinceramente, profuma di vecchio. Non appare certamente proiettata nel futuro quanto piuttosto chiusa in una visione della professione che non riesce a tenere il passo con i tempi e che, soprattutto, non incide su alcuni aspetti fondamentali, quali quello degli avvocati che svolgono l'attività in regime di monocommittenza o quello della formazione e dell'accesso dei giovani alla professione.
A riprova di quanto affermato indico, ad esempio, ciò che si prevede in merito alla riforma del Consiglio nazionale forense, che appare finalizzata più alla centralizzazione e al consolidamento di posizioni di potere che a rinnovarne il funzionamento e la struttura. Ciò emerge con chiarezza laddove si vorrebbe introdurre la possibilità di far svolgere il terzo mandato consecutivo negli organi istituzionali dell'avvocatura senza, peraltro, prevedere una norma transitoria che stabilisca che tale facoltà non possa essere sfruttata da chi attualmente sta svolgendo il secondo mandato, rendendo così possibile per costoro restare all'interno degli organi rappresentativi per ben 11 anni senza soluzione di continuità.
In Commissione abbiamo, quindi, presentato numerosi emendamenti finalizzati a riequilibrare il testo su questa e altre parti, anche recependo le istanze di quella parte di avvocatura critica rispetto alle soluzioni prescelte senza, peraltro, riscontrare l'effettiva volontà, da parte del Governo, di confrontarsi e giungere a una sintesi tra le diverse istanze. In questa sede, quindi, ripresentiamo proposte emendative che, a nostro avviso, possono caratterizzare la riforma effettivamente come tale e correggere un provvedimento che di innovativo ha ben poco. In tale prospettiva, in merito alla riforma complessiva del Consiglio nazionale forense, riproponiamo all'Aula emendamenti che, se approvati, inciderebbero positivamente e concretamente.
In prima battuta, riproponiamo una questione di particolare rilievo riguardante l'istituzione di una sezione giurisdizionale all'interno del CNF, nel solco di quanto oggi previsto per il CSM. È una previsione già inserita nella legge n. 247 del 2012, rispondente alla necessità di garantire la separazione tra potere regolamentare-amministrativo e potere disciplinare ma che per il Consiglio nazionale forense non è mai stata attuata, a differenza del livello territoriale, atteso infatti che il potere disciplinare viene esercitato dai consigli distrettuali di disciplina, organi autonomi rispetto ai consigli degli ordini territoriali.
Invece, quindi, di ribadirne la previsione per il Consiglio nazionale forense, nella riforma se ne perde traccia. È pertanto necessario intervenire per evitare il consolidamento di questa grave anomalia che comporterebbe un'evidente lesione del principio di separazione dei poteri. Diversamente resterebbe attribuito allo stesso organo il potere regolamentare, quello esecutivo-amministrativo e quello giudiziario.
Sul tema della potestà disciplinare presentiamo un emendamento particolarmente importante, attinente alla competenza sui procedimenti disciplinari a carico dei consiglieri nazionali forensi. Sul punto è necessario intervenire in quanto l'articolo 2, comma 1, lettera numero 3, prevede che l'azione disciplinare nei confronti dei consiglieri nazionali forensi si svolga innanzi al Consiglio nazionale. È evidentemente inaccettabile che in tali procedimenti venga completamente meno il principio di terzietà del giudice, non essendo costituzionalmente tollerabile che i componenti del CNF siano soggetti alla potestà disciplinare del CNF medesimo e vengano quindi giudicati dallo stesso organo del quale fanno parte e dalle persone con le quali condividono l'incarico.
Ciò comporterebbe inoltre l'eliminazione di un grado del giudizio di merito, poiché il provvedimento del Consiglio nazionale forense sarebbe ricorribile esclusivamente in Cassazione per vizi di legittimità, a differenza delle decisioni dei consigli distrettuali di disciplina, che sono impugnabili anche nel merito.
Un minimo di onestà intellettuale dovrebbe portare all'abrogazione di tale disposizione, a maggior ragione dopo che anche dall'avvocatura istituzionale è stata sostenuta una campagna referendaria di riforma costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati, fondata in gran parte sull'asserita necessità di garantire con decisione la terzietà del giudice. Sarebbe - a mio parere - una vergogna che proprio la disciplina degli avvocati contenesse una norma che calpesta uno dei principi fondamentali dello Stato di diritto che, come tale, è sempre stato difeso con forza dall'avvocatura.
Sempre sul Consiglio nazionale forense riteniamo sia opportuno reintrodurre il limite dei 2 mandati consecutivi di 4 anni ciascuno. Ciò non solo al fine di evitare una prevedibile stagione di contenziosi, come quella già vissuta in occasione dell'introduzione del limite del doppio mandato consecutivo, ma di raccogliere anche le istanze di consistente parte dell'avvocatura stessa, nella piena convinzione che il limite dei 2 mandati, la cui legittimità è stata consolidata da numerose pronunce giurisprudenziali, consente rotazione e avvicendamento, principi che concorrono al buon funzionamento e alla trasparenza dell'amministrazione.
Chiediamo, ad ogni buon conto, che si preveda comunque una norma transitoria al fine di chiarire che le nuove regole si applicheranno solo agli organismi e agli eletti in epoca successiva all'entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi. Riteniamo necessario che venga modificato il regime dei requisiti per le candidature ai consigli dell'ordine e al Consiglio nazionale forense, prevedendo che siano incompatibili a ricoprire tali cariche coloro che abbiano subito condanne per reati dolosi puniti con una pena massima non inferiore a 3 anni. Non è accettabile che persone condannate penalmente possano andare a ricoprire ruoli di rilievo per l'avvocatura.
Altro emendamento di particolare importanza riguarda il regime della monocommittenza ed è finalizzato a garantire e ampliare le tutele in favore di quella categoria di avvocati che operano esclusivamente in favore di altri avvocati, senza peraltro godere di un regime di tutele specifico. Sul punto prevediamo principi di delega determinati e stringenti, per integrare una previsione assolutamente generica e priva di reale portata precettiva ai fini del futuro contenuto dei decreti attuativi.
Con il nostro emendamento prevediamo, in sintesi, che il contratto tra professionisti venga stipulato in forma scritta e determini la durata del rapporto, i criteri per la determinazione del compenso, la disciplina del rimborso spese e la previsione di un congruo periodo di preavviso per l'esercizio del diritto di recesso e la sospensione del rapporto contrattuale tra le parti nei casi di maternità, adozione, malattia o infortunio del collaboratore monocommittente con indisponibilità continuata, per un periodo non superiore a 180 giorni.
In merito al regime delle incompatibilità, riteniamo sia necessario modificare il provvedimento prevedendo, in particolare, che la professione sia incompatibile con le sole attività che effettivamente comportino un conflitto di interessi con lo svolgimento della professione o ne compromettano l'autonomia, l'indipendenza e la libertà. Ciò al fine di eliminare un ostacolo allo sviluppo della professione e alla possibilità per gli avvocati di ampliare il campo delle loro attività; fatto che rappresenta uno dei fattori di progressiva erosione degli ambiti professionali, pone gli avvocati in situazioni di svantaggio competitivo rispetto ad altri professionisti e attori presenti sul mercato e stride con il diritto costituzionale alla libertà di iniziativa economica e con i principi del diritto dell'Unione europea in termini di servizi.
Interveniamo anche sui temi non secondari del tirocinio, dello svolgimento della pratica e dell'esame di abilitazione. Prevediamo che il tirocinante abbia diritto non solo al rimborso delle spese, ma anche a un compenso commisurato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto.
In riferimento all'esame di abilitazione, riteniamo opportuno che si svolga mediante l'espletamento di una sola prova scritta e che vengano ampliate le materie oggetto di prova orale. Il pacchetto degli emendamenti si chiude con un articolo aggiuntivo, nel quale prevediamo una delega al Governo per il riassetto formale e sostanziale del percorso di studi nelle materie giuridiche, prospettando un corso di laurea triennale di primo livello, necessario per l'accesso ai concorsi della pubblica amministrazione e un ulteriore successivo corso di laurea biennale, di secondo livello, necessario per l'accesso alle libere professioni legali. La di tale proposta è del tutto evidente, essendo palese la diversità di percorso professionale e, quindi, l'opportunità di fornire a ciascuno gli strumenti formativi dei quali effettivamente necessita. Ci riserviamo, ovviamente, di illustrare nello specifico gli emendamenti che abbiamo portato all'attenzione dell'Aula, confidando nel loro accoglimento, affinché il provvedimento in esame possa essere qualificato come una vera riforma sostanziale dell'ordinamento forense .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sempre sul complesso degli emendamenti, l'onorevole Gianassi. Aspetti, collega Gianassi. Colleghi, c'è veramente troppo rumore. Io non riuscivo a sentire il collega Perantoni, non l'ho voluto interrompere, ma, se restate in Aula, dovete restare in silenzio e, magari, non dare le spalle alla Presidenza. Anche lassù, deputato Colucci. Colleghi… deputato Colucci. Colleghi, se riusciamo a stare in silenzio, è un po' più ordinato. Prego, collega Gianassi.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Grazie Presidente. Intervengo sul complesso degli emendamenti. Il gruppo del Partito Democratico conviene che sia necessario adottare una modifica legislativa in relazione alla legge che orienta la professione forense. Abbiamo dunque condiviso l'esigenza e, pertanto, abbiamo dato piena disponibilità nei lavori parlamentari a contribuire al miglior risultato possibile.
Abbiamo fin da subito criticato lo strumento utilizzato dalla maggioranza e dal Governo, cioè quello del disegno di legge delega al Governo, perché è lo strumento normativo che limita, tra i vari possibili, l'attività parlamentare. È una materia complessa, una materia su cui il Parlamento deve esprimersi pienamente, su cui le forze parlamentari sono chiamate ad esprimersi. Dunque, è un errore bypassarle con l'attribuzione della potestà legislativa al Governo. Tuttavia, pur avendo contestato lo strumento utilizzato, ribadisco che non solo non abbiamo rifiutato di partecipare attivamente ai lavori, ma ci siamo messi a disposizione per contribuire al miglior risultato possibile.
Tale attività è stata svolta dalla nostra forza politica nei lavori della Commissione, all'interno della quale abbiamo presentato emendamenti che sono stati il frutto anche dell'imponente ciclo di audizioni che è stato svolto; un ciclo di audizioni largo, con interlocutori diversificati, ma competenti, che hanno offerto uno spaccato interessante e utile. Eventuali diverse sensibilità non rappresentavano un pericolo al lavoro del Parlamento, ma un'opportunità per l'esercizio più puntuale del potere legislativo. Dunque, rivendichiamo il lavoro che abbiamo chiesto che fosse svolto e che, poi, è stato svolto. Certamente, nel contenuto della proposta vi sono aspetti positivi, che raccolgono istanze provenienti dall'avvocatura, non solo, per l'appunto, l'esigenza di modernizzare gli strumenti legislativi che regolano la professione dell'avvocatura, ma anche interventi specifici, che vanno nella giusta direzione, per rendere più contemporanea la cornice entro la quale l'avvocatura opera.
È passato molto tempo dalla precedente riforma, il mondo è cambiato e anche il mondo dell'avvocatura subisce le novità che nella società e nel Paese si sono sviluppate. Tuttavia, restano dei limiti all'interno di questo provvedimento che con l'attività emendativa che presentiamo in Aula noi proviamo a correggere, o dei vuoti che proviamo a colmare. Le novità nella società sono straordinarie, forse impensabili, ed è difficile immaginare che, modernizzando alcuni strumenti, per ciò soltanto, si riesca a consentire all'avvocatura di avere un futuro radioso. È in difficoltà la democrazia e l'avvocatura è un presidio della democrazia. Vi è un'evoluzione tecnologica che sta sconvolgendo il mondo del lavoro e, dunque, anche l'avvocatura. Pensiamo al tema dell'intelligenza artificiale non adeguatamente disciplinato in questo intervento normativo.
Dunque, per colmare questi vuoti, ci proponiamo di intervenire con emendamenti che chiediamo all'Aula di valutare in modo laico e aperto proprio per non privare il Parlamento del confronto e del dibattito. Vi è già il limite della legge delega che attribuisce il potere normativo al Governo: non possiamo permetterci altri errori o sbavature che condizionino, limitando al ribasso, lo spazio di cui dispone il Parlamento. Con i nostri emendamenti, ad esempio, abbiamo proposto di arricchire il testo normativo richiamando il ruolo dell'avvocatura non solo come presidio necessario per il rispetto dei principi costituzionali, ma anche della normativa europea, dei trattati internazionali che entrano nel nostro ordinamento e rispetto ai quali il ruolo dell'avvocatura è fondamentale, soprattutto in una fase storica di grande crisi, soprattutto del diritto internazionale.
Abbiamo proposto di intervenire, con i nostri emendamenti, per affrontare in modo più deciso il tema della monocommittenza. È un grande tema, difficile e complesso, al quale non si può pensare di offrire risposte semplicistiche, ma non è nemmeno possibile non affrontarlo. Con la nostra iniziativa chiediamo di valutare un rafforzamento degli strumenti di tutela dell'avvocato monocommittente in materia di tutela sociale, di tutela reddituale, ammettendo anche la possibilità, la facoltà, di istituire diverse tipologie di rapporto, quello di collaborazione professionale autonoma ed eventualmente quello di lavoro subordinato. Sono aspetti che, se previsti nella delega, consentirebbero al Governo di effettuare un'ulteriore valutazione prima dell'adozione degli schemi di decreto che, poi, torneranno alle Camere.
Abbiamo, poi, ritenuto opportuno l'innovazione del tema del regime delle incompatibilità: vi sono dei retaggi storici che meritano di essere superati. Oggi, infatti, un avvocato non può essere chiamato a svolgere il ruolo di amministratore delegato all'interno di un consiglio d'amministrazione. Chiunque abbia svolto l'attività in una giunta comunale o abbia avuto la delega alle partecipazioni societarie dei comuni sa che un comune, quando è proprietario di quote societarie e può determinare le scelte dei consigli di amministrazione, può consentire, attraverso l'assemblea dei soci, di nominare un qualunque professionista nel ruolo di amministratore delegato, ma non un avvocato. Sono limitazioni che nascevano da valutazioni del passato, ma che meritano oggi di essere corrette, riviste, perché quel contributo che l'avvocatura può svolgere anche all'interno di quei consessi è sicuramente positivo nell'interesse, in quel caso, della società e, dunque, anche dei suoi azionisti, senza che ciò comprometta la libertà e l'indipendenza dell'avvocatura. Proponiamo alcuni correttivi in relazione a questi aspetti.
Sosteniamo anche l'esigenza, attraverso gli emendamenti, di rafforzare la partecipazione dell'avvocatura all'organizzazione giudiziaria. Questo è un punto molto importante. Noi abbiamo contestato molto duramente la filosofia che ispirava la scelta della riforma costituzionale voluta dalla maggioranza in materia di separazione delle magistrature, perché era orientata alla separatezza dei poteri, all'allontanamento dei poteri, alla contrapposizione dei poteri; noi, al contrario, pensiamo che servano modelli ibridi. Dunque, è necessario aumentare il ruolo e il peso dell'avvocatura dentro l'esercizio della giurisdizione. Ci sono già esempi molto positivi nei territori, ma la normativa può rappresentare una cornice migliore, favorendo la maggiore presenza dell'avvocatura nell'organizzazione giudiziaria.
Così come suggeriamo di valutare interventi modificativi in relazione alle tempistiche di insediamento dei nuovi consigli dell'Ordine a seguito delle elezioni e chiediamo alla maggioranza e anche al Governo di valutare l'esigenza di prevedere normative transitorie che qui non sono previste. È difficile immaginare, quand'anche la delega fosse esercitata nei tempi prefissati dei 6 mesi, considerando l'ulteriore passaggio al Senato, che tutto ciò possa avvenire in tempi compatibili con le esigenze temporali, ad esempio, dell'elezione dei nuovi consigli dell'Ordine degli avvocati. È, dunque, necessario valutare una norma transitoria o, comunque, interventi che mettano in sicurezza il libero esercizio delle elezioni democratiche. Così come sulle modalità di voto è stata superata la proposta originaria del Consiglio nazionale forense, anche della maggioranza e del Governo, con un nuovo meccanismo di voto.
Attenzione che questo non sfavorisca, ad esempio, la partecipazione dei giovani. Proponiamo di valutare il recupero della proposta originaria, così come di introdurre la possibilità di utilizzare le semplificazioni tecnologiche che hanno dimostrato di funzionare. È sbagliato adottare passaggi indietro.
Poi vi è il tema, senza dubbio spinoso, della previsione dei tre mandati di tre anni, che supera il limite dei due mandati. È un tema che riguarda certamente non solo le istituzioni e l'avvocatura, ma anche la politica. Ne abbiamo dibattuto molto spesso. Qui il Governo va in controtendenza rispetto a scelte che, ad esempio, aveva fatto o difeso sul tema dell'elezione degli organi politici. Riteniamo più ragionevole la nostra proposta dei due mandati per quattro anni. In ogni caso, immagino anche su questo occorra intervenire con azioni specifiche che chiariscano che l'applicazione della nuova normativa non può cumularsi con i mandati già svolti o in corso di svolgimento. Comunque, c'è un vuoto normativo che merita di essere colmato anche per evitare ricorsi che vi sarebbero, in assenza di chiarezza della normativa.
Dunque, come possono constatare il Sottosegretario e il Governo, si tratta di un intervento collaborativo che mira a correggere alcune storture e a colmare alcuni vuoti per consentire che questo passaggio normativo così delicato non si riveli poi inadeguato rispetto agli obiettivi. Il mondo cambia molto velocemente e la normativa deve essere in grado di interpretare questo rapido cambiamento e quando c'è l'occasione parlamentare, perdere l'occasione sarebbe un grave peccato .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sempre sul complesso degli emendamenti, il deputato Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Come Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo presentato pochi emendamenti chirurgici, anche perché il nostro giudizio complessivo sul DDL di riforma forense è positivo. Il parere è già stato espresso nel Comitato dei nove rispetto a questi emendamenti. È un parere contrario, ma speriamo che possa essere rivisto, perché abbiamo il dovere come opposizione di dare voce a quelle istanze che in questo momento non trovano ospitalità all'interno del DDL.
Ad ogni modo, così come già avevo fatto nei lavori in Commissione giustizia, di fatto, ci siamo concentrati quasi esclusivamente sull'accesso alla professione, tant'è vero che era abbinato al DDL governativo anche l'atto Camera n. 2633 a mia firma. Però, sempre con riferimento all'accesso alla professione, quindi con particolare riferimento all'esame di Stato, in questa sede ripresento due temi con due emendamenti finalizzati a dare maggiore chiarezza a chi deve sostenere l'esame con riferimento sia alla prova scritta sia alla prova orale. In particolare, chiediamo che possa essere indicato tassativamente un elenco dei codici - i famosi codici annotati con la giurisprudenza - che possono essere utilizzati in sede di prove scritte, in modo che si eviti quella confusione che, purtroppo, si verifica ogni anno. Quest'anno è avvenuto a Roma, ma non accade solo a Roma. Molti candidati hanno già acquistato i loro codici (quindi, annotati con la giurisprudenza); si presentano in sede di esame e in quel momento la Commissione li verifica - questo correttamente - in anticipo. In realtà, le Commissioni in alcuni casi ammettono i codici e in altri non li ammettono, perché ritengono non siano esclusivamente annotati con la giurisprudenza, ma anche commentati.
Tuttavia cosa comporta questo? Anzitutto confusione e dispendio economico. Chiaramente pensiamo alla parte anche economica per chi è praticante avvocato e che non riceve - ahimè - nemmeno un compenso. Acquistano codici da decine e decine di euro e poi vedono che i codici non sono autorizzati per l'utilizzo a poche ore dall'inizio dell'esame. Capite anche l'aspetto emotivo di chi deve sostenere un esame di Stato per accedere alla professione. Vi è tutto il carico emotivo.
Quindi, la richiesta è proprio quella di poter predisporre - chiaramente questo lo deve fare il Ministero in accordo anche con le case editrici - un elenco tassativo, in modo che non ci sia più la discrezionalità di dire “questo sì, questo no”, ma che in tutte le corti d'appello, per tutte le commissioni e le sottocommissioni, gli stessi codici possono essere autorizzati o non autorizzati con la massima trasparenza e chiarezza.
Altro elemento - per molti colleghi presenti in Aula, che, come me, hanno sostenuto l'esame da avvocato qualche anno fa, così già avveniva e non si comprende come mai questa prassi si sia persa nel corso del tempo - è il fatto che già in occasione dello svolgimento della prova scritta dell'esame possa essere estratta la lettera con la quale inizieranno le prove orali. Anche qui sono piccoli accorgimenti, ma che, per chi deve sostenere una prova così importante, fanno sostanza, come sapere indicativamente anche il periodo, perché le prove e gli impegni sono tanti. Nel frattempo, giustamente, anche il praticante avvocato va avanti a svolgere la sua attività, magari, nello studio del , dove già si trovava. Quindi, chiaramente, tutto questo agevola - non semplifica - lo svolgimento e l'organizzazione stessa da parte dei praticanti che devono sostenere l'esame.
Ci riproviamo anche con l'emendamento che ripristina una sola prova scritta, cioè l'atto giudiziario in luogo delle due prove scritte, come invece, purtroppo, prevede il DDL. So che su questo ci sono state ampie interlocuzioni. Il testo originario, che ci arrivò circa un anno fa dal Consiglio nazionale forense, prevedeva, infatti, una sola prova scritta, come ripresentiamo in questo emendamento, ma di questo abbiamo già discusso in Commissione e sappiamo che questo è anche il frutto di una trattativa tra il Governo e l'avvocatura stessa.
Ultimo tema che pongo con gli emendamenti riguarda più che l'accesso alla professione la politica forense, laddove si va a incidere sulla composizione del consiglio nazionale forense e, in particolare, sulla composizione numerica dei consiglieri, là dove deve esserci una rappresentanza per ciascun distretto di corte d'appello. Nei lavori in Commissione è stata apportata una modifica, a nostro parere, insufficiente e ve lo spiego con numeri alla mano, giusto per far comprendere come in realtà sia solo una questione di politica forense, di dinamiche e di pesi all'interno dell'avvocatura stessa.
Considerate che con questa formulazione, Roma - non l'intero distretto, ma solo il consiglio dell'ordine degli avvocati di Roma - ha 26.400 iscritti e con questa formulazione avrebbe al massimo un rappresentante nel consiglio nazionale forense, mentre la Sicilia con meno iscritti ne avrebbe quattro. Capite che qui è questione proprio di pesi e contrappesi, anche con riferimento al numero di iscritti? A nostro parere, con questo emendamento si potrebbe consentire di avere almeno una rappresentanza o almeno due rappresentanti per questi consigli dell'ordine degli avvocati che, invece, hanno un numero di avvocati veramente considerevole. Quindi, capite che Roma, che ha più iscritti dell'intera Sicilia, ne avrebbe uno, a fronte dei quattro della Sicilia. Insomma, sono questioni di politica forense. Però, anche questi incidono quando si va a valutare nell'insieme il disegno di legge.
Concludo con il tema della sessione d'esame 2026. Questo non è stato possibile prevederlo tramite gli emendamenti, ma lo tratteremo successivamente nel corso della discussione sugli ordini del giorno. Quindi, spero che nella discussione in Aula, del DDL, il Governo faccia chiarezza sul tema ancora aperto della sessione d'esame 2026. Ripeto che non è una cosa che confluisce in questo DDL che, chiaramente, con i decreti attuativi entrerà in vigore non in tempo per questa sessione 2026, ma, come sapete, fra poche settimane, dovrà uscire il bando per la nuova sessione 2026 e a oggi non è ancora chiaro quali saranno le modalità e soprattutto il numero delle prove. Quindi, da questo punto di vista, vorrei che il Governo facesse chiarezza oggi nei lavori qui, in Aula, rispetto a come si svolgerà la sessione 2026 fra pochi mesi .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire sul complesso degli emendamenti, invito i relatori e il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sugli emendamenti e sugli articoli aggiuntivi riferiti agli articoli del disegno di legge segnalati per la votazione.
CIRO MASCHIO, Grazie, Presidente. Il parere sugli emendamenti è di invito al ritiro o parere contrario.
FRANCESCO PAOLO SISTO,. Parere conforme al relatore.
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 1.1 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.2 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.2 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'articolo 1. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 2.1 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.1 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.2 Gianassi. Ha chiesto di parlare il deputato Lacarra. Ne ha facoltà.
MARCO LACARRA(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. L'emendamento che illustro propone di inserire tra i principi generali dell'ordinamento forense un criterio che, a prima vista, potrebbe sembrare ovvio, ma che ovvio non è: il rispetto dei principi di libera concorrenza e di libertà di iniziativa economica, nonché il diritto di ogni avvocato di scegliere liberamente la forma in cui esercitare la professione e di svolgere più attività professionali congiuntamente.
Perché proponiamo di esplicitare un principio del genere in una legge delega sulla professione forense? La risposta è semplice: perché una delega legislativa vincola il Governo nell'esercizio della sua potestà normativa, e ciò che non è scritto può essere omesso, aggirato o semplicemente trascurato. Noi non vogliamo che questo accada.
L'avvocatura italiana attraversa una fase di profonda trasformazione - lo abbiamo detto in sede di discussione generale e lo ribadiamo oggi -, il mercato dei servizi legali è cambiato radicalmente negli ultimi vent'anni. Sono cambiate le forme di aggregazione professionale, le modalità di accesso alla clientela e le tecnologie di produzione del lavoro intellettuale. In questo contesto, affermare che l'ordinamento forense debba essere conforme ai principi di libera concorrenza non è un cedimento a una visione mercantilistica della professione, è esattamente il contrario: è garantire che nessuna norma attuativa possa essere scritta in modo da favorire posizioni di rendita, da cristallizzare assetti di mercato già esistenti o da impedire ai professionisti più giovani e meno strutturati di accedere a forme organizzative innovative.
Il tema della libertà di forma vi è strettamente connesso. Il testo base della delega disciplina le forme collettive di esercizio della professione - associazioni, reti e società tra avvocati - con un grado di dettaglio significativo, ma rischia di farlo in modo prescrittivo, senza riservare una sufficiente attenzione al diritto del singolo avvocato di scegliere liberamente la propria forma di esercizio.
L'emendamento vuole colmare questa lacuna. Ogni avvocato deve restare libero di esercitare individualmente, di associarsi, di partecipare a strutture multidisciplinari e di cumulare attività professionali diverse, naturalmente nel rispetto delle incompatibilità che la legge prevede, ma senza ulteriori vincoli non giustificati da esigenze di tutela dell'utente o di corretta amministrazione della giustizia.
È una questione che riguarda in modo particolare i professionisti più giovani. L'avvocatura è attrattiva se è aperta, se consente percorsi diversi, se non imbriglia in un unico modello di esercizio. Abbiamo ascoltato durante le audizioni giovani avvocati che chiedono flessibilità, la possibilità di affiancare all'attività forense consulenze in altri ambiti, di lavorare in strutture ibride e di costruire percorsi professionali non lineari. Questa esigenza va presa sul serio, e va presa sul serio proprio in questa delega, perché è qui che si fissano i principi che vincoleranno i decreti attuativi.
C'è un profilo di compatibilità con il diritto europeo che vale la pena di richiamare. La XIV Commissione ha espresso parere favorevole sul testo, rilevando che la riserva di attività agli avvocati è compatibile con la direttiva Bolkestein. Ma la stessa direttiva, e più in generale il diritto dell'Unione in materia di servizi e concorrenza, impone che le restrizioni all'accesso e all'esercizio delle professioni siano proporzionate, non discriminatorie e giustificate da ragioni di interesse generale. Un ordinamento forense che riconosca espressamente il principio di libera concorrenza si mette in sicurezza rispetto a questo rischio.
Il nostro emendamento non indebolisce la tutela degli utenti, non tocca le riserve di attività e non modifica la disciplina deontologica. Si limita a denunciare un principio ordinatore che dovrebbe guidare tutto il lavoro del legislatore delegato: la libertà è la regola, le restrizioni sono l'eccezione e devono essere giustificate.
Se siamo davvero convinti che l'avvocatura sia un presidio costituzionale - e lo siamo -, allora dobbiamo essere altrettanto convinti che questo presidio si rafforza non chiudendosi, ma aprendosi, garantendo ai cittadini una pluralità di forme attraverso cui accedere alla tutela dei propri diritti.
Per queste ragioni chiediamo all'Aula di approvare questo emendamento, che non è un emendamento di bandiera, ma un contributo tecnico e politico al miglioramento di un testo che vogliamo buono, perché la riforma dell'avvocatura merita una delega all'altezza delle sfide del tempo presente .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.2 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.3 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.3 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.4 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.4 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.5 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.5 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.6 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.6 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.7 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.7 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.8 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.8 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.10 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.10 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.11 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.11 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.12 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.12 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.13 Serracchiani. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.13 Serracchiani, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.14 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.14 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.15 Gianassi.
Ha chiesto di parlare il collega Lacarra. Ne ha facoltà.
MARCO LACARRA(PD-IDP). Grazie, Presidente. L'emendamento 2.15 Gianassi interviene su una delle questioni più delicate e socialmente urgenti che questa riforma è chiamata ad affrontare: la condizione degli avvocati che esercitano la propria professione in via continuativa e prevalente in favore di un unico committente, la cosiddetta monocommittenza.
Permettetemi di partire da un dato di realtà. Nella professione forense italiana esiste una fascia molto ampia di professionisti che lavorano stabilmente per un solo studio, per una sola società o per un solo ente, percependo un compenso che spesso non riflette la quantità né la qualità della prestazione resa. Privi di tutele previdenziali adeguate, esposti al rischio di recesso senza preavviso, senza garanzie in caso di malattia o maternità e senza un orizzonte di stabilità professionale. Questa condizione è diffusissima tra i giovani avvocati e, in misura crescente, anche tra professionisti di esperienza che hanno scelto o sono stati costretti a scegliere percorsi di collaborazione strutturata con un unico committente.
Il testo base della delega, alla lettera , riconosce l'esigenza di disciplinare organicamente questa fattispecie, il che è già un passo avanti rispetto alla normativa vigente. Tuttavia la formulazione approvata in Commissione è ancora insufficiente, perché si limita a prevedere una generica disciplina organica della monocommittenza, senza garantire all'avvocato la facoltà di scegliere la qualificazione giuridica del proprio rapporto di lavoro e senza garantire tutele concrete e verificabili.
Il nostro emendamento propone un modello diverso, più articolato e più rispettoso dell'autonomia del professionista. Prevede che l'avvocato in monocommittenza possa scegliere tra due opzioni: un rapporto di lavoro subordinato, con piena applicazione della disciplina lavoristica vigente e con regolazione del trattamento fiscale previdenziale attraverso decreti ministeriali adottati sentiti il Consiglio nazionale forense e la Cassa forense, oppure un rapporto di collaborazione professionale autonoma, espressamente esclusa dall'ambito del lavoro subordinato, ma disciplinata in modo da garantire tutele effettive, come compenso periodico proporzionato e non inferiore a parametri minimi, rimborso spese, preavviso in caso di recesso, ripartizione degli oneri previdenziali, maggiorazione del compenso in caso di clausola esclusiva, tutela in caso di gravidanza, malattia e infortunio.
Questa impostazione ha una logica precisa. Il problema della monocommittenza non si risolve fingendo che si tratti sempre di una forma di collaborazione autonoma, equiparabile a qualsiasi altro incarico professionale. Quando la collaborazione è continuativa, prevalente e nei confronti di un unico soggetto, la dipendenza economica è reale, anche se formalmente non c'è un contratto di lavoro subordinato.
Il nostro ordinamento, anche per il diritto europeo in materia di lavoro, che la stessa lettera del testo base richiama espressamente, deve fare i conti con questa realtà. La scelta tra lavoro subordinato e collaborazione autonoma non deve essere imposta dall'alto, ma deve restare nella disponibilità del professionista. È una scelta di libertà che questa riforma deve garantire, e qualunque sia la scelta, le tutele devono essere reali: non mere enunciazioni di principio, ma norme cogenti che il legislatore delegato sia tenuto a tradurre in disposizioni precise e applicabili.
C'è un profilo previdenziale che non possiamo ignorare. L'avvocatura è una delle professioni con il più alto tasso di precarietà previdenziale tra i giovani. Moltissimi avvocati che lavorano in monocommittenza versano contributi insufficienti, accumulano posizioni previdenziali frammentate e rischiano di arrivare alla pensione con trattamenti del tutto inadeguati. Disciplinare la ripartizione degli oneri previdenziali tra committente e collaboratore non è un dettaglio tecnico, è una misura di giustizia sociale che questa riforma non può permettersi di ignorare.
Chiediamo all'Aula di approvare l'emendamento 2.15 Gianassi, perché una riforma dell'avvocatura che non risolve il problema della monocommittenza è una riforma incompleta. E una riforma incompleta su un tema così urgente sarebbe peggio di nessuna riforma, perché rischierebbe di cristallizzare per altri anni uno stato di cose inaccettabile .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.15 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.16 D'Orso.
Ha chiesto di parlare la collega D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Stiamo affrontando il tema dell'avvocato collaboratore in regime di monocommittenza. Questo è un tema che al MoVimento 5 Stelle sta molto a cuore sin dalla scorsa legislatura. Ricordo a me stessa, infatti, che già nella scorsa legislatura abbiamo depositato una proposta di legge, a mia prima firma, che andava a recepire la mozione unitaria n. 141, di iniziativa dell'Associazione italiana giovani avvocati, sul tema, approvata al Congresso nazionale forense nel 2018.
Peraltro, il contenuto di quella storica mozione è stato sostanzialmente ribadito e riproposto, con ulteriori mozioni, al Congresso nazionale forense del 2022 e a quello di dicembre 2025. E attenzione, perché la mozione presentata al congresso del 2025, sempre ad iniziativa dell'Associazione italiana giovani avvocati, è particolarmente significativa, perché, in premessa, rileva sostanzialmente l'assoluta insufficienza delle previsioni contenute nella legge delega all'esame quest'oggi, in quest'Aula.
Quindi, con questo emendamento, noi cerchiamo di dare sostanza, di dare contenuto a quella che, al momento, è una sorta di delega in bianco contenuta in questa legge delega. Meglio ancora, una scatola vuota. Infatti c'è una mera dichiarazione di principio, non c'è declinato alcunché rispetto alle tutele che finalmente noi auspicheremmo siano introdotte. Lo volevamo vedere scritto nero su bianco già da questa fase, perché non ci fidiamo di cosa può accadere nelle stanze ministeriali, e allora vi abbiamo proposto un emendamento in cui mettiamo nero su bianco che cosa? Che il contratto di collaborazione professionale tra il collaboratore monocommittente e il committente sia stipulato in forma scritta a pena di nullità e contenga i seguenti elementi: la durata, determinata o determinabile, del rapporto di collaborazione, il compenso, i criteri per la sua determinazione, i tempi e le modalità di pagamento del compenso, la disciplina del rimborso spese, il periodo di prova, la disciplina del recesso; e poi, ancora, soprattutto quello che più ci preme: la tutela nei casi di maternità, adozione, malattia e infortunio del collaboratore monocommittente, con indisponibilità continuativa per un periodo non superiore a 180 giorni, prevedendo che il rapporto venga meramente sospeso durante questo periodo e riprenda il suo corso alla fine del periodo.
Vedete, tutto questo era necessario perché, come è stato detto da chi mi ha preceduto, il regime di monocommittenza è un regime in cui, soprattutto, c'è una particolare platea di soggetti dell'avvocatura: le donne, perché è un regime che consente di conciliare meglio i tempi di lavoro con i tempi di cura che gravano ancora sulle donne avvocate, e i giovani, perché i giovani, all'inizio della carriera, non possono in alcun modo permettersi di affrontare i costi di gestione di uno studio legale, che sono ormai divenuti proibitivi. E, allora, il modo più semplice, la modalità di esercizio della professione divenuta più frequente è quella di essere un collaboratore in regime di monocommittenza. Di solito si rimane presso lo studio del , cioè di colui che ti ha formato nella tua preparazione, nel tuo periodo di tirocinio. È la cosa veramente lineare che accade, ne abbiamo fatto esperienza, credo, un po' tutti.
Ebbene, non recependo questo emendamento e lasciando tutto veramente all'oscuro, non state dando alcun tipo di rassicurazione a questi soggetti, a queste categorie: donne avvocate, quindi le colleghe avvocate, e tutti i giovani avvocati. State sbattendo in faccia loro la porta, potremmo dire così. E allora il punto è questo: il punto è che avevate un'occasione per difendere i soggetti più deboli dell'avvocatura e non lo state facendo .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.16 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.18 Gianassi sul quale il parere della Commissione e del Governo è contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.18 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo agli identici emendamenti 2.19 D'Orso e 2.20 Gianassi. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Sarò breve perché rimaniamo nel tema della monocommittenza. Siete stati capaci persino di peggiorare il testo iniziale di questa legge delega perché siete andati a cassare, a eliminare il riferimento rispetto alla congruità del compenso che deve essere riconosciuto al collaboratore in regime di monocommittenza, il richiamo ai parametri stabiliti in via regolamentare. Era detto nel testo originario che comunque quel compenso non dovesse essere inferiore ai parametri stabiliti in via regolamentare, quindi comunque si dava un appiglio, una certezza. Ebbene, con un emendamento dei relatori, avete deliberatamente eliminato questo richiamo e quindi neanche più abbiamo certezze sulla congruità del compenso che verrà riconosciuto ai collaboratori in regime di monocommittenza. Quindi - ripeto - questa delega è assolutamente in bianco, annacquata e assolutamente insufficiente rispetto alle tutele che ci saremmo attesi .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti 2.19 D'Orso e 2.20 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.21 Gianassi. Ha chiesto di parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Grazie, Presidente. È uno dei nostri emendamenti finalizzati ad aumentare le tutele dell'avvocato nello svolgimento della sua attività. La lettera interessata che chiediamo di integrare riguarda le regole in materia di compenso dell'avvocato, che saranno definite poi dal Governo con i decreti attuativi; e, tra le varie regole, vogliamo inserire che, laddove vi è un rapporto continuativo, nel caso in cui si verifichi un'indisponibilità che può essere per maternità, gravidanza, paternità, malattia o infortunio - quindi una tutela di tipo sociale evidentemente - il rapporto non decada se questa interruzione non supera i 180 giorni. Stiamo parlando di un'attività che è priva di qualunque tipo di tutela, assicurazione sociale; nel momento in cui stiamo scrivendo le regole dell'avvocatura, inserire questi principi ai quali il Governo dovrà ispirarsi nell'attività di attuazione con il decreto, con vari decreti crediamo sia una scelta di buonsenso. Quindi, invitiamo l'Aula a raccogliere questa nostra proposta, insieme ad altre che abbiamo presentato sullo stesso tema che reputiamo di assoluto buonsenso, coerenti con l'attività che il nostro gruppo fa quotidianamente nei diversi settori del mondo delle professioni e dell'attività lavorativa, rispetto ai quali però troppo spesso il Governo e la maggioranza sono sordi.
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.21 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.22 D'Orso. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Con questo emendamento miriamo a sopperire a una grave lacuna che c'è nel testo, all'ennesima - ripeto - delega in bianco: il punto che riguarda l'istituzione dell'albo speciale per il patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori, ma, in particolare, i requisiti e le modalità di iscrizione al medesimo albo.
Vedete, nella legge n. 247 del 2012 era stata prevista una norma che non entrò mai in vigore perché, dal 2013 in poi - potremmo dire così -, è sempre stata prorogata l'entrata in vigore di quella norma. Quella norma prevedeva un esame di abilitazione per far sì che un avvocato potesse iscriversi nell'albo dei cosiddetti cassazionisti. Ebbene, non è entrata mai in vigore perché c'è stata parecchia agitazione da parte dell'avvocatura che quella norma in qualche modo ha rifiutato; quindi, non ha aderito alla soluzione del legislatore di introdurre un esame di abilitazione per le giurisdizioni superiori ed è rimasta così in vigore la norma previgente che prevede esclusivamente il requisito di anzianità dell'iscrizione all'albo, un requisito pari a 12 anni. Ebbene, con questa norma che voi state scrivendo, che lascia assolutamente indeterminati requisiti e modalità di iscrizione, avete gettato nel panico - perché di questo si tratta - tutta l'avvocatura praticamente, tutti coloro che soprattutto in questo momento storico, in cui c'è tra l'altro una lacuna normativa… perché per la prima volta nel Milleproroghe non avete prorogato, quindi differito l'entrata in vigore della famosa norma mai applicata della legge n. 247 del 2012 e avete quindi lasciato in sospeso tutti coloro che matureranno oggi i requisiti - secondo sempre il criterio della mera anzianità - per diventare cassazionisti. Ma soprattutto state lasciando in sospeso quelli che matureranno dall'anno prossimo in poi il requisito di anzianità, perché non state dicendo nero su bianco qual è l'intendimento. Cioè il Governo che intenzioni ha? Cosa metterà come requisito, come modalità di iscrizione all'albo dei cassazionisti? Si aggancerà a quella norma odiata - potremmo dire così, tanto che non è mai entrata in vigore - che prevedeva l'esame di abilitazione al patrocinio davanti alle giurisdizioni superiori oppure manterrà il requisito della mera anzianità?
Noi vi diamo la direzione, noi vi diciamo: date contenuto e chiarite la posizione davanti all'avvocatura che è in agitazione. Mi consta inoltre che è stata inviata una lettera; una lettera sottoscritta da moltissimi avvocati che vi stanno implorando di dire una parola di chiarezza. Avete l'occasione per farlo perché nell'emendamento che porta la mia prima firma io dico di agganciare, quindi di richiedere come unico requisito l'anzianità di iscrizione, ma faccio un passo avanti per trovare un punto di caduta e vi dico non più 12 anni di iscrizione, quindi di anzianità, ma 15 anni. Sembra che sia un ottimo punto di caduta anche per coloro che vi hanno scritto perché stanno perorando in qualche modo l'approvazione di questo emendamento, per cui richiedo formalmente l'accantonamento per consentire al Governo un supplemento di riflessione .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.22 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.23 D'Orso. Ha chiesto di parlare l'onorevole Giuliano. Ne ha facoltà.
CARLA GIULIANO(M5S). Grazie, Presidente. Con questo emendamento tocchiamo il tema dell'incompatibilità dell'esercizio della professione di avvocato con altre attività. Ebbene, in tema di incompatibilità, purtroppo anche con questa legge delega non si è semplificato nulla e non si è liberalizzato nulla, a parte aver messo nero su bianco che l'attività di professionista della montagna è compatibile con l'esercizio dell'attività di avvocato. Ancora una volta siamo davanti a un'occasione persa. Con questo emendamento vi proponiamo, invece, di statuire che l'attività e l'esercizio della professione di avvocato siano compatibili anche con l'esercizio dell'attività di impresa, perché abbiamo attualizzato le incompatibilità rispetto al mercato attuale della professione di avvocato che diventa sempre più complessa; c'è una fuga da parte dei giovani avvocati e delle donne dall'esercizio della professione perché è un'attività che, purtroppo, è molto complessa, molto pesante e non è più remunerativa come in passato. E soprattutto, recependo le indicazioni di diverse associazioni che abbiamo ascoltato in audizione, vi abbiamo proposto di inserire una formulazione della disciplina delle incompatibilità molto più snella e molto più chiara: non solo sdoganando definitivamente la compatibilità tra la professione forense e l'attività di impresa, ma prevedendo anche una clausola aperta che possa valutare in concreto la sussistenza - appunto in concreto - di un conflitto di interessi tra l'attività che l'avvocato vorrebbe svolgere e l'attività professionale, di assistenza, di difesa e di consulenza legale.
Con ciò, tra l'altro, onerando l'avvocato dell'obbligo di segnalare un eventuale conflitto di interessi al consiglio dell'ordine, che potrà quindi prendere le decisioni più opportune. Una clausola più chiara, più snella, una clausola di chiusura, che possa valutare la sussistenza in concreto di un conflitto di interessi tra l'esercizio della professione e una qualsiasi altra attività che l'avvocato potrebbe dover svolgere, ci sembrava molto più confacente rispetto ai tempi moderni. Anche in questo caso avete fatto una scelta anacronistica e anche in questo caso avete mostrato ancora una volta di avere poco coraggio .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.23 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.24 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.24 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.25 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.25 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.26 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.26 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.27 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.27 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.28 Gianassi. Ha chiesto di parlare il collega Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Questo emendamento - lo abbiamo anticipato velocemente prima, sul complesso degli emendamenti - riguarda la parte in cui, nella norma, vengono disciplinati gli ordini degli avvocati e vengono indicate le attività che essi devono svolgere. Proponiamo di inserire un punto in più che consenta la partecipazione diretta e attiva all'organizzazione giudiziaria, secondo le modalità previste dalle norme primarie e secondarie dell'ordinamento giudiziario: questo per consentire anche ai consigli dell'ordine di essere parte attiva nella costruzione dell'organizzazione giudiziaria.
È una norma di buonsenso che, ripeto, supera la visione, che la maggioranza ha spesso manifestato, di una contrapposizione necessaria tra i soggetti della giurisdizione e consente di lavorare insieme. In alcuni territori questo avviene, ma non c'è una cornice che, in qualche modo, lo disciplini. E quindi, cogliendo l'occasione della riforma, prevedere anche un aumento di responsabilità e peso dei consigli dell'ordine degli avvocati all'interno dell'organizzazione dell'attività giudiziaria permette, io credo, a un protagonista della giurisdizione di esercitare un ruolo che è a tutto vantaggio dei cittadini
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.28 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.29 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.29 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.30 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.30 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.31 Perantoni. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.31 Perantoni, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.32 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.32 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.33 D'Orso. Ha chiesto di parlare la collega Giuliano. Ne ha facoltà.
CARLA GIULIANO(M5S). Grazie, Presidente. Anche questo è un emendamento per noi molto significativo, perché prevediamo, per l'elezione dei consiglieri all'interno dell'ordine circondariale, che possano essere candidati soltanto gli avvocati che, oltre ad avere alcuni requisiti già previsti nella delega, non abbiano riportato una condanna, anche non definitiva, non solo per reati contro l'amministrazione della giustizia, ma per reati dolosi che siano puniti con la pena non inferiore nel massimo a tre anni.
Visto che si tratta di reati molto gravi, tutti estremamente rilevanti, e visto che l'avvocato che si candida nei consigli circondariali - così come lo stesso emendamento lo abbiamo proposto anche per le elezioni del Consiglio nazionale forense - deve avere una condotta specchiata, noi riteniamo sia necessario prevedere una disciplina più stringente, che determini l'incandidabilità di quegli avvocati che abbiano riportato una condanna non definitiva per reati dolosi di una certa gravità, ossia quelli che abbiamo indicato nell'emendamento che sto discutendo .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.33 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.34 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.34 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.35 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.35 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.36 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.36 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.37 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.37 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.38 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.38 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.39 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.39 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.40 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.40 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.41 Dori. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.41 Dori, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.42 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.42 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.43 Perantoni. Ha chiesto di parlare il collega Perantoni. Ne ha facoltà.
MARIO PERANTONI(M5S). Grazie, Presidente. Si tratta di un emendamento che intenderebbe inserire la sezione giurisdizionale all'interno del Consiglio nazionale forense. Come ho detto poc'anzi nella discussione sul complesso degli emendamenti, era una previsione già inserita nella legge n. 247 del 2012, tanto è vero che la competenza disciplinare, che prima era dei consigli degli ordini territoriali, è stata estrapolata ed è stata affidata ai consigli distrettuali di disciplina.
Ora, è un'esigenza di carattere generale quella della terzietà del giudice e, come ho detto anche poc'anzi, sono abbastanza perplesso e stupito dal fatto che una maggioranza, un Governo e, soprattutto, un'istituzione, come quella del Consiglio nazionale forense, possa perseguire e proseguire in una commistione di funzioni senza che ci sia una netta separazione tra la funzione amministrativa e la funzione giudicante.
Direi che questo aspetto è fondamentale, se vogliamo parlare di una vera riforma del Consiglio nazionale forense, anche per un semplice ordine di motivi che poi illustrerò molto brevemente, in relazione a un altro emendamento.
Quindi, la separazione dei poteri è necessaria ed è tanto più necessaria all'interno del massimo organo rappresentativo dell'avvocatura che della separazione dei poteri ha sempre fatto una battaglia; come l'ha fatta - come dicevo poc'anzi - in sede referendaria, sostenendo e supportando l'iniziativa per una riforma costituzionale che prevedeva la separazione delle carriere dei magistrati proprio in forza del fatto che bisognava, sempre e comunque, garantire e rafforzare la terzietà del giudice.
Ora questa terzietà, evidentemente, non è necessaria. Non vale per casa nostra: cioè, a casa degli altri va bene, però a casa dell'avvocatura non va più bene. Questo, secondo me, è un grave che questa legge delega si porta avanti.
Io chiederei che si apra una riflessione sul punto perché, se noi vogliamo dare il buon esempio, lo dobbiamo dare in concreto, non possiamo andare in giro per le piazze a dire “il giudice deve essere terzo, i magistrati inquirenti influenzano i magistrati giudicanti e, quindi, si devono separare le carriere” e poi, a casa nostra, è tutto mischiato.
In sede di Commissione sono stati presentati diversi emendamenti che tendevano anche a diversificare l'elezione dei componenti della sezione amministrativa da quella giurisdizionale, però ci si è resi conto che probabilmente era un eccesso; ma prevedere la formazione di una sezione giurisdizionale all'interno stesso del Consiglio, senza prevedere particolari modalità di elezione, credo sia assolutamente opportuno.
Per cui chiedo che il Governo rifletta su questo punto e che eventualmente si accantoni l'emendamento per un maggiore approfondimento .
PRESIDENTE. Non ho capito, ha chiesto l'accantonamento, collega Perantoni? Sì.
Chiedo il parere del relatore.
PIETRO PITTALIS, . Parere contrario.
PRESIDENTE. Insiste per votare l'accantonamento? No.
Allora, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.43 Perantoni, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.44 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.44 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.45 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.45 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.46 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.46 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.47 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.47 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.48 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.48 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.49 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.49 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.50 D'Orso.
Ha chiesto di parlare la deputata Valentina D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Allora, con questo emendamento noi tentavamo di fare chiarezza sul ruolo, sulla natura e sulla funzione dell'Organismo congressuale forense. Dovete sapere - penso che non tutti in quest'Aula lo sappiano - che, oltre al Consiglio nazionale forense, che ha la rappresentanza istituzionale dell'avvocatura, legata quindi alle specifiche funzioni e prerogative che sono attribuite al Consiglio nazionale forense che sono funzioni regolamentari, funzioni amministrative, funzioni disciplinari, come ricordava il collega Perantoni, a fianco di questo organo, c'è anche il Congresso… l'Organismo congressuale forense, scusate il ma è corretto. L'Organismo congressuale forense, infatti, è l'organismo collegato al Congresso nazionale forense che si dovrebbe celebrare ogni due anni e che è l'assise massima dell'avvocatura tutta, dove sono rappresentate non solo l'avvocatura istituzionale, ma anche l'avvocatura associativa. Quindi, siedono al Congresso nazionale forense tutte le associazioni forensi maggiormente rappresentative. Guardate che l'Organismo è l'organo che ha la rappresentanza politica dell'avvocatura, e questo perché? Perché soltanto il Congresso nazionale forense e, quindi, l'Organismo congressuale forense, ha delle posizioni politiche attraverso le mozioni; le mozioni che vengono presentate e approvate al Congresso nazionale forense. Queste diventano la posizione politica dell'avvocatura tutta ed è, quindi, questo il motivo per cui è necessario perimetrare anche, consentitemi, un po' i ruoli tra il Consiglio nazionale forense e l'Organismo congressuale forense. Perché, ad esempio, è l'Organismo congressuale forense che dovrebbe essere l'interlocutore primo e privilegiato rispetto al legislatore, rispetto al Ministero della Giustizia, ad esempio. Ecco, l'interlocutore politico, perché legittimato politicamente ad esprimere e a rappresentare le posizioni dell'avvocatura sui temi della giustizia, è l'Organismo congressuale forense.
Noi, con questo emendamento, non facevamo altro che dare dignità a questo organismo che - dobbiamo ammetterlo, lo hanno detto i tanti auditi e anche tante associazioni che abbiamo ascoltato in Commissione giustizia -, in questo momento, è poco valorizzato; in qualche modo, soffre un po' della sovrapposizione del Consiglio nazionale forense. Dovremmo restituire a questo organismo dignità e autorevolezza.
Ecco, lo facevamo con questo emendamento, recependo, tra l'altro, quelli che erano stati i contributi di tutti gli intervenuti, possiamo bene dire così .
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.50 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge
Passiamo all'emendamento 2.51 D'Orso.
Ha chiesto di parlare la deputata Stefania Ascari. Ne ha facoltà.
STEFANIA ASCARI(M5S). Grazie, Presidente. La professione forense rappresenta, veramente, uno dei pilastri dello Stato di diritto, eppure esiste una contraddizione che non possiamo sicuramente più ignorare: migliaia di praticanti avvocati sostengono per anni il funzionamento quotidiano degli studi legali, svolgendo attività essenziale, assumendo responsabilità crescenti e investendo nella propria formazione, troppo spesso, però, senza ricevere un compenso adeguato o, in molti casi, senza alcun compenso.
Dietro questa situazione vi sono giovani professionisti che affrontano delle spese importanti: tasse universitarie, corsi di specializzazione, contributi, costi per l'accesso alla professione e, spesso, la necessità di mantenersi nelle grandi città dove svolgono la pratica fondamentale. Tutto questo genera, ovviamente, una selezione sociale, silenziosa e inaccettabile: chi può permettersi anni di lavoro sottopagato continua il percorso, chi non può spesso rinuncia.
Quindi, la formazione dei futuri avvocati è un elemento sicuramente essenziale per assicurare una giustizia efficiente e professionisti preparati. Tuttavia, dobbiamo interrogarci sulla sostenibilità del percorso che oggi viene richiesto ai praticanti, perché al periodo di pratica negli studi legali, come già detto, spesso caratterizzato da compensi insufficienti o addirittura assenti, si aggiungono ulteriori costi. Ed è qui che pongo l'attenzione con questo emendamento. Le scuole forensi svolgono certamente una funzione importante sotto il profilo della preparazione tecnica e dell'approfondimento professionale. Il punto, però, non è metterne in discussione l'utilità, ma evitare che diventino un ulteriore fattore di selezione economica.
Quando l'accesso a una professione dipende dalla capacità di sostenere costi aggiuntivi, frequentare corsi obbligatori e affrontare ulteriori sacrifici economici e personali, il rischio è che il criterio del merito venga sostituito dal criterio delle possibilità economiche. Rendere facoltative le scuole forensi significherebbe riconoscerne il valore formativo senza trasformarle, però, in un ulteriore obbligo per chi già sta affrontando un percorso complesso. Chi ritiene di trarne un arricchimento professionale potrebbe continuare a frequentarle, ma senza imporre un onere indistinto a tutti. La vera sfida delle istituzioni dovrebbe essere quella di alleggerire i percorsi di accesso alla professione e non di appesantirli ulteriormente. Dovremmo proprio lavorare per sostenere i praticanti attraverso contributi, attraverso incentivi, attraverso percorsi accessibili e strumenti di tutela, evitando di costruire delle barriere che rischiano di allontanare giovani capaci e motivati, perché una professione fondamentale per la tutela dei diritti non può diventare un percorso riservato a chi può permetterselo economicamente. La qualità della formazione deve essere garantita, ma l'uguaglianza delle opportunità deve essere difesa con la stessa determinazione .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.51 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.52 Dori. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.52 Dori, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.53 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.53 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.55 Gianassi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.55 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.56 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.56 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo agli identici emendamenti 2.57 D'Orso e 2.68 Dori. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Con questo emendamento miriamo a ripristinare quella che dal 2020 praticamente è diventata la modalità ordinaria - e pensavamo rimanesse modalità ordinaria - dell'esame di abilitazione forense, ovvero un'unica prova scritta che coincida con un atto giudiziario che però abbia la possibilità di svolgere, al suo interno, anche delle premesse riguardanti un po' il diritto sostanziale rispetto agli istituti che vengono esaminati e soprattutto che ci sia la scelta, appunto, tra le materie di diritto privato, diritto penale e diritto amministrativo per affrontare la prova scritta, questo anche nell'ottica di una maggiore specializzazione.
Da cosa nasce la necessità di questo emendamento? Nasce dal fatto che nella legge delega ci ritroviamo, invece, con un salto nel passato perché torniamo a ripristinare due prove scritte, quindi anche la prova del parere che era stata abbandonata perché, in realtà, non più frequentata, potremmo dire così, nei nostri studi legali. E quindi, piuttosto che proiettarci, torno a dire, nel futuro con un ammodernamento anche dell'esame di abilitazione, stiamo tornando di nuovo a guardarci indietro. Per cui questo è il motivo, anche sempre per rispettare l'affidamento di coloro che oggi stanno svolgendo il tirocinio e che tutto si sarebbero aspettati ma non di ritornare a modalità precedenti al 2020 nello svolgimento dell'esame di abilitazione.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Questa è l'ultima occasione che ha la maggioranza rispetto al tema del numero delle prove scritte per l'esame di Stato da avvocato. Io ricordo nuovamente come il Consiglio nazionale forense, circa un anno fa, inviò a tutti noi, deputati della Commissione giustizia e anche al presidente, un testo che poi doveva diventare, di fatto, il testo proposto dal Ministro Nordio, che prevedeva proprio una prova scritta. Poi però, evidentemente, altri tipi di dinamiche hanno portato a rialzare, purtroppo, a due prove scritte l'esame da avvocato, considerato che, oltretutto, è davvero uno sguardo verso il passato pensare di far svolgere la prova scritta sul parere.
Lo sappiamo benissimo, tutti gli avvocati lo sanno che, di fatto, il parere scritto negli studi legali è un'attività che non si svolge più. Qui ci è stato detto: ma altre professioni hanno più di una prova scritta, ma perché proprio gli avvocati dovrebbero averne una? Perché le altre professioni non hanno una scuola forense.
Allora delle due l'una: si decideva - non è stato fatto - di eliminare la scuola forense - e da questo punto di vista è stato già fatto un passo notevole in avanti e ringrazio il Vice Ministro che ha approvato il nostro emendamento, con il passaggio da 18 a 12 mesi della durata della scuola forense -, ma si tratta anche dell'unica professione che ha anche una scuola forense dove, oltretutto, sono previste delle prove intermedie e anche una prova finale vincolante, altrimenti non si ottiene l'accesso all'esame di Stato. Questo è l'ultimo tentativo che abbiamo per poter ritornare a una prova scritta, come chiedeva il Consiglio nazionale forense .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti 2.57 D'Orso e 2.68 Dori, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.58 Dori. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.58 Dori, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.59 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.59 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.60 Dori. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione… Lacarra? Sull'emendamento 2.60 Dori? No, su quello dopo. Dunque, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.60 Dori, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.61 Gianassi. Ha chiesto di parlare l'onorevole Lacarra. Ne ha facoltà.
MARCO LACARRA(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Questo emendamento è il più articolato fra quelli che ho illustrato finora, perché interviene su più aspetti della disciplina relativa al potere disciplinare sugli iscritti agli albi e ai registri.
È un emendamento che tocca una materia delicatissima, quella dei procedimenti disciplinari a carico degli avvocati, che incide direttamente sulla qualità dell'autoregolamentazione della professione e sulla credibilità dell'avvocatura agli occhi dei cittadini. Partiamo dalla modifica più visibile: la proposta di portare da triennale a quadriennale il mandato dei componenti dei Consigli distrettuali di disciplina, riducendo, contestualmente, il numero massimo di mandati consecutivi da tre a due, con la possibilità di un terzo mandato solo se uno dei due ha avuto durata inferiore a due anni. Non si tratta di una scelta arbitraria: tre anni sono un periodo molto breve per un organo giurisdizionale come il Consiglio distrettuale di disciplina, che gestisce procedimenti spesso complessi e di lunga durata. Il rischio concreto è che i componenti maturino esperienza e competenza proprio mentre stanno per concludere il mandato e che i procedimenti più delicati si trovino ad essere gestiti da soggetti appena insediati. Un mandato quadriennale garantisce maggiore continuità, maggiore competenza tecnica, migliore gestione dei carichi di lavoro. La riduzione del numero di mandati consecutivi, d'altra parte, serve ad evitare l'opposto: la cristallizzazione di poteri, la formazione di cerchie ristrette di soggetti che si perpetuano indefinitamente negli organi disciplinari. Quattro anni per due mandati sono otto anni complessivi: un orizzonte temporale sufficiente per contribuire in modo significativo al funzionamento dell'organo, senza trasformare la carica in una posizione di rendita istituzionale.
Il secondo nucleo di modifiche riguarda le procedure interne ai Consigli distrettuali. Il testo base affida all'adunanza plenaria l'assegnazione dei procedimenti alle sezioni giudicanti, secondo principi di automaticità, rotazione e trasparenza. La nostra proposta sposta questa competenza al presidente del Consiglio distrettuale, che provvede all'assegnazione secondo gli stessi principi. È una scelta che rafforza la responsabilità individuale nella gestione dell'organo, garantisce maggiore celerità nelle assegnazioni e semplifica il funzionamento interno, evitando che ogni assegnazione richieda la convocazione dell'adunanza plenaria.
Proponiamo, inoltre, di aggiungere, tra le competenze del consigliere istruttore, la facoltà di proporre alla sezione l'applicazione del richiamo verbale, oltre all'archiviazione, già nella fase istruttoria preliminare. E, specularmente, nella fase decisoria della sezione giudicante, proponiamo di prevedere espressamente la possibilità di applicare il richiamo verbale all'esito dell'istruzione dibattimentale. Sono modifiche che mirano a garantire una maggiore proporzionalità nelle risposte disciplinari, evitando che i comportamenti di minore gravità vengano necessariamente rinviati a una fase dibattimentale più onerosa per tutte le parti.
Un punto che consideriamo particolarmente importante è quello relativo ai regolamenti del Consiglio nazionale forense in materia disciplinare. L'emendamento propone di subordinare l'approvazione di questi regolamenti a una procedura più partecipata. Uno: acquisizione del parere della Cassa forense, dei consigli dell'ordine territoriali e delle associazioni forensi maggiormente rappresentative. Due: pubblicazione dei pareri sul sito del Consiglio nazionale forense. Tre: approvazione della proposta da parte di un'assemblea dei consigli dell'ordine appositamente convocata. È una misura di democrazia interna all'avvocatura. Un regolamento che disciplina il potere disciplinare deve godere della più ampia legittimazione possibile all'interno della categoria.
Proponiamo, infine, di sopprimere il numero 7), che introduce un rito semplificato con applicazione del richiamo verbale da parte dell'adunanza plenaria, senza però un contraddittorio pieno. Riteniamo che questa previsione presenti profili di criticità rispetto alle garanzie difensive dell'incolpato, che devono essere sempre assicurate, qualunque sia l'entità della sanzione che si intenda comminare.
MARCO LACARRA(PD-IDP). Sì, concludo, signora Presidente, un minuto ancora. L'ultima modifica riguarda la sospensione cautelare: proponiamo di estendere l'applicabilità della sospensione anche ai casi di condanna per reati commessi nell'esercizio dell'attività professionale, non soltanto ai reati propri del difensore previsti dal testo base. È una misura di tutela della credibilità dell'avvocatura e degli utenti che ad essa si rivolgono
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.61 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.62 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.62 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.63 D'Orso. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.63 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.64 Perantoni.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Perantoni. Ne ha facoltà. L'accendiamo? Come si diceva una volta. Accendiamo il microfono del collega Perantoni? Proviamo a cambiarlo, facciamo una cosa diversa. Vediamo un po'. No, si è acceso il suo adesso. Qui ci spiazzano, collega. Prego.
MARIO PERANTONI(M5S). Sto facendo molta strada. Grazie, Presidente. Siamo in tema di procedimenti disciplinari. Con questo emendamento interveniamo per chiedere due cose: la prima è quella di modificare il primo periodo del comma 1, lettera numero 3), sostituendo le parole: “cariche istituzionali”, con le parole: “la carica di consigliere di un ordine circondariale, di componente di un comitato pari opportunità, di componente di consiglio distrettuale di disciplina”, al fine di specificare la competenza del consiglio di disciplina viciniore, qualora i procedimenti disciplinari riguardino questa persona. Conseguentemente, però, noi chiediamo anche di abrogare il secondo periodo di questa parte della norma, che afferma: “L'azione disciplinare nei confronti dei consiglieri nazionali si svolge innanzi al Consiglio nazionale forense”.
Ora, Presidente, la giurisdizione domestica va benissimo, nessuno la mette in discussione, anche perché in tema di responsabilità disciplinare è necessario avere una serie di competenze tecniche che, al di fuori dell'ordine e degli ordini, non si hanno, però in questo modo noi, più che rafforzare una giurisdizione domestica, stiamo creando una giurisdizione, oserei dire, amicale. Infatti, non si vede per quale motivo i consiglieri nazionali appartenenti al Consiglio nazionale forense debbano essere sottoposti a procedimento disciplinare davanti al Consiglio nazionale forense. Sono degli avvocati, saranno degli avvocati iscritti a un albo e, come tutti gli altri, dovrebbero essere, a mio parere, giudicati, da un punto di vista disciplinare, dal Consiglio distrettuale competente. Anche perché in questo modo non solo, a mio parere, l'avvocatura fa una figura non proprio brillante, visto che già molti cittadini, molte persone non hanno ben chiaro il perché e le ragioni che giustificano la giurisdizione domestica, a maggior ragione nei confronti dei consiglieri nazionali che vengono sottoposti a procedimento e giudicati dallo stesso organo del quale fanno parte. Quindi, come dicevo, più che una giurisdizione domestica, appare una giurisdizione amicale.
In più, c'è nei confronti dei consiglieri nazionali forensi una perché, a differenza degli altri colleghi che dovessero essere sottoposti a procedimento disciplinare ed eventualmente ritenuti responsabili, ci sarebbe la possibilità di ricorrere a un secondo grado di merito, proprio davanti al Consiglio nazionale forense, mentre i consiglieri nazionali forensi potrebbero ricorrere esclusivamente, per motivi di legittimità, davanti alla Corte costituzionale, perdendo quindi un grado del giudizio.
Per questi motivi, quindi, credo che questa disposizione, questo inciso, questo secondo periodo della norma, che ho poc'anzi citato, debba essere soppresso, per questioni di equità, per questioni di giustizia, per questioni anche di carattere costituzionale, per rafforzare, per avere in tutte le sedi un giudice che sia effettivamente terzo nei confronti non solo di chi viene accusato, ma anche di chi viene sottoposto a giudizio
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.64 Perantoni, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.65 Perantoni. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.65 Perantoni, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.66 Giuliano. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.66 Giuliano, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 2.67 D'Orso. Ha chiesto di parlare la collega D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Allora, arriviamo a esaminare uno di quelli che sono stati i nodi di questa riforma. Parliamo dell'introduzione del terzo mandato consecutivo per le cariche istituzionali. Ci riferiamo ai consiglieri del Consiglio nazionale forense, ai consiglieri degli ordini circondariali e ai componenti dei consigli distrettuali di disciplina. Questa riforma introduce, appunto, per tutti loro una possibilità di un terzo mandato consecutivo. Attualmente, invece, c'è un tetto di due mandati, che è stato introdotto con la precedente riforma dell'ordinamento forense.
Dobbiamo dire che quella norma diede seguito ad un fitto contenzioso, che è arrivato, potremmo dire, a tutti i livelli e che, in qualche modo, è stato consolidato poi da un orientamento giurisprudenziale che aveva messo la parola fine, o si pensava avesse messo la parola fine, che prevedeva e stabiliva la legittimità e anche l'opportunità del tetto di due mandati consecutivi. Ribadisco, però, consecutivi, perché poi, con una pausa, in realtà ci si può tornare a candidare per ulteriori mandati. Ripeto: era stato messo, si sperava e si pensava, un punto rispetto all'enorme contenzioso che era nato da quella norma.
Oggi, però, andiamo nuovamente ad alimentare probabilmente ulteriore contenzioso, perché cambiamo di nuovo le regole in corsa e introduciamo un terzo mandato consecutivo, ma quello che è probabilmente più grave è che non inseriamo una disciplina transitoria, cioè non diciamo questa norma per chi debba valere. Vale per chi già in questo momento siede in queste cariche o varrà dalla prossima tornata elettorale in tutti gli organismi che abbiamo declinato?
Con questo emendamento a mia prima firma, una volta che sono stati bocciati tutti gli emendamenti che miravano a correggere e a riportare al limite dei due mandati consecutivi tutte le previsioni sparse nella riforma sulle varie cariche istituzionali, quindi una volta preso atto che c'è stata la bocciatura di quella possibilità, quindi del ripristino del tetto dei due mandati, ci siamo fatti carico di affrontare la disciplina transitoria, proprio per non dare la stura al contenzioso che ci sarà in assenza, quindi rimanendo la lacuna e rimanendo l'ambiguità nell'interpretazione e applicazione delle norme.
Dico sempre questo: ci saranno coloro che mireranno chiaramente ad applicare la norma già da subito, insomma, ai soggetti che già siedono in queste cariche, e ci saranno, invece, coloro che, proprio per alimentare un avvicendamento e una rotazione nelle cariche istituzionali, diranno che questa norma va applicata dalla prossima tornata elettorale. Quindi, è sicuro che ci troveremo davanti a un futuro contenzioso, se non ci prendiamo la responsabilità di dire una parola chiara in questo senso.
Noi vi stiamo dando la possibilità di farlo e anche questa volta di non gettare nella confusione e nella prevedibile agitazione l'avvocatura tutta, che poi dovrà ingolfare i tribunali a tutti i livelli per fare sciogliere un nodo che potevamo benissimo sciogliere in questa sede.
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 2.67 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo alla votazione dell'articolo 2. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 2.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
Passiamo all'articolo aggiuntivo 2.01 D'Orso. Ha chiesto di parlare la collega D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Allora, con questo articolo aggiuntivo noi vi sottoponiamo quello che pensavamo potesse essere in questa occasione il tema dei temi, su cui riflettere, interrogarci e magari avere anche un guizzo di coraggio in più, perché di innovazione si sarebbe trattato. Tra l'altro, rispettava anche la forma che tanto vi piace, che è quella della delega al Governo per la sua attuazione. Volevamo sollecitare un ripensamento e un riordino del percorso universitario in giurisprudenza per far svecchiare, intanto, anche sotto il profilo curriculare, quindi delle materie da affrontare in questo percorso.
Poi volevamo anche, in qualche modo, differenziare in due percorsi distinti anche quelle che sono le reali aspettative poi dell'utenza - passatemi il termine - degli studenti, perché ci sono sicuramente studenti e studentesse che mirano ad espletare concorsi pubblici per andare a trovare un impiego stabile nella pubblica amministrazione e, magari, c'è una platea un po' più ristretta che, invece, davvero vuole andare ad esercitare nella sua vita, perché poi quella è una vera e propria vocazione, una delle tre professioni legali, quindi notaio, avvocato e magistrato.
Ecco, noi prevedevamo due percorsi a due livelli: una laurea triennale per coloro che volessero ottenere un diploma che facesse da per i concorsi pubblici nella pubblica amministrazione e, invece, una laurea aggiuntiva biennale, quindi di secondo livello, per coloro che volessero abbracciare realmente le professioni, che, come sappiamo, sono professioni molto dure e molto faticose, che richiedono un incessante impegno anche proprio nello svolgimento per tutta la vita e un continuo approfondimento e studio.
Per fare questo ci vuole, senza ombra di dubbio, una delega al Governo, perché non solo il Ministero della Giustizia, ma anche il Ministero dell'Università e della ricerca e anche il Ministero per la Pubblica amministrazione, si siedano attorno a un tavolo e possano scrivere nero su bianco come articolare questi percorsi universitari. Anche qui, abbiamo messo sul tavolo quella che poteva essere una svolta, perché non vi sfuggirà che ci sono 10.000 iscritti in meno nella facoltà di giurisprudenza rispetto a dieci anni fa. Evidentemente, quindi, la facoltà di giurisprudenza soffre di disaffezione da parte degli studenti e delle studentesse.
Non è più, evidentemente, una facoltà che risulti attrattiva, appetibile e con sbocchi professionali che risultino attraenti per i giovani. Io ritengo che dovrebbe essere responsabilità di tutti, invece, sollecitare i giovani ad abbracciare queste professioni. In particolare, oggi stiamo discutendo della professione di avvocato, perché qua ci diciamo tutti che è una professione bellissima e soprattutto baluardo e presidio della legalità e della tutela dei diritti. Ebbene, se la vogliamo realmente promuovere e difendere, dobbiamo renderla anche nuovamente attrattiva per i giovani, e da là si parte.
Si parte dal riordino e da un'innovazione dei percorsi universitari. Siete stati sordi rispetto a questa richiesta, non avete neanche voluto iniziare un minimo di riflessione e di dibattito sul punto. Ne prendiamo atto e andiamo avanti .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo 2.01 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 3. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 3.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli ordini del giorno presentati . Invito il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sugli ordini del giorno presentati.
FRANCESCO PAOLO SISTO,. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/1 Dori, espunta l'ultima premessa, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno (e preciso che saranno riformulati allo stesso modo anche gli ordini del giorno nn. 9/2629-A/9 Cerreto e 9/2629-A/16 Scarpa): “a valutare l'opportunità di adottare, nelle more dell'adozione dei decreti di attuazione della riforma, iniziative normative volte a introdurre le più idonee disposizioni per lo svolgimento dell'esame di abilitazione all'esercizio della professione in coerenza con le modalità di cui all'articolo 2, comma 1, lettera del provvedimento in esame, al fine di consentire una tempestiva ed efficace organizzazione dell'esame stesso e dei percorsi di preparazione”.
Sugli ordini del giorno nn. 9/2629-A/2 Zaratti e 9/2629-A/3 Grimaldi, il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/4 Mari, espunte le premesse, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “a valutare l'opportunità di avviare un confronto con Cassa forense al fine di agevolare l'avvicinamento dei giovani alla professione forense mediante idonee agevolazioni nel regime degli oneri previdenziali, fermo restando il rispetto dei vincoli di finanza pubblica, per i praticanti avvocati che scelgono di iscriversi alla Cassa”.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/5 Giuliano, espunte le premesse, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “a valutare, nell'esercizio della delega, ogni disposizione utile a dettare la più completa disciplina dei rapporti di monocommittenza dell'avvocato, ai fini della più ampia tutela del professionista e nel pieno rispetto dell'autonomia e indipendenza della professione forense”.
Sugli ordini del giorno nn. 9/2629-A/6 Perantoni e 9/2629-A/7 Ascari, il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/8 D'Orso, espunte le premesse da 2 a 7, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “a promuovere presso le università, nell'esercizio della propria autonomia costituzionalmente garantita, la differenziazione dei curricula nei percorsi formativi post-laurea, valorizzando le specificità degli indirizzi in coerenza con gli sbocchi professionali e anche le plurime aree di specializzazione che arricchiscono e qualificano l'esercizio della professione forense, al fine di facilitare l'accesso al mondo del lavoro”.
L'ordine del giorno n. 9/2629-A/9 Cerreto è riformulato esattamente come ho letto con riguardo all'impegno dell'ordine del giorno n. 9/2629-A/1 Dori. Sugli ordini del giorno nn. 9/2629-A/10 Borrelli, 9/2629-A/11 Boschi e 9/2629-A/12 Pastorino, il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/13 Serracchiani, il parere è favorevole con questa riformulazione dell'impegno: dopo le parole “volte a rafforzare”, inserire le seguenti: “nel rispetto della normativa europea”. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/14 Gribaudo, il parere è favorevole con la medesima riformulazione dell'ordine del giorno n. 9/2629-A/5 Giuliano.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/15 Gianassi, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “nell'ambito dell'attuazione della delega, a proseguire nella adozione di misure adeguate ed efficaci volte a rafforzare, nel rispetto della normativa europea, la tutela” e poi prosegue tutto uguale.
L'ordine del giorno n. 9/2629-A/16 Scarpa è riformulato esattamente come l'impegno degli ordini del giorno n. 9/2629-A/1 Dori e n. 9/2629-A/9 Cerreto. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/17 Alifano, il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/18 De Monte, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “a valutare, nel rispetto degli equilibri di finanza pubblica, le iniziative normative volte a definire in modo chiaro e univoco la composizione, la natura giuridica e i limiti del trattamento economico spettante agli avvocati dipendenti pubblici, assicurando la coerenza della disciplina con il principio di adeguatezza della retribuzione”. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/19 Auriemma, il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/20 Pittalis, il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “in linea con le finalità dei principi di delega contenuti nel provvedimento in esame e richiamati in premessa, a valutare l'opportunità di individuare iniziative tese al monitoraggio relativo ai cosiddetti «processi mediatici»”.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/21 Bisa, il parere è favorevole con la seguente riformulazione complessiva degli impegni: “nell'esercizio della delega, a valutare l'opportunità di individuare la disciplina intertemporale relativa al computo dei mandati consiliari espletati anteriormente all'entrata in vigore del presente provvedimento”. L'ordine del giorno n. 9/2629-A/22 Matone è accolto come raccomandazione. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/23 Morrone, il parere è favorevole. Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/24 Viggiano, il parere è contrario.
PRESIDENTE. Passiamo ai voti.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/1 Dori. Onorevole Dori, accoglie la riformulazione? No e chiede di intervenire. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Non accetto la riformulazione e adesso illustro i motivi, anche se almeno con questa riformulazione è finalmente chiaro ai circa 50.000 praticanti che poi dovranno svolgere l'esame di avvocato come dovrebbe - usiamo ancora il condizionale - svolgersi la prossima sessione 2026. Ricordo, tra l'altro, che siamo al 26 maggio e, l'anno scorso, è uscito il bando per l'esame della sessione 2025 il 30 giugno, quindi, di fatto, siamo davvero molto sotto con i tempi. Auspico anzitutto che quel provvedimento che attendiamo sia evidentemente un decreto-legge, altrimenti non ci staremmo sicuramente dentro.
Diciamo che almeno una chiarezza è stata data: se la riformulazione l'ho compresa correttamente, questa è coerente con il disegno di legge delega, quindi con le due prove scritte.
Io però chiedevo di poter, almeno per quest'anno, per la sessione 2026, continuare con le modalità precedenti, quelle degli ultimi anni, cioè con una sola prova scritta. Ciò per un semplice motivo, ossia che questi praticanti, quelli che davvero si stanno predisponendo a svolgere a dicembre le prove scritte, che evidentemente saranno due, da come ci dice oggi il Governo, quando hanno iniziato la pratica, quando hanno iniziato la scuola forense, si sono preparati per una prova scritta, perché in quel momento la norma prevedeva quello.
A mio parere sarebbe stato corretto che i praticanti, già nel Milleproroghe - e non comprendo perché non sia stato fatto, così ci saremmo evitati tutti questo tipo di problema, compresi i praticanti stessi, che in queste settimane erano oggettivamente in ansia per capire come si sarebbe svolta la prossima sessione -, avendo iniziato con certe modalità di svolgimento, quindi con una prova scritta, preparandosi anche nelle scuole forensi, svolgessero l'esame non con due prove scritte - come evidentemente sarà in un provvedimento d'urgenza del Governo, questa però è una mia interpretazione -, ma, ripeto, con una sola prova scritta.
Quindi da questo punto di vista è molto chiaro il motivo per il quale non accetto, non accolgo quindi la riformulazione.
PRESIDENTE. Grazie onorevole. Stiamo verificando un piccolo problema con il sistema di voto, che è stato risolto a quanto pare. Pongo quindi in votazione… no, scusi collega Grippo, stavo verificando il sistema di voto, quindi ero girata di qua.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Grippo. Ne ha facoltà.
VALENTINA GRIPPO(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Intervengo solo, se il collega me lo consente, per sottoscrivere quest'ordine del giorno, perché anche noi abbiamo acquisito le stesse preoccupazioni da parte di chi si avvicina alla professione e, quindi, riteniamo giusto ed importante l'indirizzo che si prova a dare con questo ordine del giorno.
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/1 Dori, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/2 Zaratti.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Solo per dichiarare che i membri della Commissione giustizia del Partito Democratico sottoscrivono quest'ordine del giorno, che tocca un tema che abbiamo toccato anche in un nostro ulteriore successivo ordine del giorno: cioè, il regime non prorogato per l'iscrizione all'albo dei cassazionisti sta creando una situazione di grande difficoltà. Non è stato raccolto nella legge delega. Quest'ordine del giorno, e anche un nostro successivo, invita il Governo a raccogliere questo appello che sta provenendo da tutti i territori e, quindi, credo che sia sbagliato da parte del Governo esprimere un parere contrario, se non ho capito male. Comunque, noi sottoscriviamo quest'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/2 Zaratti, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/3 Grimaldi, con parere contrario. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/3 Grimaldi, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/4 Mari, con parere favorevole con riformulazione: va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/5 Giuliano, con parere favorevole con riformulazione: va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/6 Perantoni, con parere contrario. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/6 Perantoni, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/7 Ascari.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Ascari. Ne ha facoltà.
STEFANIA ASCARI(M5S). Grazie, Presidente. Non comprendo il parere contrario a quest'ordine del giorno dal momento che è omnicomprensivo di tutti gli aspetti di questa riforma dell'ordinamento forense.
In quest'ordine del giorno si mette al centro la professione forense che, voglio ricordare, rappresenta uno dei pilastri dello Stato di diritto, però, c'è anche da dire che per troppo tempo lo sfruttamento, che soprattutto ha coinvolto migliaia di praticanti avvocati, è stato giustificato con l'idea che il praticantato costituisca esclusivamente un periodo di apprendimento. Ma formazione non può significare lavoro gratuito. Apprendere una professione e contribuire concretamente all'attività di uno studio sono due aspetti che possono e devono convivere senza che uno diventi il pretesto per negare dignità economica all'altro.
Infatti, io ho già ricordato in quest'Aula che dietro questa situazione ci sono tantissimi professionisti giovani, giovanissimi, che affrontano davvero tante spese per affrontare il praticantato: le tasse, le tasse universitarie, i corsi di specializzazione, i contributi che devono essere pagati, i costi per l'accesso alla professione e, spesso, la necessità di mantenersi nelle grandi città, dove svolgono la pratica anche con due o tre lavori in contemporanea per raggiungere l'obiettivo di diventare avvocato. Tutto questo, ovviamente, genera una selezione sociale silenziosa, ma, soprattutto, inaccettabile. Chi può permettersi anni di lavoro sottopagato continua il percorso, chi non può spesso rinuncia. Questo significa limitare veramente l'accesso alla professione forense sulla base delle condizioni economiche di partenza e non del merito e delle capacità, e porta tanti giovani a non scegliere più quella che è una facoltà meravigliosa, che è la facoltà di giurisprudenza.
Per questo è necessario, in quest'Aula del Parlamento, aprire una riflessione seria sulla previsione di contributi e strumenti di sostegno economico, come è scritto nel nostro ordine del giorno, per i praticanti avvocati, attraverso misure che siano dedicate, incentivi, fondi e politiche che garantiscano percorsi di formazione realmente accessibili e riconoscimenti dal punto di vista economico per il grande lavoro che svolgono all'interno degli studi legali. Non si tratta di assistenzialismo, ma di investire sulla e nella qualità futura della giustizia e nella tutela del diritto di tutti i cittadini ad avere professionisti che siano preparati e indipendenti. Anche perché una società che pretende professionalità, competenza e responsabilità dai propri giovani deve essere, però, pronta a riconoscere loro anche dignità economiche. È per questo motivo che stupisce veramente tanto il parere contrario a quest'ordine del giorno, parere che davvero non si comprende. Perché il lavoro, anche quando è formazione, resta lavoro, e il lavoro non può essere di certo sfruttamento .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/7 Ascari, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/8 D'Orso, parere favorevole del Governo con riformulazione. La deve riascoltare? Ve le abbiamo mandate le riformulazioni. Comunque chiedo al Sottosegretario se può leggerci la riformulazione dell'ordine del giorno n. 9/2629-A/8 D'Orso.
FRANCESCO PAOLO SISTO,. Grazie, Presidente. Sì, molto volentieri. Espunte le premesse da 2 a 7, il parere è favorevole con questa riformulazione dell'impegno: “a promuovere presso le università, nell'esercizio della propria autonomia costituzionalmente garantita, la differenziazione dei nei percorsi formativi laurea, valorizzando le specificità degli indirizzi in coerenza con gli sbocchi professionali e anche le plurime aree di specializzazione che arricchiscono e qualificano l'esercizio della professione forense, al fine di facilitare l'accesso al mondo del lavoro”.
PRESIDENTE. Collega D'Orso, accetta la riformulazione? Non accetta e chiede di parlare. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. No, non posso accettarla. L'ho voluta riascoltare perché non sapevo se avevo sentito male, perché riguarda la riformulazione dei percorsi laurea, mentre quello che noi volevamo sollecitare, sperando nell'accoglimento di un ordine del giorno - che è chiaramente un atto di indirizzo ben più blando e tutto da scrivere, potremmo dire così, di un emendamento -, era proprio la revisione dei percorsi di laurea, quindi una differenziazione di percorsi di laurea, non di ulteriore formazione -laurea.
È una cosa ben diversa ed è il motivo per cui non posso accogliere la riformulazione ed insisto, invece, per l'approvazione di quest'ordine del giorno così come è scritto, perché, quantomeno, ripeto, aprirebbe una riflessione, un ragionamento nei tavoli che contano - che sono quelli del Ministero della Giustizia, unitamente a quelli del Ministero dell'Università e della ricerca, sentito anche il Consiglio nazionale forense, perché l'abbiamo anche specificato - sui percorsi di laurea differenziati; quindi a monte, all'origine.
PRESIDENTE. Se nessuno chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/8 D'Orso, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/9 Cerreto, su cui vi è un parere favorevole con riformulazione. Va bene? Sì.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/10 Borrelli sul quale il parere del Governo è contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/10 Borrelli, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/11 Boschi sul quale il parere del Governo è contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/11 Boschi, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/12 Pastorino sul quale il parere del Governo è contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/12 Pastorino, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/13 Serracchiani, su cui il parere è favorevole con riformulazione. Onorevole, accetta la riformulazione? Va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/14 Gribaudo, su cui vi è un parere favorevole con riformulazione. Onorevole, accetta la riformulazione? Va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/15 Gianassi, su cui vi è un parere favorevole con riformulazione. Onorevole, accoglie la riformulazione? No, e chiede di votarlo. Quindi, lo votiamo con il parere contrario.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/15 Gianassi, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/16 Scarpa, su cui il parere è favorevole con riformulazione. Va bene? Collega Scarpa, non va bene? Non va bene: lo votiamo con il parere contrario.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/16 Scarpa, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/17 Alifano, sul quale il parere del Governo è contrario. Ha chiesto di parlare l'onorevole Alifano. Ne ha facoltà.
ENRICA ALIFANO(M5S). Grazie, signora Presidente. Io voglio parlare del tempo degli avvocati. Infatti, quello che manca agli avvocati e alle avvocate, che sono strette tra inefficienze della macchina della giustizia, adempimenti continui, processi telematici che non funzionano, ecco quello che manca è il tempo. E ora per potersi iscrivere all'albo dei cassazionisti - quindi, per chi vuole seguire un procedimento in primo grado, in secondo grado e ancora in Cassazione - si deve o superare un esame difficilissimo, dopo un esercizio della professione per cinque anni, oppure seguire dei corsi organizzati dalla scuola dell'avvocatura, dopo otto anni di esercizio della professione, e superare un esame. Insomma, bisogna tornare sui banchi di scuola e riuscire a conciliare, poi, l'attività lavorativa con questi ulteriori impegni.
Ora io voglio citare alcuni dati riportati anche in un rapporto dell'avvocatura che è stato stilato da Cassa forense nel 2025. Ebbene, il 63,4 per cento degli avvocati - intervistato - dice che non riesce con facilità a conciliare la propria vita con la vita lavorativa. E questa percentuale sale se vengono intervistate le avvocate. Sono il 70,6 per cento le avvocate che dichiarano di avere una grossa difficoltà a trovare un equilibrio tra la propria vita personale, la vita familiare e la vita lavorativa. E parliamo proprio delle avvocate che hanno un reddito medio che è meno della metà di quello dichiarato dai colleghi uomini e che spesso lasciano la professione perché non riescono, per l'appunto, a conciliare vita familiare e vita lavorativa.
Ora, la possibilità di iscriversi nell'albo dei cassazionisti dopo 12 anni di attività continuativa, ebbene, era - come dire - anche un percorso meno gravoso rispetto a quello previsto attualmente, che prevede anche ovviamente un obbligo formativo in più. Non vogliamo assolutamente dimenticare che gli avvocati sono comunque soggetti ad obblighi formativi e che, quindi, comunque durante tutta la loro carriera seguono corsi.
Quindi, quello che viene previsto dall'attuale normativa, che è stata disposta nel 2012, di fatto è qualcosa di più, un carico in più che viene poi a essere sopportato dagli avvocati, qualora vogliano iscriversi nell'albo dei cassazionisti.
Oltretutto, prevedere come requisito per l'accesso all'albo dei cassazionisti l'aver esercitato per 12 anni in modo continuativo la professione forense già di per sé penso che sia un requisito importante. Bisogna essere sul campo ed essere sul campo per 12 anni. Quindi, noi con questo ODG che cosa proponiamo? Proponiamo che, almeno nelle more dell'attuazione della delega, venga conservato, per l'accesso all'albo dei cassazionisti, il requisito di avere esercitato la professione forense per 12 anni. Tutto ciò potrebbe ovviamente valorizzare l'importanza della continuità della difesa tecnica e, nello stesso tempo, sanare una diseguaglianza tra coloro che, più fortunati, sono riusciti a maturare il requisito dei 12 anni e quelli che non ci sono riusciti magari per un piccolissimo scarto temporale.
Io invito il Governo a ripensare sul parere dato a questo ODG .
PRESIDENTE. Si dà atto che l'onorevole Carmina sottoscrive l'ordine del giorno in esame.
Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/17 Alifano, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/18 De Monte, su cui il parere è favorevole con riformulazione. Onorevole, accoglie la riformulazione? Va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/19 Auriemma sul quale il parere del Governo è contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/19 Auriemma, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/20 Pittalis, su cui il parere è favorevole con riformulazione. Onorevole Pittalis, accoglie la riformulazione? Va bene.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/21 Bisa, su cui vi è un parere favorevole con riformulazione. Onorevole Bisa, accoglie la riformulazione? Va bene.
L'ordine del giorno n. 9/2629-A/22 Matone è accolto come raccomandazione: va bene.
Sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/23 Morrone il parere è favorevole.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/2629-A/24 Viggiano sul quale il parere del Governo è contrario.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Viggiano. Ne ha facoltà.
FRANCESCA VIGGIANO(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Sono stupita per il parere contrario da parte del Governo perché, comunque, si trattava di un ordine del giorno teso a dare dignità ai lavoratori. Quest'ordine del giorno, infatti, nasce dall'esigenza di affrontare una questione di equità sostanziale che interessa il mondo del lavoro e, più in generale, i principi di inclusione che il nostro ordinamento deve garantire.
La legge n. 68 del 1999 sul collocamento mirato consente alle persone con disabilità di mantenere l'iscrizione nelle liste dedicate anche con redditi da lavoro contenuti. Oggi, però, esiste una disparità nel limite in quanto 8.500 euro annui è il limite previsto per il lavoro subordinato e parasubordinato, mentre per il lavoro autonomo è fermo a 5.500 euro. Una differenza che rischia di penalizzare chi svolge attività autonome o professionali, spesso caratterizzate da una maggiore incertezza economica, come nel caso di numerosi giovani professionisti e, nel caso di cui si discute, dei giovani avvocati.
Una differenza che riguarda giovani e meno giovani in realtà, perché i limiti di reddito e le possibilità che ormai questa professione offre sono sempre molto altalenanti e dipendono anche dalle zone geografiche italiane.
È una differenza che rischia di penalizzare chi svolge attività autonome o professionali e l'obiettivo del presente ordine del giorno era proprio quello di invitare il Governo a equiparare quantomeno la soglia prevista per il lavoro autonomo a quella già stabilita per il lavoro subordinato e parasubordinato, prevedendo altresì un meccanismo di aggiornamento periodico, come è previsto per altre misure.
Si tratta di un intervento che non introduce forme di privilegio, bensì costruisce e contribuisce a rafforzare i principi di equità, coerenza normativa e inclusione lavorativa.
Per tali ragioni, io mi auguro che ci sia un ripensamento da parte della maggioranza e che quest'ordine del giorno possa portare a un impegno concreto da parte del Governo affinché vengano eliminate queste disparità di trattamento e vengano assicurate dignità ed equità alle persone .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/2629-A/24 Viggiano, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
È così esaurito l'esame degli ordini del giorno presentati.
Facciamo una brevissima sospensione tecnica di 5 minuti prima del voto finale. Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 18,25. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. La seduta è ripresa. Riprendiamo il seguito della discussione del disegno di legge n. 2629-A. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Giachetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Il provvedimento che oggi discutiamo interviene su un ambito decisivo per la tenuta del nostro sistema democratico: ci riferiamo alla professione forense e al ruolo che essa svolge nella tutela dei diritti e delle libertà dei cittadini. Quando si parla di avvocatura non si parla semplicemente di una categoria professionale, ma si parla di uno dei cardini del diritto di difesa, dell'equilibrio tra i poteri e della possibilità concreta per ogni persona di accedere alla giustizia in condizioni di effettiva tutela.
È per questo che una riforma dell'ordinamento forense non può essere considerata una questione tecnica o settoriale, ma riguarda la qualità stessa della nostra democrazia. Per queste ragioni, io anticipo fin da ora che il voto del nostro gruppo sarà un voto favorevole. Lo faremo nella consapevolezza che il testo contiene elementi importanti e attesi da tempo dall'avvocatura italiana, ma anche con la convinzione che il percorso di riforma non possa dirsi concluso con l'approvazione di questa legge delega. Abbiamo espresso, fin dall'inizio, alcune riserve sul metodo adottato dal Governo.
Noi, infatti, pensiamo e abbiamo pensato fin dall'inizio che, su una materia così delicata, sarebbe stato molto preferibile un intervento legislativo più definito dal Parlamento, anziché un impianto che rimanda inevitabilmente a successivi decreti legislativi una parte significativa della disciplina in oggetto. Le Camere avranno certamente modo di intervenire anche nelle fasi successive, ma è evidente che il ruolo parlamentare risulta inevitabilmente ridimensionato.
Nonostante questo, il nostro atteggiamento è improntato, inevitabilmente, a un livello di collaborazione istituzionale. Consideriamo anche positivamente il lavoro che è stato fatto in Commissione, dove sono state avanzate dalle opposizioni proposte concrete, che abbiamo visto anche nell'esame degli emendamenti oggi in Aula, tutte volte a migliorare il testo nei punti che si ritenevano più critici. Abbiamo ritenuto utili anche le audizioni che sono state fatte, dall'avvocatura agli ordini professionali, le associazioni e, soprattutto, tanti giovani che si affacciano oggi alla professione in un contesto molto più complesso rispetto al passato.
Alcuni degli interventi svolti nel corso dell'esame parlamentare vanno certamente nella direzione giusta: penso alle misure che rendono più sostenibile il percorso di accesso alla professione, alla riduzione della durata delle scuole forensi, agli strumenti pensati per alleggerire il peso economico della formazione per i praticanti con minori disponibilità economiche e all'estensione di opportunità formative che in precedenza sono risultate limitate, spesso e volentieri, da interpretazioni troppo rigide che ci sono state. Sono certamente dei segnali importanti perché oggi il vero nodo da affrontare è il crescente allontanamento delle nuove generazioni dalla professione forense. Troppi giovani laureati in giurisprudenza, infatti, rinunciano a intraprendere questo percorso oppure lo abbandonano dopo pochi anni. Le ragioni le conosciamo tutti: redditi spesso insufficienti nella fase iniziale della carriera, precarietà, costi elevati per la formazione, difficoltà previdenziali e scarse prospettive di stabilità. In molti casi, il settore pubblico appare davvero più attrattivo.
Il problema serio che non riguarda soltanto il futuro degli studi legali, ma il futuro stesso del sistema giustizia è quello, per esempio, del ricambio. Un ricambio generazionale adeguato senza giovani preparati e motivati pone un rischio, ossia impoverire progressivamente la funzione sociale dell'avvocatura. Per questo motivo noi riteniamo che serva una visione più ampia e anche più coraggiosa: occorre continuare a lavorare sul tema dell'equo compenso, sulla sostenibilità previdenziale, sulle tutele per i professionisti più giovani e sulla riduzione degli ostacoli economici all'ingresso della professione. Occorre soprattutto farlo rapidamente perché non possiamo più ignorare il disagio che attraversa una parte consistente dell'avvocatura. È di fronte a noi.
Allo stesso tempo, dobbiamo guardare e affrontare con lucidità le trasformazioni che stanno investendo il settore della giustizia. Il tema dell'innovazione tecnologica e dell'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il lavoro legale, l'organizzazione degli studi professionali e addirittura il rapporto tra cittadino e processo. Sarebbe sbagliato guardare a questi cambiamenti con diffidenza pregiudiziale: le nuove tecnologie possono migliorare l'efficienza, facilitare l'accesso alle informazioni e rendere più rapido il lavoro professionale. Ma, proprio perché la trasformazione è così profonda, è necessario accompagnarla con regole chiare e con una forte tutela del ruolo dell'avvocato. La tecnologia non può comprimere il diritto di difesa né sostituire quella funzione di garanzia che appartiene alla professione forense. In questo quadro noi riteniamo, inoltre, che debba proseguire anche la riflessione sul riconoscimento costituzionale dell'avvocatura, non come rivendicazione corporativa, ma come rafforzamento delle garanzie del cittadino e del principio del giusto processo.
Questa riforma, in conclusione, signora Presidente, rappresenta un passaggio significativo e contiene, come ho detto, aspetti positivi che meritano di essere sostenuti. Naturalmente restano questioni aperte e sarà necessario continuare il confronto durante l'attuazione della delega e nei successivi passaggi parlamentari. Oggi, però, il Parlamento ha il dovere di dare un segnale di responsabilità e di attenzione verso una professione che svolge una funzione essenziale nella tutela dei diritti. Mi lasci dire, signora Presidente - anche in ragione di quello che abbiamo fatto in apertura di seduta - che c'è un convitato di pietra in questo dibattito che riguarda la riforma dell'ordinamento forense ed è esattamente quello che sta accadendo, quello che il collega Pittalis ha denunciato questa mattina con la richiesta, anche al Ministro, di dare una risposta in un'informativa sulla questione che riguarda le intercettazioni degli avvocati con i loro clienti. Noi continuiamo a ritenere che queste norme siano importanti, ma rischiamo di lavorare su un terreno che viene totalmente scavalcato da illegalità che non vengono contrastate. Comunque, per queste ragioni, noi annunciamo il nostro voto favorevole, con l'auspicio che il lavoro possa proseguire nel segno di una condivisione, di un ascolto, di un confronto e di una volontà di costruire un sistema della giustizia più moderno, più accessibile e più vicino ai cittadini.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. La riforma della professione forense che oggi approveremo qui in Aula è stata chiesta a gran voce dall'intera avvocatura nei vari congressi. Quindi, anche solo da questo punto di vista, per questo motivo, merita il nostro appoggio come Alleanza Verdi Sinistra, pertanto annuncio il voto favorevole come abbiamo già fatto anche in occasione del mandato ai relatori.
Auspichiamo un'approvazione rapida anche nel suo passaggio poi al Senato. Ricordiamo che si tratta - e questo è un elemento di criticità - di una legge delega e che, quindi, avrà poi necessità di decreti legislativi che dovranno attuarla. Come sappiamo, l'iter parlamentare prevede poi anche l'invio alle Camere degli schemi dei decreti legislativi sui quali dovranno esprimersi e via di seguito. I tempi chiaramente si allungano rispetto, invece, all'approvazione di una norma dispositiva com'era, tra l'altro, nella proposta originaria del Consiglio nazionale forense.
Devo sin d'ora ringraziare sia i relatori, sia il Vice Ministro Sisto per l'approvazione di alcuni nostri emendamenti in Commissione, che avevo proposto come Alleanza Verdi e Sinistra. Chiaramente, avevo anche un disegno di legge che poi è stato abbinato al DDL delega che si occupava in modo specifico dell'accesso alla professione. L'approvazione di questi emendamenti è sicuramente un passo nella direzione dei futuri avvocati.
Ricordo quali sono queste modifiche, a nostro parere, importanti e positive: anzitutto, l'abbassamento della durata delle scuole forensi da 18 a 12 mesi, mentre il tirocinio professionale è e rimarrà di 18 mesi. Mentre il tirocinio lo puoi iniziare in qualsiasi momento dell'anno, le scuole forensi, invece, hanno delle finestre di accesso non in qualsiasi momento dell'anno. Questo creava un disallineamento che avrebbe potuto addirittura provocare la perdita, di fatto, di un anno, cioè l'impossibilità di accedere alla sessione d'esame di quell'anno. In questo modo, con la durata a 12 mesi, oltre ad abbassare i costi stessi della scuola forense che si vanno ad aggiungere a tutti gli altri, superiamo questa criticità del disallineamento.
Un altro emendamento importante, che ho proposto ed è stato approvato e che va nella giusta direzione, è quello di prevedere che, sotto un certo livello di ISEE, quindi di reddito familiare, che viene aggiornato periodicamente dal Consiglio nazionale forense, la Scuola Forense è gratuita, quella organizzata, per intenderci, dai consigli dell'Ordine degli avvocati. Questo va chiaramente nella direzione di aiutare coloro che hanno maggiori difficoltà di natura economica, che non deve essere un ostacolo all'accesso alla professione, cioè l'accesso non deve essere basato chiaramente sul censo.
Un altro emendamento, che ho proposto ed è stato approvato in Commissione, è quello dell'estensione della possibilità del tirocinio anticipato, del cosiddetto semestre anticipato, anche per coloro che sono fuori corso. Come sapete, in precedenza con un'interpretazione data dalla Corte rispetto alla norma contenuta nella precedente legge professionale, cioè la n. 247 del 2012, non era possibile anticipare l'inizio del tirocinio per coloro che erano fuori corso.
Dobbiamo renderci conto, però, che nella maggior parte dei casi chi è fuori corso molto spesso lo è per motivi che non sono legati necessariamente alla buona volontà, ma perché il praticante si trova magari in un contesto familiare, anche da un punto di vista economico, tale per cui ha la necessità di svolgere - considerato che durante la pratica non ci sarà un compenso -, anche durante il percorso universitario, qualche lavoretto oppure per motivi di salute. Insomma, sono tantissime le motivazioni che possono far rallentare il percorso universitario e andare fuori corso. Quindi, prima non era possibile anticiparlo, ora eliminiamo questa, diciamo, discriminazione perché, a pari condizioni, devono esserci chiaramente le stesse soluzioni.
Chiaramente rimangono ancora sul tavolo alcuni temi che noi avevamo posto anche con degli emendamenti. Capisco che qui in Aula era difficile riaprire il testo, però, alcuni piccoli accorgimenti sarebbero andati nella giusta direzione di aiuto anche per i praticanti avvocati, per chi deve sostenere l'esame da avvocato, come, ad esempio, l'estrazione della lettera.
Questo avveniva qualche anno fa. Anche quando ho sostenuto l'esame da avvocato, l'estrazione della lettera per l'orale avveniva già in occasione della prova scritta; ciò significa già permettere una programmazione, anche nel tempo, a chi si sta preparando per l'esame e ha già sostenuto le prove scritte. Così come non comprendo, ad esempio, il parere contrario - quindi ha votato contrario la maggioranza - rispetto al fatto di avere, chiaramente in accordo da parte del Ministro della Giustizia con le case editrici, un elenco tassativo di codici annotati con la sola giurisprudenza che possano essere utilizzati in occasione delle prove scritte.
Perché vi segnalo nuovamente come, purtroppo, in tante corti d'appello - è successo anche a Roma nell'ultima sessione, ma questo caos avviene tutti gli anni - succede che arrivano i candidati che devono sostenere le prove scritte, hanno speso già centinaia di euro per comprare quei codici e non se li vedono convalidati per l'utilizzo durante le prove scritte, ed è veramente incredibile perché, magari, in un'altra sottocommissione, invece, gli stessi manuali, gli stessi codici annotati con la sola giurisprudenza, vengono accettati.
Capite che questo è davvero un elemento anche ulteriore di preoccupazione e di ansia per chi si deve approcciare poi, nelle ore successive, all'esame, un esame veramente complicato. Chiaramente, il tema che io ripongo, ancora una volta, qui in Aula: noi abbiamo visto che il Governo, poco fa, ha riformulato un mio ordine del giorno, ma ce n'erano anche altri, con riferimento alla sessione di esame 2026. La richiesta era quella di poter avere le stesse modalità che c'erano già dal 2023 in poi, cioè di avere una sola prova scritta. Ora, con la riformulazione che è stata proposta, che, poi, ovviamente, non ho accolto perché non sono d'accordo, invece si va verso le due prove scritte.
A parte che siamo al 26 maggio e il provvedimento che prevede le due prove scritte non c'è ancora, diciamo che lo interpretiamo dalla formulazione che è stata data all'impegno nel mio ordine del giorno che saranno due prove scritte, perché si dice: così come previsto nel DDL delega; però questo provvedimento oggi non c'è ancora, cioè siamo al 26 maggio e il provvedimento è ancora nell'aria e lo aspettiamo da settimane. Adesso almeno sappiamo che dovrebbero essere due prove scritte; anche se non sono d'accordo, però almeno sappiamo qual è la direzione.
Evidentemente, dovrà essere un decreto-legge, perché l'anno scorso, ad esempio, il bando è stato il 30 giugno del 2025; siamo al 26 maggio, fra poche settimane il bando dovrà esserci, e dovrà esserci in forza, chiaramente, di un provvedimento, di una norma, di una legge che, evidentemente, dovrà essere, probabilmente, il decreto-legge. L'unico tema che ho posto con gli emendamenti, invece, relativo alla politica forense, è la rappresentanza, ad esempio, nel caso specifico del consiglio dell'ordine degli avvocati di Roma, rispetto al peso che hanno nel Consiglio nazionale forense: ad esempio, con un maggiore numero di avvocati a Roma hanno un rappresentante in Consiglio nazionale forense e la Sicilia, con meno avvocati, tra i 1.500 avvocati in meno, ne avrà quattro.
Questo, chiaramente, capite che non è un peso equo rispetto al numero di iscritti. Allora, i temi, chiaramente, che noi abbiamo cercato di porre sono veramente numerosi. Noi chiaramente, ribadisco, voteremo a favore di questo provvedimento perché, comunque sia, sono state accolte alcune nostre proposte. C'è da dire che non so però quanto, con questo disegno di legge, la professione di avvocato torni attrattiva.
Purtroppo, Presidente, e qui vado a concludere, non vedo grandi elementi di novità tali per cui la professione diventi improvvisamente attrattiva rispetto a oggi, perché il rischio è quello della fuga verso la pubblica amministrazione come invece abbiamo visto negli ultimi anni. Ad ogni modo, per tutti i motivi che in questa dichiarazione di voto ho espresso un po' rapidamente, Presidente, dichiaro il voto favorevole di Alleanza Verdi e Sinistra .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Antonio D'Alessio. Ne ha facoltà.
ANTONIO D'ALESSIO(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Anche da parte nostra ci sarà un voto favorevole con riferimento al provvedimento oggi in esame. Non abbiamo, per la verità, condiviso la metodologia, nel senso della delega, perché, a nostro avviso, la materia è talmente importante che andava sviscerata attraverso un percorso diverso, più completo e più inclusivo con riferimento alla partecipazione delle Camere.
Tuttavia, bisogna dire che, con riferimento a questo tema importante e alto, c'è stata una certa concertazione, che deve continuare per la realizzazione di questo lavoro, continuando in un clima di non conflittualità, cosa che, probabilmente, dovremmo fare con riferimento a più tematiche. Si inserisce in un quadro storico piuttosto difficile per l'avvocatura; la crisi dell'avvocatura non viene certificata soltanto da articoli di giornale, da monografie, da tavole rotonde, da dibattiti.
Sono i numeri che certificano una crisi veramente profonda dell'avvocatura: i numeri di iscritti alla Cassa, i numeri di iscritti all'Ordine, la poca capacità di questa professione, così nobile e importante, di attrarre i giovani. Naturalmente, c'è anche uno smarrimento per i giovani e, perché no, anche una precarietà economica per le fasce giovanili, dei giovani avvocati, in un tessuto economico che non risponde più alle aspettative dei sacrifici che il giovane avvocato va ad affrontare nella carriera. Rafforzare la figura dell'avvocato è necessario come presidio di garanzia, di libertà, di democrazia.
Il diritto di accesso alla giustizia e il diritto di difesa incidono sul livello di civiltà dei Paesi, e quindi di un Paese come l'Italia. Anche la figura dell'avvocato rafforzata all'interno della Costituzione sarebbe una necessità, non tanto per le esigenze, ovviamente, o per il verso la categoria, ma proprio per quello che rappresenta la funzione dell'avvocato: rappresentare, tutelare e difendere i cittadini davanti alla legge.
Viviamo un grande disagio, dicevo, della giovane avvocatura, per ragioni anche economiche, previdenziali, soprattutto nella fase degli inizi, dell'accesso alla professione; quindi, tematiche come l'accesso, la formazione, le agevolazioni con riferimento alla Cassa avvocati sono assolutamente opportune. Molto bene l'abbassamento, a nostro avviso, da 18 a 12 mesi del percorso della formazione forense. Ottima anche l'idea di rendere gratuita la partecipazione alle scuole forensi per determinate fasce più deboli economicamente con riferimento all'ISEE.
Buono anche il correttivo con riferimento al tirocinio anticipato, che prima poteva essere realizzato soltanto per chi era in linea con la regolarità universitaria, ma, lo ha detto bene il collega Dori che mi ha preceduto, non sempre chi è fuori corso lo è per mancanza di volontà, per mancanza di capacità di profitto. Quindi, non è un discorso che può essere fatto sul merito perché spesso si è fuori corso per ragioni che possono essere di lavoro, studenti lavoratori, o anche per interruzione degli studi per motivi di malattia o di qualche incidente di percorso.
Ancora, gli esami che dovranno essere sostenuti dai prossimi esaminandi devono essere un po' chiariti sotto il profilo del percorso. Anche noi abbiamo avuto molte sollecitazioni di giovani avvocati che dovranno sostenere l'esame e che ancora non hanno un quadro chiaro con riferimento alle norme che regolamenteranno questo importante momento. Poi, un passaggio lo farei sul rapporto con l'università. Io sono un avvocato, figlio di avvocati, ed è passato per la verità qualche anno, ma quando dall'università sono andato nelle aule di giustizia mi sono smarrito, mi sono destabilizzato. Eppure, ripeto, vivevo in una casa dove sia mio padre che mia madre erano avvocati.
Ma, quando ho messo piede nell'aula di giustizia, mi sono reso conto che lo iato, la spaccatura tra quello che studi all'università e quello che ti trovi nelle aule di giustizia è così profonda che andrebbe creato un collegamento un po' più importante tra la fase universitaria e la fase di accesso alla professione.
Dunque, bene la disciplina dell'accesso alla professione, bene la revisione del regime della incompatibilità, bene anche l'introduzione, con riferimento alla tutela, dei rapporti di collaborazione in regime di monocommittenza. Attenzione, ovviamente, però, alla natura dei liberi professionisti. L'evoluzione della società non può snaturare questa tipicità, che va tenuta, quindi, distinta; quella del libero professionista come uomo libero, capace di autodeterminarsi, anche sul da farsi e con riferimento agli orientamenti etici: non può essere sovrapposta la sua figura a quella del lavoratore subordinato. Fa specie, anzi, fa piacere che questo tipo di sottolineatura ci venga dall'AIGA, dall'Associazione italiana giovani avvocati. Ho fatto un lungo percorso, a suo tempo, all'interno di quella categoria e devo registrare che, ancora oggi, prosegue una tradizione importante dell'AIGA: sempre giovani tecnicamente preparati che segnalano, fanno segnalazioni e rilievi con grandi capacità tecniche e che dimostrano di avere ben chiaro il ruolo alto e prestigioso dell'avvocatura; cioè, sono pronti ad accettare le sfide di una società che cambia, considerando progresso e scenari che mutano e che sono nuovi, ma difendendo la libertà e l'indipendenza dell'avvocatura. Quindi, bisogna fare molta attenzione alla voce dei giovani avvocati, che saranno, ovviamente, il futuro di questa professione.
Quindi, il giudizio sul provvedimento è complessivamente favorevole, con qualche perplessità, sulle quali bisognerà tenere alta la guardia, ma naturalmente voteremo in maniera favorevole. C'è uno scenario nuovo, lo abbiamo detto, che è mutato nel corso degli anni: l'impatto con l'intelligenza artificiale e con i nuovi strumenti tecnologici e realtà nuove, inimmaginabili fino a ieri, rendono necessaria questa riforma e necessaria la presenza dell'avvocatura anche nell'organizzazione giudiziaria.
Voglio chiudere con una frase del primo Presidente della Repubblica, il Presidente De Nicola, che era un avvocato del Foro di Napoli. È una frase che mi disse mio padre e che, poi, ho ritrovato anche impressa in molti marmi di tribunali, e vado alla chiusura, Presidente. Il Presidente De Nicola, quando finì il mandato da Presidente della Repubblica, si andò a riscrivere all'Ordine forense di Napoli. E quando gli si chiese: ma come? Un Presidente della Repubblica va a riscriversi all'Ordine forense? Lui disse: l'Ordine forense è posto così in alto che, quando si esce, mai si sale, quando si rientra, mai si discende.
Ecco, questo è veramente il senso del prestigio e dell'autorevolezza della vecchia avvocatura che, purtroppo, non è più quella odierna, ma che deve - quella odierna - conservare quel fascino, quell'importanza e quel prestigio. E noi, come legislatori, abbiamo il dovere di salvaguardare l'autorevolezza di questa importantissima e indispensabile figura professionale .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Il provvedimento che stiamo per licenziare è sicuramente molto atteso da parte dell'avvocatura tutta. La necessità di una complessiva riforma di sistema dell'ordinamento forense nasce dall'esigenza di superare le criticità e le rigidità della legge n. 247 del 2012, di proiettare l'avvocatura nel futuro, e forse, prima ancora, dall'esigenza di adeguarla al presente, sempre più complesso e multidisciplinare, di rendere la professione nuovamente attrattiva e accessibile per le giovani generazioni e all'altezza delle nuove sfide, quali, ad esempio, il rapporto con le nuove tecnologie e l'intelligenza artificiale.
Doveva essere questa l'occasione per rilanciare una professione, purtroppo, in affanno, se non proprio in crisi. I numeri parlano chiaro: negli ultimi 5 anni, l'avvocatura italiana ha perso oltre 16.000 unità. Il saldo tra nuove iscrizioni e cancellazioni è negativo. Le cancellazioni colpiscono prevalentemente le donne: nel 2024, oltre 2.100 avvocate hanno smesso di esercitare. Le cause sono le scarse gratificazioni economiche, ancora più evidenti con riguardo alle donne, che scontano uno spiccato , a cui si aggiunge pure una maggiore fatica a conciliare i tempi di lavoro con quelli di cura. Ragioni che hanno reso molto più appetibili i concorsi pubblici, causando una vera e propria fuga dalla professione.
A ciò si aggiunge anche il in costante diminuzione dei praticanti avvocati: nel 2024 si è registrato un calo del 9 per cento, come se la professione fosse destinata ad invecchiare fino ad estinguersi. L'età media degli iscritti è di 49 anni. Negli ultimi 10 anni si è registrato un continuo calo delle immatricolazioni alla facoltà di giurisprudenza: oltre 10.000 iscritti in meno. Un avvocato su tre prende in considerazione la possibilità di lasciare la professione per attività in grado di dare maggiori soddisfazioni e maggiore stabilità. Ad un impegno incessante, ad uno stile di vita sacrificato non corrispondono coerenti gratificazioni, che siano economiche, ma anche non economiche. La fotografia ci restituisce maggiori fragilità concentrate su donne e giovani, e la necessità di ampliare gli spazi di azione e libertà dell'avvocatura per compensare altrimenti la contrazione dell'attività forense tradizionalmente intesa.
Davanti a questo scenario cristallizzato negli ultimi rapporti elaborati da Cassa forense, ci saremmo attesi soluzioni per rendere la professione più attrattiva per i giovani, più sostenibile per le donne, più aperta e dialogante verso l'esterno. Ebbene, per noi del MoVimento 5 Stelle, l'obiettivo non è stato pienamente centrato, e per questo il nostro sarà un voto di astensione. La riforma non si discosta molto dalla legge n. 247 del 2012, in molte parti ne è un copia e incolla. C'è più conservazione dello che vera innovazione. Per certi versi, c'è addirittura il consolidamento dello , e mi riferisco all'introduzione del terzo mandato consecutivo per le cariche negli organi istituzionali dell'avvocatura, in spregio a quello che era ormai un consolidato orientamento giurisprudenziale che aveva stabilito la legittimità del tetto del secondo mandato consecutivo, al fine di favorire alternanza e ricambio generazionale. Ebbene sì, proprio quando occorrerebbe un'iniezione di fiducia nei giovani, anche con riferimento alle legittime aspirazioni di partecipare alla dell'avvocatura in modo da portare nuove energie e nuove idee, si consente alla classe dirigente attuale di blindarsi. È il motivo per cui associazioni come Associazione nazionale forense, come Movimento forense, ma anche autorevoli esponenti dell'avvocatura che rivestono o hanno rivestito cariche istituzionali e associative, durante le audizioni si sono dichiarati palesemente contro il terzo mandato consecutivo.
Rileviamo, poi, l'assenza di una disciplina transitoria che stabilisca l'applicazione della nuova regola dei tre mandati consecutivi a partire dalla prossima tornata di elezioni dei vari organi; una disciplina quanto mai necessaria, perché nel silenzio si darà luogo ad un'ambiguità di interpretazione e applicazione della norma che porterà ad una ennesima, prevedibile stagione di fitto contenzioso.
Come dicevo, molta conservazione e poca innovazione. E, laddove c'è un accenno di innovazione, ci si chiede di dare una delega in bianco al Governo. Sì, perché l'altro aspetto che noi abbiamo contestato sin dall'inizio è stata la duplice scelta adottata dalla maggioranza di consentire al Governo di fagocitare la bozza di riforma predisposta dai tavoli dell'avvocatura istituzionale e associativa - sottraendo, anche questa volta, per l'ennesima volta, l'iniziativa al Parlamento - e quella di presentare al Parlamento non un articolato completo e trasparente di contenuto immediatamente precettivo su cui lavorare - eppure, la bozza che usciva dai tavoli era proprio così -, ma un disegno di legge delega che ha marginalizzato il lavoro parlamentare.
Noi di questo Governo non ci fidiamo e non ci fidiamo neppure se ci dite che il decreto legislativo sarà il copia e incolla della bozza uscita dai tavoli del Consiglio nazionale forense. Non ci fidiamo perché abbiamo visto baggianate uscire dalle stanze del Governo, e non credo debba ricordarvi la norma del decreto Sicurezza che istigava gli avvocati al patrocinio infedele nei confronti dei migranti loro assistiti. Peraltro, ribadisco: siamo innanzi ad una delega, in molti punti, annacquata e confusa.
Ad esempio, il punto sulla monocommittenza, che rappresenta una delle pochissime innovazioni presenti nel testo, è una scatola vuota. Le tutele per il collaboratore avvocato in regime di monocommittenza rappresentano una delle risposte che questa riforma avrebbe potuto e dovuto dare a quelle fragilità di cui parlavamo all'inizio, perché il regime di monocommittenza è diffuso prevalentemente proprio tra i giovani avvocati e le donne avvocate. Noi avremmo voluto vedere sin d'ora, nero su bianco, le tutele in tema di maternità, adozione, malattia, infortunio, in tema di recesso, il richiamo a specifici parametri per la congruità del compenso. Non c'è scritto nulla di tutto questo nella legge delega. Anzi, riguardo al compenso, è stato proprio eliminato il riferimento ai parametri. Nessuna garanzia, nemmeno in tema di congruità del compenso, e sul punto AIGA ha fatto pervenire forte preoccupazione.
In altri casi, siamo dinanzi ad una delega che complica le cose, invece di semplificarle, o che introduce elementi di rischio. Ad esempio, la previsione per le società tra avvocati di svolgere attività in favore del socio non professionista ha molto allarmato AIGA, perché rischia di minare autonomia e indipendenza dell'avvocato. Ma anche in tema di incompatibilità non si è semplificato né liberalizzato nulla, a parte mettere nero su bianco che la professione di avvocato è compatibile con quella di maestro di sci.
I tempi sarebbero stati ormai maturi per introdurre una disciplina ben più chiara e snella, con pochi tassativi divieti e per il resto la liberalizzazione di tutte le attività che non possono in alcun modo compromettere autonomia e indipendenza dell'avvocato.
Ma lì dove il capolavoro della restaurazione si consuma è proprio rispetto a ciò che riguarda i giovani praticanti avvocati. Le scuole forensi rimangono obbligatorie, benché il rapporto di Cassa forense ci dica che i giovani avvocati intervistati hanno rilevato come criticità il fatto che si arrivi alla professione con troppa formazione teorica e poca formazione pratica. Noi, invece, pensiamo che le scuole forensi debbano essere facoltative e dedicate solo a coloro che ritengono di avere ancora delle lacune da colmare nella formazione teorica.
E ancora, siete stati capaci persino di tornare indietro sulle modalità dell'esame di abilitazione. Tornano le due prove scritte che avevamo abbandonato dal 2020 e non viene rinnovato il novero delle materie da poter portare all'orale. Anche da queste scelte passa la maggiore specializzazione e la conquista di nuovi spazi di azione, per non dire di mercato. Diritto dei consumatori, diritto d'autore e diritto dell'ambiente dovrebbero acquisire piena dignità all'esame di abilitazione.
Infine, siete stati capaci persino di peggiorare la tutela dei praticanti avvocati prevista oggi dalla legge n. 247 del 2012. Oggi la legge riconosce al praticante che è sempre dovuto il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio e che, decorso il primo semestre, possono essere a lui riconosciuti un'indennità o un compenso per l'attività svolta, commisurati all'effettivo apporto professionale.
Con la vostra legge delega sparisce qualsiasi cenno a un'indennità o a un compenso. Questa sarebbe la vostra soluzione per rendere più appetibile e inclusiva per i giovani la professione e incrementare le iscrizioni all'albo? Giustamente, anche su questo, AIGA ha fatto pervenire critiche e forte preoccupazione.
Ora, a me dispiace fare la guastafeste di un clima così idilliaco, ma credo che in quest'Aula non possa mancare la voce di chi costringe tutti a guardare in faccia una realtà che è più scomoda di quanto si pensi. Non può mancare in quest'Aula la voce di quegli avvocati, che abbiamo audito in Commissione, che tanti rilievi critici hanno fatto e tanti suggerimenti di modifica hanno proposto e che sono rimasti inascoltati. Non può mancare in quest'Aula chi porta la voce dei giovani praticanti avvocati. Non può mancare la voce di tutti quegli avvocati, che poi sono la maggioranza, che appaiono silenti non perché sono disinteressati alla sorte della professione, ma perché sono impossibilitati a seguire i nostri lavori, perché sono affogati dalle scadenze di atti.
Sono colleghe e colleghi che passano le mattinate dietro la porta di un'aula, aspettando la loro causa, quando hanno la fortuna che sia ancora celebrata in presenza, o le passano a turno presso gli uffici pubblici per sbrigare pratiche; e poi il pomeriggio si barcamenano tra il ricevimento dei clienti e la redazione degli atti in scadenza. Tornano a casa stravolti, di sera, e magari la notte si svegliano, perché hanno l'ansia di aver dimenticato un termine o un adempimento da fare. Colleghe per cui non esistono sabato, domenica o festività, perché, se c'è una comparsa da depositare, quella ha la precedenza su ogni altro aspetto della vita. Colleghe e colleghi costretti a fissare - e concludo - il PC per ore, aspettando che l'applicativo del processo telematico torni a funzionare e consenta il deposito.
Ecco, noi in quest'Aula vogliamo portare la voce anche di questi colleghi e queste colleghe che forse in questa occasione si sarebbero attesi da noi maggiore attenzione e un pizzico di coraggio in più .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Pittalis. Ne ha facoltà.
PIETRO PITTALIS(FI-PPE). Grazie, Presidente. Oggi non stiamo semplicemente votando una riforma ordinamentale, ma stiamo affermando una visione precisa dello Stato di diritto e del ruolo che in esso deve continuare a svolgere l'avvocatura italiana, perché senza un'avvocatura libera, autonoma e indipendente non c'è piena tutela dei diritti, non c'è giusto processo, non c'è democrazia sostanziale. Ecco perché questo provvedimento assume un valore che va ben oltre il dato tecnico e si colloca nel cuore della nostra architettura costituzionale, nel solco degli articoli 24 e 111 della Costituzione.
Si tratta di un intervento atteso e costruito attraverso un confronto serio e serrato con il Consiglio nazionale forense e con tutte le rappresentanze dell'avvocatura, che finalmente aggiorna un impianto normativo fermo al 2012 e ormai non più adeguato a interpretare le trasformazioni profonde della società, dell'economia e delle professioni.
Non è una riforma qualsiasi, è un riassetto che restituisce centralità e dignità a una funzione essenziale per la tutela delle libertà dei cittadini. In un tempo in cui tutto tende a essere ridotto a mercato, questo provvedimento compie una scelta chiara: l'avvocato non è un prestatore qualsiasi, ma un garante di diritti, un presidio di legalità, un attore indispensabile del sistema giustizia. E proprio per questo è giusto e necessario delimitare con precisione le attività riservate, anche alla luce delle nuove sfide poste dall'intelligenza artificiale e dalla proliferazione di consulenze giuridiche offerte senza responsabilità e senza garanzie.
E sia chiaro, qui non si difende una corporazione, si difende la qualità della difesa, si difende il cittadino e soprattutto si difende la certezza del diritto.
Allo stesso modo, è fondamentale il rafforzamento del segreto professionale e del rapporto fiduciario tra avvocato e assistito, che resta il cuore della funzione difensiva e che non può essere sacrificato neppure di fronte alle nuove forme organizzative della professione. Lo abbiamo detto questa mattina con riferimento anche alla vicenda dell'avvocatura perugina, abbiamo espresso la nostra solidarietà agli avvocati del foro di Perugia e a tutta l'avvocatura italiana, all'Unione delle Camere penali italiane che ha indetto uno sciopero proprio per la tutela della riservatezza dei colloqui tra difensore e indagato o imputato.
E allora, vedete, questa riforma interviene con coraggio anche su un tema delicato come quello dell'equo compenso. Perché non può esserci libertà nella professione, se non c'è dignità economica. Per troppo tempo abbiamo assistito a una deriva inaccettabile, a una competizione al ribasso che ha colpito soprattutto i giovani, impoverendo la professione e, con essa, la qualità della tutela dei diritti.
Lo dico sommessamente, guardando ai banchi del centrosinistra: questa è la riforma possibile, quella che poteva essere fatta anche negli anni passati e che non è stata fatta, quando anche la sinistra e il MoVimento 5 Stelle avevano responsabilità di Governo. Noi ci abbiamo provato e devo dire che, grazie anche ad una magistrale direzione che in questo contesto ha avuto il Vice Ministro Sisto , che ringraziamo, oggi è possibile portare a casa questo grande risultato.
Con questo provvedimento si ristabilisce un principio semplice ma decisivo: il lavoro - dicevo - va pagato in modo proporzionato, adeguato e giusto. È una scelta di civiltà giuridica, prima ancora che economica.
E ancora, il tema dell'accesso. Qui si misura proprio la serietà di una riforma, perché aprire davvero una professione significa rimuovere gli ostacoli che impediscono ai meritevoli di entrare. La revisione del tirocinio, la razionalizzazione della formazione, la gratuità delle scuole forensi per chi non ha mezzi e l'anticipazione del praticantato, ecco, sono tutte misure che vanno nella direzione giusta, quella di un accesso più equo, più moderno e più coerente con il principio costituzionale di uguaglianza sostanziale. Non si abbassa l'asticella della qualità, si eliminano le barriere inutili. È questa la differenza tra chi vuole conservare privilegi e chi, come noi, vuole creare opportunità.
Importante è anche il rafforzamento del sistema disciplinare che viene reso più credibile, più trasparente e più coerente con i principi di autonomia e terzietà. Perché l'indipendenza si difende anche con regole chiare e con un sistema capace di garantire correttezza e responsabilità.
Così come è significativa l'introduzione di tutele per la monocommittenza, fenomeno troppo a lungo ignorato e che ha lasciato molti giovani professionisti in una zona grigia, senza protezioni e senza diritti. Qui lo Stato torna a fare lo Stato , riconosce una realtà e interviene per garantire equilibrio e dignità.
Dunque, nel suo complesso, questo provvedimento rappresenta un punto di equilibrio alto tra innovazione e garanzia, tra apertura e tutela, tra mercato e diritti. È una riforma coerente, con una visione liberale e garantista che non confonde la libertà con l'assenza di regole ma la fonda su regole giuste, chiare e, soprattutto, rispettose della persona.
Forza Italia è sempre stata dalla parte delle professioni, della libertà, della responsabilità e della qualità e oggi, con questo voto, riaffermiamo con forza questa nostra identità, perché rafforzare l'avvocatura significa rafforzare lo Stato di diritto, significa dire che la difesa non è un lusso ma un diritto inviolabile, significa dire che la giustizia non è un servizio qualsiasi ma un pilastro della democrazia. Per tutte queste ragioni, con convinzione e, se mi consentite, anche con orgoglio, per chi, appunto, ha militato per oltre quarant'anni con quella veste che noi chiamiamo toga sulle spalle, il gruppo di Forza Italia esprime il proprio voto favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bisa. Ne ha facoltà.
INGRID BISA(LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Vice Ministro Sisto, che ringrazio, assieme al Sottosegretario Ostellari, per l'attività di confronto che ha fatto in Commissione giustizia e con questo Parlamento, annuncio, fin da subito, il voto favorevole del gruppo Lega su questa riforma, che segna un passo importante per l'avvocatura italiana e, con essa, per la qualità del nostro sistema giustizia.
Questa riforma è frutto di un lavoro politico serio, portato avanti dal Governo e dalla maggioranza con spirito di ascolto, di responsabilità e confronto costante con il mondo forense. Lo voglio dire con chiarezza: questo Governo ha avuto il merito di affrontare un tema che da tempo era rimasto fermo, nonostante le profonde trasformazioni in corso.
Il mondo, infatti, è cambiato radicalmente e anche quello riguardante la giustizia. Se pensiamo, ad esempio, al cambio di passo con i depositi telematici e di udienze davanti a un monitor, per chi, come me, ha varcato i tribunali già alla fine degli anni Novanta, ancora prima di diventare avvocato, è cambiato veramente un mondo anche in materia di giustizia e nelle aule di giustizia nei nostri tribunali italiani.
Abbiamo attraversato crisi economiche e trasformazioni tecnologiche, in questi anni sono cambiate le imprese, sono cambiati i cittadini, sono cambiati i bisogni di tutela e assistenza legale ma l'organizzazione della professione forense in larga parte è rimasta ferma per molti ambiti a modelli del passato. Ciò ha comportato una crisi profonda di redditività, di equità e di attrattività, soprattutto per le nuove generazioni.
Questa riforma interviene proprio su questo punto: accompagnare l'avvocatura verso una dimensione più moderna, dinamica e sostenibile. Questa riforma compie una scelta chiara e coraggiosa: modernizzare l'avvocatura senza snaturare i principi fondamentali di libertà, autonomia, indipendenza e dignità che caratterizzano, appunto, il ruolo di avvocato.
Parlo anche da avvocato. Conosco bene le difficoltà della professione e le criticità dell'accesso, il peso economico e organizzativo che molti avvocati, anche giovani avvocati, affrontano nei primi anni di attività ed è proprio per questo che considero particolarmente importante l'impianto complessivo della riforma. Il primo elemento qualificante è il rafforzamento del ruolo costituzionale dell'avvocato. Il testo riafferma con chiarezza i principi di libertà, autonomia, indipendenza e dignità della professione, riconoscendo la funzione essenziale dell'avvocato nella tutela dei diritti e nella corretta amministrazione della giustizia. Non si tratta solo di richiami formali; significa ribadire che la funzione difensiva non può essere ridotta a una mera prestazione commerciale, perché l'avvocato svolge una funzione di rilievo costituzionale direttamente collegata all'attuazione dell'articolo 24 della Costituzione e ai principi del giusto processo.
Molto importante è anche il lavoro svolto sulla disciplina delle attività riservate nell'ambito dell'assistenza e consulenza legale stragiudiziale. La riforma chiarisce, infatti, il perimetro di queste attività riservate agli iscritti all'albo nell'ambito delle procedure arbitrali rituali, nella negoziazione assistita, nella mediazione obbligatoria e demandata dal giudice, nonché l'attività di consulenza e assistenza legale connessa all'attività giurisdizionale svolta in modo continuativo, sistematico e organizzativo. È una scelta che tutela i cittadini, rafforza la certezza del diritto e contribuisce al contrasto del cosiddetto abusivismo professionale. Allo stesso tempo il testo mantiene un corretto equilibrio rispetto ai principi europei di proporzionalità e concorrenza, evitando irrigidimenti incompatibili, appunto, con il quadro normativo europeo.
È importante altresì il lavoro svolto sul superamento dell'attuale regime delle incompatibilità, prevedendo, ad esempio, la possibilità per l'avvocato di ricoprire cariche societarie con poteri gestori. Si tratta di un passaggio significativo che rende la figura dell'avvocato più adeguata alla società contemporanea e più coerente con le esigenze del mondo economico e produttivo, senza sacrificare quei principi di autonomia, indipendenza e deontologia che tanto ci stanno a cuore, come lo sono nella nostra professione forense.
Ritengo, inoltre, particolarmente significativo il lavoro svolto in Commissione giustizia sugli emendamenti migliorativi approvati durante l'esame in Commissione. Mi riferisco, in particolare, all'emendamento che ha superato il sistema delle liste nelle elezioni forensi, prevedendo esclusivamente candidature individuali. Si tratta di una modifica importante sotto il profilo ordinamentale e democratico. Con questo intervento restituiamo centralità al merito, alla persona del candidato e alla libertà di partecipazione, favorendo una rappresentanza più ampia e meno cristallizzata.
Vi è poi un altro aspetto particolarmente significativo della riforma, quello della collaborazione professionale in regime di monocommittenza. Dopo quasi vent'anni di discussione, si interviene per regolamentare questa realtà, ma auspico, comunque, che questo principio non vada a snaturare il ruolo dell'avvocato e dell'avvocatura come da sempre concepito.
Sul contratto di rete e sulle reti professionali noi crediamo che l'avvocatura italiana debba poter crescere anche attraverso questi modelli organizzativi e dinamici, capaci di favorire aggregazioni professionali, condivisioni di competenze, investimenti tecnologici e specializzazione. Le reti professionali consentono agli studi di affrontare incarichi più complessi, migliorare la competitività e offrire servizi più efficienti. Questa è la direzione che questo Governo e la maggioranza hanno scelto: un'avvocatura più moderna, più strutturata, più competitiva e maggiormente adeguata alle sfide del presente e del futuro.
Naturalmente non ignoriamo le criticità emerse durante il confronto parlamentare, le osservazioni da parte dei giovani avvocati dell'associazione forense sul rapporto tra consulenza stragiudiziale e figura del giurista d'impresa, ma proprio qui emerge il valore del metodo adottato dal Governo e dalla maggioranza.
Questa riforma non si esaurisce oggi. Dopo il voto alla Camera, il testo passerà all'esame del Senato e successivamente si aprirà la fase dei decreti legislativi attuativi e dei decreti ministeriali. È proprio in quella sede che sarà possibile affinare ulteriormente ulteriori aspetti tecnici, correggere eventuali criticità applicative e rendere ancora più efficace il nuovo impianto ordinamentale.
Come Lega continueremo a seguire con attenzione il percorso attuativo della riforma, mantenendo un confronto costante con il Consiglio nazionale forense, con gli ordini e tutte le rappresentanze dell'avvocatura in maniera indistinta, perché una buona legge delega si misura soprattutto sulla qualità dei decreti attuativi.
Oggi abbiamo il dovere di dare una risposta immediata anche, però, ai praticanti avvocati e ne abbiamo parlato anche durante l'esame degli ordini del giorno. Si è infatti creato un evidente sul tema dell'esame di abilitazione e auspico, appunto, che il Governo intervenga quanto prima anche in questo ambito.
Colgo l'occasione, vista anche la presenza del Vice Ministro, che sa assolutamente di cosa vado a parlare, di porre l'attenzione sul processo telematico. L'avvocato si fa 24 ore al giorno e non è possibile che il portale telematico, un giorno sì e l'altro anche, non funzioni e che ci siano attese di ore da parte dell'avvocato, che deve consultare fascicoli e depositare atti, e che sia, appunto, sempre in manutenzione.
L'avvocato deve avere tutti quegli strumenti per poter svolgere il proprio ruolo a tutela e a difesa del proprio cliente, in maniera indistinta, h 24.
Questa riforma, quindi, non è un punto di arrivo: è l'inizio di una nuova fase per l'avvocatura italiana. Una fase nella quale vogliamo un'avvocatura più forte, più moderna, più libera e sempre più vicina ai cittadini; ma deve essere anche un'avvocatura che non fa distinzioni al suo interno e che nelle sue diversità trova la sua forza.
Per queste ragioni, come annunciato, ci sarà il voto favorevole del gruppo Lega al provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Serracchiani. Ne ha facoltà.
DEBORA SERRACCHIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Grazie anche al Vice Ministro Sisto e al Sottosegretario Ostellari, che hanno seguito i lavori della Commissione: lavori della Commissione e del Parlamento che avremmo voluto fossero svolti con modalità diverse. Questo ce lo consentirà, Vice Ministro, perché ancora una volta, di fronte a una legge di riforma dell'ordinamento forense, ci saremmo aspettati non una legge delega, cioè l'appropriazione da parte del Governo del lavoro fatto dall'avvocatura italiana e anche di quel lavoro che avrebbe dovuto e potuto fare il Parlamento intero su una legge di riforma forense assolutamente necessaria. Su questo francamente non vi sono dubbi, anche perché l'ultima legge di riforma risale a 14 anni fa e, nel frattempo, è cambiato il mondo: è cambiato il modo con cui gli avvocati lavorano; è cambiato il modo in cui i clienti si rivolgono agli avvocati, anche grazie all'utilizzo di strumenti tecnologici che oggi ci fanno sembrare un po' tutti scienziati.
Quindi, è chiaro che l'attività richiedeva e richiede una legge di riforma. Però, proprio per questo motivo e proprio per questa necessità, avremmo voluto che ancora una volta il Parlamento non fosse soverchiato da questa presenza, fin troppo invasiva, del Governo. Avremmo, quindi, voluto, invece di scegliere la legge delega, che si potesse avere un rapporto normale tra maggioranza e opposizione per affrontare una legge di riforma dell'ordinamento forense che, comunque, tutti condividiamo nella necessità e nell'opportunità. Ancora una volta, invece, il Parlamento è stato spogliato di questa possibilità.
Sono passati anche dei mesi, mesi che - vorrei ricordare - non sono attribuibili a un'attività ostruzionistica dell'opposizione, che mai vi è stata, semmai ad alcune lentezze. Del resto, questo era un Governo impegnato in una riforma costituzionale della giustizia che, ahimè, non si è occupata per lungo tempo dei problemi della giustizia che, tra l'altro, oggi curiosamente sono stati affrontati da noi tutti all'interno di questi interventi, quasi come se vi fosse la possibilità di farlo e come se in passato questo fosse stato poco opportuno. Ebbene, in quel periodo, nel quale ci siamo occupati di una riforma costituzionale inutile, se non dannosa, sono emersi invece i problemi del sistema giustizia e, all'interno di questi problemi, c'è il tema relativo all'avvocatura. Allora, partiamo subito dal presupposto che vorremmo occuparci di un'avvocatura che finalmente entri in Costituzione; quindi, magari di questo avremmo voluto parlare e di questo avremmo voluto occuparci. Invece, di questo ancora non possiamo occuparci perché, nonostante la volontà - direi unanime - dell'inserimento dell'avvocatura in Costituzione, di questo ancora non ci occupiamo.
La riforma di legge dell'ordinamento forense è necessaria, l'ho detto fin dall'inizio; ed è questo il motivo per cui abbiamo voluto occuparci di questa riforma - nonostante la scelta del metodo, che non abbiamo condiviso - fin dal primo momento, con puntualità e attenzione. Per cui i nostri emendamenti sono sempre stati di merito; sono sempre stati emendamenti puntuali, sono sempre stati emendamenti con i quali abbiamo tentato di migliorare il testo. Testo - lo diciamo da subito - su cui esprimiamo, nonostante questa criticità nel merito, un voto favorevole perché riteniamo che la riforma sia necessaria. Ed è una riforma che - come hanno detto i colleghi e non lo voglio ripetere, lo ha precisato nella discussione generale anche il collega Gianassi - contiene spunti molto utili, che superano distorsioni che c'erano già nel passato.
Penso, ad esempio, al fatto che oggi un avvocato finalmente possa entrare a pieno titolo nella di una società. Sembrava abbastanza assurdo che, fra tutti i professionisti, l'avvocato fosse l'unico che, pur prestando consulenze e attività legali, non potesse mai svolgere tali funzioni all'interno o comunque prendendo una posizione di nella società. Quindi, ci sono diverse cose sulle quali abbiamo espresso un parere positivo, anche tentando di migliorarle. Penso al tema della formazione, penso al tema dell'accesso alla professione e penso al tema, appunto, che è stato dedicato al procedimento disciplinare.
Però, mi corre l'obbligo di precisare, Vice Ministro, anche per un miglior lavoro futuro - anche perché questa è solo una legge delega e alla legge delega seguiranno decreti attuativi, seguiranno decreti ministeriali -, che noi auspichiamo di non limitarci soltanto ad ascoltare un mero parere consultivo, ma ascolteremo le opposizioni, mi verrebbe da dire tutto il Parlamento, anche per migliorare e condividere, se è possibile, quei decreti attuativi. Quindi, mi corre l'obbligo di sottolineare le criticità che noi troviamo in questo testo che pure voteremo, con voto appunto favorevole. Criticità che sono dovute al fatto che questa riforma avrebbe dovuto essere più coraggiosa e più ambiziosa.
Noi siamo nell'epoca dell'intelligenza artificiale, nella quale sta cambiando profondamente l'attività dell'avvocato all'interno dello studio legale. Eppure, questa legge di riforma dell'ordinamento forense sembra rivolgersi al passato; sembra guardare ancora con gli occhi rivolti allo specchietto retrovisore e non affrontare, invece, questa che è una sfida epocale, rispetto alla quale l'avvocato è in prima linea e deve essere messo nelle condizioni di svolgere la propria attività eticamente e correttamente, con tutti gli strumenti necessari, ma sempre nell'interesse dei cittadini e del corretto svolgimento della professione.
C'è poi da sottolineare che è mancato il coraggio di precisare meglio il rapporto con il giovane avvocato, in particolare, il rapporto con chi si affaccia alla professione di avvocato. Purtroppo, non troviamo quella precisazione richiesta anche dall'Associazione italiana dei giovani avvocati sul compenso e non sul rimborso. Insomma, l'attività del praticante non può essere un lavoro gratuito. L'attività del praticante, quando viene fatta seriamente, secondo le regole, all'interno di uno studio, dove la persona, il ragazzo, il giovane assume anche delle responsabilità, deve essere correttamente retribuita. Ecco, anche su questo, forse, un passo in più sarebbe stato quanto mai opportuno.
Come crediamo che - lo rilevavano alcuni colleghi che sono intervenuti prima di me - forse anche nella legge delega avremmo potuto dare qualche in più al Governo su quelli che sono i problemi che oggi affronta l'avvocatura italiana. Un'avvocatura italiana che non ha a propria disposizione sempre gli strumenti necessari per svolgere al meglio la propria professione. Penso, ad esempio, al fallimento del processo penale telematico, fallimento che sta, in questo momento, creando enormi difficoltà non soltanto agli avvocati, ma anche agli utenti della giustizia, a tutti gli operatori del diritto, dai magistrati agli operatori dell'amministrazione della giustizia.
Poi, vorrei ricordare che il processo penale telematico è solo uno dei punti che sono stati sollevati di più tra i problemi che l'avvocatura affronta quotidianamente, ma c'è un tema gigante che è legato al fatto che ormai siamo di fronte a uffici giudiziari svuotati di gran parte degli operatori amministrativi. Svuotati! Ci sono uffici giudiziari nei quali manca oltre il 50 per cento del personale amministrativo e ci sono uffici nei quali, forse, occorrerebbe un investimento maggiore sulla stabilizzazione. Ancora oggi non sappiamo, Vice Ministro, se verranno stabilizzati tutti gli addetti e tutte le addette agli uffici per il processo, che è un istituto fondamentale e rispetto al quale vorremmo che ci fosse un'attività unanime del Parlamento perché quella stabilizzazione porti finalmente ad avere uffici giudiziari che invece di perdere personale lo acquisiscano.
A proposito di perdere personale, vorrei ricordare che questi sono gli anni nei quali, per la prima volta, la Cassa forense ha registrato un aumento delle cessazioni dell'attività professionale, cioè sono di più gli avvocati che cessano la propria attività professionale rispetto a quelli che la iniziano.
Certo, sono gli anni dei concorsi pubblici, ma sono anche gli anni nei quali, forse, si è investito troppo poco nella professione di avvocato e sono gli anni nei quali, invece, proprio sulla formazione, avremmo dovuto spingere per avere avvocati più qualificati. Da ultimo, Presidente, come ho detto all'inizio anche al Vice Ministro: che vi fosse la necessità, dopo 14 anni, di una riforma dell'ordinamento forense, non vi è dubbio; che vi fosse la necessità di una riforma che affrontasse alcuni nodi che andavano sciolti da tempo, non vi è dubbio; che questa riforma non sia sufficientemente ambiziosa e coraggiosa, non vi è dubbio; che vi siano dei punti che sono stati risolti, lo abbiamo detto, ed è per questo che diamo un parere favorevole.
Mi faccia, però, Presidente, ricordare in questo luogo, in questa sede, avvocati che nel mondo, oggi, con la propria vita, e anche spesso perdendo quella vita, difendono i diritti umani, difendono cittadini, difendono persone e vogliono che a quelle persone vengano riconosciuti i diritti. In particolare, Presidente, vorrei ricordare, oggi…
DEBORA SERRACCHIANI(PD-IDP). …l'avvocata Nasrin Sotoudeh, che è stata ricordata anche dal Consiglio nazionale forense . È un'avvocata che ha subito condanne ed è in carcere in Iran soltanto perché difende persone che la pensano diversamente da quel regime e da quella situazione terribile. La voglio ricordare perché gli avvocati sono anche questo. Ricordare oggi una donna iraniana avvocata credo che faccia onore anche a tutta l'avvocatura italiana .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Marta Schifone. Ne ha facoltà.
MARTA SCHIFONE(FDI). Grazie, Presidente. Governo, colleghi, siamo qui per l'approvazione della riforma dell'ordinamento forense, la carta costituzionale dell'avvocatura, il suo statuto. Presidente, questa riforma non è casuale, non è isolata, ma è, invece, parte di un normativo che è stato fortemente voluto dal Governo Meloni e che ha attraversato orizzontalmente tutte quante le categorie professionali con un intervento di sistema, di riordino, di ammodernamento di tutte le leggi professionali italiane vigenti.
Una riforma, un pacchetto di riforme così imponente davvero non si è mai visto o non si ricordava nella storia della Repubblica italiana, ed è un segnale politico, un segno politico molto preciso di una volontà, di un impegno del Governo, del Ministro Nordio e di questa maggioranza, segnatamente di Fratelli d'Italia, della destra italiana, che, da sempre, guarda con interesse al comparto libero professionale. Fratelli d'Italia, dagli scranni dell'opposizione prima fino ai banchi del Governo poi, lo ha portato avanti con la stessa coerenza e con la stessa convinzione.
L'azione riformatrice che è stata oggetto di questo provvedimento naturalmente nasce dalla consapevolezza di un'evoluzione del contesto sociale, dell'innovazione tecnologica, anche di una certa complessità dei rapporti giuridici attuali. Quindi, è stato richiesto un ripensamento organico della normativa vigente, che appariva un po' desueta rispetto alle sfide del presente. Però, vi è una ragione più profonda, lo dicevo prima: una volontà politica, la volontà politica di riaffermare la centralità dell'avvocatura nell'architettura istituzionale, sottraendola a quella marginalizzazione che troppo spesso l'ha svilita, ne ha svilito il ruolo e che misconosce ancora oggi, molte volte, il valore pubblico della funzione difensiva.
Presidente, per capire il valore di ciò che oggi votiamo, però, dobbiamo fare un passo indietro e dobbiamo capire da dove veniamo. Veniamo da anni in cui si è legiferato in maniera selvaggia, in cui si è legiferato senza pragmatismo, senza razionalità, utilizzando solo, forse, una furia ideologica, forse una clava politica, perché c'è stata una parte politica che ha ritenuto da sempre, evidentemente, le professioni, gli avvocati nella fattispecie, forse troppo liberi, poco omologabili, dei lavoratori di serie B o, comunque, nel migliore dei casi, dei portatori di interesse; nel peggiore dei casi, degli elusori, degli evasori, dei nemici da abbattere, e non, come ha sempre fatto la destra italiana, delle risorse da valorizzare .
Diversamente, non si spiegherebbero questi provvedimenti sciagurati a cui, purtroppo, abbiamo dovuto assistere. Penso all'abolizione delle tariffe professionali, penso alle “lenzuolate” di Bersani: tutti provvedimenti che hanno messo in ginocchio questa categoria e che l'hanno portata verso una lenta, progressiva e inesorabile proletarizzazione . Proletarizzazione è una parola molto forte, ma molto precisa.
Una proletarizzazione della professione che ha naturalmente inciso sulle fasce più deboli, e quindi sui giovani e sulle donne, sul numero degli studenti di studenti di giurisprudenza che è crollato, il crollo degli iscritti all'albo, così come il crollo anche dei redditi. Si è spalancata la voragine dei divari: del divario generazionale, del divario territoriale, del divario di genere. Questo è il punto di partenza, questo è quello da cui siamo partiti, questo è il motivo per cui questa riforma è stata urgente, è stata necessaria ed è stata attesa.
E guardate, Presidente, Governo, voglio dire anche che questa riforma ha un carattere spiccatamente partecipato, perché viene dal basso, viene dall'avvocatura. C'è stata una costante e continua interlocuzione del Governo, di questa maggioranza, della parte politica con l'avvocatura istituzionale e con le associazioni maggiormente rappresentative, proveniente dai consessi più alti, dai congressi nazionali, dalle mozioni congressuali, dai tavoli aperti dove si sono scritti anche dei testi che sono stati portati e messi nelle mani della politica.
Ebbene, io posso dire tranquillamente che questa riforma ha recepito integralmente le istanze dell'avvocatura: è una riforma dall'avvocatura, per l'avvocatura, dell'avvocatura. Presidente, sul piano delle misure concrete - lo hanno detto anche i colleghi che mi hanno preceduto della maggioranza, che ringrazio - il provvedimento interviene su tutti i nodi critici a cui ho fatto riferimento. Sicuramente, sul ruolo e sulla tutela dell'avvocato un bel passaggio simbolico è quello dell'introduzione del giuramento, il rafforzamento del segreto professionale, così come il passaggio sul sistema disciplinare, sul sistema della , tanto sugli ordini circondariali, quanto sul Consiglio nazionale forense, il rafforzamento del percorso dell'equo compenso, altra pietra miliare di questa legislatura e di questo Governo, a prima firma Giorgia Meloni.
Presidente, si è intervenuti in maniera ampia anche naturalmente sull'accesso, sul tirocinio e sulla formazione con un sistema più equo, più moderno e omogeneizzato su tutto il territorio nazionale; sulle incompatibilità, naturalmente, e sulle esclusività, e sull'ampio spazio alla modalità di svolgimento - e questa è la parte, forse, che attiene di più al tema anche della modernizzazione - della professione in forma collettiva: penso alle STA, penso alle reti di professionisti, penso alle associazioni. E mi piace ricordare anche l'emendamento sui CPO che abbiamo promosso per i Comitati Pari Opportunità, che estende un passaggio della delega portandola in maniera omogenea su tutto quanto il territorio nazionale, perché l'avvocatura è anche e soprattutto donna, lo dobbiamo dire.
Tra i punti maggiormente qualificanti, permettetemi di ricordare l'introduzione della disciplina della monocommittenza, che per noi è davvero un motivo di orgoglio ), ne siamo particolarmente fieri. È un fenomeno divenuto ormai particolarmente incidente, è una zona grigia dell'avvocatura, dove ci sono state delle forti asimmetrie, dove a volte ha prevalso anche e soprattutto la discrezionalità.
Ebbene, siamo riusciti a coniugare, da un lato, l'autonomia e le libertà professionali - perché non si deve mai scardinare il principio e la natura libero-professionale, che, naturalmente, non può coincidere con il lavoro subordinato, lo voglio dire chiaramente -, ma, dall'altro lato, siamo riusciti a portare avanti tutele e diritti. Abbiamo fatto passare la monocommittenza da una terra giuridica di nessuno ad una risposta moderna alle diseguaglianze generazionali.
Chiudo, Presidente, richiamando il criterio direttivo e il principio generale che è l'dell'articolo 2: il principio di indipendenza, di libertà e di garanzia, da parte dell'avvocato, della tutela dello Stato di diritto. Questo non è un dettaglio tecnico, non è mera retorica, ma è una scelta di civiltà. È la riaffermazione che l'avvocatura non è una corporazione da smantellare, non è un ostacolo del mercato, né tantomeno un residuo che deve essere liberalizzato. È un pilastro della democrazia, è un presidio delle libertà individuali, è un baluardo da ogni forma di arbitrio. Per noi, di Fratelli d'Italia, e per la destra italiana è sempre stata un modello che faceva coincidere i valori fondanti con i nostri: il merito, l'interesse nazionale, l'interesse pubblico. Questa riforma è anche la traduzione normativa di questa visione.
In ultima istanza, Presidente, ma prima di tutto, tutelando gli avvocati, tuteliamo gli italiani e tuteliamo i diritti dei cittadini italiani che l'avvocatura è chiamata a difendere.
Restituire dignità ordinamentale all'avvocatura significa riconoscere che senza avvocati liberi e indipendenti non c'è giustizia e senza giustizia non c'è democrazia .
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, la Presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo approvato.
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PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul disegno di legge n. 2629-A: "Delega al Governo per la riforma dell'ordinamento forense".
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
Dichiaro così assorbite le abbinate proposte di legge nn. 594-735-751-867-2432-2633.
PRESIDENTE. Avverto che, secondo le intese intercorse tra i gruppi, il seguito dell'esame della proposta di legge in materia di edilizia residenziale pubblica è rinviato ad altra data.
Avverto, altresì, che, essendone stata fatta richiesta e sulla base delle intese intercorse tra i gruppi, nella giornata di domani, mercoledì 27 maggio, le votazioni previste nella parte pomeridiana della seduta termineranno alle ore 18.
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta. Ha chiesto di parlare il deputato Borrelli. Ne ha facoltà.
FRANCESCO EMILIO BORRELLI(AVS). Grazie, Presidente. Intervengo per segnalare e denunciare ancora una volta le corse clandestine dei cavalli in Sicilia. In questo ne sono state documentate tre tra Catania e Siracusa.
Voglio ricordare a tutti che di clandestino queste corse non hanno nulla, visto che vengono fatte su strade pubbliche, spesso superstrade, in diretta Facebook. Questa volta, grazie alle denunce di un animalista, Enrico Rizzi, abbiamo scoperto addirittura che, per sfida nei confronti dello Stato, questa volta le hanno fatte a volto scoperto, cioè significa che non temono nulla e che sanno, come d'altronde stanno dicendo, che non ci sono norme che attualmente vengono applicate per fermare questa vergogna.
Noi stiamo cercando di portare avanti norme serie, anche per il riconoscimento degli equidi come animali da affezione e per la loro tutela. Tengo a precisare che le poche volte che ci sono stati interventi nei confronti di questa vergogna si è scoperto che erano tutti animali arrivati illecitamente da ippodromi, perché si amano tanto questi animali, ma poi si spediscono a fare corse clandestine.
Per questo motivo, Presidente, le segnalo ancora una volta che non arretreremo di un solo millimetro davanti a questa vergogna che viene taciuta dai più!
PRESIDENTE. Colleghe e colleghi, se dovete parlare, vi prego di uscire dall'Aula, perché è impossibile sentire gli interventi dei colleghi.
Ha chiesto di parlare la deputata Ferrari. Ne ha facoltà.
SARA FERRARI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Colleghe e colleghi, oggi qui, alla Camera dei deputati, in sede di Intergruppo Italia-Cuba, abbiamo incontrato l'ambasciatore cubano a Roma. Ci ha illustrato la tragica situazione in cui versa la popolazione cubana a causa delle sanzioni e dell'isolamento imposto dal Presidente Trump. Mancano carburante ed energia elettrica, che fa deperire gli alimenti e mette in ginocchio l'agricoltura, paralizza gli ospedali, impedisce la distribuzione dell'acqua e la raccolta dei rifiuti e impone la didattica a distanza agli studenti. In questa agonia deliberata, nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno definito Cuba “minaccia alla sicurezza nazionale” e schierato una portaerei nel mar dei Caraibi.
Chiediamo al Governo italiano di fare la sua parte per pretendere il rispetto del diritto internazionale almeno nel mar dei Caraibi, perché il Presidente americano non apra un altro fronte di guerra. Cuba subisce un embargo americano da sessant'anni, con alterni inasprimenti e momenti di tentativo di superamento, come la proposta Obama, rigettata dai repubblicani. Ma quanto sta accadendo oggi da parte dell'amministrazione Trump è un' spaventosa.
Col suo primo ordine esecutivo del 29 gennaio di quest'anno, poi seguito da quello del 1° maggio e ora del 20 maggio, si è passati dal blocco energetico del carburante al rafforzamento del blocco in materia finanziaria, alle sanzioni nei confronti dei soggetti che entrano in contatto con Cuba e a dichiarare Cuba una minaccia, dichiarazione che consente di adottare ulteriori misure restrittive.
E, infine, l'accusa, il 20 maggio, al novantenne Castro, accusato di responsabilità diretta, nel 1996, dell'abbattimento di un aereo americano. È evidente che si tratta di un pretesto che alza la tensione e prelude alla minaccia di attacco militare, perché gli Stati Uniti hanno posto una portaerei nel mar dei Caraibi.
È evidente il tentativo di affamare la popolazione, ma al momento la resilienza del popolo cubano è impressionante. Riteniamo che l'Italia, con la sua storia di cooperazione internazionale, debba usare quel canale per sostenere...
PRESIDENTE. Deve concludere, collega.
SARA FERRARI(PD-IDP). ...un aiuto alla popolazione cubana. Chiediamo al Governo di venire a riferire in quest'Aula su quali attività, quali azioni stia mettendo in campo per fare la sua parte verso quella .
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
LOIZZO ed altri; QUARTINI ed altri; GIRELLI ed altri: Disposizioni in materia di terapie digitali. (C. 1208-2095-2220-A)
Relatrice: LOIZZO.
3.
S. 427-731-888-891 - D'INIZIATIVA DEI SENATORI: IANNONE ed altri; MARTON ed altri; PARRINI ed altri; DE CRISTOFARO e MAGNI: Modifica all'articolo 24 della Costituzione in materia di tutela delle vittime di reato (Approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato). (C. 2197)
e delle abbinate proposte di legge costituzionali: CIRIELLI; ZANELLA. (C. 286-1312)
: DE CORATO.
4.
ENRICO COSTA e MATONE: Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. (C. 632-A)
e dell'abbinata proposta di legge: MATONE ed altri. (C. 2328)
: ENRICO COSTA.
5.
Relatrice: AMBROSI.
6.
7.
8.
COLOSIMO ed altri: Misure per la protezione e l'assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata ("Liberi di Scegliere"). (C. 2696-A)
Relatrice: VARCHI.
9.
Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile. (C. 2669-A)
e dell'abbinata proposta di legge: LUPI ed altri. (C. 1742)
: ZINZI e ZUCCONI, per la VIII Commissione; CAVO e SQUERI, per la X Commissione.
10.
D'ATTIS ed altri: Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale. (C. 218-A)
e delle abbinate proposte di legge: ZANELLA; SPORTIELLO ed altri; GIRELLI. (C. 948-1078-1198)
: D'ATTIS.
11.