PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito il deputato Segretario a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.
FILIBERTO ZARATTI, legge il processo verbale della seduta del 12 giugno 2026.
PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
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PRESIDENTE. Comunico che, ai sensi dell'articolo 46, comma 2, del Regolamento, i deputati in missione a decorrere dalla seduta odierna sono complessivamente 81, come risulta dall'elenco consultabile presso la Presidenza e che sarà pubblicato nell' al resoconto stenografico della seduta in corso .
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge, già approvato dal Senato, n. 2947: Conversione in legge del decreto-legge 24 aprile 2026, n. 55, recante disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti.
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
La I Commissione (Affari costituzionali) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire il relatore, deputato Alessandro Urzi'.
ALESSANDRO URZI', . Grazie, Presidente. L'Aula della Camera avvia oggi l'esame in Aula del disegno di legge A.C. 2947 di conversione in legge del decreto-legge 24 aprile 2026, n. 55, recante disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti, già approvato dal Senato.
Rilevo preliminarmente, Presidente, che l'Assemblea del Senato ha approvato il decreto-legge senza apportarvi modifiche: questo è accaduto il 3 giugno 2026.
Faccio presente che il decreto-legge consiste di due articoli.
L'articolo 1 interviene in materia di rimpatri volontari assistiti, prevedendo la corresponsione, dal 2026 al 2028, di un compenso in favore del rappresentante di un'organizzazione, munito di mandato, che abbia fornito assistenza al cittadino straniero nella presentazione della richiesta di partecipazione a un programma di rimpatrio volontario assistito. Tale compenso viene elargito a conclusione del relativo procedimento.
Il comma 1, lettera , intervenendo sul comma 1 dell'articolo 14- del testo unico sull'immigrazione, sopprime il riferimento al Consiglio nazionale forense dall'elenco dei soggetti che possono collaborare con il Ministero dell'Interno all'attuazione dei predetti programmi di rimpatrio.
La successiva lettera del comma 1 modifica il comma 2 del richiamato articolo 14-, stabilendo che il decreto del Ministro dell'Interno, con cui vengono definite le linee guida per la realizzazione dei programmi di rimpatrio volontario e assistito, definisca, altresì, i criteri per l'individuazione dei rappresentanti, muniti di mandato, che possono esercitare l'attività di cui al comma 3- del medesimo articolo, nonché per la corresponsione dei compensi ad essi spettanti per tale attività. Conseguentemente, viene soppresso il riferimento al già richiamato Consiglio nazionale forense quale organo deputato all'elargizione di tali compensi.
La lettera del comma 1 sostituisce integralmente il comma 3- dell'articolo 14- - introdotto, come accennato, in sede di conversione del decreto-legge n. 23 del 2026 -, ai sensi del quale al rappresentante, munito di mandato, che abbia fornito assistenza al cittadino straniero nella presentazione della richiesta di adesione a un programma di rimpatrio volontario assistito, nonché nel relativo procedimento, è riconosciuto, a conclusione del procedimento medesimo e per il solo triennio 2026-2028, un compenso corrispondente alla misura del contributo economico per le prime esigenze previsto ai sensi del già citato decreto del Ministro dell'Interno, in coerenza con la programmazione dei pertinenti fondi europei. Per effetto della novella è stata, pertanto, soppressa la previsione dell'effettiva partenza dello straniero quale condizione legittimante l'erogazione del compenso.
Il comma 2 stabilisce che il decreto del Ministro dell'interno, di cui al comma 2 dell'articolo 14- del testo unico sull'immigrazione, sia adottato sostanzialmente entro il 24 giugno 2026.
Il comma 3 dispone l'abrogazione del comma 2 dell'articolo 30- del decreto-legge n. 23 del 2026, il quale stabiliva la copertura finanziaria degli oneri derivanti dall'attuazione delle modifiche apportate dal comma 1 del medesimo articolo alla disposizione di cui all'articolo 14- del testo unico sull'immigrazione, con particolare riferimento ai compensi spettanti ai rappresentanti legali. Conseguentemente, il comma 4 reca la nuova copertura finanziaria degli oneri derivanti dalle misure previste dal comma 1, lettera , del presente decreto-legge, valutati in 281.055 euro per l'anno 2026 e in 561.495 euro per ciascuno degli anni 2027 e 2028.
L'articolo 2 prevede l'entrata in vigore del provvedimento: dal 25 aprile 2026.
PRESIDENTE. Ha facoltà di intervenire la rappresentante del Governo, che si riserva di farlo.
È iscritto a parlare il deputato Mura.
FRANCESCO MURA(FDI). Grazie, signor Presidente. Sottosegretario Wanda Ferro e onorevoli colleghi, quando affrontiamo il tema dell'immigrazione, abbiamo il dovere di liberarci da ogni approccio ideologico perché, per troppo tempo, in Italia, si è scelto di dividere il dibattito tra chi sosteneva che l'immigrazione fosse, sempre e comunque, un fenomeno positivo e chi, invece, chiedeva semplicemente il rispetto delle regole. Noi continuiamo a sostenere una posizione semplice e di buonsenso: l'Italia deve essere, può essere una Nazione aperta a chi arriva legalmente, a chi lavora, a chi rispetta le nostre leggi e a chi contribuisce alla crescita del Paese, ma deve essere, altrettanto ferma nel contrastare l'immigrazione clandestina, perché uno Stato che non è in grado di governare i propri confini rinuncia a una parte fondamentale della propria sovranità. È dentro questa impostazione che si colloca il decreto in esame.
Si è detto che il rimpatrio volontario assistito sarebbe uno strumento marginale e, invece, i numeri dimostrano esattamente il contrario: rappresenta uno degli strumenti che l'Unione europea promuove da anni, per favorire un ritorno, ordinato e dignitoso, nel proprio Paese d'origine, evitando procedure più lunghe, più costose e meno efficaci. Il problema è che, in Italia, questo istituto è rimasto, per anni, sostanzialmente inutilizzato. Per troppo tempo, abbiamo assistito a un paradosso: esisteva uno strumento previsto dal nostro ordinamento, previsto anche dalla normativa europea, ma incapace di produrre risultati significativi. Il Governo Meloni ha scelto una strada diversa: lo dimostrano i dati sui rimpatri forzosi, aumentati rispetto agli anni precedenti; lo dimostra il drastico calo degli sbarchi irregolari e lo dimostra anche l'incremento dei rimpatri volontari assistiti registrati nell'ultimo anno.
Un Governo serio, tuttavia, non considera un punto di arrivo il semplice miglioramento dei dati, ma cerca, continuamente, di rendere gli strumenti più efficaci. È esattamente ciò che fa questo decreto. Le modifiche introdotte hanno un obiettivo molto chiaro: facilitare l'accompagnamento dello straniero che intenda aderire a un programma di rimpatrio volontario assistito, garantendogli un'assistenza concreta durante il procedimento e rendendo più efficiente l'intero sistema. Qualcuno ha cercato di trasformare questa norma in una polemica ideologica, sostenendo, addirittura, che essa costituirebbe una compressione del diritto di difesa o un incentivo economico incompatibile con la funzione di chi presta assistenza. È una ricostruzione che non condividiamo e che rimandiamo al mittente. Qui, non si limita alcun diritto, nessuno viene privato della possibilità di impugnare un provvedimento o di percorrere tutte le strade consentite dall'ordinamento; al contrario, si riconosce che assistere una persona nella scelta di aderire volontariamente a un programma di rimpatrio costituisce un'attività che richiede competenze, responsabilità e tempo. Il provvedimento, inoltre, amplia la platea dei soggetti che potranno svolgere quest'attività, rimettendo a un decreto del Ministro dell'Interno l'individuazione dei criteri necessari. Si supera, così, una disciplina più rigida e si costruisce un sistema più flessibile e più funzionale.
È significativo che il compenso venga riconosciuto nell'ambito di una programmazione limitata al triennio 2026-2028, in coerenza con l'utilizzo dei fondi europei dedicati. Anche sotto questo profilo, emerge un principio di responsabilità: si sperimenta uno strumento, lo si inserisce in una cornice finanziaria definita e lo si sottopone a verifica. Ma c'è un aspetto politico che non possiamo ignorare: per troppi anni, una parte della sinistra ha raccontato che parlare di rimpatri fosse quasi una violazione dei diritti umani. Noi pensiamo l'esatto contrario: il diritto di asilo e la tutela delle persone realmente vulnerabili devono convivere con il dovere dello Stato di contrastare l'immigrazione irregolare. Se non esistono rimpatri efficaci, il sistema dell'immigrazione, semplicemente, non funziona. Se chi non ha titolo per rimanere sa che, comunque, resterà nel territorio nazionale, viene meno la credibilità dell'ordinamento di uno Stato, ed è proprio questa credibilità che il Governo Meloni sta ricostruendo.
Non è un caso che molte delle politiche che, fino a pochi anni fa, venivano liquidate come irrealizzabili, siano oggi al centro del dibattito europeo. La difesa delle frontiere esterne, la cooperazione con i Paesi di origine e di transito, il rafforzamento dei rimpatri e la realizzazione di strumenti innovativi di gestione dei flussi, sono oggi temi condivisi da un numero crescente di Governi europei, sia di destra che di sinistra. L'Italia non sta più inseguendo l'Europa, ma è la stessa l'Europa che sta seguendo la strada indicata dall'Italia. Per queste ragioni, Fratelli d'Italia, ovviamente, esprime convintamente il proprio sostegno al decreto-legge in esame, nella consapevolezza che una politica migratoria seria si fonda su due principi inseparabili: l'umanità e la legalità. Senza umanità, uno Stato perde la propria civiltà, ma, senza legalità perde la propria autorevolezza. Noi intendiamo difenderle entrambe .
PRESIDENTE. Prima di passare al prossimo intervento, salutiamo gli studenti del Seminario “Silvano Tosi” di Firenze, che sono presenti in tribuna ad assistere ai nostri lavori. Li ringraziamo per questo e precisiamo che siamo nel corso di interventi in discussione generale sul provvedimento citato. Non sono previste votazioni e sono presenti in Aula soltanto i parlamentari o, prevalentemente, i parlamentari interessati a svolgere il proprio intervento.
È iscritto a parlare il deputato Casu. Ne ha facoltà.
ANDREA CASU(PD-IDP). Grazie, Presidente. Onorevoli colleghe e colleghi, rappresentante del Governo, siamo di fronte al 129° decreto-legge di questa azione di Governo, l'ennesimo decreto. Il decreto dovrebbe essere utilizzato in casi di straordinaria necessità e urgenza, ma l'unica urgenza che giustificava questo decreto era legata all'incapacità, alla calamità politica che rappresenta un Governo, come quello Meloni. Perché non possiamo dimenticare come siamo arrivati a questo voto, a questo decreto, le scelte che erano state fatte, che avevamo immediatamente denunciato, come la scelta, repentina, di introdurre questo articolo 30-, che includeva, tra i soggetti che potevano collaborare con il Ministero dell'Interno all'attuazione dei programmi di rimpatrio volontario assistito, anche il Consiglio nazionale forense. Si prevedeva, inoltre, che il Consiglio nazionale forense, sulla base di criteri fissati dal Ministero dell'Interno, corrispondesse un compenso ai singoli rappresentanti legali che avessero assistito il cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di adesione a un programma di rimpatrio volontario assistito, ma solo se vi era l'effettiva partenza dello straniero. Di fronte a tutto questo, c'è stata una reazione politica e istituzionale al Senato; non sono state ascoltate le nostre richieste in sede parlamentare. Si è presa, poi, questa decisione, ma, comunque, l'intervento non cancella gli istituti, mantiene comunque degli aspetti di preoccupazione e ha visto già al Senato, e oggi qui alla Camera, tutta la nostra contrarietà rispetto al modo con cui questo Governo ha gestito l'ennesimo pasticcio legato all'attuazione.
La confusione non nasconde la natura e l'essenza della discussione politica che si sta svolgendo non solo in quest'Aula, ma nel Paese, su un tema cruciale, cioè quello dei flussi migratori, dei cambiamenti che il nostro Paese e il mondo stanno attraversando, delle incertezze e delle paure che una parte politica sta cercando di cavalcare per cercare di costruire consenso intorno ad alcune scelte politiche. Però, vedete, la questione di fondo è che tutta questa vicenda dimostra che quello che Vannacci dice pubblicamente voi lo pensate e, se non ci fosse stata la Costituzione a fermarvi, avreste già introdotto una taglia per i rimpatri, perché questo è il vostro obiettivo, non nascondiamoci dietro le parole. La destra italiana non è divisa idealmente, ideologicamente, politicamente; è divisa solo semanticamente tra le parole che utilizza, falsamente, per nascondere gli obiettivi. Abbiamo sentito un partito presentarsi come Futuro Nazionale, ma gli argomenti che sta utilizzando richiamano le pagine peggiori del nostro passato. Abbiamo un utilizzo forzato e costante delle parole: pensate al solo termine “remigrazione”, che nasconde un altro obiettivo, la deportazione. Perché, quando in una piazza - lo abbiamo visto sabato - si grida contro gli immigrati, tutti gli immigrati, contro i musulmani, tutti i musulmani, e non c'è una parola di condanna da parte della Presidente del Consiglio dei ministri sulla gravità di vedere queste piazze calpestare i valori della Costituzione, calpestare i valori della Repubblica, calpestare il tricolore che, invece, dovreste difendere - perché chi oggi calpesta in questo modo la Costituzione calpesta la nostra Patria democratica e repubblicana -, di fronte a tutto questo, basta nascondersi dietro le parole. Lo dimostrate anche con le armi di distrazione di massa che state provando ad utilizzare.
L'abbiamo visto: una polemica assurda sul tema “Più libri, più liberi”, sull'idea, assolutamente sacrosanta, di far sottoscrivere un documento nel quale chi partecipa a un evento politico e culturale nella Repubblica italiana si riconosce nei valori della Costituzione. Ma che male c'è nel riconoscersi nei valori della Costituzione? Io penso che sia assolutamente necessario condannare non chi rispetta i valori della Costituzione, ma chi questi valori li calpesta! Sono loro che dovrebbero essere condannati con forza! Ma tutto questo non sta avvenendo, Presidente - so che lei su questo tema lei è particolarmente attento -, e il motivo di fondo lo abbiamo sentito in quest'Aula. Quando avete avuto la prima occasione di confronto parlamentare - ne parlavo pochi minuti fa con l'onorevole Morassut prima di entrare in quest'Aula -, un aspetto ci ha colpito e resterà anche nella storia di questo Parlamento, nella storia delle istituzioni, nella storia di questi anni difficili che stiamo vivendo, in cui in questo “mondo al contrario” abbiamo visto sanzionare oltre 30 parlamentari solo per aver chiesto di difendere i valori della Costituzione, di proibire a persone, che sono state condannate per aver aggredito le Forze dell'ordine e che calpestano questi valori ogni giorno, di venire a trasformare il Parlamento nel proprio luogo tribuna per portare avanti le proprie idee. Presidente, sa qual è l'aspetto che ci ha più colpito dell'ultimo scambio? Il momento in cui la risposta agli attacchi politici del gruppo di Futuro Nazionale della Presidente del Consiglio non è stata sul terreno di quanto sia costituzionalmente intollerabile portare avanti tutta una serie di idee che sono incompatibili con la nostra democrazia, con la Repubblica. Faccio un esempio per tutti: la questione che abbiamo sentito sollevare ieri, l'idea di dire che bisogna segnalare le attività commerciali degli italiani, che è un'altra truffa semantica, perché l'obiettivo è un altro e attinge alle pagine più nere della nostra storia, ossia segnalare le attività degli stranieri. Infatti, se segnalo in maniera visibile l'attività degli italiani, è chiaro che quelle che escludo sono le attività degli stranieri che possono diventare un bersaglio. Questo andrebbe condannato. Andrebbero condannate e bisognerebbe prendere le distanze dalle parole indegne nei confronti delle vittime di femminicidio, oltre 100 ogni anno. Stiamo parlando di un dramma che dovrebbe riguardare tutti gli uomini, ma anche tutte le donne, anche la Presidente del Consiglio donna. Di fronte a tutto questo, sarebbero infiniti i temi su cui si potrebbe prendere distanze. Invece no, l'unico tema su cui questo Governo prende le distanze da Vannacci riguarda il fatto che quest'azione politica è un favore alla sinistra, aiuta il Governo della sinistra, è una vicenda di camerati che sbagliano. Ecco, questa scelta, in passato, nella storia della nostra Repubblica, ha creato solamente danni. Bisogna avere il coraggio di denunciare, sempre, l'odio, la violenza, l'istigazione all'odio. Quando, alcuni giorni fa, è stata bruciata in una piazza l'immagine di Matteo Salvini, io ero a un congresso di un sindacato e ho immediatamente denunciato il fatto, perché, quando si istiga all'odio e alla violenza, non ho bisogno di sapere qual è la mano che ha commesso l'odio, la violenza; io lo denuncio, lo condanno immediatamente sempre! Così bisognerebbe fare nella nostra democrazia e nella nostra Repubblica. Invece, no. Quando la violenza ha un altro colore, quando l'odio e la violenza vengono da destra non si denuncia, perché, in realtà, l'obiettivo è un obiettivo condiviso e l'unica cosa su cui ci si sta dividendo è il modo per raggiungerlo. C'è una parte che dice “no, certi obiettivi cerchiamo di ottenerli nascondendoci” e alcuni che dichiarano questi obiettivi a viso aperto. Io credo che il rischio che stiamo correndo, senza chiamare le cose col loro nome, è di scivolare verso il passato, non verso il futuro, Noi, sul tema cruciale dei flussi migratori, non vi permetteremo di indicare quel nemico su cui scaricare tutti i fallimenti della vostra azione di governo, perché il dolore e la rabbia di un Paese che sta soffrendo, con i salari più bassi d'Europa, con le bollette che aumentano ogni giorno, con 6 milioni di italiani che rinunciano alle cure, non potete scaricarli sui più deboli, sui più fragili, non potete cercare di indicare quel nemico.
La responsabilità dei problemi degli italiani è del Governo più a destra d'Europa e non è che, spostandolo ancora più a destra, potrete ottenere qualcosa di meglio. Dobbiamo avere il coraggio di affrontare questi temi con serietà e di correggere gli errori. Voi continuerete - ne avete fatti 129 - a presentare i vostri decreti, ma il tempo sta per scadere. Stiamo costruendo l'alternativa e sarà l'alternativa progressista, democratica e costituzionale a scrivere una pagina diversa per il futuro di questo Paese, anche su questi temi
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Filiberto Zaratti. Ne ha facoltà.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). Grazie, signor Presidente. Signora Sottosegretaria, diceva bene il collega Casu, siamo qui a discutere l'ennesimo decreto che affronta il problema dei migranti. Io vorrei ricordare che ci vorrebbe anche un po' di memoria storica in quest'Aula, soprattutto in quest'Aula. Vorrei ricordare che il nostro è sempre stato un popolo di migranti: i nostri migranti sono partiti con le navi, stipati nelle navi, la parte più povera del Paese, per arrivare in Sudamerica, in Nordamerica e tantissimi sono andati anche in Europa. Io voglio ricordare il primo accordo internazionale dell'Italia guerra, il cosiddetto accordo con il Belgio, che riguardava lo scambio di carbone per uomini: sono partiti in questo modo circa 170.000 italiani verso il Belgio per lavorare nelle miniere; tra l'altro in questi giorni si ricorda la tragedia di Marcinelle.
Quelle persone sono state scambiate per circa 2,5 tonnellate di carbone al lavoratore. Una cosa incredibile. Quindi, il nostro Paese è un Paese di migranti e spesso, quando arrivavano nei Paesi che li ospitavano, venivano trattati in un modo inumano, che la nostra storia ha ricordato.
Penso che, partendo da questa nostra storia, dovremmo avere un occhio più attento su quello che accade con i migranti che arrivano nel nostro Paese, perché sono persone che attraversano i deserti e il mare su barchini di fortuna, vengono torturati, sfruttati, violentati, per arrivare in un posto che possa garantire loro un lavoro che gli permetta di mantenere la propria famiglia, spesso scacciati dalla guerra, scacciati dai cambiamenti climatici che devastano intere zone del continente africano e di quello asiatico.
Questo è quello che ci troviamo di fronte e, rispetto a questo, la vostra risposta è sempre assolutamente autoritaria, una risposta che non vuole confrontarsi con i grandi problemi del mondo, anche se è del tutto evidente che la presenza dei migranti in Italia ci permette di coprire una serie di posti di lavoro che altrimenti non sarebbero coperti. Chi ci lavora dietro le cucine dei ristoranti nei quali andiamo a mangiare? Chi si occupa dei nostri anziani? Chi sono i badanti? Quali sono le persone che adesso lavorano in gran parte nelle piccole e medie imprese nel Nord-Est del Paese, la parte più dinamica della nostra economia, nelle fabbriche? Senza questi lavoratori la nostra economia sarebbe ancora in piedi? Sarebbe ancora in grado di competere? Ecco, penso di no. Questa è la realtà.
Di fronte a questo, ci venite a dire che la vostra battaglia non è contro i migranti, ma contro i migranti clandestini, perché voi dite che volete soltanto i migranti regolari, tant'è che avete presentato i bandi dei flussi in questi anni, l'ultimo quello del 2025, un bando che autorizzava l'ingresso di circa 180.000 migranti in Italia, 70.000 per ingressi per lavoro subordinato non stagionale e 110.000 di lavoro subordinato stagionale. Quindi, un grande numero. Ma quante sono state le domande accolte in questo bando? Il 7,9 per cento. Voi avete autorizzato l'ingresso a 14.349 persone. Allora, con il vostro bando, i cosiddetti ingressi regolari si riducono a 14.000 ingressi in Italia, riducendo anche la percentuale già bassa dell'anno precedente, perché l'anno precedente, nel 2024, gli autorizzati dal bando del 2024 sono stati il 16,9 per cento, ossia 24.858 migranti.
Questo a fronte di centinaia di migliaia di richieste che arrivano dal mondo del lavoro, che arrivano dal mondo del lavoro dell'industria e dal mondo del lavoro dell'agricoltura, che chiedono persone che possano effettivamente mandare avanti la nostra economia. Anche qui voi state segnando un fallimento totale. È un fallimento totale che non risponde a quelle che sono le necessità del nostro Paese, e lo state facendo unicamente per motivi ideologici. Ci tornerò sui motivi ideologici, ma vi voglio dire anche di più. Voi ci avete raccontato e avete raccontato agli italiani che il problema più grande che bisognava affrontare era quello dei migranti.
Ma vogliamo parlare dei numeri? Nel periodo 2011-2024 in Italia sono entrati 1.170.251 migranti, di cui circa il 60 per cento è rimasto in Italia, perché il resto è in transito. Una parte è stata rimpatriata, in verità non grandissima; l'altra parte sono migranti che hanno preferito andare in Germania. Per esempio, il gruppo francofono va più spesso in Francia e via dicendo. Quindi, sono rimasti in Italia, in questi anni, 700.000 migranti. Sapete in questo periodo quanti italiani sono emigrati? Sono 871.000. Appunto, 870.000 giovani italiani, in gran parte laureati, hanno lasciato il nostro Paese.
Io penso che un Governo - il vostro Governo governa già da molti anni in questo Paese - avrebbe dovuto affrontare questo problema, ossia del perché una parte importante dei nostri giovani e delle nostre giovani, la parte più qualificata, la parte più istruita, perché sono quasi tutti laureati, va a lavorare all'estero. Perché in questo Paese non c'è nessuna prospettiva di fare carriera, perché in questo Paese ci sono i salari più bassi d'Europa, perché qui non c'è futuro. Noi stiamo perdendo la parte migliore. Io volevo dire alla collega Sottosegretaria: sa quanto ci è costato formare i laureati che se ne sono andati? Ci è costato 159 miliardi in investimenti privati delle famiglie o in investimenti pubblici.
Quindi, formare i circa 400.000 laureati che se ne sono andati dal nostro Paese è costato a questo Paese 159 miliardi. Voi, rispetto a questi dati, non fate nulla. Non riuscite a risolvere il problema della manodopera di bassa qualità, cercando di organizzare dei flussi che effettivamente siano rispondenti ai reali bisogni della nostra economia. Non cercate di mettere in campo delle politiche per permettere ai nostri giovani di rimanere qui, di fare ricerca e di dare un contributo allo sviluppo e al futuro del Paese. È un fallimento totale, e tutto per una battaglia ideologica, la battaglia contro i migranti.
Adesso avete il che vi dà fastidio, il che si chiama Vannacci, che ha fatto proprie le vostre parole d'ordine. Non è che lui stia dicendo cose tanto diverse da quelle che voi avete affermato in questi anni, soltanto che lui in questo momento ve le risbatte in faccia. Vi dice: le avete dette voi, le ha dette Meloni, le ha dette Salvini, ma non le praticate. E poi vi dice: la remigrazione, è quello il dato necessario. Ma davvero voi pensate che i problemi del Paese si risolvano in questo modo? Allora, non voglio fare il buonista, anche se ritengo che essere buoni sia un valore. Lo dico anche al collega Urzi', tramite lei, Presidente: essere buoni è un valore, almeno così mi hanno educati i miei genitori e credo anche i vostri.
Mi hanno educato a essere buono, a non essere cattivo. Adesso essere buonisti è diventato un valore negativo e essere cattivisti è diventato un valore positivo secondo voi. Io mi permetto di dissentire. Quindi, non lo dico semplicemente perché sono buono e perché penso che sia giusto difendere i diritti delle persone di qualunque colore, di qualunque razza e da qualunque parte del mondo arrivino, che non sia giusto vedere i bambini morire in mare. Non lo dico per questo, non lo dico solo per questo. Lo dico perché, anche dal punto di vista economico, voi state facendo un danno enorme al nostro Paese.
Perdete le intelligenze migliori del nostro Paese, che ci sono costate miliardi per essere formate, senza fare nulla. Contemporaneamente, non permettete alla manodopera di entrare nel nostro Paese per tenere in piedi la baracca del nostro sistema produttivo. Quale fallimento più grande! Per inseguire i quattro voti di Vannacci. Adesso avete paura che con quella politica che in queste ore e in questi giorni Vannacci ha portato alle cronache del Paese perderete qualche consenso. La vostra risposta qual è? È quella di mettere in campo posizioni e politiche sempre più restrittive.
Sui giornali di oggi ci sono le dichiarazioni del Ministro Piantedosi che sono stupefacenti. Il suo obiettivo principale è quello di riattivare i centri in Albania, che non hanno mai funzionato. A proposito, ma quel miliardo ai cittadini italiani chi lo ridarà? Glielo ridarete voi? Perché qualcuno quei soldi ai cittadini italiani deve ridarli, quei soldi buttati dalla finestra. Bisogna riattivare i centri in Albania e bisogna aumentare i rimpatri: è una forma sottile per dire che bisogna dare ragione a Vannacci sulla remigrazione?
Con questi dati che abbiamo di fronte, che sono i dati dell'Istat, i dati certificati da voi, il problema è quello della remigrazione?
Il problema è quello di far funzionare il nostro sistema produttivo, è quello di fare in modo che i nostri giovani, tramite salari più adeguati, possano rimanere in Italia. In questo modo garantiamo di avviarci verso una soluzione rispetto all'inverno demografico, di cui tanto si parla. Quindi, siamo di fronte all'ennesimo fallimento della destra italiana. È un'incapacità totale ad affrontare le grandi complessità del nostro tempo. Questo decreto è l'ennesima dimostrazione. Si cercano piccoli aggiustamenti rispetto alle vicende che hanno portato, anche nel precedente decreto, a discutere sulla questione del pagamento dell'avvocato. State sempre lavorando sul piccolo cabotaggio, difendete la vostra ideologia.
Difendendo la vostra ideologia, state distruggendo il nostro Paese sui migranti, sugli emigrati italiani e su molte altre grandi questioni, come quella dell'energia, delle armi, della pace e dei salari. Siamo alla solita propaganda di un Governo incapace di gestire i flussi migratori, che fa, ancora una volta, un altro decreto semplicemente perché, attaccando gli ultimi e i più deboli, vuole nascondere ai cittadini italiani i suoi problemi, le sue debolezze e l'incapacità di regolare un fenomeno complesso, che serve, come dimostrano i più attenti analisti economici e i dati che qui vi ho illustrato, anche a rigenerare il nostro PIL. È necessario che questo Governo del disastro si faccia da parte, è ora !
PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
PRESIDENTE. Prendo atto che il relatore rinuncia alla replica.
Ha facoltà di replicare la rappresentante del Governo.
WANDA FERRO,. Grazie, Presidente Rampelli. Intervengo solo per fare qualche passaggio doveroso rispetto a un decreto per il quale si lavora da tempo. Quindi, non è stato un decreto assolutamente messo in piedi per la volontà di inseguire niente e nessuno, perché riteniamo di non dover inseguire niente e nessuno, avendo una storia, una tradizione e delle idee, ma soprattutto una visione di quello che deve essere il modo di affrontare l'emigrazione nel nostro Paese e di quello che devono essere, nella sostanza, le parole “accoglienza” e “integrazione”.
Devono essere rispetto delle regole e anche quel giusto equilibrio tra l'accoglienza e la sicurezza, cosa che i cittadini ovviamente chiedono. Io ho sentito parlare di incapacità e di calamità del Governo Meloni. Per quanto ci riguarda, mi pare che i numeri ci stiano dando ragione. Quindi, quando sento un po' quel tormentone “l'ennesimo decreto”, che spesso abbiamo sentito su più provvedimenti, come i decreti Sicurezza, è perché riteniamo che le sfide si possano svolgere e cambiare nel momento in cui ci sono dei fenomeni e si sta al passo con questi fenomeni.
Quindi, c'è la volontà ovviamente di scrivere nuove regole e di mettere le condizioni per migliorare quei dati che, come dicevo, ci danno ragione, perché oggi siamo a un meno 56 per cento di arrivi di migranti.
Se parliamo del periodo da gennaio a giugno 2026, 12.700 sbarchi, di cui 3.894 rimpatri, e di questi 3.894 rimpatri, 3.376 forzati e 518 assistiti.
Anche la questione degli avvocati sicuramente dimostra la differenza tra una parte politica, che governa questo Paese, e chi in qualche modo non la vede legittimamente come noi, rispetto alla questione degli avvocati, con riferimento alla possibilità di correggere una norma che riteniamo comunque di aver mantenuto perché, nella sostanza, è giusto - per chi ha il desiderio di tornare nella propria terra d'origine - poterlo fare nelle condizioni, con l'accompagnamento dovuto e doveroso... Perché voglio ricordare che tanti sono i migranti che, anche, magari, per questioni di disagio rispetto alla poca volontà di rimanere nel nostro Paese, hanno compiuto gesti estremi come il suicidio.
Su questo io dico che non c'è alcuna volontà di instillare la paura. La paura credo la si alimenti, ovviamente, quando si accoglie chiunque in modo clandestino, quando non si combattono i trafficanti di morte, quando le morti nel Mediterraneo non diminuiscono e quando non c'è la possibilità di formare e di dare un posto di lavoro. E credo che, da questo punto di vista, anche il decreto Flussi e Paesi sicuri abbia sancito precedentemente la soglia di 452.000 arrivi attraverso flussi sicuri nel nostro Paese per il triennio.
Poi devo dire che mi è sembrato vi sia stato poco dibattito sul decreto mentre molto si è dibattuto sulla questione che riguarda Vannacci, questione che personalmente credo non dovesse occupare l'impegno - Presidente, tramite lei - dei nostri colleghi rispetto a un decreto che in qualche modo mette in piedi norme importanti, norme che ovviamente riguarderanno le tutele sia di chi arriva sia di chi vive in questo Paese.
Io penso che troppo spesso si sia vissuti di falsa e ipocrita solidarietà. Perché l'ipocrita solidarietà e la falsa solidarietà è quella solidarietà che si ferma puntualmente alla banchina di un porto, per poi vedere questi esseri umani diventare degli invisibili il giorno dopo, girare per le nostre strade senza possibilità di lavoro né di impegno. Quindi, la differenza tra noi e l'altra parte è sicuramente quella di batterci per i flussi regolari, per fare la lotta ai trafficanti di morte, per dare dignità alle persone che arrivano attraverso la formazione e il lavoro - ovviamente chi non sta alle regole deve essere rimpatriato - e continuare a puntare su quello che in qualche modo, alla fine, è stato realizzato, come i centri in Albania, che mi pare col tempo abbiano dato ragione alla politica di questo Governo; e pensare poi al Piano Mattei, come a quei flussi che in qualche modo oggi hanno visto un calo importante, anche con riferimento alla possibilità di dialogare, nello stesso tempo, con le aziende, con il mondo produttivo che non vuole una formazione di basso profilo, ma chiede un'adeguata formazione per i profili che le aziende richiedono.
Non credo che da questa parte si possa parlare di odio e di violenza. Soprattutto, l'odio e la violenza li lasciamo a chi magari ci accusa - sentivo poc'anzi - di utilizzare un linguaggio troppo spesso eccessivo, un linguaggio che in qualche modo alimenta la paura e alimenta l'odio, perché credo che quello che si è registrato qualche giorno fa in quest'Aula nei confronti della Presidente Meloni faccia in qualche modo a gara col peggior linguaggio che qualunque politica dovrebbe utilizzare.
Chiudo dicendo, ovviamente, che continueremo su questa strada. Lo faremo nella consapevolezza che non sono soldi buttati quelli utilizzati per formare i cittadini, che poi liberamente possono decidere se rimanere nel nostro Paese, vista la grande richiesta che invece le aziende hanno e che avete anche sottolineato, o se vogliono spostarsi, probabilmente perché attratti, in qualche altra terra, come la Germania. Nello stesso tempo credo che di soldi buttati in questo Paese ne sono stati riscontrati molti. Li ho riscontrati personalmente - lo dico, Presidente, tramite lei - quando ero, anche nel precedente mandato, all'opposizione. Per esempio, penso ai banchi a rotelle e penso a tutte le cifre che in qualche modo ancora oggi hanno fatto sì che non ci fossero quei fondi che avremmo voluto mettere in campo per risolvere tanti problemi. Continueremo con questa linea.
E guardi, io non so se il collega Casu… credo, dal cognome, sia sardo. Noi siamo un popolo, collega - sempre tramite il Presidente -, che sa cosa significa emigrare. Noi siamo, continuiamo a emigrare da tanti anni. Lo abbiamo fatto per curarci, lo abbiamo fatto per studiare e lo abbiamo fatto per lavorare. Quindi credo che nessuno possa insegnare a una parte politica che al Sud ha sempre guardato con grande attenzione… ed essere tacciati né di razzismo, né di odio, né di violenza. Quindi consentitemi in questo caso di respingere al mittente queste accuse .
PRESIDENTE. Il seguito del dibattito è rinviato alla seduta di domani.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Richetti ed altri n. 1-00582 in materia di superamento del diritto di veto nelle decisioni delle istituzioni dell'Unione europea .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritta a parlare la deputata Onori, che illustrerà anche la mozione 1-00582, di cui è cofirmataria. Ne ha facoltà.
FEDERICA ONORI(AZ-PER-RE). Grazie, Presidente. Colleghi, membri del Governo, la mozione che abbiamo presentato parte da una constatazione tanto semplice quanto allarmante: l'Europa così com'è non funziona. Che cosa può fare allora il nostro Paese per fare in modo che funzioni meglio, e cosa intendiamo quando diciamo che così com'è non funziona?
Non funziona perché, ogni volta che si deve prendere una decisione che conta - ad esempio sulle sanzioni alla Russia, sulla difesa, sulla politica estera, sull'energia -, basta un solo Stato membro, indipendentemente da quanto sia grande e indipendentemente da quanti cittadini rappresenti, che decida di bloccare tutto perché questo, in effetti, sia possibile. Perché l'attuale architettura istituzionale permette a qualsiasi Stato membro di non prendere decisioni su materie essenziali, quasi di sopravvivenza perché la difesa e la politica estera sono materie essenziali e prodromiche rispetto a tanti altri temi che, poi, vanno a influire sulla vita quotidiana delle persone.
E perché esiste il diritto di veto? Il diritto di veto è una conseguenza naturale della struttura per la quale le decisioni vengono prese all'unanimità. Quando non c'è unanimità - e quindi quando non si è tutti d'accordo, che vuol dire che almeno uno è in disaccordo - allora quel Paese può esercitare di fatto il diritto di veto. Il diritto di veto nasce con quale idea? Con l'idea che, nel momento in cui dovessero prendersi decisioni che vanno in maniera eclatante contro gli interessi nazionali di un Paese, questo possa in qualche modo bloccare questo tipo di decisioni.
Come viene utilizzato, invece, oggi il diritto di veto? Viene utilizzato come ricatto. Quindi un Paese può scegliere di ostacolare il processo decisionale europeo ricattando tutti gli altri Paesi membri, magari su materie che esulano dalla decisione che si dovrebbe prendere, in modo da ricavarne piccoli obiettivi, piccole ricompense di volta in volta.
Questo è quello che abbiamo osservato negli ultimi anni, purtroppo, con l'Ungheria, che ha usato sistematicamente il diritto di veto, quindi ha abusato di una possibilità che i Trattati prevedono, come strumento di pressione nei confronti dei propri europei.
Che cosa ha fatto l'Ungheria? Ha bloccato o ritardato pacchetti di sanzioni alla Federazione russa, ha condizionato il rinnovo delle misure restrittive a concessioni energetiche - quindi, appunto, un tema che esulava da quello che era l'oggetto della decisione -, ha imposto trattative estenuanti ogni sei mesi per qualcosa che dovrebbe essere invece automatico, ovvero le sanzioni verso chi ha scatenato una guerra di aggressione alle porte dell'Europa.
Ora, Orbán ci ha ricattato ogni volta che voleva perché l'attuale architettura istituzionale glielo permette.
E quindi la nostra mozione chiede che l'Italia si faccia portavoce di un cambiamento strutturale a livello delle decisioni, di come vengono prese le decisioni dentro l'Unione europea, per fare in modo che questo non avvenga più, perché questo ci ha indebolito come Unione europea, come possibile potenza, come potenza inespressa. Perché, chiaramente, l'Italia non può pensare di competere con gli Stati Uniti, con la Cina alla pari: l'unica possibilità per fare in modo che, innanzitutto, i nostri interessi nazionali possano trovare uno spazio all'interno delle decisioni multilaterali è agire come Europa. È, quindi, nel diretto interesse nazionale del nostro Paese se oggi noi proponiamo una mozione che chiede al Governo, al Governo Meloni, in sede di Consiglio, in tutte le sedi competenti, di andare a modificare questo meccanismo.
Ora, ad aprile 2026, Orbán ha perso drammaticamente le elezioni. Adesso c'è un nuovo Governo in Ungheria, il Governo di Magyar che, invece, ha vinto con una maggioranza schiacciante. Quindi, per il momento, il problema Ungheria sembra non essere più presente come, purtroppo, abbiamo avuto modo di conoscerlo. Ma il problema non è Orbán in sé, il problema è un meccanismo che permette a tutti di avere una piccola percentuale, una piccola convenienza, a scapito del ricatto di tutti i propri europei; perché siamo dentro l'Unione europea, non siamo . E questo tipo di meccanismo mostrerà tutti i suoi limiti ancora di più quando andremo ad immaginare un processo di allargamento a tutti i Paesi dei Balcani occidentali, all'Ucraina, alla Moldova, alla Georgia.
Attenzione, Azione auspica e sostiene fortemente l'integrazione europea di nuovi Paesi membri e l'allargamento dell'Unione europea, ma l'Europa non si può difendere con gli slogan e non possiamo, in maniera ingenua, non porci il problema di come, allora, questo meccanismo dell'unanimità potrà essere ancora più vincolante, ancora più soffocante, quando saremo non 27 Paesi come siamo oggi, ma 35, 36. E questo è un problema che dobbiamo porci oggi. Ed è importante porcelo oggi anche per provare ad avviare un dibattito pubblico su questo tema, perché non è un vezzo accademico, non è un vezzo istituzionale presentare una mozione che riguarda il veto europeo, è un tema che tocca la vita dei cittadini quotidianamente. Perché? Perché parliamo di temi come la guerra, la pace, la sicurezza, la difesa, l'energia, la tecnologia, la stabilità economica, la protezione delle nostre infrastrutture. Tutti questi sono temi che riguardano ognuno di noi, ogni cittadino italiano, ogni cittadino europeo.
E voglio aggiungere un altro esempio. Non è soltanto il tema della Russia, dell'Ucraina, delle sanzioni che però con l'Ungheria si è riproposto a ogni piè sospinto: proprio oggi, al Consiglio Affari esteri, l'Alto rappresentante Kaja Kallas ha dichiarato che molti Paesi vorrebbero sanzionare il Ministro israeliano Ben-Gvir, ma che dalle consultazioni informali non c'è la necessaria unanimità. Ora, Ben-Gvir è il Ministro della Sicurezza nazionale israeliana che tutti quanti conosciamo, non da ultimo, per il video che ha pubblicato in cui dileggiava attivisti legati e inginocchiati nel porto di Ashdod. Dopo quel tipo di video, addirittura anche il nostro Ministro Tajani ha chiesto sanzioni verso Ben-Gvir. Bene, l'Unione europea non è neanche in grado di sanzionare un Ministro ultranazionalista, estremista, come Ben-Gvir. Perché? Perché non c'è l'unanimità. Ora, la domanda è: come l'Europa pensa di contare, se non si dà le regole decisionali per poter prendere delle posizioni, per poter fare delle dichiarazioni, per poter decidere sui temi importanti?
E non è soltanto il tema della possibilità di decidere, è anche quanto velocemente questo è possibile farlo. Perché una decisione presa oltre il limite massimo, dopo tantissimo tempo, dopo tantissime interlocuzioni non è un metodo decisionale che permette all'Europa di competere, ancora una volta, con le grandi potenze attuali. Questo è un periodo in cui la dinamica di relazione multilaterale è quella del confronto tra grandi potenze, grandi potenze mondiali. E, ancora una volta, per l'Italia, per la Francia, per la Germania, per i singoli Paesi europei, c'è una sola possibilità di provare a contare un po' di più ed è vestendo l'abito dell'Europa. E, quando ci diciamo “beh, però l'Europa è la grande assente”, “ma dov'è l'Europa?”, “ah, l'Europa dovrebbe agire”, l'Europa è lì, bloccata da un meccanismo decisionale che prevede l'unanimità per le questioni più importanti.
Allora, cosa chiede la nostra mozione? Chiede al Governo italiano di farsi promotore, in sede europea, di un cambio di approccio. Innanzitutto, che tutti quegli strumenti intermedi - quindi, le cooperazioni rafforzate, la “clausola passerella”, l'astensione costruttiva in politica estera -, vengano utilizzati sistematicamente per provare ad avanzare sul fronte delle decisioni che vanno prese. Parallelamente, però, lavorare a una revisione dei trattati che estenda la maggioranza qualificata anche alle materie che oggi sono soggette al veto. Quando l'Europa non riesce a decidere sulla difesa, paghiamo noi, pagano i cittadini italiani; quando l'Europa non riesce a scegliere sull'energia, paghiamo noi, pagano i cittadini italiani; quando l'Europa subisce la disinformazione senza una risposta, una vera risposta coordinata, paghiamo noi, pagano i cittadini italiani. Allora, la nostra mozione non chiede all'Italia di rinunciare a niente. Chiede all'Italia di scegliere di contare di più. In un'Europa che decide, l'Italia è protagonista; in un'Europa bloccata, non lo sarà mai.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Giordano. Ne ha facoltà.
ANTONIO GIORDANO(FDI). Grazie, signor Presidente. Membri del Governo, colleghi, la mozione presentata dall'onorevole Richetti ci pone l'occasione per fare chiarezza sulla vera natura dell'Unione europea e sulla direzione che vogliamo darle. E per farlo dobbiamo partire da un dato di realtà inconfutabile, che sfugge a chi oggi vorrebbe smantellare le garanzie degli Stati membri: l'Europa non è un super-Stato calato dal cielo, l'Europa è fondata su trattati e i trattati sono accordi liberamente sottoscritti da Nazioni libere e sovrane. Chi oggi invoca l'abolizione del diritto di veto per marciare verso un'Europa federale, dimostra di aver frainteso o di voler rileggere in chiave distorta la storia stessa del progetto europeo.
La costruzione europea nacque per favorire la cooperazione tra le nazioni del continente, non per sostituirsi ad esse. Il modello dell'“Europa delle patrie” teorizzato da De Gaulle ha rappresentato una delle interpretazioni più solide e durature del progetto europeo. E a chi oggi descrive l'unanimità come un'anomalia ricordo che il compromesso di Lussemburgo del 1966 chiarisce che il diritto di veto non è un incidente di percorso: è l'architrave che ha permesso all'Europa di stare insieme, senza che nessuno si sentisse sottomesso.
Eppure, nel corso dei decenni, quel patto originario è stato tradito. La burocrazia europea si è arrogata il ruolo di interprete assoluta dei trattati, estendendone la portata ben oltre il loro spirito originario e il risultato è sotto gli occhi di tutti: abbiamo sostituito l'Europa della politica con l'Europa dei burocrati. Abbiamo visto questa burocrazia tentare di imporre normative sganciate dalla realtà: pensiamo, per fare un solo emblematico esempio, all'approccio con cui è stata affrontata la transizione ecologica, in particolare nel settore dell'. Si è scelto di imporre scadenze perentorie, ricette rigide, che hanno favorito nazioni straniere e non propriamente alleate, invece di percorrere la strada della neutralità tecnologica, decidendo nei palazzi di Bruxelles il destino di intere eccellenze e filiere produttive nazionali, senza calcolare il drammatico costo sociale e lavorativo per le nostre imprese e per le nostre famiglie.
È il paradosso di un'Europa che, avendo la possibilità di decidere a maggioranza su questi temi, anziché accompagnare e tutelare le nazioni, finisce per penalizzarle, in nome di un approccio rigidamente burocratico, che perde di vista l'interesse reale dei cittadini. E, per capire l'assurdità di questa deriva, basta un parallelismo: è come se i nostri uffici studi, invece di fornire analisi su cui la politica decide, imponessero testi vincolanti senza alcuno spazio di manovra per i parlamentari. Sarebbe un'invasione di campo inaccettabile. E, quindi, vi chiedo: perché dovremmo accettarlo su scala europea?
Ed è qui, onorevoli colleghi, che emerge la vera natura, quella più insidiosa, della richiesta di abolire il diritto di veto. Oggi ci viene chiesto di abolire il diritto di veto nell'Unione europea, ma dico con chiarezza che il punto non è il veto, non si tratta di efficienza, si tratta di controllo politico. È sufficiente guardare all'approccio che le istituzioni europee hanno avuto in questi anni. Abbiamo avuto l'Unione europea che usava due pesi e due misure: Governi democraticamente eletti dai cittadini - basti pensare al caso della Polonia o alle continue tensioni sull'Ungheria - che sono stati accusati di violare lo Stato di diritto ovvero di chissà quali derive antidemocratiche. Governi - nota bene - che nascevano da elezioni regolari e che hanno, poi, dato spazio ad una pacifica alternanza al potere. E questi Governi sono stati minacciati di tagli ai fondi fino a quando non si fossero conformati all'interpretazione politica prevalente nelle istituzioni europee. Questo è ricatto.
Come ha sempre denunciato con forza Giorgia Meloni nel corso della sua storia politica, e come ha riaffermato in quest'Aula l'11 giugno scorso a difesa del diritto di veto, il mantenimento del principio di unanimità coincide con il mantenimento delle sovranità nazionali. Non siamo disposti ad accettare strumenti di pressione indebita sui Governi nazionali. Senza il diritto di veto, una maggioranza precostituita a Bruxelles avrebbe il potere di ricattare un Governo nazionale sgradito, avrebbe il potere di esercitare una pressione politica ed economica tale da condizionare pesantemente l'azione di un Governo nazionale, sostituendosi, di fatto, alla volontà popolare e decidendo chi deve governare a Roma, a Varsavia o a Budapest. Il diritto di veto è l'argine che protegge la libertà dei cittadini di scegliersi il proprio Governo. Ed è qui che arriviamo al cuore della mozione: si chiede di abolire il veto, perché l'obiettivo finale è un sistema federale. Il diritto di veto non è l'ostacolo da rimuovere, è la garanzia democratica che consente alle Nazioni europee di rimanere protagoniste del proprio destino.
E se oggi ci troviamo a dover difendere quest'ultimo presidio di sovranità è perché il tentativo di scavalcare le Nazioni viene da lontano, e da lontano ha incontrato la resistenza dei popoli: ricordiamo bene quando, nel 2005, i cittadini di Francia e Paesi Bassi furono chiamati a esprimersi sulla cosiddetta Costituzione europea. Con un voto plebiscitario dissero “no” all'idea di un Superstato federale, che avrebbe svuotato di senso i Parlamenti nazionali. Quel voto rappresentò anche un netto rifiuto dell'idea di un'ulteriore concentrazione del potere decisionale europeo a scapito delle sovranità nazionali.
Il veto rimane oggi il principale strumento istituzionale attraverso cui gli Stati membri possono garantire che ogni ulteriore passo nell'integrazione europea avvenga con il loro consenso. Ed è qui che arriviamo ancora al cuore della mozione: si chiede di abolire il veto perché l'obiettivo finale è un sistema federale.
Noi vi diciamo chiaramente che questo obiettivo è totalmente fuori dal patto costituente dell'Europa. Il diritto di veto non è l'ostacolo da rimuovere, è la garanzia democratica che consente alle Nazioni europee di restare protagoniste del proprio destino.
E veniamo all'oggi, alla realtà concreta che la mozione ignora. Si cita l'ex Presidente Draghi come se le sue parole fossero una cambiale in bianco a favore del federalismo. Draghi ha diagnosticato un problema reale: l'Europa fatica a decidere e a competere. Draghi chiedeva un'Europa più forte e più capacità di agire. Su questo siamo d'accordo, quello su cui non siamo d'accordo è la terapia. Noi rispondiamo che un'Europa più forte non si costruisce svuotando le Nazioni, ma valorizzandone il contributo.
E la prova è nei fatti: questo Governo ha ottenuto risultati concreti non cedendo sovranità, ma esercitandola con fermezza al tavolo europeo, e oggi il veto è lo strumento con cui i Paesi più esposti evitano di essere travolti dalle decisioni dei più grandi. Se guardiamo alla politica estera, proprio in queste ore, la crisi mediorientale dimostra come, nei grandi internazionali, il peso delle Nazioni continui ad essere determinante. L'Italia è stata al tavolo da Nazione sovrana e da membro del G7, e la sua voce ha contato. Con la logica della mozione Richetti, la capacità dell'Italia di incidere autonomamente nelle grandi scelte strategiche sarebbe inevitabilmente stata ridimensionata. Il veto non è un ostacolo alla nostra proiezione internazionale, è la garanzia che l'Italia continui a contare. La mozione cita Ungheria e Cipro come prova che il veto è uno strumento di ricatto, ma, se si abolisce l'unanimità per neutralizzare loro, si priva l'Italia della sua più importante difesa. Il punto non è eliminare il veto, ma usarlo con intelligenza, e questo Governo lo sta dimostrando.
Infine, ci viene chiesto di usare strumenti come la PESCO, la cooperazione strutturata permanente in materia di difesa, come ponte verso la federalizzazione, ma questo è un controsenso. Questi strumenti funzionano proprio perché si basano sull'adesione volontaria e sovrana; rimuovere l'unanimità significherebbe permettere ai Paesi che in un determinato momento si trovino in una posizione dominante di imporre la loro agenda agli altri. Onorevoli colleghi, mentre l'opposizione propone mozioni per disarmare l'Italia, questo Governo usa la forza della sovranità per ottenere risultati concreti. Se avessimo già ceduto il nostro potere decisionale, oggi non avremmo gli spazi di flessibilità riconosciuti dalla Commissione europea per sostenere famiglie e imprese contro il caro energia.
L'europeismo a parole della mozione avrebbe un costo reale per i nostri cittadini. Noi non siamo contro l'Europa, noi vogliamo l'applicazione reale del principio di sussidiarietà, vogliamo un gigante politico capace di difendere i propri confini e competere a livello globale, e non un colosso burocratico che norma le minuzie della nostra vita quotidiana. Come ha ribadito il Presidente Meloni, la forza dell'Europa non sta nell'annullare le Nazioni, ma nel farle cooperare nel rispetto reciproco.
Per questo respingiamo la prospettiva federale contenuta in questa mozione e per questo difendiamo il diritto di veto. Non asseconderemo mai chi vuole sottrarre al popolo italiano il diritto di decidere del proprio destino
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Prestipino. Ne ha facoltà.
PATRIZIA PRESTIPINO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Guardate, colleghi e colleghe, la discussione di oggi riguarda una questione che può apparire tecnica, ma che, in realtà, investe direttamente il futuro dell'Europa, le nostre comunità cittadine, nazionali, e anche la capacità di rispondere alle sfide del nostro tempo: il permanere della regola dell'unanimità, e del conseguente diritto di veto, in alcuni settori decisivi dell'azione comune europea.
Una discussione, questa, è evidente, che va collocata dentro una prospettiva più ampia, ponendoci una domanda fondamentale: l'Europa vuole essere un soggetto politico capace di decidere, di agire, oppure intende restare quella costruzione incompiuta nella quale l'interesse comune può essere paralizzato dai singoli interessi nazionali? Per noi del Partito Democratico la risposta è netta: è giunto il momento di compiere un salto di qualità, nel processo di integrazione europea, nella direzione del progetto federale, che oggi, di fronte alle trasformazioni globali, costituisce una necessità politica prima ancora che ideale.
Le guerre alle porte del continente, la crescente competizione tra le potenze, le tensioni commerciali internazionali, le sfide tecnologiche, la crisi climatica, la sicurezza energetica, la difesa delle filiere industriali strategiche, la tutela del modello sociale europeo. Tutte sfide che uno Stato membro singolo non può essere in grado di affrontare da solo in modo efficace e che stanno mettendo alla prova duramente questa capacità dell'Unione di agire come un soggetto politico. E una delle ragioni principali è proprio questo permanere della regola dell'unanimità, secondo la logica intergovernativa, in alcuni ambiti fondamentali che ho appena descritto.
L'Unione europea si trova in una fase storica profondamente diversa da quella nella quale nacque e furono concepite molte delle regole che ancora disciplinano il suo funzionamento, e che oggi, nel quadro dell'allargamento e di fronte ai crescenti nazionalismi e sovranismi in molte parti dell'Europa, rischiano di sortire effetti completamente diversi da quelli che si intendeva, al tempo, perseguire. Infatti, pur con l'estensione, nel corso del tempo, del voto a maggioranza qualificata, i trattati prevedono che il Consiglio europeo e il Consiglio dell'Unione deliberino all'unanimità in settori strategici, quali, , politica estera, difesa comune, sicurezza, fiscalità, risorse proprie dell'Unione, quadro finanziario pluriennale.
E ancora, sulle questioni di cittadinanza europea, sull'adesione di nuovi Stati membri - cose divisive sulle quali abbiamo visto battaglie assurde nel passato -, sulla revisione dei trattati: in tutti questi casi, ciascuno Stato membro dispone di un potere di veto che può impedire l'adozione di decisioni sostenute, invece, dall'intera restante Unione.
È un meccanismo che forse appariva sostenibile in una Comunità composta da 6 Stati membri, non da 27, e negli ultimi anni abbiamo avuto numerose dimostrazioni di quest'. Pensiamo all'Ungheria di Orban, ce la ricordiamo bene: ha più volte bloccato e ribloccato, o ritardato decisioni relative agli aiuti europei all'Ucraina, ai pacchetti sanzionatori contro la Russia, alle dichiarazioni comuni di politica estera. Ma il problema non è soltanto quello dei veti esercitati, ma anche quello dei veti potenziali, perché, quando tutti sanno che una decisione può essere bloccata da un singolo Stato, le stesse istituzioni europee tendono a ridurre preventivamente l'ambizione delle proposte, vanno al ribasso, cercano compromessi o, addirittura, rinunciano ad affrontare determinate questioni.
Del resto i veti, si sa, o la minaccia di ricorrervi sono usati pure come leva politica per obiettivi estranei e non correlati, in un contesto in cui, peraltro, il ruolo del Parlamento europeo, colleghi, e quindi dei cittadini europei, è ancora troppo marginalizzato. Anche questo è un costo politico dell'unanimità ed è un freno all'integrazione. Infatti, per il Partito Democratico, il superamento del diritto di veto non rappresenta un obiettivo isolato. Costituisce una tappa necessaria di un percorso più ambizioso: la costruzione di un'Europa politica capace di decidere e di agire.
Lo abbiamo chiaramente affermato nelle mozioni approvate da questo Parlamento - non ultima, quella sulla quale ho fatto la dichiarazione di voto finale -, nelle iniziative assunte nel nostro partito in sede nazionale ed europea per rilanciare il progetto degli Stati Uniti d'Europa. E quindi è arrivato il momento davvero di rafforzare il Parlamento europeo, di estendere il ricorso alla maggioranza qualificata, di sviluppare una reale capacità fiscale comune, di dotare l'Unione europea di risorse adeguate e di strumenti permanenti di investimento e di consolidare il percorso aperto con il . L'esperienza della pandemia l'ha dimostrato: quando l'Europa agisce insieme, mettendo in comune risorse e responsabilità, è in grado di ottenere risultati straordinari che nessuno Stato membro potrebbe perseguire da solo. E non è possibile chiedere all'Europa di assumere maggiori responsabilità e, allo stesso tempo, mantenere meccanismi decisionali che attribuiscono a ciascun Governo un potere di blocco su questioni strategiche.
In questo quadro, il Partito Democratico continua a sostenere la necessità di una riforma dei Trattati per il completamento del processo federale. Allo stesso tempo, riteniamo che debbano essere utilizzati con maggior determinazione gli strumenti già disponibili nei Trattati - pur con tutti i limiti cui sono sottoposti -, a partire dalle cooperazioni rafforzate e dalle clausole passerella, che consentono la modifica delle modalità decisionali, passando dalla votazione all'unanimità alla votazione a maggioranza qualificata, affinché gli Stati membri che intendono davvero avanzare verso una maggiore integrazione possano farlo senza essere costantemente frenati e limitati dalle resistenze di chi, invece, preferisce mantenere lo .
Colleghe e colleghi, l'Europa è nata per superare le divisioni che avevano condotto il nostro continente alla guerra ed è cresciuta nella consapevolezza che le sfide più grandi non possono essere affrontate in solitudine. Oggi è chiamata a compiere un nuovo salto di qualità. Le sfide che abbiamo di fronte non consentono esitazioni, non consentono di restare fermi, pena l'irrilevanza, e la situazione geostrategica mondiale lo dimostra. Se vogliamo un'Europa capace di allargarsi, di decidere, di prosperare, di proteggere i cittadini, i più deboli, di affermare i propri valori nel mondo, dobbiamo avere il coraggio di superare assetti istituzionali che appartengono a una stagione ormai superata. Il superamento del diritto di veto, pertanto, non è una questione semplicemente procedurale. È una scelta politica che riguarda il futuro dell'Unione tutta.
Per questa ragione, il Partito Democratico sostiene il superamento del diritto di veto e dell'unanimità non come fine in sé, ma come passaggio verso un'Unione più democratica, più efficace, più solidale, più federale, in una sola parola: verso gli Stati Uniti d'Europa .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Alberto Bagnai. Ne ha facoltà.
ALBERTO BAGNAI(LEGA). Grazie, Presidente. È una discussione molto interessante quella che si sta svolgendo qui, e questo mi porta, fra l'altro, a rimpiangere il fatto che, in questa discussione, manchi il contributo di quello che oggi si sta affermando o cerca di affermarsi come “il partito sovranista vero”, che però su questo tema oggi non ascolteremo. In cambio avrete la sua pallida fotocopia, cioè me.
Ho ascoltato, senza molta sorpresa, la solita retorica della costruzione incompiuta. Ecco, cominciamo un attimo a riflettere su questo. Quando si parla di incompiute io, per formazione, e credo anche il collega Giordano, pensiamo a Schubert. L'incompiuta era incompiuta, perché aveva due movimenti invece di quattro. Si capiva perché era incompiuta: perché, per essere compiuta, avrebbe dovuto avere quattro movimenti, perché una sinfonia ha quattro movimenti. Ciò non toglie che sia un capolavoro, ma questo è un altro discorso. Altri colleghi, magari ci saranno architetti, potrebbero pensare al tempio malatestiano di Rimini: quando si osserva la facciata si capisce che qualcosa manca, una parte è più bassa di un'altra. Ecco, anche quella è un'incompiuta, anche quello è un capolavoro, anche lì si capisce dove si sarebbe dovuti arrivare: al timpano e concludere la costruzione in questo modo.
Ma il compimento dell'Unione Europea esattamente che forma dovrebbe prendere? Perché se noi non definiamo correttamente che forma dovrebbe prendere una Unione europea compiuta, innanzitutto non possiamo dire che quella di cui disponiamo - che, come sapete, a me non piace tantissimo - sia incompiuta, perché non sappiamo quale sarebbe il compimento. E poi non possiamo chiedere ai cittadini di sostenerci verso un eventuale tragitto democratico verso questo compimento, compimento senza il quale ci si dice: l'Europa non può fare di più. D'accordo, l'Europa non può fare di più, ma nessuno si pone una domanda: l'Europa deve fare di più?
Vedete, l'abolizione del diritto di veto significa, sostanzialmente, l'obliterazione delle decisioni dei Parlamenti nazionali senza che sia chiaro con che cosa andremo a sostituirli, visto che, al netto della formula assolutamente vacua già definita come tale dal compagno Lenin - e io vorrei che ci fosse ancora la sinistra di una volta, prima della prima guerra mondiale - degli Stati Uniti d'Europa, al di fuori di questa formula, non abbiamo nulla. Sarebbe una Repubblica presidenziale e ci sarebbe l'elezione diretta di un Presidente eletto dopo una campagna elettorale condotta fra un greco e un irlandese che si parlano in inglese, e quindi vince l'irlandese? Vogliamo entrare un attimo nella concretezza di che cosa sarebbe questa roba?
Vedete, c'è un tema che a me affascina dal punto di vista intellettuale. Allora, adesso vogliamo rivedere un aspetto fondante dei Trattati, cioè quello che certe decisioni debbano essere prese all'unanimità. Quindi, questo aspetto è modificabile, è plastico, è un : si può sbriciolare. Dall'altra parte, siamo appesi e costretti dalle regole del Patto di stabilità, che, invece, sono di granito. Allora, qual è il minimo comune denominatore? Le regole del Patto di stabilità costringono i Governi nazionali, quindi vanno bene e le difendiamo. Il principio di unanimità difenderebbe i Governi nazionali, quindi non va bene e quindi lo togliamo di torno. Quindi, è chiaro che c'è un antiparlamentarismo dietro tutto questo che non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da forze politiche che rivendicano di avere contribuito, con la loro lotta, a rendere l'Italia un Paese democratico.
E io vorrei dire una cosa ai colleghi progressisti: dovete fare pace con il fatto che nessuno vuole quello che volete voi. Non lo vuole il popolo, non lo vogliono le e, forse, non lo vogliono neanche quegli Stati che voi volete, a passo di carica, fare entrare in Unione europea senza una riflessione razionale sui benefici per noi e per loro, e parto da quest'ultimo punto. Perché mai uno dovrebbe aderire a un progetto politico dove sa che sarà sussidiato perché ha un reddito medio inferiore alla media europea, e quindi farà parte dei beneficiari netti di fondi, ma sa anche che non potrà mai alzare il dito per difendere un suo interesse particolare? Siete sicuri che abolire il diritto di veto renderebbe questo progetto così attrattivo per i nuovi entranti? Io no. Certo, come diceva l'onorevole Prodi a suo tempo: c'è anche la follia, c'è anche il suicidio nella vita.
Allora, il popolo questo progetto non lo vuole. L'Unione europea non vuole gli Stati Uniti d'Europa. Questo è un tema che, prima o poi, vi dovrete porre, se volete continuare a darci lezioni di democrazia, mentre quello che avete fatto nel corso di questi anni è stato teorizzare esplicitamente che la costruzione europea si sarebbe dovuta mandare avanti con il manganello delle crisi: con il manganello della crisi economica, con il manganello oggi - peggio ancora - della crisi militare. Voi ve lo sarete anche dimenticato, ma molti non hanno dimenticato l'intervista al Presidente Prodi, nel dicembre del 2001, quando riconosceva l'irrazionalità della costruzione europea, l'irrazionalità del processo che aveva portato all'unione monetaria concludendo, sul , non su un organo di stampa trascurabile, che, però, un giorno ci sarà una crisi e allora si creeranno gli strumenti per - come dire - mandare avanti il progetto.
Basta anche guardare, credo fosse ieri, un nostro illustre, non so cosa, ma, insomma, commentatore, Angelo Panebianco, che, su un giornale sicuramente autorevole che non citerò, riferiva che: “beh, certo, è un peccato che i cittadini non vogliono la difesa comune; certo se ci fosse una minaccia forte allora…”. Ecco, quindi, lo avete messo da parte questo fatto qui, che senza la minaccia di una crisi, senza la minaccia di essere impoveriti, senza la minaccia non c'è una spontanea tendenza del popolo europeo verso una Unione europea? Perché non c'è? Perché non c'è un popolo europeo. E, infatti, quali sono gli esperimenti federali ai quali vi ispirate? Gli Stati Uniti d'Europa, che hanno, diciamo, una genesi abbastanza ovvia: sono arrivati degli alieni, noi fondamentalmente; abbiamo raso al suolo tutte le culture autoctone; ci abbiamo messo la nostra; li abbiamo rinchiusi in delle riserve dove stanno lì e cercano di tirare a campare. Ma, qui, da noi, questo non è possibile, perché le nostre culture hanno delle radici più profonde e perché, insomma, non siamo disposti a suicidarci in questo modo.
Il fatto è che, poi, questo tipo di modello, non lo vogliono neanche le Io credo che sia il caso che riflettiate - soprattutto i colleghi progressisti di centro che fanno, della moderazione e della competenza, un vessillo - che, nelle sedi confindustriali, questa idea che il Governo non possa difendersi da indirizzi irrazionali e suicidi, che vengono dalle sedi europee, questa idea non è apprezzata. Vedete, questa storia che l'Europa fa poco e dovrebbe fare di più - fare di più, fare di meno, non entro in questo -, ma fa poco? Io non credo che tutti siano d'accordo sul fatto che fa poco. Io credo che l'ipertrofia regolamentare europea, per esempio, infastidisca molto i nostri imprenditori che fanno impresa. Io credo che gli indirizzi di politica industriale che ci ha dato l'Unione europea negli ultimi anni, gli indirizzi suicidi del siano assolutamente deprecati in questa fase storica dal mondo dell'industria e mi pare di ricordare dichiarazioni, piuttosto esplicite, da parte anche degli attuali vertici di Confindustria.
Siamo quindi passati dal famoso “fate presto”, del novembre 2011, con cui Confindustria invocava l'avvento di Monti a un atteggiamento maggiormente prudente. Basta ricordare, per esempio, quando Aurelio Regina, il delegato di Confindustria all'energia, ebbe modo di apprezzare il fatto che il Ministro Giorgetti potesse mettere un veto nelle sedi europee a una revisione della tassazione che l'Europa aveva in mente e che sarebbe stata disastrosa. Mi è capitato, pochi giorni fa, di essere a Rapallo - qui parlo in quota ovviamente, in quota popolo ho già parlato - dove, in un convegno pubblico, Antonio Gozzi, il consulente particolare del presidente di Confindustria sul tema dell'autonomia strategica, deprecava il modo con cui le burocrazie europee avevano ritardato l'entrata in vigore e avevano anche snaturato il provvedimento dell'. In altre parole, come diceva un mio conterraneo “a ognuno puzza questo barbaro dominio”, ma ci dovrete fare i conti perché, come dire, finché…
ALBERTO BAGNAI(LEGA). …puzzava al popolo, voi potevate stare saldamente seduti dalla parte dell', ma adesso siete scoperti anche da quella parte lì. Quindi, Presidente, concludo, quello che dovevo dire l'ho detto.
La ringrazio per avermi dato la parola e ringrazio i colleghi per la cortese attenzione che mi hanno riservato (.
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il Governo intende intervenire o si riserva di farlo successivamente? Il Governo si riserva. Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione della mozione Zanella ed altri n. 1-00574 concernente iniziative per la prevenzione degli effetti sulla salute derivanti dall'innalzamento delle temperature e per il contrasto al cambiamento climatico, con particolare riferimento alle aree urbane .
La ripartizione dei tempi riservati alla discussione è pubblicata nel vigente calendario dei lavori .
PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
È iscritto a parlare il deputato Zaratti, che illustrerà anche la mozione Zanella ed altri n. 1-00574, di cui è cofirmatario.
FILIBERTO ZARATTI(AVS). Grazie, Presidente. Signora Sottosegretaria, io penso che noi, questa sera, affrontiamo uno dei problemi più grandi, non soltanto del nostro Paese, quanto del nostro pianeta. Dalle scelte che noi faremo, nei prossimi mesi e nei prossimi anni, su questo argomento, dipenderà il tipo di futuro che aspetta non soltanto alle future generazioni, ai nostri ragazzi e alle nostre ragazze, ma anche il futuro più immediato, quello che riguarda noi stessi.
Fino a qualche tempo fa, si pensava che gli effetti dei cambiamenti climatici riguardassero le generazioni a venire, ma non è così. Fino a qualche tempo fa, per parlare di cambiamenti climatici e delle grandi catastrofi ambientali, era necessario guardare gli schermi delle nostre televisioni e vedere quello che accadeva, magari in Asia, in America, in altri Paesi e in altri continenti. Ora, per vedere gli effetti dei cambiamenti climatici e delle catastrofi ambientali, non serve più il televisore, ma è necessario e sufficiente guardare dalla finestra di casa nostra per renderci conto di quello che sta accadendo. È sotto l'occhio di tutti, è la verità più semplice da poter osservare, perché sta cambiando la vita di ognuno di noi, sta cambiando le nostre abitudini, sta cambiando la nostra qualità della vita, sta cambiando il nostro modo di lavorare, di produrre, dove e cosa produrre. Pensiamo, per esempio, alla desertificazione che avanza nel Sud del nostro Paese, al fatto che alcune colture ormai stanno morendo, si stanno estinguendo a causa dei cambiamenti climatici.
La realtà è tanto evidente che soltanto la destra può avere una posizione negazionista e far finta di nulla; far finta che questo problema non c'è e, quindi, fare una campagna di opinione, nel Paese, contro questa Europa che obbliga il nostro Paese a mettere in atto politiche di salvaguardia della natura e dell'ambiente; le campagne della destra contro il per i soldi che dovrebbero essere investiti in questa direzione sulle energie rinnovabili piuttosto che sul ripristino della natura. Tutto è il nemico della destra, così come sono nemici i mezzi a trazione elettrica, la rivoluzione elettrica che l'Europa si accinge a realizzare.
Voglio ricordare che altri Paesi, a livello globale, a differenza di noi, stanno investendo significativamente sulla mobilità elettrica. Per esempio, basta vedere quello che sta facendo la Cina che è diventata, in pochi anni, nel settore, facendo scelte importanti e fondamentali. Fino a qualche tempo fa, per le strade delle città cinesi, c'era una coltre che non era nebbia, ma era smog. Oggi, in quelle grandi città, in quelle grandi metropoli, sta cambiando anche la qualità dell'aria per le scelte lungimiranti che sono state fatte. Così come, sul mercato dell'energia, chi ha puntato fortemente sulle energie rinnovabili adesso paga l'energia molto, molto meno di quanto la paghiamo noi. Basta vedere quello che sta accadendo, in questo caso, in un Paese più vicino, la Spagna.
Di fronte a tutto ciò, la destra continua ad avere una posizione assolutamente negazionista e sta destinando il nostro Paese non soltanto a non affrontare il problema fondamentale per l'esistenza del nostro Paese, della vita e della nostra economia, ma sta destinando il nostro Paese a una sorta di medioevo tecnologico. Infatti, chi investe sulle questioni legate all'ambiente e in tecnologie legate all'ambiente investe sull'innovazione tecnologica, quell'innovazione che determina il vero livello di competitività a livello mondiale di un Paese come l'Italia. Questo non è un Paese che ha grandi risorse naturali, non ha petrolio, non ha gas e non ha carbone. Vi devo dare anche una notizia, non ha neanche l'uranio necessario a fare il nucleare. È un Paese che ha tante risorse, tante ricchezze, e, dal punto di vista energetico, due fonti inesauribili, come il vento e come il sole, che hanno soltanto un grosso difetto: sono gratuite
Ecco, i cambiamenti climatici stanno determinando una serie di problemi che riguardano anche la tutela della vita delle persone. Secondo l'Imperial College di Londra, uno studio molto importante dal punto di vista scientifico, il 68 per cento delle 24.400 persone che sono decedute in Europa, nel periodo estivo del 2025, è stato causato dagli effetti legati ai cambiamenti climatici, alle ondate di calore legate ai cambiamenti climatici. In questa graduatoria voglio ricordare, di questi 24.400 deceduti, che ben 4.597 morti sono stati italiani. L'Italia è il Paese al primo posto per vittime legate alle ondate di calore, al caldo causato dai cambiamenti climatici. È il Paese più esposto ed è anche il Paese dove si fa meno per cercare di contrastare i cambiamenti climatici.
D'altro canto, lo scorso anno, nel nostro Paese, è stato calcolato che c'è stato un innalzamento di temperature fino a 3,6 gradi centigradi, con una media di innalzamento di 2,2 gradi rispetto agli anni precedenti. Questo, ovviamente, apre una difficoltà enorme nel nostro Paese, che determina, senza alcuna protezione, la morte di tanti soggetti fragili. Questo è il grande problema, perché, come sempre, a pagare non sono coloro che sono ricchi, non è la parte ricca del Paese, non sono quelle poche migliaia di famiglie che detengono il 98 per cento delle ricchezze del nostro Paese. Loro non hanno questi problemi. Chi vive questi problemi e chi ne paga gli effetti sono soprattutto i settori più fragili, le classi sociali più umili, e a loro noi dovremmo pensare, cercando di mettere in atto quelle politiche di tutela che sono assolutamente necessarie.
Non si può continuare a sostenere la combustione dei fossili, come fa il vostro Governo. Non si può pensare di trasformare l'Italia in un del gas e continuare a bruciare combustibili fossili nel nostro Paese. Non si può continuare a sostenere le politiche di deforestazione oppure a non mettere in atto delle politiche vere che contrastino il consumo di suolo. Siamo arrivati alla fine; come si diceva una volta, siamo arrivati alla frutta o, forse, all'amaro. Non abbiamo più lo spazio, non abbiamo più la possibilità di non fare nulla, è necessario mettersi in campo. Io credo che questo Governo stia dando l'esempio di ciò che non si deve fare, stia dando l'esempio di una indifferenza rispetto a questo problema che non fa i conti con la realtà quotidiana che vediamo dalle finestre delle nostre case.
Noi crediamo che sia necessario mettere in atto una serie di atti per prevenire gli effetti del caldo: piani di allerta e protezione dei più fragili, il monitoraggio dei decessi per capire effettivamente quello che sta accadendo. Questi sono gli obiettivi che noi abbiamo posto con questa nostra mozione, perché su questo argomento, care colleghe, cari colleghi e Sottosegretaria che rappresenta il Governo, non si può fare - e vado a concludere, Presidente - demagogia. È necessario fare atti concreti e noi vogliamo dare un contributo di idee concrete.
Come dicevo, è necessario che gli infortuni e i malori dovuti all'eccesso di temperature siano censiti, che venga messa in atto una cabina di regia per l'adattamento ai cambiamenti climatici. È necessario che finalmente si metta in atto una politica sulla tutela degli ecosistemi naturali, che gli obiettivi di zero consumo di suolo entro il 2030 vengano effettivamente adottati dalla legislazione nazionale, che si metta in campo un Piano di ripristino della natura con cui si vogliono raggiungere gli obiettivi della , che è in vigore, peraltro, dall'agosto del 2024 e al quale voi avete votato incredibilmente e irresponsabilmente contro. Quindi, è necessario che un Governo come il nostro sia responsabile nei confronti delle cittadine e dei cittadini.
Oggi la priorità è combattere i cambiamenti climatici e mettere in atto un Piano di adattamento ai cambiamenti climatici per salvare le vite e per rendere ancora la nostra economia in grado di competere.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Patrizia Prestipino. Ne ha facoltà.
PATRIZIA PRESTIPINO(PD-IDP). Grazie, Presidente. Il tema che affrontiamo oggi in questa mozione è di vitale importanza, perché riguarda, appunto, l'emergenza climatica e il suo impatto devastante sulla salute pubblica. È innegabile che l'innalzamento delle temperature nelle aree urbane stia avendo effetti devastanti non solo sulle nostre città, ma anche su milioni di cittadini che vivono in condizioni di vulnerabilità, di fragilità sociale ed economica o che vivono per strada.
L'analisi condotta da rinomati istituti, come l'Imperial College di Londra, ci fornisce dati davvero inquietanti. Nel solo 2025 si stima che il cambiamento climatico abbia portato a 24.400 decessi in Europa a causa del caldo estremo. Di questi, ben 4.597 sono attribuiti all'Italia. È un dato che esplicita la gravità della situazione del nostro Paese e sottolinea il fatto che siamo tra le Nazioni più colpite dall'emergenza climatica. Abbiamo visto un anticipo di caldo che ha creato tantissimi problemi con cicloni e con tifoni nell'ultima parte del mese di maggio. Le città italiane, in particolare, mostrano tassi di mortalità inaccettabili, come Milano e Roma, che figurano - pensate - tra le città più colpite in Europa: 1.156 decessi a Milano e 835 a Roma. Sono dati che non rappresentano solo numeri, ma storie di vite spezzate, di famiglie distrutte, di inquietudini, di paura, di allarmi.
Non possiamo ignorare il fatto che questi decessi sono il risultato diretto di ondate di calore causate da fattori come la combustione di combustibili fossili, la deforestazione e il consumo eccessivo di suolo, che, si sa, è una piaga del nostro territorio nazionale. È necessario comprendere che l'emergenza climatica non è solo un problema ambientale, ma una questione anche culturale e sociale, che investe la salute pubblica. Le persone più vulnerabili, anziani e individui con patologie preesistenti, sono le prime a pagare il prezzo altissimo delle temperature estreme. L'aumento delle temperature non porta solo a disidratazione o a scompensi cardiaci, ma aggrava anche malattie esistenti, creando una crisi sanitaria senza precedenti.
Di fronte a queste evidenze è nostro dovere, come legislatori, agire con urgenza e determinazione. La mozione in discussione non chiede solo di riconoscere la gravità della situazione, ma anche di adottare misure concrete per affrontare l'emergenza climatica e le sue conseguenze. È imperativo che il nostro Governo si impegni a ridurre le emissioni, a promuovere l'uso di energie rinnovabili, a implementare i piani di adattamento alle nuove condizioni climatiche.
Però, colleghe e colleghi, mentre siamo qui a discutere di salute pubblica, dobbiamo anche considerare un altro aspetto cruciale, che a me personalmente, ma anche al mio partito, sta davvero a cuore: la tutela del benessere animale. Gli effetti del cambiamento climatico non ricadono solo sul genere umano. Stiamo assistendo a un impatto devastante anche sugli animali, di affezione e non solo, quelli domestici e non solo, sulla fauna pubblica, sull'avifauna.
Penso al surriscaldamento dell'asfalto. Quando arriva il caldo terribile, arrivano le prime indicazioni sanitarie: non uscire a una certa ora, nelle ore di caldo eccetera. Ma guardate che questa cosa vale anche per i cani e per i gatti, che non possono uscire nelle ore di caldo, loro che sono più bassi, più vicini all'asfalto e che soffrono di più il surriscaldamento dell'asfalto. Vale per i gatti, ma vale - e penso - anche per i cavalli delle botticelle e delle carrozzelle che ancora trainano questi antidiluviani mezzi di trasporto nel 2026. Diventano immagini inaccettabili nella calura estiva di Milano, di Roma, di Palermo, di Napoli, di Firenze. Sono immagini ormai davvero barbariche, che non hanno niente a che fare con il livello di civiltà che dovremmo vivere in questo nostro periodo.
Molte specie, per esempio, sono costrette a migrare per cercare più favorevoli e in molti casi non riescono a farlo in tempo.
Gli eventi climatici estremi, come le ondate di caldo, non solo mettono in pericolo la vita umana, ma aumentano anche il rischio di estinzione di molte specie animali. Ecco perché le restrizioni ambientali e le politiche climatiche devono includere piani di protezione per tutti, anche per gli animali che affrontano la loro vulnerabilità in un contesto di cambiamento climatico. Creare aree protette, preservare gli e promuovere le biodiversità sono azioni fondamentali che dobbiamo integrare nelle nostre politiche di legislatori.
In conclusione, è importante sostenere questa mozione, Sottosegretaria. È nostro compito proteggere la salute dei nostri cittadini e degli animali, che condividono il nostro territorio con noi. Solo collaborando e adottando misure reali e tempestive possiamo sperare di affrontare con efficacia questa emergenza climatica, che ormai ci riguarda tutti. Dobbiamo agire ora, non solo per il benessere presente, ma anche per il futuro.
È tempo di prendere decisioni coraggiose e di impegnarci seriamente tutti per un cambiamento .
PRESIDENTE. È iscritto a parlare il deputato Enzo Amich. Ne ha facoltà.
ENZO AMICH(FDI). Grazie, Presidente. Sottosegretario Siracusano, onorevoli colleghi, la mozione all'esame dell'Aula affronta temi di grande rilevanza per la salute dei cittadini e per la resilienza dei nostri territori di fronte ai cambiamenti climatici.
Si tratta di questioni che richiedono l'impegno responsabile di tutte le forze politiche e delle istituzioni, in un quadro in cui l'ambiente, nella sua accezione più completa, si conferma una determinante fondamentale per il benessere psicofisico e la salute delle persone e delle comunità. Per questo riteniamo che tali argomenti non siano patrimonio di una sola parte politica, ma rappresentino una responsabilità condivisa che richiede approcci concreti basati su evidenze scientifiche, programmazione e capacità di intervento.
Gli scenari legati al cambiamento climatico delineano un aumento dei rischi per la salute connessi a eventi estremi - ondate di calore, disponibilità idrica e sicurezza alimentare -, con particolare impatto sui soggetti più vulnerabili. In questo contesto, l'approccio , promosso dalla Strategia nazionale per la biodiversità e nella strategia di prevenzione, offre una visione sistematica e integrata tra salute umana, animale ed ecosistemi, che il Piano nazionale della prevenzione ha fatto propria come principio guida. Proprio in questa prospettiva, intendo illustrare le principali misure che il Governo Meloni ha adottato e mantiene operative, per affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute dei cittadini e sulla resilienza dei territori, seguendo l'ordine dei temi sollevati dalla mozione, anche per rispondere agli interventi che mi hanno preceduto.
Il Sistema nazionale di previsione e prevenzione degli effetti del caldo sulla salute, coordinato dal Ministero della Salute, è operativo ogni estate. Per l'anno in corso è stato riattivato con la circolare del 21 maggio 2026, che ha disposto la pubblicazione dei bollettini, dal lunedì al venerdì, dal 25 maggio al 20 settembre, per le città monitorate, con previsione fino a 72 ore e quattro livelli di allerta. Il Sistema di sorveglianza della mortalità giornaliera continua a essere aggiornato e i dati sono resi disponibili attraverso l'Istituto superiore di sanità. Queste attività si inseriscono nelle linee strategiche del Piano nazionale della prevenzione, che prevedono il rafforzamento dei sistemi di monitoraggio degli effetti del clima sulla salute, la valutazione degli impatti sanitari e dei fattori ambientali, nonché il potenziamento della capacità di risposta del sistema sanitario e delle comunità locali di fronte ai rischi connessi ai cambiamenti climatici.
Le misure di allerta e di protezione delle fasce più fragili sono integrate dal Piano nazionale per la prevenzione degli effetti del caldo sulla salute. Tale strumento prevede il coinvolgimento delle aziende sanitarie locali e dei comuni nella definizione di anagrafi dei soggetti vulnerabili e nell'attivazione di interventi mirati durante le ondate di calore, con particolare attenzione agli anziani e alle persone affette da patologie croniche. Si tratta di azioni volte a proteggere le persone più fragili e a ridurre gli effetti che le condizioni ambientali avverse possono avere sulla salute dei cittadini.
In materia di formazione del personale sanitario e di rafforzamento delle reti di protezione sociale, le linee guida del Piano degli effetti del caldo sulla salute forniscono indicazioni operative agli operatori sanitari e sociosanitari sulla gestione dei rischi derivanti dalle alte temperature. Tali indicazioni vengono diffuse annualmente e rientrano nell'attività di prevenzione prevista dal Sistema nazionale.
Sul fronte della tutela dei lavoratori maggiormente esposti alle alte temperature, l'INAIL ha sviluppato, anche attraverso il progetto, realizzato in collaborazione col Consiglio nazionale delle ricerche, strumenti di valutazione del rischio termico occupazionale e specifiche linee guida per la prevenzione delle patologie del calore nei luoghi di lavoro, con particolare attenzione ai settori dell'edilizia e dell'agricoltura. Queste misure contribuiscono a rafforzare la tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro maggiormente esposti agli effetti delle alte temperature.
Le campagne di informazione e comunicazione sono attivate ogni estate dal Ministero della Salute, attraverso i bollettini, l'applicazione dedicata, il numero verde 1500 e i canali istituzionali, con l'obiettivo di diffondere raccomandazioni comportamentali basate su dati meteorologici e sanitari. I dati relativi alla sorveglianza della mortalità e degli accessi ai pronto soccorso durante le ondate di calore vengono pubblicati annualmente dall'Istituto superiore di sanità e messi a disposizione delle Commissioni parlamentari competenti, garantendo trasparenza e supporto alle attività istituzionali.
In tema di adattamento ai cambiamenti climatici, il Governo Meloni ha approvato, con decreto del 21 dicembre 2023, il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, che rappresenta il principale strumento di indirizzo nazionale per ridurre la vulnerabilità di territorio agli impatti climatici, comprese le aree urbane maggiormente esposte alle ondate di calore.
Per quanto riguarda gli interventi di riforestazione urbana e la realizzazione di infrastrutture verdi e blu, il Governo Meloni ha proseguito e rafforzato le azioni di rigenerazione urbana e di incremento del verde nelle città, attraverso le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza, i programmi europei e le misure di bilancio dedicate al miglioramento della qualità ambientale urbana. Queste iniziative contribuiscono a migliorare la qualità dell'aria, a mitigare gli effetti delle isole di calore urbane e a rendere le città più vivibili e resilienti.
Sul tema del consumo di suolo, il monitoraggio annuale, curato dall'ISPRA, continua a fornire dati aggiornati sull'andamento del fenomeno. Il Governo mantiene alta l'attenzione su questo aspetto attraverso gli strumenti di programmazione e le misure di rigenerazione urbana già avviate, con l'obiettivo di tutelare la permeabilità dei suoli, la biodiversità e i servizi ecosistemici.
Infine, ai fini dell'attuazione del regolamento europeo sul ripristino della natura, il Ministero dell'Ambiente e della sicurezza energetica ha avviato la consultazione pubblica sulle bozze del Piano nazionale di ripristino della natura, successivamente prorogata fino al 24 giugno 2026. La trasmissione del Piano alla Commissione europea è prevista entro il 1° settembre 2026, nel rispetto della scadenza fissata dalla normativa europea. Il Piano include misure specifiche dedicate agli ecosistemi urbani, finalizzate ad arrestare la perdita netta di verde urbano entro il 2030 e ad aumentare progressivamente gli spazi naturali, le aree verdi, la copertura arborea, contribuendo alla resilienza della città e al miglioramento della qualità della vita dei cittadini.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, vado verso le conclusioni. Vorrei mettere in chiaro un dato: il Governo, guidato da Giorgia Meloni, ha adottato e mantiene operative una serie di misure concrete in materia di prevenzione sanitaria, monitoraggio degli impatti e adattamento ai cambiamenti climatici, consolidando strumenti esistenti e rafforzandoli attraverso nuovi interventi programmatori finanziari. Molte di queste misure sono state potenziate e integrate negli ultimi anni, in coerenza con il quadro strategico delineato dal Piano nazionale della prevenzione 2026-2031, approvato nel maggio del 2026, che individua esplicitamente tra i propri macro-obiettivi il rapporto tra ambiente, clima e salute, nonché con il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Siamo consapevoli che si tratta di una sfida complessa e in continua evoluzione, che richiede aggiornamento costante degli strumenti e capacità di adattamento delle politiche pubbliche. Tuttavia, riteniamo doveroso riconoscere il lavoro svolto e i risultati raggiunti. Un punto chiaro, che dovrebbe anche essere chiaro a tutti i partiti dell'opposizione, è che la tutela della salute, dell'ambiente e della qualità della vita dei cittadini non può essere affrontata attraverso contrapposizioni ideologiche o slogan, ma richiede programmazioni, investimenti, rigore scientifico e collaborazione tra tutti i livelli istituzionali. Si tratta di temi che non appartengono a una sola parte politica, ma che chiamano tutti ad una comune assunzione di responsabilità nell'interesse della comunità e delle future generazioni.
È in questo spirito che il Governo Meloni continuerà a operare con pragmatismo e determinazione, per rafforzare la prevenzione, la tutela della salute pubblica e la capacità di adattamento del Paese alle sfide poste dai cambiamenti climatici.
PRESIDENTE. È iscritta a parlare la deputata Carmen Di Lauro. Ne ha facoltà.
CARMEN DI LAURO(M5S). Grazie, Presidente. Questa mozione ha il merito di affrontare la crisi climatica come una questione concreta di salute pubblica, di giustizia sociale, di sicurezza delle persone. Ma di cosa parliamo concretamente quando si parla di cambiamenti climatici? Parliamo di ondate di calore, di siccità, di città invivibili, di anziani soli, di lavoratori esposti, di bambini e persone fragili; parliamo di Niscemi.
E, poi, c'è un nesso ulteriore che è emerso sempre con maggiore forza negli ultimi anni, ed è il collegamento tra cambiamenti climatici e salute mentale. Il cambiamento climatico non colpisce solo il corpo, colpisce anche la mente, la percezione del futuro; colpisce la possibilità stessa, soprattutto per i più giovani, di immaginare una vita stabile, sicura e desiderabile. L'Organizzazione mondiale della sanità ha già affermato con chiarezza che la crisi climatica rappresenta un rischio crescente per la salute mentale e per il benessere psicosociale. Gli impatti vanno dallo emotivo all'ansia e alla depressione, fino all'aumento del rischio di comportamenti suicidari nelle situazioni più estreme.
E, attenzione, non siamo nel campo delle suggestioni, siamo nel campo della salute pubblica, parliamo di dati concreti, reali. Uno studio pubblicato sul condotto su oltre 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni, in dieci Paesi, ha mostrato dei dati impressionanti: il 59 per cento dei giovani intervistati si dichiara molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico; l'84 per cento è almeno moderatamente preoccupato, mentre oltre il 45 per cento afferma che questi sentimenti incidono in maniera negativa sulla vita quotidiana e sul funzionamento personale. Questa non è una generazione fragile perché si preoccupa troppo, è una generazione che, anzi, guarda i dati, i fatti, guarda l'inazione politica e si chiede se gli adulti stiano davvero proteggendo il loro futuro.
Anche in Italia il fenomeno è ormai visibile: una ricerca promossa da Greenpeace, con il supporto scientifico dell'Istituto europeo di psicotraumatologia, segnala che, su oltre 3.600 persone tra i 18 e i 35 anni, il 44 per cento riferisce un impatto negativo dell'ansia climatica sul proprio benessere psicologico. Il 41 per cento parla di preoccupazione e ansia per il futuro, il 19 di rabbia e frustrazione, il 16 di impotenza e rassegnazione. Sono dati che dovrebbero interpellare direttamente le istituzioni, che ci dovrebbero far riflettere, perché, quando una parte così consistente di giovani associa il futuro non alla speranza, ma alla minaccia, significa che abbiamo un problema politico.
Pochi mesi fa, a Roma, in Campidoglio, è stato presentato un progetto di ricerca dal titolo “Comportamenti pro-ambientali ed eco-ansia tra gli adolescenti italiani”, nato dalla collaborazione tra l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e l'Università degli studi di Firenze. Questa è stata indicata come la prima indagine nazionale italiana dedicata all'interconnessione tra cambiamento climatico e salute mentale negli adolescenti. Il punto più importante emerso da questo progetto è che l'eco-ansia non va ridicolizzata né politicizzata automaticamente. Va ascoltata, perché spesso l'eco-ansia contiene una domanda lucidissima: cambiare modello di sviluppo, rendere le città vivibili, ridurre le emissioni, proteggere la salute.
E allora, attenzione, la risposta non può essere dire ai ragazzi: no, ma state tranquilli, non vi preoccupate. Questo sarebbe paternalistico e anche falso. La risposta dovrebbe essere: ok, abbiamo capito, agiamo. Questa mozione va proprio in questa direzione quando chiede la piena attuazione del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, risorse stabili, riduzione del consumo del suolo, infrastrutture verdi e blu, monitoraggio delle vulnerabilità urbane, rafforzamento della medicina territoriale e dei sistemi di allerta.
Su diverse testate giornalistiche, negli ultimi giorni, si parla di El Niño, il riscaldamento ciclico delle acque del Pacifico lungo la costa equatoriale del Sudamerica. El Niño tende ad aumentare le temperature globali e ad alterare i regimi di precipitazione, aggravando eventi estremi, siccità, alluvioni, incendi, insicurezza alimentare. Le previsioni indicano temperature molto sopra la media quasi ovunque nelle prossime settimane e mesi. Questo significa che non possiamo più ragionare in emergenza permanente, dobbiamo ragionare in prevenzione permanente. La crisi climatica non è un evento eccezionale che arriva e poi passa e va via, ma è una condizione strutturale, nella quale le politiche pubbliche devono imparare a vivere, programmare e proteggere.
Ma parlando di cambiamenti climatici non posso non far riferimento a quella che è la filiera zootecnica, in particolare agli allevamenti intensivi. Secondo la FAO, nel 2023, le emissioni globali dei sistemi agroalimentari hanno raggiunto 16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente, pari a circa il 32 per cento delle emissioni complessive. All'interno di questo quadro, le emissioni zootecniche rappresentano la componente singola più rilevante: 4 miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente. Non parliamo, quindi, di un dettaglio marginale, ma, anzi, di un pezzo centrale del problema climatico. Il metano prodotto all'interno degli allevamenti intensivi ha un potere climalterante molto superiore all'anidride carbonica nel breve periodo.
L'Agenzia europea dell'ambiente ricorda che, nell'Unione europea, la gestione del letame e la fermentazione enterica sono le principali fonti di metano agricolo, con un peso dominante negli allevamenti bovini. Ora, attenzione, questo non significa dire che tutti gli allevatori sono dei criminali, non vogliamo criminalizzare gli agricoltori o chi lavora nella filiera, però significa dire la verità. Il modello degli allevamenti intensivi basato su concentrazione e massimizzazione della produzione, consumo di suolo, mangimi, reflui, emissioni e sofferenza animale non è compatibile con una transizione ecologica seria. Servono investimenti per ridurre le emissioni, migliorare il benessere animale, sostenere gli allevatori nella riconversione, promuovere filiere meno impattanti, ridurre gli sprechi alimentari, orientare anche le mense pubbliche verso modelli alimentari più sani e sostenibili.
La transizione si fa insieme al mondo agricolo, certo, ma senza negare i dati. Io trovo aberrante quando il presidente della Coldiretti, da un palco, davanti a una platea di centinaia di persone, afferma che il problema, forse, sono alcune trasmissioni che evidenziano in maniera fuorviante, in maniera non veritiera, alcune irregolarità presenti negli allevamenti. In realtà, di fuorviante e di non veritiero non c'è proprio niente, perché è tutto documentato: ci sono video, , inchieste. Quindi, trovo aberrante che il presidente di un'associazione così importante si lanci in queste affermazioni e che chieda addirittura, anche alla politica, di prendere dei provvedimenti contro queste trasmissioni della Rai, del servizio pubblico. Ecco, trovo che sia davvero aberrante. È inutile negare i dati, piuttosto, forse, dovremmo aumentare i controlli.
Presidente, colleghi, la crisi climatica, purtroppo, è già entrata nelle nostre case, negli ospedali, nelle scuole, nel pronto soccorso, nei consultori, nei servizi di salute mentale. È entrata nel sonno degli anziani durante le notti ormai quasi tropicali, è entrata nell'ansia dei ragazzi che ci chiedono di cambiare. È entrata nei corpi dei lavoratori, esposti al caldo estremo. È entrata nelle città impermeabilizzate, nei quartieri senza alberi e nelle periferie, dove il caldo pesa di più, perché le disuguaglianze ambientali diventano anche disuguaglianze sanitarie.
Questa mozione ribadisce che la salute non si difende solo negli ospedali, ma si difende anche nelle politiche climatiche, urbanistiche, agricole, sociali. La crisi climatica è una crisi della salute, della giustizia e del futuro. E il compito della politica non è rassicurare a parole, ma è ridurre il rischio, proteggere le persone e, soprattutto, restituire alle nuove generazioni una ragione concreta per non sentirsi abbandonate
PRESIDENTE. Non essendovi altri iscritti a parlare, dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.
Il Governo intende intervenire o si riserva di farlo successivamente? Si riserva di farlo successivamente.
Il seguito della discussione è rinviato ad altra seduta.
PRESIDENTE. Comunico l'ordine del giorno della prossima seduta.
1.
2.
S. 1885 - Conversione in legge del decreto-legge 24 aprile 2026, n. 55, recante disposizioni urgenti in materia di rimpatri volontari assistiti (Approvato dal Senato). (C. 2947)
: URZÌ.
3.
S. 1891- Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 30 aprile 2026, n. 63, recante disposizioni urgenti in materia di prezzi petroliferi connessi al protrarsi della crisi dei mercati internazionali (Approvato dal Senato). (C. 2962)