PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
ANTONIO D'ALESSIO, legge il processo verbale della seduta di ieri.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
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PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 99, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. Poiché nel corso della seduta potranno aver luogo votazioni mediante procedimento elettronico, decorrono da questo momento i termini di preavviso di 5 e 10 minuti previsti dall'articolo 49, comma 5, del Regolamento.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la commemorazione della figura di Giacomo Matteotti, con il disvelamento di una targa sul suo scranno.
. Care colleghe e cari colleghi, sono trascorsi 102 anni dall'omicidio dell'onorevole Giacomo Matteotti. Sembra un tempo lontano, ma il suo ricordo resta vivo.
La Camera dei deputati rende un ulteriore e dovuto omaggio alla sua memoria, in ricordo del suo celebre discorso pronunciato in quest'Aula il 30 maggio 1924, che gli costò la vita. Lo fa con una targa affissa ora sul suo scranno, anche in attuazione dell'ordine del giorno presentato dal collega Dori in occasione dell'approvazione del bilancio interno della Camera e accolto all'unanimità dall'Ufficio di Presidenza.
Quelle parole risuonano ancora oggi come un accorato appello in difesa della libertà contro qualsiasi deriva autoritaria.
Ma Matteotti quel giorno non denunciò solo i brogli e i soprusi delle elezioni di aprile del 1924. Fece molto di più. Smascherò a viso aperto il clima di intimidazioni, aggressioni e prevaricazioni condotte dal fascismo per soffocare ogni voce dissenziente.
Matteotti fu tra i primi a comprendere con lucidità la grave minaccia che incombeva sulle istituzioni democratiche e sulle libertà civili e politiche. Individuò nello squadrismo il braccio armato di un regime spregiudicato che impediva la libera espressione della sovranità popolare. E accusò apertamente il Governo mussoliniano di fondare il proprio consenso sull'uso sistematico della violenza.
Il tragico epilogo di quella vicenda è scolpito a chiare lettere nella memoria collettiva del nostro Paese e ci ricorda che il sacrificio di uomini valorosi come Giacomo Matteotti non fu vano.
Alla loro tenacia e alla loro intransigenza morale dobbiamo la rinascita dell'Italia dopo il lungo ventennio di dittatura.
La società democratica dei nostri giorni è figlia delle scelte coraggiose di chi ci ha preceduto.
Riflettere su pagine così buie della nostra storia, a distanza di un secolo, non è un semplice esercizio commemorativo. È un richiamo a custodire quei valori inviolabili di giustizia, libertà e dignità umana che alimentano le radici della nostra convivenza civile.
Invito ora l'Assemblea a osservare un minuto di silenzio
Procediamo ora al disvelamento della targa in ricordo di Giacomo Matteotti .
Ha chiesto di intervenire l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Il 24 aprile di due anni fa, il giorno prima della festa della liberazione dal nazifascismo, lanciavamo in quest'Aula la proposta di intitolare per sempre alla memoria di Giacomo Matteotti lo scranno 14, perché da questo banco Matteotti, il 30 maggio 1924, tenne il suo ultimo discorso in quest'Aula in occasione della prima seduta della nuova Camera che era chiamata ad approvare il risultato di quelle elezioni.
Come noto, in quell'epoca, il posto in Aula non era fisso, cioè assegnato stabilmente a un deputato. Ad ogni modo, quel giorno, Matteotti pronunciò quel discorso proprio dal seggio 14 di quest'Aula.
La proposta è stata da subito accolta con favore dal Presidente Fontana, che ringraziamo , e si è concretizzata il 30 maggio 2024 quando in una cerimonia alla presenza del Presidente Mattarella - cerimonia che ricordava il centenario di quel discorso - fu proprio ufficializzato che questo posto non sarebbe mai più stato assegnato ad alcun deputato.
Pochi giorni dopo quel discorso, Matteotti venne rapito dai fascisti, il 10 giugno 1924; e sempre pochi giorni dopo verrà assassinato dai fascisti e il suo corpo sarà ritrovato il 16 agosto 1924.
Ecco, dallo scranno 14, quel giorno di 102 anni fa, Matteotti denunciò il clima nel quale si svolsero quelle elezioni, con bastonature alle persone, giornali invasi, tipografie devastate, voti di preferenza scritti sulle schede tutti dalla stessa mano e voti di lista cancellati.
Da questo seggio Giacomo Matteotti affermò: “coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero (…) in moltissimi comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti”. Concluse poi il suo discorso pensando ai tempi bui che avvolgevano l'Italia: “Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza (…). Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni”. Ecco, queste furono le parole di Matteotti.
Oggi portiamo definitivamente a compimento questo percorso di dedicazione di questo seggio a Giacomo Matteotti, con l'apposizione della targa. Giacomo Matteotti rappresenta un esempio fulgido di attaccamento ai valori della democrazia e della libertà, unici antidoti contro il fascismo. Quel fascismo che lui non ebbe alcuna paura a fronteggiare a viso aperto, anche a costo della sua stessa vita.
Siamo anche convinti che questo sia un efficace strumento per avvicinare alla figura di Matteotti i nostri giovani e gli studenti che quotidianamente vengono in visita alla Camera e, proprio dall'alto delle tribune, possono vedere questo seggio come simbolo del rigore morale e della forza della lotta per la democrazia che sono stati incarnati da Giacomo Matteotti
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Maullu. Ne ha facoltà.
STEFANO GIOVANNI MAULLU(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Presidente, ricordare oggi Giacomo Matteotti significa rendere omaggio non soltanto a una figura centrale della storia italiana ma ad un uomo che ha incarnato, fino alle estreme conseguenze, il senso più alto della responsabilità politica e civile.
Matteotti fu un parlamentare rigoroso, coerente, un uomo delle istituzioni che concepiva la politica come servizio personale a difesa della libertà.
In anni drammatici per il nostro Paese ebbe il coraggio di denunciare pubblicamente violenze, intimidazioni e irregolarità, pur sapendo quali rischi comportasse quella scelta. Il discorso pronunciato da Giacomo Matteotti alla Camera il 30 maggio 1924 rappresenta l'atto d'accusa più coraggioso e documentato contro le violenze e i brogli ascrivibili al Partito Nazionale Fascista durante le elezioni di quell'anno.
Non fu soltanto un atto di opposizione politica, fu un gesto di fedeltà alle istituzioni e alla verità. Matteotti comprese prima di molti altri che, quando la violenza entra nella vita pubblica, il dissenso viene soffocato e a essere colpita non è una parte politica, ma la libertà di tutti. Il 10 giugno 1924 il suo assassinio per mano di una squadra fascista rappresentò uno spartiacque nella storia nazionale. Fu un delitto che scosse profondamente la coscienza italiana ed europea, mostrando con brutalità quanto fragile possa diventare la democrazia quando il confronto politico perde il rispetto delle regole, delle persone e delle istituzioni.
A più di cent'anni di distanza, il sacrificio di Matteotti certamente continua a interrogarci. Ci ricorda che la democrazia non è mai una conquista definitiva, vive nella qualità del confronto pubblico, nella libertà di espressione, nel rispetto delle minoranze, nella forza delle istituzioni e nella capacità di riconoscere nell'avversario politico non un nemico ma un interlocutore con cui confrontarsi. Per questo la figura di Matteotti appartiene all'intera Repubblica, appartiene alla memoria collettiva della Nazione e non può essere certamente rinchiusa dentro confini ideologici o appartenenze di partito. Il suo esempio parla ancora oggi a chiunque creda nei valori del Parlamento, nella centralità della libertà, nel rispetto di tutti, contro la violenza e contro l'arbitrio .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Morassut. Ne ha facoltà.
ROBERTO MORASSUT(PD-IDP). Presidente, grazie. L'apposizione di una targa sul seggio di Giacomo Matteotti, ulteriore e definitivo suggello di una personalità politica che ha unito col suo sacrificio il Risorgimento e la Resistenza, rappresenta un riconoscimento che non deve sfumare, soprattutto in quest'epoca, il carattere delle sue scelte di campo, se vogliamo di parte, che oggi appaiono prepotentemente attuali. Matteotti è stato un socialista umanitario, un riformista rivoluzionario, un borghese eroe proletario, pacifista, internazionalista, mai opportunista e al tempo stesso anticomunista, perché antitotalitario e non violento.
Oggi torna con durezza, per chi sceglie di impegnarsi nella lotta politica e sociale, la tragedia dell'insopportabile divario di prospettive di vita che si è creata nel mondo tra pochi, sempre più ricchi, e tanti, tantissimi, troppi, sempre più poveri e che lo sviluppo tecnologico accresce di giorno in giorno. Matteotti aveva misurato la povertà e l'abbandono dei contadini del Polesine, il flagello delle epidemie e delle malattie, l'umiliazione dei lavoratori, la sottomissione delle donne, la condanna dell'infanzia e della gioventù buttata nel fango, nel lavoro brutale senza cure e senza istruzione. Per tutto questo scelse da che parte stare e il suo riformismo etico non era un riformismo tenue. Certe ingiustizie non sono mai state del tutto risolte, talora sono più gravi, nel mondo sono più gravi.
Ecco perché celebrare Matteotti non è solo celebrare un pezzo della storia d'Italia, che nemmeno i nemici di ieri e gli avversari dei suoi eredi di oggi possono più ignorare. Ricordare Giacomo Matteotti e immaginarlo idealmente seduto ancora su questi banchi è ribadire una delle sue ultime frasi: le mie idee non le ucciderete mai. La sua lotta è ancora viva, la lotta contro lo sfruttamento, contro l'ingiustizia e la violenza di genere, contro ogni violazione dei diritti individuali e collettivi di vecchia e nuova generazione, contro il primitivo uso delle istituzioni per agitare le folle e non per elevare il popolo, contro il nazionalismo, contro il fascismo e le sue varianti, per la lotta contro le quali oggi molti deputati di opposizione sono stati sospesi, contro la guerra come soluzione delle controversie internazionali, contro l'idea che esistano gerarchie di donne e uomini sulla base del genere, della razza, del culto, contro tutto questo che oggi noi vediamo di nuovo affacciarsi nel sovranismo, nel militarismo, nel classismo, nel razzismo. È una lotta per l'uomo, per un mondo e per un'Europa che ha nelle sue radici la linfa più autentica del messaggio evangelico del liberalismo e di un nuovo socialismo. Viva Matteotti !
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Molinari. Ne ha facoltà.
RICCARDO MOLINARI(LEGA). Il disvelamento della targa a ricordo di Giacomo Matteotti non è soltanto utile a commemorare la sua figura, la figura dell'uomo che è stato, è e sarà sempre il simbolo dell'opposizione al regime fascista, ma è anche una commemorazione a quel valore che è fondamentale più di tutti per fare attività politica: il coraggio.
Dico questo perché Matteotti è diventato quel simbolo per il ruolo che aveva, deputato, segretario del Partito Socialista Unitario, quindi un uomo che per quei tempi aveva una tribuna da cui far conoscere le sue idee di opposizione, ponendosi a capo di quella parte di Paese che sognava un'Italia dove - per usare le sue parole - si potesse essere governati dalle leggi, dai diritti civili e non dal bastone, come in tutti i Paesi nel Nord del mondo. Ma lui è diventato questo simbolo per il coraggio che ha avuto, perché era perfettamente consapevole delle conseguenze di quello che stava facendo e della sua attività politica. Non è un caso, quindi, che al termine del famoso discorso del 30 maggio, in cui denunciò i brogli, le violenze, le intimidazioni fasciste durante le elezioni, ma anche nei mesi e negli anni precedenti, Matteotti, sedutosi, disse al suo compagno di banco: io ho finito il mio discorso, ora voi preparate la mia commemorazione e fu purtroppo profeta di quanto accadde dopo.
Fu ucciso barbaramente dai fascisti, ma la parte più buia di questa vicenda, dal mio punto di vista, non è l'omicidio in sé, non sono le violenze che ci sono state, ma è quanto accadde dopo, perché il sacrificio di Matteotti in quel momento avrebbe potuto cambiare la storia del Paese e, invece, purtroppo, fu vano. Fu vano perché, nonostante dopo quel fatto il fascismo fosse caduto nella più profonda crisi della sua storia fino al termine della guerra, nonostante ci fosse stata una sollevazione morale e una forte pressione sul Governo, prevalse negli italiani il sentimento di paura, di ignavia o, peggio ancora, di connivenza con quei metodi e con quelle ideologie e il fascismo ne uscì ancora di più rafforzato, perché nel gennaio seguente Mussolini non solo rivendicò l'omicidio, ma instaurò la dittatura anche formalmente, non più solo dal punto di vista sostanziale.
Allora io penso che il compito di ciascuno di noi, di chi si impegna in politica e di qualunque cittadino attivo oggi, per commemorare al meglio Matteotti sia quello di essere sempre pronti a riconoscere e a denunciare il ritorno di quelle ideologie e anche il ritorno di quei metodi, pure quando sono mascherati da ideologie diverse, in modo che quella ignavia, quella paura e quella connivenza, che hanno fatto sprofondare il nostro Paese nella pagina più buia della sua storia, riscattata solo dalla lotta partigiana antifascista vent'anni dopo, non ci facciano di nuovo vedere quell'incubo e quell'abisso, anche perché oggi denunciare, a differenza di quanto fece Matteotti con il suo sacrificio, a noi costa molto meno .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Bicchielli. Ne ha facoltà.
PINO BICCHIELLI(FI-PPE). Grazie, signor Presidente. Per me commemorare Giacomo Matteotti ha un valore particolare e personale. Ho avuto il privilegio e la fortuna di vivere ospite a casa di Giancarlo, il figlio, nei primi anni della mia attività politica e, quindi, l'ho conosciuto per i racconti che un figlio può fare del padre. Oggi c'è qualcosa di profondamente simbolico nel fatto che questa Camera scelga di fermarsi a ricordare Giacomo Matteotti con una targa incisa nello scranno dove fece il suo ultimo discorso. Una targa qui, nell'Aula, dove si fa la politica, dove si vota, dove si discute, dove cent'anni fa egli esercitò con coraggio straordinario il mandato che i suoi elettori gli avevano conferito. Matteotti non accettò mai che la violenza sostituisse il confronto, che l'intimidazione prendesse il posto del dibattito, che la sopraffazione sopraffacesse il diritto.
Matteotti non era sicuramente un eroe per vocazione. La sua vicenda personale e politica resta indissolubilmente legata alla difesa della libertà, della legalità e soprattutto della dignità del Parlamento. In un tempo segnato dalla violenza, dall'intimidazione, dalla progressiva compressione delle libertà democratiche, egli ebbe il coraggio di esercitare fino in fondo il mandato ricevuto dai suoi elettori, anteponendo la verità e il dovere alla convenienza personale. Il 30 maggio del 1924 egli, da quello scranno in quest'Aula, pronunciò quel discorso che gli costò la vita. Lo fece sapendo il rischio che stava correndo, lo fece lo stesso.
Undici giorni dopo fu rapito, assassinato e quel gesto, quella voce alzata in questa Camera contro la prepotenza è diventata uno dei momenti fondativi della coscienza democratica italiana, non perché Matteotti vincesse, allora non vinse. E quindi, ricordare oggi Giacomo Matteotti significa riaffermare il valore irrinunciabile delle istituzioni rappresentative, del pluralismo politico e del libero confronto delle idee. La targa, signor Presidente, che oggi viene disvelata, non è soltanto un omaggio a un uomo caduto, è un monito permanente visibile ogni volta che entriamo in quest'Aula. Qui sedeva qualcuno che credeva nel Parlamento più di quanto credesse alla propria vita. Onoriamolo, essendo degni di quel posto che oggi occupiamo .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA(M5S). Presidente, onorevoli colleghe e colleghi: “Uccidete me, ma l'idea che è in me non la ucciderete mai”. Voglio omaggiare la memoria di Giacomo Matteotti partendo proprio da questa frase perché se oggi siamo qui riuniti per tributare il giusto riconoscimento alla memoria di Giacomo Matteotti - deputato socialista assassinato dall'infamia fascista per la sua coraggiosa integrità etica e politica che lo animava e che lo portò fino alla fine, consapevole, a non sottacere parole di libertà in nome del popolo italiano - è proprio perché quella idea che animava l'azione politica e il pensiero di Matteotti oggi giunge possente ai nostri giorni.
Matteotti morì il 10 giugno 1924 per difendere quello che di più importante abbiamo ereditato, e non nascondo l'emozione di intervenire vicino allo scranno dove celebrò, il 30 maggio 1924, il discorso che gli costò la vita dove, con coraggio e libertà, denunciò gli imbrogli elettorali e le violenze delle elezioni del 6 aprile 1924, chiedendone l'annullamento. Egli fu ammazzato per aver difeso e ostacolato il tentativo del regime fascista di sovvertire l'esito democratico delle elezioni. Combatté con coraggio e libertà contro la tracotanza di un regime che prendeva forma e sostanza: il regime fascista.
Ebbene, le sue battaglie e il suo pensiero sono oggi non solo un modello di etica politica a cui ambire, ma anche e soprattutto un ammonimento per le vicende storiche che viviamo. L'attacco profondo alla nostra democrazia, alla nostra Costituzione, ai valori che albergano in essa come quello dell'unità, della pace e dell'antifascismo rappresenta per noi non solo un'occasione oratoria, ma l'occasione politica per ricordare con forza il pensiero di Matteotti.
Siamo in un Paese in cui la memoria storica non è condivisa da tutte le forze politiche: pensiamo alle polemiche sollevate in merito al 25 aprile, pensiamo ai fatti accaduti qui alla Camera lo scorso 30 gennaio, che hanno portato alla sospensione di tantissimi parlamentari. Ma le opere di Matteotti, ad iniziare dal suo libro , in cui dimostrò, dati alla mano, un lunghissimo elenco di violenza, una cronaca dettagliata giorno per giorno, paese per paese, di tutte le azioni squadriste compiute dalle camicie nere durante il primo anno di Governo di Mussolini, dicono chiaramente - ma soprattutto la sua morte dice chiaramente - che non è possibile nessuna mistificazione dei fatti storici, nessuna manipolazione della realtà: nessuna amnesia storica è ammessa in merito ai fatti che sono accaduti in Italia negli anni che vanno dal 1919 al 1943, perché il fascismo è stato un crimine da condannare sempre.
Non condannare il fascismo significa assumersi la responsabilità politica dell'omicidio di Matteotti. Tuttavia, riconoscere il fascismo come crimine non è una semplice qualificazione giuridica, ma una visione di Paese che siamo e che vogliamo. Riconoscere il fascismo come crimine significa riconoscere l'esistenza di capisaldi su cui poggia la nostra Repubblica democratica che nessun Governo, nessuna legge, nessun rappresentante del popolo, nessun cittadino può scalfire; significa dire che la libertà, l'uguaglianza e la pace sono cromosomi della nostra vita democratica e quelli di chiunque attraversi il nostro Paese. E questi valori bisogna difenderli fino alla morte, se fosse necessario. Questo è il pensiero di Matteotti oggi: un gigante.
Cari colleghi e colleghe, il pensiero, la morte di Matteotti parla soprattutto a noi che ogni giorno portiamo sulle spalle l'onore ma anche il peso di rappresentare le speranze, i bisogni e le battaglie delle comunità che ci hanno scelto; per i cittadini e le cittadine di questo Paese, troppo a lungo allontanati dalla vita politica pubblica che troppo spesso ha smesso di ascoltare, di comprendere e di farsi carico delle difficoltà reali delle persone e, soprattutto, per i nostri giovani, ai quali abbiamo il dovere di consegnare non solo la rassegnazione, ma il coraggio; abbiamo il dovere di consegnare non il silenzio, ma la voce; non la condizione di sudditi, ma la consapevolezza di essere cittadini liberi, protagonisti del proprio destino e artefici del cambiamento che questo Paese attende, perché una democrazia vive solo se le persone credono di poterla cambiare e noi abbiamo il dovere di restituire questa speranza. Grazie, Giacomo Matteotti, grazie per il tuo insegnamento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Grippo. Ne ha facoltà.
VALENTINA GRIPPO(AZ-PER-RE). Signor Presidente, colleghe e colleghi, due anni fa, in quest'Aula, per il centenario, accanto al suo scranno sedettero il Presidente della Repubblica, le più alte cariche dello Stato, il Governo, e un attore rilesse le parole che Giacomo Matteotti, da questo banco, aveva pronunciato. E da allora quel posto non è stato più assegnato a nessuno: è l'unico scranno vuoto che, però, qui dentro, parla più di tutti quelli occupati.
Oggi ringrazio i colleghi che si sono fatti promotori di questa iniziativa: una targa lo affida alla memoria ogni giorno. Io vorrei aggiungere alle riflessioni un ricordo del lavoro parlamentare prima che la barbarie fascista lo uccidesse. Lo faccio anche per i giovani che ci seguono, che ci ascoltano, per chi si trova oggi a sapere che cosa avvenne in quest'Aula.
Giacomo Matteotti entrò in questo Parlamento per tre legislature, dal 1919 al 1924. Negli atti della Camera restano 222 tra interventi e citazioni - e invito veramente le giovani generazioni ad andare a leggere quegli interventi -, 6 progetti di legge.
Era un parlamentare che lavorava, che documentava, che tornava in Aula e chiedeva conto centinaia di volte delle cose che riteneva ingiuste. Se si va attraverso quei discorsi, se si guardano le parole, si capisce chi era. Nel suo ultimo discorso, quello che abbiamo richiamato, che abbiamo ascoltato, del 30 maggio 1924, la parola che torna più di ogni altra è la parola “voto”; poi “elezioni”: la pronuncia oltre 100 volte, perché per lui tutto si giocava lì, nel diritto di un cittadino a votare libero in quei giorni. Poi viene la parola “libertà”, più di 60 volte, e la parola “fatti”.
Ma in quelle pagine, se si va proprio a leggere lo stenografico della discussione, c'è una parola che non è la sua, ed è quella che scrivono tra parentesi gli stenografi - e anzi, forse è anche l'occasione per ringraziare tutto il lavoro che avviene in quest'Aula, che avveniva allora e che avviene a tutt'oggi -: le interruzioni, i rumori, le voci dai banchi, decine di volte; sembra di vederlo, proprio qui, mentre lui parlava con i documenti in mano e lo coprivano di urla, ma non ci riuscirono. Quel discorso lo possiamo leggere ancora oggi, arrivò fino alla fine. Per fortuna, quella violenza non la leggiamo ma la possiamo intuire da quelle interruzioni, la possiamo intuire dal tragico epilogo fascista. E lo dico da chi, come me, in questa legislatura è entrato per la prima volta.
Quando entriamo siamo presi dalla , dalle dinamiche politiche, come è anche normale e giusto che sia. Ma uno scranno come questo ci ricorda un'altra cosa: che qui lo scontro può essere durissimo, deve poterlo essere, però quello che non può mai entrare in quest'Aula - non dovrebbe entrare neanche fuori da quest'Aula - è la violenza. Matteotti fu ucciso perché qualcuno preferì la forza alle parole, e quando la forza prende il posto delle parole finisce il Parlamento e, poco dopo, finisce la libertà di tutti.
Per questo, questa targa non è un omaggio al passato, è un richiamo per noi. Ci ricorda, ogni volta che alziamo la voce gli uni contro gli altri, dove siamo: nel luogo in cui le idee si combattono soltanto con le idee. Onoriamolo così: non solo con il silenzio di un minuto, ma con il rispetto di ogni giorno per l'istituzione che Giacomo Matteotti scelse di difendere fino alla fine .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Alessandro Colucci. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO COLUCCI(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, signor Presidente. Onorevoli colleghi, l'apposizione di questa targa oggi è un momento importante per tutti, appartiene a tutti: appartiene a chi ama la democrazia e a chi fa politica con quei principi. Molti si sono appropriati di Matteotti, diciamo tutti, ma è stato il segretario, è bene ricordarlo, del Partito Socialista, il riferimento del movimento socialista, insieme a Turati. Sparito il Partito Socialista non spariscono però le idee socialiste. Io appartengo a questi valori, a questi riferimenti, a questi mi richiamo.
Quindi credo sia importante ricordare più che la morte, come spesso viene fatto - perché fu assassinato da una squadra di sicari fascisti il 10 giugno 1924 -, cosa fece in vita Matteotti.
Oggi, usando il sottotitolo di un bellissimo libro di Antonio Funiciello, vorrei ricordare e ripercorrere “La vita (e non la morte) di Giacomo Matteotti”, di quest'uomo politico che fu un vero antitotalitario, perché antifascista. Tutti conoscono solo l'icona che ne è stata dipinta dopo la morte non proprio da gente che lo amava: Piero Gobetti, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti crearono il Matteotti che veniva bene alla causa, quello morto, lasciando nel dimenticatoio quello vivo, quello che più volte avevano attaccato. Gobetti ne tracciò un ritratto sbilenco, descrivendolo come uno straniero in casa propria, come un socialista mal voluto dai suoi compagni e persecutore degli stessi, come “il volontario della morte”. Scrisse che Matteotti non fu mai popolare, bensì un aristocratico, un eretico e un oppositore del Partito Socialista, salvo poi definirlo l'unico che aveva compreso il rischio che il fascismo stava portando all'Italia, quando ancora il regime non si era formalmente affermato.
Quanto a Gramsci, dopo l'assassinio di Matteotti, così scrive su : “Pellegrino del nulla appare a noi Giacomo Matteotti quando consideriamo la sua vita e la sua fine”. Il propulsore che alimenta questi giudizi - commenta Funiciello - è quell'odio che contraddistinguerà sempre l'atteggiamento politico e l'approccio teorico dei comunisti verso i socialisti, comunisti che gli rinfacciarono il rifiuto del metodo della violenza e lo accusarono di evangelismo o tolstoismo.
Togliatti invece mirò più sul mentore e maestro di Matteotti, Filippo Turati, il più formidabile diseducatore dell'Italia moderna. Turati fu fra i più disonesti dei capi riformisti, perché fu tra i più corrotti del Parlamento. E, , allargando l'accusa a tutto il suo partito, ovvero: gli unitari vengono a costituire niente altro che una forza di riserva della borghesia, un'ala del fascismo.
Tale era Matteotti da vivo per gli alfieri della rivoluzione proletaria: impopolare aristocratico.
Era radicatissimo sul territorio, il suo Polesine, dove condusse le sue battaglie come sindacalista dei braccianti. Certo, preferiva gli accordi che si traducevano in vantaggi per i cittadini, piuttosto che lo scontro duro che pur non rifiutava. Fu un uomo, elettoralmente e politicamente parlando, di successo: fu eletto alla provincia di Rovigo e in numerosi comuni della zona.
Arrivò in Parlamento una volta addirittura senza fare campagna elettorale, perché i fascisti, dopo la prima bastonatura cui fu sottoposto nel 1921, gli vietarono di farsi vedere in Veneto. Scalò velocemente il Partito Socialista, diventandone giovane segretario e di fatto portavoce in Parlamento.
Quale fu il vero problema? Lo esprimono alla perfezione queste sue parole rivolte ai comunisti: “noi vogliamo lottare contro il fascismo in nome della libertà, voi della dittatura”. Matteotti vedeva nel regime incipiente la sopraffazione della libertà della persona e dei suoi diritti e il venir meno del metodo democratico. Insomma, il Matteotti vivo fu un socialista riformista, anticomunista quanto antifascista. La sua morte - azzardo con il senno di poi - interruppe l'incontro possibile tra il socialismo riformista, di cui Matteotti era il principale esponente, e il popolarismo cattolico del suo coetaneo, Alcide De Gasperi. Un altro protagonista del popolarismo cattolico…
PRESIDENTE. Concluda, onorevole.
ALESSANDRO COLUCCI(NM(N-C-U-I)M-CP). …il torinese Pier Giorgio Frassati - arrivo, Presidente -, riconosciuto come santo della Chiesa cattolica, alla caduta del Ministro Facta sperava in un Ministero popolare socialista. Allora, Presidente, dobbiamo ricordare qual era l'obiettivo e l'opportunità che rappresentava Matteotti che non viene mai ricordato. Quindi dire viva Matteotti vuol dire: Viva la libertà, viva la verità!
Matteotti non fu solo un martire, è stato anche un'occasione persa per l'Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Faraone. Ne ha facoltà.
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Sinceramente, questo intervento che mi ha preceduto lascia sgomenti . È una ricostruzione storica dei fatti accaduti che è veramente incredibile. Tuttavia, siccome siamo qui a commemorare una grandissima personalità, provo a farlo molto brevemente, ricordando che Matteotti era un vero riformista. Il riformismo di Matteotti si concretizzava in un'espressione chiara, che è quella tipica di tutti i riformisti che interpretano quella corrente di pensiero come una corrente di pensiero che ha caratteristiche positive, che interpreta la democrazia come strumento per produrre cambiamenti e quindi contrasta chiunque si pone contro la democrazia.
Tuttavia, il riformismo a volte viene taroccato da qualcuno che pensa che essere riformisti vuol dire farsi andar bene tutto, perfino il fascismo. C'era chi si definiva riformista, perché provava a riformare il fascismo e a temperare una dittatura. Invece, Matteotti, da vero riformista, quando si è trattato di trasformarsi in persona delle istituzioni che metteva la democrazia al di sopra di tutto, ha compreso che doveva compiere gesti più forti e clamorosi rispetto a quelli che avrebbe voluto compiere se la sua carriera politica fosse stata possibile in un'epoca dentro i canoni democratici. Quindi, fu costretto a gesti di coraggio, che lo hanno portato poi ad essere vittima del fascismo e di chi contrastava la democrazia, perché proprio il discorso fatto alla Camera, il suo comportamento contro il fascismo ha comportato ciò che è accaduto, ossia la sua morte, picchiato dalle squadracce fasciste.
Io credo che interpretare oggi in questo modo Matteotti vuol dire dare valore alla democrazia, dare valore alla democrazia ovunque ci sia qualcuno costretto a gesti di coraggio per difenderla, come Alexei Navalny.
Poi, da siciliano, penso al discorso che fece Borsellino alla biblioteca contro la mafia e al coraggio che dimostrò qualche giorno dopo l'omicidio di Falcone, nel comunicare che custodiva dei segreti, nonostante sapesse che avrebbe potuto essere ammazzato.
Io credo che tutte le personalità che hanno dovuto contrastare la criminalità, il fascismo e difendere la democrazia e per questo sono state uccise, dimostrando grandissimo coraggio, vadano commemorate. Matteotti ha dimostrato questa personalità e questa grandissima forza a difesa della nostra democrazia e del nostro Parlamento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Magi. Ne ha facoltà.
RICCARDO MAGI(MISTO-+EUROPA). La ringrazio, Presidente. È qualcosa di particolarmente importante per la Camera dei deputati l'iniziativa odierna, perché, commemorando ancora una volta Matteotti, ricordiamo e salutiamo quanto la sua azione e il suo esempio siano ancora vitali per l'istituzione centrale, in una democrazia parlamentare, per il Parlamento.
Matteotti fu ucciso e diede la vita per far vivere il Parlamento, sacrificò la vita per la sua intransigenza, perché in quest'Aula, da questo posto, osò chiedere una cosa semplice: che non fossero convalidati i risultati delle elezioni del 1924, che l'Aula avesse il coraggio di dire la verità al popolo italiano, ossia di dire che quelle elezioni erano state inficiate da brogli, da violenze e da sopraffazioni; che, in molte aree del Paese, era stato impedito di presentare le liste; che erano stati circondati gli studi dei notai dove si stavano raccogliendo le firme per il deposito delle liste; che erano stati picchiati e perseguitati coloro che volevano promuovere quelle liste.
Chiese cioè al Parlamento di essere Parlamento nel momento in cui molti, come è stato ricordato dal collega che mi ha preceduto, guardavano già a come cercare un compromesso con il fascismo. Matteotti fu il primo, insieme a Piero Gobetti, a vedere nel fascismo la vera natura totalitaria, la vera natura violenta, la vera natura di negazione profonda, di annientamento della democrazia e, quindi, del Parlamento.
Matteotti pagò e, come è stato detto giustamente, non voleva essere eroe. Io cito solo le parole di Carlo Rosselli, che aveva scritto e rivolto a Pietro Nenni: “Matteotti non voleva e non cercava la morte. Volle e cercò la lotta; volle e cercò i posti di responsabilità nelle ore più dure, seppe vincere tutti i giorni, e perdere tutti i giorni la sua piccola battaglia. Io ammiro in lui la fede di tutte le ore, la tenacia, la costanza, l'ottimismo contagioso, il volontarismo sfrenato”.
Matteotti deve essere un esempio per tutti i parlamentari. Matteotti ha sacrificato la vita per il rigore, per l'intransigenza e per dare a un popolo quello che un popolo merita, soprattutto nei momenti più bui: la verità .
PRESIDENTE. È così conclusa la commemorazione di Giacomo Matteotti.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sull'ordine dei lavori, la deputata Ruffino. Ne ha facoltà.
DANIELA RUFFINO(AZ-PER-RE). Grazie, signor Presidente. Io sono a reiterare la richiesta di informativa urgente da parte del Ministro dell'Economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti. Ho già portato questa richiesta e la ribadisco oggi.
DANIELA RUFFINO(AZ-PER-RE). Il 24 giugno 2024 - è trascorso praticamente un anno - è stata inviata una PEC avente per oggetto gravi anomalie di funzionamento relative alla Fondazione Cassa di risparmio di Asti. Non è stato dato alcun riscontro.
Inoltre, chiedo di valutare - ovviamente, sempre al Ministro -, ai sensi della normativa bancaria e degli orientamenti e delle linee guida della vigilanza, la situazione anomala, ossia se un amministratore di banca, un presidente, possegga il fondamentale requisito dell'indipendenza di giudizio al fine di assicurare che non vi sia nessun condizionamento nel caso in cui il sindaco di Asti è presidente della Banca di Asti. Tale situazione è certamente anomala. Si poteva prevedere un periodo di raffreddamento proprio per evitare queste situazioni che potrebbero essere ascritte a un conflitto di interessi.
C'è da chiedersi che cosa pensino le segreterie dei partiti che sostengono la coalizione del sindaco Rasero e i consiglieri comunali di Asti, se questa situazione sia sensata e accettabile e quali siano i motivi che portano un sindaco ad assumere un'ulteriore carica, ossia sindaco di Asti e presidente della Banca di Asti, nominando, tra l'altro, tre membri come sindaco e tre quando il sindaco era presidente della provincia di Asti, dopodiché si dimise .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Grimaldi. Ne ha facoltà.
MARCO GRIMALDI(AVS). Grazie, Presidente. Ci associamo. Ahimè, alle nostre interrogazioni Giorgetti non ha dato ancora risposte. Anzi, questo clima probabilmente è un piemontese perché, come le abbiamo raccontato in quest'Aula, è assai incredibile che un sindaco di una città, che fa poi il presidente della provincia e poi influenza già tante delle nomine nelle fondazioni bancarie ed ex bancarie, pensi, a un certo punto, di arrivare addirittura a essere il presidente e, quindi, a essere a guida di una banca. È abbastanza incredibile.
Però, fatemi dire che, anche in queste ore, sta succedendo un'altra cosa surreale in un'altra fondazione ex bancaria. Dicevo l'altro giorno: immaginatevi se il sindaco di Torino, Lo Russo, facesse in qualche modo nominare o addirittura proponesse sua sorella - Stefano Lo Russo è figlio unico, quindi sto facendo una metafora - a direttrice o a segretaria generale della Compagnia di San Paolo o della Fondazione CRT. Immaginatevi questo. Credo che un po' di banchi dall'altra parte direbbero che questa vicenda è inaccettabile. Andate a vedere che cosa sta succedendo a Cuneo, e mi fermo qui, non faccio nomi.
Allora, io lo dico ai colleghi di centrodestra e al Ministro Giorgetti: lo ripeto, vogliamo parlare di Asti? Vogliamo parlare di Cuneo? Noi siamo pronti. La vicenda è abbastanza chiara. Le fondazioni ex bancarie non sono bancomat, ma non possono neanche essere un grumo di potere in cui non si capisce l'inopportunità di detenere tutti i poteri insieme, di decidere in qualche modo che queste vicende diventino un .
Allora, lo diciamo così, lo dico ai colleghi: bramate il socialismo? Volete chiudere le fondazioni ex bancarie e dare tutti i soldi delle banche ai comuni? Facciamolo, facciamolo per legge. Lo dico, perché ci sarà qualche liberale, lì in mezzo, che non è d'accordo. Guardate, noi siamo pronti a discutere . Volete dichiarare chiusa l'esperienza delle fondazioni ex bancarie? Volete restituire quelle risorse allo Stato? Facciamolo. Ma finché le leggi sono queste, sono quelle in corso, allora ve lo chiediamo, sì: vogliamo monitorare queste vicende, vogliamo che non si sommino quei poteri, perché non sono nati per questo.
Quelle indicazioni devono essere fatte nel rispetto dei territori, ma non possono essere l'incarnazione del potere stesso. Allora, diciamo al sindaco di Asti che non può diventare il presidente di una banca, così come diciamo che non è possibile che si sovrappongano le fondazioni ex bancarie al potere politico.
Questa è una vicenda che ci parla, che ci parla di futuro, che ci parla anche dell'editoria italiana. Qualcuno adesso ha iniziato a pensare che sia normale che le fondazioni bancarie sostengano i giornali, fuori tra l'altro da quelli che sono i confini di questa vicenda. Anche lì, allora riscriviamo le leggi.
Qual è il punto? Volete sostenere pubblicamente l'editoria? Parliamone. O volete continuare a fare quello che state facendo, cioè dirottare risorse solo per i canali che vi fanno comodo, magari per sterilizzare quell'informazione, magari per renderla - voi dite così - più istituzionale, che vuol dire non avere più un'opposizione in giro per l'Italia, non avere più un editore indipendente. Ce ne sono talmente pochi e ne volete ancora meno.
Questa cosa ci preoccupa, ma ci parla anche di tanto altro .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Coppo. Ne ha facoltà. Le chiedo se si associa o meno, così non la interrompo. Prego.
MARCELLO COPPO(FDI). Allora, io mi devo associare, altrimenti non posso parlare. È corretto, Presidente?
PRESIDENTE. No, può anche dissociarsi … scusate, colleghi, ci penso io. Un attimo.
MARCELLO COPPO(FDI). Allora, mi dissocio.
MARCELLO COPPO(FDI). Mi dissocio. Perché? Io mi chiamo Marcello Coppo e sono di Asti. Ho fatto il vice sindaco di Asti, vice del sindaco Rasero per cinque anni. Non sempre andiamo d'accordo, per carità, però, ovviamente, il rapporto è franco. Maurizio Rasero non ha tessere di partito in mano. Prima di fare il sindaco, era vice presidente della Banca di Asti. Quindi, non è che ha fatto il sindaco perché doveva andare a finire in banca.
Quando sento certi interventi, specialmente decontestualizzati dalla situazione storica della città di Asti, mi viene un po' da sorridere, specialmente quando vengono da persone che magari appartengono ad un'area politica che tempo fa, per telefono, diceva: finalmente abbiamo una banca , perché ragioniamo anche delle verginelle, no?
Se poi andiamo a vedere nel concreto, nel consiglio di amministrazione della Banca di Asti oggi siede un consigliere comunale del Partito Democratico, che è stato eletto dalle stesse fondazioni - e da loro adesso sento dire che lo vogliono fare per zittire l'opposizione. Le decisioni sono state prese su dei requisiti precisi, perché, per come è stata fatta la normativa, per finire in un consiglio di amministrazione di una banca bisogna avere dei requisiti. E quelli che sono finiti dentro o sono professori universitari o hanno già fatto parte di consigli di amministrazione delle banche o sono imprenditori o sono esperti in un determinato campo.
Aggiungo che già tempo fa - voglio ripetere un discorso che ho fatto quando ero in consiglio comunale all'opposizione nel 2016 - dissi che per me non è uno scandalo che un sindaco finisca in un consiglio di amministrazione di una banca, specialmente se è una banca del territorio: in primo luogo, perché i soldi, in quella banca, li ha messi il territorio e quindi anche se c'è qualcuno che rappresenta il territorio lì dentro, secondo me, non è uno scandalo; in secondo luogo, perché le decisioni del consiglio di amministrazione di una banca si prendono a maggioranza, non le prende il singolo presidente; e infine perché, quando dissi quello, è perché c'era nel consiglio d'amministrazione della Banca di Asti il sindaco del PD che era anche presidente della provincia .
Soprattutto, se andiamo a verificare chi sono stati i presidenti della Banca di Asti, facciamo un bell'elenco di ex sindaci! È solo adesso che viene fuori il casino, che viene fuori lo scandalo: ma scandalo di cosa? Uno era vicepresidente. Tra un anno non avrà più niente in politica, non potrà neppure presentare alle elezioni comunali una lista a suo nome, perché non si può fare, altrimenti Banca d'Italia giustamente gli direbbe: guarda, ciccio, separa un attimo le due cose. Attualmente si è dimesso da tutta una serie di situazioni. Vogliamo che si dimetta, come chiede l'opposizione, anche da sindaco, così andiamo con il commissario? Solo per fare sfregio al voto dei cittadini – ricordo che abbiamo vinto senza neanche fare il ballottaggio.
Aggiungo che la Fondazione Cassa di risparmio di Asti ha finanziato attività sul territorio senza guardare a destra e a sinistra. E all'interno del consiglio di indirizzo, del consiglio d'amministrazione della Cassa di risparmio di Asti non ci sono politici o gente che ha fatto politica in maggioranza, nel senso che non è la maggioranza che ha fatto politica. Inoltre, anche nel consiglio di indirizzo c'è gente che viene da altri settori.
Poi si vuole ricordare che c'era il problema che qualcuno vociferava di vendere la Banca? Probabilmente, mettere come presidente il sindaco è una garanzia che questa Banca rimanga sul territorio. Probabilmente, la loro intenzione è diversa, ossia vendere questa Banca .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Fornaro.
FEDERICO FORNARO(PD-IDP). Grazie, signora Presidente. Ringrazio la collega Ruffino. Noi ci associamo alla richiesta di avere urgentemente un'informativa sulle vicende che sono state ricordate e su cui non ritorno, ma ovviamente devo intervenire dopo il collega Coppo, perché altrimenti chi ci ascolta rischia di avere una verità parziale. Come sempre si prova a mescolare le cose, si prova a rilanciare vecchi stereotipi. La questione è profondamente diversa ed è legata alle modalità di composizione del consiglio di indirizzo della Fondazione della Cassa di risparmio di Asti che, a sua volta, indica i consiglieri di amministrazione della banca, essendo - a differenza della stragrande maggioranza delle fondazioni bancarie - ancora detentrice della maggioranza assoluta delle azioni.
Il problema non è che il sindaco faccia il presidente della banca. Il problema è che il sindaco abbia nominato tre consiglieri di indirizzo e che il sindaco venga eletto consigliere provinciale in un'elezione di secondo grado e che, da presidente della provincia, elegga, nomini per essere preciso, altri tre membri del consiglio di indirizzo e siamo a sei! Di fatto, siamo in una situazione di cortocircuito istituzionale e di conflitto di interessi palese, che credo debba essere attenzionato non soltanto dal Ministero dell'Economia e delle finanze, che - lo ricordo - ha la sorveglianza sulle fondazioni di origine bancaria, ma anche da Banca d'Italia. Non c'è soltanto una questione relativa ai requisiti.
Nello specifico, vorrei ricordare al collega Coppo che non può dire mezze verità e che è vero che un consigliere comunale del Partito Democratico in questa tornata è stato eletto nel consiglio di amministrazione, ma deve anche ricordare che la direzione provinciale del partito di Asti si è totalmente dissociata da questa scelta personale Ma non lo avete espulso!. Noi lo abbiamo ribadito con forza: da questo punto di vista, avevamo un'opinione profondamente diversa del ruolo delle istituzioni, della separazione dei poteri e non di quel coacervo che oggi c'è e che ha dominato la città di Asti da molti anni tra comune, banca, fondazione, associazione di categoria.
Allora, credo che, da questo punto di vista, l'opinione pubblica di Asti abbia necessità di avere chiarezza: chiarezza sulla correttezza di questo percorso che ha portato alla nomina del sindaco a presidente della Banca. Poi le valutazioni le faranno gli elettori, sì. Per fortuna siamo ancora in democrazia, però la democrazia presuppone, proprio nella base di partenza, nel momento in cui si va ad elezioni, di essere tutti sulla stessa linea, di essere tutti nelle stesse condizioni ed è evidente che questo, per le cose che sono state ricordate anche in quest'Aula, riesce difficile pensarlo per il comune di Asti.
Credo quindi che la collega Ruffino abbia giustamente sollevato di nuovo questa questione. Si attendono risposte, le attendiamo dal Ministro dell'Economia e delle finanze e - lo ripeto - siamo in attesa dell'opinione di Banca d'Italia che, nella sua autorevolezza, da autorità indipendente, saprà mettere parole di correttezza a questa vicenda che ha più di un elemento di criticità e più di un elemento di ombra
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, la deputata Appendino: chiedo anche a lei se si associa. Ne ha facoltà.
CHIARA APPENDINO(M5S). Sì, grazie, Presidente, per associarci anche noi alla richiesta. Sono state già descritte in modo molto corretto le nostre perplessità per cui vi chiediamo che vi siano un'azione di chiarimento e un'operazione verità da parte del Ministro Giorgetti. Siamo di fronte a ombre evidenti, siamo di fronte a un conflitto di interessi che, almeno per come lo vedo io, è palese.
Siamo di fronte a un cortocircuito istituzionale, come è stato definito, un pastrocchio che francamente non lascia certamente intendere o far pensare alla buona politica. Quando ci sono queste ombre, il Governo ha il dovere di provare a chiarirle, anche perché non mi sembra che questo Governo non si preoccupi di mettere le mani e gli occhi e di spendere parole per quanto riguarda il bancario e le questioni che riguardano le banche.
Chiudo con una questione, Presidente. Che questo Governo sia incline a occuparsi o, meglio, a difendere gli interessi delle banche ci è chiaro, perché, dopo quattro anni, siamo ancora qui ad aspettare una seria tassazione degli extraprofitti delle banche. Mi faccia però dire almeno una cosa, un consiglio: anziché occupare i posti nelle banche, occupate le fabbriche con gli operai , perché fareste molto, molto meglio, con Electrolux, con Stellantis, quelle persone che lottano per la dignità e per arrivare a fine mese. Forse fareste meglio, anzi sicuramente fareste meglio per le comunità locali .
PRESIDENTE. Grazie, onorevole. Riferirò al Presidente sulle richieste di informativa giunte dai gruppi.
Ha chiesto di parlare, sempre sull'ordine dei lavori, ma su un altro argomento, la deputata Serracchiani. Ne ha facoltà.
DEBORA SERRACCHIANI(PD-IDP). Sì, grazie, Presidente. Chiedo la parola sull'ordine dei lavori per chiedere un'informativa della Presidente Meloni, perché la Presidente Meloni, in questi anni, si è occupata molto - e giustamente anche nel ruolo che ricopre - di un tema che credo sia caro a tutti noi, cioè della lotta all'antisemitismo. Lo ha fatto anche con prese di posizione importanti.
Allora ci domandiamo come la Presidente del Consiglio possa tollerare che possano essere presenti ancora e ricoprire ruoli istituzionali importanti ed essere presenti nel coordinamento del partito di Fratelli d'Italia alcune persone che, come abbiamo appreso dal, in una hanno utilizzato dei termini che sono a dir poco antisemiti, che non ripeterò in questa sede, Presidente, anche per il luogo nel quale siamo e per la correttezza, credo, con cui il linguaggio dovrebbe essere portato avanti qui, in quest'Aula. Invito però i colleghi, in particolare i colleghi di Fratelli d'Italia, a leggere queste frasi, che sono delle frasi veramente crude, violente, che sono delle frasi antisemite. E un partito che spesso sventola la bandiera della lotta all'antisemitismo dovrebbe, in qualche modo, avere il coraggio di espellere queste persone.
Quindi chiediamo, Presidente, quali sono le iniziative e gli impegni che la Presidente del Consiglio intende prendere per ribadire l'importanza che ha la lotta all'antisemitismo per lei e per il suo partito. Perché non solo non si può fare propaganda su questi temi, ma neanche si possono fare più parti in commedia: da una parte, dirsi antisemita e, dall'altra, tollerare che nel tuo partito possano ricoprire ruoli istituzionali e ruoli di partito, anche importanti, persone che si esprimono nel modo in cui abbiamo letto e visto nella che è stata pubblicata dal .
E, quindi, chiediamo alla Presidente del Consiglio quali impegni intende prendere per la lotta all'antisemitismo, quali impegni intende prendere dentro al suo partito rispetto a queste persone e quali impegni intende prendere, con tutto il Governo, per avere una parola chiara non solo, finalmente, su quello che sta accadendo in Palestina e su quello che deve essere detto rispetto a Netanyahu e ad Israele, ma anche rispetto all'antisemitismo che, evidentemente, ancora alberga all'interno del suo partito .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, il deputato Riccardo Ricciardi. Ne ha facoltà.
RICCARDO RICCIARDI(M5S). Grazie, Presidente. Per associarmi e associare il nostro gruppo all'informativa richiesta dalla collega Serracchiani. Cosa sarebbe accaduto se in una di persone che si sono mobilitate per Gaza fossero emerse frasi come quelle che sono emerse nelle di Fratelli d'Italia? Cosa sarebbe accaduto se esponenti dell'opposizione avessero celebrato, nei giorni scorsi, un personaggio che aveva sposato le leggi razziali del ventennio? Cosa sarebbe accaduto in quest'Aula se persone che ricoprono ruoli istituzionali avessero in casa il busto di chi quelle leggi razziali firmò? Si sarebbe gridato all'antisemitismo di sinistra, ai fiancheggiatori dei tagliagole di Hamas. E avete provato a fare tutto questo semplicemente per bollare un popolo che di antisemita non ha nulla, ma che semplicemente manifesta, manifestava e manifesterà contro un genocidio.
E quello che è venuto fuori da un'inchiesta giornalistica - e ricordiamo sempre quanto il giornalismo libero, senza padroni, sia importante in questo Paese - fa emergere tutta la vostra scandalosa e schifosa ipocrisia, perché avete bollato per mesi tanti di noi come antisemiti e gli antisemiti ce li avete nel vostro partito . Ce li avete voi. Avete tentato di infangare persino il 25 aprile con queste sciocchezze, perché per voi il 25 aprile è divisivo, eccome se è divisivo.
E allora, vedete, ha ragione la collega Serracchiani quando dice che la Presidente Meloni deve venire in Aula, perché è troppo facile nascondere la testa sotto la sabbia e non prendersi la responsabilità politica di quello che accade nel suo partito. E non è la prima volta. Perché qui nessuno ha un capogruppo che si vestiva con la svastica, qui nessuno ha questo nelle non di consiglieri provinciali, ma di Fratelli d'Italia, emerse, anche quelle, per un'inchiesta giornalistica e per inchieste giornalistiche fatte nelle sedi di Fratelli d'Italia.
È un ritorno continuo di antisemitismo, di intolleranza e di razzismo. Quindi, la Presidente Meloni non può far finta di nulla e deve venire in Aula a prendersi la responsabilità politica del suo partito e degli esponenti del suo partito .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sullo stesso argomento, la deputata Piccolotti. Ne ha facoltà. Chiedo anche a lei se si associa alla richiesta di informativa. Prego.
ELISABETTA PICCOLOTTI(AVS). Grazie, Presidente. Anche noi di Alleanza Verdi e Sinistra ci associamo, ovviamente, alla richiesta di informativa, affinché Giorgia Meloni venga in quest'Aula a prendersi la responsabilità politica di quanto emerge dalle del gruppo dirigente di Fratelli d'Italia del Trentino e a dire parole chiare e nette sull'antisemitismo . Perché non è tollerabile che il partito di maggioranza di questo Paese, quello che esprime la Presidente del Consiglio, accolga tra le sue fila esponenti che si esprimono come abbiamo letto grazie alle coraggiose inchieste del . Sono frasi irripetibili, perché sono frasi chiaramente antisemite, chiaramente frasi contro un popolo, chiaramente parole che ricordano un'epoca oscura di questo Paese, quella che abbiamo appena ricordato svelando la targa per Matteotti, quella delle leggi razziali, un'epoca di cui, evidentemente, molti in Fratelli d'Italia hanno nostalgia, come sappiamo anche da altre inchieste.
E quello che fa più male è vedere come ci sia una doppia faccia, una doppia morale, una montagna di ipocrisia vergognosa . Perché sono anni che, ogni volta che un ragazzo in questo Paese scende in piazza per criticare il Governo di Israele e le azioni criminali dello Stato israeliano , non per attaccare un popolo, ma per criticare il genocidio, per criticare l'occupazione, per criticare l', dall'altro lato di questo Parlamento piovono le accuse di antisemitismo. Siamo stati attaccati, siamo stati bollati ingiustamente, siamo stati anche offesi, perché per noi l'antisemitismo è un male assoluto e da combattere . Non accettiamo di essere bollati come antisemiti.
E tutto questo è oltremodo grave, perché sta arrivando anche in quest'Aula una norma con cui si vorrebbe punire e perseguire, per il reato di antisemitismo, tutti coloro che si battono contro il genocidio, che hanno il coraggio di denunciare l' che subisce il popolo palestinese, che si sono schierati per “due popoli e due Stati” a fianco dei palestinesi nella battaglia per la dignità, per la pace e per avere uno Stato che possa difenderne i diritti umani fondamentali. E allora, da un lato, in pubblico, si fa questa grande campagna contro l'antisemitismo dei pro-Pal - che non esiste, perché i pro-Pal si battono, invece, per tutt'altro -, si fanno norme che puntano a perseguire, attraverso reati fantomatici, i movimenti a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina e contro il genocidio, e dall'altro, confidenzialmente - come dicono oggi i protagonisti di questa triste ai giornalisti che li hanno intervistati -, si può fare e dire tutt'altro. Cioè, si può dire nelle che peggio degli ebrei non esiste niente.
Allora, qualcuno ci spieghi se avete la stessa faccia in pubblico e in privato, oppure se, come pensiamo noi, siete nient'altro che degli ipocriti, tra l'altro anche sfacciati . Questa è la verità, perché l'antisemitismo - noi lo sappiamo bene, lo dice la storia di questo Paese - non siede da questo lato del Parlamento , ma siede dall'altro, nelle file della destra estremista, che voi rappresentate e che avete persino portato al Governo .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, sul medesimo argomento, il deputato Malaguti. Ne ha facoltà. Devo chiedere anche a lei se si associa o si dissocia, così poi non la interrompo.
MAURO MALAGUTI(FDI). Grazie, Presidente. Mi dissocio. Rimango veramente esterrefatto, perché si viene accusati di essere divisivi in occasione del 25 aprile, quando, in quell'occasione, alcuni manifestanti hanno espulso la Brigata ebraica che ha combattuto con gli alleati e si dimenticano che i palestinesi, in quel periodo, erano alleati dei nazisti.
Allora, credo che in quest'Aula si possa dire qualunque cosa, ma almeno la storia bisognerebbe studiarla, prima di parlare . E se c'è qualcuno che non è mai stato divisivo…
PRESIDENTE. Colleghi! Dovete ascoltare in silenzio. Prego, collega.
MAURO MALAGUTI(FDI). Se c'è qualcuno che non è mai stato divisivo siamo proprio noi, che abbiamo presentato alcuni provvedimenti sull'antisemitismo. Tra un po' arriverà in Aula, dopo la legge elettorale, perché è calendarizzato in I Commissione, e, quando arriverà, voglio vedere chi voterà a favore e chi contro visto che al Senato avete votato contro il disegno di legge sull'antisemitismo e che il PD si è astenuto, a parte pochi coraggiosi che ci ricordano cosa vuol dire la coerenza nel loro partito. Ma Alleanza Verdi e Sinistra e MoVimento 5 Stelle hanno votato contro! Questo è il vostro senso di antisemitismo !
PRESIDENTE. Riferirò al Presidente delle richieste di informativa giunte dai gruppi, e quindi andiamo avanti.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione del testo unificato delle proposte di legge nn. 1208-2095-2220-A: Disposizioni in materia di terapie digitali.
Ricordo che nella seduta dell'11 maggio si è conclusa la discussione generale e che la relatrice e la rappresentante del Governo hanno rinunciato a intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli articoli del testo unificato, delle proposte di legge e delle proposte emendative presentate.
Le Commissioni I (Affari Costituzionali) e V (Bilancio) hanno espresso i prescritti pareri , che sono in distribuzione.
Informo l'Assemblea che, in applicazione dell'articolo 85 del Regolamento, il gruppo Alleanza Verdi e Sinistra è stato invitato a segnalare gli emendamenti da porre comunque in votazione.
Ha chiesto di intervenire, sul complesso degli emendamenti e degli articoli aggiuntivi riferiti al testo unificato delle proposte di legge, il deputato Quartini. Ne ha facoltà.
ANDREA QUARTINI(M5S). Grazie, Presidente. Intervengo sul complesso degli emendamenti, astenendomi su ciascun emendamento che abbiamo presentato, in virtù del fatto che questa proposta di legge, finalmente direi, riesce ad intervenire in una terra di nessuno, una terra pericolosa, soprattutto in relazione al che si rischia di generare rispetto a un tema di grande importanza che, naturalmente, rischia a sua volta di essere molto pervasivo attraverso l'intelligenza artificiale e anche quindi attraverso situazioni al limite dell'etica, fondamentalmente.
E quindi, con questa proposta di legge sulle cosiddette terapie digitali, interveniamo per normare questa terra di nessuno. E nel nostro Paese tutto questo non era mai avvenuto, a differenza della Germania o di altri Stati europei. Era importante intervenire su questo. Quindi, da questo punto di vista, ci terrei a ringraziare tutti i membri della Commissione affari sociali che, alla fine, all'unanimità, è riuscita a partorire questa proposta di legge.
Cerchiamo però di fare un minimo di chiarezza sull'importanza di questa proposta di legge. Che cosa sono le terapie digitali? Per terapie digitali si intendono interventi terapeutici basati su che hanno l'obiettivo di fare prevenzione, di gestire e di trattare una malattia. Non sono semplici applicazioni per il benessere, ma veri e propri dispositivi medici. Hanno alcune caratteristiche fondamentali che, in questa proposta di legge in parte, ma non del tutto, ci sono. Sono però questioni essenziali, perché una terapia digitale, per essere considerata importante e definita, deve soddisfare alcuni requisiti, primo fra tutti l'evidenza clinica, ossia deve dimostrare efficacia e sicurezza attraverso studi clinici randomizzati e controllati, pubblicati su riviste scientifiche. Inoltre, deve avere una natura regolatoria: è un dispositivo medico che deve essere marcato CE o FDA negli USA e richiede prescrizione e autorizzazione medica. Deve avere come requisito un meccanismo d'azione terapeutico: non si limita solo a monitorare o informare, ma interviene attivamente sulle malattie. Infine, deve essere personalizzata, un po' come succede per i farmaci.
Le applicazioni delle terapie digitali riguardano un vasto territorio clinico. Riguardano la salute mentale. Ci sono, per esempio, applicazioni basate sulla terapia cognitivo-comportamentale dei disturbi d'ansia, della depressione o dell'insonnia. Le terapie digitali possono intervenire su alcune malattie croniche (per esempio programmi digitali per la gestione del diabete di tipo 2), sulle dipendenze (dal gioco d'azzardo fino alla dipendenza da sostanze), su disturbi cognitivi importanti (per esempio nel disturbo da ipereccitabilità e iperattività dei bambini), nei disturbi visivi e motori (per esempio nella riabilitazione della visione doppia o dell'ambliopia, che, qualche volta, si manifesta in casi di strabismi più o meno manifesti).
Ecco, le terapie digitali, su questa base, attraverso studi clinici controllati, randomizzati e pubblicati su riviste scientifiche, hanno la dignità di dispositivi medici veri e propri. C'era, di fatto, una terra di nessuno che andava normata e noi, con forza, l'abbiamo sostenuta.
Si poteva fare di più? Certamente. Per questo abbiamo presentato anche in Aula alcuni emendamenti, per esempio, sulla definizione più accurata del campo di intervento; sulla conformità delle terapie digitali; sul ruolo importante del Consiglio superiore di sanità, che è il massimo organo consultivo tecnico-scientifico a cui fare riferimento; sulla coerenza ed economicità, soprattutto rispetto all'istituzione di un comitato tecnico scientifico un po' pletorico; sull'esigenza di uniformità contro il rischio, di cui parlavo prima, di un rispetto alla pervasività della stessa intelligenza artificiale e anche al riparo da soggetti che si presentano come sui , come se fossero maghi, e bisogna proteggere i cittadini; sull'importanza dell'istituzione di un registro sulle terapie digitali; sull'erogabilità e prescrivibilità delle terapie digitali; sul ruolo importante che deve avere Agenas su questo tema; ed infine, come sempre succede, anche sul finanziamento dei livelli essenziali di assistenza. C'è un emendamento che chiedeva di erogare finanziamenti specifici proprio per i livelli essenziali di assistenza. Quindi, nonostante tutto, si continua a fare leggi a invarianza finanziaria che rischiano di non trovare applicazione.
Nonostante questo, sosterremo questa PdL, riproporremo i nostri emendamenti in Aula nella speranza che vengano anche accolti, ma, comunque, vigileremo molto attentamente sull'iter di questa proposta di legge .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire sul complesso degli emendamenti, invito la relatrice e il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sulle proposte emendative riferite agli articoli del testo unificato delle proposte di legge segnalate per la votazione. Prego, relatrice.
SIMONA LOIZZO, . Grazie, Presidente. Allora, cominciamo con l'emendamento 1.1 Faraone, su cui vi è parere contrario; emendamento 1.1000 Quartini, parere contrario. Emendamento 1.101…
PRESIDENTE. Collega, se dovessero essere, qualora mai, tutti contrari, o comunque quasi tutti, può anche darmi un parere complessivo…
SIMONA LOIZZO, . Allora li elenco e, siccome sono tutti contrari…
PRESIDENTE. Ok, benissimo.
SIMONA LOIZZO, . …li elenco…
PRESIDENTE. Non c'è bisogno.
SIMONA LOIZZO, . …e do un parere unico per tutti. Allora, emendamento 1.1…
PRESIDENTE. No, collega, non c'è bisogno neanche che li elenchi. Se sono…
SIMONA LOIZZO, . Va bene.
PRESIDENTE. …tutti contrari, mi dice…
SIMONA LOIZZO, . Tutti contrari.
PRESIDENTE. Perfetto, benissimo. Grazie, onorevole Loizzo. Governo?
MARCELLO GEMMATO,. Si grazie, Presidente. Parere contrario per tutti anche per il Governo.
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 1.1 Faraone. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1 Faraone, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
È il primo voto, portiamo un po' di pazienza. È il primo voto, affrettiamoci, ma portiamo pazienza. Io lo ripeto, così resta almeno nel resoconto: il preavviso che diamo serve a prendere la tessera, vi stupirà.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.1000 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1000 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.101 Zanella. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.101 Zanella, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.1001 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1001 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.103 Zanella. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.103 Zanella, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.8 Faraone. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.8 Faraone, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.1002 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1002 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'articolo 1. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'articolo 2. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 2.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 3.1003 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.1003 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 3.103 Zanella. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.103 Zanella, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 3.4 Faraone. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.4 Faraone, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 3.1001 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.1001 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 3.104 Zanella. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.104 Zanella, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 3.1002 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 3.1002 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'articolo 3. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 3.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 4.1002 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 4.1002 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 4.1010 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 4.1010 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 4.1011 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 4.1011 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 4.1012 Marianna Ricciardi. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 4.1012 Marianna Ricciardi, con il parere contrario della Commissione, del Governo e della V Commissione (Bilancio).
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'articolo 4. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 4.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
Passiamo all'articolo aggiuntivo 4.01001 Quartini. Se nessuno chiede di intervenire lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo 4.01001 Quartini, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli ordini del giorno presentati .
Invito il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sugli ordini del giorno presentati.
MARCELLO GEMMATO,. Sugli ordini del giorno n. 9/1208-A/1 Quartini, n. 9/1208-A/2 Sportiello e n. 9/1208-A/3 Di Lauro il parere è favorevole, con la seguente riformulazione dell'impegno: “a valutare l'opportunità di”.
Sugli ordini del giorno n. 9/1208-A/4 Marianna Ricciardi, n. 9/1208-A/5 Ciani e n. 9/1208-A/6 Filippin il parere è contrario.
Sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/7 Malavasi il parere è favorevole con la seguente riformulazione dei due impegni: “a valutare l'opportunità di”.
Sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/8 Girelli il parere è favorevole con la seguente riformulazione dell'impegno: “a valutare l'opportunità di”.
Sugli ordini del giorno n. 9/1208-A/9 Pastorella e n. 9/1208-A/10 Onori il parere è favorevole con la seguente riformulazione: “a valutare l'opportunità di”.
PRESIDENTE. Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/1 Quartini, parere favorevole con riformulazione: va bene? Sì.
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/2 Sportiello, parere favorevole con riformulazione: va bene? No e chiede di votarlo. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/2 Sportiello, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/3 Di Lauro, parere favorevole con riformulazione: va bene? Che facciamo, onorevole Quartini? Lo votiamo?
Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/3 Di Lauro, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/4 Marianna Ricciardi, parere contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/4 Marianna Ricciardi, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/5 Ciani, parere contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/5 Ciani, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/6 Filippin, parere contrario. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/1208-A/6 Filippin, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/7 Malavasi, parere favorevole con riformulazione: va bene. Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/8 Girelli, parere favorevole con riformulazione: va bene. Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/9 Pastorella, parere favorevole con riformulazione: va bene. Passiamo all'ordine del giorno n. 9/1208-A/10 Onori, parere favorevole con riformulazione: va bene.
È così esaurito l'esame degli ordini del giorno presentati.
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.
Ha chiesto di parlare il deputato Del Barba. Se riuscissimo ad uscire in silenzio, sarebbe meglio per tutti, soprattutto per il collega Del Barba. Allora, facciamo così, collega Del Barba, almeno lei parla nel silenzio dell'Aula: facciamo una mini-pausa tecnica e riprendiamo alle ore 11,15. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. La seduta è ripresa.
Ha chiesto di parlare l'onorevole Del Barba. Ne ha facoltà.
MAURO DEL BARBA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, Governo, il voto che ci apprestiamo ad esprimere oggi non riguarda una semplice innovazione tecnica, perché che si tratti di un'innovazione è evidente a tutti. Non è qualche cosa di rilevante, ma attiene più al modo con il quale il nostro Servizio sanitario nazionale sceglie di pianificare il futuro.
Non credo che sia esagerato usare queste parole “pianificare il futuro”, perché questo aspetto può entrare dentro altre dimensioni della cura. Ciò che sembra una piccola innovazione, che addirittura può apparire quasi una curiosità e che, capiamo, sulle prime, può suscitare scetticismo, porterà, invece - ne sono convinto -, un potenziale, enorme cambiamento positivo, prima di tutto, nel rapporto medico-paziente, che è una questione fondamentale nella medicina e anche nella medicina di territorio, e, in secondo luogo, per il principio di universalità della cura, che è sancito dall'articolo 32 della Costituzione.
Questi aspetti, quindi, dovrebbero sgomberare, quantomeno, quelli che ho chiamato scetticismi o equivoci relativamente alle terapie digitali - di questo ci occupiamo -, che - lo abbiamo voluto precisare con degli emendamenti, che non sono passati, ma, tuttavia, il testo è sufficientemente robusto da questo punto di vista -, non sono semplici , come qualcuno immagina, per il o banali strumenti di monitoraggio, ma veri e propri interventi curativi, paragonabili alle terapie che già conosciamo e, per certi aspetti, paragonabili - e il provvedimento va in questa direzione - ai farmaci, fin dal loro concepimento, dalla ricerca, dalla loro produzione, dall'analisi dei risultati e dalla validazione del prodotto. Il principio attivo in questo caso è un algoritmo, che deve essere di alta qualità, progettato per prevenire e trattare le malattie, agendo sui pensieri e sui comportamenti del paziente. E questo è un aspetto tutt'altro che secondario proprio nella cura ontologica, come viene intesa oggi.
È chiaro che qui si appuntino delle paure, degli scetticismi, delle preoccupazioni, delle verifiche, che, tuttavia, ci sembra vengano affrontate molto bene nel provvedimento. Si potrebbe pensare che stiamo isolando ulteriormente il paziente, che lo stiamo gettando nelle mani oppure nei processi di calcolo, in questo caso, di una fredda macchina, che lo stiamo parcheggiando rispetto al Servizio sanitario nazionale. Sono preoccupazioni e timori legittimi e, allora, credo che sia compito di questi nostri interventi - chiaramente, sono favorevole - confutarli fin da questa sede.
Noi non stiamo usando il termine “terapia” in modo improprio, questo è il primo aspetto che viene chiarito. Stiamo riconoscendo una nuova generazione di cure che ha la stessa dignità e lo stesso obiettivo clinico della medicina tradizionale e che, proprio per questo motivo, viene inserita nel rapporto medico-paziente, che non è sostituito dalle terapie digitali, ma che è potenziato, proprio per come sono previste queste terapie digitali e per come ci auguriamo - ma siamo certi - verranno applicate secondo i criteri deontologici che ispirano la professione medica. Quindi, verrà rafforzato, non esautorato e, come ogni strumento, il tipo di uso che se ne fa dipende dal soggetto - e qui abbiamo già fatto riferimento alla deontologia dei medici - e dal processo di riferimento.
E in questo caso è proprio l'analisi del testo legislativo che ci conforta, perché la legge chiama in causa molteplici soggetti nella validazione di queste terapie digitali, i soggetti che giustamente devono avere queste competenze, e definisce con rigore le modalità che sono più che rassicuranti rispetto alla positività di questa innovazione. A cosa ci riferiamo? Esattamente come per un farmaco, che interviene sulla biologia, una terapia digitale interviene sulle disfunzioni comportamentali che aggravano le patologie croniche, addirittura come il diabete, l'ipertensione o la depressione o tutte quelle che riguardano problemi di tipo psichiatrico. Questa dignità deriva da un percorso di riconoscimento rigoroso - e qui sta uno dei punti di principale garanzia del provvedimento - che non ammette scorciatoie. Una terapia digitale per arrivare al paziente deve ottenere la marcatura CE, come un dispositivo medico, ai sensi del regolamento (UE) 2017/745 che, quindi, già dal 2017 prevedeva un'apposita sezione che riguardava le terapie digitali.
Semmai, da questo punto di vista, dobbiamo dire che questa innovazione, questa pianificazione della nostra sanità, arriva con un certo ritardo, ma quantomeno arriva, proprio per fare riferimento alla data del regolamento UE, e seguirà le procedure previste per i dispositivi digitali che a suo tempo prevedemmo nel 2016. Ma non ci accontentiamo di una promessa tecnologica, esigiamo evidenze scientifiche, derivanti da sperimentazioni cliniche rigorose, che sono richieste dal testo di legge, preferibilmente da studi randomizzati controllati. La medicina basata sulle prove deve restare il nostro unico faro, anche nell'era digitale.
Sappiamo bene che l'innovazione porta con sé timori legittimi. C'è chi teme una medicina senza medici, e questo sarebbe sbagliato, ma, ripeto, non è questa la finalità delle terapie digitali - al contrario, come abbiamo detto, rafforzare il rapporto medico-paziente -, o una deriva algoritmica e anche questo sarebbe sbagliato, lo sappiamo. Tutti i principi che riguardano l'uso del digitale o addirittura dell'intelligenza artificiale - che non è detto debba essere alla base di queste terapie - prevedono che non sia mai la macchina a prendere delle decisioni, ma in questo caso non sia nemmeno la macchina a curare la relazione, che deve rimanere in carico al rapporto medico-paziente.
La nostra è una visione chiara in questo caso: nessun algoritmo potrà mai sostituire il medico. Il professionista sanitario deve restare il perno della relazione di cura, colui che prescrive, accompagna, monitora l'uso di questi strumenti. Il rischio di una sanità disumanizzata si supera solo con l'accompagnamento responsabile e, se ben ci pensiamo, proprio la carenza di medici e il fatto che gli italiani rinuncino sempre più spesso alle cure ci deve far capire che questo non è un rischio, ma è un'opportunità, perché oggi, purtroppo, spesso assistiamo all'assenza di terapia. In questo caso, l'utilizzo adeguato dell'innovazione potrà offrire ulteriori spunti di terapia e ottimizzare anche i tempi dei medici nel rapporto con il loro paziente.
Questo rischio di una sanità disumanizzata - l'abbiamo detto - lo superiamo con un accompagnamento responsabile, con la garanzia che questi dati sanitari, che sono la parte più intima della vita dei cittadini, restino sotto il controllo e la sovranità delle nostre istituzioni pubbliche, al riparo da logiche puramente commerciali o interessi di potenze straniere o comunque di soggetti privati che non hanno a cuore deontologicamente la cura del paziente e non sono terzi rispetto alla sua salute. I vantaggi sono sotto i nostri occhi: maggiore aderenza terapeutica, una presa in carico globale dei pazienti cronici, una medicina territoriale finalmente potenziata o così ci auguriamo, perché oggi diamo solo il via a questa procedura che porterà alla validazione delle terapie digitali.
È una sfida anche di equità. L'innovazione o è inclusiva o non è, non può essere accettata, non possiamo permettere che la salute digitale diventi un nuovo fattore di diseguaglianza tra chi ha competenze informatiche e chi no. Per questo il passaggio decisivo di questa legge è l'inserimento delle terapie digitali nei livelli essenziali di assistenza, i LEA. Anche qui viene previsto questo inserimento, vengono stanziati dei fondi. Solo in questo modo garantiamo che queste cure non siano un lusso per pochi ma un diritto accessibile a tutti, validato dal Programma nazionale HTA e rimborsato dallo Stato.
Usciamo dalla contrapposizione tra chi è contrario all'innovazione e chi la vede come salvifica e scegliamo la strada della responsabilità politica. Per queste ragioni, il nostro è un voto favorevole al provvedimento .
PRESIDENTE. Saluto studenti, studentesse e docenti dell'Istituto comprensivo “Pessina-Vitale-Barnaba” di Ostuni, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Benvenute e benvenuti .
Ha chiesto di parlare la deputata Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA(AVS). Grazie, Presidente. Intervengo anch'io per dichiarare il nostro voto favorevole su un provvedimento che affronta un tema cruciale per il presente e il futuro del nostro Servizio sanitario nazionale, quello delle terapie digitali, che riteniamo rappresentino effettivamente un'opportunità concreta, direi eccezionale, per rafforzare la sanità pubblica, integrando le terapie tradizionali con strumenti innovativi, capaci di migliorare la gestione delle patologie, sia in forma autonoma sia in combinazione con farmaci e altri dispositivi medici di tipo tradizionale.
Parliamo di soluzioni che possono incidere in maniera decisiva e positiva sulla qualità della vita delle persone, sull'efficacia dei percorsi di cura, coinvolgendo tutti gli attori del sistema, inclusa l'Agenzia italiana del farmaco, che è stata da noi audita in Commissione e a cui rimando per l'intervento estremamente importante e chiaro. Le terapie digitali costituiscono una frontiera avanzata della medicina, anche abbastanza non conosciuta: clinicamente validati, sottoposti a rigorosi processi di valutazione, spesso prescrivibili dal medico, che rispondono alla crescente domanda di personalizzazione delle cure e all'evoluzione dei bisogni dei pazienti e penso, per esempio, ai pazienti cronici. Applicazioni, dispositivi indossabili, piattaforme digitali possono contribuire in modo significativo al trattamento di patologie diffuse, dalle malattie croniche ai disturbi mentali, migliorando l'aderenza terapeutica e gli esiti clinici.
Non partiamo da zero. In Europa esistono già esperienze avanzate, dalla Germania, che ha introdotto un sistema strutturato di accesso e rimborso alle terapie digitali, alla Francia e al Belgio, che stanno costruendo modelli efficaci di integrazioni nel sistema sanitario rispettivo. E quindi è evidente che anche l'Italia debba colmare - e lo facciamo con questa proposta di legge - un ritardo che è normativo e, ovviamente, organizzativo, garantendo però un approccio coerente con i principi fondamentali di universalità, equità, tutela della salute pubblica.
Accanto alle opportunità, infatti, non possiamo ignorare le criticità: serve per questo un quadro normativo chiaro e uniforme, che eviti disuguaglianze territoriali, che sappiamo essere il problema fondamentale, uno dei problemi veramente decisivi del nostro Servizio sanitario pubblico. Quindi è necessario che vengano definiti criteri rigorosi di valutazione, termini di sicurezza, efficacia, qualità. Va da sé che bisogna investire nella formazione dei professionisti sanitari e anche nella consapevolezza, nell'informazione delle/dei pazienti. E, soprattutto, è imprescindibile garantire la protezione dei dati personali, trattandosi di informazioni estremamente sensibili e anche fortemente a rischio di “cattura”.
Per queste ragioni, pur condividendo l'impianto generale del provvedimento, abbiamo ritenuto necessario avanzare proposte emendative. Come gruppo di Alleanza Verdi e Sinistra, abbiamo apprezzato l'approvazione di due nostri emendamenti all'articolo 2, uno dei quali relativo al Comitato di valutazione delle terapie digitali, un organismo cui viene affidato un ruolo particolarmente delicato. Con il primo emendamento abbiamo, infatti, previsto la presenza del Garante per la protezione dei dati personali all'interno del Comitato, rafforzando così le garanzie in materia di e di sicurezza.
Con il secondo abbiamo chiesto che la relazione annuale al Parlamento non si limiti a descrivere lo stato dell'arte, ma valuti in maniera esplicita anche l'efficacia delle terapie digitali affinché il Parlamento possa esercitare pienamente la propria funzione di indirizzo e controllo. È un punto politico importante: non vogliamo un organismo che si limiti a prendere atto dell'esistente, ma uno strumento capace di produrre conoscenza, trasparenza, valutazione pubblica, cioè al servizio del Parlamento e del Paese.
In conclusione, Presidente, ribadiamo l'orientamento di voto favorevole al provvedimento, nella consapevolezza che si tratta di un primo passo per colmare un vuoto normativo, per integrare effettivamente le terapie digitali nel nostro Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, continueremo a vigilare affinché questo percorso avvenga nel rispetto dei diritti, delle persone, della qualità delle cure, del principio di uguaglianza nell'accesso, perché l'innovazione per noi ha senso pieno solo se è effettivamente al servizio della salute di tutte e di tutti e non se diventa un fattore di disuguaglianza e, peggio ancora, di mero profitto .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Pastorella. Ne ha facoltà.
GIULIA PASTORELLA(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Colleghi, annuncio già da subito che voteremo favorevolmente a questo provvedimento, perché è necessario e fondamentale che la sanità, così come tanti altri ambiti della nostra vita, della vita pubblica, del nostro benessere, sia innovata.
La sanità ha bisogno di innovazione e abbiamo visto queste innovazioni: il fascicolo sanitario elettronico, le ricette dematerializzate. Dopo il COVID c'è stata un'accelerazione con la telemedicina che permette anche il monitoraggio da remoto e, poi, naturalmente con il PNRR che ha ampliato e rafforzato la connettività delle nostre strutture sanitarie. Penso, in particolare, al piano per gli ospedali che, con più di 300 milioni, ha permesso alle nostre strutture sanitarie di avere quella connettività necessaria per effettuare tutti questi servizi innovativi, appunto della telemedicina, addirittura le operazioni chirurgiche da remoto e quant'altro.
Questo provvedimento sulle terapie digitali, quindi, è un ulteriore passo in avanti verso un'innovazione, che non è un'innovazione che noi apprezziamo in quanto tale perché siamo pro-innovazione: no, la apprezziamo e la sosteniamo per i risultati che potrà dare. Saranno sicuramente risultati - si spera - sulla qualità del nostro Servizio sanitario nazionale che - lo diciamo da quando Azione è nata - è sotto uno fortissimo, con una serie di problematiche che fanno sì che i nostri cittadini non solo non apprezzino più il nostro Servizio sanitario nazionale, ma proprio non vi abbiano più accesso. Ecco, le terapie digitali sono uno tra i tanti meccanismi che permettono di avere più accesso, più servizi per i cittadini che in questo momento sono sfiduciati e si rivolgono al privato proprio perché spesso mancano le strutture territoriali, le liste d'attesa sono troppo lunghe, per tutti i problemi che abbiamo sentito tantissime volte. Queste terapie digitali, per esempio, possono andare proprio in quella direzione: nella direzione di permettere anche a chi vive in zone remote, nelle zone del nostro entroterra o nei piccoli comuni, di avere le migliori terapie possibili, quando e laddove, purtroppo, le strutture territoriali non ci fossero o fossero depotenziate.
Questo mi porta a dire il primo punto, forse, un po' critico: attenzione che questa spinta verso l'innovazione non sia una scusa per depotenziare i metodi tradizionali perché, ripeto, anche se l'innovazione può portare beneficio, non bisogna depauperare i territori delle strutture fisiche, della presenza dei medici, della presenza degli infermieri. Queste terapie devono infatti essere viste a complemento e non come sostitutive di tutti gli altri aspetti tradizionali - se così vogliamo chiamarli - della medicina.
Queste terapie digitali, quindi, oltre a permettere un maggiore raggiungimento della popolazione, ci permetteranno, forse, anche di avere costi minori. Non ho paura a dirlo: in ogni legge di bilancio chiediamo più soldi per la sanità, ma se ci sono anche soluzioni innovative che permettono di dare un supporto ai pazienti in caso di disturbi che sono previsti, come l'ansia, la depressione, il diabete, tutti quelli che le terapie digitali possono aiutare, è bene che ci sia un supporto e che questo supporto, magari, permetta di liberare tempo, energie e anche fondi da dedicare altrove. Quindi, anche in un'ottica di risparmio, in questo senso può essere assolutamente utile.
Quali sono i ? Questa legge, per fortuna, è abbastanza rigida per quanto riguarda tutto l'iter autorizzativo di certificazione, riferendosi al regolamento europeo sui dispositivi medici e, poi, andando al processo di validazione nazionale dell'HTA, quindi da quel punto di vista ci sentiamo sicuri. Ma il problema non è tanto il processo formale; il problema è quello che i cittadini percepiscono in questo di , di ogni forma, colore, che promettono qualunque cosa, dal alla cura, alla salute mentale: bisogna stare molto, molto attenti a non mischiare le cose.
E qui mi piace raccontarvi una storia che forse non tutti sanno: che il primo di intelligenza artificiale, nel lontano 1966, fatto negli Stati Uniti, si chiamava Eliza; e sapete cosa faceva? Faceva psicoterapia. Era uno psicologo, uno psicoterapeuta che doveva aiutare, in teoria, i pazienti a migliorare le loro condizioni di salute mentale. Un altro pezzo della storia è che non è mai stato commercializzato perché il suo creatore, quello che l'ha immaginato, ha avuto troppa paura delle conseguenze e dell'umanizzazione che i primi pazienti, le prime cavie avevano fatto di questo .
Perché parlo, in particolare, dell'aspetto delle di intelligenza artificiale? Perché oramai sono diventate davvero il sostituto del medico, il sostituto dello psicologo, il sostituto, per i minori, dei genitori, dei maestri, anche talvolta, figuratevi, dei fidanzatini e delle fidanzatine, degli amici. Quindi, nel parlare di terapie digitali e, in particolare, di intelligenza artificiale - perché anche di questo si parla nella normativa -, bisogna stare molto attenti a non confondere ulteriormente le persone che già in questo momento faticano a capire che una di intelligenza artificiale non certificata, non validata, non può essere un sostituto, per il supporto psicologico, di professionisti che hanno studiato per anni e che, quindi, va monitorata con attenzione.
Per questo siamo contenti che i nostri due ordini del giorno siano stati approvati, seppure con la riformulazione “a valutare l'opportunità di”. Però, chiedevano proprio questo: da una parte, chiedevano una particolare attenzione su come i minori utilizzano questi strumenti, non tanto quelli che saranno validati e messi nei LEA, quanto, piuttosto, quelli disponibili pubblicamente, perché bisogna assolutamente limitare e insegnare ai nostri minori che queste non possono sostituire, come dicevo, uno psicologo, uno psicoterapeuta, né tantomeno il supporto familiare. Quindi, da quel punto di vista, bisogna fare molta attenzione. Dall'altra parte, proprio come previsto già dall'articolo 3, si prevede che ci sia una relazione al Parlamento su come queste terapie digitali stanno andando, quali sono state approvate, eccetera.
Noi crediamo - lo abbiamo chiesto nell'ordine del giorno - che ci voglia una relazione più ampia, una relazione anche dedicata alla cittadinanza, non solo per indicare quali sono state approvate o in iter di approvazione, ma anche per aiutare i nostri pazienti, i cittadini, a distinguere quelle che sono commercialmente disponibili, ma non necessariamente clinicamente solide, da quelle che invece lo sono. Perché, ripeto, se addirittura il primo è stato ritirato per paura degli effetti psicologici, dobbiamo fare attenzione affinché queste terapie digitali possano essere un vantaggio e non confondano ulteriormente una società in cui i problemi mentali, in particolare tra i giovani, sono in crescita e in cui oramai ci si affida, prima era il dottor Google, adesso al dottor , a o a chi per esso. Quindi dobbiamo stare attenti a mantenere una chiara distinzione tra queste due categorie.
In conclusione, sicuramente è un provvedimento molto positivo, che arriva più tardi rispetto ad altri Paesi europei. Come spesso purtroppo accade, il nostro Paese fatica un po' ad accettare e a cavalcare l'innovazione laddove è già disponibile: in Germania c'è già un processo consolidato, in Francia anche. Però meglio tardi che mai, mi viene da dire in questo senso. È bene che ci siamo arrivati, è bene prevedere che siano inseriti nei LEA in modo che siano disponibili a tutti e che non siano distribuiti in maniera ineguale rispetto al reddito.
Quindi, voteremo in maniera positiva, auspicando che si possa procedere spediti, perché, come sappiamo, le tempistiche di approvazione per i farmaci, ma anche per queste terapie digitali, sono molto lunghe. Se poi ci aggiungiamo di nostro un processo lungo di approvazione, decreti attuativi e quant'altro, non facciamo l'interesse dei nostri cittadini e dei nostri pazienti, che fin da subito potrebbero beneficiare davvero tanto di queste terapie digitali .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Quartini. Ne ha facoltà.
ANDREA QUARTINI(M5S). Grazie, Presidente. Eccoci alla conclusione di questo percorso condiviso sulle terapie digitali. È stato un lavoro trasversale, iniziato in Commissione. Vorrei ribadirlo: le opposizioni sanno distinguere quando una proposta di legge va nella direzione dell'interesse dei nostri cittadini, dei nostri servizi, a differenza di quello che fa la maggioranza, che assume posizioni pregiudiziali quando le proposte provengono dalle opposizioni, come, per esempio, per il salario minimo, per il conflitto di interessi, per il finanziamento della sanità, per le ecomafie, solo per dirne alcune. Le opposizioni sono mature nel riuscire a identificare ciò che serve.
Con questo provvedimento, cerchiamo di portare il nostro Paese fuori dalla terra di nessuno, un po' più avanti rispetto a quanto di buono le terapie digitali possono dare come strumento all'interno dei percorsi di cura e di presa in carico, perché rappresentano una realtà che non va subita, non va organizzata di riflesso, ma va governata attraverso il controllo diretto dello Stato sul Servizio sanitario nazionale. Tuttavia, proprio perché stiamo parlando di salute e di strumenti che incidono direttamente sui percorsi terapeutici delle persone, abbiamo contribuito a sostenerlo e a migliorarlo sotto il profilo scientifico, regolatorio, organizzativo e della sicurezza, che è un tema che non possiamo assolutamente tralasciare quando parliamo di digitale. In particolare, l'implementazione del profilo delle evidenze scientifiche e del monitoraggio pubblico delle tecnologie digitali attraverso l' rende il testo sostanzialmente condivisibile.
Non si tratta di avere un approccio ideologico o pregiudizievole nei confronti dell'innovazione e delle tecnologie, perché, se parliamo di salute, ci vuole assolutamente validazione scientifica. Non solo, occorre tenere conto anche del divario digitale, dei divari che si aprono, del non lasciare indietro tutte quelle persone che, in condizioni di fragilità, rischierebbero di restare fuori anche da questi strumenti. Parliamo di strumenti che possono incidere sui comportamenti delle persone, sull'aderenza terapeutica, sulla gestione della malattia, sugli esiti clinici. Pensiamo alle tante condizioni che possono essere prese in carico e per le quali le terapie digitali, se correttamente guidate e validate, possono rappresentare un contributo importante.
Dobbiamo, naturalmente, avere chiaro che occorre costruire un quadro rigoroso di garanzie scientifiche, cliniche e istituzionali che mettano i cittadini al riparo dai rischi etici della manipolazione dei dati sensibili e non solo. Del resto, l'affare Palantir insegna molto da questo punto di vista. Infatti, per noi, per il MoVimento 5 Stelle, anche per le terapie digitali vale la regola aurea della salute: non possono essere il mercato, le pressioni commerciali o, peggio, gli entusiasmi privi di un adeguato supporto scientifico a dominarle. Servono evidenze solide e robuste e servono, soprattutto, degli studi clinici metodologicamente validi. Serve una valutazione, che sia indipendente, del rapporto fra benefici, rischi, sostenibilità, impatto organizzativo ed efficacia reale.
Non possiamo e non dobbiamo permettere che siano privati, e grandi padroni del a prendere il sopravvento, magari in modo cialtronesco, senza procedure di validazione o con piattaforme opache, e spesso deresponsabilizzate completamente da quello che è il loro ruolo. Per questo, quindi, abbiamo insistito sul tema della .
Un altro tema fondamentale riguarda l'inserimento delle terapie digitali nei LEA, perché ne va del rispetto, dell'equità e dell'uniformità d'accesso sul territorio nazionale. Ci sono disparità incredibili tra regioni: ci sono regioni in cui i LEA sono accessibili e altre in cui, ancora oggi, pur introducendo nuove prestazioni all'interno dei LEA, non sono erogabili. Questo perché? Perché non basta introdurre una prestazione e definirla come livello essenziale di assistenza, perché, se non si investono risorse, come si farà a rendere erogabile quella prestazione? E, certamente, l'abominio dell'autonomia differenziata, per quanto ridotta dalla Corte costituzionale, non aiuterà a superare questi tra Nord e Sud . Non siamo soddisfatti delle pre-intese regionali, che sono una fotocopia l'una dell'altra e che ci dicono che l'obiettivo resta quello della secessione del Nord, e duole, purtroppo, la negazione di un aumento di risorse per implementare i LEA.
Le terapie digitali nel nostro Paese non possono rappresentare, comunque, una scorciatoia per avere servizi dove non c'è personale, dove non si riescono a smaltire le liste d'attesa e le persone attendono, rinunciano o, nella peggiore delle ipotesi, muoiono, senza neanche aver potuto fare l'esame di cui avevano bisogno. Se pensiamo che questo possa servire da pezza a questo enorme disastro, allora stiamo sbagliando. Serve una riflessione profonda e più ampia su quello che stiamo andando a fare, una dimensione di senso e anche una fotografia di qual è la sanità attuale e quella del futuro, perché noi ci ritroviamo in un momento storico in cui il 10 per cento delle persone in questo Paese rinuncia a curarsi. Sei milioni di persone rinunciano a fare quelle visite e quegli esami diagnostici che dovrebbero fare all'interno del Servizio sanitario nazionale pubblico. Non possono farli per liste d'attesa troppo lunghe o perché i costi sono diventati proibitivi.
La salute, la sanità e l'assistenza nel Paese non possono essere un privilegio. Se hai un'assicurazione e le risorse, ti curi; se la tessera sanitaria viene sostituita dalla carta di credito, viene meno la più grande conquista sociale del nostro Paese, il Servizio sanitario nazionale pubblico .
Voteremo a favore di questo provvedimento, che comunque può rappresentare un passo avanti in questa terra di nessuno sulle terapie digitali, ma vigileremo perché venga governato al meglio. Vigileremo per difendere il nostro prezioso Servizio sanitario pubblico .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Patriarca. Ne ha facoltà.
ANNARITA PATRIARCA(FI-PPE). Grazie, Presidente. Colleghe, colleghi, Governo, il provvedimento che oggi giunge all'esame dell'Aula affronta un tema innovativo e di grande rilievo per il futuro del nostro sistema sanitario: quello delle terapie digitali. Questo testo rappresenta un passaggio importante verso una sanità più moderna, più efficiente e più vicina ai bisogni concreti dei cittadini. Le terapie digitali costituiscono una delle frontiere più avanzate dell'innovazione sanitaria. Parliamo di strumenti basati su validati scientificamente, capaci di supportare la prevenzione, la gestione e il trattamento di patologie e disturbi medici attraverso percorsi terapeutici personalizzati.
Non stiamo parlando di semplici applicazioni o di strumenti accessori, ma di soluzioni terapeutiche che possono affiancare le cure tradizionali, migliorare l'aderenza ai trattamenti, favorire il monitoraggio continuo del paziente e contribuire a una presa in carico più efficace e tempestiva. Pensiamo, ad esempio, all'ambito della salute mentale e delle patologie croniche, della riabilitazione, del diabete, dei disturbi neurologici o delle dipendenze. In tutti questi settori le tecnologie digitali possono offrire strumenti aggiuntivi di grande utilità sia per i pazienti sia per i professionisti sanitari.
Questo provvedimento ha il merito di introdurre una prima cornice normativa chiara per disciplinare tali strumenti, definendone l'inquadramento e prevedendo meccanismi di valutazione e monitoraggio. Particolarmente importante è la scelta di ricondurre le terapie digitali nell'ambito del Programma nazionale di dei dispositivi medici. È una scelta di serietà e di responsabilità.
L'innovazione, infatti, deve sempre essere accompagnata da criteri rigorosi di validazione scientifica, appropriatezza clinica, sicurezza ed efficacia. Il progresso tecnologico è una straordinaria opportunità, ma deve svilupparsi all'interno di un quadro regolatorio credibile, capace di tutelare i pazienti e garantire standard elevati di qualità.
Positiva è anche l'istituzione del Comitato nazionale per le terapie digitali presso il Ministero della Salute, con funzioni di monitoraggio, valutazione e supporto tecnico. Si tratta di un organismo che potrà favorire il coordinamento istituzionale e accompagnare l'evoluzione di un settore destinato inevitabilmente a crescere nei prossimi anni.
Vi è un altro aspetto che riteniamo particolarmente rilevante: l'attenzione all'inserimento delle terapie digitali nei livelli essenziali di assistenza. Naturalmente, tale percorso dovrà avvenire sulla base di evidenze scientifiche solide e secondo procedure rigorose di validazione clinica, come giustamente prevede il testo. Tuttavia, la prospettiva di rendere accessibili queste innovazioni all'interno del Servizio sanitario nazionale rappresenta un obiettivo importante anche sul piano dell'equità. L'innovazione sanitaria non deve diventare un privilegio per pochi. Dobbiamo evitare il rischio che le tecnologie più avanzate siano disponibili soltanto per chi può permettersele economicamente o per chi vive in territori più attrezzati. Da questo punto di vista il ruolo pubblico resta fondamentale per garantire universalità, accessibilità e uniformità delle prestazioni.
Per Forza Italia, sostenere l'innovazione significa anche valorizzare la ricerca, il contributo delle imprese tecnologiche, delle università, dei centri clinici e delle professionalità italiane che operano in questo settore. L'Italia ha competenze scientifiche e tecnologiche di grande livello e può svolgere un ruolo importante nello sviluppo delle tecnologie digitali applicate alla salute. Creare un quadro normativo certo significa anche favorire investimenti, ricerca e sviluppo, attrarre competenze e sostenere la competitività del nostro sistema. Naturalmente, l'attuazione concreta di questa disciplina richiederà attenzione, equilibrio e capacità di aggiornamento continuo.
Parliamo di un settore in rapidissima e continua evoluzione, nel quale sarà necessario mantenere un costante raccordo tra innovazione tecnologica, evidenze scientifiche, tutela dei dati personali, sicurezza informatica e sostenibilità economica. Sarà altresì importante accompagnare questo processo con adeguati percorsi di formazione rivolti agli operatori sanitari e con strumenti capaci di ridurre il divario digitale, affinché nessun cittadino resti escluso dalle opportunità offerte dalle nuove tecnologie.
Questa proposta di legge rappresenta un primo passo importante verso una sanità capace di guardare al futuro senza rinunciare ai principi fondamentali del nostro sistema sanitario nazionale. È un testo equilibrato, che promuove l'innovazione ma, allo stesso tempo, introduce criteri di controllo, valutazione e monitoraggio. È un provvedimento che guarda alla persona, alla qualità delle cure e alla modernizzazione del sistema sanitario.
Per queste ragioni, ribadendo il giudizio positivo sul lavoro svolto in Commissione e apprezzando il clima costruttivo che ha consentito l'approvazione unanime del testo, il gruppo di Forza Italia annuncia il proprio voto favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Loizzo. Ne ha facoltà.
SIMONA LOIZZO(LEGA). Grazie, Presidente. Innanzitutto, prima di iniziare la mia dichiarazione di voto, voglio ringraziare il Sottosegretario Gemmato, per la grande spinta che ci ha dato durante la discussione, il Ministro Orazio Schillaci, tutto il dipartimento sanità della Lega e il capogruppo Riccardo Molinari.
Quando si avvia alla conclusione una legge così importante è solo perché si è lavorato in squadra e mi sento di ringraziare i partiti di maggioranza, ma anche l'opposizione, che ha prodotto in parte anche alcune modifiche della legge, che sicuramente l'hanno migliorata. Poi, un particolare ringraziamento va al Politecnico di Milano, nelle persone di Emanuele Lettieri e Chiara Sgarbossa, che hanno costruito l'impalcatura insieme all'intergruppo di sanità digitale, al senatore Bruno, a Federico Serra, a Monica e anche ad Altis, che ne hanno curato la segreteria organizzativa.
Le terapie digitali sono l'integrazione esatta tra competenze tecnologiche e nuovi sistemi di cura. Oggi non ce ne rendiamo conto, ma tra qualche mese e tra qualche anno questo passaggio delle terapie digitali in Aula sarà il cambiamento del paradigma. Passiamo finalmente dalle terapie farma alle terapie non-farma, cioè le terapie che interagiscono direttamente col paziente.
Oggi i sistemi sanitari soffrono di varie criticità. La cronicità: oltre il 40 per cento degli europei è affetto da patologie croniche. Poi lo “shortaggio” di personale, la mancanza di personale medico: l'OMS segnala come noi abbiamo necessità di 18 milioni di operatori sanitari entro il 2030, le pressioni ineguagliabili sul sistema - ne sa qualcosa il Sottosegretario Gemmato -, liste d'attesa, finanziamenti da ricercare e frammentazione dei percorsi di cura, che rendono ormai la sanità ospedalocentrica del tutto fallita.
Poi abbiamo una nuova frontiera, che è il . Noi abbiamo pazienti finalmente più formati, più dialoganti, che ci chiedono sistemi di cura che dialoghino costantemente con loro e qui la convergenza tecnologica fa il suo. L'intelligenza artificiale non è un demone che va in medicina antagonizzato, è un aiuto prezioso che va governato.
E poi i meccanismi e l'interoperabilità di sistema. Oggi le terapie digitali ci permettono di far dialogare il sistema sanitario regionale con la casa, i e i nostri pazienti.
E i biosensori: oggi dispositivi indossabili, sensori biologici raccolgono dati fisiologici continui, fornendo al paziente una forma attiva di evidenza clinica.
Quindi le terapie digitali si trovano in un cerchio tassonomico, cioè la salute digitale, la medicina digitale e le terapie digitali, attraverso i clinici. Noi nella legge abbiamo previsto che, per immetterle nel sistema di rimborsabilità, le terapie digitali devono passare attraverso il riconoscimento di clinici e di sistemi di HTA.
E poi abbiamo i cicli terapeutici. Cosa fa una terapia digitale? Raccoglie i dati attraverso i sensori, elabora questi dati attraverso algoritmi e decide insieme al paziente l'intervento terapeutico. Noi abbiamo un adattamento continuo alla terapia al paziente. Questo secondo me, secondo noi, secondo tutti quelli che hanno costruito questa legge è oggi lo scatto che ci chiede la sanità del futuro, il dialogo della sanità col paziente al centro.
E poi l'evidenza clinica. È vero - come qualcuno ha detto - che le terapie digitali, se non vengono sperimentate e se non sono supportate da clinici, non devono essere immesse nel mercato. La legge lo prevede e noi abbiamo cercato di snellire, come suggerivano anche ricercatori internazionali (c'è uno studio del sulla depressione grave): è sufficiente un clinico per sperimentarle.
Quali sono le principali aree cliniche di applicazione? Il diabete, per esempio, ma soprattutto la salute mentale. Pensiamo all'insonnia cronica - la collega Patriarca sta lavorando a un progetto di legge sull'insonnia - e poi all'oncologia. In che modo vi è supporto all'oncologia? Vi è proprio pensando alla sopravvivenza, alla cronicizzazione del paziente, alla gestione dei sintomi, all'aderenza alle terapie orali - la grande scommessa sono le terapie orali, che non vanno ospedalizzate, ma in oncologia possono essere gestite da remoto - e al monitoraggio della qualità della vita, degli aspetti psicologici del paziente che effettua terapie oncologiche.
Quali sono state negli Stati europei le prime terapie digitali approvate? Quelle per il disturbo da uso di sostanze, come quelle per abuso di alcol - ma abbiamo approvato una terapia digitale, nei Paesi membri, anche per i bambini che hanno il disturbo dell'attenzione, con un'adesione del 100 per cento dei bambini da 7 a 11 anni - e per gli abusi di oppioidi. La Francia e la Germania hanno percorsi strutturati di approvazione e rimborso. Il mercato europeo accelera con 30 autorizzazioni per terapie digitali.
Ma quello che mi interessa e che ha animato lo spirito di questa legge è il nuovo ruolo del paziente. Le terapie digitali ridefiniscono il rapporto tra paziente e sistema di cura. Il paziente non è più un destinatario passivo dei nostri interventi medici, ma è un coproduttore attivo della propria salute: genera dati, fornisce , adatta e aggiusta continuamente i comportamenti e partecipa al processo terapeutico in modo continuo e informato. Quindi, passiamo da un paziente passivo a un paziente coproduttore di salute, addirittura alleato del sistema sanitario regionale; quindi si passa da una cura episodica alla continuità assistenziale, perché modifichiamo la terapia in base al , alla memoria dei dati che i pazienti ci restituiscono.
Quali sono le opportunità per il sistema sanitario nazionale? Sono il raddoppio dell'adesione terapeutica, il risparmio, con riduzione del 30 per cento dei ricoveri e il mercato, perché i nostri produttori italiani di terapie digitali - e mi sento di ringraziare sia Agenas, sia AIFA nella persona del presidente Robert Giovanni Nisticò -, le nostre piccole e medie imprese italiane sono tra le principali a produrre brevetti e sulle terapie digitali. La terapia digitale non sostituisce la medicina, ma ne espande continuamente la capacità di cura. Il percorso italiano, con questa legge, va verso una nazionale. Io dico che non in sanità c'è innovazione sostenibile, se non c'è .
Il prossimo salto è da una sanità di tipo assistenziale a una sanità che ha protagonista il paziente. La sanità digitale rende tutti uguali i pazienti rispetto al sistema sanitario nazionale. È una rivoluzione direi socialista e, per questo, annuncio il voto favorevole del gruppo Lega-Salvini Premier .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Girelli. Ne ha facoltà.
GIAN ANTONIO GIRELLI(PD-IDP). Grazie, Presidente. A mia volta voglio iniziare questa dichiarazione di voto con una sottolineatura. Ci troviamo, e non è la prima volta, ad approvare un provvedimento che riguarda la sanità, che nasce da una prima proposta di maggioranza - ringrazio la collega Loizzo di aver posto il tema - che poi ha trovato il contributo, a mio parere significativo, delle minoranze che hanno contribuito ad arricchire e a giungere a un testo condiviso e di particolare spessore.
Pur non essendo, come nelle umane vicende capita, il migliore possibile, rappresenta comunque un buon punto di partenza, in un clima di collaborazione e dialogo che a mio parere dovrebbe sempre caratterizzare i provvedimenti sanitari, anche quando nascono su iniziativa della minoranza.
Credo che, anche oggi, abbiamo la dimostrazione di come si voglia contribuire a rendere fermi i principi e i riferimenti costituzionali dell'universalità del diritto alla cura, in un contesto complicato, come quello che abbiamo, uscendo dalla demagogia, ma sempre avendo questa predisposizione al dialogo e al contributo. E mi auguro davvero possa rappresentare un punto di svolta, perché, a breve, avremo di fronte provvedimenti di particolare spessore e importanza che hanno bisogno di un clima condiviso e di grande responsabilità nell'esame.
Oggi arriviamo ad approvare un provvedimento che, con grande sincerità - possiamo dircelo -, rappresenta un po' anche l'affanno con cui la politica rincorre la scienza e la ricerca. Non stiamo parlando di qualcosa di effettivamente nuovo, ma di qualcosa di ben consolidato e sperimentato in altri Paesi al mondo, dove fa parte del sistema sanitario in maniera puntuale, ma che vede da noi un vuoto normativo che non ha impedito un certo diffondersi, una certa sperimentazione; come sempre, tuttavia, è necessario ricondurre a un quadro normativo di riferimento.
Uno dei padri della cibernetica, Wiener, disse che la tecnica, la scienza, quando ci consegnano strumenti nuovi mettono, sì, in campo opportunità incredibili, ma impone assunzioni di responsabilità incredibili, quelli della politica.
In questo caso, cosa significa? Significa cercare di fare quello che abbiamo messo nell'articolato, che, badate bene, non è certo la soluzione, ma è l'indicazione delle soluzioni da costruire che riguardano l'essenza stessa della terapia digitale; forse anche in quest'Aula, fra di noi, se dovessimo fare una descrizione anche molto puntuale e distribuire un questionario, avremmo qualche difficoltà, persino chi illustra la legge o fa le dichiarazioni di voto; difficilmente potrebbero essere molto precise. Ma significa riuscire ad affrontare il tema dell'elaborazione dei dati. Qui sapete che esistono proposte di legge depositate.
Sono dati che devono permettere di consegnare uno strumento informatico che ha sempre bisogno di una grande co-regia umana, con l'elaborazione di possibili terapie, cercando il più possibile di coniugare l'opportunità che la scienza e la ricerca ci danno dal punto di vista farmaceutico con le necessità, anche variabili, delle singole persone; mettendo in condizione chi fa sanità di avere un supporto incredibile in tutti questi processi e chi ha bisogno di cura di godere al meglio della cura in qualsiasi momento. Ma questo implica, ovviamente, la validazione di questi processi, l'assoluto rigore scientifico nel dire che, sì, sono strumenti che hanno una ricaduta positiva, per lo meno considerati i dati e le conoscenze del momento. E questo implica il saper mettere in comunione, nella comunità scientifica, tante informazioni e, nello stesso tempo, avere la capacità di tutelare la riservatezza delle stesse, nella tutela della dei pazienti. E significa anche riuscire a fare in modo che tutto questo non sia qualcosa di esclusivo per alcuni centri che, magari, già godono di grande efficienza e che possono aumentarla ma possono aumentare anche la distanza rispetto alla rete di servizi territoriali. Perché spesso e volentieri parliamo delle tante Italie. Spesso e volentieri parliamo del fatto che persino nelle stesse regioni convivano situazioni profondamente diverse; e non dobbiamo dimenticare mai che, da questo punto di vista, l'innovazione e la digitalizzazione non possono diventare, certo, strumenti di ulteriore divario ma devono diventare strumenti di ricucitura e di costruzione di un sistema davvero omogeneo che garantisca, a tutti e a tutte, pari opportunità di accesso e qualità della cura.
E non è un fatto così semplice. Perché? Perché fatichiamo a farlo nella normalità dell'organizzazione sanitaria, rispetto a settori e attività ben consolidate e conosciute. Ecco, oserei dire che avventurarci nel normare qualcosa di nuovo ci pone di fronte alla difficoltà di capire come farlo, ma anche all'opportunità di iniziare a fare, a livello nazionale, scelte uniformi che obbligatoriamente diventino uguali per tutti i territori.
Ma non mancano altre due considerazioni che, in questo caso, mi sento di fare. Non possiamo però nemmeno fare l'errore di dare il La a una specie di deriva tecnologica per cui, anche per quanto riguarda la sanità, pensiamo di poter affidarci alla tecnica, alla digitalizzazione, all'intelligenza artificiale e delegare la soluzione ai nostri problemi. Lo sappiamo, non potrà mai avvenire. Perché il fattore umano, l'interazione, il ruolo del medico in tutto questo non devono mai venire meno. Un di umanizzazione in meno non può essere generata da questi strumenti. Anzi, mi verrebbe da dire che questi strumenti - proprio perché sono di una certa complessità - hanno bisogno di quel di umanizzazione in più. E guardate, c'è bisogno che questa ci sia per chi fa sanità, quando li utilizza e ne fa un uso pratico per quanto riguarda poi la terapia, ma anche per il paziente, che non li deve vedere come una rottura nel rapporto con chi si prende cura di lui, come essere “consegnato” alla scienza, così, senza un nome e un cognome, senza occhi che ti guardano. Ma li deve vedere sempre di più come strumenti che quegli occhi e quel viso che ti guarda utilizzano per darti il meglio. Perché, anche da questo punto di vista, credo che la digitalizzazione possa diventare uno strumento per riconsegnare fiducia alle persone, alla scienza e alla ricerca. Fiducia che ha bisogno di essere ricostruita, perché, con grande superficialità, molte volte viene messa in discussione anche da qualcuno di noi, quando si assecondano teorie scientifiche che poco hanno di scientifico e non hanno alcuna radice o validazione, appunto, per essere considerate tali.
Dicevo prima: è un primo passo perché, come sempre avviene, voler fare una legge che affronti dall'inizio alla fine una questione come questa, fra l'altro in grandissima evoluzione, è impossibile. Però rappresenta un riferimento al quale tutto quello che avverrà dopo dovrà, appunto, ricondursi. E questo significa avere innanzitutto la consapevolezza - e qui è davvero una responsabilità tutta nostra - che, in un contesto sociale così cambiato, nel quale diventiamo più anziani, dove il bisogno di cure è sempre più elevato, dove la diagnosi precoce è sempre più necessaria e dove il personale sanitario rischia di essere sempre di più un problema per quanto riguarda il numero, noi due pilastri dobbiamo seguire: quello della prevenzione, e avremo altre occasioni per parlarne, e quello dell'innovazione, come in questo caso.
Nella consapevolezza che dobbiamo maturare, mi auguro di vedere, anche nella prossima legge di bilancio, che tutte le risorse, che noi sapremo mettere nel settore dell'innovazione, ce le ritroveremo in termini di aumento della qualità della vita futura - e già questo basterebbe - ma anche di risparmio di spesa sanitaria diretta e di spesa socio-economica indiretta, che sempre accompagna le difficoltà sanitarie. Per tutte queste ragioni, in maniera convinta, con assunzione di responsabilità, il Partito Democratico vota favorevolmente questo provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gabellone. Ne ha facoltà.
ANTONIO MARIA GABELLONE(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario Gemmato, onorevoli colleghe e colleghi, intervengo per dichiarare il voto favorevole del gruppo di Fratelli d'Italia su questo provvedimento e lo faccio con una convinzione che va al di là del merito tecnico della norma, pur rilevante, e che attiene a una questione di fondo: la capacità del Governo Meloni di stare al passo con una realtà che cambia e di farlo senza inseguire mode, senza cedere all'entusiasmo acritico per la novità, ma con quella serietà istituzionale che le materie attinenti alla salute dei cittadini impongono sempre. Anche da parte mia e del nostro gruppo un grazie al Ministro Schillaci, al Sottosegretario Gemmato, alla struttura ministeriale e grazie ai componenti della Commissione che hanno permesso un dialogo franco, aperto, volto a raggiungere l'obiettivo importante di ammodernare la nostra sanità e di spendere tutti gli strumenti a disposizione per la salute dei nostri cittadini.
Le terapie digitali esistono da anni. L'Italia non disponeva di una cornice normativa, non perché le mancassero tecnologie, non perché mancassero le competenze scientifiche - e di eccellenze, in questo Paese, ce ne sono -, ma perché mancava la volontà politica di affrontare il tema con la necessaria sistematicità.
Questo provvedimento colma quella lacuna e lo fa bene grazie, ancora una volta, al lavoro profuso in Commissione. Lo fa perché parte da una definizione rigorosa: le terapie digitali non sono, come potrebbe ritenere qualcuno, applicazioni commerciali per il benessere e non sono strumenti di intrattenimento salutistico; sono dispositivi medici soggetti alla marcatura CE prevista dalla normativa europea, sottoposti ad un'attenta valutazione di conformità e fondati su sperimentazioni cliniche condotte secondo gli standard più esigenti della ricerca biomedica internazionale.
Questa distinzione non è meramente burocratica, è sostanziale. Nel mercato digitale esistono migliaia di applicazioni che si presentano come strumenti di salute. Di queste, soltanto alcune - quelle che hanno attraversato i della validazione clinica e che hanno dimostrato la propria efficacia in studi rigorosi e assolutamente controllati, randomizzati - meritano di essere trattate alla stregua di un farmaco o di un dispositivo medico tradizionale. Su questo punto, il progetto di legge traccia la linea con grande precisione. Lo fa anche perché introduce un sistema di proporzionato alla complessità della materia. Il Comitato nazionale per le terapie digitali, istituito presso il Ministero della Salute, è un organismo molto importante.
È un tavolo tecnico-scientifico di alto profilo, nel quale siedono le istituzioni sanitarie centrali, le regioni, le professioni mediche e sanitarie, le associazioni di pazienti e - scelta che merita di essere adeguatamente sottolineata - il Garante per la protezione dei dati personali. Quest'ultima presenza riflette una consapevolezza che troppo spesso manca nel dibattito sull'innovazione digitale: che i dati prodotti e registrati da una terapia digitale, dati su comportamenti, stati emotivi, condizioni di salute dell'individuo, sono tra le informazioni più sensibili che esistano e che la loro protezione deve essere garantita non a posteriori, non come rimedio a falle già aperte, ma strutturalmente fin dall'origine.
Su questo fronte, il provvedimento dimostra di recepire la rilevanza degli interessi in gioco. Vi è poi una dimensione che ritengo centrale e sulla quale vorrei soffermarmi: il rapporto tra innovazione tecnologica e professione medica, che a volte non è privo di tensioni nella realtà come nel dibattito pubblico. Chi lavora in sanità sa bene quanto pesi, nella pratica clinica quotidiana, la pressione di una digitalizzazione che, talvolta, sembra procedere indipendentemente dalle esigenze reali dei professionisti e dei pazienti. A tal proposito, le terapie digitali non devono aggiungersi a quel peso, devono alleggerirlo; devono essere strumenti che il medico è chiamato a padroneggiare, che prescrive con consapevolezza e che integra nel proprio giudizio clinico, senza che quel giudizio venga scavalcato o sostituito.
Il governo della terapia deve rimanere saldamente nelle mani del medico, cui spetta la responsabilità clinica e la valutazione complessiva della persona nella sua interezza. Il coinvolgimento nel Comitato nazionale, istituito da questo provvedimento, degli ordini delle professioni sanitarie - medici, infermieri, farmacisti - non è un dettaglio procedurale; è il riconoscimento esplicito che l'innovazione in sanità si costruisce con i professionisti attraverso il loro contributo di competenze e di responsabilità, non a loro scapito.
Ed è proprio partendo da questa rinnovata alleanza tra tecnologia e professionalità sanitaria che è possibile comprendere pienamente i benefici sistemici che le terapie digitali possono portare al Paese. Il primo, e forse il più sottovalutato, riguarda l'aderenza terapeutica. Una quota significativa di pazienti cronici non segue con continuità il proprio piano di cura, con conseguenze gravi sugli esiti clinici e costi enormi per il sistema sanitario. Su questo punto, le terapie digitali possono venire in loro soccorso.
Esse, infatti, accompagnano il paziente nel tempo, lo supportano nelle scelte quotidiane, lo aiutano a mantenere i comportamenti terapeuticamente corretti. Sono, in questo senso, uno strumento di continuità nella cura, rappresentando una delle risposte più concrete al problema dell'abbandono terapeutico, il quale costituisce, ancora oggi, una delle maggiori criticità nella gestione delle patologie croniche. Al tempo stesso, le terapie digitali possono contribuire a una gestione più efficace e proattiva della malattia, riducendo il numero di ospedalizzazioni improprie e liberando risorse che il Servizio sanitario nazionale può reinvestire laddove il bisogno è più acuto, migliorando l'efficienza della spesa sanitaria.
Non va, inoltre, dimenticato il tema dell'universalismo delle cure e dell'equità di accesso, principi fondanti del nostro sistema sanitario che affondano le proprie radici fin dalla legge istitutiva n. 833 del 1978. Il nostro Paese presenta storiche disomogeneità nella distribuzione territoriale dei servizi sanitari: nelle aree interne, nelle zone montane e nelle isole minori l'accesso alle cure specialistiche richiede spesso sacrifici gravosi in termini di tempo e di costo, con ricadute concrete sulla soddisfazione dei bisogni di salute dei cittadini che vi risiedono.
Ebbene, le terapie digitali hanno la capacità di attraversare queste distanze e di colmarle, portando la cura, dove la cura fatica ad arrivare, direttamente presso il domicilio del cittadino, e garantendo così a tutti i pazienti, indipendentemente dalla loro collocazione geografica, quel diritto alle cure che la nostra Costituzione riconosce, senza operare distinzioni. Accanto alla dimensione sanitaria, vi è una dimensione industriale e strategica che non possiamo ignorare.
Le terapie digitali non sono soltanto un tema clinico: esse rappresentano uno dei settori a maggiore crescita nell'economia della salute a livello globale. Investire oggi in questo comparto significa favorire ricerca, innovazione, occupazione qualificata, sviluppo di competenze avanzate nel campo dell'intelligenza artificiale, del medicale e della medicina personalizzata. Un Paese che non ha regole in questo campo non è un Paese neutrale: è un Paese che si esclude dal tavolo dove si decidono gli standard, dove si orientano le risorse, dove si costruisce il futuro della medicina.
Dunque, onorevoli colleghi, con questa proposta di legge l'Italia torna a sedere a quel tavolo guardando al futuro; un futuro nel quale l'Italia non rincorre l'innovazione, ma la guida. La vera domanda che dobbiamo porci non è se la medicina digitale arriverà - arriverà e in parte è già qui -, ma se saremo pronti a governarla con saggezza, con rigore, con una visione di lungo periodo che la materia necessariamente richiede.
Fratelli d'Italia crede che questo Parlamento possa e debba assumersi questa responsabilità, crede che il Governo Meloni stia accompagnando questo cambiamento con determinazione e con metodo scientifico e crede, soprattutto, che questa legge possa rappresentare un messaggio di speranza per i milioni di pazienti che attendono risposte nuove e più aderenti a una medicina che sia al passo con i tempi.
ANTONIO MARIA GABELLONE(FDI). Per tutte queste ragioni, dichiaro il voto convintamente favorevole del gruppo di Fratelli d'Italia .
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
PRESIDENTE. Se non vi sono obiezioni, la Presidenza si intende autorizzata al coordinamento formale del testo approvato.
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PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sul testo unificato delle proposte di legge nn. 1208-2095-2220-A: “Disposizioni in materia di terapie digitali”.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge costituzionale, già approvata, in un testo unificato, in prima deliberazione, dal Senato, n. 2197: “Modifica all'articolo 24 della Costituzione in materia di tutela delle vittime di reato” e delle abbinate proposte di legge costituzionale nn. 286-1312.
Ricordo che nella seduta dell'11 maggio si è conclusa la discussione generale e il relatore e la rappresentante del Governo hanno rinunciato ad intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico della proposta di legge costituzionale .
Avverto che, consistendo la proposta di legge costituzionale di un solo articolo e non essendo stati presentati né proposte emendative né ordini del giorno, si procederà direttamente alla votazione finale, a norma dell'articolo 87, comma 5, del Regolamento.
PRESIDENTE. Passiamo alle dichiarazioni di voto finale.
Ha chiesto di parlare per dichiarazione di voto il deputato Giachetti. Ne ha facoltà.
ROBERTO GIACHETTI(IV-C-RE). Grazie, signora Presidente. Il tema che affrontiamo oggi riguarda il rapporto tra lo Stato, la giustizia e le vittime di reato. È una questione su cui il Parlamento discute ormai da tempo e rispetto alla quale anche le istituzioni europee hanno più volte richiamato gli Stati membri alla necessità di rafforzare gli strumenti di tutela e di assistenza per le vittime. Nel nostro ordinamento, storicamente, l'attenzione è concentrata soprattutto sulle garanzie dell'imputato e sulla correttezza del procedimento penale. È un elemento essenziale dello Stato di diritto, che deve ovviamente rimanere fermo.
La tradizione giuridica europea ha costituito un sistema nel quale il processo penale non è uno strumento di punizione, ma un luogo di accertamento delle responsabilità, fondato su garanzie e regole assolutamente precise. Questo equilibrio dobbiamo inevitabilmente preservarlo.
Quando si interviene sul tema delle vittime bisogna evitare il rischio di alterare la natura del processo penale e comprimere le garanzie costituzionali ma, allo stesso tempo, dobbiamo guardare, e non ignorare, il fatto che molte vittime abbiano percepito, negli anni, una difficoltà da parte delle istituzioni nell'offrire ascolto, sostegno e accompagnamento adeguati. Questo riguarda non solo il processo, ma anche l'assistenza psicologica, sociale ed economica che lo Stato deve essere in grado di garantire. Per questa ragione, noi riteniamo che il lavoro che è stato svolto in Commissione, anche attraverso il confronto con numerosi costituzionalisti ed esperti, ha consentito di arrivare a un testo - direi - anche più equilibrato rispetto a quelle che erano le ipotesi iniziali.
In particolare, noi consideriamo significativa la scelta di inserire il riferimento delle vittime nell'articolo 24 della Costituzione, e non nell'articolo 111 sul giusto processo, perché questa è una soluzione che riconosce la tutela delle vittime senza intervenire direttamente sull'impianto delle garanzie processuali. Ci sembra un punto di equilibrio ragionevole: si afferma un principio importante di attenzione verso chi subisce un reato, senza mettere in discussione i principi garantisti del nostro ordinamento. Naturalmente sappiamo che una modifica costituzionale, da sola, non potrà certo risolvere il problema: servono servizi efficienti e serve, soprattutto, che i tempi della giustizia siano più rapidi e che ci siano strumenti di sostegno concreti e risorse adeguate. Tuttavia, noi riteniamo che il testo oggi all'esame rappresenti sicuramente un passo serio e misurato nella giusta direzione e, per queste ragioni, il gruppo di Italia Viva esprimerà un voto favorevole su questo provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA(AVS). Grazie, Presidente. Innanzitutto, voglio ricordare che l'Europarlamento, il 21 maggio del 2026, ha approvato la revisione della direttiva sui diritti delle vittime, introducendo misure per migliorare la protezione, l'accesso alla giustizia e i servizi di supporto: è stata prevista una nuova linea telefonica europea - 116006 - per le vittime; i Paesi dell'Unione europea dovranno garantire risorse umane e finanziarie per assistere le vittime; l'accesso all'assistenza sanitaria, sessuale e riproduttiva per le vittime di violenza sessuale.
Le proposte introdotte sono state approvate con 440 voti a favore, 49 contrari e 84 astensioni. Adesso l'iter prevede, come noto, l'adozione formale da parte del Consiglio e poi la pubblicazione nella , dopodiché gli Stati membri avranno due anni per il recepimento della direttiva riformata.
Questo perché? Perché noi, invece, con grande ritardo e anche con travaglio e, soprattutto, grazie a una pressione delle associazioni, quindi della società civile, ci apprestiamo a questo passaggio fondamentale che riguarda la tutela costituzionale - come è stato spiegato anche dal collega Giachetti, che mi ha preceduto - delle vittime. Infatti, con la legge costituzionale n. 2 del 1999 si modificò l'articolo 111 della Costituzione, con l'inserimento di norme volte a garantire un processo definito e ritenuto giusto per dettato costituzionale. La norma fondamentale principale, approvata nel 1999, concerneva proprio questo: l'attribuzione di un rango costituzionale al principio del contraddittorio.
Diverse singole disposizioni hanno, poi, regolamentato, concretizzato ed esplicitato il principio - vuoi del giusto processo, vuoi del contraddittorio -, quali quelle relative alle condizioni di parità tra le parti, la ragionevole durata del processo, la terzietà e l'imparzialità del giudice. Però, l'articolo 111, come modificato e inserito nella sezione II del Titolo IV della Costituzione, pur citando ripetutamente le parti e il contraddittorio tra le parti, non specifica i diritti e le facoltà di tutte le parti in processo, concentrando, come noto, l'attenzione e la preoccupazione sulla figura della persona accusata di reato.
Come ben noto, mentre le norme concernenti un'altra parte fondamentale e necessaria del processo, il pubblico ministero e l'esercizio quindi dell'azione penale, si trovano sia nella sezione I sia nella sezione II del citato Titolo IV della Costituzione, continuano a mancare in Costituzione norme specifiche a tutela dell'altra parte che è al centro del processo, cioè la vittima dei reati, nonostante fin dalla parte iniziale del testo costituzionale, quella dei principi fondamentali, si faccia continuo riferimento a principi ed esigenze di solidarietà politica, economica e sociale.
È evidente, quindi, che, soprattutto dopo aver costituzionalizzato il principio della parità delle parti, bisogna passare in modo esplicito anche alla tutela della parte più debole, meno protetta, sotto tutti i punti di vista, cioè le vittime di reato. Si tratta di colmare una lacuna che si riverbera anche all'interno del processo penale, ove la vittima del reato trova spazio solo se si costituisce parte civile.
L'esigenza di piena tutela delle vittime di reato è avvertita, come ho detto, ai vari livelli, alle diverse istanze della nostra società anche perché la parte danneggiata, la parte offesa, la parte civile costituita, ricopre un ruolo e rappresenta un interesse di natura pubblica collettiva. Emblematico è il caso delle vittime del terrorismo; quello delle vittime delle stragi; degli infortuni e delle malattie mortali a causa del lavoro; quello delle vittime della criminalità; delle vittime dei reati a sfondo sessuale, soprattutto sui minori; quello delle vittime di aggiotaggio; di reati societari e bancari; dei reati di disastro ambientale. In tali fattispecie è evidente che, accanto a una pretesa formalmente risarcitoria, come richiesto dalla legge ordinaria, qualche volta magari per un risarcimento puramente simbolico, assumono maggior rilievo e importanza, a livello sociale e culturale, la richiesta di verità, anche processuale, e l'interesse all'individuazione e alla punizione del colpevole o dei colpevoli.
D'altra parte, che la tutela delle vittime sia un'esigenza fortemente sentita, è provata, come ho già cercato di spiegare nella discussione sulle linee generali, già dal fatto che, nel corso delle passate legislature alla Camera, siano state presentate proposte di legge costituzionale che prevedevano l'inserimento di una specifica previsione dei diritti e delle facoltà delle vittime di reato nell'articolo 111 della Costituzione.
Abbiamo visto che, poi, nella Commissione, al Senato, si è passati alla previsione di intervenire sull'articolo 24, come spiegato precedentemente. Quindi, nella XIV legislatura, di cui facevo parte anch'io, ma anche nella XV: ricordo l'A.C. 1242, di iniziativa del nostro collega Marco Boato e l'A.S. 742, d'iniziativa del senatore Casson, che poi ha continuato la sua opera nelle successive legislature.
Anche a livello internazionale, l'esigenza è emersa in tutta evidenza sia dalla trattazione che ne ha fatto la Convenzione europea dei diritti umani sia dal contenuto di provvedimenti frutto dell'attività giurisprudenziale della Corte di giustizia di Strasburgo.
Ebbene, viene riconosciuto, in maniera molto precisa e dettagliata, il diritto di accesso alle informazioni rilevanti al fine della tutela degli interessi specifici, tra cui il patrocinio gratuito della vittima, con particolare riferimento al seguito riservato alla sua denuncia e ad essere informata.
Ebbene, si riconosce il diritto alla sua protezione, a quella dei familiari e alle persone ad essi assimilabili e tanti ancora; quindi, che noi siamo, oggi, qui, a coprire una lacuna è veramente inaccettabile e dice della necessità anche di conformarci a quanto previsto già dalla giurisprudenza e dalla normativa europea. Quindi, è con grande soddisfazione che noi, naturalmente, voteremo a favore della proposta, sperando che l'iter successivo, al Senato, per la seconda lettura, anzi la terza…
LUANA ZANELLA(AVS). …e alla Camera, siano completati entro la fine di questa legislatura .
PRESIDENTE. Saluto studenti, studentesse e docenti del Liceo Artistico “Francesco Antonio Grue” di Castelli, in provincia di Teramo, che assistono ai nostri lavori dalle tribune .
Ha chiesto di parlare il deputato Antonio D'Alessio. Ne ha facoltà.
ANTONIO D'ALESSIO(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Siamo in tema di articolo 24 della Costituzione, il quale che cosa fa? Dichiara che tutti hanno diritto di agire in giudizio per tutelare i propri diritti e interessi; dichiara inviolabile il diritto della difesa e assicura ai non abbienti i mezzi per difendersi, prevedendo la giusta riparazione in caso di errori giudiziari.
Allora, sancisce dei principi importanti: la totalità di tutti i soggetti che possono agire in giudizio; l'inviolabilità, in ogni stato e grado del procedimento; la predisposizione dello Stato, con riferimento ai non abbienti, attraverso l'istituto del gratuito patrocinio, della difesa, permettendo, cioè, di rendere effettivo, anche per i meno abbienti, il diritto di difesa.
Oggi, noi, che cosa introduciamo? Che la Repubblica tutela le vittime di reato. Intanto, un piccolo plauso, con riferimento al metodo attraverso il quale si è proceduto e si è arrivati alla predisposizione, oggi, in Aula, per l'approvazione di questo testo.
Innanzitutto, un percorso che è stato caratterizzato dalla unanimità, che ha accompagnato tutto il processo di predisposizione, in un clima di grande affiatamento, di lavoro di concertazione rispetto a un tema che è stato condiviso, ma che non necessariamente ha avuto un percorso unanime; cioè, anche quando si lavora su un tema condiviso, a volte bisogna smussare e riflettere su quello che è il miglior risultato possibile per il Paese.
Il secondo profilo che va sottolineato è che, oggi, andiamo a modificare la Parte I della Costituzione. La Costituzione ha subito una serie di modifiche nel corso della sua storia repubblicana, ma modifiche che tendenzialmente hanno caratterizzato più la Parte II, rispetto a quella che, invece, è la parte dei principi.
Oggi andiamo con grande convinzione e, ripeto, all'unanimità con ogni probabilità - lo vedremo al momento del voto, ma tutto lascia intendere che sarà un voto unanime - a modificare la Parte I della Costituzione. E sappiamo quanto è importante introdurre un principio o anche una semplice sottolineatura nel testo costituzionale, perché è un testo che orienta, poi, come ben sappiamo, l'azione del legislatore, ponendo dei parametri, dei paletti a cui il legislatore ordinario deve conformarsi senza interpretazioni, senza tentennamenti, senza ambiguità con la formazione della legge.
La legge ordinaria è sempre vincolata, ovviamente, dalla Costituzione. È un vincolo che astringe il legislatore ordinario che, però, quando legge una norma costituzionale, non deve soltanto essere orientato da criteri di coerenza, di buona amministrazione, di opportunità, ma naturalmente cambia anche proprio registro perché noi stiamo introducendo un principio costituzionale.
Naturalmente, quando si tocca la Costituzione, c'è da prendere in considerazione l'equilibrio dei valori in gioco, l'armonizzazione, perché nella Costituzione ogni principio ha sempre dei contrappesi, ci sono sempre dei valori che vanno bilanciati.
Qui c'è ovviamente la tutela dell'imputato con le sue garanzie. Oggi introduciamo in maniera cristallizzata la tutela delle vittime del reato con le sue garanzie. Naturalmente, c'è anche un altro fattore che va contrastato o, meglio, va contemperato, va indirizzato, va moderato, va modellato, e che il legislatore ordinario dovrà tener presente: il fattore dell'emotività. Perché è chiaro che la vittima di reato, la sua figura spesso è contornata da una forte emotività, da una pressione sociale che si può sviluppare intorno alla necessità di tutelare la vittima del reato con le sue garanzie, che - ripeto - poi devono essere bilanciate con le garanzie che devono caratterizzare la figura dell'imputato.
Dicevo, quindi, grande attenzione sempre quando ci sono modifiche costituzionali. E oggi perché si è resa necessaria l'introduzione di questa modifica costituzionale? Perché troppo spesso il ruolo della vittima di reato è stato relegato a figura residuale rispetto al processo penale, rispetto all'accertamento della responsabilità e della tutela dell'imputato.
Oggi il legislatore, invece, pone l'attenzione e sancisce maggiore sensibilità verso le vittime, sia con riferimento all'informazione, sia con riferimento alla partecipazione della vittima stessa, alla protezione e al risarcimento.
L'equilibrio è anche questo. Non è soltanto l'aspetto risarcitorio alla fine di un processo penale che deve caratterizzare la figura della vittima del reato, ma la completezza della sua considerazione e anche l'attenzione a non trasformarla in un vendicatore. Quindi, attenzione, anche sotto questo profilo, alle distorsioni processuali e all'equilibrio costituzionale dei vari valori in gioco.
Non c'è dubbio che la legislazione europea, le normative e le convenzioni internazionali hanno richiesto attenzione su questo tema, sotto i profili processuali, sotto i profili sostanziali e naturalmente quelli risarcitori, con un sistema di protezione completo e dettagliato nei confronti delle persone offese.
Ultimamente ci sono state delle sollecitazioni da parte dell'Unione europea nei confronti degli Stati membri a realizzare proprio quelli che sono i livelli minimi di protezione e di garanzia, sia con riferimento al ruolo, sia ovviamente con riferimento ai diritti delle vittime all'interno di un processo penale, sia relativamente alla necessità di realizzare effettivamente la predisposizione di strumenti di tutela e di assistenza alla persona offesa dal reato.
Quindi, torno sull'equilibrio processuale: giusto processo, garanzie per l'imputato, questo non dimentichiamolo mai è un indice assoluto di civiltà; ma, a questo punto, ovviamente tutela della vittima rispetto a tutto il percorso della dinamica di un reato.
Un percorso legislativo che favorisca quindi la tutela sì, ma mai spazio per vendetta o pressioni determinate da condizionamenti emotivi.
Plausibile - e chiudo, Presidente - è anche l'inserimento non nell'articolo 111 della Costituzione, con riferimento al giusto processo e ai suoi delicatissimi equilibri, ma l'introduzione nell'articolo 24, come elemento che deve far parte dei principi della nostra Costituzione. Bello - devo ribadirlo ancora una volta - anche il percorso aperto e condiviso che ci porta oggi al voto in Aula. Naturalmente il nostro voto sarà favorevole .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Auriemma. Ne ha facoltà.
CARMELA AURIEMMA(M5S). Grazie, signora Presidente. Membri del Governo e illustri colleghi, oggi approviamo e votiamo una legge di modifica della Costituzione, un provvedimento che è già stato approvato in prima lettura all'unanimità al Senato e che avrà lo stesso consenso anche in questa Camera oggi, ciò a dimostrazione che la Costituzione, per noi del MoVimento, può essere cambiata, ma le modifiche devono apportare un miglioramento per il nostro Paese, un passo avanti rispetto ai valori e ai diritti, un adeguamento alle nuove sfide che la società contemporanea ci pone. Quando è così, siamo pronti a discutere e anche a votare favorevolmente, come nel caso di questo provvedimento che, con una modifica all'articolo 24 della Costituzione, eleva a rango costituzionale la tutela delle vittime di reato, che è un tema particolare soprattutto per chi ha studiato diritto, per chi è un giurista.
Più in particolare, questa proposta è volta a inserire in Costituzione il principio della tutela delle vittime di reato. Si inserisce all'articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma, la dicitura: “La Repubblica tutela le vittime di reato”. Un cambio di prospettiva molto importante, significativo, in linea, tra l'altro, con le norme comunitarie e con una visione del processo più giusta e conforme ai valori della Corte europea dei diritti dell'uomo. Sappiamo che ci sono state ben quattro proposte di legge, le forze politiche hanno discusso tantissimo su questo tema e, alla fine, si è arrivati a un provvedimento unico, a prima firma del nostro senatore Marton. Si è riusciti a trovare una convergenza perché, appunto, c'era un obiettivo comune: ristabilire un equilibrio costituzionale tra tutti gli attori del processo penale.
Fino ad oggi, anche comprensibilmente, la nostra Costituzione si era concentrata solo ed esclusivamente su chi commette un reato e si erano lasciati ai margini del processo le vittime, la vittima o i parenti di vittime di quel reato. La vittima del reato ha attualmente una rilevanza nel processo solo se si costituisce parte civile, cioè solo se fa valere un diritto al risarcimento, un diritto di valenza economica. Presidente, questa è una stortura, perché ridurre a una pretesa economica il ruolo della vittima di reato non è solo un errore ma è soprattutto un'offesa - direi - a chi ha visto ammazzare un proprio caro, a chi ha magari subito una violenza. Una donna che subisce violenza o un genitore che perde un figlio di certo non possono vedersi soddisfatti perché ottengono un risarcimento dei danni, un risarcimento economico. Le vittime, la vittima o i parenti della vittima vogliono, in primo luogo, una sola cosa: giustizia. Per questo non c'è giustizia se non c'è l'accertamento della verità e per questo siamo convinti che, se vogliamo che la verità processuale si avvicini sempre di più alla verità sostanziale, dobbiamo ascoltare tutti, tutte le parti e, quindi, anche le vittime dei reati, indipendentemente dall'attivazione dell'azione risarcitoria.
Per questo riteniamo che marginalizzare così tanto la vittima, come sta succedendo oggi nel procedimento penale costringendola per forza a fare una richiesta economica, non rispetta quell'equilibrio che oggi, con questa proposta di legge, vogliamo ricostituire, inserendo appunto all'articolo 24 della Costituzione la tutela della vittima del reato.
Sul punto è intervenuta anche la Corte costituzionale - quindi è importante, appunto, il lavoro che si fa in sinergia anche rispetto alla rotta tracciata dalla Corte costituzionale -, la quale ha affermato che la persona offesa dal reato ha un duplice interesse: ottenere sì il risarcimento del danno tramite la costituzione di parte civile, ma anche e soprattutto contribuire all'accertamento della responsabilità penale dell'autore del reato, sostenendo e controllando l'operato del pubblico ministero. La Corte costituzionale, quindi, riconosce alla vittima del reato un ruolo attivo di ricerca della verità. In quest'ottica deve avere rilevanza la vittima, senza però mai scendere in una visione rivendicativa della pretesa.
Era questa l'altra grande preoccupazione che avevamo: non dare alla vittima il ruolo del vendicatore. Dobbiamo ribadire con forza che la consolidata cultura giuridica occidentale e liberale del diritto ci dice che il processo è dedicato alla verifica della responsabilità del reo all'interno di una cultura che deve tenere al riparo l'indagato e l'accusato dai rischi di vendetta, cioè dal rischio che, anziché destinatari di una pena adeguata e proporzionale al fatto eventualmente commesso, l'indagato e l'accusato siano, invece, oggetto di una vendetta sulla base di risentimenti e di pulsioni di base presenti nell'opinione pubblica, che possono essere veicolate anche attraverso il dolore delle vittime. È un tema e - dico io - una sfida che questo provvedimento che ci accingiamo a votare ci ha posto.
In quest'ottica, la tutela inserita nell'articolo 24 della Costituzione e non nell'articolo 111 - modifica che è arrivata con il confronto di tutte le parti politiche e con il confronto con i costituzionalisti auditi - scongiura in maniera certa e più efficace il rischio che l'inserimento in Costituzione del principio di tutela delle vittime determini una torsione del processo e, quindi, un disequilibrio con un'ulteriore compressione dei diritti fondamentali di difesa degli imputati, che restano diritti inviolabili, diritti tutelati. Infatti, Presidente, quando affrontiamo questo tema non dobbiamo mai, mai e mai dimenticare che il diritto penale è e resta una branca del diritto pubblico, ma soprattutto che l'interesse che lo Stato persegue quando processa e condanna un autore di qualsivoglia reato è solo ed esclusivamente che quel reato, quel fatto, non si ripeta più e non per un senso di vendetta. È un principio di democrazia, un baluardo della nostra civiltà che mai va annacquato né limitato. Per questo, annunciamo il voto favorevole su questo provvedimento .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Gentile. Ne ha facoltà.
ANDREA GENTILE(FI-PPE). Grazie, Presidente. Presidente, onorevoli colleghi, signora Sottosegretaria, il provvedimento oggi all'esame dell'Aula affronta un tema di straordinaria rilevanza civile, giuridica e morale: il riconoscimento esplicito nella Carta costituzionale della tutela delle vittime di reato. Con tale norma si introduce, infatti, all'interno dell'articolo 24 della Costituzione il principio secondo cui la Repubblica tutela le vittime di reato. Si tratta, quindi, di una modifica che, seppur apparentemente essenziale nella sua formulazione, è profondamente significativa nella sua portata assiologica, culturale e concreta.
Siamo d'accordo con l'obiettivo di rafforzare il riconoscimento del ruolo delle vittime di reato all'interno del nostro sistema giuridico. Per lungo tempo, infatti, la vittima è rimasta una figura marginale nel processo penale, spesso relegata a un ruolo secondario rispetto a esigenze di accertamento della responsabilità e di tutela dell'imputato. Per troppo tempo il nostro ordinamento, pur giustamente fondato sulle garanzie dell'imputato e sul principio del giusto processo, ha rischiato, però, di lasciare sullo sfondo la persona offesa dal reato, la persona che subisce violenza, che ne porta le conseguenze fisiche, psicologiche, economiche e sociali, proprio perché dietro l'espressione “vittime di reato” non vi è una semplice categoria astratta: vi sono donne vittime di violenza, famiglie spezzate dalla criminalità, anziani raggirati, lavoratori colpiti da estorsioni, usura, minori abusati, cittadini segnati per sempre da esperienze di dolore e da traumi. Vi sono storie di paura, di fragilità e, troppo spesso, anche di solitudine. Molte vittime, oltre al danno subito, affrontano poi un ulteriore peso: la lentezza burocratica, la difficoltà di essere ascoltate, la sensazione di essere marginalizzate nel procedimento penale, quasi spettatrici di una vicenda che, invece, nasce proprio dal torto subito nei loro confronti.
Ecco perché questo provvedimento si pone, dunque, l'obiettivo di colmare una distanza storica tra la persona offesa e il sistema di giustizia. È un obiettivo condivisibile, che intercetta un'esigenza reale della società e risponde a una domanda di giustizia che proviene da molti cittadini.
Negli ultimi anni il legislatore italiano ha certamente compiuto passi avanti importanti: penso alle norme contro la violenza domestica, al codice rosso, alle misure di protezione per le vittime vulnerabili fino al recepimento delle direttive europee in materia. Ricordo in particolare che la direttiva del 2012 dell'Unione europea ha introdotto standard minimi comuni per la protezione delle vittime rispetto alla quale oggi è in corso un ulteriore percorso di rafforzamento e di revisione proprio dei diritti e delle garanzie previste da questa particolare normativa. Costituzionalizzare questo principio significa, dunque, conferire radici profonde a un percorso di civiltà giuridica già avviato.
Con questa modifica la tutela della vittima non resta solo affidata alla legislazione ordinaria, ma diviene un principio costituzionale, con tutti i corollari che ne derivano. Perché introdurre un principio nella Carta costituzionale, come ben sappiamo, Presidente, non ha una funzione meramente dichiarativa-programmatica, ma assume un valore destinato a proiettarsi ben oltre il procedimento penale. Ciò produce conseguenze importanti: significa orientare l'azione futura del legislatore, offrire un criterio interpretativo ai giudici, affermare che la Repubblica riconosce nella vittima un soggetto titolare di diritti che meritano attenzione, protezione e dignità.
L'importanza della tutela della vittima di reato è stata, peraltro, ribadita anche dalla recente giurisprudenza costituzionale che ne ha evidenziato il ruolo e la portata applicativa in ambito processuale. Naturalmente, proprio perché stiamo intervenendo sulla Costituzione, riteniamo sia però giusto ribadire in questa sede, in sede di confronto parlamentare, che questo passaggio deve essere gestito con equilibrio, con saggezza e con senso delle istituzioni. La sfida che abbiamo davanti, infatti, è quella di tenere insieme e bilanciare due esigenze che riteniamo fondamentali: da un lato, la piena tutela della persona offesa e, dall'altro, la salvaguardia delle garanzie che definiscono il nostro Stato di diritto.
Il nostro sistema costituzionale si fonda su un principio irrinunciabile: l'imputato è considerato non colpevole fino a condanna definitiva e deve poter esercitare pienamente il proprio diritto di difesa. Questo non è un privilegio, ma una conquista di civiltà giuridica. Rafforzare la posizione della vittima è giusto, ma non può e non deve tradursi in una compressione delle garanzie difensive. È proprio questo il monito che è venuto fuori dai pareri espressi dalle Commissioni, tra i quali assume particolare rilevanza quello della Commissione giustizia, che ha dato parere favorevole al provvedimento, ma accompagnato da un'osservazione significativa: valutare la congruità del riferimento alla vittima del reato, anche al fine di evitare profili di contraddizione con il principio costituzionale di non colpevolezza sino alla condanna definitiva.
È un'osservazione che riteniamo, Presidente, di buonsenso, che deriva dall'impegno del nostro gruppo parlamentare, condivisa anche dal Vice Ministro Sisto che ha seguito con attenzione l'iter del provvedimento. È un richiamo importante perché le espressioni utilizzate in Costituzione devono essere formulate con rigore, evitando ambiguità interpretative o conflitti applicativi e assicurando che il nuovo riferimento alla vittima si integri armonicamente nell'impianto costituzionale esistente.
Riteniamo, dunque, che uno Stato democratico maturo debba saper coniugare entrambe le cose, coniugare entrambe le esigenze; anzi riteniamo che una giustizia credibile è proprio quella che sa tenere insieme equilibrio e umanità. Con questa riforma l'Italia rafforza, dunque, il proprio allineamento agli ordinamenti europei più evoluti che hanno da tempo intrapreso un percorso di tutela della vittima di reato, ma vi è anche un messaggio umano e istituzionale che lo Stato manda alle vittime: noi vi vediamo, vi riconosciamo e noi non vi lasciamo sole.
È un messaggio significativo soprattutto nei confronti delle persone più fragili, di chi teme di non essere creduto, di chi vive il trauma del reato come una ferita permanente. Naturalmente sappiamo che nessuna norma costituzionale da sola può risolvere tutti i problemi, ma siamo consci che quello che serve è l'attuazione pratica delle norme. Pertanto, auspichiamo fortemente che, dopo questo provvedimento, arrivino ulteriori provvedimenti concreti, quali servizi di assistenza adeguati, tempi ragionevoli dei processi, accesso effettivo al risarcimento e supporto psicologico alle vittime.
Proprio perché la tutela delle vittime deve tradursi in azioni reali, efficaci e verificabili, noi sosterremo… Forza Italia sosterrà con forza questo provvedimento, proprio nella consapevolezza che è importante sostenere le vittime di reato, mantenendo l'attenzione alta sull'equilibrio costituzionale e sulla concreta declinazione dei diritti che intendiamo affermare, nella consapevolezza che tutelare le vittime significa precisamente questo: rendere più concreta, più vicina e più umana la promessa costituzionale di giustizia. Per tutti questi motivi, annuncio un convinto voto favorevole di Forza Italia al provvedimento in questione .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato Bof. Ne ha facoltà.
GIANANGELO BOF(LEGA). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, con questa proposta di modifica dell'articolo 24 della Costituzione noi andiamo a inserire un principio fondamentale, un principio in cui noi crediamo, che è quel principio che dice che la vera parte offesa è la vittima del reato, la persona che subisce il reato. Questa è una cosa in cui noi crediamo fortemente. La Lega ha sempre sostenuto che la giustizia deve stare dalla parte delle vittime, non dalla parte degli autori dei reati. Troppo spesso la vittima è la grande dimenticata, troppo spesso la vittima di un reato diventa poi, a sua volta, vittima delle lungaggini burocratiche, diventa vittima delle lungaggini giudiziarie, diventa quella che poi deve espiare la pena delle lungaggini per veder risolto quello che è il caso che l'ha vista vittima di un reato.
Soprattutto nella cronaca quotidiana, che ci tocca sempre e spesso, abbiamo, ad esempio, le donne vittime di , di violenze domestiche, denunce ignorate e processi spesso troppo lunghi per garantire una giustizia che sia equa; anziani truffati con perdita di risparmi e poi processi lunghissimi; esercenti, commercianti, vittime di rapine e di furti ripetuti; familiari di vittime di omicidi stradali, che restano con il dolore della perdita della persona cara e in attesa di un'infinita giustizia per avere il risarcimento. Se questa norma fosse esistita già in precedenza, probabilmente le vittime di questi reati avrebbero avuto soddisfazione giuridica da parte dello Stato in modo più veloce, efficace e con una maggiore attenzione nei loro confronti.
Questa modifica ribalta la logica: la vittima torna al centro del sistema, introduce un impegno solenne della Repubblica all'assistenza, con supporto psicologico, risarcimenti certi e tempi ragionevoli. Questo è un passo di civiltà giuridica. Con orgoglio possiamo dire che la Lega ha contribuito in maggioranza a portare avanti questo testo, che unisce forze politiche diverse su un principio di buonsenso.
Per quanto riguarda le prospettive future, la norma costituzionale è importante ma, ahimè, sappiamo tutti che non basta a risolvere da sola il problema. Serviranno poi le leggi attuative, risorse, procedure semplificate, fondi per i risarcimenti e una giustizia più veloce. Come Lega saremo vigili sul fatto che questi principi, questi valori inseriti in Costituzione trovino poi attuazione nella pratica reale per i nostri cittadini.
Noi scriviamo oggi che la Costituzione, finalmente, sta dalla parte delle vittime dei reati. Non è sempre scontato questo principio, non è un principio sempre presente nella nostra giurisdizione. Lo vediamo anche su sollecitazione della Corte dell'Unione europea, dove in realtà questo principio ci viene sollecitato ed è, tra virgolette, “già applicato”, nel senso che viene inserita quella parte, che fa parte poi del reato, che non deve essere sicuramente la protagonista dell'azione dello Stato, ma deve essere considerata dallo Stato come parte in causa, come parte offesa, come parte a cui lo Stato deve dare una risposta celere e sicura, deve sentirsi protetta dallo Stato, perché il principio di legalità, che noi dobbiamo garantire ai nostri cittadini, è il principio della convivenza civile fra le persone. Se noi non siamo in grado di proteggere le persone che sono vittime di reato, noi non riusciremo a garantire i principi della convivenza civile, i principi di uno Stato di diritto, di uno Stato civile. Quindi, è determinante questa modifica: è vero che a volte i principi fondamentali non cambiano la vita dei cittadini dal giorno successivo, però i principi fondamentali sono quelli sui quali si basano poi tutti gli ordinamenti successivi e le leggi ordinarie, che devono tener conto di questi principi che vengono inseriti in Costituzione.
Quindi, ritengo che questo sia un passo importante, un passo importante nella direzione che noi abbiamo sempre segnato come Lega, un passo importante nella direzione di riconoscere chi è vittima di un reato.
Molto spesso vediamo che il protagonista, rispetto alle vittime di reato, è il criminale, e lo vediamo quando ci troviamo di fronte al fatto che, poi, chi commette un reato addirittura chiede un risarcimento a chi ne è stato vittima, cioè siamo veramente al cortocircuito. Noi dobbiamo pensare che è giusto che sia lo Stato a garantire la giustizia, ma è giusto che chi subisce un reato, chi subisce un torto abbia garanzia da parte dello Stato che quel reato venga perseguito - questo lo prevede già il diritto -, ma, soprattutto, abbia diritto a quelle tutele che lo vedono come parte debole, lo vedono come parte lesa, lo vedono come una vittima di ciò che lo Stato non è riuscito a fare. Vorrei ricordare una celebre frase che pronunciò Giovanni Falcone nel suo libro , in cui Falcone diceva: lo Stato uccide le persone che lo Stato non è riuscito a proteggere. Cioè, il diritto va garantito dallo Stato e, ovviamente, all'interno di questa garanzia, ci deve essere anche la garanzia delle persone che, ahimè, subiscono un reato, un reato che magari non si è riusciti a prevenire, un reato che non si è riusciti a fermare, ma, proprio per questo, queste persone devono essere tutelate.
Noi, come Lega-Salvini Premier, saremo sempre dalla parte delle vittime, saremo sempre dalla parte di chi subisce un torto e saremo sempre dalla parte di chi ritiene che chi delinque non debba avere diritti maggiori rispetto a chi viene offeso dalle condotte di persone che si macchiano di reati. Per tutti questi motivi, annuncio il voto favorevole del movimento Lega-Salvini Premier per la tutela delle vittime e non dei criminali .
PRESIDENTE. Saluto gli studenti, le studentesse e i docenti dell'Istituto di istruzione superiore “Andrea Torrente” di Casoria, che assistono ai nostri lavori dalle tribune. Benvenuti .
Ha chiesto di parlare la deputata Serracchiani. Ne ha facoltà.
DEBORA SERRACCHIANI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi e colleghe, quello di oggi è un passaggio davvero importante. Non accade spesso che si riformi la Costituzione. Negli ultimi anni lo abbiamo fatto soprattutto nella Parte I, per inserire quelli che sono valori e principi che servono per dare una cornice giuridica forte a questi principi e a questi valori, affinché poi agli stessi si possa adeguare la legislazione ordinaria. Prima di tutto, però, Presidente, il mio pensiero va - nel dichiarare, ovviamente, il voto favorevole del Partito Democratico a questa riforma - ai familiari delle vittime che abbiamo incontrato, che abbiamo conosciuto, che abbiamo audito al Senato e in tante altre circostanze; alle associazioni, alle sofferenze ingiuste che, oltre alla perdita dei loro cari, quelle persone hanno subito; e a quei cittadini che, da domani, potranno sentire lo Stato meno lontano se riusciremo a portare fino in fondo questo provvedimento.
E allora, Presidente, mi faccia prima di tutto parlare del metodo, perché il metodo è, quando si parla di riforma costituzionale, anche e soprattutto sostanza. Il metodo, perché, vede, Presidente, al Senato c'erano quattro disegni di legge, presentati da gruppi diversi, che chiedevano di introdurre la modifica costituzionale per l'inserimento delle vittime di reato all'articolo 111 della Costituzione. Dal nostro punto di vista, questo sarebbe stato un errore e avrebbe esposto questa modifica costituzionale non soltanto a discussioni, dibattiti, ma, probabilmente, avrebbe anche distorto l'idea di giusto processo che noi abbiamo e che la legislazione e la giurisprudenza hanno ormai acquisito.
È grazie all'attento lavoro che è stato fatto al Senato dai tanti colleghi di tutti i gruppi politici che si è giunti a una modifica importante. Quindi, non si è più introdotta la modifica costituzionale nell'articolo 111 della Costituzione, cioè nella parte processuale, ma si è ritenuto che fosse più opportuno che andasse modificato l'articolo 24 della Costituzione. Ed è per questo motivo che noi oggi dichiariamo il nostro voto favorevole a questa riforma, Presidente, perché il principio di tutela delle vittime, nel caso dell'introduzione, appunto, nell'articolo 111 della Costituzione, avrebbe determinato una torsione del processo, un disequilibrio e, quindi, non avremmo potuto dare il nostro voto favorevole.
La modifica e l'introduzione nell'articolo 24 della Costituzione, che vado a leggere, è invece il punto e il posto più opportuno, quello più corretto. L'articolo 24 dice: “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari”.
Ebbene, nell'articolo 24, dopo il secondo comma, noi aggiungiamo, con la modifica costituzionale - con la proposta di legge costituzionale -, che la Repubblica tutela le vittime di reato. Ecco, questo è il luogo giusto in Costituzione, nel quale inserire le vittime del reato.
Quindi, voglio ringraziare i colleghi senatori che hanno ritenuto di fare questa quanto mai opportuna modifica, perché questo aiuta, come è stato al Senato e credo anche alla Camera, ad ottenere un voto unanime di favore rispetto alla riforma costituzionale. Quest'ultima, come dicevo, non pone soltanto un principio o un valore assolutamente importante, sul quale la giurisprudenza non soltanto nazionale, ma anche dell'Unione europea, da tempo ci chiedeva di prendere una posizione. Ce lo chiedevano anche le tante associazioni dei familiari delle vittime del reato, perché questa è una cornice giuridica che aiuta poi ad avere una legislazione ordinaria che tenga conto di questo principio. Il merito, quindi, Presidente, è fondamentale. Questo intervento arriva a valle di altri interventi che sono stati fatti da altre leggi. Penso, ad esempio, alla legge n. 77 del 2013, che ha reso esecutiva in Italia la Convenzione di Istanbul, che è molto importante, perché ha previsto una serie di obblighi in capo allo Stato di presa in carico, in quel caso, delle donne vittime di violenza. Appunto, della presa in carico della vittima del reato. Penso, ad esempio, all'articolo 43 del decreto-legge cosiddetto Draghi, n. 36 del 2022, che ha istituito il fondo statale per il risarcimento delle vittime dei crimini neonazisti. Penso all'articolo 42 del decreto legislativo n. 150 del 2022 della Ministra Cartabia, nel quale sono stati individuati - ed è estremamente importante che vengano attuati in Italia - i principi e i percorsi di giustizia riparativa. È un modo per tener conto della sofferenza delle vittime del reato, ma è anche il modo con cui la vittima può diventare coprotagonista in un percorso di recupero dell'autore del reato.
Quindi, come vede, già da tempo si parlava di vittime del reato e già da tempo la legislazione ordinaria, quella delle direttive europee, aveva chiesto anche al nostro Paese di tenerne conto. Quindi, questo inserimento nella cornice costituzionale è quanto mai prezioso e importante, perché dà un riconoscimento che riguarda non soltanto il ruolo e i diritti della vittima all'interno del procedimento penale, ma, più in generale, riconosce la necessità di assicurare nell'intero ordinamento giuridico degli strumenti effettivi di tutela, di assistenza e di riconoscimento della persona offesa dal reato, che non si limita solo all'ipotesi risarcitoria, ma che va ben oltre.
La moderna cultura giuridica, infatti, ci dice che il processo penale deve certamente accertare la responsabilità dell'imputato, ma deve farlo preservando l'indagato e l'accusato da ogni logica di vendetta o di giustizia emotiva. La pena, infatti, non può essere legata a un momento - diciamo così - emozionale; non può essere legata a quello che noi abbiamo definito più volte in quest'Aula un panpenalismo, cioè al fatto che si facciano ipotesi di reato - e quest'Aula ha visto più di 55 nuove ipotesi di reato - e altrettanti inasprimenti di pena, che vanno però, purtroppo, in una direzione che ci auguriamo, con questa riforma costituzionale, si modifichi, riconoscendo la necessità, appunto, di una giustizia penale che non segua l'emozione, di una giustizia penale giusta e, soprattutto, di una giustizia penale che non sia vendicativa e che applichi un altro fondamentale articolo della nostra Costituzione, ossia l'articolo 27 della Costituzione, che prevede che il fine della pena sia la rieducazione.
Ecco, l'insieme dei principi costituzionali fa sì che oggi riconosciamo, con la modifica dell'articolo 24, un altro principio fondamentale. Lo dobbiamo ai familiari, alle vittime del reato e alle associazioni. Lo dobbiamo a tutti coloro che in questi anni hanno chiesto al Parlamento più volte questo passo in avanti. Per queste ragioni, quindi, Presidente, e concludo, è molto importante - e mi auguro che così sia, come è stato anche al Senato - che ci sia un voto unanime e largo, perché questa riforma costituzionale è giusta nel metodo, perché è logica discussione di tutto il Parlamento che ha portato a una modifica opportuna, cioè quella di mettere non nell'articolo 111 della Costituzione ma nell'articolo 24 questa modifica.
Ma è anche una questione preziosa di metodo, una cornice giuridica fondamentale, una cornice giuridica che consente al nostro Paese di fare un passo in avanti, di far sentire a quelle persone, che hanno sentito lontano lo Stato, non solo di sentirlo più vicino ma di avere anche un'attuazione concreta della Costituzione che aiuta ad essere questo Paese un Paese civile, un Paese europeo e un Paese che si riconosce nei valori della nostra straordinaria Costituzione .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare il deputato De Corato. Ne ha facoltà.
RICCARDO DE CORATO(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario, colleghi, intanto vorrei ringraziare l'Associazione Vittime del Dovere che ha fatto un'opera di convincimento affinché le vittime abbiano dignità e considerazione costituzionale. Vorrei dire che vi sono riforme che non hanno bisogno di molte parole per mostrare il loro peso. Ringrazio il Governo e ringrazio soprattutto Giorgia Meloni, perché non è un caso che con il suo Governo noi andiamo a questa modifica costituzionale. La ringrazio perché quella di oggi, all'esame dell'Aula, aggiunge alla Costituzione una frase breve: “La Repubblica tutela le vittime di reato”.
Breve sì, ma non piccola, perché dietro quella frase vi sono persone vere, vi sono famiglie che hanno conosciuto il dolore e vi sono cittadini che, dopo aver subito un reato, hanno chiesto allo Stato non compassione o non solo compassione, non vendetta ma giustizia, protezione e riconoscimento. Per troppo tempo la vittima è stata vista soltanto come presenza processuale, parte offesa, persona danneggiata, testimone, elemento di un fascicolo, ma la vittima non è una formula tecnica, è una persona colpita nella propria libertà, nella propria sicurezza, nei propri affetti e talvolta nella propria vita.
Con questa riforma diciamo che la Repubblica non la guarda più da lontano. La scelta di intervenire sull'articolo 24 della Costituzione è precisa: non collochiamo questa tutela solo dentro il processo, la collochiamo nel campo dei diritti, là dove vivono le garanzie fondamentali della persona. La vittima deve essere tutelata prima, durante e dopo il procedimento: quando chiede informazioni, quando chiede protezione, quando affronta la paura, quando porta il peso delle conseguenze del reato. Nessuno credo in quest'Aula può sostenere seriamente che ciò indebolisca le garanzie dell'imputato. Non è così: le garanzie restano, il diritto di difesa resta, il giusto processo resta, ma uno Stato giusto non è tale se vede una sola parte del dramma. È giusto quando accerta la responsabilità senza abbandonare chi ha subito l'offesa. Esserci con la protezione, esserci con una giustizia che non dimentichi chi ha sofferto.
Per questo la maggioranza sostiene questa proposta e il gruppo di Fratelli d'Italia voterà a favore. La sostiene perché giusta nel merito e misurata nella forma. La sostiene perché dà rango costituzionale a un dovere che lo Stato avrebbe dovuto sentire da sempre. La sostiene perché una Costituzione che riconosce le vittime di reato non diventa meno garantista, diventa più completa. La Repubblica tutela le vittime di reato. Oggi non scriviamo soltanto una norma, restituiamo presenza dello Stato a chi troppo spesso ha conosciuto la sua assenza.
Il riconoscimento della vittima non modifica, quindi, i criteri di giudizio, né incide sui principi del giusto processo, ma mira a garantire una più adeguata considerazione delle esigenze di protezione, informazione e partecipazione della persona offesa dal reato. L'ampia convergenza registratasi su queste proposte rappresenta un elemento significativo del dibattito parlamentare e dimostra la crescente attenzione istituzionale verso il tema della tutela delle vittime di reato. L'auspicio è che tale patrimonio di condivisione possa proseguire nel corso dell'iter previsto dall'articolo 138 della Costituzione, così da giungere a una formulazione condivisa, equilibrata e coerente con i principi fondamentali del nostro ordinamento costituzionale, introducendo finalmente nella Carta fondamentale un espresso riconoscimento della vittima e delle sue esigenze di tutela.
Concludendo, possiamo affermare che questa riforma rappresenta una grande conquista civile e giuridica, un passaggio storico che restituisce piena dignità, riconoscimento e centralità alla vittima nella Carta costituzionale, fonte primaria dei valori, dei diritti e dei principi su cui si fonda la nostra Repubblica. Per questo, il gruppo di Fratelli d'Italia voterà a favore di questa riforma .
PRESIDENTE. Sono così esaurite le dichiarazioni di voto finale.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione finale.
Indìco la votazione nominale finale, mediante procedimento elettronico, sulla proposta di legge costituzionale n. 2197:
S. 427-731-888-891 – “Modifica all'articolo 24 della Costituzione in materia di tutela delle vittime di reato” .
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
Dichiaro così assorbite le abbinate proposte di legge costituzionale nn. 286-1312.
Sospendo la seduta, che riprenderà alle ore 15 per lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata. Ricordo che alle ore 16,15 avrà luogo la commemorazione della strage di Piazza della Loggia.
Ricordo altresì che, secondo le intese intercorse tra i gruppi, le votazioni previste nella parte pomeridiana della seduta termineranno alle ore 18.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento di interrogazioni a risposta immediata, alle quali risponderanno il Ministro dell'Interno, il Ministro della Giustizia e il Ministro del Turismo.
Invito gli oratori ad un rigoroso rispetto dei tempi, anche considerata la diretta televisiva in corso.
PRESIDENTE. Il deputato Sala ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02692 .
FABRIZIO SALA(FI-PPE). Grazie, Presidente. Signor Ministro, devo iniziare questa interrogazione con un ringraziamento, perché le cose stanno andando sempre meglio, ma io la interrogo in merito alla problematica avuta, in particolare nel secondo semestre del 2025, nel territorio di Monza e Brianza, dove si sono rilevate criticità inerenti alle tempistiche del rilascio dei passaporti, con attese che allora erano tra i due e i quattro mesi.
Nei primi mesi dell'anno in corso si è registrato un miglioramento, ma la questura di Monza deve affrontare un numero di richieste molto elevato, che si aggira in media in 50.000 richieste all'anno.
Siccome la provincia ha un numero di partite IVA molto elevato - dalle nostre parti, una persona su 12 ha una partita IVA -, è di fondamentale importanza che si assumano iniziative per una risoluzione definitiva del problema.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. La questura di Monza-Brianza, per fare fronte all'elevato numero di domande, dall'inizio dell'anno ha rimodulato i processi lavorativi per il rilascio dei passaporti, con l'adozione di misure organizzative migliorative. Questo ha consentito, nel periodo gennaio-maggio 2026, di conseguire i risultati che le rassegno: 17.388 passaporti stampati, rispetto ai 14.341 del medesimo periodo del 2025, vale a dire il 21 per cento in più; 17.322 passaporti consegnati, rispetto ai 14.685 dell'anno precedente, vale a dire il 18 per cento in più; nonché una riduzione dei tempi medi di consegna da 32 a 15 giorni dal deposito della documentazione alla consegna del documento. Oltre a ciò, è in atto un incremento quotidiano dell'agenda ordinaria degli appuntamenti, che consente di inserirne fino a 30 in più rispetto a quelli programmati, permettendo di far fronte con tempestività alle richieste urgenti.
Ricordo che, grazie al progetto Polis, realizzato dal Ministero dell'Interno con Poste italiane, è possibile richiedere e rinnovare il passaporto direttamente agli sportelli delle Poste italiane, senza doversi recare in questura, con la possibilità di ricevere il documento a domicilio. Il progetto si sta progressivamente espandendo sul territorio nazionale; in particolare, nella provincia di Monza e Brianza sono abilitati al servizio 43 uffici postali, di cui 35 nei comuni con meno di 15.000 abitanti e 8 nei centri urbani che superano tale densità demografica. Attraverso questa opportunità, giornalmente possono essere acquisite complessivamente fino a 50 istanze.
Grazie all'impegno organizzativo che il Ministero dell'Interno ha realizzato negli uffici di tutte le questure, nell'ultimo biennio sono stati emessi sul territorio nazionale circa 5.450.000 documenti di espatrio e al 25 maggio di quest'anno sono già stati emessi circa 940.000 documenti di viaggio.
In un'ottica di attenzione alla qualità dei servizi, di semplificazione degli oneri burocratici e di prossimità ai cittadini, proseguiremo nella direzione intrapresa di costante miglioramento delle prestazioni attraverso il continuo monitoraggio della situazione, affinché il servizio di rilascio dei passaporti avvenga con la massima celerità su tutto il territorio nazionale e quindi anche nella provincia di Monza e Brianza.
PRESIDENTE. L'onorevole Sala ha facoltà di replicare.
FABRIZIO SALA(FI-PPE). Grazie, signor Ministro. Sono soddisfatto non solo della sua risposta, ma anche del suo lavoro, del Ministero, e della questura di Monza.
In questa replica vorrei semplicemente sottolineare che la nostra provincia, istituita con legge del 2004 e che ha iniziato ad operare nel 2009, non ha ancora tutte le funzioni proprie che una provincia può avere per la sua indipendenza. Faccio un esempio: la prefettura non è ancora dotata dell'ufficio stranieri, che può servire moltissimo alle aziende.
Sottolineo il tema delle aziende, perché, con tutto il rispetto per i turisti, il turismo economico per noi è di fondamentale importanza. Dicevo prima che una persona su 12, nella nostra provincia, ha una partita IVA. Non solo, ma la manifattura e l', nella nostra provincia, sono molto forti. Dunque, i ritardi sui passaporti che ci sono stati hanno causato problemi, che possono diventare problemi economici. Quindi ringraziandola, la pregherei di vigilare, come lei ha detto, anche perché, con i nuovi pensionamenti, si ridurrà nuovamente l'organico.
PRESIDENTE. L'onorevole Faraone ha facoltà di illustrare l'interrogazione Boschi ed altri n. 3-02693 di cui è cofirmatario.
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). Sì grazie, Presidente. Ministro, io non so se lei abbia contezza di quello che sta succedendo a Palermo, perché se lei ne avesse contezza, noi dovremmo aspettarci dal Governo misure straordinarie. È di qualche giorno fa un ulteriore colpo di arma da fuoco nei confronti di una ragazza, colpi di nei confronti di esercizi commerciali, a cui riteniamo poi verrà chiesto il pizzo. C'è una condizione di insicurezza assoluta nella città di Palermo. Noi abbiamo la sensazione che il Governo non abbia assolutamente percezione della gravità di una situazione in cui, di fatto, si torna a sparare frequentemente, in una città in cui non si sparava con questa frequenza da tantissimi anni.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. Per la sparatoria dello scorso 25 maggio a Palermo, che è stata evocata, in poche ore è stato individuato ed arrestato un giovane anche grazie al sistema di videosorveglianza installato nella zona e assicurare rapidamente alla giustizia gli autori dei fatti è un dato ricorrente la cui importanza viene spesso sottovalutata.
Ieri in prefettura a Palermo è stata condivisa l'opportunità di procedere ad una più efficace regolamentazione degli orari di apertura dei pubblici esercizi e si è convenuto di rafforzare ulteriormente i sistemi di videosorveglianza con l'installazione di ulteriori 60 telecamere nell'area urbana.
Ricordo che, in considerazione dell'importanza della videosorveglianza, nelle attività di prevenzione e di indagine - è dimostrato anche in questa occasione - sono stati destinati, a partire dal 2024, notevoli stanziamenti per implementarne i sistemi nella città di Palermo, pari complessivamente a circa 12.300.000 euro su fondi del Ministero dell'Interno.
Sempre in relazione all'attività di controllo del territorio, nel capoluogo sono svolte periodicamente operazioni interforze ad alto impatto e sono state prorogate fino al 23 ottobre prossimo le aree del centro di Palermo sottoposte a vigilanza rafforzata. In aggiunta a queste attività, sono effettuati servizi straordinari con il supporto degli equipaggi del Reparto prevenzione crimine che nel 2025, in tutta la provincia, sono stati 320 con l'impiego di 5.148 operatori e, dall'inizio dell'anno ad oggi, sono stati 126 con l'impiego di 1.689 operatori.
Sono misure che, in ogni caso, stanno facendo registrare i primi risultati, come evidenziano i dati provinciali della delittuosità: tra il 2025 e il 2024 si registra un calo complessivo di oltre il 9 per cento e se il confronto viene fatto con anni trascorsi riferiti, ad esempio, al decennio precedente, la flessione sale a circa il 24 per cento, quando al Governo non c'eravamo noi, anni in cui in tutta Italia si commettevano 200 omicidi in più all'anno.
L'impegno del Governo è stato, sin dal suo insediamento, volto a rafforzare gli organici sul territorio, tant'è che, nei primi mesi dell'anno, sono stati assegnati alla questura di Palermo 148 operatori della Polizia di Stato e 141 Carabinieri del Comando provinciale dell'Arma.
Con specifico riguardo all'azione di contrasto al crimine organizzato, per ragioni di tempo, mi limito a fornire i dati più recenti sulla lotta al narcotraffico: a Palermo, quest'anno, 133 operazioni antidroga con il sequestro di 200 chili di sostanze stupefacenti e la denuncia all'autorità giudiziaria di 162 persone, di cui 145 in stato d'arresto.
In conclusione, le iniziative intraprese a Palermo sono in linea con quanto stiamo facendo in tutto il Paese, vale a dire: più risorse, più tutele e stipendi più alti alle Forze di Polizia, più investimenti nelle nuove tecnologie per progetti di sicurezza urbana su tutto il territorio nazionale, un più efficace contrasto a ogni forma di eversione e terrorismo, più arresti, sequestri e confische di beni alla criminalità organizzata, l'esatto contrario di quel che avveniva negli anni passati, quando la sicurezza era considerata, in modo miope, un mero fattore di costo e veniva sottoposta a tagli indiscriminati con l'effetto di ridurre non solo gli organici e gli investimenti, ma anche i risultati operativi. Un grave errore a cui adesso tocca a noi rimediare.
PRESIDENTE. L'onorevole Faraone, cofirmatario dell'interrogazione, ha facoltà di replicare.
DAVIDE FARAONE(IV-C-RE). Ministro, ma chi le scrive le risposte dovrebbe porsi il problema del fatto che la rende ridicolo agli occhi dei cittadini che la guardano, intanto perché io, da cittadino palermitano, ho posto un problema da un punto di vista istituzionale e non ho fatto una gara rispetto a quale fosse il Governo più bello. Quindi, l'idea che lei venga qui, come Ministro dell'Interno, persona che dovrebbe garantire le istituzioni, a rispondermi come un politico facendo statistiche o altro, a me pare una modalità ridicola di affrontare un problema.
Si spara a Palermo, Ministro. Si spara costantemente a Palermo, nella città delle stragi, in cui la mafia ha ucciso negli anni passati. C'è stata una radicale azione da parte della magistratura e delle Forze dell'ordine che ha messo i boss in carcere. I boss ritornano ad essere scarcerati, tornano nei mandamenti, tornano nei quartieri, riorganizzano la malavita e usano i ragazzi che normalmente delinquono in quartieri come lo Zen, dove la videosorveglianza non esiste, Ministro, perché hanno sparato alla parrocchia dello Zen e non è stato beccato nessuno perché non c'era una telecamera!
Sta succedendo questo e lei, anziché porsi un problema da persona delle istituzioni e capire come affrontare il problema, fa una polemica politica a me di chi c'era prima e chi c'era dopo. C'è la mafia che si riorganizza: colpi di da “Al Brigantino”, a Sicily by Car, richiesta di pizzo. Ministro, sa di che cosa si sta parlando? E parla lei di zone rosse in cui noi non vediamo neanche un posto di blocco. Prima c'erano i posti di blocco, fermavano quelli senza casco, quelli che potevano delinquere.
Io non vedo un poliziotto, nonostante quei pochi che ci sono in quella città stiano facendo uno sforzo immane per riuscire a rappresentare le istituzioni nei territori. Lei non ha minimamente contezza della gravità della situazione. Si sta riorganizzando la mafia e la criminalità organizzata a Palermo. Continuano e riprendono a sparare più di prima, e lei fa una becera e sterile polemica politica anziché affrontare il problema e dirci come il Governo vuole trovare soluzioni, anziché chiacchiere .
PRESIDENTE. L'onorevole Fratoianni ha facoltà di illustrare l'interrogazione Zanella ed altri n. 3-02694 di cui è cofirmatario.
NICOLA FRATOIANNI(AVS). Grazie, signor Presidente. Signor Ministro, la vicenda su cui la interroghiamo ha un che di rocambolesco. Un Ministro è accusato di reati gravissimi in Polonia. La Polonia ha emesso un mandato di arresto, che ha aperto la procedura per un mandato di arresto internazionale. A un certo punto scappa, finisce in Ungheria, riceve l'asilo politico dal vostro amico Viktor Orbán e poi, quando Viktor Orbán perde, scappa anche dall'Ungheria e pare passi dalla Serbia, poi arrivi in Italia.
In Italia, il giorno in cui si insedia il nuovo Presidente ungherese Magyar, comodamente prende un volo per fuggire negli Stati Uniti. Allora siamo qui a chiederle se lei sa dirci, sa qualcosa di come sia arrivato in Italia e sul perché, quando è arrivato in Italia, non ci sia stata nemmeno una comunicazione alle autorità polacche per garantire la leale collaborazione con esse di fronte a un criminale accusato di reati, appunto, molto gravi.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. Il cittadino polacco Ziobro Zbigniew Tadeusz risulta essere stato controllato in uscita dal territorio nazionale dalla frontiera esterna dell'aeroporto di Milano Malpensa lo scorso 9 maggio. Il medesimo viaggiava, unitamente al figlio, a bordo di un volo internazionale inizialmente previsto per le 9,45 e partito poi in ritardo intorno alle 11,10 con direzione Newark, negli Stati Uniti.
La sussistenza di eventuali segnalazioni a carico del soggetto interessato e le connesse motivazioni sono ovviamente ed evidentemente non ostensibili, però io assicuro comunque che, nella maniera più assoluta, tutti gli adempimenti relativi alla posizione del cittadino polacco in questione, conseguenti alla consultazione delle banche dati, sono stati puntualmente ed esaustivamente effettuati dalle Forze di Polizia.
PRESIDENTE. L'onorevole Fratoianni ha facoltà di replicare.
NICOLA FRATOIANNI(AVS). Grazie, signor Ministro. Peggio mi sento, verrebbe da dire, perché il fatto che lei assicuri al Parlamento - non a me, naturalmente - che tutti gli adempimenti sono stati svolti e che i controlli sono stati effettivamente effettuati lascia più di qualche perplessità a me, che oggi la interrogo, al nostro gruppo, credo, al Parlamento e anche a chi ci ascolta. Perché, signor Ministro, è davvero difficile capire come sia possibile che accada questo nel Paese dei decreti Sicurezza, uno dietro all'altro, nel Paese del fermo preventivo di 12 ore. Avete fatto un decreto per fermare preventivamente italiani, italiane o altri cittadini che manifestano le loro opinioni, se li ritenete potenzialmente problematici sul piano dell'ordine pubblico; questo è un Paese nel quale chi attraversa il Mediterraneo per scappare dalla guerra, dalle torture, dalla persecuzione perde la vita con una frequenza impressionante. Nei primi mesi di quest'anno sono già mille i morti nel Mediterraneo, con un aumento impressionante rispetto allo stesso periodo del 2025.
Insomma, con chi vive una condizione di fragilità i controlli sono spietati e si controlla fino all'ultimo capello; con un criminale internazionale - era un caso di cui si discuteva in Europa dal mese di gennaio -, accusato di crimini pesantissimi, 35 milioni rubati, sottratti per comprare, peraltro, un programma di controllo di massa israeliano, Pegasus, per spiare gli oppositori politici, non siamo riusciti neanche a fare in modo che le autorità polacche, che adesso stanno peraltro protestando con quelle statunitensi e non solo, potessero svolgere la loro attività e, magari, perfezionare il mandato di arresto europeo, che, evidentemente, non aveva ancora concluso il suo iter.
Si poteva forse fare qualcosa. L'impressione è che, anche questa volta, visto che pare che sia stato Donald Trump in persona a dire “sì” al visto per gli Stati Uniti, ancora una volta la scelta del nostro Governo sia stata quella di sempre: un atto di sudditanza e di subalternità di fronte all'amico americano
PRESIDENTE. L'onorevole Carra' ha facoltà di illustrare l'interrogazione Iezzi ed altri n. 3-02695 di cui è cofirmatario.
ANASTASIO CARRA'(LEGA). Grazie, Presidente. Signor Ministro, com'è noto, i centri di permanenza per il rimpatrio sono luoghi di trattenimento del cittadino straniero in attesa di esecuzione di provvedimenti di espulsione e hanno la finalità di garantire maggiore sicurezza su tutto il territorio nazionale. Difatti, tali strutture consentono non solo l'identificazione dell'immigrato e i conseguenti adempimenti amministrativi ai fini dell'effettivo rimpatrio, ma anche la possibilità di trattenere soggetti la cui libera circolazione sul territorio, nelle more dell'espulsione, rappresenterebbe un enorme pericolo in termini di sicurezza.
Più recentemente si è avuta la notizia della prossima attivazione di un CPR a Trento e di un altro in Campania, che al momento ne è priva; quest'ultimo in provincia di Caserta, precisamente in località La Piana di Castel Volturno. Tale struttura rappresenterà un ulteriore importante strumento per contrastare l'immigrazione illegale e garantire maggiore sicurezza a supporto dei presidi delle Forze di Polizia, in via di implementazione per il controllo del territorio. Signor Ministro, noi le chiediamo, dunque, quali siano le iniziative ad oggi intraprese da questo Governo e quali gli intendimenti rispetto all'implementazione dei centri di permanenza per il rimpatrio.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. Per troppi anni, in Italia, si è parlato di immigrazione senza affrontare il nodo decisivo dell'effettività dei rimpatri degli irregolari, mettendo in discussione l'importanza dei CPR a questo fine. Noi abbiamo scelto, invece, una linea chiara: controllo dei confini, lotta ai trafficanti di esseri umani, contrasto all'immigrazione illegale e rafforzamento degli strumenti che consentono allo Stato di fare rispettare le proprie regole.
In questo quadro, senza una rete adeguata di CPR, qualsiasi politica migratoria seria sarebbe inevitabilmente inefficace e la narrazione ideologizzata, che talvolta viene diffusa, secondo cui nei CPR verrebbero trattenute persone colpevoli soltanto di non avere un permesso di soggiorno, è clamorosamente smentita dai dati ufficiali che le darò. Per dare qualche numero, la quasi totalità dei soggetti ad oggi trattenuti nei CPR italiani, il 90 per cento circa, risulta denunciato per reati di droga, anche commessi in forma associativa.
Di questi, circa il 30 per cento ha anche precedenti per furti e rapine, il 25 per cento per reati contro la persona, tra cui la violenza sessuale anche su minori, e il 33 per cento per porto e detenzione di armi; ci sono, poi, soggetti trattenuti con precedenti per omicidio e lesioni ed altri pericolosi per la sicurezza nazionale. Per questo il Governo respinge con fermezza le campagne ideologiche e le opposizioni strumentali contro la realizzazione o il potenziamento dei CPR. Chi osteggia queste strutture dovrebbe confrontarsi con il conseguente effetto di lasciare sul territorio nazionale soggetti che si sono macchiati di gravissimi reati, pericolosi per la sicurezza dei cittadini, come ho detto, senza peraltro indicare una credibile alternativa.
Noi continueremo con determinazione lungo il percorso intrapreso. Stiamo lavorando all'attivazione di ulteriori 106 posti in strutture già esistenti in Sicilia, Sardegna e Lazio e abbiamo avviato, inoltre, le procedure per la realizzazione di nuove strutture: una in Campania, due in Trentino-Alto Adige, una in Calabria, una in Toscana e una in Emilia-Romagna. L'obiettivo è costruire, finalmente, un sistema migratorio serio e credibile, nel quale chi entra illegalmente in Italia e rappresenta un pericolo per la sicurezza pubblica venga effettivamente rimpatriato. Obiettivo che stiamo perseguendo con risultati crescenti: da quando ci siamo insediati, il numero dei rimpatri totale è cresciuto di oltre il 40 per cento e, in questi primi mesi dell'anno, il dato è ancora in crescita, di più del 30 per cento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma, soprattutto, è cresciuto il rapporto percentuale tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati irregolari rimpatriati: siamo passati dal 3 per cento del 2023 al 10 per cento dell'anno scorso e, addirittura, al 33 per cento dall'inizio dell'anno.
PRESIDENTE. L'onorevole Carra', cofirmatario dell'interrogazione, ha facoltà di replicare.
ANASTASIO CARRA'(LEGA). Signor Presidente, desidero innanzitutto ringraziare il signor Ministro dell'Interno per la risposta ampia, puntuale ed esaustiva fornita a questa mia interrogazione. Mi ritengo pienamente soddisfatto delle dichiarazioni rese dal Ministro, che hanno confermato l'attenzione, la serietà e la determinazione con cui il Governo sta affrontando i temi del contrasto all'immigrazione illegale e del rafforzamento della sicurezza nazionale.
La risposta odierna ha evidenziato con chiarezza il grande lavoro svolto fino ad oggi, sia sul piano normativo sia su quello operativo, attraverso misure concrete che stanno già producendo risultati significativi, come dimostrano i dati relativi alla riduzione degli arrivi irregolari e all'aumento dei rimpatri. Particolarmente importante appare, inoltre, il percorso intrapreso per il potenziamento dei centri di permanenza per il rimpatrio: strutture fondamentali per garantire l'attivazione e l'applicazione delle espulsioni e per assicurare maggiore controllo e sicurezza su tutto il territorio nazionale.
Accogliamo, quindi, con favore, l'impegno del Ministro nel rafforzare tali strumenti, anche attraverso l'apertura di nuove strutture, mediante investimenti finalizzati a rendere sempre più efficiente l'azione dello Stato in questo settore così particolarmente delicato. Riteniamo infatti che il lavoro svolto da lei, signor Ministro, e dal Governo rappresenti una risposta concreta alle richieste di legalità e sicurezza provenienti dai cittadini, nel pieno rispetto di quelle che sono le norme nazionali ed europee.
Per queste ragioni rinnovo il mio apprezzamento e quello di tutta la Lega-Salvini Premier per quanto illustrato oggi dal Ministro e dichiaro la mia piena soddisfazione per la risposta da lei fornita .
PRESIDENTE. L'onorevole Alessandro Colucci ha facoltà di illustrare l'interrogazione Lupi ed altri n. 3-02696 di cui è cofirmatario.
ALESSANDRO COLUCCI(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Signor Ministro Piantedosi, i giovani rappresentano il patrimonio più importante della nostra società e abbiamo il dovere di sostenerli, valorizzarli e difenderli. C'è un dato che ci ha impressionato: i giovani tra i 18 e i 35 anni hanno modificato le loro priorità; è diventata una generazione meno preoccupata per il lavoro e più attenta alla sicurezza personale. I giovani considerano prioritario, rispetto all'occupazione e al reddito, la salute mentale, le relazioni affettive ed il tempo libero. I luoghi dove queste preoccupazioni si manifestano di più sono le grandi città, tra queste la città di Milano, dove la percezione della sicurezza è gravemente insufficiente, legata a microcriminalità, violenza giovanile, sicurezza negli spazi pubblici, soprattutto nelle zone della movida e del trasporto pubblico.
Signor Ministro, proprio ieri sera, nella stazione di Milano Certosa, un ragazzo di 22 anni è stato inseguito, aggredito da 10 ragazzi, riempito di coltellate e, purtroppo, è deceduto. La situazione è insostenibile, non più tollerabile. Signor Ministro, noi sappiamo che sta facendo molto, soprattutto per la città di Milano, e le chiediamo come si è concretizzato questo lavoro e qual è la collaborazione delle altre istituzioni, a cominciare dal comune di Milano.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. Il tema della sicurezza dei giovani richiede una risposta dello Stato che affianchi, all'indispensabile elemento securitario, un profilo non secondario, incentrato su misure capaci di ridurre il disagio giovanile, di spezzare quel legame, sempre pericoloso, tra disagio e criminalità attraverso una più lungimirante politica di prevenzione sul piano sociale, culturale, educativo, in stretta sinergia tra istituzioni, famiglie e mondo della scuola. Abbiamo, quindi, per un verso, intensificato le misure del controllo del territorio attraverso la programmazione sistematica di operazioni interforze ad alto impatto e l'innovativo strumento delle zone rosse, ossia vigilanza rafforzata: misure assai apprezzate dai cittadini e dagli amministratori locali per i positivi risultati conseguiti e che, con il recente decreto Sicurezza, abbiamo istituzionalizzato.
Abbiamo, inoltre, realizzato un'ulteriore stretta alla violenza giovanile, proprio con il citato decreto-legge Sicurezza, introducendo il divieto di vendita ai minori, anche sul , di strumenti atti ad offendere, in particolare di coltelli, e, in chiave di prevenzione, ampliando i casi per i quali si può applicare l'ammonimento del questore nei confronti di minorenni dai 12 ai 14 anni. Ma risponde, per altro verso, alla logica multilivello a cui ho fatto riferimento anche il modello che abbiamo sperimentato per la prima volta a Caivano, nel quale, accanto alle misure di prevenzione e contrasto, è stata potenziata l'offerta scolastica per combattere l'abbandono precoce della scuola, in una logica di sistematica prevenzione del disagio giovanile, ottenendo importanti risultati in termini di riduzione del tasso di dispersione scolastica, passata dal 14 per cento del 2020 all'8 per cento del 2025, con picchi di riduzioni in regioni di particolare sensibilità; dispersione, addirittura, calata con 5 anni di anticipo, sotto la soglia del 9 per cento, prevista dall'Agenda 2030.
Sono di particolare significato, inoltre, credo, le progettualità che stanno portando all'apertura di “palestre della legalità”: strutture capaci di veicolare i valori positivi dello sport in aree e contesti periferici per ricostruire forme di aggregazione e di coesione sociale. E, a questo scopo, stiamo destinando risorse del Fondo per lo sviluppo e la coesione, per rendere strutturali e di lungo termine questo tipo di interventi.
Come Ministro dell'Interno, inoltre, ho da tempo elaborato una strategia integrata, che prevede iniziative su tutto il territorio nazionale, svolte dalle Forze di polizia e dalla rete delle prefetture, in collaborazione con le scuole, proprio al fine di sensibilizzare i giovani sul tema del bullismo, dei pericoli derivanti dall'uso di sostanze stupefacenti e dell'alcol, nonché sull'utilizzo sicuro della rete Internet. Io credo che queste siano conferme dell'attenzione e dell'impegno che il Governo sta ponendo per coniugare, costantemente, l'azione di prevenzione e contrasto alla violenza giovanile con iniziative di sostegno e di sensibilizzazione in favore delle giovani generazioni, come mi sembra essere auspicato dagli onorevoli interroganti.
PRESIDENTE. Il deputato Alessandro Colucci ha facoltà di replicare.
ALESSANDRO COLUCCI(NM(N-C-U-I)M-CP). Grazie, Presidente. Signor Ministro, siamo soddisfatti della sua risposta. Le iniziative che ha illustrato, ossia l'intensificazione dell'attività sulla città di Milano e le zone rosse che sono state create, hanno certamente dato una risposta importante, di cui ci siamo accorti - ce ne siamo accorti nella stazione centrale di Milano e in piazza Duomo -, ma, noi crediamo sia fondamentale che il comune di Milano diventi parte attiva. La risposta del sindaco che la responsabilità di tutto è solo del Governo è un errore; il comune deve fare la sua parte.
Le chiediamo di stimolare l'amministrazione comunale e di chiedere al comune di lavorare con lei, come sempre succede, come sollecitazione, in consiglio comunale, da parte del nostro capogruppo in consiglio comunale a Milano, Padalino. Il sindaco ha strumenti importanti sul tema della sicurezza, lo dice il testo unico degli enti locali, che desidero recitare: può adottare misure per la sicurezza urbana e la prevenzione della delinquenza giovanile, coordinando la Polizia locale e collaborando con prefetture e questore; può emanare ordinanze urgenti e temporanee contro degrado, violenza, abuso di alcol, occupazione irregolare degli spazi pubblici; può attivare progetti sociali, educativi e sportivi rivolti ai giovani; può rafforzare controlli e videosorveglianze nelle aree più critiche della città.
Se si lavora coordinati, oltre al suo lavoro, ovviamente, senza che ci siano, a livello locale, posizioni ideologiche e steccati, aiutiamo a salvare i giovani e ciascuno se ne prenderà il merito, ma soprattutto ciascuno avrà fatto il suo dovere per il vero patrimonio della nostra collettività, ossia i ragazzi che sono il nostro futuro.
PRESIDENTE. La deputata Sara Kelany ha facoltà di illustrare l'interrogazione Bignami ed altri n. 3-02697, di cui è cofirmataria
SARA KELANY(FDI). Grazie, Presidente. Signor Ministro, i recenti fatti di Torino, in occasione del fra Torino-Juventus, durante il quale si sono verificati scontri tra i gruppi ultrà e le Forze dell'ordine con il ferimento, peraltro, di numerosi agenti di Polizia, dimostrano che nonostante l'eccellente risposta dei nostri apparati di sicurezza, nonostante l'estrema professionalità delle nostre Forze dell'ordine - e colgo l'occasione per seguitare a ringraziare le nostre Forze dell'ordine per l'abnegazione e il senso del dovere dimostrato anche in questa occasione -, nonostante questo, permangono delle sacche di criminalità organizzata, gruppi violenti che usano le manifestazioni sportive come occasioni di scontro e occasioni di aggressione. Per questo, Ministro, le chiediamo cosa il Governo intenda fare per rafforzare i già pregevolissimi strumenti messi in campo e il sistema di prevenzione e contrasto alla violenza legata al tifo organizzato.
PRESIDENTE. Il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha facoltà di rispondere.
MATTEO PIANTEDOSI,. Grazie, Presidente. Mi permetta, innanzitutto, di esprimere il mio ringraziamento alle donne e agli uomini delle Forze di Polizia che, anche nella circostanza da lei richiamata, degli scontri a Torino, hanno operato con professionalità, equilibrio e senso dello Stato, evitando conseguenze ancora più gravi e garantendo la sicurezza dei cittadini. Evidenzio che, nella circostanza, in meno di 24 ore, gli autori dei reati sono stati assicurati alla giustizia e la mia solidarietà va, inoltre, ai feriti tra le Forze dell'ordine.
L'azione di questo Governo, sul tema della sicurezza delle manifestazioni sportive, è fondata su un articolato sistema di prevenzione, di monitoraggio e di contrasto, sviluppato attraverso il lavoro dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive, del Comitato di analisi per la sicurezza delle manifestazioni sportive e delle autorità provinciali di pubblica sicurezza. I dati confermano l'efficacia delle misure adottate perché, se guardiamo alle stagioni calcistiche dal 2022-2023 ad oggi, il numero degli incontri con incidenti si è ridotto del 44 per cento, passando da 210 a 118; il dato più significativo riguarda quelli con feriti nello stesso periodo considerato, che sono diminuiti del 56 per cento, vale a dire da 114 a 50; in forte calo è anche il numero dei feriti tra le Forze di Polizia, diminuito del 41 per cento, in linea con il generale che mostra una netta decrescita anche del numero dei feriti tra i civili e gli . Sono risultati ottenuti grazie anche all'aumento delle misure preventive, i cosiddetti Daspo: nella stagione 2024-2025 ne sono stati emessi 5.229 contro i 3.643 della stagione precedente e i 3.761 di quella ancora precedente.
Cionondimeno siamo pienamente consapevoli della persistente presenza di gruppi violenti organizzati, come diceva lei, che tentano di utilizzare gli eventi sportivi come occasione di scontro e di aggressione nei confronti delle Forze dell'ordine; gruppi, talvolta, contigui anche ad organizzazioni criminali e, anche su questo, sono significativi i risultati ottenuti perché, nella stagione appena conclusa, sono state arrestate 116 persone e 1.841 denunciate. Inoltre, abbiamo promosso ulteriori iniziative finalizzate a migliorare gli strumenti di identificazione dei partecipanti alle manifestazioni sportive, come deterrente alla commissione dei reati. Seppure, quindi, in un ambito così complesso, noi confidiamo di proseguire sulla strada intrapresa.
PRESIDENTE. Il deputato Giovanni Maiorano, cofirmatario dell'interrogazione, ha facoltà di replicare.
GIOVANNI MAIORANO(FDI). Grazie, Presidente. Signor Ministro, siamo soddisfatti della risposta che ci ha dato e desidero ringraziarla per la chiarezza con cui ha ribadito, ancora una volta, la linea del Governo su un tema così delicato e tanto sentito dai cittadini.
I fatti avvenuti a Torino confermano che la violenza, legata a certe frange di tifo organizzato, non può essere sottovalutata ma, di fronte a questi fatti, emerge anche un'altra verità, che va detta: lo Stato c'è e c'è grazie al lavoro straordinario delle nostre Forze dell'ordine che ancora una volta hanno saputo dimostrare professionalità, capacità operativa, sangue freddo e senso del dovere, anche in condizioni estremamente difficili. A loro va, ovviamente, ribadito il nostro sostegno convinto e la nostra gratitudine. Donne e uomini in divisa che ogni settimana garantiscono la sicurezza negli stadi, nelle piazze e nelle città, molto spesso mettendo a rischio la propria incolumità per difendere quella degli altri.
Condividiamo pienamente l'approccio del Governo con la prevenzione, l', il coordinamento tra istituzioni e fermezza assoluta verso chi usa lo sport come pretesto per seminare odio e violenza. Il calcio, come ogni manifestazione sportiva, deve tornare ad essere ciò che milioni di italiani amano: passione, comunità, appartenenza, famiglie sugli spalti e bambini che vivono giorni di festa.
Non possiamo permettere che tutto questo diventi ostaggio di pochi violenti, di vigliacchi, di delinquenti che nulla hanno a che vedere con lo sport e con il tifo vero. Continuare a rafforzare gli strumenti di contrasto e il lavoro dell'Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive significa difendere non soltanto l'ordine pubblico, ma anche il diritto dei cittadini perbene a vivere in maniera serena lo sport e gli spazi della socialità. Tutto questo deve tornare ad essere un diritto dei cittadini.
Signor Ministro, da parte nostra, da parte di Fratelli d'Italia troverà sempre pieno sostegno in queste battaglie di legalità e civiltà .
PRESIDENTE. La deputata Morfino ha facoltà di illustrare l'interrogazione D'Orso ed altri n. 3-02698 di cui è cofirmataria.
DANIELA MORFINO(M5S). Grazie, Presidente. Ministro Nordio, in questi quattro anni avete celebrato i lavoratori dell'ufficio per il processo come il motore della rivoluzione della giustizia. Stiamo parlando di lavoratori che hanno azzerato arretrati, accelerato processi, ma soprattutto hanno raggiunto il del PNRR, facendo guadagnare all'Italia miliardi. E voi cosa fate? Li state abbandonando. A meno di un mese dalla scadenza dei loro contratti, 1.544 lavoratori non sanno che sede raggiungere, che mansioni dovranno svolgere, ma soprattutto - ancor peggio - non sanno se avranno un lavoro o meno dal 1° luglio in poi.
Voi state abbandonando tutti questi lavoratori, queste professionalità già formate, giocando con il loro futuro. E allora le chiedo: avete usato questi lavoratori per percepire le rate del PNRR e poi abbandonarli, oppure avete finalmente il coraggio di dire chiaramente se l'ufficio per il processo diventerà una struttura stabile della giustizia italiana, garantendo continuità occupazionale e soprattutto dignità a tutti questi lavoratori? Attendiamo la sua risposta, Ministro .
PRESIDENTE. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha facoltà di rispondere.
CARLO NORDIO,. Grazie Presidente, grazie collega. Ma è esattamente il contrario - se lei mi permette - rispetto a quello che lei ha detto, perché lei sa che l'ufficio per il processo era stato costituito per vincoli molto rigidi con l'Unione europea, in una situazione di assunzione a tempo determinato di queste persone.
Abbiamo cercato anche di rendere più flessibile questo vincolo, ma ci è stato opposto un rifiuto. Abbiamo cercato di rimodularlo ma non c'è stato nulla da fare. E allora cosa abbiamo fatto? Con le nostre forze finanziarie abbiamo praticamente stabilizzato quasi tutti gli appartenenti all'ufficio per il processo e adesso vi darò le cifre.
Con avviso del 17 dicembre 2025, sono stati pubblicati due bandi rivolti alle figure professionali, tecniche di area funzionari e tecniche di area assistenti. Sono pervenute 231 domande a fronte dei 246 posti disponibili e si procederà sulla base della valutazione dell'anzianità e dei titoli, senza l'espletamento della prova scritta.
L'avviso del 16 marzo 2026 riguarda le restanti figure professionali, assunte nell'ambito del PNRR e qui vengono le cifre buone: 6.919 unità da inquadrarsi nei profili di addetti all'ufficio per il processo; 712 nel profilo di tecnico dell'amministrazione; 1.488 nel profilo di operatore di .
Praticamente abbiamo colmato il 90 per cento di quelle situazioni che erano - per così dire - precarie e contiamo - e siamo certi di farlo entro un breve tempo - di colmarlo integralmente.
Vorrei anche aggiungere - e sgomberare il campo dalle polemiche che abbiamo sentito in questi giorni - che la funzione degli addetti all'ufficio per il processo non viene ridimensionata ma, al contrario, viene rafforzata e viene resa strutturale, senza peraltro, ove necessario, privare le cancellerie del loro supporto, anche in connessione con le funzioni svolte sempre per l'ufficio per il processo. Sarà assicurata, ove possibile, la continuità territoriale della sede del servizio e anche questa è una cosa importante.
Vorrei concludere dicendo che tutta questa rimodulazione, che è stata fatta - ripeto - con risorse proprie anche per quanto riguarda la ricollocazione degli appartenenti all'ufficio per il processo, è stata fatta attraverso una interlocuzione continua e serrata sia con le parti sociali, sia attraverso la novità che è la costituzione delle famiglie professionali, di cui l'altro giorno abbiamo sottoscritto l'accordo, che ha trasformato la logica della mansione nella logica del lavoro per processi - ammetto che si tratta di una questione abbastanza tecnica, ma è stata molto apprezzata - e da ultimo, ma non ultimo, con colloqui e con confronti, anche qui continui e serrati, con la magistratura. Voi sapete che gli uffici giudiziari sono retti, anche per quanto riguarda la parte amministrativa, dai magistrati e, quindi, con loro l'interlocuzione deve avvenire in via primaria e la rimodulazione che noi abbiamo fatto è stata apprezzata.
PRESIDENTE. La deputata D'Orso ha facoltà di replicare.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Ministro, a pagina 59 del PNRR c'è scritto a chiare lettere che l'ufficio per il processo deve diventare strutturale e permanente esattamente per come lo conosciamo, con le funzioni e le mansioni con cui è stato ideato. Quindi, stiamo giocando con le parole, ma forse stiamo giocando con la vita e il futuro di migliaia di persone e di migliaia di famiglie. Una cosa dovevate fare: rendere permanente e strutturale l'attuale assetto dell'ufficio per il processo, mantenendo in servizio tutte le unità di personale attualmente in servizio e presso le sedi cui sono, fin dall'inizio, state destinate; mantenerle nelle stesse funzioni e mansioni, a fianco e a supporto degli stessi magistrati, perché si è già consolidato un rapporto di fiducia e questo garantisce l'efficienza degli uffici giudiziari.
Invece avete messo a bando per la stabilizzazione meno posti, lasciando fuori circa 1.500 persone, ma soprattutto nel bando non avete scritto quanti posti sono disponibili per ciascun distretto, per cui domani potrebbero essere in esubero in taluni distretti. Cosa ne facciamo di quel personale in esubero? Lo mandiamo a centinaia di chilometri di distanza dalla loro casa o lo mandiamo a casa? La verità è che state smantellando l'ufficio per il processo per come l'abbiamo conosciuto, per la buona prova che questa innovazione ha dato sullo smaltimento dell'arretrato e per ridurre la durata dei processi. Ma se smantellate l'ufficio per il processo si ferma la giustizia. Già il GIP di Roma e il GIP di Milano si sono fermati, a parte le urgenze, perché sono andati in ferie gli addetti all'ufficio per il processo.
Guardate, voi avevate fatto loro tante promesse durante la campagna referendaria: li avreste stabilizzati tutti integralmente e nelle sedi di destinazione, così avevate detto. Avete perso il referendum e cosa fate? Li avete abbandonati? Prendete quei 100 milioni di euro l'anno che avete risparmiato, perché per fortuna gli italiani hanno bocciato il secondo CSM e l'Alta Corte disciplinare, e investiteli sull'ufficio per il processo, per stabilizzare tutti quanti e renderlo funzionale. Non possiamo più tollerare che a pagare per la vostra incapacità e per la vostra ipocrisia siano cittadini e lavoratori .
PRESIDENTE. L'onorevole Benzoni ha facoltà di illustrare la sua interrogazione n. 3-02699 .
FABRIZIO BENZONI(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Ministro, questo segue numerose richieste di un'informativa urgente a lei sulla situazione carceraria nel nostro Paese. Una situazione che è al collasso, dichiarato da molte fonti: oltre 500 detenuti in più ogni mese, la Corte europea dei diritti dell'uomo che si è espressa. Avete annunciato un piano carceri e continuiamo a leggere di un piano carceri sui giornali, nel mentre sono calati di 540 unità i posti disponibili. Cala l'organico, al netto di entrate e uscite di personale. Ci sono gravi problemi di carenza nell'assistenza medica, problemi per seguire, con l'assistenza psicologica e psichiatrica, i detenuti nelle carceri e per seguire un terzo dei detenuti che è tossicodipendente e aiutarli. C'è un grave problema, che denunciamo da mesi dopo la vostra circolare, nell'effettuare le attività trattamentali all'interno delle carceri italiane e c'è la recidiva che non tende ad abbassarsi e rimane, secondo le fonti non ufficiali perché altre non ci sono, oltre il 70 per cento per chi non lavora. In tutto questo vorremmo sapere quali sono gli intendimenti del Governo.
PRESIDENTE. Il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha facoltà di rispondere.
CARLO NORDIO,. Grazie, Presidente. Grazie a lei, collega. Naturalmente la situazione delle carceri è nota in Italia e purtroppo si è sedimentata nei decenni, come è stato rilevato addirittura ufficialmente dalla Corte dei conti nella relazione del 2025. Pensare che possa essere risolta o anche ridotta drasticamente con provvedimenti improvvisi è molto difficile.
In secondo luogo, l'aumento dei detenuti, come sapete, dipende dal fatto che hanno commesso dei reati e che sono stati soggetti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria, o cautelari o addirittura definitivi. Questo non significa affatto sminuire l'importanza del problema, significa semplicemente porre i paletti logici dai quali partire per vedere che cosa stiamo facendo. E che cosa stiamo facendo? Stiamo intervenendo su vari settori e naturalmente, prima di tutto, ampliando le strutture carcerarie. Se i detenuti aumentano e non possono essere liberati perché la magistratura li ha incarcerati, evidentemente l'unica soluzione è quella di aumentare la capienza carceraria. Su questo siamo intervenuti e il si è già invertito. Il piano carceri si sta concludendo e lo stiamo portando a termine con numeri estremamente significativi: nel primo trimestre 2026 risultano già consegnati 793 posti, con un saldo attivo per i posti ripristinati, ma soprattutto la definitiva attuazione di questo piano carceri, attraverso il commissario straordinario, porterà entro brevissimo tempo a una capienza aumentata di ben 10.000 posti. Questo per quanto riguarda l'allargamento delle strutture.
Stiamo intervenendo anche in un altro settore che, per certi aspetti, è più importante anche dal punto di vista etico e del recupero del detenuto. Come forse avrete letto in questi giorni, stiamo dando attuazione a quella che è la carcerazione differenziata - diciamo così - per coloro che avrebbero diritto agli arresti domiciliari ma che non hanno domicilio. È per questo che abbiamo concluso e stiamo concludendo degli accordi dopo aver individuato delle strutture protette nelle quali trasferire queste persone, che avrebbero diritto - ripeto - agli arresti domiciliari ma che non possono trovarlo proprio perché difettano di domicilio. Sono numeri abbastanza elevati: vanno da 2.000 a 4.000 persone secondo le stime.
Da ultimo, ma ancora più importante, è quello che stiamo facendo adesso - e lo sentirete entro brevissimo tempo -, cioè la detenzione differenziata per i tossicodipendenti. Come sapete, i tossicodipendenti rappresentano dal 20 al 30 per cento della popolazione carceraria e soprattutto tra di loro vi sono delle persone che, prima che essere criminali da punire, dovrebbero essere dei malati da curare. Noi stiamo, sotto questo profilo, elaborando - e lo vedrete - dei provvedimenti che consentono la detenzione differenziata in queste strutture protette e curative, anche attraverso l'inserimento del lavoro durante e dopo l'espiazione della pena, per attuare proprio il principio costituzionale della rieducazione.
PRESIDENTE. L'onorevole Benzoni ha facoltà di replicare.
FABRIZIO BENZONI(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Ministro, non possiamo essere soddisfatti della sua risposta, perché sono 4 anni che siete al Governo. È vero che è complicato risolvere in 4 anni una situazione annosa, al di là del fatto che l'avevate detto voi che l'avreste risolta, ma la situazione non è neanche migliorata ed è proprio peggiorata in questi 4 anni ed è evidente a tutti.
Non ha citato un tema, che è quello della recidiva. Certo che aumentano i detenuti, ma la maggior parte di questi arriva già da un percorso carcerario che non ha avuto il suo effetto rieducativo, come prevede la Costituzione, e tornano a delinquere. Su questo non state facendo nulla e non state spiegando ai cittadini che mettere in carcere le persone, senza fare un'attività rieducativa, non serve a nulla per avere più sicurezza quando poi usciranno.
C'è tutto un tema dei nuovi reati, di cui non dite, che porta in carcere tante nuove persone per reati minori, e ne avete introdotti a decine durante questa vostra legislatura.
C'è il tema della capienza. Avete quasi concluso il piano carceri? Noi di questi 10.000 posti, però, non ne vediamo ancora neanche uno inaugurato.
E non basta aumentare la capienza, se non si interviene su quello che si fa dentro, nelle carceri, e se non si immaginano delle carceri nuove, non solo per avere più posti letto, ma per avere delle carceri che incidano sul lavoro, sull'educazione, sul portare le persone a poter uscire e tornare a vivere senza delinquere. C'è poi il tema del sovraffollamento, che lei non cita, che è collegato anche ai suicidi: 82 l'anno scorso, già 24 quest'anno. Diciamolo che, tra questi 24, molti erano a poche settimane dall'uscita dal carcere.
Allora, c'è un problema: non stiamo preparando le persone all'uscita, non le stiamo preparando alla vita. Le stiamo uccidendo noi, come Stato, che le stiamo custodendo. Di fronte a questo, aumenta il tempo trascorso nelle carceri e le attività trattamentali continuano a diminuire. Ministro, in 4 anni la situazione è peggiorata, non è che non è stata risolta. Su questo continueremo a incalzarla e speriamo lei possa fare un dibattito in Parlamento su questo tema .
PRESIDENTE. Il deputato Pandolfo ha facoltà di illustrare l'interrogazione Gnassi ed altri n. 3-02700 di cui è cofirmatario.
ALBERTO PANDOLFO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Signor Ministro, il turismo balneare in Italia è senza bussola in questa stagione del 2026. A oltre 2 mesi dall'entrata in vigore del decreto-legge n. 32 del 2026, gli operatori balneari non sanno se e a quali condizioni potranno continuare a lavorare, perché il bando-tipo per le concessioni demaniali marittime non esiste ancora, i criteri per gli indennizzi ai concessionari uscenti non sono stati definiti e i comuni che ospitano milioni di visitatori ogni anno sono in paralisi giuridica.
Sul versante fiscale la situazione non è migliore: la disciplina sull'imposta di soggiorno esclude sistematicamente i comuni costieri, quelli sul mare, sui laghi, quelli montani, quelli, diciamo, a maggiore intensità turistica. Sono due questioni distinte, ma c'è un unico vuoto, che è quello dell'iniziativa del Governo. Chiediamo, quindi, al Ministro quando intende adottare il bando-tipo e quali sono i criteri sugli indennizzi per sbloccare il settore balneare. Inoltre, chiediamo quando presenterà una nuova disciplina sull'imposta di soggiorno che estenda a tutti i comuni, non solo a quelli capoluoghi, la piena autonomia su tariffe e destinazione del gettito.
PRESIDENTE. Il Ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, ha facoltà di rispondere.
GIANMARCO MAZZI,. Signor Presidente, gentili onorevoli interroganti, in via preliminare, come già segnalato dagli uffici competenti della Camera, occorre ricordare ai colleghi che le materie oggetto dell'interrogazione in tema di concessioni demaniali marittime sono di competenza del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti per quanto riguarda sia la predisposizione dello schema di bando-tipo nazionale per le procedure di affidamento sia l'individuazione dei criteri per la determinazione dell'indennizzo in favore del concessionario uscente a carico del concessionario subentrante, mentre la competenza per la tassa di soggiorno è del Ministero dell'Economia e delle finanze.
Tuttavia, tali quesiti mi consentono di fornire al Parlamento chiarezza su alcuni temi. Il settore sta andando bene, il Governo Meloni ha realmente investito su un comparto che vale il 13 per cento del PIL e genera oltre 3 milioni di posti di lavoro. Proprio ieri, l'Istat ha certificato che il settore turistico cresce anche nel primo trimestre del 2026: le strutture ricettive italiane hanno registrato 23 milioni di arrivi (più 4,2 per cento) e oltre 71 milioni di presenze (più 7,5 per cento).
L'Italia è ormai una Nazione turistica tutto l'anno, una Nazione fatta di tanti turismi, dalla montagna ai laghi, alle città d'arte, ai cammini, al cicloturismo, al turismo spirituale, delle radici, dell'area aperta, del divertimento. Nella classificazione Istat sui comuni turistici il comparto marittimo pesa oltre il 38 per cento delle presenze turistiche complessive in Italia e oltre il 30 per cento delle presenze straniere, confermandosi il principale prodotto turistico nazionale per volumi.
Alle porte del 2 giugno si evidenzia un settore in crescita, aiutato anche da previsioni meteo favorevoli. Il ponte riguarda una festività italiana, ma segnalo che, in tema di tasso di saturazione OTA, registriamo più 5 per cento sulla Grecia, più 13 per cento sulla Francia e più 17 per cento sulla Spagna. Per quanto riguarda l'imposta di soggiorno, l'attuale disciplina è prevista dall'articolo 4 del decreto legislativo n. 23 del 2011, che già riconosce un ampio margine di autonomia agli enti locali, attribuendo ai comuni capoluogo di provincia, alle unioni di comuni e ai comuni inclusi negli elenchi regionali delle località turistiche o città d'arte la facoltà di istituire l'imposta, determinarne le modalità applicative e prevedere eventuali esenzioni o riduzioni.
Concludo: va infine ricordato che il criterio relativo ai comuni che registrano presenze turistiche pari ad almeno 20 volte la popolazione residente, così come quello relativo ai capoluoghi di provincia, discende da un emendamento parlamentare approvato alla fine del 2022, in legge di bilancio 2023, a prima firma proprio dell'onorevole Gnassi, che ha contribuito a definire in maniera più puntuale il perimetro dei territori a maggiore intensità turistica. Sull'imposta di soggiorno è costante il confronto con le amministrazioni interessate e l'Associazione nazionale dei comuni italiani, che abbiamo incontrato proprio ieri, con l'obiettivo di garantire la migliore accoglienza al turista e il migliore ricordo possibile dell'Italia.
PRESIDENTE. L'onorevole Gnassi ha facoltà di replicare.
ANDREA GNASSI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Ministro, purtroppo siamo ancora all'opposizione, ma se io fossi al suo posto, ad esempio, visto che pare che noi siamo stati al Governo anche sulla tassa di soggiorno, non mi farei dare delle schedine dagli uffici per dire che va tutto bene, gli arrivi, le presenze, perché il turismo è in crescita nel mondo, è in crescita in Europa, in Francia, in Spagna, in Italia. Quello che conta, ad esempio, è il contributo al PIL degli arrivi internazionali, che è molto maggiore in Spagna, in Francia, e noi siamo dietro Spagna e Francia, tanto per puntualizzare un po'. Bando-tipo è il bando-tipo che riguarda il turismo balneare.
Il turismo balneare è il 30 per cento del turismo italiano. Ora, che lei ci venga a dire che la colpa è di Salvini che non fa il bando-tipo non risolve il problema ai comuni italiani che devono fare i bandi con una dimensione normativa giuridica che non li esponga dei ricorsi. Lei è il Ministro del Turismo e anche il Ministro del Turismo balneare: convochi Salvini, vedetevi nel Consiglio dei ministri e tentate di risolvere ciò che sta facendo andare a sbattere le coste italiane, gli imprenditori, e non gli dà certezza. Sulla tassa di soggiorno, quell'emendamento riguardava il rapporto 1 a 20.
Facciamo un patto repubblicano: diamo piena autonomia ai comuni per definire le tariffe, le funzioni e l'utilizzo della tassa di soggiorno. Questo deve fare un Ministro del Turismo. Abbiamo fatto all'epoca un emendamento per aprire una breccia, per dare piena autonomia ai comuni. L'ultimo e unico brandello di autonomia fiscale, altro che Governo delle autonomie! I flussi turistici comportano la necessità da parte dei territori di mettere in campo infrastrutture, trasporto pubblico locale e depurazione delle acque. Perché non convocate le regioni e i comuni e cambiate insieme la disciplina a loro della tassa di soggiorno?
Venire qui a dire che tutto va bene, mi consenta un'ultima battuta: lei è stato un ottimo dello spettacolo e della musica. È stato anche responsabile del Festival di Sanremo. Non è che, se non funzionava l'impianto acustico e audiovisivo, le riprese televisive per il Festival di Sanremo, lei avrebbe detto che la colpa è del microfonista. Si occupi del turismo, si occupi degli strumenti che lo fanno funzionare, come il bando-tipo e come la tassa di soggiorno , e non dica che occorrono il MEF o il MIT. Si prenda le sue responsabilità, noi siamo qui a darle una mano .
PRESIDENTE. È così esaurito lo svolgimento delle interrogazioni a risposta immediata.
Sospendo a questo punto la seduta, che riprenderà alle ore 16,15. La seduta è sospesa.
PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla ripresa pomeridiana della seduta sono complessivamente 100, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell'al resoconto stenografico della seduta in corso.
PRESIDENTE. Comunico che, a seguito della richiesta pervenuta in data 27 maggio 2026, è stata autorizzata in pari data, ai sensi dell'articolo 14, comma 5, del Regolamento, la formazione della componente politica denominata “Futuro Nazionale Vannacci-Free” nell'ambito del gruppo parlamentare Misto, cui aderiscono i deputati: Edoardo Ziello, Laura Ravetto, Emanuele Pozzolo e Rossano Sasso.
Il deputato Edoardo Ziello ne è stato designato rappresentante
PRESIDENTE. Comunico che, a norma dell'articolo 16-, comma 1, del Regolamento, il Presidente della Camera ha chiamato a far parte del Comitato per la legislazione il deputato Andrea Gentile, in sostituzione della deputata Catia Polidori, dimissionaria.
PRESIDENTE. Comunico che è deceduto l'onorevole Giuseppe Gargani, membro della Camera dei deputati dalla VI alla XI legislatura.
La Presidenza della Camera ha già fatto pervenire ai familiari le espressioni della più sentita partecipazione al loro dolore, che desidera ora rinnovare anche a nome dell'Assemblea.
PRESIDENTE. . Colleghe e colleghi, commemoriamo oggi gli otto cittadini caduti a seguito dell'efferato attentato consumatosi a Piazza della Loggia, nel cuore di Brescia, il 28 maggio 1974, che causò anche il ferimento di 102 persone.
La deflagrazione dell'ordigno, vigliaccamente celato all'interno di un cestino dei rifiuti, ebbe luogo mentre era in corso una manifestazione sindacale, convocata proprio al fine di denunciare il crescendo di violenze di matrice fascista che negli ultimi mesi si erano susseguite in città e nella provincia.
Alle 10,12, sotto una pioggia fitta, l'intervento dal palco dell'allora dirigente sindacale ed ex partigiano Franco Castrezzati, che pochi giorni prima aveva scoperto otto candelotti di tritolo davanti alla sede della CISL di Brescia, fu tragicamente interrotto dal sinistro boato dell'esplosione.
L'oratore - deceduto, poi, nel 2025, a 99 anni - percepì l'estrema drammaticità del momento e, cercando di evitare che si diffondesse il panico in una piazza gremita di persone, rimase vicino al microfono e, con fermezza, ebbe la capacità di infondere coraggio ai presenti, rivolgendo loro l'esortazione più volte ricordata: “Compagni e amici, state fermi! Calma!”.
Purtroppo quella manifestazione, alla quale erano stati invitati a partecipare lavoratori e studenti, si trasformò in una tragedia per cinque insegnanti, due operai e un pensionato: era gente comune che condivideva, in varie forme, un impegno nel sociale in cui si prodigava dopo il lavoro quotidiano e che finì per pagare a carissimo prezzo l'adesione, con sincero senso di partecipazione, all'appello rivolto a una popolazione che aveva deciso di reagire, con metodo democratico, alla recrudescenza delle violenze neofasciste.
Ricordiamo con commozione quelle donne e quegli uomini, la cui vita, colma di affetti e di speranze, fu spezzata all'improvviso, e che forse - come è stato detto - più che vittime, potremmo definire “caduti consapevoli”, proprio perché quella mattina avevano scelto liberamente di essere in piazza, in rappresentanza della società civile.
I primi sei di loro a perdere la vita in quel drammatico 28 maggio 1974 furono: Giulietta Banzi Bazoli, 34 anni, professoressa di francese, che quel giorno era in piazza assieme ai tre figli, Alfredo, Guido e Beatrice, di 4, 6 e 9 anni; Livia Bottardi, 32 anni, insegnante di lettere, appassionata di cinema, che morì tra le braccia del marito Manlio Milani, che sarebbe poi diventato il presidente dell'Associazione familiari dei caduti di Piazza Loggia e fra i fondatori della Casa della Memoria di Brescia; Euplo Natali, 69 anni, pensionato originario della provincia di Ancona, che durante la Resistenza aveva operato nei gruppi di azione partigiana e successivamente si era impegnato nelle sezioni locali del PCI; Bartolomeo Talenti, 56 anni, armaiolo di professione, attivo sindacalista, ma, in gioventù, anche abile calciatore per le squadre del Mantova e del Brescia; Clementina Calzari Trebeschi, 31 anni, insegnante, alla quale fu dedicata, pochi giorni dopo la strage, una fondazione a ricordo di tutti i caduti di quel giorno; Alberto Trebeschi, 37 anni, marito di Clementina, anch'egli insegnante, oltre che assistente presso la facoltà di medicina dell'università di Brescia.
Il loro funerale ebbe luogo il 31 maggio, nella stessa piazza della Loggia ed alla presenza dell'allora Capo dello Stato, Giovanni Leone, del Presidente del Consiglio, Mariano Rumor, dei principali di partito e del segretario della CGIL, Luciano Lama, che prese la parola a nome di tutti i sindacati. Alle esequie la partecipazione popolare fu altissima e stimata in più di mezzo milione di persone, che non risparmiarono fischi nei confronti delle autorità intervenute.
Si spensero invece alcuni giorni dopo la strage, Luigi Pinto, la vittima più giovane, di soli 25 anni, nato a Foggia e che dopo il diploma aveva fatto dapprima l'operaio e il minatore, prima di dedicarsi all'insegnamento, e Vittorio Zambarda, 60 anni, lavoratore edile di Salò e militante del PCI, che era andato in pensione solo da qualche giorno.
Due anni e mezzo dopo, e nonostante diversi interventi chirurgici, morì anche una nona vittima, Giacomo Corvini, 64 anni, medico, che quel giorno non stava partecipando alla manifestazione, ma era solo di passaggio vicino al luogo della deflagrazione.
La strage rappresentò uno degli episodi più drammatici di quella che sarebbe stata denominata “strategia della tensione”: un'ondata di atti terroristici, perpetrati tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Ottanta, volti a destabilizzare la democrazia, creando un clima di panico e insicurezza che, nella scellerata logica degli eversori, avrebbe dovuto rappresentare il presupposto per l'adozione di leggi speciali o svolte autoritarie.
Sul piano giudiziario, dopo molti anni di indagini, tentativi di depistaggio e quattro diversi procedimenti, all'esito dei quali diversi imputati risultarono assolti, la ricerca della verità sulla strage ha faticosamente raggiunto un primo esito definitivo il 20 giugno 2017, allorché la Corte di cassazione ha confermato le condanne all'ergastolo per Carlo Maria Maggi, all'epoca dirigente di Ordine Nuovo del Triveneto, e Maurizio Tramonte, ordinovista e informatore del SID (Servizio informazioni difesa), noto come “fonte Tritone”, che sono stati ritenuti gli organizzatori della strage.
L'esecutore materiale dell'attentato è stato invece individuato in Marco Toffaloni, all'epoca neofascista veronese di 16 anni e al quale il tribunale dei minori ha inflitto una condanna a trenta anni. Solo due mesi fa il ricorso presentato avverso questa sentenza è stato dichiarato inammissibile, ma la cittadinanza svizzera nel frattempo acquisita dall'interessato, che ivi vive da decenni con un'altra identità, rende problematica la concreta esecuzione della pena nei suoi confronti. Possiamo dire che la giustizia per Toffaloni, purtroppo, ancora deve arrivare.
A distanza di 52 anni da quel terribile episodio stragista, rimasto indelebile nella nostra memoria collettiva, rinnovo infine il più vivo cordoglio per le vittime ed esprimo la piena vicinanza mia e di tutta l'Aula ai loro familiari.
Invito l'Assemblea adesso ad osservare un minuto di silenzio .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Di Biase. Ne ha facoltà.
MICHELA DI BIASE(PD-IDP). Grazie, signor Presidente. Colleghe e colleghi, la strage di Piazza della Loggia non colpì soltanto Brescia, colpì la Repubblica, colpì cittadine e cittadini che esercitavano un diritto costituzionale: manifestare pubblicamente contro la violenza neofascista in difesa della convivenza civile.
Il 28 maggio 1974 quella piazza era il luogo di una mobilitazione antifascista, convocata dai sindacati e dal Comitato unitario antifascista, dopo mesi di attentati, di aggressioni e provocazioni dell'estrema destra. Brescia era uno dei luoghi nei quali la strategia della tensione mostrava, con maggiore evidenza, il proprio obiettivo: colpire la democrazia attraverso la paura e la violenza. In quella piazza c'erano operai, c'erano insegnanti, studenti, pensionati, lavoratori, c'erano persone che ritenevano necessario opporsi pubblicamente contro il terrorismo neofascista e contro un clima che stava avvelenando la vita democratica del Paese.
La bomba, esplosa alle 10,12 sotto i portici di Piazza della Loggia non colpì soltanto persone inermi, colpì una mobilitazione democratica, colpì il diritto dei cittadini a partecipare, a prendere parola, a manifestare liberamente nello spazio pubblico. Morirono Alberto Trebeschi, Livia Bottardi in Milani, Vittorio Zambarda, Luigi Pinto, Clementina Calzari Trebeschi, Bartolomeo Talenti, Giulietta Banzi Bazoli ed Euplo Natali. Oltre cento persone rimasero ferite.
Alla violenza della bomba si aggiunse quella dei depistaggi, dei silenzi, delle omissioni. La ricerca della verità fu ostacolata, rallentata, talvolta resa opaca. E sappiamo quanto questo abbia ferito non soltanto i familiari delle vittime ma la fiducia nelle istituzioni democratiche.
La storia giudiziaria della strage di Piazza della Loggia racconta molto della storia italiana, racconta quanto sia stato difficile fare piena luce sulla strategia della tensione e sulla responsabilità dell'eversione neofascista e racconta anche quanto sia stato decisivo il ruolo dei familiari delle vittime nel tenere aperta la ricerca della verità, quando una parte delle istituzioni sembrava incapace o non intenzionata a perseguirla fino in fondo. Tra queste figure c'è certamente Manlio Milani, presidente dell'associazione dei familiari dei caduti di Piazza della Loggia e instancabile interprete dei principi della nostra Carta costituzionale. Nella sua testimonianza c'è una domanda che attraversa il dolore personale ma che diventa anche una responsabilità pubblica: perché sono sopravvissuto? È una domanda che riguarda tutte e tutti noi, perché chi sopravvive a una strage diventa custode della memoria collettiva, diventa testimone non solo della sofferenza vissuta ma della verità storica che quella violenza voleva cancellare.
Manlio Milani ci ha insegnato che il sopravvissuto non custodisce soltanto il proprio dolore, custodisce una responsabilità pubblica: testimoniare perché ciò che è accaduto non venga cancellato dalla storia. La vittima è un soggetto storico, non un semplice oggetto del male, ma una coscienza che testimonia, che agisce. È qualcuno che, pur colpito dalla violenza, sceglie di non indietreggiare e di non restarne prigioniero, che cerca non il risarcimento privato ma la costruzione di una memoria pubblica. La Repubblica ha il dovere di custodire questa memoria, non per trasformarla in rituale ma perché la democrazia si difende anche così, custodendo la verità storica, riconoscendo le proprie ferite, impedendo che l'odio e la rimozione prendano il posto della responsabilità. La memoria è una ricerca ostinata di verità contro ogni tentativo di rendere opaca la responsabilità storica. Perché quando si oscura la verità si indebolisce il rapporto tra cittadini e istituzioni e si ferisce la coscienza civile della Repubblica. Ecco perché ricordare Piazza della Loggia non significa soltanto rendere omaggio alle vittime, significa difendere il valore della partecipazione democratica, della libertà, dell'antifascismo, della verità, come fondamento della vita repubblicana.
Oggi, in un tempo nel quale il rapporto con la memoria storica appare spesso superficiale e frammentato, abbiamo il dovere di custodire questa testimonianza perché una democrazia si difende anche così, cercando la verità fino in fondo, rifiutando l'oblio. Le vittime di Piazza della Loggia non appartengono soltanto alla memoria di Brescia, appartengono alla coscienza democratica della Repubblica. Continuare a ricordarle significa continuare a difendere la democrazia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Almici. Ne ha facoltà.
CRISTINA ALMICI(FDI). Onorevole Presidente, colleghe e colleghi, domani Brescia ricorda il 28 maggio 1974. Ricorda una delle ferite più profonde della nostra storia repubblicana, Piazza della Loggia, luogo simbolo della vita civile e democratica della città. Quella mattina venne colpita al cuore da una violenza vile e disumana: otto persone persero la vita, oltre cento rimasero ferite. Donne e uomini che stavano partecipando a una manifestazione sindacale, persone comuni, cittadini che credevano nella democrazia e nella libertà.
Per Brescia non è una data qualsiasi, è una memoria viva che attraversa generazioni intere. Ricordo i racconti di chi era presente quel giorno: il boato, il fumo, la paura ma anche il silenzio incredulo di una città che seppe subito stringersi attorno alle vittime e alle loro famiglie. Una comunità che, pur ferita, non ha mai ceduto all'odio né alla paura.
Nel corso degli anni la giustizia ha compiuto passi importanti, arrivando a condanne definitive che hanno riconosciuto responsabilità gravissime, ma sappiamo anche che non tutte le ombre sono state dissipate. Restano pagine ancora dolorosamente incomplete, interrogativi che fanno parte della memoria collettiva del nostro Paese. Per questo, il ricordo di Piazza della Loggia non può essere soltanto commemorazione, deve essere responsabilità, deve essere impegno quotidiano delle istituzioni nella difesa della democrazia, della libertà e della verità. Brescia ci ha insegnato che la memoria non è rancore: è dignità, è la forza di continuare a chiedere giustizia senza mai rinunciare ai valori democratici.
Alle vittime, ai loro familiari, a una città che non ha mai smesso di cercare verità, dobbiamo il nostro rispetto, la nostra vicinanza e il nostro impegno, perché il sacrificio di quelle vite innocenti continui a parlare alle nuove generazioni e ci ricordi, ogni giorno, che la democrazia va custodita con coraggio, con responsabilità e con memoria .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Bordonali. Ne ha facoltà.
SIMONA BORDONALI(LEGA). Signor Presidente, onorevoli colleghi, ricordare la strage di Piazza della Loggia non significa soltanto commemorare una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana, per noi bresciani significa ricordare una ferita che non si è mai davvero chiusa. Una ferita che è entrata nella vita quotidiana, nelle famiglie, nei racconti tramandati ai figli, nella memoria collettiva di una comunità intera.
Il 28 maggio 1974 non è una data lontana confinata nei libri di storia, per Brescia esiste un prima e un dopo Piazza della Loggia e quel dopo non è mai più stato lo stesso. Io ero una bambina, non ero in piazza quel giorno, eppure quella strage è entrata ugualmente dentro di me come dentro tantissimi della mia generazione. È arrivata attraverso i racconti dei nostri genitori, attraverso la paura che si respirava nelle case, nelle vie e nelle piazze della città.
I miei genitori mi raccontavano che dopo la strage avevano paura perfino a passeggiare nel centro storico, a poche centinaia di metri da Piazza della Loggia. Mio padre raccontava che, durante una passeggiata serale, qualcuno gridò all'improvviso: “la bomba, la bomba!”. Probabilmente era solo un pacco abbandonato, ma bastò quell'urlo perché tutti iniziassero a correre. Lui mi raccontava di avere messo mia madre al riparo contro una delle colonne dei portici, istintivamente, per proteggerla. Ecco cosa fecero gli stragisti: non colpirono soltanto le 8 vittime innocenti e più di 100 feriti, colpirono un'intera comunità, instillarono la paura, cambiarono il modo di vivere delle persone.
Raggiunsero il loro obiettivo terroristico: far sentire i cittadini insicuri, vulnerabili e indifesi. Quella paura è rimasta dentro Brescia per anni ed è rimasta anche dentro a chi quella giornata non l'ha vissuta direttamente. Per me questa consapevolezza è diventata ancora più profonda quando ho avuto l'onore di essere presidente del consiglio comunale di Brescia e di collaborare con la Casa della Memoria, che è già stata citata da molti. Lì io ho conosciuto le famiglie delle vittime, lì ho conosciuto Manlio Milani, che da decenni porta nelle scuole, tra i giovani, una testimonianza instancabile di memoria e di verità.
La Casa della Memoria non ha soltanto custodito il ricordo; ha continuato, anno dopo anno, a chiedere giustizia, a pretendere che il nostro Paese non dimenticasse e ad opporsi all'oblio e ai depistaggi. Dopo decenni di processi, di silenzi, di ostacoli e di verità cercate con tenacia, la giustizia è riuscita, almeno in parte, a dare un nome ai responsabili di quella strage neofascista. Le sentenze definitive hanno riconosciuto il coinvolgimento di esponenti di Ordine Nuovo, confermando ciò che Brescia aveva sempre saputo nel profondo: quella bomba fu un attacco alla democrazia, alla libertà e alla convivenza civile.
Ma il dolore di Piazza della Loggia non vive soltanto nelle sentenze: vive nei luoghi, vive nei simboli, vive nella memoria concreta della città. Oggi in Piazza della Loggia c'è il monumento che ricorda le vittime e c'è il manifesto della manifestazione antifascista indetta dai sindacati e dal Comitato unitario antifascista contro la violenza neofascista che in quei mesi stava colpendo Brescia e l'Italia intera.
Una manifestazione nata proprio per reagire a quella spirale di odio e di attentati che stava attraversando il Paese. Poi c'è quella colonna ancora segnata e ancora scalfita dalla forza dell'esplosione della bomba nascosta in un cestino sotto i portici. Forse, Presidente, quello è il segno più dirompente di tutti, perché quella ferita nel marmo è rimasta lì, davanti agli occhi di chiunque passi per la piazza; e ogni bresciano, quando passa davanti a quella colonna, davanti al monumento, inevitabilmente si ferma almeno per un istante, anche solo con il pensiero, perché lì non c'è soltanto il ricordo di una tragedia. Lì c'è una parte della nostra identità bresciana e in quelle 8 vittime c'era tutta Brescia.
C'erano insegnanti, operai, un ex partigiano, lavoratori, pensionati, cittadini comuni. C'erano donne e uomini che rappresentavano il volto migliore di una comunità democratica, civile e impegnata. Persone che quella mattina erano in piazza per difendere la libertà e la democrazia. Per questo, Presidente, commemorare Piazza della Loggia non è un esercizio rituale, ma è un dovere civile, è un impegno morale verso le vittime, verso i familiari e verso le nuove generazioni. Concludo, Presidente: la memoria non appartiene soltanto a chi c'era, la memoria appartiene anche chi viene dopo, a chi riceve quei racconti e li custodisce dentro di sé come parte della propria identità.
Noi bresciani sappiamo bene che Piazza della Loggia non è soltanto un luogo di una strage, è il simbolo di una comunità ferita che ha scelto di non piegarsi alla paura. È il simbolo di una città che ha continuato a chiedere verità e giustizia con dignità, compostezza e tenacia. Oggi, nel ricordare le vittime, rinnoviamo il dovere della memoria, perché una democrazia che dimentica le proprie ferite è una democrazia più fragile, e perché il terrorismo, l'odio politico e la violenza eversiva non trovino mai più spazio nella nostra Repubblica .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Casasco. Ne ha facoltà.
MAURIZIO CASASCO(FI-PPE). Grazie, Presidente. Grazie anche ai colleghi che sono intervenuti. Giulietta Banzi Bazoli (34 anni), Livia Bottardi in Milani (32 anni), Alberto Trebeschi (37 anni), Clementina Calzari Trebeschi (31 anni), Euplo Natali (69 anni, pensionato ed ex partigiano), Luigi Pinto (25 anni), Bartolomeo Talenti (56 anni), Vittorio Zambarda (60 anni). Sono i caduti, esattamente 52 anni fa, della strage di Piazza della Loggia.
Un attentato di matrice neofascista che ha ucciso insegnanti, operai e pensionati e ferito 100 persone che passavano di lì per caso. Una bomba che voleva portare disordine in un'Italia che faticosamente i nostri padri cercavano di rimettere in carreggiata, per consegnarcela libera e pacificata così come la conosciamo oggi. Rivedendo quelle immagini e quella costernazione, mi ha fatto specie che anche qui, come capita spesso fuori, stia riecheggiando una sorta di rimpianto per un'Italia che fu, una specie di nostalgia per quando le cose sembravano più semplici.
Un sentimento che non è solo nostrano, ma attraversa oggi l'intera Europa, dove i movimenti che si nutrono di paura e risentimento tornano a guadagnare terreno. I nomi di queste 8 persone, di queste 8 vittime, ci ricordano dove porta quella strada e perché non possiamo smettere di presidiarla. I nomi delle vittime della strage di Brescia, la mia città, ricordano a tutti, e innanzitutto a me stesso, che mezzo secolo dopo la democrazia ha vinto per sempre sulla paura. Un insegnante o un operaio che la mattina si dirige verso il suo posto di lavoro non rischia più di saltare per aria per mano di un terrorista.
Quella vittoria va rinnovata ogni giorno e soprattutto va trasmessa. Avevo 20 anni nel 1974 e quell'evento mi ha subito insegnato quanto fosse importante la convivenza civile e quanto fosse fragile e pure importantissima la nostra democrazia. Un tema oggi più che mai attuale. La catena della memoria si assottiglia. Ecco perché abbiamo accolto con favore la proposta di ricordare e vogliamo dare il nostro contributo.
Abbiamo il dovere di conservare il ricordo dei caduti, di stringerci alle loro famiglie e soprattutto di consegnare questa storia alle generazioni più giovani, perché sappiano da dove veniamo e capiscano cosa vale la pena di difendere con le parole, con i fatti e con le leggi .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pellegrini. Ne ha facoltà.
MARCO PELLEGRINI(M5S). Grazie, Presidente. Cinquantadue anni fa, il 28 maggio 1974, a Brescia, in Piazza della Loggia, alle ore 10,12, terroristi neri realizzarono un attentato spaventoso. Una bomba uccise 8 italiani, poi purtroppo diventati 9, cittadini inermi e innocenti, e ne ferì oltre 100. Il tutto mentre era in corso una grande manifestazione democratica e pacifica, organizzata dai sindacati confederali e dal Comitato permanente antifascista, proprio per protestare contro la crescente violenza neofascista a Brescia.
Infatti, nei mesi precedenti la strage, la città era stata teatro di una serie continua di attentati, di intimidazioni e di aggressioni squadriste. E solo 9 giorni prima, il 19 maggio, il neofascista Silvio Ferrari era saltato in aria sulla sua stessa moto, mentre trasportava esplosivo. Questo era il clima che si respirava a Brescia in quei mesi e in quelle settimane. La firma neofascista sulla strage era evidentissima sin da subito, anche perché si colpivano cittadini, sindacati e lavoratori. Non la vedeva questa firma solo chi non voleva vederla, e per la verità erano in tanti.
Fu materialmente eseguita dai neofascisti appartenenti a Ordine Nuovo, ma per arrivare a una sentenza di condanna definitiva dei terroristi esecutori di questa vera e propria tragedia e di altre stragi abbiamo dovuto aspettare decenni. Come lei ricordava prima, Presidente, quasi sullo spirare dei 50 anni sono arrivate delle condanne definitive e ci sono ancora dei processi in corso.
Ecco, forse la tragedia - anzi, senza forse - la cosa sconvolgente, la tragedia nella tragedia è stato scoprire che coloro che avrebbero dovuto proteggerci, proteggere i cittadini italiani - pezzi dello Stato, pezzi delle Forze dell'ordine, pezzi dei servizi di sicurezza e informazione - erano, in realtà, depistatori o addirittura ispiratori, complici, fornitori di armi e di esplosivo degli stragisti. E pur conoscendo esattamente tutto quello che stava avvenendo tramite gli informatori, gli infiltrati, nessuno mosse un dito, nessuno fece niente: questa davvero è una cosa sconvolgente.
C'era il tecnico degli esplosivi, Digilio, che relazionava a servizi che fanno capo agli Stati Uniti; c'era Maurizio Tramonte, che era un informatore del SID e, quindi, descriveva passo passo quello che succedeva. Il giudice Guido Salvini ha descritto tutto ciò come controllo senza repressione, e davvero questa è una cosa che ferisce ancor più di quella che è stata la tragedia di quegli anni, di quelle stragi.
Concludo, Presidente. Noi abbiamo il dovere di non stancarci di continuare a chiedere verità e giustizia, perché non tutti hanno pagato. Anzi, tanti non hanno pagato e l'hanno fatta franca, sia tra gli esecutori materiali, sia tra gli ispiratori e sia chi ha aiutato queste bande di terroristi neri. Lo dobbiamo al Paese, ai cittadini, ma soprattutto a chi ha perso la vita da innocente .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Benzoni. Ne ha facoltà.
FABRIZIO BENZONI(AZ-PER-RE). Presidente, colleghe e colleghi, ci sono delle ferite della storia repubblicana che non appartengono soltanto ai luoghi in cui sono state inferte, ma sono parte della coscienza civile di un intero Paese. Piazza della Loggia è esattamente una di queste.
In quella piazza non è stata colpita soltanto una città, è stata colpita la democrazia italiana. Non ero ancora nato. Non ho sentito il boato di quella bomba, non ho visto il fumo, la pioggia, non ho visto il sangue in piazza, il caos di quei minuti, non ho sentito le sirene incessanti, non ho visto i maledetti idranti. Eppure, come tutti i bresciani, quello che è accaduto lo porto sotto la pelle, fa parte di me. Mi ha accompagnato tutta la vita nei racconti familiari, a scuola, nelle commemorazioni, nelle parole di chi quella mattina era in piazza e, da allora, ha continuato a chiedere verità e giustizia.
Per anni questa Repubblica ha dovuto convivere con il dolore delle vittime e con il peso di evidenze negate, rallentate, ostacolate. Ma oggi sappiamo con chiarezza che quella strage aveva una matrice neofascista ed eversiva. Sappiamo che faceva parte della strategia della tensione, che ha attraversato il nostro Paese tentando di seminare paura, destabilizzazione, sfiducia nelle istituzioni democratiche. E sappiamo anche una cosa più difficile da accettare: che attorno a quella stagione hanno agito complicità, depistaggi, opacità interna ad apparati dello Stato che hanno tradito il proprio dovere di fedeltà alla Repubblica. Ricordarlo qui oggi non significa riaprire una ferita, significa onorare la verità.
Una democrazia forte sa guardare con onestà la propria storia e le proprie ombre, ma Piazza della Loggia non è soltanto il racconto di una violenza, è soprattutto il racconto di una risposta civile straordinaria. Chi ha pianificato quella bomba voleva dividere il Paese, spegnere la partecipazione, convincere i cittadini che la paura fosse più forte della libertà. Ma non ci sono riusciti. Non ci sono riusciti a Brescia, non ci sono riusciti in Italia.
Abbiamo trasformato il dolore in coscienza democratica, e lo abbiamo fatto attraverso la perseveranza delle famiglie delle vittime, attraverso il lavoro instancabile della magistratura, delle associazioni, della Casa della memoria, di tutte le istituzioni, delle scuole e dei sindacati che hanno saputo evitare che la rabbia si trasformasse in vendetta. Lo abbiamo fatto custodendo la memoria non come un rito, ma come una responsabilità collettiva.
E forse è proprio questo il messaggio più profondo che Piazza della Loggia consegna oggi ancora alla nostra Repubblica: la democrazia non vive soltanto nelle leggi o nelle istituzioni, vive nella partecipazione delle persone, nella capacità di una comunità di non arrendersi al terrore, nell'impegno quotidiano contro ogni forma di odio, violenza e intolleranza.
Per questo, ricordare il 28 maggio 1974 è una scelta che riguarda il presente e il futuro, riguarda il coraggio di chiamare le cose con il loro nome senza ambiguità e senza revisionismi.
Oggi, nel ricordo di Livia Bottardi Milani, Vittorio Zambarda, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi, Giulietta Banzi Bazoli ed Euplo Natali, il Parlamento della Repubblica rende omaggio non soltanto alle vittime di una strage, ma a un'idea di Italia che nemmeno il terrorismo è riuscito a spezzare: un'Italia democratica, antifascista, libera .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare la deputata Zanella. Ne ha facoltà.
LUANA ZANELLA(AVS). Il 28 maggio 1974, a Brescia, in Piazza della Loggia, poco dopo le 10 del mattino, una manifestazione sindacale antifascista venne brutalmente presa d'assalto con una bomba collocata in un cestino di rifiuti: 8 morti, oltre 100 feriti. Si spezzano, in quel momento, le vite di persone innocenti. Non c'è più nulla da fare per Giulietta Banzi, mamma del nostro collega Alfredo Bazoli, Livia Bottardi Milani, Alberto Trebeschi, Clementina Calzari Trebeschi, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Vittorio Zambarda: insegnanti, operai, pensionati, scesi in piazza quella mattina per protestare contro la recente ondata di attentati neofascisti. La violenza dei neri si era fatta ormai insopportabile in quelle ultime settimane, bisognava fermarla. E invece gli stragisti erano già pronti per alzare il tiro. Era fallito, qualche giorno prima, un attentato al “Blue Note”, un locale notturno dove l'esplosione, se fosse riuscita, avrebbe provocato il massacro più devastante dai tempi del nazifascismo.
La strage di 52 anni fa, che colpì così crudelmente la città di Brescia, non fu opera di sbandati o di persone che avevano perso la ragione votandosi alla violenza. Essa nacque dalla pianificazione di un attacco contro l'ordine democratico voluto dalla destra neofascista guidata da Ordine Nuovo, l'organizzazione di soldati politici allevati e addestrati a compiere le stragi .
L'attentato è ormai riconosciuto anche in sede giudiziaria come un atto di terrorismo neofascista, ma non sarebbe stato possibile senza la complicità di apparati infedeli dello Stato e dei servizi segreti dell'epoca, abituati a incontrare la manovalanza stragista con sfacciata prepotenza nelle caserme dei Carabinieri e persino nella base veronese della NATO, la FTASE, che allora aveva sede in Palazzo Carli.
Il passare del tempo ha contribuito a far cedere molti segreti, e dunque a far conoscere il contesto e gli esecutori di un atto che si proponeva di immobilizzare l'Italia che camminava verso il futuro, verso trasformazioni profonde: l'Italia che voleva il divorzio, la legge sull'interruzione di gravidanza e la maternità consapevole, lo Statuto dei lavoratori, la riforma del diritto di famiglia, la riforma sanitaria del sistema psichiatrico, l'Italia delle regioni, l'Italia della Costituzione. Un blocco reazionario, che temeva la forza di questo movimento di uomini, donne, ragazzi e ragazze incredibilmente consapevoli della forza della solidarietà e di una visione comune, si incaricò di gelare queste energie con la politica della strage. Il tributo di sangue fu enorme e la ferita democratica fortissima. Oggi abbiamo una visione chiara di ciò che accadde. Oggi, come allora, non lasceremo passare il neofascismo .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Alessandro Colucci. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO COLUCCI(NM(N-C-U-I)M-CP). Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, non intendo oggi ricordare i fatti di Piazza della Loggia. Quei fatti sono scolpiti nella memoria del nostro Paese, nella memoria di ogni lombardo e di ogni bresciano. Così come scolpiti sono i nomi delle vittime, il dolore delle loro famiglie, l'assurdità del loro destino.
Morire per mano della violenza terroristica mentre si manifesta proprio contro la violenza e contro il terrorismo rappresenta uno dei paradossi più tragici della nostra storia repubblicana, un paradosso che ancora oggi ci interroga e ci obbliga a riflettere.
La memoria, però, non può essere soltanto commemorazione: deve essere responsabilità collettiva, deve essere un esercizio continuo di coscienza civile. Perché il tempo passa, le generazioni cambiano e il rischio più grande è che la distanza storica finisca per attenuare non il ricordo dei fatti, ma il loro significato profondo. E quel significato riguarda tutti noi: riguarda il dolore e il dovere di impedire che l'odio torni a insinuarsi nel linguaggio pubblico, nei rapporti sociali, nella cultura politica; riguarda il dovere di contrastare la violenza nelle parole prima ancora che nei gesti, l'intolleranza nei concetti prima ancora che nelle azioni.
La democrazia vive di confronto, anche duro, anche acceso, ma muore quando il confronto si trasforma in delegittimazione dell'altro, quando il dissenso diventa odio, quando la diversità viene percepita come un nemico da abbattere e non come una voce da ascoltare. A quel tragico paradosso, che vide la morte colpire chi manifestava contro la violenza, dobbiamo opporre oggi un altro paradosso: quello della tolleranza, formulato da Karl Popper. Una società democratica e aperta deve essere tollerante, certo, ma non può essere tollerante verso l'intolleranza, verso chi alimenta odio, verso chi giustifica la violenza, verso chi nega i principi stessi della convivenza democratica. Perché non esiste libertà senza rispetto reciproco, non esiste pluralismo senza il riconoscimento della dignità dell'altro e non esiste democrazia se si lascia spazio a culture politiche fondate sull'odio, sulla sopraffazione e sulla violenza.
Signor Presidente, rinnovare oggi la memoria di Piazza della Loggia significa, allora, riaffermare con forza questi principi; significa custodire non soltanto il ricordo delle vittime, ma il senso profondo del loro sacrificio; significa trasmettere alle nuove generazioni l'idea che la libertà democratica non sia mai definitiva, ma venga difesa ogni giorno con la responsabilità, con il rispetto e con il rifiuto di ogni fanatismo. È questo il compito che abbiamo davanti ed è questo il modo più autentico per onorare quella memoria e le vittime della strage di Piazza della Loggia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Del Barba. Ne ha facoltà.
MAURO DEL BARBA(IV-C-RE). Grazie, Presidente. Colleghi, ci ritroviamo oggi per ricordare una delle ferite più profonde della nostra Repubblica. Il 28 maggio 1974, alle 10,12, durante una manifestazione antifascista in Piazza della Loggia, a Brescia, una bomba, nascosta in un cestino, esplose tra cittadini, lavoratori, insegnanti, giovani, persone che erano lì per partecipare a un momento di impegno civile e che, come lei ha ricordato, Presidente, più che vittime furono persone che offrirono consapevolmente il loro sacrificio. Otto persone vennero uccise, oltre 100 ferite; più tardi, uno di questi feriti si aggiunse al numero delle vittime.
Ma non fu soltanto una strage, un dolore che ha dilaniato la storia di molte famiglie, alle quali va oggi il nostro pensiero: fu un attacco alla democrazia italiana, fu il tentativo di colpire la convivenza civile, di diffondere paura, di incrinare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni democratiche.
A quella tragedia si unì un'altra sofferenza, lunga e silenziosa: quella della ricerca della verità. Per decenni, le famiglie delle vittime, la città di Brescia, magistrati, investigatori e servitori dello Stato hanno continuato a cercare risposte. Lo hanno fatto con tenacia, pazienza, spesso contro la frustrazione di indagini che sembravano non arrivare a un approdo. E sappiamo anche che in quella ricerca non tutti aiutarono la verità ad emergere: vi furono depistaggi, omissioni, comportamenti che rallentarono e ostacolarono il cammino della giustizia; ci furono soggetti che, invece di servire pienamente lo Stato, tradirono il proprio compito. Ma, proprio per questo, il risultato raggiunto assume un valore ancora più profondo: la giustizia, pur con tempi dolorosamente lunghi, ha fatto il suo corso. È stata raggiunta una verità giudiziaria definitiva sulla matrice della strage e sulle responsabilità accertate.
Eppure, dobbiamo avere l'onestà e il coraggio di riconoscere che la verità giudiziaria non esaurisce il bisogno di comprendere fino in fondo quella stagione della nostra storia: la nostra sete di verità non si arresta qui. Nel 50° anniversario della strage, il Presidente Sergio Mattarella ha ricordato che la verità è il fondamento della democrazia e ha aggiunto parole altrettanto importanti: “Complici e collusi (…) non rappresentano lo Stato (…). Hanno tradito l'Italia”. E Mattarella ci ha indicato anche la strada: il miglior modo per onorare chi perse la vita in Piazza della Loggia è vivere ogni giorno i principi e i valori della nostra Costituzione. Così facendo, la memoria non è celebrazione del passato, un giusto tributo a chi ha sofferto e soffre una tragedia che tocca tutti noi, è una responsabilità verso il futuro
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione della proposta di legge n. 632-A: “Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento” e dell'abbinata proposta di legge n. 2328.
Ricordo che nella seduta dell'11 maggio si è conclusa la discussione generale e il relatore e la rappresentante del Governo hanno rinunciato ad intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'articolo unico della proposta di legge e delle proposte emendative ad esso presentate .
Le Commissioni I (Affari costituzionali) e V (Bilancio) hanno espresso i prescritti pareri , che sono in distribuzione.
In particolare, il parere della Commissione bilancio reca una condizione volta a garantire il rispetto dell'articolo 81 della Costituzione, che è contenuta nel fascicolo degli emendamenti e che sarà posta in votazione ai sensi dell'articolo 86, comma 4-, del Regolamento.
Avverto che la Presidenza non ritiene ammissibile, ai sensi degli articoli 86, comma 1, e 89, comma 1, del Regolamento, in quanto estraneo rispetto ai contenuti del provvedimento in esame, che interviene in materia di pubblicità sui mezzi di comunicazione dei provvedimenti favorevoli all'imputato e all'indagato resi nel processo penale, l'articolo aggiuntivo 1.01000 Gianassi, non previamente presentato in Commissione, recante disposizioni in materia di corretto recepimento della direttiva per il contrasto delle liti temerarie intentate per bloccare la partecipazione pubblica.
Se nessuno chiede di intervenire sul complesso delle proposte emendative, invito il relatore e il rappresentante del Governo ad esprimere il parere sugli emendamenti e sugli articoli aggiuntivi riferiti all'articolo unico. Prego, relatore Enrico Costa.
ENRICO COSTA, . Grazie, Presidente. Sugli emendamenti 1.1002 e 1.34 D'Orso, 1.1000 Gianassi, nonché sugli identici emendamenti 1.33 D'Orso e 1.1001 Gianassi, invito al ritiro.
Per quello che riguarda l'articolo 1, faccio riferimento anche alla clausola di invarianza. Invece, sull'articolo aggiuntivo 1.0500, da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-, del Regolamento, il parere è favorevole.
ALBERTO BALBONI,. Grazie, Presidente. Il parere è conforme al relatore.
PRESIDENTE. Passiamo all'emendamento 1.1002 D'Orso.
Ha chiesto di parlare la deputata D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Francamente, il parere contrario a questo emendamento mi ha stupito, perché con questo emendamento noi intendiamo aggiungere la parola “irrevocabile” come specificazione rispetto alle sentenze di assoluzione, relativamente alle quali dovrebbe intervenire, come da proposta di legge, questo obbligo di darne notizia a carico di direttori o responsabili delle testate giornalistiche, radiofoniche, televisive o . Perché mi stupisce? Perché, in realtà, l'irrevocabilità della sentenza di assoluzione era un requisito che, nel testo originario, redatto dall'onorevole Costa, quindi dal collega Costa, era presente.
Do lettura della formulazione iniziale del testo, a prima firma Costa: “Su richiesta dell'imputato, assolto con sentenza divenuta irrevocabile (…)”. Quindi, non stiamo facendo altro che ripristinare una formulazione che evidentemente pensavamo fosse frutto di distrazione, perché era saltata con la nuova riscrittura del testo; ma è un requisito su cui persino il primo firmatario della proposta di legge, che stiamo esaminando, era assolutamente convinto; era assolutamente d'accordo perché era uscito dal suo pugno. Vedete, non è un capriccio questa precisazione - quindi fare riferimento all'irrevocabilità della sentenza di assoluzione - perché serve sicuramente a perimetrare meglio o, comunque, a ridimensionare il numero delle istanze che potranno pervenire rispetto all'onere di pubblicazione; e questa non è una cosa da poco perché stiamo varando un provvedimento che per molti versi, se si riversassero contestualmente moltissime richieste in tal senso, potrebbe praticamente causare un ingolfamento e addirittura una compressione della discrezionalità della linea editoriale rispetto a cosa pubblicare, quando pubblicarlo, che spazio dare alla notizia. Quindi, limitare l'onere alle sentenze irrevocabili, così come era nell'intendimento, proprio per questo motivo e, in più, per la praticabilità, la fattibilità di quest'onere che viene imposto alle testate giornalistiche e quant'altro… penso fosse l'intendimento iniziale anche dell'onorevole Enrico Costa perché aveva fatto riferimento a sentenze irrevocabili e l'intendimento era sicuramente non ingolfare di richieste di pubblicazione.
C'è anche un'altra considerazione - non so se l'abbia fatta anche lui, ma sicuramente la facciamo noi - che merita risonanza mediatica e pubblicità: sicuramente la sentenza irrevocabile di assoluzione… quando ancora il procedimento penale è , perché siamo davanti a una sentenza che può essere oggetto di impugnazione o siamo in un grado di appello, magari in corso, in un grado di Cassazione ancora in corso, ecco, la vicenda è tutta da scrivere, permettetemi; quindi, anche sotto questo punto di vista, i provvedimenti devono essere assolutamente rilevanti per meritare il fatto di essere oggetto di quest'obbligo che sarà particolarmente gravoso, in particolare, lo dobbiamo dire, per i responsabili delle testate giornalistiche. Quindi, era un emendamento di buonsenso, un emendamento che trovava la corrispondenza piena nella stesura iniziale del testo. Se bocciate questo emendamento, mi vien da dire che non c'è stata distrazione, ma sicuramente c'è malizia .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1002 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.34 D'Orso.
Ha chiesto di parlare il deputato Federico Cafiero De Raho. Ne ha facoltà.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO(M5S). Grazie, Presidente. Questo emendamento vuole sottolineare come il principio, che ha informato questa legge, sia sostanzialmente restituire l'immagine e la dignità a coloro che hanno subito una lesione a causa di notizie di stampa, notizie mediaticamente diffuse, in cui si afferma che quel soggetto ha subito un procedimento penale laddove, però, intervenga una sentenza di assoluzione; laddove, cioè, quella persona, poi, risulti innocente. Bene, capisco che qui tutti siano poco interessati ma, in realtà, si tende soltanto a dare un contributo perché la legge non finisca per essere contraddittoria essa stessa.
Cosa vuole questo emendamento? Vuole sottolineare un aspetto: non ogni sentenza di non doversi procedere, ogni sentenza di proscioglimento che, di per sé, determina la riparazione, ma è soltanto la sentenza di assoluzione che spinge alla riparazione: assoluzione piena, cioè il fatto non sussiste, il fatto non costituisce reato, non aver commesso il fatto. Laddove, invece, la sentenza interviene perché il reato è estinto per amnistia o il reato è estinto per prescrizione, il soggetto destinatario della sentenza non è assolutamente innocente perché la sentenza di amnistia, così come quella di prescrizione, viene emessa soltanto se gli elementi raccolti fino a quel momento non evidenziano un'estraneità al reato. Quindi, la mancanza di responsabilità. Cioè, chi è destinatario di sentenza di non doversi procedere per amnistia o prescrizione, per ciò stesso, è responsabile del reato e i giudici lo hanno sostanzialmente affermato nell'ambito della ricostruzione dei fatti, ma non potranno dichiarare la responsabilità e la condanna perché è intervenuta un'amnistia o la prescrizione. La prescrizione vuole che il soggetto sia sostanzialmente responsabile perché, altrimenti, si applica la sentenza di assoluzione.
Allora, il perimetro che viene seguito, qui, con questa legge è un perimetro errato perché …
PRESIDENTE. Colleghi, per favore.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO(M5S). … va oltre le esigenze. Cioè, vuole coprire questa legge anche la sentenza di non doversi procedere per amnistia e prescrizione che, invece, è una sentenza sostanzialmente affermativa della responsabilità dell'imputato … sì, sì, se fosse diversamente, si applicherebbe la sentenza di assoluzione, caro onorevole; la sentenza di assoluzione. Invece, si applica il non doversi procedere per amnistia o prescrizione perché non ci sono gli elementi che ne dimostrano l'estraneità al reato o l'innocenza. Con questo emendamento, richiamavamo l'attenzione di coloro che sono seduti a quel banco per dire loro: qui, si sta errando perché si va oltre l'esigenza, cioè non consta assolutamente l'utilità, l'opportunità che venga diffusa o pubblicata una sentenza di amnistia o prescrizione che non dimostra l'innocenza o l'estraneità del soggetto .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare, a titolo personale, il deputato Gianmauro Dell'Olio. Ne ha facoltà.
GIANMAURO DELL'OLIO(M5S). Grazie, Presidente. Oltre a voler chiedere di apporre la mia firma a questo emendamento, ci tengo a segnalare che coloro che hanno pensato questa legge lo hanno fatto in questa maniera sostanzialmente per dare informative che sono diverse da quelle effettive perché, altrimenti, avrebbero scritto, alla fine del comma 2, in sede di modifica che è stata fatta in Commissione, non “dei provvedimenti favorevoli per l'indagato o l'imputato”; perché se uno è stato assolto, prosciolto, non è più né indagato né imputato; lo è solo quando c'è l'amnistia o la prescrizione. Quindi, è stata pensata esplicitamente in questa maniera perché bisogna tutelare le persone anche quando c'è una prescrizione o un'amnistia, nonostante siano stati accertati i fatti e questo non è corretto dal punto di vista dell'informativa da dare alle persone.
PRESIDENTE. Pellegrini sottoscrive, anche Perantoni e Carmina. Tutto il gruppo MoVimento 5 Stelle sottoscrive.
Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.34 D'Orso, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'emendamento 1.1000 Gianassi. Ha chiesto di parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Grazie, Presidente. Interverrò a questo punto su questo emendamento, sarei voluto intervenire anche sul tema che avevamo avanzato con l'articolo aggiuntivo che però è stato dichiarato inammissibile, lo riproporremo in altre sedi, e che riguarda il pieno recepimento della direttiva europea anti-SLAPP a tutela dei giornalisti che subiscono querele temerarie. Proponevamo un'integrazione della legge di delegazione europea, che a nostro giudizio è insufficiente. Prendo atto della valutazione tecnica di inammissibilità e quindi mi concentro, invece, in questa sede, su questo emendamento.
Il testo originario che è stato presentato in Commissione - mi riferisco al testo Costa, nella fase iniziale ve ne era anche un altro, Matone, che per noi era irricevibile soprattutto per la parte relativa alle sanzioni sui giornalisti - non conteneva fin dall'inizio la parte relativa alle sanzioni, però conteneva una previsione sulle modalità di pubblicazione della notizia che, a nostro giudizio, erano irricevibili, sbagliate, irragionevoli. La versione originaria prevedeva che fosse data notizia della decisione di assoluzione o proscioglimento con le stesse modalità, lo stesso spazio e la stessa evidenza che era stata data durante le diverse fasi del procedimento. Ripeto: un criterio irragionevole, eccessivamente incidente sull'attività del giornalismo e, quindi, a nostro giudizio irricevibile. Devo dire, nel lavoro di Commissione il relatore si è convinto di presentare un emendamento che raccogliesse queste criticità e ha presentato una seconda versione…
PRESIDENTE. Colleghi, per favore.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). … che rivedeva quella parte, cancellando il criterio della identità dello spazio, delle modalità e della evidenza della notizia, sostituendolo con il criterio dell'analogo spazio e del rilievo adeguato.
Mentre sul concetto di rilievo adeguato noi riteniamo che sia condivisibile, perché recupera la versione contenuta già oggi nel codice deontologico dei giornalisti, la riproposizione di un criterio di analogia dello spazio, seppure stemperata rispetto alla versione originaria, a nostro giudizio era anch'essa irricevibile. Però, nel corso dei lavori della Commissione, è stato approvato, con riformulazione, un nostro emendamento che cassava per l'appunto il criterio non solo della identità dello spazio, ma anche dell'analogia dello spazio, che oggi, dunque, non vi è più nella versione che viene approvata. Credo sia importante ricordarlo perché, talvolta, il dibattito pubblico sui nostri lavori tende a ricordare le versioni originali dei provvedimenti e, invece, quando quelle sono superate dal lavoro di Commissione, credo che sia opportuno ricordarlo anche in questa sede e poi fuori.
Rimane dentro la previsione normativa il concetto del rilievo adeguato. Noi con due emendamenti, questo e il successivo, proponiamo di modificare anche questo criterio, sostituendolo con il concetto di rilievo appropriato e adeguata tempestività. Perché lo facciamo? Perché già oggi questo tema è affrontato nel codice deontologico dei giornalisti, all'articolo 24 rubricato “Cronaca giudiziaria”, laddove è previsto che, in caso di assoluzione o proscioglimento, non appena informato, il giornalista ne dà notizia con appropriato rilievo e adeguata tempestività.
Noi, con questo emendamento e con il successivo, proponiamo di sostituire quest'ultima formulazione - che è certamente un passo importante, un miglioramento significativo, perché cancella l'identità dello spazio, l'analogia dello spazio -, con la versione già oggi prevista, in modo pedissequo, all'articolo 24 del codice deontologico dei giornalisti. Chiediamo, dunque, di sostituire il rilievo adeguato con l'appropriatezza del rilievo e l'adeguata tempestività della notizia .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'emendamento 1.1000 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo agli identici emendamenti 1.33 D'Orso e 1.1001 Gianassi. Ha chiesto di parlare l'onorevole D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Con questo emendamento intendiamo sostituire le parole, che sono contenute nel testo, secondo cui occorrerebbe dare notizia del relativo procedimento penale o di atti o provvedimenti relativi al medesimo procedimento con “rilievo adeguato allo spazio già riservato al relativo procedimento penale”. Intendiamo sostituirle dicendo di dare pubblicità con “appropriato rilievo”, punto.
Questo perché? Per eliminare quel richiamo allo spazio, all'adeguatezza collegata allo spazio già riservato al relativo procedimento penale.
E lo facciamo non per un pregiudizio ideologico o quant'altro, ma lo facciamo perché forse non vi siete accorti che collegare lo spazio che dovrebbe essere riservato, sarà riservato a una sentenza di assoluzione, con lo spazio che, nel corso del tempo dell'intero procedimento penale, sia stato riservato allo svolgimento, quindi agli aggiornamenti, all'evoluzione e ai vari atti che vengono emessi durante un procedimento penale che può avere, come tutti sappiamo, addirittura ben tre gradi di giudizio, quindi andare a coinvolgere un arco temporale molto, molto ampio - è uno spazio, quindi, molto, molto, ampio -, ecco collegare la pubblicità della sentenza di assoluzione a quel vincolo lì è irragionevole; è semplicemente irragionevole, è andare ad imporre - lo dicevo anche in discussione generale - un adempimento inesigibile. Non è possibile esigere che lo spazio riservato alla pubblicità di una sentenza di assoluzione o di un provvedimento di archiviazione sia, in qualche modo, analogo o, comunque, l'adeguatezza possa essere verificata sulla scorta dello spazio già riservato a un intero procedimento penale.
In sede di discussione generale vi ho fatto un esempio, proprio perché dobbiamo dire le cose come stanno. Ho fatto l'esempio del caso Garlasco, che per ora è alla ribalta della cronaca quotidiana: ogni sera c'è almeno una trasmissione televisiva - parlo in questo caso di trasmissioni televisive, ma l'obbligo è anche per le testate giornalistiche televisive, perché, nero su bianco, è scritto nella proposta di legge -, e, quindi, noi abbiamo praticamente la narrazione minuto per minuto di questo caso, a reti quasi unificate, tutte le sere.
Ora, se passasse questa proposta di legge così come è scritta, io mi chiedo se un domani Sempio dovesse essere raggiunto da un provvedimento a lui favorevole, un'archiviazione piuttosto che una sentenza di assoluzione, cosa dovrebbe chiedere? Cioè l'adeguatezza rispetto alla pubblicità, al dare notizia della sua assoluzione, correlata allo spazio già riservato per tutto il procedimento penale a lui dedicato - annessi e connessi -, cosa dovrebbe richiedere? E la verifica dell'adeguatezza di questo spazio dedicato dove ci dovrebbe portare?
A dire che ogni giorno per - non so - dei mesi, ogni sera anche, perché dobbiamo fare pure conto per quanto riguarda le trasmissioni televisive, perché qui nessuno ne ha parlato, ma anche loro avranno questo obbligo; dobbiamo anche far conto della fascia in cui raccontare e dare pubblicità. Perché noi sappiamo bene che una fascia in prima serata vale molto di più in termini di risonanza mediatica, rispetto a una fascia della mattina, alle 8,00 o alle 9,00, non so; ora non sono un'esperta, però lo diventeremo esperti un po' tutti perché, se si dovrà applicare questa legge, bisognerà anche fare i conti con questo genere di conoscenze.
Quindi vi invito, spogliandovi da qualsiasi pregiudizio ideologico e da una fede cieca verso un obiettivo, a guardare alla praticabilità dell'obiettivo proprio sul piano della concretezza e della possibilità di adempiere a quello che voi scrivete nero su bianco, se volete che questa proposta di legge, in qualche modo, abbia una sua utilità. Altrimenti, davvero state solamente, per l'ennesima volta, mettendo una bandierina, facendo soltanto propaganda, ma con l'unico obiettivo di rendere la vita impossibile al giornalismo, perché questo è poi alla fine, di qualsiasi natura si tratti perché, ripeto, anche qua sono coinvolte testate giornalistiche, televisive e radiofoniche e chi più ne ha più ne metta. Quindi, non solo la carta stampata o non solo le testate
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Come AVS voteremo convintamente a favore di questo emendamento. Perché? Perché, nei lavori in Commissione, opportunamente è stato approvato un emendamento che ha tolto il riferimento nel primo comma alle modalità della notizia per come è stata data; però è rimasto il riferimento, invece, allo spazio. Allora, probabilmente è un refuso, un refuso più di natura politica, perché lo spazio attiene alle modalità. Quindi, nel momento in cui noi abbiamo tolto il riferimento alle modalità, implicitamente dovrebbe essere tolto il riferimento anche allo spazio, perché lo spazio attiene alle modalità.
In qualche modo, con quel riferimento si continua a mantenere un riferimento che va a legare le mani al giornalista, anche perché si fa riferimento allo spazio in senso specifico, in senso stretto, cioè come misura anche dello spazio da riservare sul giornale, per intenderci, oppure in senso generico. Sarebbe davvero opportuno togliere anche quel riferimento proprio perché, a mio parere, quando politicamente, correttamente, anche la maggioranza ha approvato quell'emendamento, togliendo il riferimento alle modalità, implicitamente dovrebbe essere incluso anche lo spazio, perché lo spazio è una modalità. Per questo motivo voteremo a favore .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sugli identici emendamenti 1.33 D'Orso e 1.1001 Gianassi, con il parere contrario della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'articolo 1. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo 1.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva
Passiamo all'articolo aggiuntivo 1.0500, da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-del Regolamento. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'articolo aggiuntivo 1.0500, da votare ai sensi dell'articolo 86, comma 4-, del Regolamento, con il parere favorevole della Commissione e del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera approva .
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli ordini del giorno presentati .
Avverto che gli ordini del giorno n. 9/632-A/7 Serracchiani e n. 9/632-A/8 Scarpa sono stati ritirati dalle presentatrici.
Invito adesso il rappresentante del Governo a esprimere i relativi pareri.
ALBERTO BALBONI,. Sugli ordini del giorno n. 9/632-A/1 Cafiero De Raho, n. 9/632-A/2 D'Orso, n. 9/632-A/3 Ascari e n. 9/632-A/4 Giuliano il parere del Governo è contrario. Sull'ordine del giorno n. 9/632-A/5 Gianassi il parere è favorevole con riformulazione dell'impegno, che dovrebbe diventare: “a proseguire e completare il percorso di tutela delle garanzie della libertà di stampa, nel rispetto della normativa dell'Unione”.
Sull'ordine del giorno n. 9/632-A/6 De Luca il parere è contrario, ma è favorevole se riformulato nelle premesse e nell'impegno come l'ordine del giorno n. 9/632-A/5 Gianassi.
PRESIDENTE. Quindi, è favorevole, previa riformulazione?
PRESIDENTE. Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/1 Cafiero De Raho, su cui il parere del Governo è contrario. Ha chiesto di parlare l'onorevole Cafiero De Raho. Ne ha facoltà.
FEDERICO CAFIERO DE RAHO(M5S). Grazie, Presidente. Quest'ordine del giorno, sostanzialmente, riproduce l'emendamento, nel senso che si vorrebbe che, almeno come impegno del Governo, si arrivasse a rivalutare quella parte della normativa che, in realtà, noi riteniamo non in linea con le finalità della legge. Perché viene proposta e approvata questa legge? Perché si vuole, sostanzialmente, riparare a quelle che sono state le notizie di stampa che hanno evidenziato il procedimento penale o anche il processo penale nei confronti di determinati soggetti che poi sono stati assolti.
L'innocenza che viene affermata nella sentenza merita una sua diffusione, bisogna che non soltanto l'interessato venga riparato nelle conseguenze di quelle prime notizie, ma, al tempo stesso, la comunità sappia che quel procedimento penale si è concluso con una sentenza. Ebbene, quello che è il principio che informa questa normativa non trova sostanzialmente applicazione laddove la sentenza è di non doversi procedere perché è intervenuta un'amnistia o perché è intervenuta una prescrizione. In questo caso non è affermata l'innocenza del soggetto che merita la riparazione che la legge si pone come obiettivo.
In questo caso, in realtà, abbiamo un contenuto diverso della sentenza. La sentenza, sostanzialmente, rileva che non ci sono elementi per ritenere l'innocenza, e quindi per assolvere il soggetto, per cui dichiara il non doversi procedere per prescrizione o amnistia, applicando quindi questa causa di improcedibilità e di estinzione del reato. Noi pensavamo, con quest'ordine del giorno, di invitare il Governo ad assumersi l'impegno almeno a rivedere in futuro questa parte della normativa, ma anche qui - non direi inaspettatamente, anzi, direi ben prevedendo quello che sarebbe stato il parere - abbiamo proposto l'ordine del giorno e puntualmente ne abbiamo avuto il rigetto con questo parere contrario.
Noi riteniamo che almeno sotto il profilo dell'impegno del Governo sia necessario che si intervenga per modificare in futuro la legge o quantomeno per trovare tutti gli accorgimenti possibili perché la legge non trovi effetto in queste circostanze.
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/1 Cafiero De Raho, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/2 D'Orso. Ha chiesto di parlare la deputata D'Orso. Ne ha facoltà.
VALENTINA D'ORSO(M5S). Grazie, Presidente. Questa è l'ultima occasione per continuare a fare un supplemento di riflessione sul tema di cui parlavo prima. Allora, avete bocciato l'emendamento che tendeva a sostituire la formulazione con la dicitura di dare pubblicità alla notizia con appropriato rilievo. Tra l'altro, una locuzione che abbiamo preso dal codice deontologico dei giornalisti, per cui questo obbligo, questo dovere deontologico di dare pubblicità alle sentenze di assoluzione già esiste.
Questo è un ordine del giorno, quindi è chiaro che si tratta di un atto che impegna il Governo in modo ben più blando. Non va a sostituire un testo ma, quantomeno, vi sollecita - ripeto - ulteriormente ad una riflessione e, soprattutto, vi sollecita a monitorare gli effetti derivanti dalla disposizione relativa all'adeguatezza della pubblicazione. Cioè, io in qualche modo vi sto dicendo: quantomeno prendetevi la briga di monitorare cosa comporterà il fatto di avere pervicacemente lasciato nel testo il riferimento per cui l'adeguatezza della pubblicità data alla notizia della sentenza di assoluzione sia correlata rispetto allo spazio già riservato alla notizia del procedimento penale. Quantomeno monitorate se vi saranno quegli effetti di cui vi raccontavo prima, in qualche modo, nel precedente intervento, cioè di un eccessivo numero di richieste che arrivano alle testate giornalistiche rispetto alla pubblicazione delle sentenze di assoluzione; specie perché non avete neanche voluto precisare “sentenze irrevocabili di assoluzione”.
Quindi, monitorate se questo manderà in affanno le linee editoriali perché, in qualche modo, verrà assolutamente soffocata quella che oggi è la libertà degli editori, dei responsabili delle testate giornalistiche, di decidere cosa è rilevante come notizia, cosa non è rilevante e lo spazio da dedicarvi - e per spazio intendiamo anche quello, ad esempio, di una testata cartacea, potremmo dire così, quindi della stampa cartacea - che è anche in relazione al numero di pagine, quindi all'impaginazione del giornale stesso.
Ma così potremmo dire anche per le testate perché, chiaramente, anche lì, cosa vuol dire l'adeguatezza dello spazio già riservato al procedimento penale? Mi deve imporre che la notizia venga indicizzata come una delle prime notizie della schermata che mi arrivano, dell'? Quindi, in o in sezioni collaterali o, comunque, in calce rispetto alla pagina? Ecco, c'è tutta una serie di aspetti che poi sono profondamente pratici su cui questa formulazione, che voi avete mantenuto, potrebbe impattare.
Ripeto, questo era un ordine del giorno che, in qualche modo, vi sollecitava ad assumervi una responsabilità che era quella quantomeno del monitoraggio dell'impatto di queste norme che intendete introdurre, e anche a questo avete detto di no.
Anche qui, quindi, mi trovo a dover pensare che non c'è superficialità, ma c'è assoluta determinazione nel voler rendere la vita impossibile ai giornalisti .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/2 D'Orso, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/3 Ascari.
Ha chiesto di parlare la deputata Ascari. Ne ha facoltà.
STEFANIA ASCARI(M5S). Grazie, Presidente. Dispiace sapere che c'è un parere contrario su quest'ordine del giorno dal momento che qui si parla della tutela dei giornalisti e delle giornaliste, su cui ci aspettavamo una posizione chiara, e purtroppo ci sbagliavamo. E dispiace sapere ancora oggi quanto evidentemente fa paura la verità.
Chi svolge attività giornalistica e di inchiesta esercita una funzione essenziale per la vita democratica del Paese ed è una tutela a difesa del diritto dei cittadini e delle cittadine a essere informati, perché colpire una giornalista o un giornalista non significa colpire soltanto una persona, significa colpire la libertà di informazione e comprimere uno spazio fondamentale della democrazia.
Troppo spesso assistiamo a un utilizzo distorto - possiamo proprio dire questo - degli strumenti giudiziari non per ristabilire la verità o tutelare diritti lesi, ma per intimidire, per consumare risorse economiche, per scoraggiare inchieste e generare paura.
L'obiettivo non è ottenere giustizia, l'obiettivo è indurre al silenzio. Un giornalista che deve scegliere se pubblicare un'inchiesta o evitare anni di contenziosi, costi insostenibili e pressioni personali non sta esercitando una libertà piena. Una democrazia nella quale la paura produce autocensura è una democrazia che si indebolisce.
Per questo occorre introdurre strumenti concreti di protezione, di individuazione rapida delle azioni manifestamente abusive, adeguate misure risarcitorie per le vittime delle cause temerarie, sanzioni efficaci per chi utilizza il processo in maniera strumentale e garanzie rafforzate per chi svolge attività giornalistica nell'interesse pubblico e soprattutto nel rispetto di quelle che sono le direttive dell'Unione europea.
Vorrei ricordare - e chiudo - che difendere le giornaliste e i giornalisti significa difendere il diritto dei cittadini e delle cittadine a conoscere i fatti. Uno Stato che protegge l'informazione libera è uno Stato che protegge la propria democrazia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Dori. Ne ha facoltà.
DEVIS DORI(AVS). Grazie, Presidente. Anzitutto, se la collega lo consente, come gruppo AVS, vorremmo sottoscrivere l'ordine del giorno. Ecco, io chiederei, però, al Governo l'accantonamento di quest'ordine del giorno e di tutti quelli che riguardano la direttiva anti-SLAPP, perché è davvero incredibile… e invito, anzi, i colleghi di maggioranza a interloquire con il Governo per l'accantonamento, magari con una riformulazione, perché di fatto state dando un parere contrario secco ad attuare una direttiva dell'Unione europea. Quindi, di fatto, state dicendo che questa direttiva non intendete attuarla.
Se non è così - perché vedo il Sottosegretario che fa cenno di no con la testa - vuol dire che, magari, ce lo spiegherà adesso, al termine del mio intervento, quando immagino che rigetterà a questo punto l'accantonamento, perché in realtà non è così come dico.
Se date un parere contrario quando chiediamo l'attuazione della direttiva anti-SLAPP, vuol dire che volete andare in procedura di infrazione. Lo diciamo già, lo dite già con questo parere contrario.
Se non è così, perché il Governo ogni tanto non si alza e precisa? Perché potremmo anche sbagliarci, magari interpretiamo male noi.
Qui, di fatto, stiamo chiedendo di attuare la direttiva anti-SLAPP per le azioni temerarie, quindi per l'utilizzo strumentale del contenzioso giudiziario nei confronti dei giornalisti e operatori dell'informazione. È veramente incredibile il parere contrario. Mi aspettavo almeno una riformulazione, le solite blande riformulazioni del Governo che poi non portano a nulla, ma almeno un segnale. Questo segnale politico è veramente preoccupante e certo non da Paese democratico .
PRESIDENTE. Quindi, chiedo al Sottosegretario, rispetto alla richiesta di accantonamento, qual è l'intenzione del Governo.
ALBERTO BALBONI,. Il Governo non accetta e non si adegua alla richiesta di accantonamento, perché vorrei far notare che l'obbligo di uniformarsi alle direttive europee fa già parte del nostro ordinamento giuridico.
Non c'è alcuna ragione per richiamare il Governo o il Parlamento ad adeguarsi a un obbligo che fa già parte del nostro ordinamento giuridico, perché, come è stato appena ricordato, si tratta di una direttiva; quindi gli obblighi sono già chiari, senza bisogno di un ulteriore ordine del giorno.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Gianassi. Ne ha facoltà.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Sì, grazie, Presidente. Saluto il Sottosegretario Balboni, gli auguro comunque buon lavoro. Credo sia la prima occasione che è in quest'Aula, non ho doti di interpretare il futuro e tendo a pensare che saremo su posizioni sempre contrapposte, ma gli auguro buon lavoro.
Rispetto alla cortese risposta alla domanda dell'onorevole Dori, ossia che il Governo considera assolutamente non convincente la sollecitazione a proporre una riformulazione del testo che riguarda un impegno sulla direttiva anti-SLAPP, le chiedo per quale motivo, invece così cortesemente, sul mio ordine del giorno, che esamineremo successivamente e che tratta lo stesso tema di quello proposto dal collega, in relazione alla direttiva anti-SLAPP, abbia proposto una riformulazione nel senso di proseguire e di completare quell'operazione. Evidentemente, è una contraddizione, perché si tratta dello stesso tema; poi spiegherò perché non accetto la riformulazione. Tuttavia, dandole il benvenuto e augurandole buon lavoro in questa sede, di fronte alle sollecitazioni di buonsenso su un tema così importante come quello della tutela dei giornalisti, mi permetto di suggerirle di non arroccarsi su posizioni difensiviste rispetto alle iniziative dell'opposizione che hanno solo l'interesse di tutelare una categoria che è fondamentale per l'espletamento della ordinaria e naturale vita democratica del nostro Paese.
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Piccolotti. Ne ha facoltà.
ELISABETTA PICCOLOTTI(AVS). Grazie, Presidente. Io penso che ci sia un malinteso, Sottosegretario, e ora glielo spiego. Il Governo si è impegnato a recepire la direttiva europea, con l'ultima legge di recepimento delle direttive, esclusivamente per la parte che riguarda le querele transnazionali. La direttiva, però, in un altro punto, invita a considerare la possibilità di estendere le norme anche alle querele che si svolgono sul territorio nazionale e che non hanno una caratteristica transnazionale. È chiaro che la stragrande maggioranza delle querele temerarie viene avanzata in ambito nazionale; sono, invece, pochissime quelle che riguardano gli ambiti transnazionali. Quindi, recependo la norma esclusivamente per l'ambito transnazionale, è come se lasciaste completamente invariato la disciplina per quanto riguarda, invece, lo spazio del dibattito e della stampa italiana. Sostanzialmente, vi state rifiutando di proteggere i giornalisti italiani dalle querele temerarie. È per questa ragione che, invece di dare parere negativo, avreste dovuto esprimere un parere positivo oppure proporre una riformulazione. La sua giustificazione rispetto al fatto che sono obblighi contenuti nella direttiva non risponde a questi ordini del giorno e che è calzante rispetto al caso, perché, come le ho detto, l'obbligo della direttiva è esclusivamente nella querela transnazionale, ma c'è un invito ai Parlamenti a recepirla in tutti gli altri settori, in particolare quello nazionale .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, passiamo ai voti.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/3 Ascari, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/4 Giuliano. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/4 Giuliano, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
.
Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/5 Gianassi, su cui il parere del Governo è favorevole, previa riformulazione. Accetta la riformulazione, onorevole Gianassi? L'ha già detto prima, ma per gli atti lo dobbiamo chiedere.
FEDERICO GIANASSI(PD-IDP). Presidente, non accetto né la riformulazione relativa all'ordine del giorno n. 9/632-A/5, né quella relativa all'ordine del giorno n. 9/632-A/6 De Luca. Intervengo per entrambi gli ordini del giorno con un unico intervento.
In relazione all'atto con il quale chiediamo di impegnare il Governo sulla piena attuazione della tutela dei giornalisti e, in particolare, dei principi contenuti nella direttiva anti-SLAPP, posso comprendere - ma non condivido - che il Governo mi inviti a riformulare il testo, sostenendo nella riformulazione che il Governo intende proseguire e completare l'operazione. In che senso lo comprendo? La legge di delegazione europea è stata approvata. Non lo condivido, perché, in realtà, quell'aspetto che noi ritenevamo importante non è contenuto all'interno della legge di delegazione europea.
In relazione al primo punto, cioè il mio ordine del giorno n. 9/632-A/5, non siamo in presenza né di un proseguimento, né di un completamento: siamo in presenza dell'inerzia del Governo e del Parlamento, perché quell'atto si riferisce alla sentenza della Corte costituzionale del 2021 che ha stabilito che è costituzionalmente illegittima la norma - l'articolo 13 della legge sulla stampa del 1948 - che impone il carcere ai giornalisti condannati per diffamazione aggravata. È pertanto necessario che il Parlamento intervenga per adempiere a quel principio costituzionale, senza lasciare quell'incertezza che poi, inevitabilmente, la giurisprudenza deve colmare nel rispetto dei principi europei, che sono sovraordinati ed entrano nel nostro ordinamento. Qui, a nostro giudizio, in realtà, siamo assolutamente fermi e, in relazione alla tutela dei giornalisti, affermando con pienezza i principi contenuti nella direttiva anti-SLAPP, riteniamo che ciò che è stato fatto sia in realtà assolutamente insufficiente.
Poiché la riformulazione è certamente un atto di cortesia, ma, sostanzialmente, quella riformulazione sottintende l'espressione di un giudizio favorevole, positivo e compiacente verso il Governo, rigetto, con la medesima cortesia, la proposta di modifica che ha suggerito il Sottosegretario, perché non abbiamo né compiacenza, né stima politica nei confronti delle azioni del Governo, su questo come su tanti altri punti. Quindi chiedo che l'Aula voti il testo nella sua versione originaria, con la quale proponiamo di estendere le tutele dell'ordinamento alla categoria dei giornalisti e delle giornaliste, già sul presupposto di intervenute sentenze della Corte costituzionale e di orientamenti europei che vanno in quella direzione.
Chiediamo di farlo con questo atto perché domani esprimeremo un voto finale su un provvedimento che afferma un principio, quello in forza del quale il giornalista che ha dato notizia del procedimento deve dare notizia anche dell'esito del procedimento. Il proponente ha affermato che questo è un principio di ragionevolezza; noi rispondiamo che i principi di ragionevolezza non valgono a giorni alterni.
Dunque, l'occasione parlamentare e legislativa è una buona occasione per dimostrare che, se si ritiene importante ispirarsi, nell'attività legislativa, ai principi di ragionevolezza, lo si faccia con coerenza, sempre. Il giornalismo italiano oggi ha la necessità di un aggiornamento degli strumenti che tutelino la libertà di quella professionalità, soprattutto in una fase storica nella quale le democrazie occidentali vivono situazioni di grande criticità e difficoltà. È una ragione in più per rafforzare gli strumenti a tutela di quelle categorie e di quei soggetti che, nel nostro Paese, contribuiscono ad alimentare la qualità della nostra democrazia.
Per questo ringrazio il Sottosegretario per la proposta di riformulazione avanzata, ma la respingo e chiedo di votare il testo nella sua versione originaria .
PRESIDENTE. Se nessun altro chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/5 Gianassi, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
Passiamo all'ordine del giorno n. 9/632-A/6 De Luca. Onorevole De Luca, accoglie la riformulazione? No. Se nessuno chiede di intervenire, lo pongo in votazione.
Indìco la votazione nominale, mediante procedimento elettronico, sull'ordine del giorno n. 9/632-A/6 De Luca, con il parere contrario del Governo.
Dichiaro aperta la votazione.
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Dichiaro chiusa la votazione.
La Camera respinge .
È così esaurito l'esame degli ordini del giorno presentati.
Secondo le intese intercorse, lo svolgimento delle dichiarazioni di voto finale e della votazione finale avrà luogo nella seduta di domani, giovedì 28 maggio, a partire dalle ore 9,30.
PRESIDENTE. Comunico che il presidente del gruppo parlamentare Misto, con lettera pervenuta in data odierna, ha reso noto che il deputato Edoardo Ziello è stato nominato vicepresidente del gruppo in rappresentanza della componente politica “Futuro Nazionale Vannacci-Free”.
PRESIDENTE. Avverto che, nella parte pomeridiana della seduta di domani, giovedì 28 maggio, essendo stato richiesto il rinvio dell'unico atto presentato, lo svolgimento delle interpellanze urgenti non avrà luogo. Ripeto, non avrà luogo.
Avverto altresì che, a seguito dell'odierna riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, la discussione generale del disegno di legge n. 2865, recante proroga di termini per l'esercizio di deleghe legislative di competenza del Ministero dell'Interno, anch'essa prevista per la parte pomeridiana della seduta di domani, è stata rinviata alla seduta di mercoledì 3 giugno.
Avverto infine che, come convenuto nell'odierna riunione della Conferenza dei presidenti di gruppo, nella seduta di domani, al termine delle votazioni, avranno luogo interventi dei gruppi in occasione dell'80° anniversario del riconoscimento del diritto di voto alle donne.
PRESIDENTE. Passiamo agli interventi di fine seduta.
Ha chiesto di parlare la deputata Morfino. Ne ha facoltà.
DANIELA MORFINO(M5S). Grazie, Presidente. Intervengo per denunciare, con forza, quanto accaduto in provincia di Palermo, a Villagrazia di Carini, ai danni, ancora una volta, della Sicily by Car, che aveva inaugurato il punto vendita il 7 maggio scorso. La scorsa notte, poco prima di mezzanotte, hanno bruciato 20 macchine, di cui 10 completamente distrutte, parcheggiate nello . Le telecamere hanno filmato, seppure a distanza, le scene: si vedono, concretamente, tre persone entrare, dopo aver scavalcato la recinzione e appiccare le fiamme. Noi non possiamo ignorare il contesto nel quale questo episodio si inserisce. Parliamo, infatti, della stessa azienda che, appena pochi mesi fa, a marzo, era già stata oggetto di un gravissimo attentato armato: colpi di esplosi contro il deposito di via San Lorenzo, a Palermo.
Oggi, davanti a un nuovo episodio che colpisce la medesima realtà imprenditoriale, non possiamo limitarci alle rituali espressioni di solidarietà, perché qui il punto non riguarda soltanto un imprenditore o un'azienda, riguarda il clima che si respira oggi a Palermo. Oggi Palermo è abbandonata. Negli ultimi mesi, assistiamo a un' preoccupante di incendi dolosi, intimidazioni, aggressioni e atti criminali, che stanno colpendo attività commerciali, esercenti e cittadini. Penso anche a quanto è accaduto a Sferracavallo, dove si sono verificati ripetuti episodi di violenza e tensioni che hanno aumentato il senso di insicurezza tra residenti e operatori economici.
Allora, Presidente, Palermo non può essere lasciata sola. Non possiamo permettere che si diffonda l'idea di un territorio in cui la violenza criminale torna a colpire indisturbata. Lo Stato deve esserci subito, con fermezza e autorevolezza e la politica ha il dovere di alzare l'attenzione prima che questi episodi diventino normalità. Il Ministro Piantedosi si svegliasse dal letargo, politico e amministrativo, in cui sembra essersi confinato da troppo tempo .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Ferrara. Ne ha facoltà.
ANTONIO FERRARA(M5S). Grazie, Presidente. Intervengo sul caso Zambelli, non per commentare decisioni giudiziarie, ma per porre una questione politica, una questione coerente con quanto è successo nelle ultime decisioni della Cassazione. Praticamente, da quanto è stato riportato dagli organi di stampa, su uno dei progetti relativi alla richiesta di estradizione verso il Brasile c'è stato un pronunciamento in Italia e ne prendiamo atto come fatto istituzionale. Fine. Non è questo il punto del mio intervento. Il punto è un altro. Sempre da quanto riportato dai resta aperto un secondo profilo, quello di una condanna a cinque anni e tre mesi per porto d'arma illegale e costrizione illegale. E qui una domanda viene posta, perché esiste un video in cui questa Zambelli - che è una deputata brasiliana, bolsonarista - insegue una persona in pieno giorno, a San Paolo, con un'arma in pugno, perché era stata contestata durante la campagna elettorale; sono anche stati sparati dei colpi.
Il tema rimane enorme, perché non tutto può diventare una persecuzione politica. Qui non basta appartenere alla destra bolsonarista per trasformare ogni vicenda giudiziaria in martirio; non basta far parte di quella rete della destra radicale internazionale, che per anni ha fatto asse tra Brasile, Argentina, Ungheria e Stati Uniti, per pretendere sempre una forma di narrazione di comodo. Perché lo schema è sempre lo stesso: quando la giustizia riguarda gli avversari di una certa destra, diventa inflessibile, severa, quasi feroce; quando, invece, riguarda i propri riferimenti politici, tutto cambia. Le condanne diventano sospette, i processi diventano complotti, le responsabilità diventano persecuzioni. È una destra che predica ordine, autorità, legge e sicurezza, però, quando le stesse parole bussano alla porta dei propri amici, l'ordine sparisce, la legge diventa elastica e la sicurezza si trasforma in propaganda. E, allora, diciamolo con chiarezza: la legalità non può essere una clava contro gli avversari e una carezza quando riguarda gli amici, non può essere rigida per qualcuno e comodamente flessibile per qualcun altro, perché questa non è legalità, è appartenenza politica travestita da principio .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Urzi'. Ne ha facoltà.
ALESSANDRO URZI'(FDI). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghi, sabato 30 maggio, per tutta la giornata, sarà il caos. Voglio spiegarmi: ci sarà il blocco previsto sul tratto autostradale del Brennero, sul versante austriaco. Chiusa l'autostrada, chiusa la statale: questo per una manifestazione ambientalista, che è annunciata di 7 ore, ma, di fatto, il blocco del traffico stradale e autostradale sarà per l'intera giornata. È veramente gravissimo, Presidente: è incomprensibile l'irrigidimento delle autorità politiche, ma anche giurisdizionali tirolesi, anche perché non sfugge a nessuno che sarà il ponte del 2 giugno, con un traffico assolutamente oltre le previsioni. Non sfugge a nessuno, eppure si è fatto finta di non comprenderlo e di non saperlo.
La manifestazione ambientalista, Presidente, è pensata per colpire gli interessi italiani e, soprattutto, l'autotrasporto italiano. Per il traffico pesante italiano sono già scattati, da parte delle autorità italiane - la prefettura di Verona -, i divieti per l'intero arco della giornata e l'invito a seguire altre direttrici, quindi il Tarvisio, la Svizzera oppure la Francia. Faccia conto che, giornalmente, sono previsti circa 70.000 passaggi di veicoli al giorno: ci sarà un'assoluta costrizione di questi passaggi e, quindi, ci saranno code di proporzioni mai viste.
La Coldiretti, Presidente, solo poche giornate fa, ha svolto una grandissima manifestazione, molto frequentata, al Brennero, sul versante italiano, senza nessun tipo di rallentamento, senza code, senza disagi per gli utenti della strada. Manifestare è possibile, ma vanno anche garantiti i diritti alla mobilità. Il 30 maggio, Presidente, semplicemente si è deciso di non farlo. L'Europa deve essere anche libera circolazione. Questo il 30 maggio, sul versante austriaco del Brennero, non sarà garantito e noi abbiamo il dovere di denunciare la nostra massima indignazione e preoccupazione per le conseguenze, anche di ordine pubblico, che si determineranno soprattutto sul versante italiano e per l'intero Nord Italia .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole De Maria. Ne ha facoltà.
ANDREA DE MARIA(PD-IDP). Grazie, Presidente. Oggi si è svolta davanti al GIP, a Roma, un'udienza relativa alla richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Roma per le indagini sulla strage di Ustica.
Noi l'abbiamo detto con altri colleghi, con don Luigi Ciotti, con la presidente dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, in una conferenza stampa, ieri, e lo voglio ridire oggi in Aula: credo che sia importante che quell'inchiesta non venga archiviata e si continui a cercare la verità sulla strage di Ustica. Lo dobbiamo alle vittime, ai loro familiari, lo dobbiamo alla nostra dignità nazionale perché la notte del 27 giugno 1980 sui cieli di Ustica c'è stata una battaglia aerea, quindi, c'è stata anche una violazione della sovranità nazionale del nostro Paese.
A questo voglio aggiungere che il mio auspicio è che nelle prossime udienze - la prossima è fissata il 24 giugno - l'Avvocatura dello Stato, che sarà presente, si dichiari anch'essa perché le indagini proseguano e perché l'inchiesta non venga archiviata.
Peraltro, questo sarebbe un segnale importante anche con riferimento alla volontà del Governo su questo aspetto così significativo per il Paese, anche perché noi, io e altri colleghi, continueremo a chiedere - io l'ho fatto con tante iniziative parlamentari - che il Governo assuma tutte le iniziative utili verso Paesi amici dell'Italia, come la Francia e gli Stati Uniti, per acquisire quelle informazioni che mancano all'indagine della nostra magistratura al fine di fare piena luce sulla strage di Ustica.
Approfitto di questo intervento di fine seduta anche per dire che ci sono quattro colleghi che in questo momento non mi possono ascoltare. Sono i colleghi Casu, Ciani, Orrico e Marianna Ricciardi che sono stati espulsi, com'è accaduto anche a me, perché hanno partecipato a quell'iniziativa a difesa dei valori costituzionali, della dignità del Parlamento, a fronte della conferenza stampa, in cui era presente CasaPound, sulla proposta della remigrazione.
Siamo stati colpiti da un provvedimento che io ritengo anche infondato sul piano del Regolamento della Camera e, quando i nostri colleghi non ci sono per questa ragione, noi in Aula lo ricordiamo sempre .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Pellegrini. Ne ha facoltà.
MARCO PELLEGRINI(M5S). Grazie, Presidente. Per la strage di Ustica - dopo le dichiarazioni dell'ex Presidente Cossiga erano state riaperte le indagini e ormai sono passati quasi 18 anni - la procura di Roma ha fatto un gran lavoro, ha praticamente ribadito, anzi, acquisito altre informazioni che configurano un quadro su cui non ci sono più dubbi: quella tragica sera di giugno del 1980 sui cieli di Ustica ci fu una guerra in tempo di pace, uno scontro di guerra in tempo di pace. Conosciamo più o meno tutto quello che è successo, manca di accertare la responsabilità del Paese, dell'aereo, del mezzo navale che ha materialmente buttato giù - purtroppo abbattuto - il DC-9.
Noi crediamo che, stante questa situazione che è una situazione di stallo - ripeto: diamo atto del grandissimo lavoro che ha fatto la procura - occorra un passo in più. Quindi, occorrono due cose. Innanzitutto, che la politica faccia la sua parte, perché noi dobbiamo pretendere, come Governo, come Stato italiano, come forze politiche - e lo hanno già fatto tutte le forze di opposizione - che i Paesi nostri alleati, segnatamente Francia e Stati Uniti, invece di raccontare bugie, come hanno fatto in tutti questi anni, comincino a raccontare la verità.
Con questo intervento di fine seduta chiedo e chiediamo che - oltre agli avvocati delle parti civili e delle vittime che stanno chiedendo di non archiviare, quindi, di continuare le indagini, anche perché vengono fuori, giorno per giorno, evidenze ulteriori che rafforzano il lavoro dei magistrati e oggi gli avvocati hanno reso una grande e bellissima spiegazione anche dal punto di vista tecnico - anche la Presidenza del Consiglio, che è costituita in questo procedimento ed è rappresentata dall'Avvocatura dello Stato, si associ alla richiesta di non archiviazione e, quindi, si associ alla richiesta di prosecuzione delle indagini.
Noi confidiamo che questo possa accadere e confidiamo che una buona volta, dopo tanti anni, si arrivi a mettere un punto fermo su quella che è stata una strage davvero terrificante, in cui sono morti 81 italiani innocenti .
PRESIDENTE. Ha chiesto di parlare l'onorevole Borrelli. Ne ha facoltà.
FRANCESCO EMILIO BORRELLI(AVS). Grazie, Presidente. Intervengo per informare l'Aula che oggi il consiglio regionale della Campania, all'unanimità, su proposta dei due consiglieri regionali di AVS, Ceparano e Andreozzi, ha approvato un ordine del giorno per chiedere al Parlamento italiano di attivarsi sulla vergogna delle tariffe RC Auto, che danneggiano in particolare, senza alcuna ragione etica o giuridica, i cittadini del Centro e Sud Italia e delle isole, in particolare ancor di più i cittadini del napoletano e del casertano, solo per il fatto di vivere in quei territori.
Faccio presente che c'è stato il voto favorevole anche degli eletti del centrodestra in Campania, che hanno espresso pubblicamente la volontà che il loro Governo e la loro maggioranza approvino una norma, che è stata già presentata due volte in questa legislatura, sulla tariffa unica per chi non commette sinistri. Siamo tutti uguali davanti alle leggi, siamo tutti uguali se non commettiamo sinistri davanti alle assicurazioni.
Mi auguro che questa nota, che arriverà ben presto al Presidente della Camera, al Presidente del Senato, al Presidente del Consiglio, faccia fare un sussulto a questa maggioranza, approvando una norma indispensabile per l'equità di tutti i cittadini.
PRESIDENTE. Sono terminati gli interventi di fine seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
ENRICO COSTA e MATONE: Modifiche al codice di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, in materia di pubblicità delle sentenze di assoluzione o proscioglimento. (C. 632-A)
e dell'abbinata proposta di legge: MATONE ed altri. (C. 2328)
: ENRICO COSTA.
2.
Relatrice: AMBROSI.
3.
4.
5.
COLOSIMO ed altri: Misure per la protezione e l'assistenza dei minorenni e degli adulti di riferimento nei contesti di criminalità organizzata ("Liberi di Scegliere"). (C. 2696-A)
Relatrice: VARCHI.
6.
Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile. (C. 2669-A)
e dell'abbinata proposta di legge: LUPI ed altri. (C. 1742)
: ZINZI e ZUCCONI, per la VIII Commissione; CAVO e SQUERI, per la X Commissione.
7.
D'ATTIS ed altri: Interventi per la prevenzione e la lotta contro il virus dell'immunodeficienza umana (HIV), la sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS), il papilloma virus umano (HPV) e le infezioni a trasmissione sessuale. (C. 218-A)
e delle abbinate proposte di legge: ZANELLA; SPORTIELLO ed altri; GIRELLI. (C. 948-1078-1198)
: D'ATTIS.